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SCIOPERO GENERALE

Manifesto – 13.12.08

 

Sciopero generale. È soltanto l'inizio di un lungo cammino

Loris Campetti

Stando alle veline del «glorioso Minculpop», ieri in Italia non ha scioperato nessuno. Fabbriche e uffici pieni, piazze vuote con la pioggia torrenziale a farla da padrona. Se avete incontrato nei vostri percorsi cittadini migliaia di lavoratori in corteo vi siete sbagliati: non avete incontrato nessuno. Se avete aspettato inutilmente il tram, avete sbagliato fermata. I Brunetta e Sacconi, scimmiottando il loro leader maximo, promettono che tireranno dritto. Anche secondo i padroni del vapore, dalla metalmeccanica Marcegaglia al suo collega confcommerciante Rivolta, fingono di esultare per il finto fallimento dello sciopero della Cgil. Le aziende tirano sui numeri delle adesioni nei loro capannoni. come fanno i ministri in guerra contro i pubblici dipendenti negli ospedali. Cisl e Uil corrono a ruota, nella sostanza si rammaricano per la loro solitudine e sperano in un ravvedimento di Epifani. Poi c'è un paese reale, in cui un sindacato si sente solo quando perde il contatto con la sua gente, e non se ha contro i padroni e il governo sostenuti da due sindacati complici dello strazio che si sta facendo della quantità e della qualità del lavoro. Contro, la Cgil, ha anche la stragrande maggioranza dei media. Non ha contro i lavoratori, però, sballottati tra la cassa integrazione e i licenziamenti. Che lo sciopero di ieri sia riuscito nelle fabbriche e negli uffici vuol invece dire che gli operai dell'industria e gli impiegati del pubblico impiego, i cui salari a rischio sono ridotti all'osso - e con l'osso non si mangia - ci dice che c'è un consenso diffuso alla critica che la Cgil rivolge alle scelte economiche e sociali disastrose e classiste di Berlusconi e soci. Bisognerà abituarsi ad avere contro tutti i poteri, senza neanche poter contare su una forte opposizione: vuoi perché non è forte, vuoi perché si appassiona più alle elezioni in Abruzzo oggi e a Strasburgo domani che alle condizioni di chi dovrebbe votare per loro, e in molti da tempo ha smesso di farlo. Certo, è difficile in un mondo mediatizzato trovarsi senza microfono. Forse bisogna passare più tempo a parlare con le persone in carne e ossa nelle fabbriche e nei territori, passando meno tempo nei talk show dove i cittadini sono ridotti alla condizione di telespettatori e i presunti oppositori a complici. Formalmente lo sciopero di ieri, che a un operaio di Mirafiori nell'unica settimana di lavoro nell'arco di un mese costa tra i 50 e i 60 euro, era contro il governo, nella sostanza però era anche contro la Confindustria che detta le sue leggi ai burattini di palazzo Chigi. Sarebbe meglio se anche la Cgil, che ha subito una valanga di accordi separati, lo dicesse con maggiore chiarezza. Questo sciopero è riuscito, tenuto conto delle drammatiche condizioni economiche, sociali e politiche e ci insegna tante cose. Per esempio che i precari non possono scioperare, salvo essere rispediti a casa con un mese di anticipo sulla scadenza del contratto. A questo è ridotto il mondo del lavoro. Lo sciopero di ieri va inteso come l'inizio di un lungo cammino, fatto più di conflitto che di concertazione perché gli interlocutori con cui concertare hanno dichiarato guerra ai lavoratori e a chi cerca di rappresentarli. Gli scioperi non sono né una ginnastica muscolare né una scelta estetizzante, per chi lavora sono un grande sacrificio. Agli scioperi si aderisce quando se ne condividono le ragioni, se si è liberi di scegliere e sempre meno lavoratori lo sono, se servono a strappare dei risultati. Non è per mostrare i muscoli o per fare il gioco del più uno che ieri, da Napoli e da Brescia, i segretari generali della Fiom e della Funzione pubblica hanno ricordato (anche alla Cgil) che con l'anno nuovo torneranno a scioperare per otto ore e si ritroveranno, magari insieme, a manifestare a Roma. Per strappare risultati, per difendersi dalla crisi. Per riunificare le lotte.

 

I lavoratori insieme contro tutti - Antonio Sciotto

BOLOGNA - La pioggia non scoraggia chi è sceso in piazza: tre lunghi cortei si snodano tra i portici di Bologna, scorrono fiumi di ombrelli e bandiere della Cgil. Operai in cassa integrazione, pensionati, precari. Insegnanti, infermieri, dipendenti del commercio e delle industrie alimentari. Chimici, edili, tanti volti di immigrati. Operatori dei call center, studenti dell'Onda. Il Paese è in gravissima difficoltà, lo dicono i cassintegrati che questo mese prenderanno 700 euro, o i giovani (e non solo) che per la prima volta non vedranno busta paga, dopo anni di precariato: ma vogliono essere per strada, si canta e si balla sotto gli impermeabili, per resistere al freddo. Un faccione di Berlusconi in cartapesta è arrivato dal carnevale di Viareggio: ride a tutti denti e indossa un copricapo papale. La scuola non dimentica: «Per noi ci sono volute settimane di mobilitazione, e alla fine Gelmini ha fatto un mezzo passo indietro - dice la portavoce dell'Assemblea genitori e insegnanti di Bologna - Per le scuole private, invece, i soldi li hanno trovati in 24 ore: sono bastate le proteste di un vescovo». C'è anche un pupazzone di Brunetta, e una Gelmini scolaretta, con i classici occhialetti da secchiona, il grembiulino candido e un fioccone rosa. La crisi si esorcizza con un sorriso, ma dagli sguardi si intuisce che questo Natale non sarà come quelli passati. «Per la prima volta c'è il terrore di perdere il posto, e di non trovarne un altro - interpreta il segretario Guglielmo Epifani dal palco montato in Piazza Maggiore - Pensiamo ai tanti ragazzi che negli anni scorsi sono venuti al Nord dal Mezzogiorno: adesso dovranno fare le valigie e tornare a casa, senza prospettive. Pensiamo ai 112 precari della Maserati di Modena, che ieri hanno saputo che non verranno rinnovati: sono il simbolo di quello che sta accadendo, e il governo non fa nulla». «Siamo in duecentomila». Ci sono voluti oltre 600 pullman e due treni speciali per fare arrivare i lavoratori da tutta la regione. L'elenco delle fabbriche presenti e dei posti di lavoro non può che essere parziale: Saeco, Magneti Marelli, Ducati di Bologna; Interpump, Meta System, Coopbox di Reggio Emilia; l'Ospedale Maggiore, la Barilla di Parma; la Flc, la Filcams, la Spi, la Funzione pubblica di Piacenza. Rosalba, precaria dell'Ospedale di Parma, parla dei tanti dipendenti pubblici che dal 1 luglio 2009 rischiano di essere messi alla porta, dopo 10 o 15 anni di contratti a termine, a causa delle «riforme» varate da Brunetta. Sara, della Tecnogas di Reggio Emilia, ricorda la condizione di tantissimi immigrati, che senza posto di lavoro possono perdere il permesso di soggiorno, e ricorda l'appello della Cgil: il governo sospenda per due anni la Bossi-Fini. Ci sono anche centinaia di studenti dell'Onda, il cui intervento viene cancellato all'ultimo momento a causa della pioggia: spiegano che le lotte per i servizi pubblici, la ricerca, la scuola e il lavoro devono marciare insieme. In piazza c'è Pierluigi Bersani, del Pd. Prima che parli Epifani, si osserva un minuto di silenzio per le vittime sul lavoro. Epifani indossa una sciarpa regalatagli dalla Fiom di Bologna: rossa e blu, come i colori della squadra cittadina. All'inizio del suo intervento ricorda Alexis, il quindicenne greco ucciso dalla polizia, ed esprime la solidarietà della Cgil «al sindacato e alla democrazia greca». Poi si rivolge a Berlusconi: «Occupati del Paese - dice - perché se non si agisce adesso, la crisi sarà devastante. Sono 400 mila i lavoratori in cassa in tutta Italia, 180 le imprese nella sola Bologna: e il peggio deve ancora arrivare. L'adesione al 50% di Mirafiori, alla vigilia della chiusura di tutti gli stabilimenti Fiat per un mese, è il segno della gravità della situazione». Il segretario chiede: «Ma perché il governo non fa nulla per gli ammortizzatori e il sostegno ai redditi? E dire che proprio il lavoro dipendente, nell'ultimo anno, mentre si allentava la lotta all'evasione fiscale, ha pagato 8 miliardi di tasse in più a causa del drenaggio fiscale. Non si potevano detassare le tredicesime? E ai pensionati, perché dare bonus e social card, che suonano come beneficenza?». «Berlusconi - continua Epifani - dice di aver investito 80 miliardi contro la crisi: poi diventano 16, e poi 6. E oggi, facendo i conti, scopriamo che non ha investito un solo euro: mentre in tutti gli altri paesi si stanziano grosse cifre». Alla Confindustria, il segretario dice: «Mi stupisco: pure loro dovrebbero avere interesse a chiedere investimenti, sostegno alla domanda e alle imprese». Un pensiero anche per il Testo unico sulla sicurezza: «Il governo e le imprese non lo tocchino, le sanzioni devono essere mantenute». Infine, un messaggio a Cisl e Uil: «Avremmo voluto che questa protesta fosse stata unitaria, ma noi siamo convinti di essere nel giusto. Si è visto come Gelmini abbia fatto una mezza marcia indietro e questo grazie alla grande manifestazione del 30 ottobre, alla mobilitazione dei giovani. Ecco a cosa serve lo sciopero, e più avanti si scoprirà che è servito anche quello di oggi».

 

L'Onda attraversa la protesta: «Uniamo il fronte contro la crisi»

Giacomo Russo Spena

Lo avevano invocato. E quando è stato proclamato, lo sciopero generale, non hanno potuto che «attraversarlo». Perché, ripetono da tempo, «bisogna mettere in connessione tutte quelle realtà che pagano la crisi». Ieri ci sono riusciti. L'Onda degli studenti torna a mobilitarsi con delle manifestazioni locali, in tutte le principali città: cortei autonomi con tanto di azioni e occupazioni. I numeri sono in realtà inferiori rispetto al passato ed evidenziano un'Onda un po' in risacca. Eppure i giovani dicono «di aver retto», nonostante la pioggia battente, parlando «di grande giornata d'opposizione sociale». A Roma la manifestazione più riuscita con con quasi cinquemila studenti che sfidano l'alluvione, partendo dalla Sapienza e «attraversando» sia il corteo dei sindacati di base che quello della Cgil. Portano allegria con le loro canzoni (il camion pompa a ripetizione l'Esercito del surf), balli e colori in una cupa giornata. Ad aprire, lo striscione «Contro tagli, precarietà e privatizzazioni, generalizziamo lo sciopero», subito dietro un enorme telo blu, sorretto da decine di persone, che sventola. Si simula quell'Onda che ha fatto indietreggiare, in parte, la ministra Gelmini. «E' solo una parziale vittoria» lo slittamento della riforma delle superiori, afferma Luca, «noi vogliamo il ritiro immediato di tutte le leggi di questo governo». Il taglio di un miliardo e mezzo d'euro per l'università infatti rimane. In piazza oltre agli studenti sfila il coordinamento genitori e insegnanti, con la scuola «ribelle» Iqbal Masih che apre lo spezzone. In coda c'è posto per il movimento Action e i Gruppi d'Acquisto Popolari, lì per contrastare il carovita e per far nascere «insieme alle altre specificità un nuovo soggetto sociale capace di autorappresentarsi». Lo striscione che sorreggono è eloquente: «L'opposizione si fa, non si declama». Intanto la pioggia si fa sempre più fitta, ma i manifestanti continuano a mettere pepe alla mobilitazione: i medi occupano uno stabile abbandonato (sgomberato però nel pomeriggio) e il comitato No-TurboGas lancia uova contro la sede della Sorgenia Spa, proprietaria della centrale a carbone di Aprilia. In contemporanea altri attivisti rioccupano l'Horus, centro sociale sgomberato il 21 ottobre scorso. Il corteo finisce, come solito, sotto il ministero dell'Istruzione dove inizia un lungo «assedio sonoro». Bandiere greche, in ricordo di Alexis (il ragazzo ucciso ad Atene), una commemorazione in piazza Fontana e il lancio di vernice ad una banca caratterizzano invece la manifestazione di Milano che parte dalla stessa piazza dei sindacati autonomi. Dirigendosi poi verso la Statale che viene occupata. Solo poche ore, a causa di tensioni nate tra gli studenti nella gestione. Stessa musica a Bologna, Napoli e Torino. L'alta marea, forse, non c'è più, ma comunque gli studenti continuano a farsi sentire.

