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Manifesto – 14

Manifesto – 14.12.08

 

Brunetta ora attacca le donne - Antonio Sciotto

ROMA - Il ministro «più amato dagli italiani» è davvero instancabile, e ora attacca pure le donne: Renato Brunetta vuole portare la loro età pensionabile in pari con quella degli uomini, da 60 anni fino a 65. L'ultima «brunettata» è arrivata ieri, all'indomani dello sciopero della Cgil, e ha gettato lo scompiglio nei sindacati. Ha protestato persino la filo-governativa Renata Polverini, leader dell'Ugl, che fino al giorno prima aveva bollato i lavoratori in piazza come «anacronistici». Decisi stop all'equiparazione sono venuti anche da Cisl e Uil. Ma le proteste più forti le ha espresse l'organizzazione guidata da Guglielmo Epifani, che ha subito alzato le barricate: «Non ci provare nemmeno, Brunetta - dice in una nota dal linguaggio vivace Carlo Podda, segretario della Fp Cgil e strenuo oppositore del ministro della Pubblica amministrazione - La sollevazione dei dipendenti pubblici (e non solo la loro) sarebbe immediata, di grandi dimensioni e, siamo certi, unitaria». D'accordo con Podda è Morena Piccinini, segretaria confederale Cgil, che denuncia il piano bipartisan contro la previdenza pubblica, mosso da alcuni parlamentari del Pd (Pietro Ichino ed Emma Bonino), del Pdl (Giuliano Cazzola e Benedetto Della Vedova) ed economisti come Francesco Giavazzi, presenti qualche giorno fa a un convegno dove fu avanzata questa proposta: «Vogliono dare in pasto all'Europa e ai mercati le pensioni, in particolare quelle delle donne, per giustificare eventuali sforamenti di deficit. Come ha già fatto Berlusconi qualche anno fa, con lo scalone Maroni». Dal fronte Pd, è invece contraria Vittoria Franco. L'uscita di Brunetta, insomma, non sarebbe casuale, e il fronte dei supporter infatti ieri ha subito dichiarato a valanga (da Cazzola a Daniele Capezzone), mentre, fa notare sempre la Cgil, nei giorni scorsi il ministro del Welfare Maurizio Sacconi aveva - ineditamente - detto di essere contrario all'innalzamento. A sostegno della sua tesi, Brunetta cita «la sentenza del 13 novembre scorso, con cui la Corte Ue ha condannato l'Italia per la violazione dell'articolo 141 del Trattato Ue che riguarda 'la parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore'». La Corte ue aveva contestato la differenza solo per quanto riguarda l'Inpdap (pensioni dei dipendenti pubblici) e non l'Inps. E infatti Morena Piccinini spiega che «la Ue ha preso un grosso abbaglio, a causa della documentazione inviata dal passato governo Berlusconi, negli anni dal 2004 al 2006, mal scritta e inadeguata». La Corte Ue, secondo la segretaria Cgil, «ha condannato l'Italia perché ha ritenuto erroneamente l'Inpdap come una cassa privata, per colpa di quella documentazione fuorviante: tanto è vero che non ha emesso analoga sentenza per l'Inps, correttamente considerata pubblica: in poche parole, la Ue non dice che per legge debba esserci la stessa età per uomini e donne». La Cgil obietta anche nel merito: «Va ripetuto a chi fa finta di non saperlo - dice Piccinini - che già dal 1977 le donne possono scegliere liberamente di rimanere al lavoro fino a 65 anni: basta che facciano domanda all'azienda, che non può rifiutare. Se è vero che l'età legale di uscita è più bassa rispetto agli uomini, l'età reale è invece più alta: per il fatto che entrano dopo al lavoro, sono più precarie e discontinue dei colleghi maschi, dunque maturano più tardi gli anni necessari. Basti pensare che le pensioni erogate oggi con il contributivo sono inferiori del 10% rispetto a quelle del retributivo. Ma soprattutto: è sbagliato questo discorso oggi, vista la crisi. Chi perde il lavoro in età avanzata almeno può sperare nella pensione, dato che non ci sono ammortizzatori e che il governo, come abbiamo denunciato con lo sciopero, non pare volerli stanziare». Infine, «va ricordato che l'Inps chiuderà quest'anno in attivo, di ben 8 miliardi». «Niente fughe in avanti - dice Raffaele Bonanni (Cisl) a Brunetta - Il prolungamento per le donne deve essere volontario e con incentivi. E bisogna riconoscere periodi di contribuzione figurativa alle donne quando stanno a casa per necessità». Favorevole all'idea di Brunetta si dice Volontè (Udc), «ma tutelando la maternità». Mentre Paolo Ferrero (Prc), la bolla come «frutto dell'odio verso lavoratori e lavoratrici».

 

Congo connection. In un rapporto all’Onu i meandri del conflitto

Serène Lasource

Rwanda, Burundi e Tanzania, regione tragicamente «ricca» di risorse naturali ed in particolare di minerali strategici per i comparti industriali del «Nord» del mondo, quali l'elettronica e l'industria aerospaziale. Il rapporto del Gruppo (vedi box) ha documentato in particolare i legami tra Rwanda e Cndp (Congres national pour la defense du peuple) - gruppo «ribelle» a prevalente etnia tutsi guidato dal generale Laurent Nkunda e dal generale Bosco Ntagand - e tra le forze armate congolesi (Fardc) e altri gruppi armati che si oppongono al Cndp, quali l'Fdlr-Foca (Forces démocratiques de libération du Rwanda-Forces combattantes) e il Pareco (Patriot Résistants du Congo). Il Gruppo degli Esperti ha altresì documentato molte altre Sette mesi di inchiesta, prevalentemente sul campo, secondo quanto affermato dal coordinatore del Gruppo degli esperti, Jason Sterns, nella conferenza stampa di venerdì alle Nazioni unite, hanno portato ad una chiara documentazione degli elementi che mantengono vivo e drammatico il conflitto armato e il disastro umanitario nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (Drc), al confine con Uganda, violazioni della Risoluzione 1807 (2008) e del diritto umanitario internazionale, quali ad esempio, il reclutamento forzato di bambinisoldato nelle forze dei gruppi armati; il sistematico uso dello stupro come arma di terrore; l'uso costante delle esecuzioni sommarie e della devastazione dei villaggi occupati da parte degli stessi gruppi e delle forze armate congolesi impegnate nelle azioni militari. Infine lo stato di caos e corruzione che regna nelle stesse forze armate congolesi, nei posti doganali di frontiera con Uganda e Rwanda, e nel controllo dello spazio aereo. La mancanza di un reale controllo dello spazio aereo orientale è tra gli elementi maggiori che permettono lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e della loro esportazione illegale, in un immenso paese quale la Drc (2,3 milioni di kmq, quanto cinque volte la Francia) privo di una reale rete stradale o ferroviaria che connetta le sue due maggiori regioni, l'occidentale, ove ha sede la capitale Kinshasa, e l'orientale, ove hanno sede i maggiori depositi minerari, nonché le reti di trasporto che li collegano agli altri Paesi dell'Africa centrale orientale, al porto kenyota di Mombasa e al porto tanzaniano di Dar es Salaam, transiti delle risorse naturali congolesi verso il mondo. Il Rapporto, i cui annessi pubblici forniscono la documentazione di quanto affermato nel testo, nomina in chiaro uomini e organizzazioni che si sono resi responsabili delle violazioni della Risoluzione 1807, in particolare attraverso l'organizzazioni di reti finanziarie e di informazione che sostengono i gruppi armati, trovando connessioni tra tali gruppi e individui, compagnie ed istituzioni basate in Rwanda, Uganda, Europa, Stati uniti, Medio Oriente, ed Asia meridionale. Mentre buona parte del lavoro di inchiesta ha riguardato i mezzi attraverso cui sia il Cndp che l'Fdlr raccolgono le risorse di cui dispongono, il Rapporto non risparmia il governo congolese. Non solo per il suo appoggio all'Fdlr - che il Cndp accusa con qualche ragione d'essere il magnete per le forze che dopo aver perpetrato il massacre dei tutsi rwandesi e degli hutu moderati durante il genocidio del 1994 si sono rifugiate nel Congo orientale - ma anche per l'estremo stato di corruzione e malgoverno. Fenomeni questi che determina inconfessabili complicità tra membri delle alte sfere governative e militari con i gruppi armati, compresi i «nemici» del Cndp, in un crogiolo di relazioni dove il denaro è l'unico scopo e il controllo manu militari delle miniere della parte orientale il mezzo che permette la sussitenza delle ricche mafie che dominano la Drc, in particolare nella sua parte orientale. Il rapporto documenta inoltre i legami che tali mafie hanno con «rispettabili» compagnie commerciali e minerarie del «Nord» o cinesi, finali utilizzatori delle risorse congolesi. Paradossalmente, dice il Rapporto, tra i maggiori «fornitori» di armi al Cndp vi è proprio l'esercito congolese. Sia perché i reparti che dovrebbero combattere il Cndp fuggono costantemente il confronto armato e lasciano sul terreno tonnellate di armi e munizioni prontamente catturate dall'altra parte, sia perchè i comandanti militari di certe unità «passano» ai ribelli armi in cambio di denaro o altri beni. In mezzo a tutto ciò, traspare - implicitamente se non esplicitamente, dato che il mandato del Gruppo degli esperti non riguarda un'azione di ricerca sul comportamento delle forze Onu della missione di peacekeeping (i 18,000 soldati della Monuc) - la incapacità, o la non-volontà, della comunità internazionale e della Monuc di operare vigorosamente in difesa delle popolazioni locali e delle centinaia di migliaia di rifugiati che le offensive Cndp dell'ottobre-novembre di quest'anno nei pressi della strategica località di Goma, sul lago Kivu al confine con il Rwanda, hanno creato. Non è certo secondario che la debole e soprattutto inefficace - per limiti interni e per la confusione che regna sul suo reale «mandato» - azione della Monuc venga vista dalle popolazioni congolesi più come un problema che come una soluzione. Incapaci di aver ragione della corruzione che regna nel proprio governo e nelle forze armate congolesi, le disgraziate popolazioni delle province orientali facilmente rivolgono la loro rabbia contro le forze di peacekeeping, dando così agio ai maggiori responsabili di continuare la devastazione e lo sfruttamento di province dove la pace metterebbe fine ai loro lauti profitti. Molte sono infatti le parti interessate alla continuazione dello stato di instabilità e di conflitto, e molte altre al sostegno di certi gruppi all'interno dell'establishment congolese in cambio di concessioni nello sfruttamento minerario: tra esse il Rwanda, la Cina (un accordo recente «scambia» un aiuto di 20 miliardi di dollari in piani di «sviluppo» con concessioni allo sfruttamento minerario), il Sudafrica, il Sudan e l'Uganda, lo Zimbabwe. A tale proposito, il rapporto documenta numerosi e mai comunicati (alle Nazioni unite, come reso obbligatorio dal dettato della Risoluzione 1807) invii di munizioni alle forze armate congolesi da parte del Sudan e l'incongruo «aiuto» fornito dal governo congolese a quello dello Zimbabwe (53 tonnellate di munizioni inviate in agosto), in un momento di tragica penuria di capacità di fuoco dei reparti militari congolesi all'Est e di tragica repressione delle popolazioni da parte del regime di Mugabe.

