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Manifesto – 18

Manifesto – 18.12.08

 

Cattive compagnie - Andrea Fabozzi

A volte usano giri di parole, si capisce che temono di essere intercettati. Ma poi gli assessori e i deputati che parlano al telefono con l'imprenditore Alfredo Romeo decidono di tagliare corto e fare nomi e cognomi: troppo frequenti sono le comunicazioni per parlarsi in codice. Finisce che si scambiano affettuosità, auguri e complimenti. Amicizia, inviti a pranzo e caffè. Ci sono solo le intercettazioni telefoniche in questa inchiesta della procura di Napoli tanto attesa e adesso esplosa sotto le poltrone della giunta municipale. Lo ammette anche la gip: «Le intercettazioni hanno un valore quasi assorbente». Chissà quanto andrà avanti questo procedimento per un reato che non si è concluso. Intanto, come da un buco della serratura, scopriamo come la più importante amministrazione comunale di centrosinistra ha preparato un appalto da oltre 300 milioni. È una cronaca minuto per minuto, ripugnante ma anche appassionante. Non ci sono avversari, solo ruoli da rispettare almeno un po'. L'opposizione deve fare finta di fare l'opposizione. Presenta emendamenti, poi li ritira. Esce dall'aula o ci resta quando serve. Gli assessori prendono ordini. Romeo è più esperto di loro, spiega come bisogna fare. Detta parola per parola un atto pubblico: il capitolato della gara non è scritto per lui, è scritto da lui, al telefono. Blandisce. Parla bene dei napoletani ai capi che stanno a Roma o almeno così assicura. Qualche volta si lamenta, qualche volta fa promesse, quasi mai alza la voce. È un imprenditore e fa i suoi «investimenti politici» sintetizza efficacemente la procura. Il gioco lo guida lui e chiude il cerchio. Quindici anni fa, proprio a dicembre, Antonio Bassolino vinse a Napoli soprattutto contro «la banda dei quattro» (era una sua espressione) cioè i capi democristiani e socialisti travolti dalla prima tangentopoli. La prima giunta rosso-verde inaugurava parchi «mazzetta», il verde pubblico riaperto con i soldi recuperati dalle tangenti. Oggi la città che conta, così simile a quella che contava allora, si mette in fila per l'inaugurazione del magnifico albergo di Alfredo Romeo costruito nel palazzo di Achille Lauro, quello delle «mani sulla città». L'albergo che l'imprenditore si preoccupa di far inserire nel circuito del Festival del teatro con i buoni uffici di Rutelli, ministro del governo di centrosinistra. Se qualcosa è cambiato è che non c'è più la fila degli imprenditori davanti alle segreterie dei politici. Adesso sono i politici, gli assessori in carriera, i tecnici, gli ex moralizzatori che si mettono in fila davanti all'uscio di Romeo. Non si scambiano tangenti ma carriere politiche. «Ormai siamo un sodalizio» dice al telefono Italo Bocchino. Maggioranza o opposizione: impossibile distinguere. E allora perché Veltroni insiste a promettere il rinnovamento nella continuità, perché Berlusconi non gli tende definitivamente la mano? Farebbero contento il presidente Napolitano che vuole intese sulla Costituzione se la trattassero come una delibera comunale. A volte è solo questione di nomi, la grande riforma sarebbe più facile se provassero a chiamarla Global service.

 