 

Berlusconi: è tutto sbagliato. E il palazzo pensa ad altro

Daniela Preziosi

ROMA - Lo sciopero della Cgil «è il contrario di quello che si doveva fare». Il presidente del consiglio Silvio Berlusconi non spreca parole per liquidare le ragioni dei lavoratori che hanno aderito all'astensione e alle mobilitazioni di ieri. I suoi, invece, minimizzano, anche troppo per uno sciopero che dichiarano «inutile». «Noi ci auguriamo che, consumato questo rito comunque non positivo, si possa ritornare a parlare delle cose vere, a partire dalla protezione concreta dei lavoratori in carne ed ossa», dice il ministro del welfare Maurizio Sacconi. Ma se c'è un rito da consumare è quello di trito del governo: mandare in circolo, nel circuito mediatico, dati taroccati sulle mobilitazioni, parlare - come fanno molti esponenti della maggioranza - di «flop». «I dati che abbiamo indicano una bassissima adesione nel pubblico impiego, il ministero della funzione pubblica parla di un 7 per cento medio sulla base della rilevazione di legge alla quale è tenuto», dice Sacconi. Entrando subito in collisione con le cifre che arrivano dai sindacati, che parlano di un milione e mezzo di persone in piazza. Secca la replica di Carlo Podda, segretario della Funzione pubblica Cgil: le cifre comunicate dal ministero della pubblica amministrazione sull'adesione dei dipendenti pubblici allo sciopero indetto dalla Cgil sono «artefatte e menzognere». Il ministro Renato Brunetta prova a fare polvere e polemizzare, ma alla fine, in serata, il ministero deve aggiustare il tiro e correggere i numeri. Dall'altra parte dell'emiciclo la musica è diversa, anche se non è che si assista a un vero concerto. Molti dirigenti del Pd hanno partecipato alle manifestazioni, ma in pochi hanno azzardato dichiarazioni oltre l'argine dell'adesione personale. Lo fa Pierluigi Bersani, a Bologna, ricordando che la piattaforma della Cgil e le proposte economiche del Pd «coincidono». Lo fa Anna Finocchiaro, dal corteo di Roma: «La retromarcia completa del ministro Gelmini sulla scuola dimostra che manifestare il proprio dissenso, anche in piazza se occorre, è utile alla democrazia e ottiene risultati». Le richieste della Cgil e le proposte del Pd, dice, sono vicine: «Aumentare subito il potere di acquisto di stipendi, salari e pensioni con la riduzione delle imposte e di garantire prestiti alle piccole e medie imprese». E se il governo risponde picche «è giusto aprire gli occhi ai cittadini italiani». Il successo della Cgil costringe persino Dario Franceschini, numero due di Veltroni e capofila dei filo-cisl, a usare toni più cordiali con i manifestanti: «Ogni forma di sensibilizzazione per dare un forte segnale al governo affinché faccia scelte a favore dei redditi più bassi vanno bene. Però piange un po' il cuore che il sindacato in un momento così difficile non abbia la capacità di far prevalere le ragioni dell'unità e si distingua su alcune scelte». A Franceschini piange il cuore perché i sindacati si dividono. E forse anche perché le divisioni sindacali non uniscono il Pd. Problema conclamato, che ieri Walter Veltroni, da Parigi, ha provato a smentire per l'ennesima volta. «Il Pd non è diviso sullo sciopero, il fatto è che è sceso in campo un solo sindacato e noi lavoriamo per l'unità di tutte le forze sindacali». Sulle ragioni dei lavoratori, il segretario non si scompone troppo: «Che ci sia una protesta sociale in un momento così drammatico per tutte le famiglie degli italiani, e soprattutto per le famiglie dei lavoratori e dei precari, è del tutto naturale». Veltroni invoca l'unità, e non si accontenta di quella - già abbastanza improbabile - dei sindacati: «Quello che noi auspichiamo è che questa protesta, questa richiesta di un'alternativa salga unitariamente dalle forze sindacali, dalle forze sociali e dalle rappresentanze dell'impresa piccola e media». A esultare restano solo i leader della sinistra. Divisa, a ranghi ridotti e che per lo più se la prende con il Pd, la cui assenza «dispiace ma non stupisce», per dirla con Claudio Fava (Sd). Paolo Ferrero, segretario Prc, parla di «ottima riuscita» delle manifestazioni: «Adesso, però - aggiunge - bisogna proseguire, nelle lotte, e non fermarsi, per costruire una vertenza generale per uscire dall'attuale crisi economica a sinistra». Il suo predecessore Franco Giordano parla di «successo per la democrazia».

 

Verso sinistra. Oggi la prima tappa del nuovo partito – Matteo Bartocci

Almeno nelle intenzioni, si farà di tutto per evitare la solita sfilata di apparati o le inconcludenti liturgie delle assemblee di sinistra. L'appuntamento di oggi pomeriggio al teatro Ambra Jovinelli di Roma (dalle 14) è la prima uscita pubblica della «costituente per la sinistra» dopo il terremoto di aprile e il riavvicinamento tra Sd e gli altri partiti di sinistra. Per dire, gli interventi dal palco saranno di tre minuti tre, e chi «sfora» sarà redarguito a colpi di gong. Conduce Moni Ovadia e si assicurerà che uomini e donne che vorranno intervenire (in rigorosa alternanza di genere) saranno sorteggiati, in modo da mettere chiunque nelle stesse condizioni di dire la sua. Titolo unico per tutti: «Per me la sinistra è...», che somiglia un po' al «voglio» della campagna bertinottiana alle primarie dell'Unione. Piatto forte della giornata saranno le «primarie delle idee», un catalogo un po' scontato in cui si tratta di dare una priorità da 1 a 25 di principi come laicità, lavoro, nonviolenza. Per ora si tratta di un questionario su carta ma sarà la «carta dei valori» del partito che verrà. Perché forme a parte, di questo si tratta. «Non sarà solo una festa - spiega infatti il coordinatore di Sd Claudio Fava presentando l'iniziativa - sarà una scelta. Convinta e impegnativa». Su cosa per gli ex Ds la rotta è nota da tempo. Bertinotti in questi giorni ha riproposto il cartello delle sinistre per le prossime europee, ma «è un'idea che non ci ha mai convinto, il treno deve partire subito», dicono da Sd. Un partito unitario rosso-verde in cui socialisti, comunisti, ambientalisti e chi più ne ha più ne metta si senta a casa e, forse, conti qualcosa in più che nelle vecchie formazioni, Prc, Verdi, etc. Ognuna presa singolarmente è spaccata sull'iniziativa. E più di tutti lo è Rifondazione, che nelle stesse ore oggi pomeriggio tiene un comitato politico nazionale che i «vendoliani» lasceranno per andare all'Ambra Jovinelli. «Averlo convocato in contemporanea all'assemblea è stata una scelta sbagliata e strumentale», dice il coordinatore dell'«area Vendola« Gennaro Migliore. All'interno della vecchia «mozione 2», che ieri ha tenuto una sua riunione nazionale, ci sono posizioni diverse sui tempi e sul come ma pochi dubbi che il futuro è la costruzione di un nuovo partito unitario di sinistra. «Quello che facciamo lo facciamo guardando non a Rifondazione ma al paese - spiega Migliore - avviare le primarie delle idee e cercare la partecipazione del territorio è non solo giusto ma necessario. E poi sul cartello elettorale alle europee io vado avanti». Ma avanti vuol dire anche fuori il Prc? «Non è il tema di oggi», conclude l'ex capogruppo, tra i più determinati nell'«andare oltre» il suo partito.

 

La bomba sociale dei ribelli greci - Pavlos Nerantzis

«Sono ragazzini, figli di papà, con abiti firmati, quelli che si scontrano con la polizia» ha scritto l'inviato di Repubblica ad Atene. Il tentativo di denigrare è chiaro. Li ha visti, ha aggiunto. Forse da lontano. E sicuramente, come tanti altri pronti a penalizzare i rivoltosi, non ha cercato di parlare con loro. Per vedere cosa sentono, come pensano. Chiaro è anche il tentativo della destra di mezza Europa di criminalizzare i giovani, con o senza cappuccio. Di separarli in buoni, i manifestanti «pacifisti», e cattivi, quelli che rompono le vetrine. Di isolare la loro voce. O meglio il grido dei protagonisti di questa esplosione dell' ira di Atene. Sono loro, non gli «anarchici», che lanciano sassi e bottiglie molotov, che agiscono con violenza, definita da politici ed esperti di perbenismo, cieca, senza obiettivi. Cieca potrebbe essere se avessero provocato vittime, se non avessero suscitato questo scalpore, questo grande interrogativo che torna sulle responsabilità di una società, questa sì cieca e senza obiettivi. Certo, i giovani minorenni, gli studenti delle scuole medie e superiori, ma anche quelli universitari agiscono più per passione che in base ad un progetto politico. E la passione certe volte può essere distruttiva. Ma basta parlare con alcuni dei migliaia che lanciano sassi, con il volto coperto o non, contro le forze speciali della polizia per capire la loro rabbia, disperazione, agonia, preoccupazione. Perché il padre è stato licenziato, o rischia di essere licenziato, e non riesce a trovare un altro lavoro. Perché a casa sentono dai loro genitori che con le bustarelle si può ottenere tutto, che le banche rubano, che devono pagare le rate del mutuo, le tasse e che i soldi non bastano più. Basta poco per capire che studiano tanto, ma a vuoto a causa di un sistema d'istruzione anacronistico. E sentirli con la loro ansia di prendere una laurea, carta straccia senza alcun valore. Perché i giovani sanno a priori, nonostante tutti gli sforzi, i loro e della famiglia, che sono i futuri disoccupati, e magari senza pensione. E solo se conoscono qualche politico potrebbero ottenere un posto di lavoro, anche quello malpagato. Perché ascoltano dalla televisione gli scandali di una classe politica corrotta e promesse da gente che si è arricchita in poco tempo. Perché mettono il passamontagna per non farsi identificare da uno stato poliziesco che ha una lunga tradizione in Grecia, pur sapendo, come si è visto anche in questi giorni, che incappucciati in borghese sono stati i poliziotti, che così spesso provocano incidenti. Uno stato poliziesco che in nome della sicurezza, ferma, maltratta, arresta e uccide, proprio tra i giovani. Perché il caso di Alexis, la vittima di Atene, non è un fatto isolato. Così una generazione finora muta, considerata senza alcun interesse per il presente e per il suo futuro, è esplosa. È diventata l'iceberg di un malcontento generale, una «bomba» sociale. «Non uccidete la nostra irruenza. Non buttateci lacrimogeni. Piangiamo anche da soli», scrivono in una lettera gli amici di Alexis.