 

Atene, dopo le botte è l'ora della politica - Angelo Mastrandrea

ATENE - Fa impressione percorrere di notte una città occidentale sotto un coprifuoco non dichiarato. «Non l'avevamo mai vista così», dicono alla redazione del settimanale Epohi , una sorta di manifesto in salsa greca e osservatorio privilegiato sulla battaglia di Atene. Vuota, il traffico assente anche se è fine settimana e solitamente è il caos, i ristoranti deserti perfino nella Plaka, il vecchio quartiere turco proprio sotto il Partenone, invaso dai turisti dodici mesi all'anno. E tranquilla. Sì, tranquilla, perché ora c'è una calma che appare insolita dopo una settimana di fuoco e fiamme, e un acquazzone ha perfino spazzato via quella terribile polvere di gas lacrimogeni che appestava l'aria da giorni accompagnandosi al puzzo di bruciato. A Giurisprudenza, dopo un pomeriggio di tensione, con un poliziotto colpito in pieno da una molotov e letteralmente spento dai colleghi, e la facoltà accerchiata, l'atmosfera è quella di una qualsiasi occupazione universitaria. Chi spazza a terra, chi legge, chi chiacchiera con gli amici. Proprio a due passi, davanti all'ingresso sbarrato dell'Ateneion Kafe, un appunto a penna appiccicato sulla porta dice che l'iniziativa di sottoscrizione per il manifesto è annullata. Sarebbe dovuta essere una serata di musica e politica, alla presenza di tanta sinistra greca, giornalisti, giovani e affezionati del giornale che qui non difettano, e agli organizzatori non dispiaceva l'idea di trasformarla in un evento politico proprio nell'epicentro della rivolta, ma fino al tardo pomeriggio lì attorno è stato campo di battaglia, il proprietario del locale non se l'è sentita di aprire e tutto è stato rimandato a data da destinarsi, forse a gennaio. Al Politecnico invece, completamente in mano agli anarchici, un'infermeria autogestita dispensa bende e cerotti a un via vai di teste rotte, e l'assemblea partorisce un comunicato in cui si riafferma la solidarietà a tutte le scuole e gli atenei occupati e si chiede la liberazione dei compagni arrestati. Si avvicina il fine settimana, tutti sanno che la fase più dura della protesta è ormai passata anche se durante la notte si registrano piccoli attacchi a banche e supermercati e perfino a una sede di quartiere del partito del premier Nuova Democrazia. Fino a lunedì ci saranno manifestazioni, ma la sfida è riuscire a canalizzare questa esplosione incontrollata in un movimento che riesca a durare e a darsi degli obiettivi politici. Insomma, ci si chiede come andare avanti e si tirano le somme di una rivolta cui molti hanno attivamente partecipato. Tutto attorno la calma è precaria: la polizia non può entrare nell'università per Costituzione dopo che nel 1973 vi fece una strage che segnò l'inizio della fine del regime dei colonnelli, ma fino ai cancelli si fa sentire eccome. Il bilancio ufficiale parla di 176 fermi, e di questi ben 100 sono immigrati, cosa parzialmente spiegabile con il fatto che Exarchia, dove la polizia sabato scorso ha ucciso il quindicenne Alexis Grigoriopoulos, oltre ad essere un quartiere di studenti universitari, di anarchici e di gente di sinistra, è abitato anche da molti migranti. Alcuni degli arrestati, in totale 24, hanno accuse pesantissime, fino al terrorismo. Altri sono stati denunciati e rimandati a casa, altri ancora hanno dovuto pagare una multa. In 45 invece sono stati fermati non perché avrebbero preso parte agli scontri ma perché avrebbero saccheggiato delle attività commerciali. Una scena abbastanza comune in questi giorni, quella di negozi andati in frantumi dai quali uscivano cariche di merce persone che magari con la protesta avevano poco a che spartire. Ad essere presi particolarmente di mira sono stati negozi di telefonia e computer. Il totale dei danni ammonta a circa 200 milioni, il traballante governo Karamanlis promette che tutti i commercianti avranno degli aiuti economici, e in città l'unica attività fiorente in questi giorni è quella di vetrai e falegnami. In centro è a dir poco improbabile riuscire a trovare un bancomat in attività e sono davvero poche le attività sfuggite alla furia devastatrice, specie lungo il percorso dei cortei. Ma i fermi non sono riusciti a placare le proteste. Anzi, alla manifestazione di venerdì mattina conclusasi ancora una volta a sassate e molotov davanti al Parlamento, la testa del corteo era tranquillamente tenuta dagli anarchici, e la mobilitazione degli studenti è andata crescendo nonostante i timori di violenze. Ad alimentarla hanno contribuito non poco le parole dell'avvocato dell'agente accusato dell'omicidio, Alexis Kouyas (un personaggio noto e piuttosto chiacchierato in Grecia) che ha preferito insultare la memoria del giovane con accuse rivelatesi false, come quella che era stato buttato fuori da una scuola, piuttosto che scusarsi a nome del suo assistito per quanto accaduto. Parole che sono suonate come una specie di affronto per migliaia di giovani (ma anche insegnanti e perfino la maggioranza dell'opinione pubblica) che erano rimasti profondamente colpiti dall'omicidio. Pronunciate, per di più, nel momento in cui il livello di emotività era al massimo. Inoltre, con le sue anticipazioni sulla perizia balistica sul proiettile mortale, Kouyas ha contribuito a rafforzare il convincimento che ancora una volta la polizia sarebbe uscita impunita. Sul proiettile sarebbe infatti stata rinvenuta una piccola scheggiatura, che farebbe pensare a un urto precedente, forse contro il palo di un lampione. Da qui l'ipotesi che il colpo avrebbe ucciso solo «di rimbalzo». Per i periti invece non ci sarebbe stato nessun rimbalzo, ma la lieve ammaccatura sarebbe stata dovuta al contatto con un osso del ragazzo. Dunque, il poliziotto avrebbe sparato per uccidere. O quantomeno mirato ad altezza d'uomo, come sostengono concordi tutte le testimonianze raccolte.

 

La platea: «Partito, partito» ma Vendola frena sui tempi

Daniela Preziosi

ROMA – È l'intervento numero 22, l'anconetano Maurizio Foglia, a far cadere giù il teatro, che pure partecipa molto: «Io non ho l'autorevolezza per farlo, qui ci vuole un compagno importante che dica: chi vuole fondare un nuovo partito si alzi in piedi, andiamo nell'altra stanza». Foglia non voleva, ma Freud non perdona e in realtà più che la scena della nascita di un partito, evoca la scena di una scissione. Al suo intervento, ieri pomeriggio all'Ambra Iovinelli, teatro romano troppo piccolo per contenere l'assemblea nazionale dell'associazione 'per la sinistra' (830 posti a sedere, schermo fuori pioggia permettendo, steward impossibilitati a tenere fuori la folla), mezza platea si alza in piedi e urla «partito, partito». L'altra metà, però, ci pensa su. Mattatore della serata Moni Ovadia, attore e autore di teatro deluso in tempi record dal Pd e padrino del nuovo futuro partito della sinistra, un «processo» di cui annuncia le tappe: a dicembre un'assemblea per le regole, a febbraio gazebo in tutta Italia per le 'primarie delle idee', a fine febbraio nuovo appuntamento per la scelta «del partito. Speriamo», dice, «ma io sono solo un portavoce». Il problema è la voce di chi portare. Gli interventi si distribuiscono fra quelli che spingono per fondare un partito subito, in maggioranza militanti Sd ma non solo, e quelli che chiedono un cammino senza le accelerazioni che hanno azzoppato la sinistra arcobaleno, «una discussione vera senza correre agli schieramenti», come dice la fiorentina Anna Picciolini. In tutto sono cinquanta, tre minuti, una decina di invitati (fra cui il direttore del manifesto e la giornalista Giuliana Sgrena, il segretario della Cgil Conoscenza Mimmo Pantaleo, l'ambientalista Gianni Mattioli), tutti gli altri vengono estratti a sorte fra chi chiede di parlare. Anche così la sinistra cerca di combattere la sindrome da politburo, il vizio di far intervenire solo certi: alla vicinanza al capataz si sostituisce il caso, nell'auspicio che si riveli più democratico. Scuola, lavoro, ambiente, dibattito ricchissimo. I leader non parlano. Ci sono tutti quelli interessati al cantiere della sinistra. Nichi Vendola, Grazia Francescato, Paolo Cento, Loredana De Petris, Gennaro Migliore, Claudio Fava, Katia Bellillo, Umberto Guidoni, per parlare solo della prima fila. Più indietro, fra le poltrone, c'è Franco Giordano, Maria Luisa Boccia, Carlo Leone, Aldo Tortorella. Alcuni della minoranza Prc arrivano dopo aver ascoltato l'introduzione di Paolo Ferrero, al contemporaneo comitato politico: un gesto di cortesia in una situazione interna tesissima, segnata dalla polemica sulla rimozione del direttore di Liberazione Piero Sansonetti (presente qui), che potrebbe essere un punto di caduta del delicato equilibrio interno raggiunto fra maggioranza e minoranza. Fausto Bertinotti non c'è. Manda un messaggio in cui definisce «la costruzione di una forza politica unitaria e plurale della sinistra», passaggio «difficile quanto necessario». Sui tempi si tiene sulle generali, la sua proposta del resto l'ha già fatta nelle sue «15 tesi da dove ripartire», ed è: nessuna accelerazione organizzativistica e, nell'immediato, cartello elettorale per le europee. Che fa litigare, da subito, il gruppo dirigente dell'associazione. In origine, infatti, ieri erano previsti gli interventi dei leader. Ma un'intervista di Claudio Fava fa imbufalire la minoranza Rifondazione e suggerisce saggiamente di non squadernare sul palco le differenze fra soci fondatori . Il leader Sd si dichiara «indisponibile» al cartello elettorale e si impegna a dare subito «uno sbocco al voto» con chi ci «sta subito» e sapendo che nella nuova formazione «non ci sarà spazio per l'orgoglio comunista». Vendola la prende male: si dichiara «stupito», il nuovo soggetto dovrà «rispondere a una logica plurale e pluralista e realizzarsi attraverso un processo rigorosamente democratico, centrato sul massimo della partecipazione dal basso, riconsegnando i poteri decisionali al corpo vivo della sinistra diffusa». Quindi «ogni forzatura politicista contrasta in radice con il senso stesso dell'operazione che abbiamo avviato dando vita all'associazione». Quanto all'orgoglio comunista, poi, Vendola dichiara che dovrà esserci spazio per il suo, nella futura formazione. E le primarie delle idee, che si sperimentano già ieri, rompono «con l'antica abitudine di presentare alla base solo decisioni già assunte». Controreplica di Fava: «Il nostro popolo è più avanti di noi, la platea chiede un partito». Per la cronaca, il cartello non piace neanche alla verde Grazia Francescato, ma piace al collega Paolo Cento. Insomma il cammino si farà camminando, al momento non c'è neanche la certezza dei compagni di viaggio. Sola certezza, le primarie delle idee: in pratica una scheda con 25 valori cui il militante attribuisce la priorità. Il primo classificato ieri: la sinistra è «speranza di trasformazione contro il capitalismo contemporaneo».

 

Francescato: Cartello elettorale è transgenico, no grazie

«Se continuiamo a pensare alle scadenze elettorali come una pistola puntata alla testa, finiamo per fare un prodotto transgenico». La presidente dei Verdi, Grazia Francescato, boccia senza appello la proposta di Fausto Bertinotti di dare vita ad un cartello elettorale della sinistra per le europee. «La politica viene prima della tattica - spiega Francescato - dico no a un cartello elettorale che sarebbe la riproposizione della Sinistra arcobaleno ma direi sì a un progetto politico di ampio respiro, che deve venire prima, purché questo abbia al centro una nuova idea di economia legata all'ambiente e alle energie sostenibili». Ancora più chiaro Angelo Bonelli che guarda inevitabilmente a dopo le europee: «Noi pensiamo a una federazione in cui siano rappresentate tutte le culture del centrosinistra. E' chiaro che i Verdi tornano in pista con la loro autonomia, senza adesioni a nessun partito».

