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Manifesto – 11

Manifesto – 11.12.08

 

Almeno 1 milione in piazza. La mobilitazione in 108 città – A.Sciotto

ROMA - Almeno un milione di persone scenderanno domani in piazza per lo sciopero generale, ma sono cifre «prudenziali»: la Cgil ha messo in moto la sua potente macchina organizzativa in ben 108 città - tutti i capoluoghi di provincia - mentre pullman e treni speciali si muoveranno a partire da questa sera per portare lavoratori e pensionati nei luoghi della protesta. «Un milione sono i manifestanti che ci impegniamo a portare di certo, quelli che hanno prenotato i pullman, i treni o ci hanno contattato nelle sedi territoriali - spiega il segretario confederale Enrico Panini - Poi ci sono le persone che si muovono da sole, autorganizzate». Il sindacato si attende una grande partecipazione allo stop di domani, con importanti adesioni anche nelle fabbriche, nonostante la crisi: motivo per cui si protesta - in particolare contro le ricette «inadeguate» messe in campo dal governo - ma, paradossalmente, anche un freno potenziale alla fermata degli operai: «Tante fabbriche sono già chiuse per la cassa integrazione o riaprono dopo qualche settimana - aggiunge Panini - Ogni lavoratore sceglierà facendo i conti con le proprie condizioni, ma già le adesioni che abbiamo, anche in territori difficili e dove la crisi picchia, ci fanno capire che la voglia di esserci è forte». Lo sciopero è stato indetto per 4 ore con manifestazioni in tutti i capoluoghi, ma diverse regioni e camere del lavoro, come molte categorie (Fp, Fiom, Flai, Filcams, Flc, Fisac, Filcem, Filt, Slc) lo hanno esteso all'intera giornata o turno di lavoro. Inoltre, i cortei sono di carattere regionale in Emilia Romagna, Sardegna, Molise, Puglia e Marche. Il segretario generale Guglielmo Epifani parlerà dal palco di Bologna, e qui l'organizzazione si aspetta la maggiore affluenza: alle 12 di ieri, per il solo capoluogo emiliano, erano prenotati oltre 500 pullman e 2 treni speciali. Il comizio di Epifani si potrà seguire in diretta sul sito www.cgil.it, come continui aggiornamenti verranno dati dalla web radio Articolo 1. Verrà coinvolto anche il sito di Rassegna sindacale e dalle 12 verranno fornite in tempo reale le adesioni dalle principali fabbriche. Al centro della protesta «ci sono le 6 proposte contro la crisi - spiega Panini - che abbiamo già presentato all'Assemblea dei quadri e delegati di novembre: ammortizzatori per tutti i lavoratori, sostegni ai redditi da lavoro e pensione, investimenti e politica industriale, infrastrutture ed edilizia popolare, più welfare e la sospensione per due anni della Bossi-Fini in caso di perdita del posto per crisi aziendali. Il cosiddetto decreto anti-crisi non risponde a tutte queste istanze». Ma non basta, perché nelle città in cui si sono registrate recenti morti sul lavoro, la Cgil sfilerà con le bandiere listate a lutto. Inoltre, in tutti i capoluoghi, prima dei comizi si osserverà un minuto di silenzio. «Non va bene che si voglia stravolgere il Testo Unico, e poi ci preoccupiamo pure per la scuola, del ragazzo morto a soli 17 anni a Rivoli», ha concluso il segretario. Il testo con le ragioni dello sciopero è pubblicato anche in arabo, inglese, francese e spagnolo (si può scaricare dall'home page del sito Cgil), a cura del Dipartimento immigrazione e nell'ambito della campagna «Stesso sangue, stessi diritti», lanciata un mese fa per sensibilizzare gli italiani in merito ai diritti di cittadinanza degli immigrati. Le trattenute dei sindacalisti saranno devolute interamente al progetto «Educazione di base e formazione sindacale per giovani donne del Gujarat (India)». Susanna Camusso, segretaria confederale Cgil, ha replicato al ministro del Lavoro Sacconi, secondo il quale «la riforma dei contratti è già di fatto operativa». La Cgil per ora non è disposta a un accordo, «a meno che non cambi il testo di Confindustria»: «Piuttosto che spingere sulle divisioni, il ministro eserciti il suo ruolo di mediatore: per ora hanno saputo soltanto entrare a gamba tesa, detassando i contratti individuali. La priorità è che il governo agisca, non quella di dividerci con gli altri».

 

«Uno sciopero per il futuro. Il governo sbaglia ricetta» - Loris Campetti

Oltre 40 mila assemblee nei luoghi di lavoro per costruire la riuscita di uno sciopero generale importante ma anche difficile, un sacrificio chiesto a chi non arriva a fine mese. Di «una grande mobilitazione» parla il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, e di un consenso «sulle nostre proposte e sulle critiche alla politica economica del governo: le risposte alla crisi sono sbagliate, sottovalutano la valanga che rischia di travolgere per primi i lavoratori dipendenti e i pensionati, l'occupazione e i redditi di chi lavora e a cui in 10 mesi sono state aumentate le imposte del 7%, mentre le entrate fiscali dalle imprese sono diminuite del 6%». Epifani, il bollettino quotidiano segnala nuovi crolli della produzione e il boom della cassa integrazione. Come vedi questa crisi? La valanga è arrivata e a gennaio farà ancora più danni. La novità sta nel fatto che questa crisi riguarda in modo sostanzialmente omogeneo tutti i comparti industriali. Non vedo oggi settori anticiclici, quelli classici come l'edilizia hanno smesso da mesi di esserlo. Regge solo qualche settore di nicchia. A Modena, in passato, si poteva contare sul fatto che quando entrava in difficoltà la ceramica o l'alimentare reggevano la meccanica o il tessile. Ora la crisi è generale, non c'è mobilità possibile. Sono preoccupato per l'intero mondo del lavoro, ma mi preoccupano soprattutto i giovani che dal sud erano saliti nelle fabbriche del nord: ora tornano a casa. Va ancora peggio ai migranti, schiacciati tra la crisi e il capestro della Bossi-Fini che espelle dal paese chi resta per oltre sei mesi senza lavoro. Non sarebbe il caso di utilizzare, in modo radicalmente diverso dal governo, la leva fiscale? Magari riprendendo la vecchia parola d'ordine di portare dal 12 al 20% la tassazione della rendita finanziaria? Il fatto che cresca la tassazione sul lavoro dipendente mentre diminuiscono le entrate fiscali dalle imprese segnala un percorso opposto a quello che noi individuiamo nelle nostre richieste, alla base dello sciopero generale. Noi chiediamo la defiscalizzazione della tredicesima e un intervento strutturale sul 2009. Oggi c'è una perdita di valore della rendita, chiedere una maggiore tassazione è giusto ma resta sullo sfondo, non incontrerebbe il senso comune. Dietro i provvedimenti del governo si cela un'ipotesi di futuro. Su questo si fonda il conflitto che porta allo sciopero generale? Il dissenso con il governo va al di là dei provvedimenti non efficaci: noi denunciamo la mancanza di un progetto. Dove va il paese, una volta uscito dalla crisi? Gli altri governi europei hanno una strategia, dalla Francia alla Gran Bretagna, alla Spagna, alla Germania. Che sia il sostegno ai redditi, o gli investimenti sulle infrastrutture o sulla formazione e la scuola. Qui cosa si fa? Solo sostegno alle banche e assistenza ai più poveri. Non c'è un'idea di politica industriale, non una sulle energie rinnovabili, solo tagli e indifferenza nei confronti della sofferenza della gente. Le dichiarazioni di Marchionne sul futuro della Fiat aumentano le preoccupazioni... Anche sull'auto, sembra che il governo non abbia nulla da dire. Prima minimizza, poi invita a consumare di più, infine si limita ad aspettare quel che fanno gli altri governi. Non basta dire colbertismo, non basta sostenere la necessità dell'intervento pubblico: quale intervento, per fare cosa? Senza un progetto l'Italia rischia di uscire malissimo dalla crisi, con le imprese costrette a lottare tra di loro e i lavoratori ad arrangiarsi. Crescono gli accordi separati senza la Cgil. Sacconi dice che anche la riforma del sistema contrattuale è cosa fatta, ci sta pensando lui dopo avere incassato l'accordo di Cisl e Uil con le piccole imprese e gli artigiani e messo un'ipoteca sull'accordo con Confindustria. Questo governo non ha un ruolo attivo, non apre un tavolo di confronto trasparente, opera dietro le quinte. Fa accordi settore per settore per affossare il modello contrattuale universale. E' un percorso senza la forza degli accordi del 23 luglio, prefigura una soluzione sfilacciata, perciò sbagliata. Sacconi vuole ridurre il ruolo della contrattazione sviluppando la bilateralità. L'opposto della modernità, un'ipotesi che ci vede contrari. Bonanni ripete che questo non è il momento del conflitto ma dell'unità. insomma tutti sulla stessa barca, sindacati, imprese e governo. Noi ci battiamo contro le risposte alla crisi del governo e per degli obiettivi alternativi. E' ovvio che, tantopiù in momenti come questi, sarebbe necessaria l'unità sindacale, nella chiarezza però. Io non riesco a vedere gli obiettivi di Cisl e Uil. Siamo pronti al dialogo e all'unità, ma non a condizione di adeguarci a scelte che riteniamo sbagliate, ce lo dicono apertamente i lavoratori nelle assemblee, e non solo quelli della Cgil. Non c'è coerenza nel fatto che Bonanni abbia proclamato con noi e la Uil uno sciopero con il governo Prodi per le detrazioni sui prelievi ai lavoratori, mentre oggi non sciopera con il governo Berlusconi. Che peso ha avuto la mobilitazione di Fiom e Funzione pubblica nella scelta dello sciopero generale? Nessuno in particolare, se non la logica conseguenza delle nostre rivendicazioni e delle mobilitazioni che l'hanno preceduto. Per la Cgil resta il primato della scelta confederale. Siamo dentro un percorso condiviso. Cosa farete dopo il 12? Fiom e Fp hanno solo sospeso il loro sciopero con manifestazione a Roma. Dopo il 12 abbiamo bisogno di tornare nel territorio, anche perché ci sono vertenze che riguardano la casa, gli affitti, le tariffe, il ruolo degli enti locali dentro la crisi. Poi, ritengo che dovremo mettere al centro il mezzogiorno: questo governo sta colpendo i ceti produttivi del centronord e contemporaneamente sta sottraendo risorse a un sud che vive una situazione difficilissima. Il percorso, comunque, lo definiremo al direttivo del 22, anche in relazione a quel che ci hanno detto le assemblee e alla riuscita dello sciopero. Spero che la nostra mobilitazione modifichi le scelte del governo. Altrimenti ci penserà la gravità della crisi a imporre interventi adeguati. Se la gravità della crisi è come la descrivi, perché non pensare a un grande piano del lavoro, dell'entità di quello di Di Vittorio? E' un richiamo che ha senso, per evitare di uscire dalla crisi con un paese più chiuso e diviso. Ma serve anche un progetto per il futuro, basato sulla ricerca, sull'inclusione, sulla solidarietà. La situazione è più complessa di 50 anni fa. Anche politicamente più complessa. La sinistra è diventata extraparlamentare e il Pd si divide anche sullo sciopero della Cgil. Certo, colpisce. Sono problemi che vengono da lontano e la divisione dei sindacati mette in difficoltà il Pd. Dico solo che la Cgil ha delle proposte, sulla cui base ha indetto uno sciopero generale. Il Pd non può esentarsi dal dire la sua, poi non mi interessa la conta di chi partecipa allo sciopero. Uno sciopero contro l'azione del governo. La Confindustria non merita un trattamento analogo? Noi critichiamo il modo in cui il governo affronta la crisi dell'industria e del commercio, senza preoccuparsi della sua riqualificazione e dell'ambiente. Non parla poi alla piccola e piccolissima impresa. Per quanto riguarda la Confindustria, la Cgil non può certo condividere il consenso che esprime con il governo su temi centrali. Primo tra tutti, la pretesa di modificare il testo unico sulla sicurezza, anche alla luce delle stragi quotidiane sul lavoro che la crisi potrebbe addirittura accentuare.