 

Grecia, la rivolta dei quindicenni - Angelo Mastrandrea

ATENE - È una rivolta trainata dai quindicenni, quella che sta scuotendo la Grecia e minando il già traballante governo di centrodestra. Sciamano dalle scuole in ogni quartiere di Atene, vanno davanti ai commissariati a urlare slogan contro la polizia, li incontri per strada diretti all'appuntamento principale della giornata, il corteo che si concluderà davanti al parlamento. Ancora una volta per protestare contro la «polizia assassina» che ha ucciso un loro coetaneo. Hanno dei volti acqua e sapone e fanno quasi tenerezza quando li vedi, ragazzi e ragazze, coprirsi il volto con le sciarpe e sfidare agenti armati di tutto punto e grandi il doppio di loro. «L'Intifada degli studenti», la chiamano ora i giornalisti locali dopo sei giorni ininterrotti di manifestazioni e sassaiole. Un'Onda arrabbiata che sfila tranquilla in un centro città sfregiato dai colpi dei giorni, e soprattutto delle notti, precedenti. Che si scalda solo quando vede sbucare a un angolo di strada gli agenti in assetto antisommossa, e allora si vedono volare qualche sasso e palloncini riempiti di vernice rossa, e dall'altra parte si risponde con lacrimogeni e granate assordanti. Cinque-dieci minuti di botta e risposta e poi si riparte. Quasi come in un gioco. E si comprende come gli agenti siano in imbarazzo a fare alcunché contro questi ragazzini che dimostrano di non avere timore reverenziale. Sanno di averla fatta grossa, che dietro quelle sciarpe e passamontagna ci sono coetanei di Alexis e nulla più, sanno che dietro di loro c'è un governo in gravissima difficoltà che non riuscirebbe a sostenere una vera repressione, sanno che gli stessi loro vertici condannano l'assassinio e di non avere dalla loro parte la stragrande maggioranza dei media, sanno che le parole irridenti dell'avvocato del poliziotto che ha ucciso Alexis («era un poco di buono, era stato anche cacciato dalla scuola») hanno avuto l'effetto di un secchio di benzina gettato su un incendio, tanto che ieri lo stesso agente, incriminato per omicidio volontario, ha dovuto chiedere scusa ai genitori del giovane ucciso, anche se non è servito a molto visto che nel pomeriggio un gruppo di manifestanti ha assaltato a colpi di molotov l'ufficio del legale. Certo c'è anche dell'altro. E ieri gli scontri sono ripresi - ma non si erano mai fermati -, come un fuoco che cova sotto la cenere. Ci sono gli anarchici e autonomi che alla fine del corteo prendono la testa dopo aver sfondato qualche vetrina e aver fatto irruzione in una banca, e che arrivati davanti al parlamento danno il via all'ennesimo pomeriggio di scontri che poi si spostano tutt'intorno alla zona universitaria, dove la guerriglia urbana va avanti fino a tarda sera con lanci di molotov e cariche della polizia (causando tra le altre cose anche l'annullamento della prevista serata di sottoscrizione per il manifesto, organizzata proprio a fianco della facoltà di Giurisprudenza). Il fatto della giornata di ieri è che tutti gli scontri si sono trasferiti nelle quartiere universitario dove la polizia è arrivata ad accerchiare la facoltà di Giurisprudenza. Mentre scriviamo ancora non si sa se ci sono stati arresti e quanto sono i feriti. Secondo il tg greco, un agente sarebbe stato colpito da una molotov. Ci sono i vari gruppi politici della frammentata sinistra radicale greca, fatta eccezione per i comunisti del Kke che invece guardano al movimento come a «spie» al servizio di chissà chi e manifestano a parte. Ci sono i docenti universitari che alla partenza formano un cordone umano attorno alla facoltà di Lettere e non si vergognano di sfilare accanto ai contestatori più accaniti. Ci sono gli studenti universitari che ora, dopo il momento della rabbia, pensano a come far proseguire la lotta. E ci sono gli infiltrati che, lo testimoniano le immagini che cominciano a venir fuori, entrano in azione quando il gioco si fa duro. Poi ci sono le motivazioni della protesta: non tanto la crisi economica che non ha ancora toccato questa generazione, dicono un po' tutti, quanto la riforma dell'istruzione che apre le università ai privati, approvata nonostante decine di manifestazioni di studenti e docenti, e le politiche securitarie del governo Karamanlis, in particolare nei confronti di rom e migranti. Ce lo spiega una attivista incontrata alla manifestazione. Si chiama Kristini ed è una militante dello spazio sociale Diktio di Exarchia: «Il governo ha condotto una guerra contro i giovani e in generale chiunque è considerato diverso. E questo è il risultato». Un'esplosione incontrollata di rabbia che ha impressionato tutto il paese. «Noi abbiamo i campi minati alle frontiere, profughi lasciati annegare, e contemporaneamente Karamanlis cerca di convincere lavoratori, precari e disoccupati che a minacciarli non sono i ricchi ma quelli più poveri di loro e i diversi». Parole che, fossero state dette in Italia, non ci sarebbe bisogno di modificarle di una virgola. Ma ora cosa accadrà? «Karamanlis potrebbe anche salvarsi, ma è finito», dice Massimo, docente di italiano che vive ad Atene da dieci anni, «ma il problema è che non c'è alcuna alternativa valida». Almeno per i giovani che sono in piazza. Che avversano i socialisti del Pasok quasi quanto la Nuova democrazia di Karamanlis, odiano i comunisti (o almeno una loro parte) e vanno in piazza senza bandiere se non con quelle rosse e nere dell'anarchia. Achim invece, tedesco trapiantato ad Atene, è pessimista: «Non credo ci sarà alcuna crisi, gli scontri continueranno per un altro po' di giorni, poi tutto tornerà come prima». Era già andata così nel 1985, quando la polizia aveva ucciso un altro studente quindicenne, Michalis Kaltezas. Allora al governo c'era il centrosinistra. Ma quel che è certo è che il movimento si prepara a resistere. Ripartendo dalle occupazioni delle università e discutendo anche delle forme della protesta. La rabbia degli scorsi giorni ha finora giustificato tutto, ma il fatto che qualcuno ne abbia approfittato per saccheggiare negozi di telefonia e computer e che comincino a venir fuori immagini di infiltrati della polizia non è piaciuto a molti. Così come il fatto che siano state colpite anche librerie e sedi universitarie. Al Diktio, per fare un esempio, sono selettivi: «Noi siamo d'accordo con l'idea di prendersela con le banche, ma non con quella di spaccare tutto quello che si incontra per strada. Ma ne comprendiamo le motivazioni». Ovviamente ogni gruppo ha le sue pratiche: chi preferisce gli scontri con la polizia e chi l'attacco ai simboli del capitalismo. E chi, invece, come un po' di ultras aggregati alla rivolta, non fa troppe distinzioni.

 

L'intifada della colone. Scatenare il caos, impedire ogni ritiro

Michele Giorgio

GERUSALEMME - «Gli arabi sono solo un filtro: non ci impediranno di raggiungere la nostra terra...I nostri ragazzi stanno facendo un ottimo lavoro: non sarò certo io a fermali». Con queste parole Daniela Weiss, la pasionaria del movimento dei coloni, qualche giorno fa aveva escluso categoricamente di ordinare lo stop all'invasione di Hebron da parte di centinaia di ragazzi nati e cresciuti nelle colonie ebraiche erette nei Territori palestinesi occupati da Israele. Come avrebbe potuto fermarli proprio colei che ha indottrinato quei giovani coloni, spingendoli negli ultimi anni ad occupare i punti più alti della Cisgiordania palestinese? «I ragazzi delle colline», così sono stati battezzati quei giovani che hanno messo su oltre cento avamposti colonici, nel nome della «redenzione finale di Eretz Israel», la biblica Terra di Israele promessa da Dio agli ebrei. Per questa nonna 63enne che ha dedicato buona parte della sua esistenza a rendere impossibile la restituzione ai palestinesi dei Territori occupati, le parole della Torah sono sentenze inappellabili, ordini divini da rispettare ad ogni costo. Non conta il tempo trascorso, migliaia di anni: Eretz Israel era e rimane del popolo ebraico. I palestinesi - ripete da sempre - possono volontariamente trasferirsi in un paese arabo o scegliere di rimanere nelle loro città, ma senza diritti e in silenzio. Anche i governi, l'esercito e lo Stato d'Israele possono diventare dei nemici, se non prendono parte alla redenzione di Eretz Israel. Giovedì della scorsa settimana, i settler che a Hebron hanno sparato sui palestinesi e incendiato alcune case arabe rispettavano fino in fondo i «princìpi» di Daniela Weiss, sempre più leader riconosciuta dell'ala dura del movimento dei coloni. Una donna che, per carisma e passione, ha superato esponenti storici dell'estremismo nazional-religioso come Itamar Ben Gvir, Naom Federman e Baruch Marzel. Partita da Hebron come risposta all'evacuazione della «casa della discordia» occupata dai settler, l'«intifada» dei coloni ebrei più fanatici è una dimostrazione di forza che mira a impedire che in Cisgiordania si verifichino evacuazioni di insediamenti come quelle avvenute a Gaza nel 2005. Ma ha anche una nuova, importante caratteristica: parla con la voce delle donne più che degli uomini. Accanto a Daniela Weiss si muove, con altrettanto protagonismo, Nadia Matar, una 42enne di origine belga. Madre di sei figli, fondatrice delle «Donne in verde», Matar negli anni '90 si oppose con tutte le sue forze agli accordi di Oslo e, oggi come allora, insieme alla suocera partecipa alle «battaglie in difesa di Eretz Israel» mobilitando centinaia, talvolta migliaia, di coloni. Nella «casa della discordia» (chiamata dai coloni «casa della pace») la Matar era presente assieme alle sue fedelissime compagne. «Quei poliziotti con le uniformi nere mi hanno picchiato ma il mio spirito combattivo è sempre vivo - ha tranquillizzato i suoi sostenitori -. Voglio salutare le centinaia di giovani venuti alla "casa della pace" in devozione alla Terra di Israele...Dobbiamo far pagare al governo un prezzo alto per l'espulsione degli ebrei (da quell'edificio)…ma la nostra vendetta finale verrà il 10 febbraio, il giorno delle elezioni, quando il popolo di Israele farà in modo da espellere gli antisionisti e gli ebrei bolscevichi e porterà al potere un governo nazionalista realmente fedele ad Eretz Israel, al popolo ebraico e alla Torah di Israele». In campo, accanto alla Weiss e alla Matar, sono scese da qualche giorno anche Ayala Ben-Gvir ed Elisheva Federman, mogli rispettivamente di Itamar Ben Gvir e Naom Federman. Ayala è stata fermata perché, assieme ad altre quattro donne, aveva bloccato l'ingresso dell'abitazione del generale Gadi Shamni, comandante militare della regione centrale; Elisheva Federman invece è andata a Tel Aviv a protestare davanti alla casa del generale Noam Tibon, a capo della divisione Giudea e Samaria. Entrambe hanno voluto dimostrare che nessuno resterà immune di fronte alla «espulsione degli ebrei dalla Terra Promessa». Per le signore Federman e Ben Gvir non ha alcuna importanza che in base alle risoluzioni delle Nazioni Unite quella terra appartenga ai palestinesi. Ma è Daniela Weiss la vera «star», colei che ha deciso di incarnare il messaggio del rabbino Avraham Kook, colui che cento anni fa, in polemica con l'ebraismo ortodosso (che non riconosce le istituzioni dello stato laico di Israele) diede vita al Sionismo religioso. Incarnare ma anche aggiornare il pensiero del «maestro» alla luce degli sviluppi di questi ultimi anni. Kook vide nel sionismo laico del laburista David Ben Gurion il tassello di un processo metafisico superiore, volto a garantire la «salvazione» del popolo ebraico e l'avvento del Messia. I sionisti laburisti non mettevano piede in sinagoga, eppure - Kook ne era convinto - facevano parte anche loro di un «piano cosmico». La guerra del 1967, con l'occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est, mandò in visibilio i nazionalisti-religiosi che vi videro una conferma evidente e tangibile delle teorie di Kook, fino a convincerli a fondare nel 1974 il Gush Emunim (Blocco dei fedeli), un movimento sostenuto dal Partito nazional-religioso che si sarebbe impegnato negli anni successivi a «redimere» Eretz Israel, con la creazione di colonie nei territori palestinesi e arabi, grazie alla complicità prima dei laburisti di Yitzhak Rabin e Shimon Peres e poi, dopo il 1977, a quella esplicita del Likud. Weiss di fatto vede nel Gush Emunim - di cui è stata leader diversi anni fa - qualcosa che fa parte del passato. Guarda in avanti, perché - si è convinta - i maggiori partiti «laici», Kadima, Likud e Labour, che pure ai palestinesi non restituiranno più di qualche briciola del loro territorio storico, sono diventati avversari della «redenzione». Perciò ha deciso di prendere l'iniziativa. «Tutto è consentito in nome di Eretz Israel, tranne uccidere», ha ripetuto in queste settimane sostenendo che i palestinesi vadano colpiti perché «la terra in cui vivono appartiene solo al popolo ebraico». D'altronde il suo background è ricco di violenza e abusi contro gli «arabi». Il 6 maggio 1987 finì sulle prima pagine dei giornali per aver guidato un raid nelle strade di Qalqiliya dopo che i palestinesi avevano preso a sassate un'auto di coloni. Durante la prima Intifada palestinese (1987-'93) fu sostenitrice del pugno di ferro contro gli «arabi» e, in seguito, da sindaco della colonia di Kedumin, ha chiesto punizioni collettive durissime per metter fine alla seconda Intifada (nel 2005 è stata promotrice di un progetto, rivelato dal quotidiano Ha'aretz, per scaricare mensilmente in Cisgiordania 10mila tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Israele). «Sionismo significa innalzare la nostra bandiera, mai ammainarla. Certamente non davanti ai palestinesi», proclamò nel 2002 per incitare i coloni a reagire al possibile sgombero dell'avamposto di Hawat Ghilad, nella Cisgiordania settentrionale. Con il 2009 alle porte Daniela Weiss si proclama ancora più intransigente verso i palestinesi, responsabili, ricorda ad ogni occasione, dell'uccisione di alcuni suoi familiari durante la seconda Intifada. «Ci batteremo affinché la mappa politica tra il Mediterraneo e la Giordania non cambi - ha avvertito -. Se la destra non avesse smarrito la sua ideologia, non sarei qui a lottare. Ora c'è bisogno di uno spirito nuovo, quello che tanti giovani coloni stanno portando alla nostra battaglia. Gli arabi non mi interessano: se non accetteranno la nostra sovranità totale allora andranno via. M'importa solo il comportamento degli ebrei ora che Eretz Israel è in pericolo».