Un corruttore davvero globale - Ilaria Urbani

NAPOLI - Una valanga di soldi sporchi oscura il comune di Napoli, investito ieri da una delle più imbarazzanti bufere giudiziarie degli ultimi anni. «Un saccheggio sistematico di risorse pubbliche», scrivono gli inquirenti. Tredici le persone coinvolte nell'inchiesta sulla delibera Global service, gara d'appalto da 400 milioni di euro per la manutenzione delle strade napoletane, di quelle provinciali (145 mln) e della gestione delle mense scolastiche (20 mln). Il provvedimento è stato ritirato, ufficialmente per mancanza di fondi. Dietro le sbarre, accusato di associazione per delinquere e turbativa d'asta, è finito Alfredo Romeo, il re mida degli immobili pubblici che in passato ha ottenuto grandi incarichi anche dal comune di Roma, mentre due parlamentari, Italo Bocchino (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd), sono stati raggiunti entrambi da provvedimenti di custodia cautelare sospesi in attesa della rituale richiesta alla Camera. Quattro gli assessori della giunta Iervolino agli arresti domiciliari. Enrico Cardillo, ex assessore al Bilancio dimessosi il 28 novembre in seguito alla prima fuga di notizie sull'inchiesta, e Giuseppe Gambale, ex assessore alla Scuola. Insieme a loro, due componenti della giunta tuttora in carica, Ferdinando Di Mezza e Felice Laudadio, rispettivamente assessori al Patrimonio e all'Edilizia. A tutti e quattro, gli inquirenti contestano di aver turbato la gara dell'appalto Global service ricevendo doni e promesse da Romeo. Agli arresti domiciliari anche Paola Grittani, collaboratrice di Romeo, Guido Russo, ex funzionario dell'ente Arpa, docente universitario e informatore di Romeo, l'ex provveditore alle opere pubbliche della Campania Mario Mautone, il colonnello della guardia di finanza Vincenzo Mazzucco, all'epoca dei fatti in servizio alla Dia. Destinatari di ordinanze sono anche il funzionario comunale Vincenzo Salzano e Luigi Piscitelli. Romeo avrebbe messo in piedi un sistema capace di confezionare a sua misura appalti di gara nazionali, internazionali e persino un incarico nello Stato Vaticano. I reati contestati vanno dall'associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d'asta all'abuso d'ufficio, dai falsi in atto pubblico alla corruzione. «Abbiamo rilevato sia tangenti in denaro - spiegano il procuratore capo Giandomenico Lepore e il coordinatore della Dda Franco Roberti - ma anche altri benefici, come lo sviluppo di carriere politiche per taluni assessori rampanti come passare dalle istituzioni locali a quelle nazionali. Non saremmo onesti se non ammettessimo che tra coloro che erano proni al potere di Romeo, c'erano anche alcuni magistrati». L'affaire Global service potrebbe essere quello che inquietava l'ex assessore Giorgio Nugnes, morto suicida il 29 novembre a Pianura e indicato dagli inquirenti come l'uomo che «forniva a Romeo informazioni riservate sugli appalti di servizi pubblici per la manutenzione delle strade comunali e provinciali». In cambio, Nugnes, come altri personaggi coinvolti nell'inchiesta, riuscivano a far assumere amici e parenti nel gruppo Romeo. «Quella persona di Fuorigrotta non si è presentata - dice Romeo in un colloquio con Nugnes - io andrei avanti con gli altri ragazzi abbisognevoli». L'ex assessore concorda e risponde: «Martedì, hai voglia quanti ce ne sono». L'imprenditore napoletano, che durante Mani Pulite se la cavò accusando qualche politico, si sarebbe preso poi la briga di sponsorizzare Nugnes ai vertici nazionali del partito per incarichi parlamentari. Gli inquirenti parlano di un grande capo, presumibilmente Rutelli, al quale Romeo avrebbe segnalato Nugnes. Lo scandalo di tangenti e affari da settimane era ormai il leit motive dei palazzi del potere. Napoli attendeva soltanto che i magistrati quadrassero il cerchio. Un ruolo chiave nel sistema blindato di Romeo l'aveva il colonnello della guardia di finanza Vincenzo Mazzucco, la vera talpa dell'inchiesta all'epoca in servizio alla Dia di Napoli dove l'indagine ha preso corpo. Mazzucco agiva alle dirette dipendenze di Romeo e lo informò dell'inizio dell'indagine. E' questa la ragione per cui il 31 gennaio gli indagati hanno iniziato ad inquinare le prove. Il colonnello era l'intermediario tra Romeo e, in particolare, l'ex assessore Gambale per piazzare persone a lui vicine nel gruppo immobiliare. E avrebbe costruito una telefonata ad arte per sviare le indagini, tentando di sminuire i rapporti con l'imprenditore. Il terremoto giudiziario che si abbattuto su Palazzo San Giacomo è destinato a fare scuola nella casistica di intrecci tra affari e politica. Il sistema Napoli aggiunge qualcosa in più agli scandali oramai resi noti da Tangentopoli. Se in passato a dettare le regole degli imbrogli erano i più potenti rappresentanti dei partiti politici, oggi è la classe dirigente a mettersi sull'attenti ad ogni schiocco di dita degli imprenditori. La concussione ambientale è diventata corruzione ambientale. Era Alfredo Romeo, secondo gli inquirenti, a guidare la linea politica e programmatica «finalizzata a garantire all'imprenditore il massimo dei profitti e il minimo degli intoppi». Per l'approvazione della delibera contestata dagli inquirenti, la numero 13 del 2007, il sindaco Iervolino avrebbe richiesto «una corsia veloce». Intanto il ciclone che si è abbattuto su Napoli sembra presagire nuovi scandali nei prossimi giorni: anche alcuni esponenti della Provincia sarebbero indagati.

 

La solitudine del segretario - Daniela Preziosi

ROMA - Il giorno più lungo di Walter Veltroni inizia alle otto di mattina, quando le agenzie cominciano a lampeggiare la notizia che dei due parlamentari coinvolti nell'inchiesta napoletana. Uno è Renzo Lusetti (l'altro è Italo Bocchino, ex golden boy dell'An campana). Non è un buongiorno. Se sul Pd fin qui è piovuto forte, stavolta grandina. Lusetti, già responsabile organizzazione del Margherita, fautore ante litteram del dialogo al punto che ai tempi del Ppi i giornali lo dettero per prossimo al salto di là (sempre smentito), era 'il rutelliano' del gruppo scelto degli organizzatori del pullman verde della campagna elettorale. Ha accompagnato il segretario in giro per l'Italia, molte tappe. Il suo patròn politico, l'ex sindaco di Roma, dalla Stampa chiede «un cambiamento di rotta» alla direzione di venerdì «un appuntamento irripetibile per disegnare una politica, discuterne, approvarla e poi dare ampio mandato a Veltroni per realizzarla». Scegliere o no, il rovello di Veltroni è questo. E resta aperto fino a tarda sera, dopo l'incontro con la sindaca di Napoli Rosa Russo Iervolino e gli altri due della delegazione campana (Tino Iannuzzi e Gino Nicolais). Fino alla riunione del coordinamento, che inizia alle 19 e 30. Una riunione delicata, dove mettere a punto tutte le questioni, una per uno. Alle otto e mezza di sera Veltroni capisce l'antifona e ordina panini per tutti, si fa tardi. Le strade, in teoria, sarebbero due: azzardare quello che gli consiglia da giorni, da sempre, Goffredo Bettini, suo consigliere e coordinatore politico, e cioè: rinnovamento, 'stappare il partito', promuovere e far crescere un gruppo di dirigenti, giovani ma veri: come Maurizio Martina (segretario Pd lombardo), Andrea Martella (ministro ombra delle infrastrutture), Andrea Orlando (neoportavoce del segretario), Marco Ruggeri (segretario del Pd di Livorno). Quindi chiedere un voto, domani alla direzione: se non sulla relazione del segretario, quella che pronuncerà alle 9 e 30 alla sede del Nazareno, almeno su un dispositivo che impegna tutti alla condivisione delle principali scelte politiche. Collocazione in Europa (mandato al segretario di verificare la possibilità di un rapporto di autonomia e alleanza con il Pse), alleanze alle amministrative (sui programmi e non pregiudizialmente con o senza Idv o Udc o la sinistra). E infine rinnovamento: «Lavoreremo per rinnovare i nostri metodi, i nostri uomini e per una gestione del potere più sobria e attenta ai problemi dei cittadini», promette Andrea Orlando ai giornalisti a Montecitorio. «Il Pd amministra il 70 per cento delle autonomie locali con amministratori competenti e onesti», dice, poi però ci sono le «altre realtà», «sui quali è giusto che la magistratura indaghi». Oppure, e questa è l'altra strada, quella che con tutte le probabilità il segretario seguirà domani, siglare l'ennesima tregua interna, consegnarsi mani e piedi al ricatto delle correnti, trovare una mediazione con le diverse anime del partito. Mediazione facile, con gli ex ppi sotto scacco, visto che la gragnuola delle inchieste colpisce soprattutto i loro (Pescara, Napoli). Mediazione ragionevole con i dalemiani, fra i quali prevarrebbe l'idea di non aprire la crisi della segreteria al buio, cioè senza essere in grado di immaginarne l'esito. Disponibili a puntellare il segretario, purché - spiegano - dica almeno una parola chiara sulla «presunta questione morale», respingendo la feroce linea dipietrista, e i suggerimenti del direttore Ezio Mauro su Repubblica, ovvero fare «piazza pulita dei vecchi apparati» come se «il male sia il vecchio, e non le difficoltà di costruzione del Pd». Il segretario deve - spiegano ancora - mettere in campo una saggezza logica e persino sintattica che faccia passare a quest'anima del partito la tentazione di votare, domani alla direzione, la mozione di Marco Follini, quella che chiederà di rompere definitivamente con Di Pietro. In serata è sempre più chiaro che la scelta sarà questa seconda, cioè la tregua interna, anche perché nessuna delle correnti in sofferenza ha un'alternativa. E se non si ha una soluzione, non si ha un problema, dice la ratio della politica. Spiega Dario Franceschini, numero due del Pd: «Da un lato, bisogna evitare di trasformare ogni inizio di vicenda giudiziaria già in una sentenza di condanna. Non sarebbe giusto. Dall'altro lato però è naturale che i nostri elettori si aspettano da un partito nuovo, che ha creato un'aspettativa così profonda di cambiamento, di andare fino in fondo nel rinnovare i gruppi dirigenti, nell'introdurre criteri di trasparenza nella selezione della propria classe dirigente. Andremo in questa direzione». Domani quindi nessuna resa dei conti, scommettendo che questa sia la salvezza del Pd, ma senza nessuna certezza: «Sarebbe assolutamente sbagliato. Credo che questo sia il momento dell'unità. Un'unità non per lasciare le cose come stanno ma per andare fino in fondo in un'azione di rinnovamento e di cambiamento». Almeno fino al prossimo giugno, dopo le prossime europee. Sperando che smetta di venir giù la grandine.