 

Crolla l'industria. È recessione - Sara Farolfi

ROMA - Tracolla la produzione industriale, l'Italia entra ufficialmente in recessione «tecnica», ma forse il peggio deve ancora arrivare. Il combinato disposto tra i dati dell'Istat diffusi ieri (produzione industriale in ottobre, e Pil nel terzo trimestre dell'anno) e le previsioni di Confindustria (produzione in novembre e Pil nel quarto trimestre) confermano che la crisi ha attecchito e che la nottata sarà lunga. Solo in novembre la cassa integrazione (ordinaria) è triplicata registrando un aumento del 253%. Buste paga pesantemente decurtate (e già prima erano tra le ultime nella classifica dei paesi Ocse) e domanda interna ferma: il cerchio si riavvita, e la crisi genera ulteriore crisi. Secondo i dati dell'istituto nazionale di statistica la produzione dell'industria è crollata, a ottobre, del 6,7% rispetto allo stesso mese dell'anno scorso (dell'1,2% rispetto a settembre). Il segno meno accompagna tutti i comparti dell'industria, dai mezzi di trasporto - con l'auto che crolla del 34,3% - alle macchine e apparecchi meccanici, all'elettronica di precisione, fino alla chimica e alla gomma plastica, legno, tessile, pelli e calzature. Va male per i beni di consumo ma, quel che è peggio, va male anche per i beni strumentali (che in genere indicano gli investimenti) che a ottobre scendono dell'1,5% rispetto a settembre. Conferma, l'Istat, la «recessione tecnica» del paese (che è data da due trimestri consecutivi di prodotto lordo negativo): nel terzo trimestre dell'anno il Pil è diminuito dello 0,5% rispetto al trimestre precedente (che già aveva segnato un -0,4%) e dello 0,9% rispetto allo stesso periodo 2007. E' debole la domanda estera, per effetto del rallentamento di tutte le economie, ma è debole anche quella interna, con i consumi delle famiglie che segnano il passo. Ma il peggio sembra ancora dovere arrivare. Le previsioni di Confindustria parlano infatti di un'ulteriore caduta della produzione industriale in novembre (-1,8% su ottobre) e, in conseguenza del peggioramento degli ordinativi industriali, ancora una caduta a dicembre: «Queste stime, unite alla debolezza del terziario, sono coerenti con un calo del Pil dello 0,8% nel trimestre in corso (il quarto ndr)», concludono le imprese italiane. Si prevede un calo delle assunzioni nel primo trimestre 2009: secondo Manpower, la richiesta di lavoro (interinale) sarà inferiore del 9% circa. La faccia sociale della crisi non è più rassicurante. Dopo lungo attendere, l'istituto di previdenza (Inps) ha diffuso i dati sulla cassa integrazione, che è aumentata solo nel mese di novembre del 253% rispetto a un anno fa. Il fatto che il vertiginoso aumento abbia toccato solo quella «ordinaria» (che riflette crisi congiunturali), mentre più contenuta - +2,4% - sia rimasta quella «straordinaria» (che spesso prelude a pesanti ristrutturazioni, quando non chiusure), ha fatto dire al ministro del lavoro Sacconi che si tratta di «dati rassicuranti». In spregio al fatto che «cassa integrazione» significa buste paga pesantemente decurtate (800 euro al mese in media nell'industria). Come al rischio che una crisi di tali dimensioni possa diventare «straordinaria» per diversi settori produttivi. «Solo il ministro Sacconi può dire che questi dati sono confortanti - commenta Susanna Camusso, segretaria confederale Cgil - E' del tutto evidente infatti che se nelle prossime settimane non ci sarà un'inversione di tendenza la cassa ordinaria si trasformerà in straordinaria, con tutte le conseguenze del caso sull'occupazione già drammaticamente colpita». Secondo Giorgio Santini (Cisl) «è necessario dare priorità a quei settori produttivi innovativi, che rappresentano il valore aggiunto dell'economia». «Gli indicatori sono tempestosi e il governo minimizza», dice Cesare Damiano. A ritmi simili, i fondi stanziati dal governo per cassa integrazione e mobilità paiono del tutto insufficienti. E, va aggiunto, per chi ne ha diritto: secondo le stime Cgil, ci sono almeno 400 mila precari che, nel giro di un mese, rischiano di perdere il posto di lavoro (ma dal computo sono esclusi pubblico impiego e scuola). Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, rispolvera la necessità di un'altra riforma pensionistica (leggi: innalzamento dei requisiti d'età) per finanziare ammortizzatori sociali «in modo totale, cioè anche per gli atipici». Anche il premier Berlusconi pare essersi accorto dell'emergenza: «Sappiamo che i lavoratori del commercio e i precari non hanno benefici ed è a loro che dobbiamo pensare». Ma non dura che un attimo perchè «il bilancio è stretto».

 

Salvare l'automobile in un paese solo - Francesco Piccioni

I quattordici miliardi di dollari che cambiarono il mondo. La battaglia per far passare il piano di salvataggio del settore automobilistico negli Stati uniti sta diventando un dibattito politico di prima grandezza, che avrà grandi ripercussioni sul modo di intendere il capitalismo globale, durante e dopo questa crisi. Mettendo in discussione, per esser chiari, la stessa definizione di «globale». I fatti. La maggioranza democratica del Congresso e l'amministrazione Bush hanno raggiunto - nella notte di martedì - un accordo «concettuale» sul piano, le sue dimensioni e i criteri operativi. Il testo è stato portato all'esame della Camera, nella speranza che venisse approvato già nella tarda serata di ieri; mentre al Senato si cercherà di metterlo in votazione entro il fine settimana. Nel confronto bipartisan è scomparso intanto un miliardo di dollari (la proposta era per 15, mentre la cifra chiesta dai tre principali produttori - General Motors, Ford e Chrysler - arrivava a 34-36). Di certo solo Gm ha bisogno di 4 miliardi entro la fine del mese per continuare l'attività, e altri 10 per i primi tre mesi del 2008. Chrysler ha 4 miliardi il «buco» da coprire per arrivare viva al termine del primo trimestre. Ford ha meno problemi di liquidità, e questo ha inciso sulla minore entità della manovra. Ma non si tratta di un «regalo» alle imprese, al contrario dei 700 miliardi (in realtà molti di più) stanziati per il salvataggio del sistema finanziario Usa. Si tratta infatti di prestiti al tasso del 5% per i primi tre anni, e del 9 per i successivi due. Lo stato federale, insomma, pensa di farli rientrare guadagnandoci. Viene chiesto fin da subito un corrispettivo in termini di partecipazione azionaria, che diventa di fatto maggioritaria (Gm, l'altro ieri, «valeva» in borsa solo 3 miliardi). Soprattutto viene istituita la figura del «supervisor» per tutta la produzione automobilistica di proprietà statunitense. Lo «zar dell'auto» (anche il soprannome rimanda al presunto carattere «socialista» del piano) potrà decidere il fallimento di una delle tre società se entro il 31 marzo non sarà stato presentato un progetto di ristrutturazione «attendibile». Peggio ancora: sarà lui ad autorizzare qualsiasi spesa superiore ai 25 milioni di dollari. E' in pratica un commissariamento dell'attività industriale. Il lancio di nuovi modelli, la possibilità di imporre la costruzione di mezzi di trasporto pubblico invece che privato; fino all'obbligo di mettere in produzione nuovi modelli a basso consumo o ecologici (ibride o elettriche). Un imperativo che arriva al punto da richiedere l'impegno del management a non sporgere mai denuncia contro le leggi statali per il contenimento dell'effetto serra (e già sono iniziati i contrasti interpretativi: «federali o statali»?). Dulcis in fundo, agli amministratori delegati viene chiesto di farsi da parte, a cominciare da Rick Wagoner, boss di Gm. Ce n'è abbastanza per far gridare al «comunismo» una serie di parlamentari repubblicani, e anche qualche democratico. E al Senato potrebbe verificarsi qualche problema serio. Il più deciso sostenitore del piano è non a caso Carl Levin, senatore democratico del Michigan (lo stato che ha Detroit come capitale e la massima concentrazione di fabbriche automobilistiche del pianeta). La mossa statunitense cambia però le regole del gioco del libero mercato globale. Gli aiuti sono offerti soltanto alle imprese a proprietà Usa, non a quelle operanti sullo stesso territorio (Toyota, Honda, Bmw, ecc). Questo è un innegabile vantaggio competitivo che autorizza qualsiasi governo a fare altrettanto. Già si è fatta sentire la voce del poco ascoltato ministro italiano, Altero Matteoli, che invoca la Ue a «trovare una soluzione per non essere travolti dagli Usa» (come cambiano velocemente i tempi!). Mentre Gm, nell'approvare entusiasticamente il piano, già sta meditando su come usarlo per migliorare la propria quota di mercato in Europa. La ragione dell'intervento è certamente «buona» (salvare l'occupazione «in un paese solo»), ma non prevede concertazione globale con i paesi competitors. L'intero edificio del «libero commercio» costruito negli ultimi 20 anni è improvvisamente a rischio crollo, perché gli interessi - in questo caso sociali - del paese egemone sono considerati prevalenti su quelli altrui. Ma ogni altro paese rilevante sul piano economico può legittimamente dire altrettanto. E sollevare l'obiezione più pesante di tutte: la soluzione Usa alla propria crisi - finanziare tutto senza badare ai conti pubblici - è una condanna a morte per il resto delle economie. Significa infatti che la Corporate America stamperà fiumi di dollari. Tentando così di esportare, come sempre, la crisi. Ma non è detto che ci sia - nel mondo - la possibilità materiale di corrispondere a quest'ennesimo diktat.