 

Direttore verso sfiducia. «Cacciarmi è illiberale» - Matteo Bartocci

ROMA – A via dei Frentani non è il «solito» comitato politico nazionale di Rifondazione. Sala mezza vuota, dibattito ordinatissimo e con pochi brividi, niente capannelli nei corridoi. «Come diceva Paolo Rossi? Era meglio morire da piccoli che vedere 'sto schifo da grandi», scherza Giovanni Russo Spena. Perché all'ultimo cpn del 2008, il massimo organo di Rifondazione, la minoranza «vendoliana» non c'è, essendo stato convocato in contemporanea all'assemblea dell'Ambra Jovinelli (vedi a fianco). Per cui tutto il confronto politico, o quasi, è rimandato agli interventi di oggi e al voto finale sui vari ordini del giorno. La maggioranza ne presenterà almeno tre. Che sicuramente faranno abbandonare i toni pacati di questa prima giornata. Uno sulla linea politica contro la crisi economica (patrimoniale, tassa di successione e cassa integrazione per tutti, precari compresi), uno sulle amministrative (liste aperte agli esterni ma col simbolo del Prc e niente alleanze con l'Udc) e l'ultimo, che potrebbe addirittura minare l'unità del partito, su Liberazione e gli organi di informazione (autonomi sì ma non portatori di progetti politici diversi da quelli del partito). Tre proposte chiare e nette anche in chiave interna. Perché sull'autonomia del quotidiano (che la segreteria comunque assicura di non voler mettere in discussione) e sul direttore Piero Sansonetti la minoranza «vendoliana» è pronta da giorni a fare le barricate. Con un proprio ordine del giorno che, secondo le ricostruzioni della vigilia, farà quadrato intorno a Sansonetti avvertendo che il suo licenziamento metterebbe a rischio la convivenza nel partito. In ogni caso Ferrero dal palco non ha nascosto le critiche: «Il problema non è l'autonomia del giornale, il problema è che il giornale è portatore di un progetto alternativo a quello del partito, ne propone addirittura lo scioglimento. E' una contraddizione insostenibile di cui io non posso più farmi carico politicamente». Lo stato dei rapporti è tale che Sansonetti, raggiunto dall' Ansa , definisce Ferrero «un uomo illiberale, che pensa a un giornale arcaico, rappresenta la vecchia sinistra che attraverso il giornale di partito vorrebbe solo guardarsi l'ombelico. Me ne vado solo se mi sfiduciano i miei giornalisti». Un avvicendamento è nelle cose. Dell'eventuale sostituto, proposto dal segretario, dovrebbe occuparsi la prossima direzione del 19 dicembre. Le sorti della testata (a cui il partito ha appena affidato 3,5 milioni di euro, pari a un terzo del suo bilancio annuale), rischiano insomma di diventare il casus belli che porterebbe una fetta non piccola della minoranza se non alla scissione di area a uscire comunque dal partito. Anche se non tutti nella vecchia «mozione 2» di Chianciano la pensano così. Dirigenti autorevoli (Tecce, Rocchi, Sodano, Schiavon, Valentini per esempio ieri erano in platea) infatti non credono nell'uscita verso Sd e anzi in qualche caso sono perfino impegnati negli organi di partito. Lo stesso Bertinotti, del resto, dietro la proposta del cartello elettorale per le europee non ha nascosto le critiche a un soggetto di sinistra subalterno al Pd fino a diventarne un cespuglio. Propositi scissionisti contro cui la segreteria lancia un altolà anche in vista delle amministrative. Ribadendo la corsa col proprio simbolo e con liste aperte anche agli altri partiti o a esterni, Ferrero sembra così voler sbarrare la strada a esperienze (Bari e Firenze, per esempio) dove dirigenti di Rifondazione si preparano a candidarsi sotto il simbolo della sinistra con Sd. Una situazione che a primavera potrebbe portare a un'emorragia di quadri e di rese dei conti magari risolte, come accaduto prima del congresso, a colpi di statuto e di regolamento. Tutto ciò mentre la crisi incombe e la sinistra non pare avere idee molto originali. Nella sua relazione Ferrero riconosce che «nulla resterà come prima» ma propone una rete di dentisti a prezzi politici e cassa integrazione/reddito sociale per tutti. Da finanziare con la Tobin tax, la nazionalizzazione delle banche, la patrimoniale, il ritorno della tassa di successione, l'inasprimento sulle rendite. Ricette classiche se non vintage.

 

Liberazione – 214.12.08

 

Qualcosa si muove: la nuova sinistra è in cantiere - Stefano Bocconetti

Intanto c'è un metodo. Tanto originale che nessuno l'ha mai sperimentato prima di ora. Un metodo che da solo, certo, non fa «nuova sinistra». Ma in ogni caso la mette sui binari giusti. «La fa partire», per dirla con Moni Ovadia. Citazione che serve a far capire di cosa si tratta: perché l'intellettuale, l'attore, lo sceneggiatore, il poeta è il portavoce dell'associazione per la sinistra. Un movimento, nato sull'appello di un centinaio di intellettuali e dirigenti di organizzazioni di base, che s'è posto come obiettivo la nascita di un nuovo «soggetto». Esattamente il soggetto che manca sulla scena politica italiana: quello di sinistra. E ieri in un teatro romano - strapieno al punto che i vigili del fuoco hanno imposto lo sgombero delle scale per motivi di sicurezza, costringendo così centinaia di persone a seguire i lavori in strada, sotto una pioggia battente - ieri all'Ambra Jovinelli, si diceva, l'associazione ha provato a fare il punto dopo qualche mese di lavoro. Ma appunto si è trattato di un'assemblea atipica, a cominciare dal metodo. Le richieste di intervento sono state raccolte e sorteggiate. Nessuna alchimia fra organizzazioni, nessun «bilancino». Di più: a disposizione degli oratori - che esibivano sulle giacche e sui maglioni i numeri tirati a sorte - c'erano solo tre minuti. Non un secondo di più, perché il coordinatore dell'assemblea - appunto Moni Ovadia - era inflessibile nel suonare la campanella. E' così che - come mai forse era accaduto - ha potuto prendere la parola quella che tutti chiamano la «sinistra diffusa». Uomini, donne, ragazzi che nel poco tempo a disposizione dovevano raccontare la loro esperienza e dire la loro sulla scelta più importante che quest'assemblea era chiamata a decidere. Quella delle «primarie delle idee». Anche qui, qualcosa che una sinistra non ha mai sperimentato. Si tratta di un vero e proprio questionario, da riempire. Solo che qui non si tratta di indicare un leader, o un candidato a governare qualcosa. Si tratta di indicare le priorità dei temi sui quali dovrebbe ricominciare la sinistra. Dal lavoro alla laicità, dalle differenze di genere fino alla solidarietà. Con in più una casella in bianco per aggiungere una scelta «non prevista». Una sorta di carta dei valori, insomma, costruita con un inedito sistema di partecipazione. Rapido. Ma sarà anche efficace? Lo si saprà presto. Perché l'assemblea dell'Ambra Jovinelli ha deciso che avvierà una consultazione fra tutte le associazioni che hanno aderito, aperta a chiunque. Si raccoglieranno le risposte scritte e il senso di migliaia di dibattiti e si scriverà nero su bianco una «carta d'intenti». Questo entro gennaio. Il mese successivo, poi, l'assemblea si è riconvocata. E stavolta dovrà rispondere ad un quesito più impegnativo: è arrivato il momento di dar vita al nuovo soggetto? Non è una domanda da poco. Le implicazioni sono evidenti. Certo, quelle migliaia di persone stipate al teatro spingono in quella direzione. C'è la ricercatrice di Salerno - Palmieri, almeno così si capisce, perchè Ovadia sul palco fa un po' di confusione coi nomi - che prima di venire qui a Roma ha incontrato i suoi colleghi, decine di studenti. «E vorrei sapere cosa racconterò a loro: c'è questa nuova forza politica o no? C'è un progetto, un'idea che possa fare da sponda a chi in queste ore si sta battendo contro la privatizzazione del sapere o no? Loro me l'hanno chiesto sta a voi rispondere». E c'è Fabrizio, che è venuto qui a rappresentare un'associazione di Ancona che è già di fatto la forza unitaria di tutta la sinistra in città, che la mette giù esplicita: «Perché non siamo già una "costituente"? Perché non lo facciamo subito questo soggetto?». Lo accoglie un boato. Di più: la sala comincia a scandire uno strano slogan. Anche questo mai ascoltato prima: «Par-ti-to, par-ti-to». Si va verso quella direzione, questa sala lo vuole. Ma trova anche il tempo di ragionare sul come arrivarci. Anche perché alle spalle c'è la brutta esperienza dell'Arcobaleno. Che nessuno vuole ripetere. E allora? C'è Simonetta Saragone, o almeno così è stata presentata, che insiste sulla necessità che tutto avvenga con un «processo». Pena il riaffacciarsi di un ceto politico, di quel ceto politico che lei definisce «impresentabile». Processo, magari sperimentando nuove relazioni, nuovi modi di stare insieme. Un nuovo modo di rispettare chi non la pensa come te. In sintonia con la filosofia dell'unico movimento che abbia superato l'orizzonte del secolo breve, il femminismo, per usare le parole di Bianca Pomeranzi. E ancora. Fare in fretta ma senza scorciatoie. Come sostiene Michela Spera, segretaria dei metalmeccanici Cgil di Brescia. Un intervento che «normalmente» sarebbe stato ascoltato con quel silenzio che i cronisti notano subito. Invece l'assemblea di ieri sente tutti gli interventi allo stesso modo, con la stessa attenzione, non fa distinzioni. Così anche Michela Spera deve «stare» in quei tre minuti. Li usa per dire che, stando ai numeri resi pubblici dalla Confindustria, proprio a Brescia s'è registrata la più alta adesione allo sciopero della Cgil. Eppure non bastano quei numeri per cambiare il clima. La sindacalista lo ripete qui: in fabbrica, anche in fabbrica, c'è disillusione, apatia. E in molti casi addirittura rifiuto. Della politica tout court, e quindi anche della sinistra. Sconforto che a tratti prende anche lei. Eppure è voluta venire lo stesso per spiegare che la rassegnazione può trasformarsi in voglia di protagonismo. Lo strumento è appunto la sinistra. Che deve tornare ad indagare, a scoprire i volti, le facce delle vittime della crisi. Deve tornare ad elaborare una teoria politica. E deve anche tornare a fare i conti con quel che accade. «Ed in questo caso ognuno si deve prendere le proprie responsabilità». La segretaria della Fiom di Brescia cita esplicitamente il «problema delle elezioni europee». Problema, perché molti qui lo vivono esattamente in questo modo. Problema di cui volentieri farebbero a meno. Ed è una questione che - perché non dirlo? - un po' divide quest'assemblea. Anche perché l'incontro dell'Ambra Jovinelli era stato preceduto da un'intervista su l'Unità a Claudio Fava, il segretario di Sinistra democratica, che sembra gettare il cuore oltre l'ostacolo. Per lui l'assemblea di ieri doveva essere il punto di partenza del nuovo soggetto, del nuovo partito che dovrà presentarsi alle europee. Non tutti la pensano allo stesso modo. Nichi Vendola, che non ha neanche presentato la richiesta di intervento convinto che per i dirigenti questo sia il momento «dell'ascolto», non la pensa allo stesso modo. «Un po' sono stupito dalle parole di Fava. Noi pensiamo che che la costruzione del nuovo soggetto della sinistra debba realizzarsi attraverso un processo rigorosamente democratico, centrato sul massimo della partecipazione dal basso, riconsegnando i poteri decisionali al corpo vivo della sinistra diffusa, alla nostra base sociale e militante» Le forzature, insomma, non lo convincono, anzi rischiano di essere controproducenti. «Abbiamo dato vita all'associazione per la sinistra proprio per evitare i politicismi». In ogni caso, come andare avanti lo si deciderà insieme. Anzi: lo decideranno insieme. Perché da oggi comincia la consultazione, le primarie delle idee. Lo si farà in rete (al sito http://associazioneperlasinistra.it/), lo si farà nelle assemblee delle quasi mille organizzazioni di base che hanno già aderito al progetto. E lo faranno tutti insieme all'assemblea di febbraio. Lì si deciderà. Ma in realtà l'assemblea di ieri qualcosa l'ha già decisa, anzi: l'ha già «fatto». Li, insomma, in quel teatro è successo qualcosa. Difficile descrivere però di cosa esattamente si tratti. E allora in aiuto possono arrivare le parole - tradotte in simultanea dal palco - di Jurgen Klute. Un membro della direzione della Die Linke tedesca, l'unico a poter sforare i tre minuti. Una sorta di omaggio ad un personaggio, anche lui unico: pastore evangelista, attivo nelle comunità di base in Brasile, attivo nella rete europea del servizio ecclesiale per il lavoro, sindacalista, è stato fra i fondatore del partito tedesco. Del terzo partito tedesco. E lui racconta delle difficoltà, all'inizio, a mettere insieme storie, culture, provenienze diverse. Racconta di come a volte le difficoltà sembrassero insuperabili ma di come fosse il paese a chieder loro di costruire la Die Linke. E racconta di come, alla fine, ci siano riusciti. «Sentendoci tutti una comunità, la stessa comunità. Di tutti, per tutti». E questo teatro sembra davvero già una comunità. Ce la farà? Nessuno ha la risposta. Ci sono però le parole finali di Moni Ovadia. Che, oltre a tutto il resto, è anche un uomo di spettacolo. E così cattura l'ultimo istante di attenzione, prima della conclusione e dice: «E' davvero l'ultima chiamata, l'ultima occasione per fare la sinistra. Se falliremo le prossime generazioni avranno tutto il diritto di sputare sulle nostre tombe». Se non ce la faranno questo paese sarà peggiore.