 

UE. Un brutto accordo non migliora il clima - Guglielmo Ragozzino

Il documento del Consiglio europeo, i 27 capi di stato e di governo, al punto 23° recita così: «la Commissione presenterà al Consiglio europeo nel marzo 2010 una analisi dettagliata della conferenza di Copenaghen, in particolare per ciò che riguarda il passaggio di una riduzione dal 20% al 30%. Il Consiglio europeo procederà, su questa base a valutare la situazione, compresi gli effetti sulla competitività ....». Il punto 24° insiste: «Nel contesto di questo accordo e del piano di rilancio economico, è imperativo intensificare le azioni per migliorare l'efficacia energetica delle costruzioni e le infrastrutture energetiche, promuovere i "prodotti verdi" e sostenere gli sforzi dell'industria dell'auto volti a produrre veicoli più rispettosi dell'ambiente». Nel primo dei punti citati si immagina un rapporto tra gli organi europei simile, anzi più autoritario ancora, rispetto a quello attuale. Ma la Commissione, nel 2010, non sarà stata votata dal futuro Parlamento e non dovrà rispondere in primo luogo a esso? Il veto nel consiglio, tanto per dirne una, sarà abolito, con buona pace di alcuni leader alla Berlusconi. E si sa bene che Parlamento e Commissione hanno un atteggiamento molto più responsabile in termini ambientali. E questo è davvero un fatto importante, anche se troppo spesso persone responsabili, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, fanno finta di dimenticarsene. Gli scienziati assicurano che vi è un pericolo incombente di riscaldamento globale. Sarà forse possibile sventarlo con un atteggiamento rigoroso, facendo decadere molto rapidamente la produzione di Co2. I prossimi dieci anni saranno decisivi. Però il Consiglio che rappresenta i nostri governi europei immagina e spera che alla Conferenza di Copenaghen si intavoli una trattativa globale sul clima, confrontando e mettendo sul bilancino le convenienze e i costi. Dovrebbe piuttosto augurarsi che l'obiettivo generale sia quello di ridurre le emissioni, tutti insieme, e dovrebbe darsi da fare, il Consiglio, perché tutti gli umani cooperino, aiutandosi per il bene e la sopravvivenza comuni. Utilizzando tutto quello che c'è: denaro, tecniche, braccia, esistenti sul pianeta. Al punto 24°, il secondo dei punti presi in considerazione, c'è un'affermazione forte, inequivocabile. «E' imperativo intensificare le azioni per migliorare l'efficienza energetica delle costruzioni...». Il nostro paese aveva cominciato, in ritardo rispetto ad altri, a fare qualcosa in materia. Era un provvedimento fiscale, un abbattimento delle tasse pari al 55% della spesa che aveva conseguenze sulla manutenzione complessiva, sull'industria del ramo, sull'attività economica, sulla stessa volontà dei singoli di pagare le imposte. Un semplice tratto di penna l'ha tolto di mezzo. Poi il governo ha balbettato qualcosa: quello che si è capito è che vi era il sospetto di chissà quali inganni e connivenze tra artigiani e inquilini. Altri sospetta che prevalesse la preoccupazione inversa: che cioè, rattoppando i buchi, si sarebbe ridotto e di molto il fabbisogno di energia per scaldare o raffreddare gli ambienti. E la quantità di energia in Italia, in assenza di un piano nazionale, è nel dominio pieno di Enel, Eni e pochi altri. Altri paesi hanno fatto un tratto di strada nell'imparare l'arte di ridurre le emissioni. Ora sono forti abbastanza per venderla a chi è rimasto indietro. Peccato; poteva essere il nostro business ambientale.

 

Liberazione – 13.12.08

 

Sciopero, la Cgil vince la sfida. Rinaldini: «Crisi mai vista»

Claudio Jampaglia

Si protesta, si manifesta sotto il diluvio. Della crisi. E il bollettino dice che può solo peggiorare. «Il rischio è uno stato di cassaintegrazione di massa - ha denunciato Gianni Rinaldini, dal palco dello sciopero di Napoli - ci troveremo rapidamente in un dramma sociale di difficile gestione per tutti». In Campania, per ogni iscritto alla Cgil hanno scioperato tre lavoratori. I metalmeccanici tanti ovunque. E' andata bene... Nonostante le avverse condizioni, diciamo climatiche... è andata decisamente bene. Sia per gli scioperi sia per la partecipazione alla manifestazione. Ancora una volta si è ripetuta una cosa che si verifica spesso quando fa tornare la parola ai lavoratori: si è andati oltre le aspettative. Segno che i lavoratori in un momento così difficile chiedono risposte. Ed essendo evidente che ci troviamo di fronte a una situazione politica per nulla rassicurante bisogna continuare a mettere in campo il protagonismo dei lavoratori. Eppure anche oggi Bonanni (Cisl) ripete che lo sciopero è sbagliato. Al "numero due" del Pd, Franceschini, "piange il cuore a vedere il sindacato separato" e propone: "Si proceda verso un unico grande sindacato dei lavoratori, le attuali divisioni tra le tre sigle confederali hanno le radici in una storia che è ormai conclusa e superata". Sono già tutti oltre... Cosa vuoi che ti dica... A uno gli piange il cuore, all'altro non va bene scioperare se c'è la crisi, come se la crisi la mandasse lo Spirito Santo... Tutte dichiarazioni che parlano d'altro, come accade ormai sempre di più. E non parlano del merito. Anche le forze sindacali evidentemente sono contagiate da una malattia che sembrava tutta politica. Comunque ribadiamo che l'unità sindacale è sempre auspicabile e benvenuta, sulle cose, sulle piattaforme, sugli obiettivi... E' su questo che chiediamo una risposta. Il resto sono chiacchiere e cliché che alimentano solo la distanza della gente dalla politica e dalla partecipazione al sindacato. Le piattaforme Cisl-Uil e Cgil sono diverse. Da cosa allora riparte il confronto unitario? La Cisl pochi giorni fa ha fatto un altro accordo separato, assolutamente inaccettabile, con la Confapi (la Confindustria delle piccole e medie aziende, N.d.R.). Le divisioni sono evidenti ed è inutile negarlo visto che gli accordi separati si susseguono. Allora sarebbe salutare prenderne atto e ragionare sulle reali convergenze possibili, sulle questioni singole. E la nostra proposta è che la prima questione sia quella delle regole democratiche: nessuna piattaforma o accordo senza il voto dei lavoratori e delle lavoratrici. Un principio di base della democrazia difficilmente contestabile. Sosteniamolo insieme, anche a livello legislativo. In piazza abbiamo sentito tra chi manifestava tanta fatica, delusione, amarezza e il senso di un vuoto politico a sinistra e un pieno a destra. Una situazione rischiosa? Siamo di fronte a una crisi sconosciuta dal dopoguerra in poi. Non ne conosciamo gli esiti. Siamo sicuri solo del grande disagio sociale che causa e purtroppo aumenterà. Questo disagio può andare da tutte la parti e dobbiamo sapere che storicamente porta al "si salvi chi può", alla contrapposizione tra lavoratori, all'egoismo, alla paura. Proprio per questo è decisivo che ci sia una proposta e un punto di aggregazione e di denuncia su una chiara base democratica. Quando si sciopera si informa, si ha coscienza, si discute, si vota. E ne siamo orgogliosi. La Cgil si trova "isolata" nello sciopero, affronta uno degli attacchi più potenti all'autonomia sindacale, non ha "sponda" istituzionale... Stanno, volenti o nolenti, "fiommizzandosi"? Mah, non la vedrei così. Anche perché prima degli accordi separati che abbiamo subito come meccanici c'era stata la vicenda del Patto per l'Italia e dell'articolo 18... E in questa fase il primo accordo separato è stato fatto sul commercio... Di sicuro siamo in una fase inedita è il sindacato si trova a un bivio. L'offerta di governo e Confindustria è chiara: subalternità e in cambio gli enti bilaterali, dagli ammortizzatori sociali alla formazione. E la Cgil ha già detto chiaramente che non ci sta perché l'idea snatura il ruolo del sindacato, annulla la sua autonomia e il suo rapporto con i lavoratori. In questo, la somiglianza con la storia recente dei metalmeccanici riguarda la centralità della democrazia, della parola ai lavoratori. Che è decisiva. E ora "che fare"? E ora c'è ancora una piattaforma che attende risposte nel merito. Se permarranno le attuali posizioni decideremo ulteriori iniziative. E ancora una volta, ripeto, che per noi il vincolo è la decisione dell'assemblea dei delegati della Fiom. Abbiamo una manifestazione nazionale già decisa e sospesa. Discuteremo se farla a questo punto a febbraio. Segnalo che nel frattempo continuano le iniziative unitarie a livello locale, come quello che è successo alla Maserati a Modena. Di fronte a 120 lavoratori interinali lasciati a casa, tutti i lavoratori sono usciti dall'azienda e sono entrati in sciopero. Questo è il valore dell'unità dei lavoratori. Questa è la strada. Ma la crisi aiuterà la manovra per ridurre il sindacato ad un'agenzia di servizi attorno al lavoro o sono pazzi a provare a giocare la partita proprio ora? Dipenderà da noi. Non c'è dubbio che in questa fase ci sia un utilizzo della crisi per definire un assetto generale del paese. E si vede dalla continua riproposizione della discussione sulla struttura contrattuale che non c'entra nulla con i problemi e le emergenze di oggi. Evidentemente la volontà di stringere su questo terreno con accordi separati serve solo a precostituire il nuovo ruolo del sindacato nei prossimi anni, anche in vista dell'uscita dalla crisi. Ma la questione non è solo italiana. La prossima settimana il Parlamento europeo esamina la direttiva sulle 65 ore. Che rapporto ha questo provvedimento con la crisi? Anche qui serve a predefinire e precostituire l'unilateralità assoluta delle aziende sulle prestazioni lavorative, a partire dall'orario di lavoro. E dipenderà da noi se ce la faranno.