 

Le aspettative dei sindacati: «Obama non sarà minimalista»

Marco d'Eramo

Washington - Il palazzone della confederazione sindacale Afl-Cio (American Federation of Labor- Congress of Industrial Organizations) ricorda il marmoreo, squadrato stile fascista dell'Eur. Proprio davanti ai giardini della Casa bianca, la sua imponenza fa venire in mente la legge di Parkinson secondo cui le istituzioni si dotano delle loro sedi più fastose quando stanno per scomparire (Ciryl Northcote Parkinson citava la reggia di Versailles completata pochi decenni prima della Rivoluzione francese, il ministero delle Colonie inglese ingrandito quando l'impero stava per scomparire): negli Stati uniti il tasso di sindacalizzazione è da decenni in declino irreversibile. Eppure il sindacato è ancora oggi una forza decisiva e indispensabile per i candidati democratici. La Afl-Cio ha messo in campo tutte le sue risorse a favore di Obama, e ora c'è da chiedersi cosa pensa di ricavare da quest'investimento. Lo chiedo a Barbara Shailor, responsabile del Dipartimento esteri della Confederazione (che comprende 54 sindacati), una delle collaboratrici più vicine al presidente John Sweeney (l'intervista è avvenuta prima che fosse raggiunto l'accordo per il salvataggio delle Tre Grandi dell'auto di Detroit). I sindacati hanno investito un sacco di soldi, speso un sacco di energie, mobilitato un sacco di iscritti per fare eleggere Barack Obama. Adesso cosa vi aspettate, realisticamente, da lui? Obama prende il potere nel momento più difficile non solo della storia recente, ma forse di tutta la storia americana. Economisti, storici, politologi, tutti parlano dell'enormità della sfida che lo attende. Gli Stati uniti sono in una crisi economica massiccia che si è già diffusa in tutto il mondo. Il primo problema che la sua squadra economica deve affrontare è ri-regolare l'economia, interna e globale, in modo che una crisi di quest'ampiezza non debba ripetersi. Ma questo compito, già enorme di per sé, non costituisce neanche l'inizio dell'altra sfida, e cioè come venir fuori dalla crisi, di cui stiamo solo iniziando a sentire l'impatto. Tutto quel che ha detto sinora e la squadra che ha messo insieme, tutto suggerisce che Obama penserà e agirà in grande, non sarà minimalista nella sua impostazione. Butterà dentro tutto quel che può per stimolare l'economia e per fare in modo che la disoccupazione non aumenti fuori controllo. Tutti concordano che la crisi è dovuta alla deregulation ma nessuno nel team di Obama parla di regolamentare: parlano di stimoli, di pacchetti, di detassazione, ma il termine regulation non compare mai. No, non sono d'accordo. Dovrebbe parlare con i nostri responsabili economici che sono in stretto contatto con il comitato per la revisione delle securities, ma per quanto ne so io, l'elaborazione di una riforma che regoli di nuovo i mercati finanziari sta procedendo spedita. Ma nella squadra economica di Obama non c'è neanche un economista vicino ai sindacati. In realtà noi abbiamo accesso alla sua squadra. E David Bonior è molto vicino a noi. Deve tenere conto che anche i tradizionalisti che cinque anni fa non sarebbero mai stati considerati progressisti, ora hanno cambiato posizione. Le circostanze economiche esterne hanno costretto gli economisti a ripensare in altri termini quel che va fatto oggi. Anche Larry Summers, l'ex segretario del Tesoro sotto Bill Clinton? Anche lui, in particolare lui. Summers pensa oggi che gli accordi di libero mercato come il Nafta, il Trattato di libero commercio nordamericano, non hanno mantenuto le aspettative. Pensa che il presidente Obama rinegozierà il Nafta, come il candidato Obama aveva promesso nelle primarie? Rinegoziare il Nafta non costituirà la prima priorità dell'amministrazione. Rimettere a posto l'economia sarà il compito più urgente. Parlo del Nafta perché la prima cosa che è successa dopo la vittoria di Obama è che l'United Auto Workers (Uaw, il sindacato dell'auto) ha subito un violentissimo attacco. I sindacati dell'auto sono sì sotto attacco, ma l'attacco è ancora più violento contro i manager, gli amministratori delegati dell'auto: guardi come sono stati linciati perché la prima volta che andarono a chiedere soldi al Congresso, a novembre, erano arrivati a Washington ognuno sul proprio jet privato! E sono attaccati perché hanno fabbricato auto inefficienti, perché si sono opposti a innalzare gli standard per il consumo di benzina, sono proprio loro sotto attacco. Ma il risultato dell'accordo sarà che i soldi verranno dati solo a patto che i sindacati accettino di ridurre pensioni e assistenza sanitaria. È un altro degli enormi problemi che Obama deve affrontare. Noi non abbiamo un sistema pensionistico e sanitario nazionale, di cui si fa carico la società intera, come avviene in Giappone e in Europa. Da noi sanità e pensione sono a carico della singola azienda: sono questi costi che rendono non competitivi i produttori statunitensi. Finora non è stato possibile costruire un consenso tra industriali e sindacati su questo punto. Ma speriamo, magari è una pura speranza, che le doti di Obama nel mettere la gente intorno a uno stesso tavolo possano portare a una soluzione. Obama è stato molto chiaro sulla sua volontà di essere bipartisan, di superare gli steccati, perché la situazione è così grave che non è il momento di ricadere nelle divisioni tradizionali tra padronato e sindacato. Forse sarà in grado di risolvere problemi che erano rimasti bloccati per decenni, come appunto il servizio sanitario nazionale. C'è una minima possibilità che, 50 anni dopo che fu promessa, sarà possibile approvare una legge che renda meno acrobatico iscriversi al sindacato? Sì. La situazione è così drammatica che tutto il vecchio sistema di veti incrociati è destinato a saltare. Lei dirige il dipartimento esteri del sindacato. In che modo l'elezione di Obama agirà sulle relazioni internazionali tra sindacati? Da quando (nel 1995, ndr) John Sweney è stato eletto presidente dell'Afl-Cio, abbiamo avuto sempre ottimi rapporti con i sindacati degli altri paesi. Quando a novembre c'è stato il summit del G20 qui a Washington, abbiamo riunito nella sala direttiva qui accanto i leader dei sindacati dei venti paesi. Nella mattinata avevamo invitato il presidente del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Khan, a venire a discutere con questi 20 leaders. Poi abbiamo organizzato una discussione con la dirigenza della Banca mondiale. Nel pomeriggio c'è stato un incontro con il presidente del Brasile Lula da Silva per un'altra ora, poi nel pomeriggio tardi c'è stato un confronto con il team di transizione di Obama. I sindacati di tutto il mondo sono coscienti di quel che può significare anche per loro la sua elezione, perché - come sempre - quel che avviene negli Stati uniti ha un impatto sul resto del mondo, in particolare nella gestione di una crisi dalle conseguenze così pesanti per il mondo del lavoro come quella attuale. Insomma, lei non teme che fra qualche mese sarà delusa dalla nuova amministrazione? Una cosa va detta. Siamo stati in disparte per così tanto, e il danno arrecato dall'amministrazione Bush al nostro paese e al mondo è stato così orribile, che non possiamo permetterci il lusso di essere disinvolti quanto ad aspettative. Davvero abbiamo bisogno che il mondo del lavoro eserciti la spinta che serve per indirizzare Obama. Come potete esercitare questa pressione? Noi sappiamo quel che abbiamo messo in campo per farlo eleggere. Io ero in Colorado e ho visto di persona quel che abbiamo dovuto fare per convincere i maschi bianchi cinquantenni colletti blu a superare quel che lei può chiamare razzismo latente, o pregiudizio, insomma a non rifiutarsi di votare Obama solo per il colore della pelle. Abbiamo martellato con il discorso «Ci sono 99 buone ragioni per votare Obama e c'è solo una cattiva ragione per non votarlo», oppure «Se non voti per Obama perché non sei d'accordo, va bene, ma se non voti Obama solo perché è nero allora non meriti di far parte del sindacato». Il problema incombeva non detto e noi l'abbiamo affrontato di petto. La gratitudine è una merce deperibile in politica. Noi continueremo a spingere. Premeremo sul prossimo Congresso. Continueremo a fare campagna. Il nostro apparato politico è ancora in piedi in stati decisivi, non l'abbiamo smantellato dopo le elezioni. Non ci sono solo i membri attivi dei sindacati, ci sono altri 2,5 milioni di lavoratori con cui siamo in contatto, lavoratori che non sono in settori sindacalizzati dell'economia, ma che hanno una sensibilità di classe e che possono premere su Obama insieme a noi.

 

Liberazione – 11.12.08

 

