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Giustizia, il Pd apre alla Lega – Marco Cremonesi

Repubblica – 15.12.08

 

"Sulle pensioni non torno indietro, possiamo creare 2 milioni di posti" - ROBERTO MANIA

ROMA - "Quanta ipocrisia, quanta superficialità, quanta arroganza dai nostri soloni e soloncini, di destra e di sinistra. Ma andate a studiare prima di parlare! Lo dico a D'Alema, a Veltroni, alla Finocchiaro, a Epifani. Lo dico al mio amico Calderoli...". Ecco partiamo da qui, ministro Brunetta. Il suo "amico" Calderoli che è anche un suo collega di governo non l'ha trattata bene. Ha detto: "Brunetto-scherzetto", come i bambini quando festeggiano Halloween. La Lega ha detto no all'aumento dell'età pensionabile delle donne. Anche il ministro del Lavoro Sacconi non l'ha seguita. Si aspettava che la sua proposta venisse sommersa dai no? "Guardi, io non ho fatto alcuna proposta. Io devo ottemperare a una condanna della Corte di Giustizia europea. E qui sta l'ignoranza...". Di Calderoli? "Calderoli ha risolto tutto con una battuta scherzosa che non fa onore alla sua genialità. Molto probabilmente vede solo il federalismo e qualsiasi altra cosa lo fa diventare nervoso e gli fa perdere di lucidità. Lo incontrerò, gli spiegherò tutto e capirà. Ma i veri conservatori sono gli altri". Quelli di sinistra? "Abbiano il coraggio di dire chiaramente che per loro la donna deve essere l'angelo del focolare. Che deve curare i genitori anziani o i nipotini. Loro vogliono la "donna-sandwich", schiacciata, da una parte, da un lavoro nel quale non può fare carriera e guadagna meno degli uomini e, dall'altra, dalle cure familiari. Lo dica Epifani, che non legge i dossier, non studia e non s'informa. Sia onesto!". Cosa c'entra questo con la sentenza della Corte di Lussemburgo? "La sentenza non condanna l'Italia per il suo regime pensionistico, cosa che non potrebbe fare non essendo il welfare di sua competenza. Siamo stati condannati perché l'anticipazione dell'età pensionabile delle donne determina una discriminazione. La pensione, infatti, viene calcolata sulla base degli anni di servizio prestati e in base all'ultimo stipendio del dipendente pubblico. Costringendo le donne ad andare in pensione cinque anni prima degli uomini le si condanna di fatto a percepire una pensione inferiore". Perché allora non riformare lo stato sociale anziché partire all'aumento dell'età pensionabile? "Non abbiamo scelto noi da che parte cominciare: è l'Europa che ce lo impone. Ma se siamo un Paese serio non possiamo limitarci a ottemperare alla sentenza della Corte e intervenire solo sul pubblico impiego. Questa sentenza offre all'Italia l'opportunità di riflettere sulle proprie follie. Occorrerebbe rimettere mano, nei modi, nelle forme possibili, attraverso il dialogo con gli attori sociali e in ragione della crisi economica in atto, all'intera architettura del welfare. Perché noi spendiamo troppo per le pensioni e troppo poco per il lavoro. Nel nostro welfare ci sono figli e figliastri, lo sappiamo tutti: troppo per la cassa integrazione e troppo poco per un'indennità di disoccupazione universalistica. Sappiamo tutti che ci sono troppe poche risorse per gli asili. Sappiamo tutti che ci sono discriminazioni nei confronti delle donne che fanno figli. Per forza che abbiamo il tasso di natalità tra i più bassi del mondo! Chi vuole che faccia figli in queste condizioni! Le donne sono discriminate nella loro carriera professionale: nelle posizioni apicali o non ci sono o sono troppo poche. Ecco, finora la nostra cattiva coscienza è stata compensata con l'anticipo del pensionamento delle donne. Ma è l'ennesima beffa perché si impedisce loro di andare in pensione con un trattamento adeguato". Quante risorse si libererebbero spostando il baricentro del welfare state dalle pensioni al lavoro? "Secondo un calcolo del Partito radicale si arriverebbe a regime a 7 miliardi di euro. Una cifra che permetterebbe di riscrivere l'architettura del welfare: più asili nido, più indennità di disoccupazione, più soldi per i non autosufficienti. E poi, dal punto di vista di un economista, significherebbe anche una redistribuzione in grado di creare posti di lavoro. Ho fatto due conti: alla fine ci sarebbero almeno 2,5 milioni di posti nei servizi. Si innalzerebbe il tasso di occupazione di circa 10 punti". A che quota fisserebbe l'età della pensione per tutti? "La si dovrebbe spostare verso i 65 anni, con flessibilità, con progressività, su base volontaria, ma con determinazione. Si produrrebbe un risparmio di spesa del welfare pensionistico che non dovrà essere portato in cassa bensì redistribuito sull'intero ciclo di vita. Così fa l'Europa". Quindi lei pensa che si debba riaprire il cantiere-pensioni? "Io devo rispondere a una sentenza della Corte europea. La riforma delle pensioni non è nel programma di governo, né era presente in quello elettorale". Che cosa pensa dell'altolà dei sindacati? "Che da tutti, con toni diversi, è arrivata una risposta culturalmente debole e fragile".

 