 

Rodotà: «Il Pd chieda scusa a Berlinguer, la questione morale è la politica» - Matteo Bartocci

Stefano Rodotà, giurista dal cursus honorum sterminato, ricorda bene «Tangentopoli». All'inizio degli anni '90 era presidente del Pds, il «partito nuovo» di allora. «Più che di scuse a Craxi - dice con una battuta seria - suggerirei al Pd di chiedere scusa a Berlinguer». Per non aver visto la centralità della «questione morale? Certamente. Chiedere scusa a Craxi vuol dire che tanto siamo stati tutti uguali. E invece vorrei suggerire alla sinistra che Berlinguer la caduta drammatica della moralità pubblica l'aveva vista come uno dei grandi problemi politici della società italiana. Ora sulla politica di Berlinguer si possono dire molte cose, tuttavia aveva cercato di far diventare un fatto politico la consapevolezza della diversità di un partito e della sua pratica amministrativa. Una consapevolezza, dice, che si è persa? Negli anni '90 quando venne fuori «mani pulite» io ero presidente del Pds. Nel marzo 1991, un anno prima dell'arresto a Milano di Mario Chiesa, scrissi una prefazione molto dura a un libro di Gianni Barbacetto ed Elio Veltri intitolato «Milano degli scandali». Scrivevo che quelle cronache di ordinaria corruzione riflettevano non la patologia ma la fisiologia dell'intero sistema politico-amministrativo dell'Italia repubblicana. Lo ricordo perché allora i leader del Pds milanese mi denunciarono alla commissione di garanzia presieduta da Chiarante, che ovviamente gli diede una bella lezione. Il mio ultimo atto politico prima di dimettermi da presidente del Pds fu la proposta al partito di convocare le assise contro la corruzione. Un appuntamento in cui affrontare il tema frontalmente e pubblicamente. Lo feci non perché ritenessi il Pci-Pds prigioniero di quella logica corruttiva che pure l'aveva ferito in punti nevralgici come Milano e Torino, ma perché ritenevo che quello era un tema politico di prima grandezza, che doveva diventare l'asse portante dell'allora nuovo partito. La proposta fu respinta, Occhetto chiese scusa per le deviazioni di alcune amministrazioni e la partita finì lì. E' una proposta che oggi rinnova al Pd? Assolutamente sì. Come dicono in America, «la luce del sole è il miglior disinfettante». In tutti questi anni i pericoli erano chiari, nonostante chi li denunciasse, per esempio Diego Novelli, venisse denunciato come moralista. I mali sono chiari: la progressiva cancellazione dei partiti, la trasformazione della democrazia in un'oligarchia ristretta, fatta di gruppi che negoziano tra loro e con il mondo degli affari in un connubio che ha infettato tutto. Invece il rapporto con il mondo degli affari non può avvenire a scapito di una trasparenza assoluta, di una moralità pubblica impeccabile e della consapevolezza che la politica non si affida al gioco reato-non reato. I reati esistono ma ci sono comportamenti che senza essere reati sono inammissibili per un politico. Per esempio? Ma guardi, ormai è la regola. Non si possono più offrire coperture, il tema della moralità pubblica è un grande tema politico ed è il fondamento capitale della politica. Segna un campo. Anche se ovviamente non tutto il corpo politico è infettato, un'ondata di arresti come questa non è mai accaduta nella sinistra. Dopo una lenta deriva alla fine ci siamo. Pensa che faccia parte della moralità politica dimettersi in caso di sconfitta come accade in tutto il resto del mondo? Lo dico a destra e a sinistra. Un establishment politico sa che sopravvive finché ha la fiducia dei cittadini. Perché negli Usa ci si dimette per una colf irregolare o per una leggera infedeltà fiscale quando in Italia tutto il centrodestra ha difeso un ministro come Cesare Previti? Questi sono i comportamenti con cui un ceto politico diventa una casta invisa ai cittadini. Ma in fondo per la sinistra non dovrebbe essere più facile essere diversi da uno come Berlusconi? Penso di sì. Invece in questi anni c'è stato troppo timore a prendere le giuste distanze da un certo modo di fare politica. Ha preso il sopravvento l'idea che si dovesse essere «pragmatici». Ed era inevitabile che questa logica scoppiasse di fronte a debolezze personali o dove il controllo democratico è più debole. Le oligarchie sono autoreferenziali per definizione. Parlare di moralità non è moralismo. Ora serve una reazione forte. Ma non c'è un nesso tra la crisi morale e la crisi di contenuti di questo Pd?