Atene, Politecnico sotto assedio cuore della rivolta studentesca

Anubi D'Avossa Lussurgiu

Atene - "Fino all'ultimo di noi": l'assemblea dei ragazzi perduti scatta nell'ovazione, oltre duemila mani ritmano lo slogan che risponde. Una frase da tragedia classica: "Il sangue scorre e chiede d'essere vendicato". Ma non è retorica. Lo dicono con tutti se stessi. Non è machismo: sono le donne a incitare con più forza. Non è ideologia: la mettono al bando totalmente. Credono a quello che dicono, quel che dicono è semplicemente quel che fanno. Ed è la determinazione più estrema che si possa immaginare. Chi sono, da quale dimensione parallela sono piombati, questi studenti asserragliati nel Politecnico di Atene? Nichilisti? Invasati? L'Aula Magna è gremita malgrado la maggior parte di chi è tornato dalla manifestazione si stia preparando materialmente alla rivolta. Una scarna presidenza tenuta da due compagne tiene con sobrietà il filo della discussione. Chiunque interviene, senza microfono, passandosi la parola in un dialogo serrato e fatto di discorsi che, a non esserci stati, sembrerebbero incredibili. La ragazza alla fine riassume le «proposte emerse»: primo, «deve cadere il governo assassino». Secondo, «dev'essere fatta giustizia del sangue di Alexis e i poliziotti assassini devono pagare». Terzo, «la polizia assassina deve sparire dalle nostre strade». Quarto, «dobbiamo avere un nostro canale di comunicazione, a partire da una radio». Quinto, «intanto dobbiamo prenderci quelli che ci sono, dall'uso di tutti i media indipendenti nel mondo all'irruzione nelle stazioni radio e televisive ufficiali». Sesto, «tutte le scuole, di ogni ordine, devono rimanere chiuse fino a Natale». Settimo, «produrre azioni ogni giorno». Ottavo, «ci dobbiamo organizzare meglio, a partire dalla raccolta di infermieri volontari». Nono, «ognuna ed ognuno deve avere una pietra, in ogni momento in cui serva». Nel pomeriggio di ieri, appena prima di ricevere il colpo d'una repressione che il potere combattuto vorrebbe risolutiva, il cuore dell'insurrezione si riunisce e dibatte. Sì: è insurrezionale la situazione che si vede ad Atene, che si riverbera dalla notte fra sabato e domenica scorsa su tutta la Grecia. Un'insurrezione generale? No: un'insurrezione di valore generale. Sono quei corpi, quei volti che ieri mattina si sono ritrovati in decine di migliaia ad assediare il Ministero degli Interni greco, a sfidare la falange oplitica degli antisommossa posti a guardia degli uffici del loro ministro che si è messo a guardia del loro nome, mentre in tutta la Grecia li si chiama «assassini». Erano almeno cinquantamila i giovani che sono rimasti in piazza Regina Sofia, grande due volte la romana piazza del Popolo, quando già l'avevano lasciata i partiti della sinistra alternativa e i pochi sindacati, del settore pubblico, scesi in piazza nella capitale ellenica durante lo sciopero generale proclamato dalla Csee, la confederazione più generale e più radicale ma che, se pure ha tenuto testa all'intimazione di revoca del premier Costas Karamanlis, non si è fatta vedere ieri nelle strade ateniesi. Quel che s'era già visto, invece, è che anche quando si contiene nelle forme della dimostrazione, del corteo, questa rivolta fa saltare tutti gli schemi. I primi azzerati sono stati quelli del gioco partitico: il concentramento indetto a piazza Omonia dal Kke, i comunisti "ortodossi", è stato snobbato dalla massa dei giovani fluiti al corso 28 Ottobre, verso il Politecnico, per circondare solidalmente i protagonisti di questi giorni dell'ira. Poi, sono saltati anche gli schemi della sinistra alternativa ed "estrema" tradizionalmente intesa. Dal Politecnico sono partite anche le organizzazioni trotzkiste e comuniste "extraparlamentari", ma si sono ritrovate a fare uno spezzone distanziato davanti ad un fiume di gente formatosi strada facendo. E' stato il fiume aperto dal coraggioso sindacato degli insegnanti, in piazza con le reti dei parenti dei "martiri", fin dalla dittatura dei colonnelli, sotto lo striscione "In lotta a difesa della gioventù e della democrazia". Uno scudo di chi aveva mediamente l'età di Alexandros Grigoropoulos, Alexis, il martire delo Stato nella sera di San Nicola, quando l'esercito della dittatura fascista entrò al Politecnico 35 anni fa, schiacciandone nel sangue la rivolta per la libertà. Uno scudo di gente visibilmente "tornata in piazza" e visibilmente commossa, intenzionalmente posto a difesa dei tanti studenti ginnasiali in marcia ieri, guidati dal piccolo striscione degli amici di Alexandros. A loro volta, i ginnasiali a protezione di qualcun altro: l'agibilità della piazza per gli occupanti dell'università. Che infatti si fanno vedere, in moltissimi, davvero troppi di più dei «cento facinorosi» o «teppisti» additati da Karamanlis precipitato (pericolosamente) in una crisi totale da podio del record di consensi personali da leader politico della destra greca. Lungo il corso Akademias, questo fiume cresce, si espande, tracima. In strada c'è praticamente tutta l'università. Ma non solo: sono tornati, nonostante le botte prese il giorno prima insieme agli insegnanti davanti al Parlamento, i liceali. E sono tornati in forze. Molte scuole sono già state occupate la sera prima dello sciopero. Poi, una partecipazione molto meno determinabile, ma non meno eloquente. Le tribù dei circuiti autogestionari, certo. E, certo, gli anarchici: trasversali ai settori sociali mobilitati e con un radicamento storico e riconosciuto. Ma soprattutto una composizione vastissima, di precariato intellettuale, "colto", "competente", l'intellettualità di massa ateniese intorno ai trent'anni. Una quantità di giovani donne e di giovani uomini, anche loro con la faccia del "ritorno in strada": stavolta, da una parabola più recente d'impegno e di esperienze sociali, che riguarda più direttamente la congiuntura in cui s'inquadra questa rivolta perché è stata quella delle lotte dei tre lustri trascorsi contro le politiche neoliberiste, giunte al saldo fallimentare della crisi globale. E perché è stata una parabola di autodeterminazione, di educazione all'autogestione e a mille nuove declinazioni attive, culturalmente forti, dell'antifascismo. Se si dovesse ricorrere ai paragoni, bisognerebbe incrociarne di diversi per rendere l'idea di questo strano animale visto ieri ad Atene: il movimento francese del 1993-94, il primo per un nuovo welfare, con le piazze italiane del "ciclo" a cavallo fra gli ultimi anni 90 e l'immediato post-Genova. E non basterebbe, comunque. Perché tutta questa gente, diversa ma quasi naturalmente affiatata, esprime una determinazione materiale persino più netta di quella delle interminabili giornate parigine di quindici anni fa. Lo si vede subito davanti al Ministero degli Interni: «gli altri» sono già sfilati via, il Kke è rimasto sulle sue ad esibire triplici barriere di militanti "Stalin" alla mano proprio ai lati del corteo, come a guardarsene. Il sindacato generale ancora non si vede e alla fine non si vedrà più. Sfila via anche la sinistra alternativa, particolarmente forti i settori di Syriza aperti da uno striscione del Synaspismos: e almeno questi, all'arrivo del fiume "autodeterminato", per quanto siano anche loro un poco tesi e tutti organizzati in cordoni "autoprotetti", hanno la buona grazia di fargli spazio e mutuarne gli slogan. Così, sfila via anche lo "scudo" degli insegnanti; e con loro i primi ginnasiali. Ma poi ti guardi indietro e noti che si forma un vuoto: dietro è rimasto qualcuno. Cioè tutti: la piazza s'è di nuovo riempita, il fiume l'ha colmata. E adesso non si muove. Sostiene, con la pressione fisica e coi cori, i ragazzi che si fanno sotto ai cordoni degli anti-riot, distesi a protezione del dicastero. Insulti, arance, le prime bottiglie, inizialmente di plastica. Poi, le prime spruzzate di gas dai cordoni della polizia. E volano pietre, allora. Quindi, la piazza viene bombardata: di Cs in gas e in granate a spargimento di polvere sottile. Peggio di Genova. Ma qui pare la gente sia stata già abituata dallo Stato a questa deliziosa innovazione. Così, continua a non muoversi. Si muovono invece, in avanti, i ragazzi. I cordoni sono bersagliati, malgrado i lanci lacrimogeni e urticanti che ormai saturano l'aria. Finché partono le cariche. E allora una parte del fiume riprende a scorrere, l'altra resta separata, a resistere in piazza. Dura poco: la gente fa pressione dai due lati, tutta insieme, la polizia è respinta. Si sente un solo grido, scandito all'infinito e l'intonazione sembra epica finché non traduci: «Sbirri, maiali, assassini!». E poi "Fascisti e assassini, Alexis è ognuno di noi". Il fiume si riunifica. Per tornare ad essere separato e poi a riunirsi di nuovo, a forza di controassalti, altre due, tre volte. E' un assedio, di massa. Sino a quando non compare da parte della polizia la tattica "genovese": partono le cariche in piazza ma vengono chiuse anche tutte le laterali "di sfogo" su corso Venizelou, da cui il corteo deve tornare in zona Omonia e Politecnico. E anche da quelle laterali partono cariche: prima da una, poi da altre due, infine da tutte. Il fiume è frantumato. Ma, incredibilmente, aggredito da ogni parte, gasato all'inverosimile, ogni pezzo resiste. Le cariche sono contenute e respinte, una per una. Puoi vedere ragazze "neo-romantic" combattere per il controllo della strada come insorgenti esperte. E puoi vedere ragazzini 13enni, delle medie, scagliarsi ad ondate insieme agli "okupa" veterani sui manipoli di anti-riot. Alla fine, vincono tutti loro: la polizia si trova ad un bivio, decidere per il massacro di massa o la ritirata. Passa la seconda. Troppe le telecamere, sicuramente. Ma troppa anche la sorpresa di episodi come quello animato dagli avventori, normali signore e signori, del café di fronte al Panepistemio, su Venizelou: gli squadroni antisommossa rodeano all'inseguimento dei ragazzi armati di pietre e loro si alzano come un sol uomo dai tavoli, ripresi dalle troupe televisive. Gridano «andatevene», "vergognatevi", "i ragazzi hanno ragione". Davvero troppo. Quelli del Politecnico sono gli ultimi ad uscire da piazza Santa Sofia e il corso lo percorrono in un folto corteo, una dimostrazione di forza a vanto della riuscita resistenza di strada, a volto scoperto e coi primi duemila che avanzano a passo cadenzato, con uno slogan storico dei predecessori di 35 anni fa: «Sollevati popolo, cammina a testa alta». E tornano così all'Ateneo, non prima d'aver rimpianto di non aver inseguito tutti insieme un gruppetto di provocatori fascisti all'opera nelle traverse con Akademias: al fianco della polizia, come è già successo a Patrasso. La zona lungo la 28 Ottobre, che da Omonia porta al Politecnico, è ormai beirutizzata dalle precedenti quattro nottate di furia. E l'ultima, in verità, è stata provocata da un tentativo senza precedenti della polizia: entrare nell'ateneo, sia pure in una facoltà distaccata, come Legge. E assediare poi il Politecnico. Le ultime strade se ne sono andate in fumo per spezzare questa pressione. Uno scenario che incombe anche dopo una giornata così, lo sanno bene. Per questo si riuniscono in assemblea, per darsi un respiro più ampio che aiuti ad affrontare la ripetizione senza esaurirsi. Prima, giusto il tempo di andare per folti gruppi a controllare la zona di Exarchia. Dove capita di incontrare altri tipi di epifanie: come la scritta su un furgone calcificato dal fuoco posto a barricare un vicolo, "Se le città bruciano, sono i fiori che nascono". L'assemblea è l'epifania definitiva, però. Perché è come ritrovarsi allucinati in un clima da "Trecento", solo moltiplicato per molte volte, fatto maschile e femminile e alternativo, anziché fascisteggiante. Un clima rivoluzionario, si direbbe: perché si interviene come uno s'è sempre immaginato si intervenisse ai Consigli rivoluzionari in tempo di guerra civile, o al Comitato alle Barricate della Comune di Parigi. E', in effetti, l'intonazione d'un consiglio di guerra. Queste e questi, in verità, combattono. E hanno deciso di battere anzitutto la paura: l'hanno fatta fuori del tutto, anzi in un tutt'uno con il limite. Sono belli e belle, d'una bellezza eroica, davvero senza retorica, d'eroismo di fatto, integrale, anche nello scandire e nel gestire. Li guardi bene in faccia, uno per uno, una per una, e sono identici spiccicati, sorelle e fratelli gemelli di quelle e quelli che hai visto in Onda in Italia. Sono pragmatici anche i loro discorsi, infatti. Solo che il pragmatismo sta sulle barricate. Certo che è nichilista: parlano esplicitando l'annichilimento di ogni orizzonte, in un mondo di merda, che fa da cornice alla loro ribellione. Sono esplosi nella sola cosa che possono e vogliono mettere a valore, adesso: la comunanza dell'indignazione. Non si danno limiti perché è il potere ad averli oltrepassati: questo è il segno dell'assassinio di Stato di Alexis. E così, dopo l'assemblea, se ne vanno saltellando a centinaia con le loro All Star, frammisti a qualche storico vicino tossico dei giardinetti fra il Politecnico e il Museo Epigrafico, che ha ancor meno da perdere di loro, incontro all'assedio degli anti-riots. Sono quattro-cinquecento solo quelli che vanno a sfidarlo nella stretta via Averof, traversa del 28 Ottobre davanti all'ingresso principale dell'ateneo. Un balletto che dura oltre un'ora e che finisce però rapido in escalation. Di fronte al gasamento poliziesco, se vuoi combattere, dopo le pietre c'è a contendere il terreno alle cariche solo l'arma storica consegnata dal Quartiere Latino del Joli Mai parigino: lo champagne molotov. Che al Politecnico della resistenza ai colonnelli ha una sua tradizione. E', ovviamente, l'icona su cui punta intanto mediaticamente il governo delle destre per criminalizzare come un "gruppo di paraterroristi da isolare" questo cuore d'insurrezione giovanile. Ma, iconizzazione negativa a parte, le molotov intanto piovono a sbarrare la strada alle cariche: che sono segno evidente della volontà di stringere l'assedio. Tant'è, i numeri della polizia si scoprono: sono genovesi anche loro, torme di anti-riots appaiono all'infinito, via per via, a provocare una battaglia in ogni strettoia. Finché fanno il passo definitivo: tutta la forza di quei numeri, tutta, viene gettata in una carica generale, dal fronte principale alla laterale del Politecnico già protagonista della notte di fuoco precedente, Stournara. Giusto il tempo di dirsi «una roba così non la domano se non con un golpe di fatto, perché come fai ad arrestare 5mila disposti a tutto?», che la minaccia si appalesa. Le migliaia di studenti e giovani sono pressati dalla carica furibonda sin dentro le cancellate dell'ateneo, che viene saturato di gas e polvere di Cs. Una nuova notte di fuoco, così, è scientificamente consegnata alle cronache. Col fuoco viene riconquistato i respiro e il canale di uscita di Stournara, col fuoco la 28 Ottobre. E nel fuoco, malconci per le botte che si è fatto in tempo a prendere balzando dentro al Politecnico, col viso coperto di Malox per lenire l'urticazione, lasciandosi indietro un Gravroche ateniese del 2008, di anni 9, spuntato da chissà dove nella miseria metropolitana, che grida e tira di tutto ai poliziotti, si riprende il viaggio surreale attraverso i locali circondati da barricate di Exarchia, verso l'albero. Con nella testa una domanda dolorosa: finirà, questo cuore insurrezionale post-moderno, questa vena aperta dell'Europa in collasso, in una repressione simile a quella dei predecessori, solo sotto altre spoglie. E poi un'altra, più difficile: «Se dev'essere il nulla, perché dovrebbe avere torto, questa gioventù eroica suo malgrado?».