"Economia ferma, più disoccupati" – Alberto D’Argenio

BRUXELLES - L'Italia è reduce da un anno di stagnazione ed entra in un 2009 ancora peggiore, segnato da licenziamenti e fasce di popolazione a rischio. Per questo l'Europa chiede interventi immediati, riforme e un miglioramento della spesa pubblica. In particolare Bruxelles esorta il governo a fare attenzione al federalismo fiscale, una riforma comunque vista di buon occhio: "Che aiuti la riduzione e l'efficienza della spesa pubblica". Sono queste le indicazioni che la Commissione Ue darà domani con la pubblicazione delle "pagelle" sull'attuazione della strategia di Lisbona, l'agenda nata a inizio secolo per migliorare la competitività del Vecchio Continente. La scheda Italia si apre con un quadro della situazione attuale: "Nel 2008 l'economia è stata stagnante. Sono diminuiti i consumi privati, sono calati gli investimenti e le esportazioni". Un quadro sconfortante al quale segue l'allarme occupazione. "Nel 2009 non saranno creati nuovi posti di lavoro e il tasso di disoccupazione dovrebbe aumentare, come avvenuto nel 2008 per la prima volta da 10 anni". I gruppi sociali più a rischio saranno quelli con stipendi bassi, minor specializzazione professionale e contratti atipici. Da qui l'esigenza di reagire subito. Da un lato serviranno misure a lungo termine che - in linea con la nuova strategia europea sul clima - aiutino "la transizione nell'economia verde", politica che aumenterebbe il potenziale di crescita del Paese (la scommessa Ue è proprio quella usare la terza rivoluzione industriale, quella verde, per spingere l'economia). Nell'immediato, invece, alla crisi l'Italia deve rispondere "aumentando la competitività" nel commercio al dettaglio (leggi liberalizzazioni) e tagliando i costi burocratici. E sarebbe utile anche un aiuto fiscale alle fasce a rischio. Insomma, in linea con il piano anti-crisi appena varato dall'Ue, in questo frangente si possono usare soldi pubblici per rispondere alla recessione, anche se appena le condizioni economiche miglioreranno l'Italia sarà chiamata "a invertire la sua espansione di bilancio". Quindi nella ricetta compaiono alcune richieste su cui la Ue batte da anni: necessità di aggiustare il debito pubblico ("pesa molto sulla sostenibilità dei conti") e di aumentare la competitività. A tal proposito la Commissione europea mette le mani avanti, riservandosi di valutare più avanti "l'impatto delle nuove misure nel campo dell'educazione e della ricerca". Un chiaro riferimento alle riforme del ministro Gelmini. Sul banco degli imputati, altro classico, c'è anche la scarsa produttività dell'intero sistema nazionale. "Le politiche chiave per aumentarla - scrive Bruxelles - sono quelle delle riforme strutturali: più concorrenza, meno costi burocratici, miglior funzionamento del mercato del lavoro, più ricerca e sviluppo". Maggiore attenzione deve essere data anche al potenziale della forza lavoro inutilizzata, "particolarmente nel Sud". La scheda Italia si chiude con quattro raccomandazioni che tirano le somme: si parte dalla necessità di migliorare i conti pubblici diminuendo la spesa e migliorandone l'efficienza. In questo contesto la Ue chiede di "assicurare che il futuro federalismo fiscale sia pienamente in linea con questi obiettivi". Il governo dovrebbe poi rinforzare la concorrenza nei mercati dei beni e dei servizi: in particolare nel commercio al dettaglio e della benzina, nei servizi finanziari e professionali, nel gas, nel trasporto aereo e in quello locale. Le ultime due richieste sono di lavorare sulla produttività - "migliorando efficienza e risultati del sistema scolastico anche monitorando gli standard di qualità e facendo attenzione alle questioni di equità" - e riducendo le disparità tra Regioni, in particolare continuando la lotta al lavoro nero.

 

La Stampa – 15.12.08

 

Donne a parità di pensioni – Flavia Amabile

Un solo dato è certo: la Corte di Giustizia dell'Unione Europea chiede all'Italia di far andare in pensione a 65 anche le donne della pubblica amministrazione. Renato Brunetta, che è ministro della Funzione Pubblica, ha studiato il dossier e due giorni fa ha avvertito che l'Italia si adeguerà. Ha detto anche qualcos'altro: che un Comitato interministeriale sta lavorando per l'adeguamento e che saranno informati il Consiglio dei ministri di giovedì e il premier, Silvio Berlusconi. Poi ha precisato di condividere la sentenza e di aver scatenato «una battaglia di libertà». La libertà, secondo il ministro Brunetta, è questa: «Tutti sappiamo - ha detto - che le donne non fanno carriera, che hanno meno salario e che non arrivano ai vertici delle varie professioni» e questo perchè svolgono un doppio o triplo ruolo (lavoratrici, madri, ecc). Lo Stato «per tutta compensazione dice loro di andare in pensione prima, magari per accudire i nipoti o gli anziani perchè lo stesso Stato non fornisce i servizi necessari. Ma chi l’ha detto che le donne devono fare le badanti o le infermiere? Questa è una battaglia di libertà». Se di libertà si tratta, la libertà ha sempre un prezzo: di questo non sembra rendersi del tutto conto il ministro Brunetta. Alle sue parole manca infatti un pezzo: nessuno ha detto che le donne debbano fare le badanti o le infermiere, ed è sacrosanto l'obbligo di mettersi alla pari con il resto dell'Ue, l'importante è che questo avvenga in tutto, anche nella diffusione di asili nido, di scuole a tempo pieno, aiuti per le madri. Non è così, invece, e anche all'interno della maggioranza, per la verità, le perplessità non sono poche. E' contraria il segretario dell’Ugl, Renata Polverini. Isabella Bertolini di Fi precisa che è una buona idea ma deve essere volontaria. Giorgia Meloni (An), ministro della Gioventù, chiede che prima siano assicurate alle donne le stesse possibilità di accesso, retribuzione e carriera nel mondo del lavoro. E anche Alessandra Mussolini e Daniela Santanchè invitano il governo a non «far cassa sulla pelle delle donne». Poco convinto è il sindaco di Roma Gianni Alemanno perché l'intervento sulle pensioni di Brunetta «non deve equivalere ad una parificazione che non appartiene alla cultura italiana ed alla realtà». E, quindi, presto le dipendenti pubbliche andranno in pensione a 65 anni. Nell'area dell'Ocse sono solo quattro i Paesi con età di pensionamento diverse per uomini e donne. E tra questi l’Italia. È quanto emerge da un recente rapporto dell’Ocse (2007) sulla situazione pensionistica nel quale si spiega che in alcuni paesi è in corso un processo di livellamento delle età pensionabili di uomini e donne. Dopo le riforme previste nei diversi paesi, spiega il rapporto, solo in Italia, Messico, Polonia e Svizzera resta una differenziazione dell’età di pensionamento in base al sesso. Un caso a se' stante è quello della Repubblica Ceca dove le donne maturano l’età della pensione anche in base al numero dei figli. Comunque in molti paesi l’età pensionabile è stata elevata per tutti: uomini e donne indistintamente. E proprio su questo punto, cioè l’aumento dell’età, l’Ocse ricorda che uno dei principali strumenti adottati per le riforme pensionistiche nei paesi considerati è l’aumento dell’età pensionabile. Nella maggior parte dei paesi Ocse - si ricorda - l’età ‘standard’ per la pensione è fissata a 65 anni. In Islanda, Norvegia e Usa è a 67 anni. Ma riforme che mirano ad aumentare l’età pensionabile sono in discussione in paesi come Danimarca, Germania, Regno Unito.