La cattiva politica è sempre figlia di cattiva cultura. Con la resa all'ideologia del turbocapitalismo poi c'è stata una caduta verticale. Quando si è pensato che una certa forma di diversità comunista dovesse essere sottoposta a revisione radicale si sono buttati via anche tutti quegli aspetti di solidarietà, moralità, trasparenza e modestia dei costumi che le si accompagnavano. Professore, non le sfugge che l'ennesimo scontro tra politica e giustizia è una tentazione forte per portare a termine le riforme contro la magistratura. Negli anni Berlusconi ha portato avanti un attacco alla magistratura mettendo sempre in secondo piano il tema dell'efficienza della giustizia e la tutela della legalità. Ma sono questi i veri problemi dei cittadini. E garantirli non ha nulla a che fare con i veleni del dibattito politico come la separazione delle carriere e l'obbligatorietà dell'azione penale. Certamente: tra i giudici ci sono sempre stati atteggiamenti scorretti. Già durante il terrorismo ci battemmo da garantisti contro certi teoremi assurdi e contro metodi discutibili usati dalle procure. La stessa Magistratura democratica è figlia di quella stagione. Ma l'abbiamo sempre fatto con critiche puntuali e non ci siamo mai sognati di mettere a rischio l'autonomia e l'indipendenza della giustizia. Così si deve fare. Invece la politica usa lo scontento diffuso per allontanare da sé l'attenzione dei giudici. E' un disegno che va rovesciato senza tentennamenti.

 

Bancarotta Alitalia, 8 indagati - Francesco Paternò

L'accusa per tutti è di bancarotta per distrazione o dissipazione. Gli indagati dovrebbero essere almeno otto, tra presidenti e amministratori delegati di Alitalia negli ultimi dieci anni, con particolare attenzione a quanto è stato compiuto tra il 2000 e il 2007. I vertici della Cai, la nuova società subentrata all'Alitalia, restano invece fuori, perché l'inchiesta della magistratura è scattata nei confronti di chi ha portato al fallimento la compagnia di bandiera italiana. La notizia fa effetto ma non stupisce più di tanto, se si considera l'enorme patrimonio dissipato negli anni, all'ombra della politica. L'inchiesta è scattata quest'estate, dopo che la guardia di finanza si era presentata alla Magliana - sede dell'Alitalia - per sequestrare la documentazione sulla gestione della compagnia. Il Codacons, un'associazione di consumatori, esulta. A condurre le indagini sono i pubblici ministeri della procura di Roma Stefano Pesci, Gustavo De Marinis, Maria Francesca Loy e il procuratore aggiunto Nello Rossi, presentatisi ieri negli uffici di via della Magliana per acquisire nuovi elementi. Nel periodo preso in esame, sono stati alla cloche quattro presidenti e quattro amministratori delegati. I presidenti Fausto Cereti (1996-2003), Giuseppe Bonomi (2003-2004), Giancarlo Cimoli (2004-2007) e Berardino Libonati (2007); gli a.d. Domenico Cempella (1996-2001), Francesco Mengozzi (2001-2004), Marco Zanichelli (2004) e Giancarlo Cimoli (2003-2004). In qualità di direttori generali si ricordano i nomi di Giovanni Sebastiani (1996-2001) e Marco Zanichelli (2003-2004). Da loro e da chi ha lavorato con loro, i magistrati vogliono sapere tutto su una gestione che ha portato la compagnia al fallimento. Dalla procura emergono per ora poche indicazioni. I magistrati starebbero indagando - tra l'altro - su una serie di acquisizioni e dismissioni avvenute nel 2006, nel pieno della crisi dell'azienda. Una è l'acquisizione di Volare Group e la cessione di tredici aerei di Eurofly a F. Luxembourg. Sotto la lente d'ingrandimento poi i rapporti con i fornitori, l'ammontare delle consulenze, la gestione del personale tra assunzioni e incentivi alle dimissioni. Per l'Alitalia dieci anni vissuti pericolosamente, in cui solo nel 1997 il bilancio è stato chiuso in attivo. In quel momento, Cempella - d'intesa con il governo Prodi - comincia a trattare con l'olandese Klm per una fusione. L'accordo salta e a partire dal 2000, benché il commissario Ue ai trasporti di allora prevedesse un processo di fusioni e un futuro per sole tre grandi compagnie in Europa, l'Alitalia vara un piano di volo dissennato. Tagliando le rotte intercontinentali, strategiche e redditizie, e puntando sul mercato interno e in particolare sulla tratta Roma-Milano, oggi affollato anche dalla concorrenza del treno. I risultati, prima ancora del responso che potrà dare la magistratura, sono sotto gli occhi di tutti. L'Alitalia fallisce, perdendo una montagna di soldi. A permettere l'operatività, più che a ripianare i debiti, un fiume di denaro pubblico. Che corre insieme al no politico all'offerta di acquisto da parte di Air France e al sì berlusconiano e per la Cai. Oggi, la vecchia partita è finita in tribunale, quella nuova deve ancora cominciare. E sempre oggi a Fiumicino ci sarà un'altra protesta da parte di chi ha detto no all'accordo sindacale con i nuovi proprietari di Alitalia. E' invece previsto per venerdì un nuovo incontro tra il presidente di Air France-Klm, Jean-Cyril Spinetta e i vertici di Cai, per il possibile ingresso azionario e gestionale del gigante franco-olandese (si ipotizza una quota del 25 per cento). La riunione dovrebbe tenersi a Milano e fa seguito all'incontro della settimana scorsa tra il numero uno di Air France-Klm, candidata al ruolo di partner estero della nuova Alitalia e il presidente di Cai Roberto Colaninno e l'amministratore delegato Rocco Sabelli.