(in collaborazione con Oliva Damiani)

 

A Milano un operaio vale meno di un metro quadro edificabile

Claudio Jampaglia

Milano - Volevate trovare un senso allo sciopero generale? Eccovi serviti. Nel più antico dei modi: "giù le mani dagli operai". Una stufa di ghisa, sedie e un fornello di fortuna, le calze ad asciugare sul filo, le tute appese. Fuori nevica e la classe operaia è finita qua. Baraccata come i "senza casa". Presa a calci nel culo come i rom. Innse Presse. Da ieri 49 persone non credono più a nessuno. Non vogliono sentire più niente. Fanno anche fatica a parlare. «I problemi del lavoro in Italia li risolvono o gli operai o la polizia. La polizia o gli operai. Cosa dobbiamo fare? Piangere davanti alle telecamere? Dobbiamo farvi pena?». Si diceva "solitudine" della classe operaia. Qui siamo andati molto oltre se vale più un metro quadrato edificabile di un operaio in carne ed ossa. La vigilia dello sciopero generale regala a Milano un'operazione di polizia contro i lavoratori. Uno sciopero dal sapore antico. Solitario. Testone. Che chiede più Stato e ragione di fronte alla recessione senza pari. E regala una storia ancora più antica. Quella di chi resiste da 7 mesi contro la dismissione dell'ultima fabbrica pesante di Milano. Sette mesi di lotta, tra occupazione, autogestione, pezzi prodotti senza stipendio, presidi, blocchi, tavoli di trattative che non si aprono mai, un compratore piovuto dal cielo come non capita nemmeno nei film e un padrone che non vuole vendere a nessun costo. Ma c'era un tavolo. Proprio venerdì, il giorno dello sciopero. Un tavolo convocato dal ministero dello Sviluppo in Prefettura (finalmente!) con proprietà e sindacati. Invece ieri, alle 7.30, arrivano in forza polizia e carabinieri. Tolgono i sigilli all'area già sequestrata dalla magistratura. Loro si occupano degli operai. Mentre il padrone entra con una ventina di uomini da un'area adiacente. Gli operai provano a passare lo stesso. Momenti di tensione. Ma non ce la fanno. Presidiano finché possono. E guardano il padrone che si barrica dentro. «Hanno cominciato a montare telecamere e dispositivi di sicurezza... Il signor Genta ha speso più oggi per la fabbrica che in tutto l'anno», dicono gli operai. Perché gli uomini del padrone non sono venuti per produrre ma per tenerli lontani e forse smontare i macchinari. Si sbaracca. La proprietà è sacra. Costituzionalmente. E la polizia è lì a testimoniarlo. E poco importa che abbiano preso per il culo questi lavoratori per sei mesi (e anche per degli anni, a ben guardare). Poco importa che il signor Genta si sia preso la fabbrica con l'aiuto pubblico, soldi nostri, e ora decida di smettere, realizzare e arrivederci a tutti. Nonostante ci sia lavoro. Nonostante ci sia un compratore che promette rilancio e altri 100 posti di lavoro. Altri 100 posti di lavoro, non 49 altri disoccupati. Oltre la porta di cartone con appesi i turni di guardia ai cancelli, giorno e notte, c'è più che rabbia. «E se adesso smontano i macchinari a cosa serve il compratore? Noi cosa facciamo?». Licenziati lo sono già. Tempi e procedure sono saltati perché hanno voluto provare a resistere. «Come degli scemi, dei fessi... gli abbiamo finito le commesse, le abbiamo consegnate... siamo pure andati a chiedere alla proprietà dell'area di non revocare l'affitto... siamo proprio dei fessi, gli ultimi di questo paese di merda». Il funzionario della Fiom riassume: «Non è possibile perdere così, a queste condizioni... con la fabbrica lì, a trenta metri, funzionante, con un compratore, con gli operai che hanno rinunciato alla loro vita da mesi... non si può perdere così». Roberto Giudici ha ragione. Dovrebbe essere una domanda di tutti. Invece non c'è nessuno. I lavoratori lo sanno da tempo: «La società se ne fotte della chiusura di una fabbrica. A Bellinzona, in Svizzera, le officine delle ferrovie sono state sostenute da tutta la città. Le hanno salvate. E Milano dov'è?». C'è la solidarietà della cooperativa Chico Mendes che promuove una sorta di cassa natalizia di resistenza. Ma non è questo il punto. «Milano non si vergogna che ci mandino la polizia? Non sanno che chiunque non vale niente nelle mani a questi farabutti?». La fabbrica non rientra nei piani della città che da vent'anni vive nell'illusione del terziario avanzato (quanti lavoratori di cooperative fanno in realtà gli operai?) e nella realtà della speculazione immobiliare. E l'area della ex-Innocenti di via Rubattino vale. Tanto. E da quando il Comune si è messo in testa di riportare a Milano 700mila abitanti fuggiti in Provincia negli ultimi 15 anni, è scattata la corsa al rialzo delle aree. Ancora una volta. Perché Milano è solo questo. Un prezzo al metro quadrato. E Aedes, la società proprietaria dell'area (sempre ammesso che non l'abbia venduta in questi giorni, come si mormora) lo sa bene. Gonfiatasi in borsa negli anni della supervalutazione di aree e progetti stava morendo di asfissia: 800 milioni di debiti e un lungo tentativo di salvataggio che sta approdando al tavolo dei creditori con un compratore (partecipa anche Fininvest, quella dei Berlusconi) e un po' di aiuti delle banche. E agli operai cosa "concederanno" le banche? Ieri il segretario della Camera del lavoro di Milano, Onorio Rosati, ha usato parole dure e insolite per il suo stile: «E' stata fatta una pericolosa forzatura che rischia di compromettere il tavolo previsto per venerdì, speriamo che il prefetto faccia fino in fondo la propria parte». E non quella di ieri. L'assessore al Lavoro della Provincia, Bruno Casati, ha chiesto al Prefetto di «congelare la situazione, impedire che vincano i "rottamai" e subito dopo i palazzinari». Ma l'assessore allo Sviluppo del Territorio del Comune, Carlo Masseroli (Cl), l'unico che potrebbe fare qualcosa sull'area, dopo qualche timida promessa, non si è più sentito. E' troppo impegnato a presentare e difendere il suo piano per ripopolare Milano, col sacrificio delle aree dismesse e di quelle verdi non ancora utilizzate. E dove le mettiamo le famiglie della Innse signor assessore?

 

Tute blu, la crisi l'hanno provocata gli imprenditori - Fabio Sebastiani

«Siamo andati incontro alle vacanze estive con circa 90 aziende in chiusura. Oggi questa cifra è arrivata a 500, con oltre 32mila lavoratori mandati a casa». Pietro Passarino è il segretario provinciale della Fiom di Torino. La sua è una sintesi piuttosto efficace di quello che sta accadendo in questo periodo in uno dei luoghi di punta del settore metalmeccanico in Italia. La conferma indiretta arriva dai dati della cassa integrazione ordinaria a livello nazionale. I metalmeccanici si dividono con i "colletti bianchi" il poco invidiabile primato nel mese di novembre: +255% per i primi contro un +266% dei secondi. Intanto, sempre l'Istat fa sapere che l'indice della produzione di autoveicoli ad ottobre registra una flessione del 34,3% rispetto ad ottobre 2007. «Un altro dato importante che si evince mettendo in relazione la crisi attuale con quella di quattro anni fa, è quello dell'effetto di questa cassa integrazione», prosegue Passarino. «Nel 2004, infatti, a fronte di una forte emorragia di lavoratori, questi vennero rimpiazzati dal lavoro precario. Oggi sono quegli stessi lavoratori con contratto atipico a dover lasciare il proprio posto, ovviamente senza alcun tipo di tutela». Nel profondo Sud, in Calabria, non è che la situazione sia sostanzialmente diversa. Secondo i dati forniti dalla Banca d'Italia, nei primi otto mesi del 2008, hanno perso il proprio posto di lavoro oltre 12mila persone. «Senza considerare il lavoro nero - sottolinea Mario Sinopoli, segretario regionale della Fiom della Calabria - che qui rappresenta un terzo dell'occupazione. Duemila aziende hanno chiuso i battenti, soprattutto quelle del comparto informatico e della produzione dei piccoli elettrodomestici». Poco più a Nord, la Campania vanta la peggiore performance di tutto il Sud. Spiega Maurizio Mascoli, segretario generale della Fiom regionale: «La crisi è arrivata già dai primi del 2008, quando ancora lo tsunami della finanza internazionale doveva produrre i suoi effetti verso l'economia reale». In pratica, nonostante i fondi comunitari del 2000-2006, finiti per lo più al commercio, al turismo e nei mille rivoli dell'economia retta dalla criminalità organizzata e dalla speculazione edilizia, la forbice rispetto alle altre regioni italiane si è allargata. Il risultato, oggi, è che non si trova più un'area libera per la manifattura. La situazione di Pomigliano d'Arco, regno incontrastato della Fiat, è piuttosto emblematica. E' proprio il settore auto, infatti, a pesare di più con circa diecimila lavoratori in cassa integrazione ordinaria nel bilancio della recessione. «La verità è che gli imprenditori non fanno il loro mestiere», sottolinea Mascoli. E si capisce anche perché. Proprio a Pomigliano, prima è stato annunciato un grande piano di ristrutturazione - peraltro molto contrastato dai lavoraotri - che aveva il suo fulcro nella cosiddetta qualità e poi le tute blu si sono ritrovati senza nuovi modelli da produrre. A Pomigliano si lavorerà solo nella prima settimana di dicembre, dopo una fermata per tutto il mese di novembre, con il rientro previsto il 12 gennaio dell'anno prossimo. Sono interessati circa 4.900 lavoratori. Alla Fiat motori di Pratola Serra, in provincia di Avellino, l'attività rimarrà ferma fino al 12 gennaio. Qui i lavoratori interessati sono circa 2.000. Effetti della crisi sono previsti anche nel settore degli elettrodomestici. In cassa integrazione ordinaria andranno la Indesit e la Whirpool, che ha pure annunciato un piano di esuberi. Nella crisi è coinvolto anche il tessuto delle piccole e medie aziende. Le procedure di cassa integrazione si sono letteralmente moltiplicate, con chiusure di stabilimenti come la Cablato di Avellino (105 dipendenti), la Sls di Caserta (80), la O.i. di Napoli (50). Alla Cab di Pozzuoli, proprio pochi giorni fa, l'azienda ha tentato, usando strumentalmente la motivazione della crisi, di dimezzare gli organici anche attraverso alcune "liste nere". Le proposte del sindacato di categoria, qui formulate unitariamente, vanno dal rilancio degli investimenti pubblici in modo selettivo e non a pioggia a un protagonismo più marcato degli imprenditori che non solo hanno fatto naufragare la tanto invocata privatizzazione di molte imprese pubbliche ma non sono stati in grado di innovare. Un delle crisi che fa più paura è quella del settore metalmeccanico a Roma, dove a trainare la debacle sono proprio i settori dell'Itc, ovvero informatica e dintorni. Ci si sta preparando a ciò che la seconda tranche di esuberi in Telecom produrrà nelle aziende dell'indotto, dopo aver assistito alla chiusura del settore ricerca della Ericsson, che ha prodotto circa 300 esuberi. I numeri delle ultime settimane sono abbastanza inusuali per la Capitale: più di 500 posti bruciati alla Ediesse e circa la metà alla Engineering, entrambi del settore informatico. «La crisi dei settori innovativi, che dovrebbero portare l'aumento del prodotto interno lordo - spiega Roberta Turi, della segreteria della Fiom - sono i settori più colpiti. E questo è molto preoccupante. Vengono espulse persone molto qualificate e intorno ai quaranta anni, che hanno un'alta probabilità di non ritrovare più una nuova collocazione». Con il nuovo anno, poi, si comincerà a fare i conti con un'altro tsunami, quello dell'Alitalia, dove l'indotto delle piccole e medie aziende che vanno dalla manutenzione all'informatica rischia di perdere diverse centinaia di posti di lavoro. In Veneto, infine, la situazione non è così drammatica, ma gli indici che tendono alla crescita zero fanno un po' paura. Un dato così non si registrava dal 2005. Nei primi otto mesi dell'anno le ore di cassa integrazione sono state oltre 3.880.000 contro 2.500.000 nello stesso periodo del 2007. Per ora forti ripercussione sull'occupazione, spiegano i sindacalisti, non se ne vedono, ma solo per il fatto che si va erodendo tutta la fascia del lavoro precario legato alle imprese che lavorano in subappalto.