 

A Torino oggi parte la "cassa" - ANDREA ROSSI e RAPHAËL ZANOTTI

TORINO - Quando la cassa integrazione era arrivata a ottobre, pensavamo fosse qualcosa di congiunturale, di passeggero. Oggi sono preoccupato: l’azienda dice che ci farà rientrare il 12 gennaio, ma la situazione globale è quella che è. Mi sto preparando al peggio». Antonio Alfiero, 21 anni di Fiat alle spalle, è uno degli oltre diecimila operai torinesi che da oggi rimarranno a casa per colpa della crisi. Ci sono le carrozzerie di Mirafiori - oltre 5mila operai - e tutto il resto: da Powetrain Stura a New Holland, da Ergom a Magneti Marelli. I conti del Lingotto sono buoni, solidi rispetto a concorrenti come General Motors o Volkswagen, più traballanti. A guidare il gruppo torinese c’è Sergio Marchionne, un manager che fa gola a più di un concorrente. Eppure la Fiat ha deciso il blocco dei suoi stabilimenti (48mila dipendenti fermi) per quasi un mese. E Torino, che si era appena riscoperta città dell’auto, si ritrova a tirare il freno. Consumi fermi, cortili che si riempivano di auto invendute. Inutile, anzi dannoso, continuare a produrre. Altrove licenziano. Lo stop, a Torino, invece si chiama cassa integrazione. Con tutti gli spauracchi che comunque questo comporta. «Negli anni Ottanta era un dramma, oggi una necessità - dice Diego Novelli, storico sindaco del capoluogo piemontese -. Ricordo ancora quei giorni. Umberto Agnelli in un’intervista annunciò 15.000 licenziamenti. Dopo mille trattative si trasformarono in 23.000 persone in cassintegrazione, ma il contraccolpo fu pesante lo stesso. Ci inventammo i lavori di pubblica utilità per non lasciare le persone a casa. Oggi è diverso: altro management, altre esigenze. In quel caso era in crisi l’azienda, oggi è la crisi mondiale a imporlo». Torino non sarà Detroit, dove la gente abbandona interi quartieri lasciandosi alle spalle case vuote e negozi con le saracinesche abbassate. Ma la chiusura degli stabilimenti Fiat si fa sentire. «Mirafiori è un simbolo, ma il vero dramma si muove intorno alle corsie della tangenziale di Torino - dice Giorgio Airaudo, segretario generale della Fiom Cgil di Torino - La catena di montaggio che rifornisce Mirafiori è lì, in quei capannoni da cui ogni quarto d’ora partono Tir che trasportano i componenti nel cuore della città industriale. Quei camion oggi sono fermi e per ogni operaio Fiat in cassintegrazione ce ne sono altri tre dell’indotto che non hanno lavoro». Una volta queste piccole e medie aziende della cintura superavano i momenti di crisi dell’auto torinese producendo anche per altre case automobilistiche europee come Peugeot o Mercedes. Oggi l’Europa dell’auto è ferma, tutte le aziende hanno previsto fino a sei settimane di chiusura degli stabilimenti. E non c’è modo di salvarsi Il lucchetto ai cancelli di Mirafiori è un simbolo, ma rende bene l’idea. «Non è più il 2002, quando la Fiat era un’azienda con prodotti non sempre adeguati, fortemente indebitata e con un management soggetto a frequenti cambi - dice il sindaco di Torino Sergio Chiamparino - Oggi c’è un’azienda risanata dal punto di vista strutturale, con indebitamenti sostenibili e prodotti in buona parte competitivi». Eppure bisogna ingegnarsi. Per questo Chiamparino ha proposto un intervento pubblico che faciliti l’acquisto di nuove auto, veicoli e mezzi pubblici a metano da parte delle grandi città. Fiat è leader nel settore, produce il 50% delle auto a metano europee. Torino e i suoi operai, ancora e comunque. Nonostante i tentativi di maquillage, le Olimpiadi, i musei e le regge sabaude. «Qui si producono macchine e si continueranno a produrre, è la storia di questa città - dice ancora Novelli - Non credo a chi in questi ultimi anni ha liquidato in modo superficiale il rapporto tra la città e Mirafiori, dichiarandolo finito. I musei sono importanti, ma non possono sostituire la Fiat. Sono convinto che questa città continuerà ad avere un ruolo importante e resterà un punto di riferimento: c’è da inventare l’auto ecologica e questo vuol dire impegnare competenze, alta tecnologia, sapere». Per questo la cassa integrazione colpisce non solo le tasche di Torino, ma anche la sua immaginazione collettiva. Il futuro delle tute blu è lì, dietro l’angolo, oltre il 15 di gennaio. Quando si capirà se la crisi mondiale imporrà altri stop e continuerà a rosicchiare i consumi. Marchionne guarda oltre: ha parlato di un’alleanza per Fiat. Una partnership per arrivare a produrre cinque milioni di auto l’anno per un marchio che oggi ne fa uscire dai suoi stabilimenti meno di due. Un sodalizio di questo genere significa scegliersi un colosso come partner. Sotto la Mole è ancora fresco il ricordo di quel che è successo con la banca San Paolo, inghiottita dai cugini milanesi di Intesa, perché un annuncio di questo tipo non generi qualche timore. Torino può perdere i suoi colletti bianchi, non il suo cuore meccanico. «E comunque non dimentichiamoci che 5 dei 15mila lavoratori della Fiat sono impiegati e dirigenti» fa notare Airaudo. «Il rischio è che il centro decisionale si trasferisca altrove». Tocca aspettare metà gennaio, che i cancelli di Mirafiori riaprano e Antonio Alfieri e i suoi diecimila colleghi tornino a mettere le mani sui macchinari. La Volkswagen ferma due delle sue fabbriche di auto gestite attraverso joint-venture in Cina. Lo stop della produzione viene giustificato con la necessità di «lavori di manutenzione». La notizia arriva in un momento di crollo delle vendite d’auto in Cina, secondo mercato mondiale dopo gli Usa. Pechino sta pensando a forme di sostegno per l’industria automobilistica dopo un calo delle vendite del 16 per cento nel solo mese di novembre. A sospendere la produzione saranno la Faw-Volkswagen Automobile Co. di Changchun (capitale della provincia di Jilin, nel Nord Est del Paese) e la Volkswagen Automotive di Shanghai. Lo stop è previsto fra la metà di dicembre e l’inizio di gennaio. La Vw nel 2007 ha venduto in Cina 910 mila auto.

 