 

Denuncia Cgil: «Inps e governo non danno cifre» - Antonio Sciotto

Non è la prima volta che la Cgil denuncia la mancata diffusione dei dati sulla cassa integrazione da parte dell'Inps, un tasto delicatissimo dell'informazione nella fase di crisi. Già qualche settimana fa, la segretaria Susanna Camusso, presentando il rapporto del sindacato sui cassintegrati, aveva spiegato che per la prima volta si era dovuto fare a meno dei numeri ufficiali, quelli dell'Inps. E ieri è tornata all'attacco: «Fino allo scorso luglio i dati erano pubblicati mensilmente sul sito dell'Inps, ma da agosto l'istituto tace. Poi si è rifatto vivo a inizio dicembre: uno scarno comunicato con una sola cifra, l'aumento della cassa integrazione di oltre il 250%, un rapporto più dettagliato sul Sole24Ore, e una dichiarazione del ministro Sacconi. Ma quelli sono dati pubblici, e dovrebbero essere forniti di prima mano a tutti. Per le parti sociali sono essenziali: servono a monitorare l'andamento della crisi, a elaborare critiche e proposte sulle soluzioni». La Cgil attacca non solo l'Inps, ma anche i ministri Brunetta (Pubblica amministrazione) e Sacconi (Welfare): «Brunetta - spiega Camusso - parla tanto di trasparenza della pubblica amministrazione, e poi quando gli si contesta che l'Inps non è trasparente, scarica il barile sulla competenza del Welfare. Quanto a Sacconi, il suo ministero è responsabile della vigilanza dell'Istituto, e perciò ci deve rispondere: dove sono i dati mensili?». La Cgil accusa il ministro Sacconi di aver «centralizzato la diffusione: prima si pubblicavano i dati sul web, oggi ogni informazione di carattere pubblico viene prima filtrata dalla presidenza». L'ufficio stampa dell'Inps, da noi interpellato, replica che «i comunicati vengono regolarmente inviati a inizio mese alle agenzie di stampa», mentre l'assenza dei dati dal sito viene giustificata con «problemi di caricamento». In ogni caso, l'istituto dice che pubblicare o meno le cifre sul sito è una scelta discrezionale, «dato che la nostra mission è erogare servizi, non siamo un istituto di ricerca e diffusione dati come l'Istat». E poi, «è normale che la responsabilità della diffusione sia in capo a presidenza e direzione generale». Ma Carlo Podda, segretario della Funzione pubblica Cgil, rilancia: «Nell'Inps si sono ristretti gli spazi di democrazia». «Il governo - spiega Podda - ha sospeso sine die il Comitato di vigilanza (Civ), cui partecipano di diritto anche le parti sociali, e le sue funzioni oggi sono svolte dallo stesso commissario dell'Inps, che dunque è insieme controllante e controllato. Il commissario è nominato dal governo, l'attuale è di area Forza Italia: ci risulta che negli ultimi giorni hanno tenuto una riunione di dirigenti in cui si è stabilito di filtrare ogni notizia di rilevanza pubblica. Se pensiamo che l'ultimo bilancio Inps sposta ingenti risorse dalla previdenza all'assistenza, alleggerendo una voce che dovrebbe essere a carico della fiscalità generale, si capisce che danno si crei senza la vigilanza del Civ, organo deputato ad approvare il bilancio».

 