 

Incontenibile Berlusconi: «Cambiare la Costituzione» - Frida Nacinovich

One man show, magari fosse Vinicio Capossela. Invece è Silvio Berlusconi che alla presentazione dell'ultimo libro di Bruno Vespa si concede a telecamere e taccuini come suo costume. Parla a tutto campo il presidente del Consiglio. Bruno Vespa c'è, le telecamere anche, il salotto è servito. Come un falco Berlusconi ne approfitta, vola su tutti gli argomenti politici per dettare la linea. La sua linea. Il messaggio è preciso, inequivocabile: la Costituzione della Repubblica si può cambiare. Del resto non l'ha scritta lui. Si vede. Dalle prole del premier si capisce che Pierferdinando Casini è tornato nelle file dei buoni. Che Walter Veltroni è tornato nelle file dei cattivi. Comunista era, per Berlusconi comunista è rimasto, eccetto una breve parentesi all'indomani del risultato elettorale di aprile. Anche perché quando si vince siamo tutti più boni. E l'uomo di Arcore ha vinto, è conscio del suo enorme potere, ne approfitta. «Non mi sederò mai al tavolo con questa sinistra leninista e antidemocratica». Dice proprio così: leninista e antidemocratica. In un batter di ciglia, il Cavaliere chiude la porta a un dialogo parlamentare sulla riforma della giustizia. «Ha ragione Bonaiuti quando dice che sono marxisti - spiega - Ci vuole un cambio di generazione per avere da noi una socialdemocrazia. Non accetto di parlare con questo tipo di persone». Mago Silvio fa l'incantesimo: bidibibodibibù e il dialogo con il Pd non c'è più. Parla di sé in terza persona, accosta il suo governo al paradiso di Dante, Berlusconi dà sfoggio della sua naturale propensione all'autoritarismo monarchico. «Il libro di Vespa "Viaggio in un'Italia diversa" - osserva il Cavaliere - mi ricorda il poema dantesco: c'è l'inferno, il purgatorio e il paradiso, cioè l'attuale governo». Pubblico in delirio. Quello non manca mai. L'occasione è ghiotta e il falco di Arcore scende in picchiata. Insiste in particolare sul tema della giustizia. Sottolinea che il governo è pronto anche a «cambiare la Costituzione». Proprio così: «Cambiare la Costituzione». «La Carta si può cambiare e poi l'ultima parola spetta ai cittadini. Questa è la democrazia», afferma il presidente del Consiglio. O meglio, il concetto di democrazia che ha Silvio Berlusconi. Un concetto che esclude il Parlamento da discussioni e decisioni sostanziali. Ricordando di essere reduce da un tour di 21 giorni in Medioriente, Berlusconi trova anche il tempo di fate una riflessione amara sul nostro Paese. «Ho visto - dice - che c'è una grande distanza tra loro e noi, poi tornando qui ho trovato un'Italia molto provinciale. Siamo una piccola cosa, non la caput mundi che ha ispirato l'impero romano». Ma la sua Italia non era il giardino dell'eden? Le elezioni sono passate ora si tratta di governare il paese. E non è facile, in momenti del genere. Capitolo Udc, che come sottotitolo potrebbe avere "l'amico ritrovato". «Per Casini le porte del Popolo della libertà non sono aperte, sono spalancate». Lo conferma Berlusconi in un'intervista pubblicata sul mensile free press "Pocket", dopo aver accolto nel Pdl l'ex giornalista Rai e deputato Udc Francesco Pionati. «Casini ha deciso di non far parte del Pdl e ha scelto una strada che lo sta portando su posizioni che hanno deluso molti suoi elettori e buona parte degli ex dirigenti dell'Udc». L'uomo di Arcore ha sempre ragione, Casini se ne renderà conto. Sull'ipotesi che abbandoni la politica, il Cavaliere replica: «Mi sento ancora un ventenne». «In politica contano i valori, e Berlusconi - afferma parlando di sé in terza persona - si ispira alla libertà». Azzurra libertà. Il presidente del Consiglio attacca (ancora e ancora) la stampa e la tv italiana: «Sulla scuola la sinistra e i suoi giornali, in pratica l'85% di ciò che si stampa in Italia, sono riusciti per settimane a ribaltare la realtà. In televisione, certi programmi della Rai e non solo, fanno di peggio». Parola dell'imperatore delle televisioni. Berlusconi in fine ripete che il dialogo «con questo Veltroni» è impossibile. «Con il Veltroni che diceva basta alla demonizzazione dell'avversario politico, il dialogo sembrava possibile. Poi si è alleato con Di Pietro e ne ha seguito l'esempio accusandomi di regime». Fine delle trasmissioni, almeno per oggi.

 

«Coordinamento a sinistra? Prima il confronto sulle idee»

Vittorio Bonanni

Il 22 novembre scorso Paolo Ferrero aveva lanciato un appello sulle pagine di Liberazione alle differenti organizzazioni della sinistra italiana. Uscite tutte drammaticamente sconfitte le scorse elezioni politiche dove si erano presentate con il simbolo della Sinistra l'Arcobaleno, i vari partiti dovrebbero, sono queste le parole del segretario del Prc, «costruire un coordinamento al fine di favorire la costruzione di una vasta opposizione di sinistra nel paese, con l'obiettivo immediato di favorire la piena riuscita dello sciopero generale del 12 dicembre, da realizzarsi attraverso la costruzione di comitati in ogni città e la definizione di una vera e propria campagna politica». Abbiamo chiesto a Grazia Francescato, portavoce dei Verdi dal 19 luglio scorso, di dire la sua sulla proposta dell'ex ministro e sullo stato attuale delle forze della sinistra. «Noi dobbiamo fare ricorso a due nobili virtù - dice l'esponente ambientalista - la prima è la pazienza e la seconda il coraggio. C'è un famoso poeta austriaco, Rainer Maria Rilke, il quale diceva che la pazienza è tutto. Nel senso che noi non dobbiamo avere fretta, dobbiamo capire che non usciamo da questo tunnel semplicemente con qualche formula tattica, con un copia incolla di sigle e senza aver appreso nulla dalla lezione della Sinistra l'Arcobaleno. E sotto l'urto della scadenza elettorale rifare l'errore che abbiamo già fatto». Quali sono le tappe del percorso che si dovrebbe seguire? Nella prima parte dobbiamo chiederci perché siamo percepiti dal nostro popolo come consunti, obsoleti e inadeguati a reggere le sfide del terzo millennio. A tutto questo non si risponde con trovate deboli, come un collage di sigle o cartelli elettorali improvvisati. Si deve invece rispondere con un pensiero forte che significa individuare le cause del nostro fallimento e ricostruire. Per questo mi piace l'iniziativa di sabato le "Primarie delle idee". Dobbiamo insomma costruire una rete intorno a dei contenuti. E questi contenuti devono essere in grado di rispondere alle esigenze autentiche di questo inizio di secolo. In altre parole dobbiamo rispondere alla domanda se siamo ancora utili al nostro popolo, al paese e al pianeta. La storia è implacabile. Se un partito o una forza politica non serve più viene spazzato via e viene sostituito da forze politiche che a noi possono non piacere, come la Lega, ma che rispondono a delle esigenze autentiche. E per costruire qualcosa di nuovo c'è bisogno di tempo. Quindi alle europee ogni forza di sinistra va per conto proprio? Facciamo finta per un momento che non ci siano le europee. Dobbiamo unire le esigenze politiche con un progetto del mondo. E se questo progetto non risponde alle esigenze reali del nostro popolo noi possiamo andare da soli o in tre, ma non servirà a niente. Insomma il progetto chiave è il confronto sulle idee e la redazione di una strategia politica di lungo cammino che richiede molta pazienza. E anche il coraggio di resistere ad una duplice tentazione: da un lato l'omologazione. In questo senso il caso Luxuria è emblematico. Con tutto il rispetto per il vostro giornale mi ci è voluta una settimana per riprendermi da quella vicenda. Dall'altro resistere alla tentazione dell'identità a oltranza. Intendiamoci, l'identità è una cosa bellissima quando è coscienza del valore della propria diversità. Diventa letale quando diventa un rifugio circondato da un filo spinato. Bisogna invece avere il coraggio di fare un passo verso il mare aperto, anche se non so se potrà essere fatto prima delle europee. E qualcosa di veramente nuovo non nascerà certo dalle incubatrici di una classe politica che cerca di sopravvivere. Quale proposta allora? Che dobbiamo fare delle battaglie su dei punti forti. Come il pacchetto clima, un vero banco prova. Come sinistra facemmo un grande lavoro sulla finanziaria proprio sul clima ottenendo dei successi notevoli. Su contenuti che rispondono ad esigenze reali abbiamo costruito una dimensione politica. Questo tipo di modalità è quella che vedo anche per le altre cose. E che sta nascendo per esempio sulla scuola, altra esigenza reale. Poi il passaggio dello sciopero di domani su tutta la grande tematica del lavoro. E un altro contenuto forte che abbiamo è l'acqua. E la battaglia contro la privatizzazione di questo bene di prima necessità è solo della sinistra. Tutte queste battaglie qui sono quelle che segnano la nostra diversità e delineano anche un nostro percorso comune.