 

Cpn a metà per il Prc. La ricetta di Ferrero per uscire dalla crisi

Angela Mauro

Crisi economica, alleanze future, il caso Liberazione . A circa cinque mesi dal congresso nazionale di Chianciano, il comitato politico nazionale di Rifondazione comincia ad affrontare i nodi della sua agenda (lo scorso cpn era servito solo al rinnovo degli organismi dirigenti). Lo fa in un centro congressi Frentani svuotato della presenza della quasi metà del partito, l'area "Rifondazione per la sinistra", che assiste solo alla prima parte dei lavori per poi recarsi all'assemblea organizzata nel vicino teatro Ambra Jovinelli con Sd e altre forze della sinistra. La circostanza sottolinea differenze che da luglio convivono sotto lo stesso tetto, ma non accende lo scontro in sala. Dibattito apparecchiato, nel vivo si entrerà oggi con la votazione di diversi ordini del giorno, tra cui anche alcuni sulle modalità di fare informazione da parte del Prc (caso Liberazione compreso). Ma partiamo dall'inizio. I lavori si aprono con la commemorazione di Rocco Papandrea, segretario del Prc Piemonte scomparso nei giorni scorsi. I temi della discussione: la crisi finanziaria, si diceva. «In Italia la recessione sarebbe arrivata lo stesso anche senza la crisi dei subprime negli Usa», esordisce il segretario Paolo Ferrero. Il punto è che la «crisi è rottura: nulla sarà come prima, se ne esce o a destra o a sinistra, difficile uscire al centro, andrebbe spiegato al Pd...». E' solo il primo degli affondi al partito di Veltroni. Ce n'è naturalmente anche per il governo che «pensa a salvare solo i grandi gruppi, a finanziare opere pubbliche per curare alcuni interessi, a non mettere in campo nulla per salari e pensioni se non elemosina caritatevole». Uscire a sinistra dunque, per Ferrero, vuol dire «lavorare sulla tenuta dei movimenti» che si sono affacciati sulla piazza nelle proteste contro la riforma di scuola e università. E al tempo stesso lavorare affinché anche la Cgil, che ha optato per lo sciopero generale, «tenga su questa strada», visto che il sindacato di Epifani «non ha ancora risolto il problema di fondo: abbandonare la politica concertativa», evidentemente condivisa dal Pd che «non ha aderito all'agitazione di venerdì scorso». Proposte. Il segretario ne snocciola alcune: «Non si esce dalla crisi senza una redistribuzione del reddito». Come si fa? «Introducendo una tassa di successione, una sui grandi patrimoni, sulle rendite finanziarie, riducendo le spese militari, mettendo in campo risorse che garantiscano la cassa integrazione a tutti i lavoratori». Quanto alle banche non bastano interventi di "soccorso". «Vanno nazionalizzate - dice Ferrero - per mettere sotto controllo il libero movimento dei capitali, per una gestione politica del credito: è dalla mancanza di questi fattori che viene la crisi». Naturalmente, riconosce Ferrero, il fatto che la gente manifesti contro la Gelmini e per lo sciopero generale non vuol dire che si stia spostando a sinistra. Anzi: «il rischio è che rimanga comunque nello stesso paradigma capitalista». Che va rovesciato. Come? «Non pensiamo di risolvere la crisi distribuendo il pane a un euro, ma si tratta di un elemento antagonista importante», si difende il segretario. Oltre al pane, è al via una nuova campagna del Prc per dimezzare il prezzo della pasta, distribuendo pacchi da mezzo chilo a 40 o 43 centesimi attraverso la stessa rete Gap, Gruppi di acquisto Popolari. Rovesciare significa anche passare al setaccio le alleanze locali del Prc, soprattutto ora che diversi terremoti politico-giudiziari scuotono le amministrazioni targate Pd (caso Campania, Firenze, dimissioni di Soru in Sardegna). Una verifica delle alleanze locali viene del resto invocata da diversi pezzi della maggioranza del partito. «L'avevamo decisa a Chianciano e non è stato fatto nulla - dice Claudio Bellotti di Falce e Martello - non possiamo pensare di scappare dalle giunte solo quando arrivano le inchieste. Bisogna prendere il toro per le corna...». Come voglia presentarsi il Prc alle prossime amministrative non è ancora chiaro, se non per un aspetto: simbolo di Rifondazione e liste composte per «il 50 per cento da non iscritti al partito», propone Ferrero. Sulle alleanze: è escluso di fare asse comune con l'Udc. Quanto al Pd, nei casi in cui non sia accompagnato dai centristi di Casini, niente è escluso. Nel senso che, continua il segretario, bisogna tenere conto del fatto che «la questione morale ha a che fare con gli indirizzi politici», che «Rifondazione è in alternativa strategica al Pd», ma la decisione sullo stare insieme o meno nelle future amministrazioni dipende da eventuali intese sui «programmi». Ferrero rilancia poi con forza il progetto di «coordinamento delle forze della sinistra» per costruire «un'opposizione basata su elementi di comunanza, sperando di uscire dalla schizofrenia secondo cui a sinistra o si fa un nuovo partito o non si fa nulla». Frecciata alla minoranza vendoliana. E' l'unica. Il resto si consuma sulla testa di Liberazione. «Il problema non è l'autonomia del giornale e dei suoi giornalisti - introduce il tema il segretario - ma il fatto che questo quotidiano abbia un progetto politico diverso da quello di Rifondazione, pensa di "andare oltre", fare un'altra aggregazione, di dissolvere il partito. Io non sono d'accordo: va chiesto al giornale di modificare il suo indirizzo». Significa «cambiare l'attuale direzione? Sarebbe bene saperlo». Al Frentani la domanda viene posta da Graziella Mascia, prima che la vicepresidente di Sinistra Europea lasci la sala per andare all'assemblea dell'Ambra Jovinelli. Ma nel corso del dibattito la questione non viene specificata. Il cpn non ha il potere di sfiduciare il direttore del quotidiano. Presumibilmente oggi si andrà al voto su due documenti contrapposti su Liberazione : uno della maggioranza e uno della minoranza. Nel dibattito affiorano comunque varie idee su come portare avanti l'informazione del partito. Lo stesso segretario parla della nascita di una «rivista». Alfio Nicotra, segretario del Prc lombardo, insiste su un «quotidiano online con web tv, perchè è tramontata l'era dei quotidiani cartacei di partito».

 

L'occasione persa dello sciopero. Il Pd «ipotetico» naviga a vista

Romina Velchi

Quant'è difficile essere Partito democratico oggi. Ogni cosa - dalla giustizia al federalismo, dallo sciopero Cgil alla questione morale, dalle alleanze alla collocazione europea - è un coltello nella piaga, una pioggia sul bagnato; insomma, l'occasione per nuove divisioni, nuove oscillazioni, nuovi stop and go, senza che emerga (quasi) mai una linea chiara e condivisa. In un crescendo tale da costringere, alla fine, i due leader (pur sempre) rivali, Massimo D'Alema e Walter Veltroni, a siglare una tregua, ancorché armata, per "proteggere" il partito dalla «campagna pretestuosa volta a delegittimarlo e a investirlo di una complessiva questione morale che riguarda anche e soprattutto la destra». Perché di fronte ad un'offensiva esterna (Pdl-Idv) così massiccia, non è che si può far finta di niente e continuare a mangiarsi vivi come scorpioni in una bottiglia. Il che, però, non risolve i problemi. Ultimo, in ordine di tempo, lo sciopero Cgil, che, manco a dirlo, ha provocato l'ennesima frattura interna, lasciando il partito in mezzo al guado: andare o non andare? Aderire o non aderire? La soluzione è che ognuno si è regolato da sé. Tutta l'area margheritina (ad eccezione di Rosy Bindi) - e cioè Rutelli, Marini, Franceschini, Letta, Fioroni - ha detto chiaro e tondo che non avrebbe partecipato ad uno sciopero che sanciva la rottura con Cisl e Uil. Assenti (ma questa non è una notizia) anche i deputati-imprenditori, tipo Massimo Calearo e Matteo Colaninno. All'estremo opposto l'area Red (cioè i dalemiani, ma senza D'Alema, trattenuto altrove da impegni di partito) e gli esponenti della sinistra Pd. C'erano Pierluigi Bersani (corso a Bologna a dar manforte a Epifani); Livia Turco, Anna Finocchiaro, Barbara Pollastrini, Vincenzo Vita, Paolo Nerozzi e un gruppetto di deputati che con un documento hanno ribadito la volontà di esserci per «sostenere la difesa dei diritti del lavoro» e di «unire le forze sindacali». In mezzo il segretario Veltroni. Il leader condivideva la piattaforma dello sciopero, ma vista la situazione interna, ha scelto di non sfilare, anche grazie ad un provvidenziale incontro a Parigi dei Nobel per la pace (un pallino dell'ex sindaco di Roma). Il risultato è stato però che, in pratica, il Pd era come se non ci fosse. Che non è, propriamente, una dimostrazione di forza. Per di più alla vigilia di un voto complicato come quello in Abruzzo. Enrico Letta si sforza di far credere che il voto abruzzese non avrà influenza sul dibattito interno al Pd, ma più d'uno ha fatto osservare che se le elezioni andranno bene sarà merito di Di Pietro; se andranno male sarà colpa del Pd. Non bastasse, gli ultimi sondaggi danno il partito di Veltroni in calo (il più benevolo lo dà al 28%), mentre, nella sostanza, restano insoluti i casi spinosi di Napoli e Firenze. E' vero che i vertici del partito hanno messo nero su bianco che in Campania serve «una stagione di rinnovamento» e che occorre «costruire la massima partecipazione popolare per la scelta del prossimo candidato alla guida della Regione», in sostanza "dimissionando" Bassolino. Ed è anche vero che con il sindaco Jervolino si stanno decidendo tempi e modi per un rimpasto. Ma l'attuale governatore non intende levare le tende prima della primavera prossima e comunque solo se sfiduciato dal consiglio regionale. Quanto a Firenze la via d'uscita dall'impasse provocato dall'inchiesta giudiziaria che ha coinvolto l'assessore Cioni si chiama primarie di coalizione, al posto delle primarie del Pd per il candidato sindaco, annullate; a Bologna, le primarie si svolgono oggi regolarmente per scegliere il successore di Sergio Cofferati; in Sardegna è ancora tutto in alto mare (il Pd, manco a dirlo, è diviso).