Ora Sacconi minaccia i medici - Mariangela Maturi

MILANO - Bisogna far sì che il potere arresti il potere, teorizzava Montesquieu nel suo «L'esprit de lois», argomentando che la separazione dei poteri fosse l'unico modo per arginare gli abusi di chi comanda. Il ministro del welfare Sacconi, che l'interpreta a modo suo, ha tentato di arginare ciò che il potere giudiziario aveva stabilito mandando una lettera alle Regioni perché vietino alle cliniche di sospendere l'alimentazione nei casi di stato vegetativo permanente. Nonostante nell'atto non ci fossero espliciti riferimenti alla vicenda di Eluana Englaro, le conseguenze del gesto del ministro sono evidenti. Eluana doveva essere trasferita due giorni fa alla casa di cura di Udine dove interrompere l'alimentazione. La battaglia legale di suo padre si era conclusa dopo un calvario di anni con una sentenza di Cassazione definitiva. Il trasferimento ora è stato sospeso, perchè il polverone alzato dal ministro ha avuto l'effetto di rallentare la procedura. E lo scontro tra poteri si arricchisce di un nuovo capitolo: «Il nostro pronunciamento è definitivo», così i giudici di Milano ieri hanno replicato a Sacconi. Vittorio Angiolini, legale della famiglia Englaro, ha risposto ieri all'atto del governo facendo notare che «la lettera del ministro non contiene alcuna prescrizione istitutiva di obblighi e doveri neppure per le Regioni, le quali sono solamente invitate a provvedere nel quadro della loro autonomia e discrezionalità». L'atto, dunque, non è vincolante, e le strutture sanitarie non sono obbligate a seguirne i precetti. Sacconi, però, non molla. Ieri ha fatto sapere che «certi comportamenti difformi da quei principi determinerebbero inadempienze con conseguenze probabilmente immaginabili». Minaccia? Eccome, anche se subito dopo precisa: «Io dico: il servizio sanitario nazionale è composto da erogatori accreditati e convenzionati. Noi siamo responsabili del comportamento del servizio sanitario nazionale». La chiave di volta del caso è proprio questa: l'accordo tra la clinica e la famiglia Englaro si svolgeva al di fuori del Ssn (a cui la clinica è comunque convenzionata). Spiega l'avvocato Angiolini: «L'attuazione delle decisioni giudiziarie su Eluana è stata prevista come da inverarsi senza il coinvolgimento dell'attività di strutture pubbliche o private riconducibili al Ssn; siamo quindi, e totalmente, al di fuori del campo per cui il ministro anche solo 'invita' le Regioni a provvedere». La lettera di Sacconi, che non è neanche pubblicata in forma ufficiale, «è un atto non vincolante e non abbisogna di alcuna impugnativa - aggiunge l'avvocato - ora si applichi la sentenza». Non essendo necessario procedere con ulteriori avvicendamenti legali, gli avvocati e la curatrice speciale di Eluana, Franca Alessio, richiederanno eventualmente la sola «formula esecutiva del decreto», ossia un atto della cancelleria della corte d'appello che ribadisca l'esecutività della sentenza emanata. Dalla clinica di Udine intanto fanno sapere di essere pronti ad applicare il protocollo assistenziale di distacco del sondino, ma essendo una struttura convenzionata preferiscono tutelarsi ed aspettare ulteriori sviluppi. L'ira funesta dei difensori della non-vita ha prodotto il suo risultato, e se la clinica procedesse a queste condizioni rischierebbe di perdere la convenzione. Carlo Defanti, il neurologo che da anni segue Eluana, era pronto a seguire la famiglia Englaro in Friuli. Stava aspettando che l'ambulanza passasse a recuperarlo per partire quando ha saputo che tutto era stato bloccato. «I tempi del trasferimento inevitabilmente si allungheranno», ha dichiarato. Non resta che aspettare ancora una volta. Ma il giudice Filippo Lamanna, estensore del decreto di autorizzazione alla sospensione dell'alimentazione, non ha dubbi. E insiste: «Il decreto non ha bisogno di alcuna ulteriore certificazione di esecutività perchè la legge dice che tutte le volte che un provvedimento giudiziario non è più soggetto a impugnazione diventa esecutivo. Se le notizie apparse sulla stampa fossero vere, non potrebbe escludersi la possibilità teorica di sollevare un conflitto d'attribuzione nei confronti del governo». Si torna a Montesquieu, la libertà è il diritto di fare ciò che le leggi permettono. Qui la legge non si esprime, ma c'è una sentenza di tribunale che parla chiarissimo.

 