 

Repubblica – 11.12.08

 

Il potere unico - EZIO MAURO

Siamo dunque giunti al punto. Ieri Berlusconi ha annunciato l'intenzione di cambiare la Costituzione, a colpi di maggioranza, per "riformare" la giustizia. Poiché per la semplice separazione delle carriere non è necessario toccare la carta costituzionale, diventa chiaro che l'obiettivo del premier è più ambizioso. O la modifica del principio previsto in Costituzione dell'obbligatorietà dell'azione penale, o la creazione di due Csm separati, uno per i magistrati giudicanti e uno per i pubblici ministeri, creando così un ordine autonomo che ha in mano la potestà della pubblica accusa, il comando della polizia giudiziaria e il potere di autocontrollo: e che sarà guidato nella sua iniziativa penale selettiva dai "consigli" e dagli indirizzi del governo o della maggioranza parlamentare, cioè sarà di fatto uno strumento della politica dominante. Viene così a compiersi un disegno che non è solo di potere, ma è in qualche modo di sistema, e a cui fin dall'origine il berlusconismo trasformato in politica tendeva per sua stessa natura. Il passaggio, per dirlo in una formula chiara, da una meccanica istituzionale con poteri divisi ad un aggregato post-costituzionale che prefigura un potere sempre più unico. Un potere incarnato da un uomo che già ha sciolto se stesso dalla regola secondo cui la legge era uguale per tutti con il lodo Alfano, vero primo atto della riforma della giustizia, digerito passivamente dall'Italia con il plauso compiacente della stampa "liberale" ormai acquisita al pensiero unico e alla logica del più forte. Oggi quel prologo vede il suo sviluppo logico e conseguente. Ovviamente la Costituzione si può cambiare, come la stessa carta fondamentale prevede. Ma cambiarla a maggioranza, annunciando questa intenzione come un trofeo anticipato di guerra, significa puntare sulla divisione del Paese, mentre il Capo dello Stato, il presidente della Camera e persino questo presidente del Senato ancora ieri invitavano al dialogo per riformare la giustizia. Con ogni evidenza, a Berlusconi non interessa riformare la giustizia. Gli preme invece riformare i giudici, come ha cercato di fare dall'inizio della sua avventura politica, e come può fare più agevolmente oggi che l'establishment vola compatto insieme con lui, due procure danno spettacolo indecoroso, il Pd si lascia incredibilmente affibbiare la titolarità di una "questione morale" da chi ha svillaneggiato la morale repubblicana e costituzionale, con la tessera della P2 ancora in tasca. Tutto ciò consente oggi a Berlusconi qualcosa di più, che va oltre il regolamento personale dei conti con la magistratura. È l'attacco ad un potere di controllo - il controllo della legalità - che la Costituzione ha finora garantito alla magistratura, disegnandola nella sua architettura istituzionale come un ordine autonomo e indipendente, soggetto solo alla legge, dunque sottratto ad ogni rapporto di dipendenza da soggetti esterni, in particolare la politica. Il governo che lascia formalmente intatta l'obbligatorietà dell'azione penale, ma interviene sul suo "funzionamento" - come ha annunciato ieri il Guardasigilli Alfano - attraverso criteri suoi di "selezione" dei reati e "canoni di priorità" nell'esercizio dell'accusa, attacca proprio questa garanzia e questa autonomia, subordinando di fatto a sé i pubblici ministeri. Siamo quindi davanti non a una riforma, ma a una modifica nell'equilibrio dei poteri, che va ancora una volta nella direzione di sovraordinare il potere politico supremo dell'eletto dal popolo, facendo infine prevalere la legittimità dell'investitura del moderno Sovrano alla legalità. Eppure, è il caso di ricordarlo, la funzione giurisdizionale è esercitata "in nome del popolo" perché nel nostro ordinamento è il popolo l'organo sovrano, non il capo del governo. Altrimenti, si torna allo Statuto, secondo cui "la giustizia emana dal Re, ed è amministrata in suo nome". Questa e non altra è la posta in gioco. Vale la pena discuterla davanti al Paese, spiegando la strategia della destra di ridisegnare il potere repubblicano dopo averlo conquistato. Ma la sinistra sembra prigioniera di una di quelle palle di vetro natalizie con la finta neve che cade, cercando di aprire (invano) la porta della Rai, come se lì si giocasse la partita. Fuori invece c'è il Paese reale, con il problema concreto di una crisi che ridisegna il mondo. A questo Paese abbandonato, Berlusconi propone oggi di fatto di costituzionalizzare la sua anomalia, sanandola infine dopo un quindicennio: e restandone così deformato.

 

La Stampa – 11.12.08

 

"Il decreto sulle intercettazioni impedisce le indagini di mafia"

ROMA - Con la riforma delle intercettazioni messa a punto dal governo sarà sempre più difficile indagare sulla mafia. A lanciare l’allarme è il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini nel corso della sua audizione in commissione Giustizia della Camera sul ddl intercettazioni. «Formalmente le indagini sulla criminalità organizzata si possono fare - aggiunge Cascini - ma poi nella pratica questo si rivelerebbe impossibile visto che con il provvedimento del governo diventeranno intercettabili solo reati con condanne superiori ai 10 anni». E questo significa che «l’indispensabile strumento delle intercettazioni» non potrà essere usato per tutta una serie di reati compiuti normalmente dai mafiosi come, ad esempio, la turbativa d’asta, l’estorsione ecc. ecc.». «A meno che - prosegue Cascini - non si voglia sostenere che la mafia sia solo narcotraffico e omicidio». «Con questo ddl, poi - sottolinea l’esponente dell’Anm - sarà impossibile intercettare i detenuti mafiosi quando telefonano in carcere o durante i colloqui con i familiari». Cascini, nel corso della sua audizione in commissione Giustizia della Camera, ribadisce anche la contrarietà dell’Anm all’ipotesi di estendere il campo di applicazione delle intercettazioni preventive rispetto a quelle processuali. «Abbiamo espresso delle perplessità molto serie - dice il segretario dell’Anm Giuseppe Cascini - sull’ipotesi di ampliare il novero dei casi in cui sia possibile procedere con intercettazioni preventive a scapito delle intercettazioni processuali». «Questa soluzione ridurrebbe le garanzie fondamentali dei cittadini e - afferma ancora il pm - contemporaneamente comporterebbe anche una drastica riduzione dei possibili accertamenti di gravi fatti illeciti». «Abbiamo ribadito - sostiene Cascini - che l’Anm è favorevole a una disciplina molto rigorosa sulla possibilità di diffondere e di pubblicare intercettazioni telefoniche contenenti fatti non rilevanti per l’accertamento nel processo penale attraverso il meccanismo del filtro anticipato che esclude il materiale non rilevante da custodire in archivi riservati». L’Anm ribadisce anche che «la riduzione della possibilità di utilizzare lo strumento delle intercettazioni, determinerebbe oggettivamente la riduzione della capacità di contrasto dei fenomeni criminali da parte di forze dell’ordine e magistratura». «Riducendo il novero dei reati - conclude Cascini - è nelle cose che si riduca anche la capacità di indagare sulla mafia e sul terrorismo».

 

Siamo tutti arrabbiati – Flavia Amabile

Siamo tutti arrabbiati, ogni giorno di più. Sei italiani su cento sono in causa col vicino. Sono due milioni di processi, la metà esatta di tutto il contenzioso che invade le affollate aule dei giudici di pace. Ogni anno si spendono tre miliardi di euro per le liti condominiali, che qualche volta trascendono e finiscono in tragedia: il 3,5 per cento dei delitti, rivela un rapporto Eures, matura nei rapporti di vicinato. Nella classifica dei litigi - compilata dai 13 mila amministratori di condominio dell’Anammi - al primo posto ci sono i rumori che rubano il sonno: mobili spostati alle due di notte, subwoofer che fanno tremare i muri, cagnette che latrano e lavatrici che centrifugano. Poi vengono le contese sull'uso degli spazi comuni. Al terzo posto, i rumori nelle aree condominiali, e poi il braccio di ferro sugli animali domestici. Si arriva, così, a due milioni di cause, un bel verminaio di dispetti e ritorsioni diretto alle aule di tribunale dove occupa la metà dei giudizi civili e un bel numero di processi penali. A Roma la quinta sezione del Tribunale si occupa solo di contenzioso condominiale. Nelle udienze un magistrato dà retta, di solito, a cinque o sei avvocati contemporaneamente, sommerso da una montagna di citazioni, notifiche, memorie e comparse che dopo tre anni di udienze costeranno ai litiganti in media dai due ai tremila euro ciascuno. Il grosso delle contese approda sulle scrivanie dei giudici di pace. Quelli civili affrontano le questioni che si risolvono col denaro, in maggioranza tra condomini e amministratori. Quelli penali devono invece dipanare le matasse più complicate, uno spinoso groviglio di antichi torti e di quotidiane vendette che invoca giustizia per ingiurie, molestie, danneggiamenti e disturbo della quiete. Secondo l'Anaci (un'altra associazione di amministratori immobiliari) il 73 per cento dei contrasti si risolve infatti bonariamente prima di finire sulla carta bollata, durante le assemblee condominiali. Dunque, quei due milioni di cause sono solo un quarto delle liti. E di questo 27 per cento, quelle che arrivano alla sentenza sono appena due su cinque, perché le altre tre si chiudono dopo le prime udienze con un accordo tra gli avvocati. I quali si dividono in due categorie: quelli che gettano benzina sull'ira infuocata del cliente, pensando alla parcella che gli spediranno, e quelli che onestamente gli dicono la verità, avvertendolo che sarà molto, molto difficile ottenere un risultato concreto perché in queste questioni lo Stato non riesce nemmeno a decretare chi vince e chi perde.

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Quattro storie di ordinaria follia

Ospedale Cardarelli di Napoli, un mese fa circa. Tre fratelli vanno a salutare la madre malata. L’orario di visita è terminato da pochi minuti. All’ingresso c’è una guardia giurata che non li fa passare. I tre fratelli, una donna di 25 anni e due ragazzi di 17 e 15 anni, non si rassegnano. Hanno trovato molto traffico, vengono da fuori e intendono vedere la madre. Protestano, vogliono entrare a tutti i costi. La guardia giurata chiama due poliziotti, poi l’agente di polizia del drappello ospedaliero ma loro se la prendono anche con i nuovi arrivati. Ormai siamo alla zuffa. Scatta l’allarme al centro operativo della questura. Per bloccare i tre fratelli è necessario l’intervento di altri due agenti. Alla fine i tre fratelli vengono denunciati a piede libero per resistenza a pubblico ufficiale e i sei agenti intervenuti condotti in ospedale per lesioni.

Una salumeria di Torre del Greco, lo scorso novembre. Una mattina la titolare, M.F., 55 anni, decide di farsi pagare una spesa lasciata in sospeso alcuni giorni prima. Telefona a casa del debitore: lui non c’è, parla con la moglie, R.L., che non sa nulla del debito. Volano minacce e intimidazioni, la donna decide di andare in salumeria a chiarire e pagare. La accompagnano la madre e il figlio di tre anni. La padrona della bottega la accoglie con graffi e lancio di prodotti presi a casaccio dal banco mentre il bimbo scoppia in lacrime nel vedere la mamma aggredita con violenza. La donna è stata accompagnata all’ospedale di Boscotrecase dove le hanno diagnosticato lesioni ed escoriazioni sul viso e sul corpo. La titolare del negozio è stata denunciata ai carabinieri. Il conto non pagato ammontava a 50 euro.

Siamo a Siracusa. E’ agosto di quest’anno, fa molto caldo. In un palazzo di viale Tica c’è B.L.. Fra i condomini tutti si conoscono molto bene e sono all’aperto nella speranza di godere di un po’ di fresco. Un vicino con cui B.L. aveva problemi già da un po’ inizia ad insultarlo. Dopo qualche istante, dalle parole il vicino passa ai fatti e inizia a lanciare su B.L. anche delle uova. A quel punto B.L. non riesce più a controllarsi. Torna in fretta nel suo appartamento mentre escogita una vendetta. Trova un modo per attirare il vicino, attende con pazienza che bussi alla porta. Quando sente il suono del campanello apre e restituisce l’aggressione ma non con insulti o uova: con un’ascia e lo ferisce. Il vicino viene condotto in ospedale mentre B.L. viene denunciato per detenzione di arma da taglio di genere vietato e per lesioni personali.