 

Sindacati di base e studenti invadono altre venti piazze - Roberto Farneti

Non c'era solo il popolo della Cgil ieri a sfidare la pioggia. Centinaia di migliaia di lavoratori e studenti hanno infatti preferito sfilare nelle venti piazze che hanno contribuito a rendere visibile l'altro sciopero generale in campo, quello indetto da Cobas, Cub e SdL Intercategoriale. Uno sciopero perfettamente «riuscito» nonostante per molti lavoratori e lavoratrici «si trattasse - sottolineano i sindacati di base - del secondo o addirittura terzo sciopero in meno di due mesi, in un momento di pesanti ristrettezze economiche che opprimono tutti i salariati/e». Non certo d'aiuto è stato l'intervento "a gamba tesa" del governo, che all'ultimo momento ha vietato il fermo del trasporto aereo con motivazioni definite «incredibili», dal momento che lo sciopero era «assolutamente regolare». Le avverse condizioni climatiche hanno peraltro convinto le stesse organizzazioni sindacali a revocare autonomamente lo stop di bus e metro almeno a Roma, dove la pioggia battente ha creato una situazione di emergenza. Tutto ciò non ha impedito a tantissima gente di prendere parte a questa grande giornata di lotta. «Di particolare rilievo numerico - riassume una nota dei Cobas - le manifestazioni di Milano con 50mila partecipanti, Roma con 40mila, Torino con 30mila e Napoli con 15mila». A Genova sono almeno 6mila le persone che hanno sfilato con i sindacati di base. Cortei i cui percorsi non si sono mai incrociati con quelli della Cgil. «E' importante - commenta Fabrizio Tomaselli, coordinatore nazionale di SdL - che i lavoratori siano scesi in piazza contro il governo, al di là delle bandiere. Purtroppo, dai segnali che abbiamo, non ci sembra che la Cgil sia seriamente intenzionata a dare inizio a una fase di conflitto nuova. Epifani chiede ammortizzatori sociali anche per i precari ma non si sogna di mettere in discussione le leggi che hanno reso il lavoro precario». Cobas, Cub e SdL vanno avanti quindi con la loro autonoma piattaforma, la stessa alla base della grande manifestazione dello scorso 17 ottobre: contro la Finanziaria e i tagli e la privatizzazione di scuola e Università; per chiedere la cancellazione della legge 133 e della 169 (ex-decreto Gelmini); affinchè si usi il denaro pubblico per forti aumenti salariali e pensionistici, per introdurre un reddito minimo garantito a tutti/e coloro che pedono il lavoro o non lo hanno; per investimenti significativi per scuola, sanità e servizi sociali e non per il salvataggio di banche fraudolente, speculatori e industriali; per l'abolizione delle leggi Treu e 30; per la sicurezza nei posti di lavoro; per la difesa del diritto di sciopero e il recupero dei diritti sindacali sequestrati dai sindacati concertativi. «In tutte le manifestazioni - sottolinea il portavoce dei Cobas, Piero Bernocchi- abbiamo espresso la totale solidarietà dei lavoratori e degli studenti nei confronti della rivolta popolare in atto in Grecia contro il brutale omicidio di Alexis Grigoropoulos e contro il tentativo, analogo a quello del governo italiano, di far pagare la crisi ai settori più disagiati e non a chi l'ha provocata, arricchendosi ulteriormente con essa». Sia Bernocchi che Tomaselli hanno preso parte al corteo di Roma, aperto dallo striscione "Ve la pagate voi la vostra crisi". Nel corso della manifestazione, partita da piazza della Repubblica e che si è conclusa Piazza Venezia, ha suscitato curiosità la "Precary Card", una tessera di cartone distribuita ai manifestanti, in tutto e per tutto uguale alla social card varata dal governo. Nel retro c'è scritto che «se ritieni che la social card sia una miseria per pochi e se ritieni che la crisi la stai già pagando da tempo, puoi richiedere la Precary Card presso chi sta guadagnando da questa situazione: banche, grandi imprese nazionali e multinazionali, governo ed enti locali». Per gli organizzatori, questo regalo «vuole essere una risposta ironica ad un'iniziativa del governo che non fatichiamo a definire ridicola». La Cub sottolinea il grande successo della manifestazione milanese, partita da largo Cairoli e giunta in piazza Duomo. Al termine del corteo «una delegazione - informa una nota - si è recata in piazza Fontana, con due corone di fiori in ricordo della Strage di Stato avvenuta nella giornata di oggi di 39 anni fa, il 12 dicembre 1969, e in memoria di Giuseppe Pinelli, operaio ferroviere anarchico precipitato da una finestra della questura di Milano». A Pisa si segnala l'iniziativa degli studenti universitari, che hanno chiuso l'ingresso del rettorato con tanto di catena e lucchetto per protesta contro la loro esclusione dal consiglio di amministrazione dell'ateneo e per chiedere la stabilizzazione dei precari.

 

La "realistica" utopia di Carla Ravaioli: disarmo unilaterale per salvare l'ambiente - Piero Sansonetti

La proposta avanzata da Carla Ravaioli nel suo libro Ambiente e pace, una sola rivoluzione forse è un po' utopistica. Però, come tutte le idee seriamente utopistiche, è una delle poche davvero realistiche. Nel senso che parte dalla spiegazione e dalla definizione di un problema vero - cioè "reale" - e indica delle soluzioni concrete, cioè anch'esse "reali". Dove sta allora l'utopismo? Semplicemente nella politica: nella forza degli interessi che si oppongono alla soluzione realista. Qual è l'idea di Ravaioli? Di avviare il disarmo unilaterale dell'Europa, come mezzo per abbassare drammaticamente le emissioni di gas nocivi nell'atmosfera senza, per ora, mettere mano alla grande questione dei consumi, che sono folli e vanno ridotti e modificati. Dunque, in questo libro, Carla Ravaioli oppone una misura ad occhio e croce impossibile - ma realistica - il disarmo unilaterale di un intero continente, ad un'altra che lei stessa giudica ancora più impossibile - e al momento irrealistica - e cioè l'improvvisa presa di coscienza dei suoi limiti ormai visibilmente abnormi da parte del capitalismo e la rinuncia al profitto di fronte al pericolo imminente in cui versa il pianeta. Per il capitalismo - almeno, se avesse un forte senso di sopravivenza e dunque una disposizione al compromesso - tra la rinuncia al profitto e la rinuncia al profitto solo in campo militare, la seconda opzione dovrebbe essere più digeribile. Cosa si intende per capitalismo? Non solo i suoi gruppi dirigenti, il suo Gotha. Ma tutto il sistema, comprese le sue opposizioni interne. Le quali, sul tema ambientale - cioè sul piccolo problema se salvare o no il futuro del pianeta - non hanno mai funzionato da anticorpi, come hanno fatto su altri versanti della battaglia politica e sociale. Carla Ravaioli non salva nessuno, che siano le  socialdemocrazie nordeuropee o il difensore dei diritti civili Zapatero. Che sia l'inemendabile classe politica berlusconiana al potere o il Pd o il Prc, i Verdi e tutti gli altri. Destra e sinistra. Centro e estremisti. Marxisti e libertari. Ed è proprio la dimensione diciamo così, universalmente politica, di questo libro, che ne è l'aspetto più seducente. L'analisi della politica delle sinistre, il suo cogliere la trappola in cui si sono ficcate senza rendersene conto. Sono convinto da tempo - e lo ho scritto - che la sinistra oggi ha bisogno di andare oltre se stessa - cioè oltre i suoi schemi, i suoi tic, le sue ideologie novecentesche - se vuole recuperare la sua forza rivoluzionaria e di trasformazione, e riproporsi come strumento di cambiamento e di governo del mondo. Il libro di Carla Ravaioli va oltre (e non è la prima volta che Carla lo fa); ed è profeticamente uscito con un bell'anticipo sia sulla crisi finanziaria che sta strangolando il mercato globale, che sulla contrapposizione Italia, Polonia e  altri paesi dell'est europeo con il governo di Bruxelles sulla questione della riduzione delle emissioni di gas nocivi. Andare oltre cosa? Carla Ravaioli spiega perché molti aspetti dello stesso marxismo - quelli interni all'ideologia dello sviluppo economico visto come una legge di natura - sono entrati in contrasto con la necessità del pianeta, e del suo futuro, e dunque diventano conservatori, arretrati. Il grande filone di pensiero, ancora attuale, del marxismo è quello che riguarda la riproduzione e la critica del potere e della alienazione. Cioè quello che ha avuto meno ricadute nel comunismo reale e nella storia del movimento operaio. Le sinistre si accorgono di tutto questo? Sì, ma ne sono terrorizzate, lo vedono come una minaccia alle proprie certezze, alle proprie abitudini, alle proprie relazioni e alle proprie politiche. Sullo sfondo del libro di Ravaioli c'è questa crisi finanziaria internazionale la cui scintilla è, proprio come descrive il libro, l'artificiosa creazione della domanda. In un mondo in cui la produzione di merci non risponde più in alcun modo a dei bisogni precisi, si vendono mutui a chi non sa come pagarli, e si rivendono quotando il debito collettivo in borsa. Fantastico. Crolla tutto ed ecco che gli iperliberisti, fregati, si affannano a chiedere regole, intervento dello stato, parlano di un'etica del capitalismo e della necessità di rimettere in piedi, presto, al più presto, la fiducia dei consumatori nel benedetto mercato. Carla, con questo suo libro, accompagna l'analisi, sempre molto acuta e informata, sullo "sviluppismo" e sulla grande questione ambientale, a questa idea che un po' spariglia le abituali battaglie politiche. E cioè reintroduce nella discussione la "mozione" pacifista, ma non dal suo abituale versante "etico", bensì da quello ambientale. Il disarmo come necessità "naturale". Mi sembra una ottima idea.