In arrivo altri 500 milioni per la cassa integrazione – Roberto Giovanni

ROMA - Soldi non ce ne sono, e anche se ce ne fossero Giulio Tremonti difficilmente li sgancerebbe. Ragion per cui i ministri del governo Berlusconi intenzionati a rimpolpare in qualche modo i provvedimenti del pacchetto anti-crisi devono cercare di essere creativi. Il titolare del Welfare, Maurizio Sacconi, alle prese con l’impennata delle spese per la cassa integrazione - e con la pressione di tantissimi lavoratori privi di tutele e garanzie - ha convocato per oggi pomeriggio un vertice per definire alcuni emendamenti: tra questi, il modo con cui alimentare il sistema degli ammortizzatori con le risorse europee. Saranno almeno 500 i milioni dirottati dai fondi sostenuti dall’Europa verso il sostegno a chi ha perso il lavoro. Si tratta di soldi del Fondo Sociale Europeo, normalmente utilizzati (dalle Regioni) per la rioccupazione e la formazione dei lavoratori. Non c’è dubbio che sottrarne una ulteriore fetta penalizzerebbe ovviamente la capacità di spesa delle Regioni, e per questo servirà un’intesa con i Governatori. Misure positive, dice Paolo Pirani, segretario confederale della Uil, ma insufficienti: «Per frenare la crisi sono stati stanziati 5 miliardi, ma ne servirebbero molti di più, almeno l’1% del Pil, con interventi mirati e misure per allargare il credito alle imprese». Più o meno sarà questa la proposta che il ministro ombra dell’Economia del Pd Pierluigi Bersani esporrà domani pomeriggio al suo «collega» Giulio Tremonti. Un appuntamento proposto giovedì scorso e accolto di buon grado dal ministro. Non è detto però che Tremonti vada oltre un semplice «ascolto» delle proposte elaborate dal Pd, che - spiega l’economista democrat Stefano Fassina - si inseriranno in una manovra anticiclica da 17 miliardi, un punto di Pil. Obiettivo, «sostenere l’economia - dice Fassina - aiutando i redditi della fascia media di lavoratori e pensionati. Senza di loro non si va da nessuna parte». Governo e Parlamento avranno tempo fino al 23 per presentare le proposte di emendamento al decreto anti-crisi. Ci saranno correzioni e aggiustamenti. Ad esempio, a quanto pare sulla norma cosiddetta «blocca-tariffe» si chiarirebbe meglio: il blocco non si applica per autostrade, energia elettrica e gas, visto che impedirebbe anche i ritocchi al ribasso decise dalle Autorità Garanti. Sul bonus-famiglia si va verso una rimodulazione: la Lega - che ha scoperto che la misura finiva in tasca a molti single - ha chiesto che «sia destinata alle famiglie italiane», e si interverrà ad hoc. Non è chiaro se verrà modificata anche la norma sul tetto sui tassi dei mutui: c’è chi (sempre la Lega) preme per allargarla anche ai mutui a tasso fisso, ma al Tesoro si preferisce premiare solo il tasso variabile. Potrebbe scendere l’aggio del 10% che va ai concessionari degli accertamenti, mentre è ancora incerto il destino degli incentivi fiscali per le ristrutturazioni «ecologiche» per la casa. Il ministro dell’Ambiente Prestigiacomo spinge per tornare a un bonus del 55% senza tetti, Tremonti sembra intenzionato ad arrivare al 40-45%. Infine, si ipotizza un totale colpo di spugna sulla cosiddetta «class action»: le cause collettive potrebbero colpire solo gli «illeciti compiuti successivamente al primo luglio 2008».

 

La Freccia Rossa è diventata grigia - GIOVANNI CERRUTI

MILANO - Ed eccoli tutti qui, in testa al binario 7 da un quarto d’ora, tutti fermi nell’attesa, chi con la macchinetta fotografica già pronta, chi con il biglietto elettronico in mano. Chi per caso, chi per scelta, chi per voglia, sono i pionieri della Freccia Rossa, i debuttanti dell’Alta Velocità, i primi viaggiatori pronti al brivido di un Roma Termini-Milano Centrale in 3 ore e mezzo senza fermate. Sono pronti, ma il supertreno dov’è? «E’ qui che vi aspetta», dice l’addetta con il foulard rosso. Quello? Questo qui con la scritta Milano-Napoli sulla prima carrozza? Non è possibile. E’ un treno vecchio. Tutti fermi al binario 7. Non ci sono autorità, questo è il primo viaggio normale di gente normale. E allora succede che il signor Paolo, 71 anni, impermeabile bianco come il codino di capelli che sbuca dal basco blu, si avvicini alla signorina con il foulard con un fare piuttosto seccato: «Io so’ venuto qui per il treno rosso, cos’è questa ferraglia?», e va a strapazzare con il pugno la carrozza ferma. E invece è proprio così, spente le luminarie dell’inaugurazione la Freccia Rossa parte grigia. Via le macchinette fotografiche, adesso tutti sul treno 9510. Tranne il signor Paolo: «Che mi frega del viaggio, io lo volevo solo vedè». Però è vero che il debutto in grigio ha un poco deluso. Sulla carrozza 2, posto 41, una nonna sta parlando al telefono con il nipotino: «No, non è il treno che hai visto al tg, è il solito treno che va a Milano. E non c’è nemmeno la tv». Pure questo manca, il monitor, quello che sembra il navigatore satellitare di una macchina e segnala la posizione e le supervelocità del treno che va a 300 km/ora. «Pazienza, a me basta che parta e arrivi in orario», dice il magistrato milanese Armando Spataro, seduto al posto 84, il computer pronto «perchè ho da lavorare». Quattro carrozze di prima, sette di seconda, il vagone ristoro a divedere le classi. Partenza alle 14,17 con due minuti di ritardo, se ne accorge nessuno, magari sarà una vecchia abitudine. Un peccato veniale come la disposizione dei posti: la carrozza 1 è piena, la 2 mezza vuota, la 3 e la 4 vuote. Così appena il treno si muove è un tana libera tutti, Spataro è il primo a cambiare carrozza, gli altri a seguire. Nel treno dell’inaugurazione, o nella Freccia Rossa delle 12,29 arrivata da Milano, l’altoparlante invitava i passeggeri a tenere voce e suonerie dei telefonini a volume basso. Su questa freccia grigia niente, autogestione. Treno del debutto pieno a metà, meno di 300 passeggeri. I curiosi s’incontrano tra una carrozza e l’altra, o al bar dove il caffè costa 1 euro e 40 centesimi. Il treno va, eccome se va. La velocità si sente e chi ha provato la vera Freccia Rossa s’accorge che con gli scossoni qui si traballa, stare in piedi non è facile e per le due coppie di pensionati della carrozza 7 non è semplice neppure la partita a scala quaranta, con le carte che scivolano sul linoleum del pavimento. Quando s’incrocia un’altra Freccia che scende a Roma lo spostamento d’aria è notevole. Piccoli o tollerabili disagi, purché si arrivi in orario, però. A mezz’ora da Roma e Firenze chi ha il computer acceso comincia a guardare l’altro. Non c’è bisogno di domande, basta un cenno che dice «funziona il tuo collegamento Internet». Sì che funziona, anzi no, adesso sì, ora no, meglio lasciar perdere fino a Bologna come sa chi frequenta la linea. Questo Ufficio Viaggiante, come l’hanno presentato sabato, per metà viaggio va in pausa caffè e deve assolvere Trenitalia. Mica è colpa loro se all’estero si viaggia con il wi-fi. «Sono in corso contatti», diceva speranzoso giorni fa Orazio Iacono, l’ingegnere che governa sull’Alta Velocità dalla sala operativa di Bologna. A Firenze Rifredi il treno rallenta e cigola, oddio si ferma la freccia che non deve fermarsi mai fino a Milano? No, riprende velocità, che non si dica che al primo viaggio si è fermato. Ma a Bologna succede. Un minuto e 15 secondi prima di sfilare lento in Stazione, proprio sul primo binario, quello del bar e dell’edicola e del tabaccaio, il più trafficato. A questo punto, secondo le promesse dell’Inaugurazione, l’altoparlante dovrebbe informare il passeggero, che è successo? Passa la signorina del Ristoro con un bacio Perugina rosso come la Freccia. L’altoparlante resta muto, nulla da segnalare. E adesso vai Freccia Grigia che è tutta un’altavelocità fino a Milano. Qui si passano i 300 all’ora, si corre sul ponte di Calatrava che attraversa il Po e mai nessun passeggero riuscirà a vedere, s’incrocia un’altra Freccia che scende verso Roma e sposta l’aria, si sentono sportelli dei pannelli elettrici che sbattono, quello dell’estintore che si apre, insomma i soliti acciacchi di un treno che viaggia da anni e li dimostra. La moquette della prima classe è un campionario di macchie, nei bagni c’è sempre qualcosa che manca o si è smontato e non si è mai visto l’annunciato «Pulitore Viaggiante». E rieccoli tutti qui, ora che la Stazione Centrale si avvicina, a guardare l’orologio. Dìn-dòn, ecco l’altoparlante: «Avvisiamo i signori passeggeri che il treno arriva a Milano con tre minuti di anticipo». Dalla seconda classe c’è chi applaude: l’Alta Velocità deve far concorrenza all’aereo anche in questo, o no? Chi non ha fotografato il supertreno alla partenza lo fa ora, all’arrivo. Ma c’è chi non s’arrende e vuole sapere la verità. Perchè un debutto in grigio? E il capotreno con la cravatta rossa infine rispose: «Vernice, è solo questione di tempo e vernice. Una mano di pittura e anche questo diventerà Freccia Rossa...».