Alla periferia di Sanremo nel 2005. In una palazzina di un alloggio popolare abita R. M., di 49 anni Al piano superiore abita una signora. Tutto andrebbe bene, in fondo, se tra i due non nascesse ad un certo punto una lite a proposito della musica ascoltata a volume troppo alto. La lite va avanti per un po’ di tempo poi una sera, in base all’accusa, R.M., esasperato, prende un trapano, sale su una sedia o un mobile in modo da raggiungere il soffitto. Accende il trapano e inizia a bucare intonaco e mattoni fino ad arrivare dall’altra parte, al pavimento della donna. Non contento, fa lo stesso con la porta d’ingresso della vicina. In primo grado, davanti al giudice di pace, viene assolto per insufficienza di prove visto che la signora non si era presentata in udienza. Due mesi fa sulla vicenda è iniziato il processo in appello.

 

Corsera – 11.12.08

 

L'Italia degli «atenei inutili». In 33 nemmeno una matricola

Gian Antonio Stella

Zero, zero, zero, zero, zero... È tutta lì, la fotografia della follia dell'Università italiana. Nella ripetizione per 33 volte, nella casella «immatricolati» di altrettanti «atenei» distaccati, del numero «0». Neppure un nuovo iscritto. Manco uno. Prova provata che la decisione megalomane e cocciuta di volere a tutti i costi almeno un corso di laurea sotto il campanile era totalmente sballata. Il dato, che conferma le denunce più allarmate, è contenuto nel Rapporto annuale 2008 sul nostro sistema universitario. Il rapporto (i cui dati sono del 2007, qua e là aggiornati fino alla primavera scorsa) viene presentato oggi da Mariastella Gelmini. E possiamo scommettere che accenderà un dibattito infuocato. Perché delle due l'una: o queste cifre sono corrette (e se è così in molti casi serve un lanciafiamme) o lo sono solo in parte. E in questo caso il quadro sarebbe paradossalmente ancora più grave. Ogni numero del documento, infatti, risulta ufficialmente fornito alla banca dati del Miur dagli stessi atenei. Il rapporto, si capisce, offre una carrellata su un sacco di cose. Dice che gli studenti stranieri sono al massimo il 7,1% (a Trieste) e si inabissano allo 0,1 a Messina. Riconosce che la spesa media per ogni giovane iscritto negli atenei statali è di 8.032 euro contro i 15.028 che vengono spesi in Austria o i 23.137 in Svizzera. Spiega che siamo «al terzo posto al mondo, e addirittura al primo in Europa, per accessibilità, cioè per il numero di università (e relativi studenti) che si trovano tra le prime 500 università», ma che al contrario scivoliamo al 30˚ «per Flagship, ovvero per la qualità delle primissime università». Denuncia che le spese per il personale sono passate dal 2001 al 2006 da 5 miliardi e 764 milioni di euro a quasi 8 miliardi. Annota che l'età media dei docenti si è inesorabilmente alzata ancora. LE CLASSIFICHE Riporta le classifiche mondiali elaborate dalla Quacquarelli Symonds, secondo le quali abbiamo solamente 10 università nelle prime 200 d'Europa (contro 47 del Regno Unito, 37 della Germania, 19 della Francia o 12 dell'Olanda, che ha un quarto dei nostri abitanti) e per di più queste, ad eccezione del Politecnico di Milano, di Padova e della Federico II di Napoli, perdono nel 2008 nuove posizioni rispetto alla già scoraggiante hit-parade dell'anno precedente. I numeri più impressionanti, però, sono forse quelli che dimostrano l'assurdità della moltiplicazione di «città universitarie». Cioè di paesotti, borghi e contrade a volte microscopici che hanno fortissimamente voluto qualcosa che potesse definirsi «universitario» come simbolo di riscatto o di promozione sociale alla pari di uno svincolo autostradale o di una circonvallazione. Una mania ridicolizzata dal costituzionalista Augusto Barbera con una battuta irresistibile: «Sogno di trovare all'ingresso dei paesi il cartello "comune de-universitarizzato"». Un esempio per tutti? Poggiardo, seimila anime tra Maglie e Santa Cesarea Terme, in provincia di Lecce, dove il sindaco Silvio Astore non si è dato pace finché non ha avuto un distaccamento della Lum, Libera università mediterranea: «Il nostro paese è oramai una meravigliosa realtà accademica d'eccellenza e concorre a pieno titolo a un rilancio culturale del tessuto socioeconomico del territorio». Dice dunque il Rapporto annuale del ministero, liquidando questi «napoleonismi» campanilistici, che su 239 «città universitarie» inserite nel «catalogo» (anche se i conti non tornano con altri studi, come quello di Salvatore Casillo, Sabato Aliberti e Vincenzo Moretti, tre docenti salernitani autori mesi fa di un censimento che aveva contato 251 comuni che ospitavano almeno un corso di laurea) molte esistono ormai solo sulla carta. E dopo essere appassite in una manciata di anni, risultano somigliare a certi Enti Inutili che si trascinano dietro pendenze varie che ne ostacolano l'immediata soppressione. Numeri ufficiali alla mano, 42 «atenei» hanno meno di cinquanta immatricolati, 20 ne hanno meno di venti (Moncrivello, Bisceglie e Pescopagano 12, Caltagirone e Andria 11, Figline Valdarno 5, Trani uno solo) e trentatré, come dicevamo all'inizio, non hanno più un solo studente che si sia aggiunto agli iscritti precedenti. Iscritti che in rari casi erano abbastanza numerosi (esempio: 480 ad Acireale), ma nella grande maggioranza dei casi erano già talmente pochi da fare impallidire chi si era incaponito sulla voglia di aprire una sede che potesse dirsi «universitaria». Venticinque studenti in totale al corso di «Tecniche erboristiche» a Bivona (dove non ci sono mense né pensionati né postazioni Internet né laboratori né biblioteche), 41 a Sanluri, che coi suoi 8.519 abitanti è il capoluogo della provincia sarda di Medio Campidano, 11 nell'emiliana Varzi, 4 a Corigliano Calabro e nella siciliana Vittoria. E poi un solo sopravvissuto a Spoleto, Città della Pieve, San Casciano in Val di Pesa... Al di là di questo e quel caso singolo, più o meno tragico o ridicolo, è un po' tutto il sistema da riformare. Lo dice, ad esempio, il presidente della Provincia di Agrigento Eugenio D'Orsi. Il quale, in crisi coi conti, ha sparato a zero sul modo in cui è stato costruito il polo universitario agrigentino, legato a quello di Palermo, dicendo che è del tutto «superfluo avere ben 17 corsi di laurea uno dei quali addirittura con un solo studente». Tanto più che un docente portato a insegnare nella valle dei Templi costa quasi il triplo più che nella città di santa Rosalia. Al «modello Celano» è stata dedicata qualche settimana fa un'inchiesta del Messaggero. Che si è chiesto che senso avesse mettere su, in un «borgo montano sperduta nel nulla » con le aule affacciate sui monti della Marsica, un corso di laurea in Ingegneria Agro-Industriale. Corso partito quest'anno con 17 matricole e 7 professori. Uno ogni due studenti. Il tutto finanziato («Noi non ci rimettiamo un euro», ci tiene a spiegare il rettore dell'Università dell'Aquila Ferdinando di Orio) da un Consorzio voluto dal Comune, banche e alcune aziende locali. Il record però, probabilmente, è di Sorgono, un paese sardo che coi suoi 1.949 abitanti è meno popolato di certi palazzoni popolari nelle periferie delle metropoli. Senza una facoltà proprio non riusciva a stare. Adesso c'è un corso di laurea in Informatica. Se dovesse non essere sufficiente (nessun immatricolato nuovo, ma i vecchi iscritti sono 38: wow!), il panorama nazionale è in grado di suggerire un mucchio di corsi alternativi. Tra le migliaia e migliaia già offerti ai più fantasiosi studenti italiani, almeno alcuni meritano una segnalazione: «Scienze e Tecnologie del Fitness e dei Prodotti della Salute», «Scienze del Fiore e del Verde», «Etologia degli Animali d'Affezione»...

 

La rinuncia suicida -  FRANCO VENTURINI

Stupisce, e non poco, che un idealista convinto come Bernard Kouchner abbia scelto il compleanno della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo per rilevare la «contraddizione permanente» che esisterebbe tra la politica estera degli Stati e, appunto, la difesa dei diritti umani. Nella sortita del capo del Quai d'Orsay le beghe della politica interna transalpina hanno sicuramente avuto una parte, ed è anche possibile che le parole di Kouchner, come talvolta gli capita, siano andate più lontano del suo pensiero. Ma quando un ministro degli Affari esteri della Francia, Paese che vuole essere la patria delle libertà e dei diritti, enuncia una visione «pragmaticamente» riduttiva dei diritti umani nel mondo, corre egualmente l'obbligo di prenderlo sul serio. Perché il suo assunto è sbagliato. E anche perché molti, troppi nel nostro Occidente, la pensano come lui comodamente nascosti dietro vili cortine fumogene di retorica umanitaria. La politica estera di un governo liberal-democratico incontra certo una serie di ostacoli oggettivi, e la difficoltà a difendere diritti umani quanto si vorrebbe o si dovrebbe è uno di questi. Occorre gettare luce sull'angolo oscuro della coscienza occidentale? Dal Ruanda di ieri al Darfour e al Congo di oggi, dagli abusi dittatoriali di ogni colore ai milioni di bambini che ogni anno muoiono di fame e di stenti, i diritti umani hanno acquistato una loro perversa relatività. Il «dovere di proteggere» sancito dall'Onu scatta quando le circostanze e gli interessi lo permettono, i genocidi vengono alternativamente evidenziati o rimossi, mancano il più delle volte risorse, volontà politiche e consensi interni per esercitare un diritto di ingerenza che pure ha trovato collocazione permanente nel sentire contemporaneo. Ma se la difesa dei diritti umani incontra spesso limiti oggettivi (peraltro in questi giorni si discute di mandare nuove forze di pace in Congo, e di iniziative più efficaci per rimuovere dal potere Robert Mugabe), ben altra cosa è la «contraddizione permanente» evocata da Kouchner. Come se l'impotenza dovesse comunque prevalere. Al contrario di quanto suggerisce il ministro francese, la difesa dei diritti umani è e resta un obbligo fondamentale e non rinunciabile di ogni Stato. Il problema che si pone rispetto agli orientamenti della politica estera consiste appunto nel gestire ogni eventuale conflitto di strategie e di interessi allargando l'area dei principi libertari a scapito delle altre, superando — e non rendendo «permanenti» — le contraddizioni congiunturali, affermando, in definitiva, quei valori che sono alla base della comunità occidentale. Senza nascondersi che talvolta i compromessi risultano inevitabili (si pensi ai Giochi olimpici in Cina). Ma senza nemmeno alzare le mani e consegnarsi al pragmatismo di una rinuncia suicida. Sarkozy ha appena incontrato il Dalai Lama, suscitando l'ira di Pechino. Questa è la via giusta, e oltretutto i rapporti cino-francesi non ne soffriranno più di tanto. Possibile che l'ex portabandiera dei Médecins sans frontières abbia saltato il fosso e smentito il suo presidente? Preferiamo credere di aver frainteso. Ma ben venga la provocazione di Kouchner, se può servire ad aprire un dibattito e a smascherare gli umanitari da salotto.


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