 

«Si delegittima la Costituzione per crearne una parallela»

Stefano Bocconetti

Dunque, in rapida successione, ecco cosa è accaduto: l'altro giorno Berlusconi ha detto di voler cambiare le leggi sulla giustizia, mettendo mano alla Costituzione. Ieri è arrivato lo stop di Napolitano («i principi della Carta sono fuori discussione») e, in chiusura la controreplica del premier: «Napolitano non ce l'aveva con me». Che significa tutto questo? Siamo di fronte a quello che si può definire uno scontro istituzionale? Stefano Rodotà, 75 anni, un intera vita passata fra lo studio, la politica, i libri, l'insegnamento e l'impegno sociale, è uno dei massimi giuristi italiani. La domanda la rivolgiamo a lui. Allora, professor Rodotà, siamo di fronte all'ennesimo scontro istituzionale? Magari una riproposizione di quelli avvenuti durante il precedente governo Berlusconi? Se lo sia o no, io davvero non so rispondere. Ma sto parlando da un punto di vista strettamente tecnico. La verità però è molto più semplice ed è davanti agli occhi di tutti... Quale sarebbe? Quel che è evidente a tutti: c'è una sostanziale messa in discussione della nostra Costituzione. E Napolitano non ha fatto solo bene ma ha fatto benissimo ad intervenire. E' nei suoi poteri ed anche, aggiungo, nei suoi doveri intervenire ribadendo una cosa semplicissima: che la nostra Carta Costituzionale non è modificabile sul piano dei principi. Eppure sui giornali, dopo la sortita del presidente del consiglio, c'è stato tutto un fiorire di pareri di costituzionalisti che spiegavano come e perché il premier avrebbe potuto dare corso al suo progetto. Sbagliano? Non rispondo direttamente, perché non mi va di entrare in polemica. Dico però che che sul tema Costituzione si sentono tante inesattezze, tante sciocchezze. E, cosa ancora più grave, anche nel campo di chi si dovrebbe sentire impegnato a difendere la Costituzione. Ma lasciamo perdere... Riformuliamo la domanda: ha qualche fondamento l'idea di Berlusconi di riformare la giustizia e di mettere mano, da questa via, alla Carta costituzionale? Se ha un secondo le vorrei rispondere in modo dettagliato e più preciso possibile... Naturalmente. Un attimo che sto cercando fra le mie carte... Sì, eccola qua. C'è una sentenza della Corte Costituzionale - se vuole le dico che è la "1146" del 1988 - che non lascia possibilità di dubbi. Dice così: i principi superiori dell'ordinamento non possono essere sovvertiti o modificati nei loro contenuti nè da leggi, nè da leggi costituzionali. Più chiaro di così, non è possibile: i principi della nostra Carta fondamentale non possono essere cambiati. Neanche da una legge costituzionale. E guarda un po' qui... Cosa c'è? Cosa sta leggendo? Notavo che il relatore in quell'occasione fu Antonio Baldassarre... Il Presidente emerito della Corte che poi è stato nominato da Berlusconi presidente della Rai? Si stiamo parlando di lui. E allora perché Berlusconi, nonostante quella sentenza, ha fatto quell'uscita? Cos'è? L'ennesima gaffe? Ripeto, quella sentenza ha stabilito un punto fermo. Però io sono anche convinto che una sentenza non è che può bloccare la storia, che tutto si ferma. C'è anche la volontà delle forze politiche, non possiamo far finta di nulla. Non capisco bene dove voglia arrivare. Dico solo che c'è una sentenza, chiarissima. Ma c'è anche qualcuno che può disinteressarsi a quella sentenza. Solo che a quel punto... Già, cosa avverrebbe a quel punto? Che ci sarebbe un cambio di regime. Si passerebbe da un regime che tutti definiamo costituzionale, ad un altro. Diverso. Per capire: ci sarebbe tutto questo dietro l'affondo della destra sulla giustizia? No, sbaglieremmo a restringere il campo. Io vedo che da molte parti si tenta di delegittimare la Costituzione. In diversi punti. E stiamo parlando esattamente di alcuni punti chiave, proprio dei principi di cui abbiamo discusso fino ad ora. Per essere più chiari? Per essere espliciti, penso al principio dell'uguaglianza che viene umiliato davanti a certi provvedimenti sui migranti. Penso al principio della centralità del lavoro che viene affossato da tanti provvedimenti. E penso a ciò che sta avvenendo in quel che chiamiamo temi eticamente sensibili... Perché in questa materia cosa sta accadendo? Che si sta imponendo una sorta di Costituzione parallela. Il risultato? E' che i valori contenuti in un testo che è stato legittimato democraticamente, come la nostra Costituzione, sembra che debbano cedere il posto ad altri valori. Che traggono la loro legittimazione solo dalle scelte del Vaticano. Pensa solo al documento presentato oggi (si riferisce al "Dignitas personae", il documento della Congregazione per la dottrina della fede: un lungo elenco di divieti, che spaziano dalla ricerca sulle cellule staminali e arrivano fino all'utilizzo della pillola del giorno dopo, ndr). Quelli sono i valori della Chiesa che è giusto che li esponga. E' giusto, insomma, che la Chiesa continui a fare la Chiesa. Ma non possono prevalere su quei valori costituzionali, che sono il risultato di lunghe procedure democratiche. Non deve avvenire.

 

La Stampa – 13.12.08

 

2008, fuga da Detroit – Maurizio Molinari

NEW YORK - Venticinquemila abitanti che fuggono ogni anno, il più alto tasso di povertà degli Stati Uniti, scuole fatiscenti, guerre di gang giovanili, il sindaco travolto da uno scandalo a luci rosse, l’Fbi che indaga sulle delibere del consiglio comunale e i sermoni del figlio di Martin Luther King per sognare una rinascita che a molti appare impossibile. Questa è Detroit, la città fondata nel 1701 da 52 coloni francocanadesi sull’omonimo fiume dove nel 1904 Henry Ford fondò la sua «Motor Company» gettando le basi di quell’industria dell’automobile che durante il Novecento ha accompagnato il boom economico e adesso invece rischia un collasso tale da innescare la depressione. La vita dei circa 900 mila abitanti di «Motown», il soprannome che risale ai tempi d’oro, è scandita da vicende che ne descrivono il declino.«Redditi in discesa, povertà in crescita» è il titolo di un rapporto che incrocia i dati del crollo dell’auto con quelli del censo: nel 2007 la povertà in Michigan è aumentata del 14 per cento, il dato nazionale più alto, con picchi del 35,5 per cento a Flint - la città del regista Michael Moore - e Kalamazoo. Con il reddito medio sotto i 48 mila dollari cresce la richiesta di servizi sociali - mense, dormitori, centri di accoglienza - ma scarseggiano i donatori perché General Motors, Ford e Chrysler producono meno ricchi e più disoccupati. In settembre lo Stato del Michigan ha dato tessere alimentari a 1,3 milioni di persone, ma non bastano. Quasi la metà dei minorenni di Detroit - il 47,8 per cento - vive sotto la soglia di povertà. «Sono numeri da shock» ammette Rebecca Blank, ex rettore della Scuola di Politica dell’Università del Michigan, secondo la quale «i figli crescono in famiglie devastate dalla crisi dell’auto, alle prese con debiti, pignoramenti, disoccupazione, separazioni e abusi». Le conseguenze sono a pioggia: gli omicidi annuali hanno superato quota 400, il tasso di imprigionati è il più alto d’America, la percentuale di ragazzi che abbandona la scuola è del 68 per cento - un record condiviso con Indianapolis e Cleveland - e gran parte di loro finiscono in gang giovanili talmente aggressive da aver spinto l’Fbi a dichiarare Detroit la «città più pericolosa della nazione». Per avere un’idea dei crimini che commettono bisogna entrare nell’aula del giudice Ronald Giles, 36° Distretto, dove tre adolescenti fra i 15 e i 18 anni rischiano la condanna a morte per aver ucciso un coetaneo ed averne torturati altri tre di fronte alla finestre di un liceo intitolato all’onnipresente Henry Ford. D’altra parte la disoccupazione è all’8,8 per cento e continua a crescere, allontanando prospettive di lavoro. Chi può se ne va, ad un ritmo di 25 mila l’anno, cercando fortuna il più lontano possibile, convinto che il destino di «Motown» sia segnato sin dall’inizio visto che i fondatori la chiamarono un francesizzante «sarà distrutta». La speranza della rinascita doveva essere il giovane sindaco afroamericano Kwame Malik Kilpatrick, classe 1970, ma a inizio settembre è stato obbligato alle dimissioni da uno scandalo di infedeltà matrimoniale svelato da migliaia di sms con contenuti osceni che si scambiava con l’amante-segretaria. Ora la città è guidata dall’ex vice sindaco, Ken Cockrel, che punta a vincere le imminenti elezioni ma nè lui nè i nove concorrenti sollevano molte emozioni. A rafforzare la sfiducia c’è l’indagine dell’Fbi su appalti milionari assegnati in maniera dubbia dall’attuale consiglio cittadini. Durante un dibattito elettorale i candidati sindaci sono stati travolti da un torrente di domande e accuse, in cui gli è stato imputando di ignorare i tre mali che stanno uccidendo Detroit: povertà, crimine e carenza di educazione. Come scrive il popolare opinionista Daniel Howes su detnews.com «la crisi di Detroit è un problema di tutti». Per sensibilizzare il grande pubblico ogni mezzo è utile. C’è anche chi si è inventato un tour per turisti attraverso le «Favolose rovine di Detroit» per vedere da vicino ciò che resta delle fabbriche che fecero decollare l’industria dell’auto. Si può così andare a vedere da vicino quanto rimane della fabbrica dove nacque il «Modello T» di Ford in un Highland Park oramai abbandonato oppure l’edificio in mattoni rossi della Studebaker Piquette Plant che fino agli anni Cinquanta ospitava i test dei progetti più innovativi. Ma forse l’immagine che più raffigura il degrado è il complesso Dodge Main di Chrysler, costruito per essere un gioiello architettonico negli anni Ottanta e ora presentato ai turisti come un «Requiem» per essere stato trasformato in una fabbrica senza finestre dove General Motors costruisce modelli Cadillac destinati a rimanere invenduti. Attorno a queste rovine del Novecento Detroit si presenta come un reticolo di autostrade troppo grandi per il numero di auto che vi circolano, parcheggi abbandonati ed edifici semivuoti. Nulla da sorprendersi se in questa città, dove l’85 per cento della popolazione è afroamericano, l’unico prodotto gettonato siano i discorsi, scritti o trasmessi alla radio, di Martin Luther King III, figlio del reverendo simbolo delle battaglie per i diritti civili, che parlando di fronte ad una folla nel Cobo Center ha invocato il bisogno di «sconfiggere la povertà».