In vista della direzione della prossima settimana (dove non ci dovrebbero essere voti contrari dei dalemiani alla relazione di Veltroni), dalla direzione regionale della Toscana arriva l'appello a mettere in campo «proposte alternative di governo credibili», con una «rinnovata coesione del gruppo dirigente nazionale». Il problema è: dirigente di cosa? Nella indeterminatezza di idee che oggi regna sovrana nel Pd, nemmeno ce la si può prendere con Chiamparino, Penati e Cacciari i quali, in coerenza, rilanciano l'ipotesi del partito del Nord. Un «partito ipotetico, nel marasma», lo bolla Edmondo Berselli. Talmente ipotetico da aver cominciato a dar noia, così pare, anche a Repubblica , da sempre sponsor dei democrat. Poco sommessamente, il vecchio della politica italiana, Ciriaco De Mita, intervistato dal Corriere consiglia: «Il Pd è diventato un ingombro, risolverebbe ogni suo problema sciogliendosi».

 

Repubblica – 14.12.08

 

Quegli operai vanto dell'Italia traditi da silenzio e indifferenza

PAOLO RUMIZ

TRIESTE - "Vivere di cantiere", è scritto sui murales dedicati al secolo di vita della fabbrica navale di Monfalcone, fondata nel 1908. Da mesi tappezzano ogni angolo della città. Segnano l'ultimo angolo a Nord del Mediterraneo, ieri spazzato dalla bora sotto le Alpi innevate. Niente ricorda che di cantiere si può morire. Niente sui Caduti sul lavoro, precipitati dalle impalcature, ustionati o bruciati vivi dal 1908 a oggi. Niente, soprattutto, sulla strage da amianto che fa di Monfalcone qualcosa di infinitamente peggio di Marghera o della Thyssen di Torino. Novecento morti, che nel 2012 saranno mille e nel 2016 millecento. Ne partono al ritmo di venticinque all'anno, dall'inizio degli anni Settanta, e le previsioni fino al 2020 sono catastrofiche. Forse la più orrenda strage aziendale italiana. Certamente la più sottovalutata. Ma il peggio non è l'enormità del numero. È l'enormità del tradimento. L'imbroglio consumato nei confronti di uomini che hanno fatto il vanto dell'Italia, uomini segnati da un patriottismo aziendale unico. Dalmati, friulani, sloveni del Carso, goriziani, triestini e istriani. Cinquantamila in un secolo, dei cantieri e dell'indotto. Ondate di gente che arrivava ai cancelli in treno, a piedi, in bicicletta. Un'epopea. Il cantiere ha varato quasi mille navi, e la nave non è un'automobile: è un oggetto irripetibile, il riassunto di un'arte. Gli uomini che l'hanno fatta ne seguono per la vita le rotte sul mappamondo. La mostrano con orgoglio a figli e nipoti, la raccontano per lasciare un segno di sé. "I malati venivano da noi con la foto delle navi fatte da loro" racconta Valentino Patussi, dell'Ufficio medicina del lavoro di Trieste, incaricato delle indagini dalla Procura. Monfalcone non è Genova né Castellammare. È nata tutta dai cantieri. Prima del 1908 era solo acque salmastre e zanzare; poi, con capitale austriaco, è nata la città. Una "company town" a pieno titolo. Totale la sua simbiosi col cantiere; e totale, di conseguenza, il suo strazio e il disincanto di oggi. Ma poi c'è anche l'enormità del silenzio. Quello di un'azienda, una provincia, una regione che rimuove i morti, li ignora persino nelle celebrazioni del centenario mentre l'allarme serpeggia ovunque, anche su Internet, con terribili richieste dagli operai di mezza Italia. La sottovalutazione e il mancato allarme durano dagli anni Sessanta e sono continuati anche dopo la bonifica degli impianti, mentre gli operai del cantiere e delle ditte in appalto entravano in agonia senza sapere perché, muti di fronte a quella parola, "mesotelioma", che li inchiodava dopo decenni di salute apparente. Oggi si sa che qualcuno sapeva; era stato informato che l'amianto è una bestia che non perdona e il mesotelioma, quando lo scopri, ti ammazza in sei mesi. I polmoni ti strangolano come una garrota e la diagnosi precoce serve solo ad avvelenarti il tempo che resta. In caso di amianto il miglior referto è semplicemente sapere più tardi possibile. E così gli uomini che hanno "vissuto di cantiere" sono morti senza copertura Inail, senza assistenza legale, senza interesse della politica e persino della giustizia che per dodici anni ha ricevuto denunce di morti sospette senza chiudere fino ad ora nessun processo. Per questo la Procura generale ha rotto gli indugi e svolto un'indagine-lampo unica in Italia. C'è voluto un giudice perché il Friuli Venezia Giulia sapesse di questa tragedia, e per far capire che non affrontare l'emergenza significava semplicemente non governare. Non si poteva più ignorare che a Monfalcone e Trieste gli esposti al rischio sono diecimila, per l'effetto congiunto del porto e dei cantieri. A livello regionale, il top in Italia. Ma se i morti sono un esercito, per i vivi è in atto un micidiale conto alla rovescia. Un gioco dove la paura distrugge prima della malattia; una roulette russa in cui ci si conosce tutti e alla fine ci si incontra ai funerali. È perfido l'amianto. In greco vuol dire "il candido", e in una straziante poesia Massimo Carlotto lo descrive come neve che incanta i bambini. La mamma sbatteva la tuta del papà per toglierne la polvere a fine lavoro, i fiocchi volavano come a Natale e la pestilenza entrava nei familiari. Ma amianto vuol dire anche "l'incorruttibile", perché non si consuma mai. Tu muori, il corpo si dissolve, e le fibre restano lì per sempre. Qui accade in concentrazioni mostruose, quasi come nella miniera di Barangero in Piemonte, dove si consumò la prima strage. Ma sì, dicono amaramente i superstiti, il cimitero è solo una discarica autorizzata di amianto. Ora che si è scavato nella Fincantieri come mai in passato, l'azienda - inchiodata da prove inconfutabili - parla di depenalizzare il reato e compensare le famiglie con un fondo nazionale. Come dire: il costo è di tutti e la colpa di nessuno. Un classico finale all'italiana. Ma chi ha sofferto non ci sta. "Altro che malattia sociale!", quasi piange Rita Nardi, vedova di Gualtiero, morto alla vigilia di natale del '98 dopo mesi da incubo. "Questi li hanno ammazzati come conigli per un tozzo di pane".

 

La Stampa – 14.12.08

 

In Piemonte centrodestra a valanga - MARCO CASTELNUOVO

TORINO - Il dato che più sorprende è quello che non c’è. Ovvero che quasi un elettore piemontese su quattro ha deciso di non andare più a votare alle prossime elezioni. Il sondaggio di «Contacta» per La Stampa sulle intenzioni di voto in Piemonte mette in luce che la pazienza degli elettori è finita. Non è questione di destra o di sinistra né è legata a contingenti misure del governo o alla crisi sulla questione morale che ha investito il Pd. È un rifiuto totale della politica, una disaffezione che c’entra piuttosto con la crisi economica e davanti alla quale la politica sembra impotente. Chi ha svolto il sondaggio ha scoperto che ben 22 persone su 100, se si votasse domani, rifiuterebbe la scheda. Al quale va aggiunto un altro 20% di indecisi se andare a votare o no e, nel caso, per quale partito votare. Insomma, un «mercato elettorale» come lo chiamano i politologi, che supera il 40% degli aventi diritto. L’astensionismo questa volta non ha «colore». L’elettore non punisce i partiti al governo nè scappa dalla barca dell’opposizione che affonda. Non premia (o perlomeno non premia come in altre occasioni) partiti di protesta, nè si rifugia nei leader carismatici che pure la regione ha, tra sindaci e amministratori locali. Se si votasse domani, il Piemonte premierebbe il Popolo della libertà con il 34,4% dei voti, lo 0,4% in più delle politiche di aprile. Il Partito democratico scenderebbe dal 32,5% al 30% mentre la Lega si confermerebbe terzo partito con il 13,9%. Crescerebbe di un altro punto e mezzo rispetto a otto mesi fa esatti, quando si votò per le elezioni politiche. Il dato dei partiti che componevano la defunta Sinistra Arcobaleno dimostra due cose: che il cartello della sinistre unite non è proprio entrato nella testa e nel cuore degli elettori e che sarà molto dura tornare alle percentuali di una volta. Torino resta una roccaforte per il centrosinistra, seppur leggermente più fragile, vuoi anche per l’inconsistenza del centrodestra nel capoluogo regionale. Il Pdl infatti supera abbondantemente il 36% in tutte le province piemontesi tranne che a Cuneo (dove però è fortissima la Lega) e appunto Torino, dove si ferma al 31%. La rossa provincia di Torino resta sempre più un puntino nel mare azzurro-verde del centrodestra. Il Pd è lontanissimo dalla soglia del 30% in tutto il resto della Regione. Precipita a Cuneo, dove finisce al 22% (-4% rispetto al 13-14 aprile come, del resto a Novara, Vercelli e Biella). Poi c’è il capitolo Lega. A differenza delle precedenti consultazioni di questo tipo, il Carroccio cresce, ma meno rispetto a prima. Evidentemente, paga lo scotto di essere al governo e di non essere più considerato un partito solo di protesta. E Di Pietro? È più forte nelle città che nelle campagne: il suo è considerato il partito in grado di incanalare maggiormente la protesta: alla luce di ciò, sorprende che l’Italia dei Valori cresca (soprattutto a spese del Pd) ma non abbia convinto parte di quel 20% di disillusi che si rifugiano nel non-voto. L’onda lunga della Casta ha travolto anche lui.