 

Iraq: il costo dell'ignoranza

Un rapporto redatto dal governo americano, non ancora pubblico ma di cui il New York Times è venuto a conoscenza, rivela che la costosissima ricostruzione dell’Iraq è stata un fallimento. Fino alla metà del 2008, infatti, sono stati spesi in Iraq 117 miliardi di dollari ma non è stato avviato nulla di davvero innovativo. Al massimo, commenta polemicamente il giornale americano, «è stato rimesso in piedi ciò che le cannonate del 2003 e i successivi saccheggi avevano distrutto». Le due cause dello spreco dovrebbe essere ricercate, secondo il quotidiano d'oltreoceano, fondamentalmente nella poca conoscenza dei vertici del Pentagono verso la cultura irachena e quindi nei limiti imposti dalla burocrazia. Il Pentagono, denuncia chiaramente il rapporto, ha cercato di nascondere il fallimento gonfiando e modificando le cifre. Ad esempio vengono citate, tra virgolette, alcune parole dell'ex segretario di stato Colin Powell «nei mesi successivi all'invasione del 2003 i numeri dei militari inviati in loco sono stati "gonfiati" di circa ventimila unità a settimana». L'affermazione, destinata a riscaldare gli animi, è stata confermata dall'ex comandante delle truppe americane in Iraq, Ricardo Sanchez. Ma anche gli appalti per la ricostruzione sul territorio pare non siano stati tanto "limpidi". Le imposizioni sulle aziende utilizzabili, denuncia un ufficiale americano impegnato sul territorio, «sono state costanti e se si decideva di non servirsi dei fornitori prestabiliti semplicemente si decideva di non fare il lavoro». Conclusione pessimista per il rapporto intitolato "Dura lezione: l'esperienza della ricostruzione in Iraq": «il governo non ha mai davvero sviluppato una nuova legislazione o messo le basi per operazioni diplomatiche, di sviluppo e tantomeno militari». In questo momento -sempre secondo il New York Times- gli Stati Uniti non hanno nè la capacità tecnica, nè la visione politica, nè la struttura organizzativa per portare a compimento il più grande piano di ricostruzione elaborato dai tempi del Piano Marshall.

 

Il tabaccaio pellerossa sfida New York – Maurizio Molinari

New York - Ventidue ettari, 450 abitanti e almeno un miliardo di dollari di evasione fiscale. La riserva indiana di Poospatuck nella contea di Suffolk a Long Island è la più piccola dello Stato di New York e la più vicina a Manhattan ma soprattutto è un grattacapo per polizia e sindaco della Grande Mela in quanto il capo indiano che la governa, Harry Wallace, l’ha trasformata nel regno di un commercio di sigarette che sfugge ai controlli. Wallace è il «Chief» della nazione indiana degli Unkechaug, «il popolo dall’altra parte della collina», riconosciuto come «sovrano» dall’articolo 12 della Costituzione di New York sulla base delle leggi risalenti al periodo coloniale quando, nel XVII secolo, 607 ettari di terre vennero assegnate alle tribù pellerossa dall’allora re d’Inghilterra. Con il passare del tempo gli ettari sui quali vive la nazione Unkechaug si sono ridotti a 22 e la popolazione nel 2000 era oramai di appena 271 anime, ma Harry Wallace, discendente da una stirpe di capi, ha rigenerato la piccola comunità morente. Cresciuto a Queens in una famiglia con una forte identità etnica, laureato in legge e sposato con la figlia del capo della nazione Shinnecock, di base a Southampton sempre a Long Island, «Chief» Wallace prima si è trasferito con la famiglia nella riserva Poospatuck, sulle sponde del Mastic River, e poi ha iniziato a vedere tonnellate di sigarette senza pagare tasse. Nel giro di pochi anni la popolazione è raddoppiata, anche per l’arrivo di indiani da altre riserve, e i 22 ettari sono oramai disseminati di «smoke shop» che offrono ogni tipo di sigarette al costo di 5 dollari al pacco contro gli 8 o 9 dei normali rivenditori di New York, che pagano allo Stato e alla città 4,5 dollari di tasse a pacco. Lo «smoke shop» più grande è quello di proprietà di Wallace ma nelle strade intorno è un proliferare di piccoli punti vendita, basta seguire le vistose insegne per trovarli. Spesso le sigarette vengono vendute dalle finestre delle case con il metodo del «drive in», ci si avvicina in auto, si paga, ritira il pacco e si va via in pochi secondi. Per la polizia di New York le entrate di questo giro di affari sono cresciute a dismisura: se nel 1996 la riserva smerciava 406 mila cartoni di sigarette che nel 2007 sono stati ben 11,3 milioni. L’evasione fiscale complessiva è calcolata in circa un miliardo di dollari l’anno con la città di New York che lamenta il mancato versamento di oltre 150 milioni di dollari, che farebbero assai comodo al sindaco Michael Bloomberg per far fronte a un bilancio appesantito dalla crisi di Wall Street. Ma Wallace non ne vuol sapere di pagare le tasse, afferma di conoscere bene tanto la legge dello Stato che lo status delle riserve indiane, richiamandosi in particolare al diritto di «vendere fumo ai residenti» ovvero di commerciare liberamente fra chi abita dentro la riserva. La polizia di Long Island afferma che in realtà gli acquirenti non sono «residenti della riserva» ma personaggi legati al mercato nero delle sigarette, che poi le rivendono nel resto della città. Wallace nega, ribatte che «è impossibile sapere sempre con esattezza chi compra cosa» e attacca frontalmente Bloomberg, accusandolo di «voler addebitare alla nostra povera tribù il costo del fallimento economico della sua amministrazione». Come se non bastasse, Wallace afferma che la «rinascita economica della riserva» è solo agli inizi, ha bisogno di «creare occupazione» e dunque preannuncia la creazione di «altri smoke shops» per portare il numero di quelli ufficialmente registrati ben oltre i 14 attuali. «Per Bloomberg è una questione di bilancio, per noi di sopravvivenza», ha dichiarato al New York Times. Potrebbe essere il governatore David Paterson a intervenire ma la prudenza delle autorità nella gestione del braccio di ferro nasce dal timore di scatenare le proteste delle tribù dello Stato, a cui già in passato è andata la solidarietà dell’opinione pubblica durante simili contenziosi sollevati dai predecessori Mario Cuomo e George Pataki. Anche Wallace ha però un punto debole: la sua nazione è riconosciuta dallo Stato ma non dal consiglio che riunisce le tribù di tutte le riserve d’America e questo ne indebolisce indubbiamente la «sovranità» legale.