 

Clima. Quanto costa l'accordo – Mario Deaglio

Nel pomeriggio di ieri è sembrato a tutti che per un momento il mondo andasse a rovescio. Gli europei, tradizionalmente indecisi e litigiosi, avevano raggiunto un accordo sia sul clima, argomento sul quale si era sfiorata la rottura la vigilia, sia su un grande piano di stimolo dell’economia, sia infine su un nuovo referendum irlandese destinato, secondo le speranze di tutti, a ribaltare le conseguenze negative del precedente «no» di Dublino al Trattato di Lisbona e adottare così una sorta di surrogato della mancante Costituzione europea. Nelle stesse ore gli americani, tradizionalmente compatti nelle grandi emergenze, avevano visto il Senato silurare gli aiuti all’industria dell’auto facendo sorgere lo spettro di milioni di ulteriori disoccupati, e Presidente in uscita, che ormai dovrebbe solo più preoccuparsi di salutare, cogliere tutti di sorpresa con l’idea di «dribblare» il voto parlamentare dirottando verso i colossi automobilistici in crisi una parte dei fondi già previsti per il salvataggio dei colossi della finanza. Sull’accordo climatico l’Europa non è andata leggera con la retorica e l’autocompiacimento. Il Presidente francese, e Presidente europeo pro tempore, ha parlato di «momento storico», il Presidente della Commissione lo ha definito «il più ambizioso del mondo» e molto si è giocato sullo slogan del «20x20x20 entro il 2020» (ossia la riduzione del 20 per cento delle emissioni di gas serra, l’aumento del 20 per cento dell’efficienza energetica, e il conseguimento del 20 per cento dell’energia prodotta da fonti alternative) quasi avesse un significato cabalistico. Se però si guarda nelle pieghe di questo accordo si scopre che ci sono «concessioni», «deroghe», «clausole di revisione» che pongono in posizioni particolari le industrie italiane, numerosi settori industriali tedeschi, il carbone polacco e che sono state il prezzo del voto all’unanimità, in un contesto di complicazioni e cavilli che costituisce purtroppo la normale realtà dell’Europa di Bruxelles. Il principio che le imprese devono pagare per l’inquinamento che producono è al tempo stesso riaffermato e indebolito da una serie di limitazioni e di eccezioni. In questo senso il presidente del Consiglio italiano può essere sicuramente soddisfatto, da politico attento ai risultati di breve periodo, in quanto ha giocato abilmente, ha raggiunto i suoi obiettivi e ha risposto alle attese immediate di un’industria già in difficoltà; l’Europa va probabilmente verso un disinquinamento abbastanza radicale ma con velocità diverse e con scarsa trasparenza; ed è scontato il giudizio negativo delle associazioni ecologiste mondiali, alle quali si uniscono numerosi scienziati, per i quali le misure non bastano ad arrestare il surriscaldamento del pianeta. Lo stesso contrasto tra una facciata smagliante e una realtà meno edificante si registra per il referendum irlandese (per la sua ripetizione è stato pagato un prezzo pesante, ossia il diritto per i piccoli Paesi di continuare ad avere un commissario ciascuno) e soprattutto per il «piano di rilancio». Definito «ambizioso e coordinato» dal primo ministro inglese, in realtà non è né una cosa né l’altra; si tratta semplicemente delle misure concordate già più di due settimane fa a Bruxelles. In questi quindici giorni l’orizzonte congiunturale europeo si è vistosamente appesantito e le misure sono rimaste le stesse, anche se riverniciate perché abbiano l’aspetto di un piano mentre in realtà si tratta di poco più di una giustapposizione-armonizzazione di programmi nazionali in cui sono state inserite numerose misure già previste prima. Quella che poteva essere una medicina complessivamente sufficiente basterà così solo ad attenuare i guasti della recessione. La difesa della congiuntura europea avrebbe richiesto più coraggio: il coraggio di sforare più decisamente, e sia pure temporaneamente e sempre in maniera controllata, i «tetti» che ingabbiano l’Europa per sostenere la spesa per consumi nell’inverno che sta per cominciare e il coraggio di impostare la ripresa a più lungo periodo attorno a finanziamenti comunitari per le infrastrutture e altri programmi di medio-lungo periodo in cui ciascun Paese membro avrebbe dovuto accettare di trovarsi - magari solo temporaneamente - nella posizione di finanziare investimenti di altri Paesi membri. Questa prospettiva si è scontrata con la ristrettezza di orizzonti di alcuni Paesi, prima tra tutti la Germania, tra l’altro ancora traumatizzata dal ricordo della grande inflazione di ottant’anni fa. Mentre i capi di Stato e di governo europei tornavano a casa a festeggiare un Natale di recessione, il conflitto istituzionale americano rianimava le Borse di New York che recuperavano una parte del terreno perduto oscillando tra -0,5 e +0,2 per cento; quelle europee chiudevano con perdite generalmente comprese tra -2 e -3 per cento. Ci si chiede spesso perché, nelle ultime settimane, mentre la caduta produttiva degli Stati Uniti si fa più dura, le perdite delle Borse europee siano maggiori di quelle americane. Ciò che è avvenuto nella giornata di ieri può costituire una, sia pur parziale, e certo non esaltante, spiegazione.

 

Abruzzo: la campagna elettorale finisce a insulti - MARIA GRAZIA BRUZZONE

ROMA - Battute pesanti e veri e propri insulti chiudono la campagna elettorale d’Abruzzo, dove domani andranno a votare un milione e 200mila cittadini. Elezioni regionali diventate un ring, dove Berlusconi si accinge a brandire la possibile vittoria del Pdl come una clava contro Walter Veltroni, già alle prese con i suoi molti problemi interni. E il pullulare di massimi leader - dal premier in giù - ai comizi dell’ultima ora in ogni città abruzzese non fa che confermare la valenza politica della sfida, ben oltre la scelta del governatore locale. Che le cose stiano proprio così, Massimo D’Alema lo nega esplicitamente. «Quando si vota per una regione non si fa un test. I cittadini non sono cavie e l’Abruzzo non è un laboratorio, ma una regione importante che deve uscire da un momento difficile», dice a Teramo durante un incontro a sostegno di Carlo Costantini, il candidato del Pd e dell’Idv, ma scelto da Di Pietro dopo la vicenda giudiziaria che ha travolto l’ex governatore Ottaviano Del Turco. D’Alema non risparmia frecciate a Berlusconi, che fa dell’Abruzzo «territorio di caccia per esibizioni che testimoniano soltanto un’inconsapevolezza della gravità della situazione nel nostro paese e l’illusione che i problemi si possano affrontare con battute e barzellette». Antonio Di Pietro, che da giorni batte il territorio in lungo e in largo, convinto che quella abruzzese sia per lui l’occasione di grandeggiare accanto a un Pd in difficoltà, va giù molto più pesante. E a Pescara dipinge l’alleanza riformista per Costantini presidente come «l’alternativa alla proposta di governo piduista, massonica, da leader sudamericano e, soprattutto, da approfittatore e truffatore elettorale che è quella di Berlusconi». Cinque epiteti collezionati in una sola frase. E non basta, perchè più tardi gli dà, senza mezzi termini, del bugiardo. «Berlusconi dà i numeri, mente sapendo di mentire, e così dimostra che vuole taroccare i voti e prendere in giro gli abruzzesi», attacca l’ex Pm, rivelando propri sondaggi, secondo i quali la coalizione di centrosinistra «è quasi 5 punti avanti». Il contrario dei «13 punti di vantaggio per la coalizione di Chiodi» di cui poco prima si fregiava Berlusconi, convinto che «l’Abruzzo sarà un esperimento vittorioso, che si ripeterà anche nelle altre regioni». Arrivato a Chieti in serata da Bruxelles, il premier sfoggia buon umore su tutto prima di elargire consigli elettorali: «Dite ai vostri amici e familiari che il voto dato all’Udc e alla Destra è sprecato. E che quello dato al signor Di Pietro è un vero e proprio atto di abiezione morale». Una chiusa leggera. Altro che «porte spalancate» ai centristi, che il Cavaliere aveva azzardato qualche giorno fa. Pesci in faccia. Reciproci. «Berlusconi ha tanti soldi, tanti mezzi, è tanto bravo, ma non tutti sono in vendita. E noi non ci siamo venduti, restiamo sotto le nostre bandiere», va dicendo Pier Ferdinando Casini a Vasto, dove sostiene il candidato Rodolfo De Laurentis. Giunto in extremis all’Aquila da Parigi dove ha partecipato al summit dei Nobel per la pace, Walter Veltroni crocifigge a sua volta il premier, «inadatto a gestire la crisi drammatica di oggi coi suoi atteggiamenti da uomo di spettacolo più che da uomo di Stato». E punta il dito sulle «promesse non realizzate», sugli «annunci poi smentiti» di questo «governo retromarcia» e sulla «concezione proprietaria del paese: ma l’Italia non è Mediaset».

 

Troppo cemento a Roma - FLAVIA AMABILE

Renato Nicolini, architetto, urbanista, ex assessore al comune di Roma, il centrodestra ha accusato anche lei di non aver fatto nulla in passato per impedire che oggi Roma avesse le strade allagate e un fiume sul punto di esondare. «I problemi con il Tevere e le alluvioni fanno parte del patrimonio genetico di Roma da sempre». E voi che cosa avete fatto per risolvere il problema? «Non era una situazione facile. Mi ricordo che quando ero assessore nella giunta Petroselli ci rendemmo conto che esisteva un errore nel calcolo del sistema fognario realizzato ai tempi della speculazione edilizia democristiana su Roma». Potevate correggerlo... «E’ molto complicato, anche perché in epoca democristiana si era iniziato a costruire in modo esagerato eliminando le aree verdi che permettevano alle acque di essere assorbite dal terreno». Anche con Rutelli e Veltroni si è costruito molto. «Un grave errore. Infatti Alemanno a questo punto ha almeno due responsabilità. Innanzitutto non ha saputo gestire l’emergenza: non basta dire ai romani 'non uscite', o 'non prendete l'auto', bisogna fare in modo che possano uscire. In secondo luogo c'e il dover capire che è necessario fare un passo indietro con l’edilizia. Basta con le nuove costruzioni e sarebbe necessario anche ridurre di almeno due milioni di metri cubi il Piano regolatore già approvato e abbattere gli edifici già giunti alla fine del loro ciclo di vita». Ad esempio? «Mah, alcune di quelle degli anni Sessanta, ad esempio».

mestiere quando suggerisce il perdono. Ma qui l’unico che non perdona è l’effetto Shanghai.

 

Repubblica – 13.12.08

 