La crisi manda in tilt il modello Deng - Gaia Perini

PECHINO - «Il piano di 'stimolo' da 4mila miliardi di renminbi (586 miliardi di dollari) supera ogni aspettativa, rappresenta una grande iniezione di fiducia e perciò è stato lodato da tutto il mondo, ma ha un difetto: tra lo sviluppo e la riforma, sceglie lo sviluppo; tra gli investimenti e la vita dei cittadini, predilige ancora gli investimenti, quindi non solo non tocca, ma anzi forse ripotenzia quel modello di crescita che invece sarebbe urgente modificare in modo sostanziale». Questa la conclusione del lungo dossier di Caijing (24 novembre), la prestigiosa rivista di economia che certo non può definirsi allineata a sinistra ma che mantiene una sua autonomia critica. Concretamente, si chiede il giornale, da che casse proviene la cifra astronomica promessa e quali progetti andrà a finanziare? Pare impossibile distinguere, ad esempio, i progetti approvati già prima dello scoppio della bolla finanziaria da quelli creati ad hoc per l'operazione di soccorso lampo: i dirigenti della potente Commissione Sviluppo e Riforma intervistati da Caijing danno risposte elusive in merito e almeno per ora non è dato sapere quanti e quali saranno gli interventi mirati ad affrontare la congiuntura specifica. Inoltre, la gestione della crisi coinvolge non solo il governo centrale ma anche le province. All'appello lanciato dal premier Wen Jiabao fanno eco i piani varati dai governi locali di otto province e municipalità, che si dichiarano pronti a stanziare una somma tre volte superiore ai 4000 miliardi promessi da Pechino. Secondo Caijing, se le cifre reali corrispondessero a quelle annunciate, sarebbe in atto un vero e proprio «balzo in avanti». In realtà, solo un quarto dei capitali proverrebbe da fondi governativi (ossia 2.800 miliardi circa) e «nelle misure invocate dalle province è preponderante il fattore speranza, mentre in concreto è pressoché impossibile che questi piani si realizzino nella loro totalità». Finora né il Ministero delle Finanze né le regioni intendono svelare i dettagli dell'impresa. Tuttavia, se ancora sfuggono l'entità e il numero di progetti realisticamente attuabili nei prossimi due anni, le linee guida e i principi generali risultano invece chiarissimi. Lo dimostra il programma della Central Economic Work Conference, tenutasi nei giorni 8 - 10 dicembre: «proteggere la crescita, favorire lo sviluppo». L'obiettivo enunciato è far sì che il tasso di crescita non scenda sotto l'8% e a questo scopo urge tutelare i tre pilastri su cui sinora si è retto il miracolo economico cinese: esportazioni, beni immobili e consumo interno (la gamba più corta del tripode). Per sottrarre il mattone alla crisi, i policy makers hanno proposto di tagliare le tasse sulla casa, mentre la politica monetaria, diventata «moderatamente morbida», dovrebbe rianimare l'export. Si prevede che gli effetti di queste manovre saranno visibili solo nel secondo trimestre del 2009. Intanto, è difficile ipotizzare che il maxi-piano, oltre a ridar fiato ai settori di punta (edilizia, infrastrutture e banche), possa creare un numero di posti di lavoro sufficiente ad arginare l'incipiente ondata di disoccupazione. I 5.600 operai rimasti senza impiego a causa del fallimento della Smart Union di Dongguan, produttore di giocattoli per conto dei due giganti Mattel e Hasbro (Shenzhen Daily, 17 ottobre), non sono infatti un caso isolato. A inizio dicembre, a Shenzhen altre cinque fabbriche hanno chiuso i battenti: anche nel loro caso la produzione era essenzialmente finalizzata all'export (Chinanews.com, 6 dicembre). La crisi non morde solo il profondo sud e il macro-distretto industriale del Guangdong; le regioni centrali del paese sono parimenti colpite dal massiccio controesodo di decine di migliaia di mingong. Secondo i dati dell'agenzia Xinhua, solo nell' Henan ogni giorno 60mila contadini fuggono dalle città ritornando al villaggio natio (Xinhuanet, 26 novembre). Ai tentativi della Cctv di minimizzare la portata del fenomeno (300mila rientri nella zona del Jiangxi, 400mila nello Anhui) risponde la Rete del Popolo di Tianjin (Renmin Wang, 5 dicembre): pararsi dietro al vecchio adagio «tanto la Cina è grande» non funziona, «anche se non possono esser considerati una 'massa', questi 'bruscolini' preoccupano eccome i governi locali», che dovranno aiutare i migranti ritornati a casa a reinserirsi nel circuito lavorativo. La sorte dei lavoratori, che si tratti di operai regolarmente assunti o di «manodopera fluttuante» preoccupa pure gli economisti critici, già alle prese col bilancio del «trentennio glorioso» del denghismo. In Cina il terremoto della finanza globale travolge l'anniversario dei trent'anni di Riforma e Apertura dell'era post-maoista e, in questo senso, la crisi può rappresentare un'opportunità: il pensiero critico conquista terreno per attaccare l'ala liberal e i seguaci del laissez-faire. Zuo Dapei, professore di economia all'Accademia delle Scienze Sociali, è stato fra i primi a sferrare un'offensiva aperta dalle colonne di 21st Century Business Review (9 novembre): «La 'frangia liberista' filo-americana si chiede se dobbiamo o no usare le nostre riserve di valuta estera per salvare il mercato Usa. Questo è un falso problema. La questione reale invece è: chi deve correre in soccorso degli Stati Uniti? Perché non tornano negli States le imprese americane che prosperano in Cina? Dovremmo lasciare che gli investitori stranieri ci soffino tutte le occasioni di profitto e poi usare le riserve in dollari così accumulate per salvare il mercato?». La ricetta suggerita senza troppi giri di parole è: dare fondo alle riserve per rinazionalizzare le banche e parte dell'industria, recuperando il welfare state e i diritti perduti nelle nebbie della riforma. Se si riesce a prescindere dai toni accesamente nazionalistici del professore, si noterà che l'invettiva è rivolta più ai connazionali, ben lieti di scendere a patti con gli oligopoli, che ai «diavoli stranieri». Tra luglio e agosto, quando la crisi già incalzava, la Coca-Cola ha messo sul piatto quasi due miliardi e mezzo di dollari per rilevare la Huiyuan (il maggior produttore di bevande e succhi di frutta), mentre la Johnson&Johnson si è comprata la storica ditta di cosmetici Dabao. L'interdipendenza Usa-Cina costituisce insomma uno dei nodi da sciogliere se si vuole uscire dalla crisi. In corso è anche un ripensamento delle riforme, delle manovre di apertura e della relativa ideologia. Sta avvenendo nei forum in rete, così come nei circoli intellettuali. In modo assai più sfumato ai vertici, dove si parla di rilancio del mercato interno, ma non certo di riduzione della forbice fra ricchi e poveri. E' istruttivo al proposito l'elenco delle dieci parole d'ordine più usate negli ultimi trent'anni durante i Congressi del Pcc, pubblicato da Nanfang Zhoumo (Southern Weekend, 27 novembre). «Sviluppo» è da vent'anni esatti che occupa i primi posti e ora, con gli ultimi due Congressi, svetta in cima alla classifica. Spariti, o parcheggiati in zona «rimozione storica forzata», Ma Zedong insieme a «conflitto», «rivoluzione» e «proletariato».

 

Liberazione – 18.12.08

 

«Gli ammortizzatori devono restare legati al lavoro. L'epoca di meno diritti per un po' di competitività è fallita» - Claudio Jampaglia