 

Corsera – 15.12.08

 

Giustizia, il Pd apre alla Lega – Marco Cremonesi

MILANO - Sessanta giorni per cambiare la giustizia in Italia. È il rilancio di Walter Veltroni dopo l'apertura di Umberto Bossi alle opposizioni. Il leader pd parla a Milano: «Anche noi - spiega - diciamo che la riforma va fatta. E riproponiamo quel che abbiamo sempre detto: una commissione tra maggioranza e opposizione con la presenza di magistrati e avvocati che duri sessanta giorni». Ma Veltroni puntualizza: se «Berlusconi vuole impedire ai magistrati le intercettazioni, noi diciamo che possono effettuarle per scoprire i reati, anche quelli di corruzione». Inoltre, «saremo sempre contrari all'idea di portare la magistratura sotto il controllo del governo». Prima che le agenzie battessero il Veltroni-pensiero, e dunque in risposta a Bossi, eran già partiti gli altolà. Il capo dei senatori pdl Maurizio Gasparri precisa che tutti sono «convinti che non si possa fare una riforma di tale portata da soli, pur avendo i numeri per farlo». Ma attenzione: «Ciò non vuol dire che siamo disposti ad accettare veti ed imposizioni da parte delle opposizioni». Mentre per il portavoce azzurro Daniele Capezzone «sulle riforme, dalla giustizia ad ogni altro tema, la maggioranza esperirà un tentativo di dialogo nella sede propria, cioè il Parlamento. Ma ciò non può trasformarsi in un rallentamento o in un indebolimento del processo riformatore ». Massimo D'Alema ci scherza sopra: «Il fatto che Bossi sia la parte più ragionevole della maggioranza crea qualche motivo di preoccupazione». L'apertura di Bossi trova comunque l'opposizione cauta. Anna Finocchiaro definisce «sagge» le parole di Bossi e si chiede «cosa ne pensi Berlusconi». Ma così commenta la discussione: «Parole tante, confusione molta e fatti pochi». Mentre Pierluigi Bersani non si sente «sereno se ci tutela Bossi». Nel merito, risponde a Veltroni il presidente dei deputati pdl Fabrizio Cicchitto. E boccia l'idea di magistrati e avvocati nella commissione: «Oltre ad esser dilatoria, tende a spossessare il Parlamento del suo ruolo ». Opinione diversa per il suo vice Italo Bocchino: «La riforma della giustizia va fatta presto e bene, coinvolgendo l'opposizione e ricercando il dialogo con la magistratura». Insomma, i prossimi giorni saranno decisivi. Ieri Bossi si è sentito con il premier in una telefonata definita «cordiale». E ha precisato che in ogni è caso è appunto lui, Silvio Berlusconi, a trattare: «Il mio era un invito a discutere pacatamente».

 