Non meritano un centesimo - MICHAEL MOORE

Amici, io guido un'auto americana, una Chrysler. Non è un modo per pubblicizzarla. Più che altro, sto chiedendo compassione. C'è una lunga storia, vecchia di decenni, raccontata all'infinito da decine di milioni di americani, un terzo dei quali ha dovuto rinnegare il proprio Paese solo per trovare un maledetto mezzo per andare al lavoro con qualcosa che non si rompesse: la mia Chrysler ha quattro anni. L'ho comprata per via della guida facile e comoda. Allora la società era proprietà della Daimler-Benz che ebbe la buona idea di montare una carrozzeria Chrysler su un semiasse Mercedes e, ragazzi, come va bene! Quando si mette in moto. Più di una decina di volte, in questi anni, l'auto si è rifiutata di mettersi in moto. Ho sostituito le batterie, ma il problema non era quello. Mio padre guida lo stesso modello, e anche la sua macchina è rimasta spesso in panne. Non si mette in moto, senza nessuna ragione. Qualche settimana fa, ho portato la mia auto in un'officina Chrysler, qui nel Michigan settentrionale, e l'ultimo intervento per aggiustarla mi è costato 1.400 dollari. Il giorno seguente, la macchina non è ripartita. Quando sono riuscito a metterla in moto, ha cominciato a lampeggiare la spia dei freni. E così via. Da tutto questo sarete giunti alla conclusione che non me ne freghi niente di quei poveri incapaci che costruiscono queste auto schifose, su a Detroit. Invece mi importa. Mi importa di quei milioni di persone la cui vita e il cui sostentamento dipendono dalle compagnie automobilistiche. Mi stanno a cuore la sicurezza e la difesa di questo Paese, perché il mondo sta esaurendo le scorte di petrolio, e quando sarà davvero finito, la catastrofe e la rovina saranno tali da far sembrare la crisi attuale una passeggiata. E mi interessa anche ciò che sta succedendo a proposito delle tre grandi società automobilistiche, le Big 3, perché a loro vanno le maggiori responsabilità per la distruzione della nostra delicata atmosfera e per il continuo scioglimento dei ghiacci delle calotte polari. Il Congresso deve salvare le infrastrutture industriali che queste società controllano e i posti di lavoro che creano. Deve liberare il mondo dal motore a combustione interna. Questa grande, estesa rete industriale potrebbe riscattarsi realizzando veicoli per il trasporto di massa e automobili a motore elettrico o ibrido e mezzi di trasporto necessari per affrontare il Ventunesimo secolo. E il Congresso deve fare tutto questo negando alla GM, alla Ford e alla Chrysler i 34 miliardi di dollari che chiedono in "prestito" (qualche giorno fa ne chiedevano solo 25 miliardi: ecco quanto sono stupidi, non sanno neanche di quanto davvero hanno bisogno per pagare gli stipendi di questo mese. Se voi o io cercassimo di ottenere un prestito dalla banca in questo modo non solo ci butterebbero fuori a calci, ma la banca scriverebbe i nostri nomi sul libro nero dei creditori). Due settimane fa, i direttori generali delle tre grandi società automobilistiche sono dovuti comparire davanti ad una commissione del Congresso che li ha derisi negando loro ciò che due mesi prima aveva concesso ai pezzi grossi del mondo finanziario. Allora i politici sgomitarono per favorire Wall Street e gli intrallazzatori che applicavano lo schema Ponzi, architettando modi bizantini per scommettere il denaro altrui in pericolose operazioni finanziarie chiamate in gergo "unicorni" e "fate". Ma i ragazzi di Detroit vengono dal Midwest, dal Rust Belt, la "Cintura Arrugginita" , dove si producono cose concrete di cui i consumatori hanno bisogno, cose che si possono toccare e comprare, che fanno circolare denaro nell'economia (assurdo!), dando vita a sindacati che hanno creato il ceto medio, e che quando avevo dieci anni mi hanno curato i denti gratis. Per tutto questo, i capi del settore automobilistico lo scorso novembre hanno dovuto sedersi davanti alla commissione ed essere messi in ridicolo per il modo in cui sono arrivati a Washington. Sì, ci sono andati con i jet aziendali, proprio come fecero in ottobre i banchieri e i ladri di Wall Street. Ma, guarda un po', quello andava bene! Loro erano i Padroni dell'Universo, solo i mezzi più veloci sono adeguati alla Grande Finanza che si appresta a saccheggiare le casse del nostro Paese. Ovviamente, una volta, a governare il mondo erano i magnati dell'industria automobilistica. Erano il cuore pulsante che tutte le altre nostre industrie servivano : acciaierie, raffinerie, cementifici. Cinquantacinque anni fa, il presidente della General Motors andò a Capitol Hill e, rivolto al Congresso, disse senza peli sulla lingua che ciò che era bene per la General Motors era bene per il Paese. Perché, vedete, nella loro mente, la GM era il Paese. A quale triste caduta in disgrazia abbiamo assistito lo scorso 19 novembre, quando i tre topolini ciechi sono stati bacchettati sulle mani e rispediti a casa a scrivere un tema dal titolo "Per quale ragione dovreste darmi miliardi di dollari gratis". Hanno persino chiesto loro se erano disposti a lavorare per un dollaro all'anno. Eccovi serviti! Che grande, coraggioso Congresso è questo! Proporre una servitù debitoria a tre degli uomini (tuttora) più potenti del mondo. E questo da un organismo smidollato, incapace di reagire a un presidente screditato o di rifiutare una sola richiesta di finanziamento per una guerra che né il Congresso stesso né l'opinione pubblica americana appoggiano. Fantastico. Permettetemi di dire una banalità: ogni singolo dollaro che il Congresso dà a queste tre società sarà buttato nel cesso. Non c'è nulla che la dirigenza delle Tre Grandi potrà fare per convincere la gente ad uscire durante una recessione e andare a comprare le loro grandi, automobili scadenti ad alto consumo. Se lo possono scordare. E, come sono certo che i Detroit Lions, proprietà della famiglia Ford, non andranno al Super Bowl, mai, vi posso assicurare che dopo aver bruciato questi 34 miliardi di dollari, la prossima estate ne chiederanno altri 34. Cosa fare, allora? Membri del Congresso, ecco ciò che propongo: 1. Il funzionamento del sistema di trasporto americano è e dovrebbe essere una delle funzioni più importanti che il governo deve affrontare. E poiché abbiamo di fronte una grave crisi economica, energetica e ambientale, il nuovo presidente e il Congresso devono fare ciò che fece Franklin Roosevelt quando dovette affrontare la crisi (e ordinò all'industria automobilistica di smettere di costruire auto e produrre invece carri armati e aerei) : le Tre Grandi, da questo momento, devono costruire unicamente automobili che non dipendano principalmente dal petrolio e, cosa ancora più importante, realizzare treni, autobus, metropolitane e metropolitane leggere (un corrispondente progetto di opere pubbliche realizzerà in tutto il Paese le tratte ferroviarie e i binari). Questo non soltanto salverà i posti di lavoro, ma ne creerà milioni di nuovi. 2. Potreste acquistare tutte le azioni ordinarie della General Motors per meno di 3 miliardi di dollari. Perché dovremmo dar loro 18 o 25 miliardi di dollari? Prendete quel denaro e comprate la società! ( se concederete loro il "prestito", gli chiederete comunque una garanzia pignoratizia, e dato che sappiamo che non restituiranno quel denaro, alla fine la società sarà proprietà dello Stato, dunque perché aspettare? Rilevatela ora). 3. Nessuno di noi vuole dei funzionari statali a gestire un'azienda automobilistica, ma ci sono ottimi esperti del settore che potrebbero essere preposti a questo compito. Abbiamo bisogno di un Piano Marshall per emanciparci dai veicoli che utilizzano il petrolio ed entrare nel Ventunesimo secolo. Non si tratta di una proposta radicale o fantascientifica. Per metterla in pratica ci vuole soltanto l'uomo più in gamba che sia mai diventato presidente. Ciò che propongo ha già funzionato in precedenza. Durante gli anni Settanta, il sistema ferroviario era un disastro. Il governo intervenne. Dieci anni dopo il sistema era in attivo e il governo lo rivendette ad una gestione mista privata e pubblica ricavando un paio di miliardi di dollari da destinare alle casse dello Stato. Questa proposta potrebbe salvare le nostre infrastrutture industriali e milioni di posti di lavoro. Cosa ancora più importante, ne potrebbe creare milioni di nuovi. Potrebbe letteralmente tirarci fuori dalla recessione. Invece, la General Motors ha presentato al Congresso la sua proposta di ristrutturazione. Hanno promesso che, se ora il Congresso concederà loro 18 miliardi di dollari, in cambio elimineranno 20.000 posti di lavoro. Avete letto bene. Noi gli diamo alcuni miliardi di dollari così che loro possano licenziare altri americani. Questa è stata la loro Grande Idea degli ultimi 30 anni: licenziare migliaia di lavoratori per garantire i profitti. Tuttavia, nessuno ha chiesto loro: "Se licenziate tutti, chi avrà i soldi per acquistare le vostre automobili?". Questi imbecilli non meritano un centesimo. Licenziateli tutti e rilevate l'azienda per il bene dei lavoratori, del Paese e del pianeta. Ciò che è bene per la General Motors è bene per il Paese. Una volta tanto è il Paese a dettare le condizioni.

 

Le bugie del premier - MASSIMO GIANNINI

ANCORA una volta dobbiamo essere grati a Giorgio Napolitano. Il suo richiamo al rispetto dei "principi fondamentali della Costituzione", che nessuno "può pretendere di modificare o di alterare", è la terapia più tempestiva ed efficace contro la "sindrome di Cromwell" che ormai pervade il presidente del Consiglio, come ha magistralmente spiegato Gustavo Zagrebelsky nell'intervista a Repubblica di ieri. In un equilibrio sempre più instabile tra i poteri dello Stato, il presidente della Repubblica resta il garante più credibile della nostra democrazia. L'argine più forte rispetto all'autoritarismo plebiscitario del Cavaliere. Silvio Berlusconi può anche sublimare la sua inesauribile vena mimetica e mistificatoria, e dire "il Quirinale non ce l'aveva con me". Ma è un fatto che il richiamo del Capo dello Stato arriva proprio all'indomani dell'annuncio tecnicamente "eversivo" del premier: la modifica unilaterale della Costituzione, imposta forzosamente al Parlamento e poi sottoposta eventualmente al giudizio del popolo sovrano attraverso il referendum confermativo. Ed è un fatto che quel richiamo tocca il nervo più scoperto del "berlusconismo da combattimento": l'ossessione giudiziaria, che spinge il premier a forzare le regole fino al punto più estremo. Non solo piegando lo Stato di diritto in Stato di governo (con l'uso personale dei "lodi" e delle leggi). Ma addirittura trasformando la Costituzione in "strumento di potere" (come ha osservato ancora Zagrebelsky). Questo, e non altro, è il disegno del Cavaliere. Per quanto dissimuli, il premier racconta almeno due bugie. La prima bugia riguarda la forma. Berlusconi mente quando dice che il suo progetto non lede la Carta Costituzionale e i suoi principi fondamentali, perché "le ipotesi di riforma della giustizia, come per esempio quelle relative ad un intervento sul Csm, non riguardano questi principi". Non è così. Il Consiglio superiore della magistratura è organo di rilevanza costituzionale, disciplinato dall'articolo 104 all'articolo 113. E come insegna la dottrina, "è la massima espressione dell'autonomia della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato (in particolare il governo)". Dunque, nel dettato costituzionale la disciplina giuridica del Csm è intrinsecamente collegata al principio fondamentale su cui si regge l'intera giurisdizione, cioè la magistratura come "ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere". Per questo, al contrario di quello che sostiene il presidente del Consiglio, riscrivere le norme costituzionali sul Csm può tradursi facilmente in una lesione dei principi fondamentali e in una manomissione dei cardini della nostra democrazia, che si basa sulla separazione e sul bilanciamento dei poteri. La seconda bugia riguarda la sostanza. Berlusconi mente quando dice che la riforma della giustizia per via costituzionale è irrinunciabile perché in caso contrario verrebbe meno uno degli impegni presi in campagna elettorale. Non è così. Nel programma del Pdl non c'è traccia di una riforma costituzionale del sistema giudiziario. E non è mai menzionata la separazione delle carriere. L'unica proposta concreta, contenuta nel decalogo berlusconiano, riguardava genericamente una "distinzione più marcata delle funzioni tra i giudici e pm". Perché ora il premier ha cambiato idea, se non per rimettere in riga la magistratura, giudicante e requirente, scorporando i pubblici ministeri dall'unico ordine giudiziario e subordinandone l'attività al controllo del potere politico? Qui sta la natura "rivoluzionaria", e per certi versi post-democratica, della visione berlusconiana. L'uso congiunturale delle istituzioni, l'uso strumentale dei fatti. A rimettere in moto la necessità della sedicente "riforma costituzionale" della giustizia è lo scontro tra le procure di Salerno e Catanzaro intorno all'inchiesta "Why not". Uno scontro rovinoso per la credibilità delle toghe, e indecoroso per l'immagine della Repubblica. Ma al contrario di ciò che urlano i rappresentanti del centrodestra, il progetto di Berlusconi e Alfano sarebbe stato del tutto inutile a prevenire l'esplosione di quel conflitto, incubato esclusivamente nell'ambito della magistratura requirente. Se c'è una vera emergenza, quella non riguarda né la separazione delle carriere, né il Csm. Ma solo la maggiore rapidità ed efficienza della macchina giudiziaria, che si può agevolmente raggiungere per legge ordinaria. Di tutto questo, nel piano del Cavaliere sulla giustizia non c'è traccia. Stupisce che molti osservatori non vedano i rischi insiti in questa offensiva berlusconiana, e scambino la difesa della Costituzione per difesa di una corporazione. La giustizia va cambiata. Ma nell'interesse collettivo. Non nell'interesse soggettivo di chi (come denuncia Valerio Onida sul Sole 24 Ore) è pronto a fondare una "Costituzione di maggioranza". La Costituzione è di tutti. E tale vorremmo che restasse.


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