 

Abruzzo, dopo Sanitopoli quattro leader alla svolta - FABIO MARTINI

ROMA - Sotto una pioggerellina gelata, tra strade deserte, l’altra sera Walter Veltroni è arrivato all’Aquila accolto dagli applausi dei cinquecento del cinema Massimo, lì accorsi per un piccolo evento: durante la campagna elettorale per il rinnovo anticipato del Consiglio regionale in Abruzzo, il leader del Pd non si è visto molto. Si è mosso con morigeratezza, se si pensa che in due mesi ha tenuto solo quattro comizi e neppure uno a Pescara. Un approccio opposto a quello di Antonio Di Pietro, che è riuscito ad animare 128 manifestazioni, in 122 diversi comuni. Ma anche Silvio Berlusconi, a suo modo, l’ha presa con un piglio diverso rispetto a Veltroni. Pur impegnato su mille fronti, il presidente del Consiglio non solo è sbarcato per tre volte in terra d’Abruzzo, ma l’altra sera - reduce dal vertice europeo di Bruxelles - ha voluto mantenere la promessa di pronunciare il comizio finale del Pdl al Palatricale Chieti. Per Veltroni e Berlusconi, atteggiamenti che corrispondono a diverse aspettative interiori? Silvio il presenzialista, facendosi vedere così spesso, pensa di potersi intestare la vittoria, mentre il prudente Veltroni teme di vedersi intestata la sconfitta? Per ora si tratta di dietrologie suscettibili di smentita, perché soltanto domani pomeriggio - dopo lo scrutinio - si saprà quale dei due schieramenti è alla fine riuscito a prevalere, se il centrosinistra (appesantito dall’inchiesta della magistratura che ha decapitato la giunta Del Turco) e che ora è guidato dal candidato-presidente, il dipietrista Carlo Costantini; oppure il centrodestra, capitanato da Gianni Chiodi, un commercialista di 47 anni che è stato sindaco di Teramo. Certo, le parole usate da Veltroni nel comizio finale sono state eloquenti: in 40 minuti il leader del Pd non ha pronunciato neppure una volta le rituali battute di queste occasioni - del tipo «vinceremo», «da lunedì sera Carlo Costantini sarà il nuovo presidente dell’Abruzzo» - ma alla fine ha finito per ammettere il senso della partita: «Lunedì sera Berlusconi guarderà un solo dato: quello del Pd!». Come dire ai suoi: la partita per la Regione è persa, ma i democratici devono «tenere». Sincerità che corrisponde alle aspettative che sono venute concentrandosi sul voto di questa piccola regione, che curiosamente ha finito per trasformarsi in un crocevia di destini incrociati. Almeno quattro leader aspetteranno i risultati con ansia pari a quella del Cavaliere, che da par suo si è detto strasicuro di vincere. Anzitutto, Walter Veltroni, che vuole capire quanto l’asticella dei voti si allontanerà dal 33,5% ottenuto dal Pd alle Politiche di aprile; Antonio Di Pietro, aspetta di capire la consistenza dell’annunciata avanzata dell’Italia dei Valori, che pure parte da uno zoccolo alto, il 7,1%; Pierferdinando Casini, vuole capire se la politica del «meglio soli che male accompagnati» possa in futuro reggere anche sotto l’urto di pesanti fughe di quadri verso il Pdl, i tanti Pionati che anche in Abruzzo hanno passato le linee; Francesco Storace vuole capire se la sua Destra - che candida alla presidenza Teodoro Buontempo - abbia un futuro, pur restando nemica del Pdl. Ma la sfida che potrebbe avere più ripercussioni è quella che si gioca a sinistra. Veltroni ha dovuto fronteggiare una situazione complicatissima. A luglio le inchieste sulla malasanità avevano costretto alle dimissioni la giunta guidata dal democratico Ottaviano Del Turco e a quel punto il Pd - tra un’alleanza moderata con l’Udc o una giustizialista con Di Pietro - ha scelto l’Idv, preferendo «coprirsi» a sinistra, nella speranza di contenere le perdite legate ad un’inchiesta pesante. Dice Teodoro Buontempo: «In tanti anni raramente ho visto tanta rassegnazione che potrebbe trasformarsi in astensionismo da record». Annuisce Franco Marini: «La disaffezione c’è, vedremo chi colpirà». Veltroni, forse pensando già al dopo-elezioni, avvisa: «L’Abruzzo? Non è un laboratorio». E Massimo D’Alema, confermando il clima di tregua interna: «Quando si vota per il futuro di una Regione non si fa un test, i cittadini non sono cavie di laboratorio».

 

Il clima e la crisi – Barbara Spinelli

C’era una volta una confraternita di volenterosi che pretese di vedere, in Iraq, funghi atomici inesistenti e armi di distruzione di massa introvabili. Lanciarono una guerra, contro queste chimere, spargendo caos nel mondo. È strano, ma oggi sono gli stessi volenterosi a ritenere chimerico il disastro climatico che invece esiste, e inani oltre che costosi i piani di salvataggio della Terra. Tanto più inani in tempi di crisi economica. Il più esplicito è il presidente del Consiglio italiano, che ha dichiarato: «È assurdo parlare di clima quando c’è la crisi: è come se uno con la polmonite pensa a farsi la messa in piega». Si aggiungono gli europei dell’Est, tra cui spicca il capo di Stato ceco: secondo Vaclav Klaus (prossimo presidente del Consiglio europeo) la battaglia climatica è uno «stupido prodotto di lusso». In pericolo non è il clima ma la libertà, minacciata da un’ideologia verde che «spezza la fiducia nello sviluppo spontaneo della società umana». La politica che s’immischia è il comunismo pianificatore che torna, e l’ecologia ne è la reincarnazione. Peggio ancora: la Germania abdica al ruolo guida che ha avuto in questo campo. L’amministrazione Bush ha guidato anche questa coalizione, come in Iraq: la distruzione del pianeta «non è il prodotto accidentale della sua ideologia». La distruzione è l’ideologia. Il neo-conservatorismo è un potere che s’esprime dimostrando che puoi trasformare in macerie qualsiasi parte del mondo», scrive George Monbiot sul Guardian, denunciando i «Nuovi Vandali» del clima. La guida dei volenterosi ha cominciato a vacillare, con l’elezione di Obama, ma influenza tuttora gli affiliati. Il loro motto è: «Finché non vediamo la rovina qui, ora, essa non esiste. Magari esisterà per i nostri discendenti ma che importano i discendenti». Ieri avevano visto in Iraq la pistola fumante che non c’era. Oggi il pianeta stesso è smoking gun e non lo vedono. L’accordo europeo di venerdì ribadisce, per fortuna, l’obiettivo fissato per il 2020: taglio del 20 per cento delle emissioni di diossido di carbonio, aumento del 20 per cento delle energie rinnovabili, miglioramento del 20 per cento dell’efficienza energetica. Ma l’accordo è pieno di concessioni ai riluttanti: Italia, Germania, Polonia sono esentati da vincoli rigidi, come ha spiegato Enrico Deaglio su La Stampa. Tutti sono contenti del vertice europeo perché l’unanimità - quando c’è forte dissenso su cose fondamentali - genera accordi falsi e non sceglie fra le posizioni preservandole dissennatamente tutte. Una parte dell’Europa non reputa la Terra in pericolo, e non è sconfessata. Non scorge minacce ma assurdi capricci: una messa in piega, un lusso da abolire quando occorre stringere la cinta in economia. Dicono che atteggiamenti simili sono pragmatici, attenti agli interessi nazionali. Nelle stesse vesti si presentò la rivoluzione conservatrice, quando nacque negli Anni 70 e teorizzò il mercato che si riequilibra spontaneamente, senza ingerenze statali o politiche. La bolla finanziaria infrantasi quest’estate ha dimostrato quanto fosse irreale e ideologico questo pragmatismo. Esattamente lo stesso accade con il clima; solo che la bolla, ancora più enorme, è dura a svanire. Il governo italiano è d’altronde affezionato alle bolle, abituato com’è a giocare con l’illusione televisiva. Secondo Berlusconi «la crisi economica è psicologica, fatta di paura anti-consumista». È quanto sostenne nelle elezioni Usa il consigliere di McCain, l’imprenditore Phil Gramm («Questa è una recessione mentale: siamo diventati una nazione di piagnucolosi», disse al Washington Times il 9 luglio 2008). Si è visto che fine ha fatto tanta spocchiosa certezza. Privo di sapienza pragmatica è anche il senso del tempo, in chi diffida della questione climatica. Dice ancora Berlusconi che «questa non è l’ora dei Don Chisciotte. Abbiamo tempo». Non è vero che l’abbiamo, e lo confermano non solo i rapporti Onu del 2007 ma i dati più recenti. Di qui all’estate 2013, il Polo Nord avrà perso i ghiacciai. E il permafrost in Siberia si scioglie, liberando metano letale. Da mesi ripetiamo: una crisi finanziaria come questa non c’era dal ’29. Johann Hari sull’Independent scrive che lo scioglimento del ghiaccio artico è da 3 milioni di anni che non lo vedevamo. I riluttanti hanno questo, in comune: sono dirigenti che sprezzano intensamente la politica, che si fanno portavoce delle imprese più influenti, che accentrano lo Stato ma non per rafforzarne davvero le funzioni. Anche per questo non capiscono l’esistenza di un’economia che distrugge senza creare nulla. La lotta contro la crisi, per costoro, non fa tutt’uno con la lotta climatica. È loro ignoto quel che le unisce: le patologie, le comuni opportunità, i peccati di omissione commessi in ambedue i casi dalla politica, così bene illustrati da Jürgen Habermas nell’intervista alla Zeit del 6 novembre, e l’indifferenza ai tempi lunghi, alla posterità. I riluttanti sono aggrappati a paradigmi di un mondo ormai vecchio, in cui non è la politica a imporre il bene pubblico sugli interessi costituiti ma sono questi a comandare. E comandano le industrie più inquinanti, non le più deboli lobby verdi. Se non fosse così, la prospettiva sarebbe assai diversa. Il clima sarebbe esaminato non solo dal punto di vista dei costi, ma dei benefici. La prospettiva sarebbe quella illustrata magistralmente dall’economista Marzio Galeotto, il 10 dicembre sul sito www.lavoce.info. Chiari apparirebbero i danni evitati dalla riduzione delle emissioni di gas-serra. Basti ricordare la canicola del 2003, che secondo l’Organizzazione mondiale della salute costò 52 mila morti in Europa. O il risparmio di spese sanitarie, ottenibile se le emissioni saranno ridotte del 20 per cento: 51 miliardi di euro (76 con un taglio del 30). L’indipendenza energetica italiana aumenterebbe, con un guadagno di 12,3 miliardi. Quanto all’occupazione, già oggi l’industria europea delle energie rinnovabili impiega più di 400 mila persone, con un giro di affari di 40 miliardi di euro (gli occupati salgono a 2 milioni nel 2020). Investimenti forti in tale settore creerebbero in Italia più di 100 mila occupati in 12 anni. La crisi presente è un’opportunità, se crescita e energia verde son collegate. È la tesi di Obama, che vuol creare 5 milioni di posti e investire 150 miliardi di dollari nell’uscita dal petrolio: questo bene sempre più caro, raro, politicamente ustionante. Non a caso ha scelto un Nobel della fisica, l’ecologista Steven Chu, come ministro dell’Energia. Gli sforzi si concentreranno sul risparmio nella costruzione e nel riadattamento delle abitazioni (il 40 per cento delle emissioni di diossido di carbonio proviene in America da esse, secondo Al Gore). Sono proprio gli sforzi che Roma abbandona, non certo per pragmatismo ma per cinico tedio. Le misure adottate da Prodi, che agevolavano fiscalmente i lavori domestici di risparmio energetico, sono state abolite. Finché penseremo che tutte queste crisi sono mentali non faremo nulla, pensando che nulla valga la pena. È un po’ come nella Dolce Vita di Fellini. Nella campagna romana, c’è una famiglia principesca che possiede una villa del ’500 del tutto decaduta. Il capofamiglia s’aggira sconsolato fra le rovine, sogna di mettere un pilastro qui, una trave lì. Si lamenta col figlio inerte, stanco di tutto. «Ma cosa vuoi che faccia, papà?», replica quest’ultimo stomacato. È la cinica, accidiosa risposta di un ultimo rampollo aristocratico. Cosa volete che facciamo, per la Terra? I falsi pragmatici la trattano come personale proprietà, che muore con loro. I profeti e veggenti vedono il lungo termine, il pianeta intero, e pensano come gli antichi indiani d’America: «Noi non abbiamo ereditato la terra dai nostri antenati, ma l’abbiamo presa a prestito dai nostri figli».