Università e scorciatoieSergio Rizzo, Gian Antonio Stella

Non sazia d'aver dato i natali a un eroe dell'antica Roma (Attilio Regolo), a un mito del cinema (Vittorio De Sica), a una cantante di Sanremo (Anna Tatangelo), l'antica Sora voleva di più. Ed è diventata la «Harvard ciociara» dei giornalisti italiani. L'ateneo di chi, non avendo avuto il tempo di prendersi la laurea prima, può finalmente recuperare quel pezzo di carta accantonato in gioventù. Certo, la scorciatoia passata con lo slogan «Laureare l'esperienza» e varata prima da una legge del '99 (centrosinistra) ritoccata da un decreto del 2004 (centrodestra) per riconoscere la dote di preparazione e competenze accumulata da questa o quella figura professionale permettendo a gente già inserita nel lavoro di conquistare l'agognato alloro, non riguarda solo i giornalisti. Anzi. Decine di Università, come è noto, si precipitarono ad approfittare delle nuove norme per accumulare studenti. «Avevamo la fila alla porta di gente che voleva laurearsi e ci proponeva mille o duemila iscritti a botta», ha raccontato ad esempio Francesco Paravati, responsabile del marketing della «Uninettuno»: «Il delegato di un gruppo di agenti di custodia arrivò a dirci: la laurea ci serve solo per passare di grado. Non daremo fastidio a nessuno, non faremo danni usandola. Le altre ci riconoscono cento, centodieci crediti... Perché voi no?». E infatti così era l'andazzo, all'inizio. Al punto che per accaparrarsi nuove matricole qualche ateneo arrivò a proporre a ragionieri o guardie forestali, vigili del fuoco o poliziotti (prima che Mussi imponesse un tetto di 60 su 180: tetto peraltro aggirato da alcune università con la scusa dei diritti acquisiti) una quantità di «crediti» folle. Un esempio? La convenzione di Siena coi carabinieri. Convenzione che permetteva ai marescialli che avevano seguito un certo corso interno di vedersi riconoscere fino a 124 «crediti formativi». Solo 24 meno dei 148 necessari ad avere la laurea triennale in Scienza dell'amministrazione: tre tesine e il maresciallo era dottore. Fatto sta che, all'apparire della scorciatoia, anche l'Ordine dei Giornalisti si diede da fare. Per carità, comprensibile: al di là delle forzature assurde poi corrette da Mussi, il riconoscimento formale delle professionalità era un principio europeo. Il modo con cui venne condotta l'operazione, però, si tirò addosso un sacco di critiche anche interne. A partire da quelle del presidente dell'Ordine della Lombardia Franco Abruzzo, che rivendica di avere contestato subito un po' tutto l'impianto. Funzionava così: 10 crediti ai direttori responsabili, 8 a capiredattori, capiservizio e responsabili degli uffici stampa, 6 ai divulgatori scientifici, 4 ai redattori, agli editorialisti e agli opinionisti. Uno schemino ridicolo. Che assegnava ai capiservizi dei giornalini di quartiere, paradossalmente, più punti che a fuoriclasse come Bocca o Pansa. Di più: i crediti si potevano moltiplicare per il numero di anni di servizio, fino a un massimo di 80 per i professionisti e 60 per i pubblicisti. Di più ancora: nei «casi di eccellenza delle conoscenze e delle abilità professionali certificate» (da chi? boh...) potevano essere aumentati del 20% ancora. Arrivando a un totale di 96 per i professionisti e 72 per i pubblicisti. Rileggiamo un'Ansa del 22 settembre 2004. «I giornalisti professionisti e pubblicisti in possesso del titolo di scuola media superiore potranno accedere fino al terzo anno di laurea in alcune facoltà italiane». Quali? Inizialmente, la già citata Università di Chieti, quella di Cassino e Sora, la barese «Lum Jean Monnet» di Casamassima (unico esempio mondiale, forse, di ateneo nato dentro un ipermercato, «Baricentro»), la Lumsa di Roma. E le Università grosse? Quelle presenti, sia pure non in posizioni di spicco, nelle classifiche internazionali? Macché: zero. O meglio, sulle prime c'era Torino. Ma appena si insediò il nuovo rettore, Ezio Pelizzeti, prese l'accordo e lo cestinò: «Non mi pareva una cosa seria». Tra i motivi di perplessità c'era l'esistenza di una specie di «filtro» che in cambio di 222 euro di diritti di segreteria raccoglieva le domande degli aspiranti universitari e le smistava col conto dei relativi crediti. Era la «Rul international», una società di proprietà di Umberto Laurenti, capo delle relazioni esterne di Postel, controllata di Poste Italiane. Un'operazione non limpidissima, documentò allora la trasmissione Report di Milena Gabanelli. Ma la puntata più sconcertante del tormentone doveva ancora arrivare. Sganciata la «Rul», le pratiche organizzative furono infatti affidate alla «Società per la formazione e l'orientamento», costituita 25 giorni prima che l'Ordine stipulasse le convenzioni definitive con otto università. E chi c'era tra i soci? Il geometra Claudio Cintola, consigliere forzista al Municipio Soccavo Pianura di Napoli, pubblicista, ma soprattutto direttore responsabile del quotidiano on line Osservatorio Flegreo. Giornale che ha come condirettore Mimmo Falco, vicedirettore Vittorio Falco, caporedattore Luigi Falco, responsabile servizi esterni Agostino Falco, capo dei servizi con l'estero Salvatore Falco, redattori Maria Falco e Luigi Falco. Casa e bottega. Ma chi era, allora, Mimmo Falco? Era il potente vice-presidente nazionale dell'Ordine dei Giornalisti (oggi è il «vice» per la Campania) e l'uomo che più di tutti si occupava del progetto «Laureare l'esperienza». Dettaglio di contorno: pur essendo la sede della società a Roma, le pratiche andavano spedite a un ufficio di Sora e i 222 euro dovevano essere accreditati a una banca pure di Sora, dove sta la sede secondaria dell'Università di Cassino eletta a sede di un Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione inaugurato dallo stesso Falco e salutato dalle cronache come «un progetto avanguardistico e culturale» con «l'affluenza di circa 300 giornalisti». Da allora i criteri per la concessione dei crediti sono stati rivisti limitandosi a definire il «valore decrescente» in relazione alle cariche, ma lasciando intatta la piramide. La tassa dei 222 euro e la Servizi per la Formazione e l'orientamento non ci sono più. Le università convenzionate, invece, sono rimaste le stesse. Anzi, sono diventate nove: Cassino-Sora, Chieti-Pescara, la Korè di Enna, l'Università di Messina (che nel 2005 stipulò una convenzione che riconosceva 60 crediti agli iscritti Cisl), la Lumsa di Roma e poi Catania, Ferrara, Varese e Udine. E così, di quella che doveva essere una piccola-grande riforma europea per premiare le professionalità, cosa resta? Restano alcune decine di laureati nella «Harvard della Ciociaria» tra i quali lo stesso segretario della Fnsi Franco Siddi («non mi hanno proprio regalato niente: pochi crediti riconosciuti e una gran fatica per conciliare il lavoro e gli esami»), uno strascico di polemiche interne sul modo in cui la legge è stata applicata e sulle società coinvolte. Restano un po' di iscritti che anno dopo anno hanno visto la scorciatoia farsi più stretta: degli immatricolati a Sora nel 2007-2008, quelli cui sono stati riconosciuti dei crediti sono 29 (di cui due soli con oltre 60 punti) su 135, a Scienze per la comunicazione di Catania 8 su 246, a Sociologia di Chieti 8 su 64, a Comunicazione pubblica di Ferrara uno su 73, a Tecnologie della Comunicazione di Messina addirittura nessuno su 326 immatricolati... Resta infine il dubbio che anche per i giornalisti forse, come dimostrò Report, non valeva davvero la pena di rincorrere il pezzo di carta.

 

Il federalismo in affanno - GIUSEPPE DE RITA

In nome della antica, comune vocazione al primato del localismo chiedo venia ai miei interlocutori di cultura settentrionale se credo giusto porre un duplice dubbio: primo, se la gravità della attuale crisi economica possa mettere in cono d'ombra l'autopropulsione del localismo (e del federalismo) del Nord; e, secondo, se il grande potere che i politici settentrionali conquistano e gestiscono a Roma non possa alla fin fine nuocere alla endogena vitalità delle società e delle economie del Nord. Chiedo venia ancora, ed anche un po' di freddezza. Freddezza infatti vuole che si prenda atto che per fronteggiare le gravi difficoltà del momento si fa strada la tendenza a massicci interventi sia statali che sopranazionali. Circola la convinzione che il localismo e i mondi vitali del territorio non bastano più e che ci vuole tanto intervento pubblico. È quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, con politiche federali di enorme consistenza finanziaria; è quanto sta avvenendo nella Unione Europea e nei singoli suoi Paesi, con crescenti concertazioni e stanziamenti pubblici; è quanto sta avvenendo in Italia, dove sotto il carattere non invasivo dei più recenti provvedimenti governativi si vanno predisponendo interventi quasi da Stato imprenditore (il grande nemico del localismo vecchio e nuovo). È una tentazione generale, ed anche il Nord italiano non vi sfugge: per fare le grandi infrastrutture da Susa a Trieste; per rilanciare Milano con l'Expo; per preservare Malpensa; per proteggere alcune grandi imprese; per difendere i loro lavoratori, magari «rimodulando» gli stanziamenti comunitari per il Sud. Ma se tutto ciò avviene, è automatico lo spostamento di potere dal locale allo Stato, dalla periferia al centro, dalla vitalità spontanea al peso del potere pubblico. E fatalmente sarà da quest'ultimo che verranno non solo soldi ma anche gli orientamenti dello sviluppo di tutto il sistema, con buona pace della orgogliosa autopropulsione localistica e con il pericolo di una strisciante delegittimazione della lunga marcia del federalismo, del localismo finale coronamento istituzionale. Qualcuno, magari cinicamente, potrà dire che per intanto il localismo settentrionale è arrivato a controllare il potere statuale e può quindi, strumentalizzandolo, dare più potenza ai propri territori di riferimento; ed infatti tutti i grandi apparati ministeriali sono praticamente retti da politici settentrionali, che naturaliter hanno più a cuore la questione settentrionale, non certo quella, noiosa ormai, dello sviluppo meridionale. Ma chi ha vissuto quest'ultima ad occhi aperti sa che per 40 anni proprio il primato dei politici meridionali, la loro richiesta di risorse pubbliche e la loro protervia nello spenderle male, sono stati i fattori che hanno «disanimato» il Mezzogiorno. Non sarebbe bello, e neppure vantaggioso per loro, se i politici settentrionali ripetessero quell'errore. Sarebbe invece bello, e vantaggioso, se restassero ancorati alla loro grande potenza localistica, magari sviluppandola in processi oligarchici del potere; dandosi come primo carico quello di vivere una energica risposta alla crisi e di esprimere una ulteriore scommessa sul futuro.

 

l’Unità – 15.12.08

 

Primarie Pd a Bologna, Delbono trionfa con il 49%

Sarà Flavio Delbono il candidato del Partito Democratico alle amministrative del prossimo giugno a Bologna. Il vicepresidente della Regione Emilia Romagna, economista e prodiano doc, ha infatti ottenuto il 49,73% dei voti alle consultazioni che danno ufficialmente il via, a Bologna, all'era post-Cofferati, dopo che il sindaco uscente ha annunciato di non essere disponibile ad un secondo mandato per dedicarsi a tempo pieno alla professione di papà. Professore universitario, 49 anni, originario di Sabbioneta (Mantova), ma da anni trapiantato a Bologna, Delbono ha vinto sull'onda dell'appoggio ottenuto a queste primarie da tutto lo stato maggiore del partito in città, della benedizione di Pierluigi Bersani e Romano Prodi e di una campagna elettorale tutta giocata sui temi delle risorse economiche e delle misure anti-crisi. Quasi uno su due dei circa 25 mila elettori del Pd che si sono espressi lo hanno infatti indicato come candidato sindaco. I suoi due principali concorrenti, Maurizio Cevenini e Virginio Merola, si sono invece rispettivamente fermati al 23,29% e al 21,44%. Al termine della competizione, in un clima di grande fair play, entrambi hanno dichiarato il loro totale appoggio al vincitore, assicurando il loro sostegno in vista delle elezioni di giugno. I tre si sono presentati insieme nella sede del Pd di via Rivani alla fine dello spoglio, affollata, nonostante l'ora tarda, da molti militanti. Non c'era invece il quarto candidato, Andrea Forlani, che nelle preferenze si è fermato al 5,10%. «Da domani - ha detto il candidato sindaco del Pd - tutti uniti per Bologna e per battere questa destra pericolosa. Cominciando a lavorare dal programma. Voglio ringraziare tutti quelli che hanno votato: è stato un esempio di amore per la città e di fiducia nel Pd, così come ringrazio gli altri candidati, che hanno fatto proposte che meritano di essere inserite nel programma». L'affluenza alle urne è stata soddisfacente anche se non esorbitante. A votare sono andati in 24.920 (di cui 342 stranieri). Si tratta del doppio degli iscritti al Pd a Bologna, ma poco più della metà di quelli che avevano partecipato alle primarie che hanno incoronato Veltroni segretario nazionale del Pd. Il partito a Bologna esce dalle primarie con un candidato forte e legittimato dal voto popolare, ma incassa un paio di campanelli d'allarme dal suo 'popolò che non sono da sottovalutare: un'affluenza non altissima e l'indicazione di un elettore su due di non appoggiare la linea dei dirigenti.

 

Bush in Iraq: un giornalista gli tira le scarpe

Incidente fuori programma per il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, impegnato in una visita a sorpresa a Baghdad, l'ultima prima della scadenza del suo mandato. Durante la conferenza stampa congiunta con il premier iracheno Nouri al Maliki, un giornalista iracheno ha tirato le sue scarpe contro Bush gridando: «Questo è il tuo bacio d’addio, cane», prima di essere portato via dagli uomini della sicurezza. Il presidente è riuscito a schivarle entrambe e poi, scherzando, ha detto che erano scarpe di taglia 10. Bush era giunto poco prima a Baghdad per un incontro di commiato con le truppe e le autorità irachene. Manca infatti poco più di un mese alla scadenza del suo mandato, il prossimo 20 gennaio. Durante la visita Bush e il premier irachene Nuri al Maliki hanno anche firmato l’accordo per la sicurezza che prevede la fine della presenza militare americana nel Paese entro il 2011. Scambiando alcune battute con la stampa al suo seguito dopo avere incontrato il premier, Bush ha aggiunto: «C'è ancora lavoro da fare», prima di precisare che l'accordo di sicurezza firmato tra Usa ed Iraq, garantisce al paese mediorientale «una solida base, per oggi e per il futuro». Intanto un rapporto inedito di 523 pagine sulla ricostruzione portata avanti in Iraq dall'amministrazione americana mette in evidenza non solo gli errori, ma anche l'opposizione espressa prima dell'invasione da parte del Pentagono all'idea di «ricostruire» un paese straniero. Il resoconto, di cui dà notizia il New York Times, è il primo nel suo genere e sottolinea in particolare il fallimento sul fronte della ricomposizione e dell'addestramento dell'esercito e della polizia irachene. In un passaggio del rapporto, riferisce sempre il Nyt, l'allora segretario di stato Colin Powell, nei mesi appena successivi all'invasione nel 2003, accusava il dipartimento della Difesa di «inventare i numeri delle forze di sicurezza irachene: un numero che salta in una settimana di 20mila unità! Ora ne abbiamo 80mila, poi 100mila, ora 120mila». Il messaggio più amaro contenuto nel rapporto sul programma di ricostruzione è che dopo cinque anni di sforzi e miliardi di dollari di denaro spesi, la cosiddetta ricostruzione non è riuscita neppure rimettere in piedi quanto distrutto durante e nei giorni appena successivi l'invasione. «A metà 2008, la storia dice che 117 miliardi di dollari sono stati spesi per la ricostruzione in Iraq, inclusi 50 miliardi di dollari dei contribuenti americani. Intitolato «Una dura lezione: l'esperienza della ricostruzione in Iraq», il rapporto è stato redatto dall'Ufficio dell'Ispettore generale speciale per la ricostruzione in Iraq, guidato da Stuat W. Bowen jr., un avvocato repubblicano che viaggia regolarmente in Iraq e si appoggia a uno staff di ingegneri e tecnici basati a Baghdad. Bowen afferma nelle conclusioni: «Al di là della questione sicurezza, resta un'altra questione ineludibile: il governo degli Stati uniti non era preparato adeguatamente a portare avanti la missione di ricostruzione che si era prefissato a metà del 2003».


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