 

In Messico si ammazza una donna ogni sei ore - PAOLO MANZO

CITTÀ DEL MESSICO - Umiliate, torturate, violentate e uccise. In Messico è in corso un «femminicidio» e il massacro non è limitato a Ciudad Juarez, il caso che più ha scioccato l’opinione pubblica, studiato dai criminologi di tutto il mondo. Nella città di frontiera, separata dal sogno americano appena da un ponte, negli ultimi 15 anni sono state massacrate 544 donne e migliaia si sono volatilizzate nel nulla ispirando decine di libri, e un film. Ma non è l’unica città dove la vita delle donne non conta più nulla. «Dai dati raccolti in questo paese viene uccisa, in media, una donna ogni sei ore. È una situazione vergognosa paragonabile a quella dell’Afghanistan», denuncia con il groppo in gola Angela Alarache poco dopo aver presentato l’ultimo studio dell’Università di Città del Messico (Unam) sulla violenza contro le donne. Dati snocciolati nell’auditorium 8 marzo 1857 della Scuola per il Lavoro Sociale di Città del Messico in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, istituita nel 1999 dall’Onu per ricordare questa piaga il 25 novembre di ogni anno. «In Messico viene uccisa una donna ogni sei ore - spiega Angela - ma anche chi sopravvive non è immune da altre torture». In base alle stime il 40% delle donne è stato violentato almeno una volta nell’arco della vita dal suo compagno. Secondo l’Inegi, l’Istat messicano, il 60 per cento delle donne dai 15 anni in su dichiara di avere subito qualche violenza durante l’ultimo rapporto sentimentale con il partner, mentre 9 su 10 sono state vittime di reati. Purtroppo poche hanno il coraggio di denunciare alla polizia le umiliazioni, spesso perché minacciate dall’ambiente circostante o forse perché consapevoli che, nella stragrande maggioranza dei casi, in Messico è l’impunità a farla da padrone. «Non si tratta di violazioni di diritti umani commesse una tantum da un singolo nei confronti di una sola vittima, ma di azioni generate da uno standard diffuso di violenza contro un gruppo specifico», spiega «Analisi del femminicidio in Messico nel 2007-2008», uno studio diffuso in questi giorni da un gruppo di 43 organizzazioni non governative. Del resto non è un caso che il termine femminicidio sia diventato molto usato da queste parti. Prima grazie al clamoroso e irrisolto dramma di Ciudad Jurez dove, anche per cercare di ovviare al problema d’immagine, era stata messa a capo dell’amministrazione della Polizia locale una donna. Purtroppo, però, la direttrice Silvia Molina è stata uccisa lo scorso 16 giugno da 10 colpi di arma da fuoco mentre parcheggiava l’auto nel garage di casa sua. Recentemente, nel gennaio di quest’anno, grazie alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani dell’OEA che ha denunciato il Messico per femminicidio di fronte alla Corte Interamericana per i Diritti umani. Una prima assoluta che testimonia la gravità della situazione. In molti si chiedono se basti il tradizionale machismo messicano per spiegare tutta questa violenza contro le donne. «Sicuramente aiuta ma, alla base, c’è una diffusissima impunità sociale», spiega Mara Etelvina Prez, membro dell’Istituto Nazionale delle Donne (Inmujeres) che proprio in questi giorni ha lanciato «Uomini contro la violenza», una campagna radio-televisiva che tramite annunci di celebrità sportive - tra cui il noto lottatore mascherato Blue Panter - conduttori di telegiornali, cantanti e attori di novelas, sino a metà dicembre cercherà di convincere gli uomini messicani a smetterla di picchiare le donne. Obiettivo principale? Rendere consapevole il sesso maschile della necessità di un cambio culturale per farla finita con l’origine della violenza, che è molto spesso familiare. Sergio Gonzalez Rodriguez, giornalista-scrittore, è un’altra voce maschile che ha cercato di dar voce alla disperazione delle migliaia di donne messicane, lasciate sole con se stesse e con un dolore che solo la scomparsa di una figlia o di una sorella può provocare. Non a caso, dopo la pubblicazione del suo libro «Ossa nel Deserto», con in copertina le croci rosa che tappezzano il deserto dello stato di Chihuahua, ha cominciato a subire minacce di ogni tipo. Perché oltre all’impunità chi massacra una donna vorrebbe anche il silenzio. Ma chi sono le vittime? Nel 90 per cento dei casi hanno un’età compresa tra i 10 e i 35 anni e soprattutto negli Stati del Nord del Messico, i più violenti assieme alla capitale, sono spesso donne sole, emigrate da altre regioni del Paese alla ricerca di un futuro migliore per lavorare nelle maquiladoras, le fabbriche di assemblaggio delle multinazionali. Sette sataniche, narcotraffico, snuff movies, fantomatici serial killer. Gli omicidi delle donne messicane sono stati collegati alle più svariate ipotesi d’indagine da parte della autorità locali e hanno una dinamica che li accomuna nella stragrande maggioranza dei casi: sequestro che si protrae per più giorni, tortura, violenza sessuale, morte. Ma, sinora, i colpevoli restano quasi sempre impuniti.

 

Corsera – 14.12.08

 

Afghanistan-Italia, in fuga sotto i Tir – Andrea Nicastro

HERAT (Afghanistan) - Vicino alla base militare italiana di Herat, in Afghanistan, c'è un alberghetto. Somiglia più a una topaia che a una locanda e non sembra neppure avere un nome. Sulla porta, in una bacinella arrugginita, bruciano tizzoni di carbonella che servono a cucinare spiedini di pecora duri come sassi. L'interno prende luce solo dall'ingresso e nella stanza, cinque metri per cinque, i tappeti hanno perso colore, ma conservano gli odori di tutte le calze che li hanno calpestati. Qui si mangia, si dorme e si tratta con chi può farti arrivare in Europa. Per cominciare servono trecento dollari e si arriva clandestini in Iran, la prima tappa. Si può partire anche da Nimruz, trecento chilometri a sud: costa qualche dollaro meno ed è anche più veloce. Basta una notte a piedi nel deserto invece di tre giorni di cammino tra i monti. Il problema è che a Nimruz ci sono più campi minati e fili spinati che ad Herat. Tutto sommato la strada migliore sarebbe quella dei talebani, ancora più meridionale: si parte da Spin Boldak, poco lontano da Kandahar, si entra in Pakistan per poi passare in Iran lungo le rotte del traffico di eroina. Peccato che un azara o un tajiko non si sentano sicuri tra le tribù baluche che simpatizzano per Al Qaeda. Meglio i campi minati. Se la vita non è mai stata preziosa in Afghanistan, una volta entrati nel circuito dei «polli», come i migranti chiamano i contrabbandieri di uomini, la svalutazione è totale. «Sono passato da Nimruz - racconta ormai a Teheran il 22enne tajiko Karim, afghano clandestino della provincia di Laghman -. La prima città iraniana che si incontra è Zabol. Lì i "polli" ci affidano a un autista. Il mezzo cambia a seconda del prezzo. Io mi sono potuto permettere solo un posto tra altri nove passeggeri in una Peugeot: uno sul sedile davanti, uno accovacciato ai suoi piedi, 4 dietro e tre chiusi nel bagagliaio. Era l'autista a decidere le posizioni, quando e se fermarsi, quando e se farci proseguire a piedi, farci bere, mangiare e il resto. Con un camion avrei pagato meno: cento persone in piedi pigiate nel cassone, sotto un telo. Auto o camion filano a 120-150 all'ora a luci spente». Nella notte tra il 20 e il 21 agosto un camion che trasportava 125 clandestini afghani si è rovesciato. Correva per sfondare eventuali posti di blocco e 35 illegali sono morti, gli altri si sono fracassati le ossa. «Nel baule della Peugeot non era così male - assicura Karim -. In velocità entrava abbastanza aria». Comincia così, tra talebani, oppio e «passatori» spregiudicati, la nuova rotta verso il sogno del benessere europeo. Dopo le piste nel Sahara, i barconi con la prua rivolta a Lampedusa o alle Canarie, dall'Asia si sono aperti altri rubinetti e i sentieri battuti da Marco Polo e Gengis Khan portano nuove masse umane verso il vecchio Continente. Gente dal Bangladesh, dal Pakistan, dalla Cambogia, dalla Birmania, ma soprattutto dall'Afghanistan. Dati certi sono difficili da raccogliere: spesso le polizie reimbarcano i clandestini senza segnalarli alle strutture di accoglienza, ma gli indicatori a disposizione mostrano un incremento esponenziale di arrivi. La Grecia, porta sud-orientale d'Europa, è passata da 12.500 arrivi nel 2006 a 25.113 nel 2007 e ancora di più nel 2008. Passano montagne, deserti e mari. Il Corriere ne ha seguito la rotta in mesi di inchiesta da Kabul ad Herat, da Teheran ai Kurdistan di Iran, Turchia e Iraq, fino a Istanbul, alla Grecia e ai porti di approdo di Bari, Ancona, Brindisi, Venezia. Era uno di loro il bimbo, ancora senza nome, travolto mercoledì notte a Venezia dal Tir nel quale si era nascosto. Uno dei tanti bambini, visto che l'esodo afghano riguarda soprattutto minorenni, orfani di guerra o figli di famiglie che non riescono a mantenerli. Le bambine possono andare spose, per denaro o sopravvivenza. I maschi devono cavarsela da soli. A nove, dieci anni hanno già l'età per partire. La endemica instabilità afghana ha rimesso in movimento la popolazione dei profughi. Erano sei milioni durante la jihad anti-sovietica. Oggi sono ufficialmente meno della metà, la maggior parte in Iran, ma dall'Afghanistan altri milioni sono pronti a partire appena sarà chiara l'idea che una porta è aperta. L'Iran, poi, potrebbe cambiare politica e spingere, invece di frenare, l'esodo afghano. Per questo la solidarietà europea non si vede: più se ne accolgono più ne arrivano. La Grecia fa capire le sue intenzioni dando asilo solo allo 0,04% dei richiedenti. A Van, in Turchia, Hussein, azara della provincia di Bamian, racconta il suo passaggio da clandestino sui monti tra Iran e Turchia. «Ho pagato tremila dollari per farmi guidare da quchakhbar - mafiosi - curdi. Probabilmente gente legata al Pkk e al Pejak - i due movimenti etnico-indipendentisti della zona -. In montagna i soldati turchi ci hanno scoperto e mitragliato. Tre di noi sono stati colpiti e non sono mai arrivati a valle. Non è di sicuro la prima volta: dal sentiero ho visto decine di ossa e teschi umani. Morti divorati da chissà quali animali. Sono lì da vedere». L'impegno dei «passatori» curdi è condurre i clandestini sino a Istanbul. Da lì si arriva facile a Smirne, sulla costa. Jalil ce l'ha fatta ed è pronto al salto verso la Grecia. Ha 13 anni e gli stessi occhi di Gengis Khan e Tamerlano. Alla sua età, in Italia, si discute sul diritto al motorino, Jalil, invece, è arrivato in Turchia da un villaggio chiuso tra montagne e deserti chiamato Jaguri, a un'ottantina di chilometri da Kabul. Anche se non ha cavalli da abbeverare il suo orizzonte mentale non è così diverso da quello degli imperatori nomadi dell'Asia centrale. Ha percorso da solo 6 mila chilometri: polizia, criminali, deserti e neve si fondono in un unico ostacolo «naturale». Gli mancano persino le parole per descrivere ciò che si sta preparando a fare. «Devo superare quest'ultimo fiume e ce l'avrò fatta. Sarò in Europa». Non sa nuotare, Jalil, e il «fiume» che gli resta da attraversare è il Mar Mediterraneo. Chi l'ha preceduto, riferisce dalla Grecia scene d'orrore. Human Right Watch denuncia la Guardia costiera di Atene abituata a «trainare i gommoni di clandestini in acque internazionali e, occasionalmente, a bucarli per provocarne l'affondamento». Jalil ha raccolto, probabilmente prostituendosi, gli 800 dollari che servono per un posto su un canotto a remi. «Sempre dritto, ci hanno detto che dobbiamo andare sempre dritto e arriveremo su un'isola che si chiama Mytiline. Lì saremo in Grecia, in Europa».

 

I dossier segreti di Rachida Dati che turbano i sonni di Sarkozy

Massimo Nava

PARIGI - Rachida Dati contro Nicolas Sarkozy? In politica, si sa, tutto è possibile. Svaniscono amicizie e alleanze, può succedere che l'ex favorita, per evitare di venire scaricata, prepari le contromisure. E addirittura, secondo il settimanale Le Point, che agiti lo spauracchio di dossier imbarazzanti per il presidente. La ministra della giustizia, sdegnata, riafferma la lealtà assoluta a Sarkozy, ma non può smentire che la sua presenza al governo si sia fatta complicata. Una situazione che potrebbe essere risolta senza danni soltanto dalla sua gravidanza agli sgoccioli: nell'imminenza del parto, le dimissioni (si parla di gennaio) non lascerebbero strascichi politici. E sarebbe contenta anche la stampa rosa, costantemente alla ricerca del nome del padre. Intanto, la parabola discendente di uno dei simboli dell'Eliseo sembra inarrestabile. Una spinta (al ribasso) nella considerazione l'avrebbero data colleghi di governo che non la sopportano e la first lady Carla Bruni, alla quale non è mai andata giù l'amicizia di Rachida con l'ex moglie di Sarkozy, Cécilia. Se il successo si misurasse soltanto dai risultati, Rachida potrebbe essere orgogliosa. La ministra ha messo almeno in cantiere, fra mille resistenze e polemiche, riforme (carceri, giustizia minorile, organizzazione dei tribunali) di cui in Francia si discute senza costrutto da decenni. Quando nessuno le dava credito, ha conquistato la poltrona di sindaco del borghesissimo VII arrondissement, dove molti arricciavano il naso per la bella candidata dalla carnagione scura. E ha rappresentato per la Francia ciò che il suo «pigmalione», il presidente Nicolas Sarkozy, voleva che rappresentasse: l'integrazione e l'affermazione sociale di una giovane maghrebina con alle spalle sacrifici enormi per studiare, far carriera e nello stesso tempo mantenere undici fratelli, due dei quali con curriculum giudiziario non limpido. Ma il successo si misura anche con l'immagine e si conserva con i comportamenti. E qui gli sprechi distruttivi di Rachida sono almeno pari agli sforzi compiuti per arrivare in alto. Da tempo, si mormora della sua uscita dal governo e non sono più pettegolezzi da corridoio l'irritazione e la delusione di Sarkozy nei suoi confronti. Il presidente, sempre attento ai sondaggi, sarebbe stanco di capricci e gaffes di una ministra spesso sotto i riflettori della stampa rosa e sovente occasione di conflitto politico. L'elenco è lungo: i servizi fotografici per Dior, le dimissioni a catena nel suo gabinetto, l'ira dei ma-gistrati, l'esibizione di gioielli costosi, le spese di rappresentanza del ministero, la pretesa di cerimoniali di rango superiore al suo, le battute di membri del governo. A questo si aggiungono situazioni che hanno creato imbarazzo: la lunga e inutile attesa in anticamera dei sindacalisti del personale delle carceri, mentre lei - la ministra - faceva colazione con il principe di Monaco; le scuse accampate per non ricevere il ministro della giustizia svedese; frequenti (non giustificati) viaggi in Qatar; la fuga in avanti sul carcere per i minori a partire dai 12 anni che ha costretto il primo ministro Fillon a dichiararsi «ostile» a un progetto definito da Rachida «di buon senso». Di queste vicende, Le Point, di orientamento moderato, fa un elenco impietoso e ricco di retroscena, senza escludere veleni e colpi bassi. Rachida, non più ben vista alla corte di Sarkozy, si sarebbe in qualche modo tutelata, facendo sapere al suo grande protettore che al ministero della giustizia sono transitate anche inchieste sulle «storie di famiglia» del dipartimento dell'Alta Senna. Una chiara allusione a vicende giudiziarie (appalti, finanziamenti pubblici, eccetera) che potrebbero dar fastidio agli amici del presidente e allo stesso Sarkozy, ex sindaco di Neully-sur-Seine. L'opposizione socialista ha subito chiesto l'apertura di un'inchiesta sulle informazioni eventualmente in possesso della ministra. Rachida si è detta «scioccata » per le insinuazioni. «Lei mette gravemente in causa il mio onore e la mia onestà», ha scritto all'autore dell'articolo.

 

Via libera alla pillola abortiva. «Il governo non può fermarla»

Margherita De Bac

ROMA - È questione di poco tempo l'introduzione in Italia della Ru486, la pillola abortiva. Questa settimana il Consiglio di amministrazione dell'Aifa, l'Agenzia del farmaco, potrebbe dare il via libera definitivo alla pasticca che ha consentito a milioni di donne in tutto il mondo di interrompere la gravidanza senza entrare in sala operatoria. E il governo non può fare niente, ammette Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare. Questo perché la pillola di fatto aveva già ricevuto il passaporto lo scorso febbraio, autorizzata per procedura di mutuo riconoscimento dal comitato tecnico scientifico dell'Aifa durante il governo di Romano Prodi. Il comitato allora presieduto dall'ex capo dell'Agenzia, Nello Martini, aveva espresso parere favorevole giudicando positivo il rapporto costi-benefici purché il suo impiego fosse coerente con la 194 e fosse previsto solo in ambito ospedaliero. Il meccanismo si è messo in moto e il prodotto è all'ordine del giorno della riunione di fine d'anno del Cda dell'Aifa: «Arrivati a questo punto, non ci sono motivi per dire di no», dicono le persone bene informate sui lavori dell'organismo da cui dipende il prontuario terapeutico del nostro Paese. «Noi non possiamo fare più niente per bloccare un farmaco che a nostro parere espone a molti rischi. Ma è una truffa dire alle donne che è sicuro e che rende l'aborto facile», contesta Eugenia Roccella, impegnata a denunciare con Assuntina Morresi (ora sua collaboratrice al ministero) i pericoli della Ru486. «Poi questo farmaco ha ancora molti lati oscuri. Ha provocato almeno 16 morti», sottolinea. «E verrà somministrata in ospedale solo in teoria. Nella pratica le donne firmeranno il registro delle dimissioni e torneranno a casa, senza neppure una notte di ricovero, come è avvenuto nel 90% delle volte nel corso della sperimentazione a Torino. E questo è un rischio», aggiunge il sottosegretario. Dunque l'arrivo in commercio della famigerata pillola a base di una sostanza, il mifepristone, che «blocca il nutrimento » dell'embrione, è ormai una questione di settimane. La ditta francese che la produce, l'Exelgyn, ha già trovato l'azienda cui appoggiarsi in Italia per distribuirla. Restano da stabilire solo il prezzo e le modalità di prescrizione. La Ru486 potrà essere data solo in ospedale e con obbligo di almeno un giorno di ricovero. Non sarà un farmaco da portare a casa, lontane dal controllo medico. L'unica motivazione che l'Aifa potrebbe avanzare per rimandare il via libera e rinviare le inevitabili polemiche da parte del mondo cattolico (soltanto l'altro giorno il Papa ha rinnovato la sua condanna) sarebbe di carattere economico. Ma sarebbe un arrampicarsi sugli specchi. Eugenia Roccella però vuole continuare la sua battaglia: «Le donne devono sapere che l'aborto chimico non è una passeggiata».

 

Bossi: «Silvio? Saltati i nervi. Noi trattiamo» - Marco Cremonesi

CESANO MADERNO (MI) - «Non puoi cambiare una cosa come la giustizia con una sola parte politica». Umberto Bossi il mediatore, Umberto Bossi il pontiere, lo dichiara senza esitazioni: basta scontri, le riforme non possono che essere condivise. Persino quella sulla Giustizia, che nel Pdl di osservanza azzurra è il più delicato dei temi. Il capo del Carroccio è ormai entrato completamente nei panni di uomo del dialogo che ha cominciato a indossare sul finire dell'estate. Sa bene che il federalismo fiscale potrebbe subire ritardi serissimi con un'opposizione messa di traverso. E sa che, peggio ancora, sull'altrettanto importante federalismo istituzionale - che dovrebbe incominciare il suo iter dopo le feste - il Partito democratico potrebbe addirittura trascinare il Paese a un referendum che non soltanto suscita nel Carroccio gli amarissimi fantasmi del 2006. Ma potrebbe, in caso di nuova bocciatura, archiviare per sempre il sogno del Senato delle Regioni e degli altri temi di riforma costituzionale cari ai padani. E così, Umberto Bossi risponde senza esitazioni alla domanda sull'appello del presidente della Repubblica a rispettare la Costituzione: «Lo condivido assolutamente». E aggiunge: «Giorgio Napolitano è saggio». In un umidissimo pomeriggio invernale, il gran capo leghista sceglie l'incontro con il presidente del Gran Consiglio del Canton Ticino, Norman Gobbi, per avvisare i naviganti. Del resto, Bossi è convinto che Berlusconi il suo no al dialogo con l'opposizione lo abbia «detto così... senza crederci veramente». Il fatto è, spiega il leader padano, che «a volte saltano i nervi. Quando tutti i giorni ti sparano addosso, a te e magari anche alla tua famiglia, può succedere. Ma non credo che Berlusconi pensi davvero quel che ha detto». L'afflato dialogante di Umberto bossi ha comunque una ragione pragmatica assai: «Sapete? Il federalismo è fermo. Si è bloccato la settimana scorsa nella commissione del Senato ». E se l'iter si è interrotto, aggiunge Bossi, è «perché Berlusconi ha sparato sull'opposizione ». Bossi lo ammette apertamente, come prima non aveva mai fatto: «Diciamo la verità: noi in questo periodo abbiamo sempre cucito con la sinistra, non abbiamo mai smesso di discutere e di tenere aperto il canale». Senonché, allarga le braccia «Berlusconi l'altro giorno ha detto "mai con questa opposizione". Era meglio stare un po' più cauti ». Perché «loro hanno preso la palla al balzo: se Berlusconi dice questo, allora chiudiamo anche noi». Nel senso, spiega Bossi, che «al Senato le opposizioni hanno un potere enorme. Ciascun emendamento può essere discusso per non so quanto tempo». Il risultato, per la Lega, sarebbe tragico: «Rischiamo di fermare tutto per dei mesi». Su un tema che già richiederà parecchi anni prima di andare a regime. E dunque, non c'è un'altra strada: «La Lega - annuncia il senatùr - continuerà a cucire, ricucire e cucire ancora». Ma in questi giorni un altro tema disturba il capo leghista: la campagna per l'abolizione delle Province. Sull'argomento, Bossi torna tranciante: «Chi non vuole le Province mira alla cementificazione. Vuole soltanto avere le mani libere sui piani regolatori. Ma la Lega è una forza di territorio e difenderà il territorio». Ma è l'unico spunto polemico: anche il segretario leghista nasce incendiario e poi diventa pompiere? «Quando sono entrato per la prima volta in Senato - ride lui - me lo avevano pronosticato».


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