Va di moda l'ammortizzatore sociale. Confindustria ne chiede per tutti (hanno proprio detto universali), Angeletti (Uil) ne vorrebbe di nuovi, Bersani (Pd) quasi convince Tremonti a finanziarne un po' e infine Bonanni (Cisl) che vuole fare come i tedeschi: settimana di lavoro corta e contratti di solidarietà. Ma alcuni lavoratori italiani lo fanno già... C'è un po' di confusione in giro. Allora proviamo a fare il punto. Primo: gli ammortizzatori sociali in Italia sono la cassaintegrazione, i contratti di solidarietà, le indennità di disoccupazione o di mobilità, le "concessioni" (cassa straordinaria, mobilità, disoccupazione speciale), i lavori socialmente utili e i processi di incentivazione al reinserimento lavorativo. Stop. Sono provvedimenti ad hoc. Con un sacco di eccezioni. Secondo: non sono gli ammortizzatori che ci faranno uscire dalla crisi. Al limite aiuteranno i lavoratori a sopportarla un po' di più. Terzo: non c'è un tavolo di confronto aperto in materia. Quindi perché si agitano tutti? Lo chiediamo a Susanna Camusso che nella Cgil ha le deleghe in materia. Come dire: si siede al tavolo. Tante chiacchiere e nessuna proposta, perché? La struttura degli ammortizzatori in Italia è costruita sulla cassaintegrazione a cui si è aggiunta la solidarietà e via via il resto. Il senso di questa impostazione è la priorità del mantenimento del rapporto tra lavoratore e azienda. La salvaguardia della professionalità, delle risorse lavoro o come volete chiamarle. Ora vedo che il principio si sta perdendo e tutti pensano che l'ammortizzatore sia un pezzo di reddito in fase di crisi. Una forma di salario di disoccupazione. Così ad esempio pensa il governo quando dice che il tema è la disoccupazione ordinaria a requisiti ridotti e il bonus per i co.co.pro. Aspetti caritatevoli a parte, non stanno pensando al mantenimento del posto di lavoro e soprattutto delle professionalità, ma solo a un sostegno al reddito. E la dimostrazione sta in quello che scrivono. Come prevedere che i lavoratori che usufruiscono degli ammortizzatori dichiarino la loro disponibilità ad iscriversi ai centri d'impiego. Non c'è motivo per cui debbano impegnarsi ad accettare qualsiasi proposta di lavoro. Visto che un lavoro ce l'hanno. Confindustria chiede un tavolo e più ammortizzatori. Bene? Il tavolo noi lo abbiamo chiesto con lo sciopero. Quindi va benissimo che anche gli industriali lo chiedano. Si vede che è servita la nostra iniziativa... Scherzi a parte, giudico importante l'iniziativa di Confindustria. Nei "titoli" sono le stesse nostre proposte. Poi vedremo. Ci piacerebbe però che insieme al tavolo ci fossero comportamenti coerenti con le proposte. Fiat annuncia che metterà fuori 5mila contratti a termine somministrati. Si cominci a dire che si sospendono quelle uscite e si dia la cassa anche a loro. I fatti sono più chiari delle parole. Governo isolato sull'argomento ammortizzatori? Diciamo che trovo sempre più incomprensibile il loro atteggiamento. La manovra non aumenta di un euro, i saldi rimangono invariati. Si devono decidere: la situazione è straordinaria o no? Qualche settimana fa l'economista ed editorialista del Corsera, Francesco Giavazzi, proponeva un sussidio di disoccupazione universale, anche per i precari. Magari in cambio della fine dell'articolo 18 e della contrattazione nazionale. Si rischia di discutere di questo? Qualcuno pensa di dare per definitivamente acquisito che i lavoratori siano variabile dipendente dell'impresa. Tanto c'è la flexicurity e il mercato che magicamente aggiusterà il tutto. Ed è la stessa filosofia che dice ricominciamo dallo scalone di 65 anni per le donne. E' un'idea che crede che la manodopera sia scambiabile sempre e sogna un gigantesco mercato interinale a giornata, senza qualità e ancoraggio a professioni, a specialità di territorio. Esattamente l'opposto di un'idea alta della qualità del lavoro e della produzione nel nostro paese. Lo si vede dai precari. Fanno tutti finta di credere siano lì da tre mesi, massimo sei... Invece nella stragrande maggioranza lavorano da anni nello stesso posto, anche quando è pubblico. Basta pensare ai ricercatori. A queste persone si può dire: "si renda disponibile a qualsiasi lavoro, grazie e arrivederci"? Significa non avere idea di dove va questo paese. Rinunciare a governarlo. Allora quale idea di ammortizzatore ha in testa la Cgil? Di fronte all'emergenza di oggi e alla crisi che durerà, la cassaintegrazione aumentata in quantità e qualità e allargata a chi non ce l'ha. Se dovessimo pensare al futuro, potremmo anche ragionare di un ammortizzatore universale basta che assomigli alla "cassa" nelle sue varie forme ovvero deve essere legato al lavoro e a qualsiasi contratto di lavoro. Anche perché questa crisi dimostra in pieno dove sono finite le teorie sul ridurre le tutele a chi le ha per "cederne" a chi non le ha... La competitività delle imprese non è aumentata in questi anni. Anzi si sono spesso dequalificate. E i precari sono pure senza cassa. Invece si parla sempre più di "organi bilaterali" a cui affidare la gestione degli ammortizzatori, i servizi al lavoro. E' la contropartita? Ci sono luoghi dove gli enti bilaterali funzionano, penso ad esempio gli artigiani, ma l'enfasi di questi giorni è del tutto sbagliata. L'idea che Sacconi ha coltivato, e credo qualche volta anche i miei colleghi, non regge alla prova dei numeri. La bilateralità non può sostituire la contrattazione. I sindacati hanno una delega a rappresentare e tutelare diritti e per acquisire risultati attraverso la contrattazione settoriale, aziendale e anche nelle discussioni col governo ad esempio proprio sugli ammortizzatori. Tutto questo è contrattazione. E anche nel 2008 credo sia la funzione del sindacato. Ora prendo atto che si comincia a dire che i problemi non si affrontano più attraverso un confronto contrattuale ma erogando dei servizi, compresi gli ammortizzatori sociali, e senza più occuparsi della condizione di lavoro e di produzione. Ma così la condizione materiale dei lavoratori rimane una prerogativa dell'impresa. Senza uguaglianza possibile. I "forti" riusciranno a difendersi dentro il luogo di lavoro. Gli "altri" saranno tutelati da fuori, con dei servizi. E questo non è immaginabile.

 

Fiat: sciopero a gennaio. «Il governo aiuti settore auto»

Maurizio Pagliassotti

Torino - Al mercato di borsa non basta l'annuncio Fiat di 5000 licenziamenti e nuova cassa integrazione. Troppo poco, ci vuole la scure, è questa la risposta che arriva dagli investitori internazionali. In apertura ieri mattina il titolo rimbalzava dell'uno virgola qualcosa ma poi fletteva sotto la spinta di vendite fortissime che si sono abbattute come un tornado. Non c'è pace quindi per i poveri azionisti della multinazionale. Mentre il titolo affonda il sindacato decide di scendere in piazza in maniera unitaria. Si monta uno sciopero per gennaio: per chiedere al governo un intervento straordinario a sostegno dell'industria dell'auto e, più in generale, a favore del manifatturiero che produce innovazione tecnologica e occupazione. «E' necessario un incontro con Marchionne per gestire insieme la crisi» sottolinea Eros Panicali, responsabile Auto-Uilm, mentre Roberto Di Maulo, segretario generale Fismic, chiede che «non si porti più lavoro all'estero e che le prossime produzioni restino tutte in Italia». Ma tutte le prossime delocalizzazioni sono già state decise, le produzioni andranno in Serbia e Argentina. Rimane il sogno dell'auto low-cost a Mirafiori, ma a tempi lunghi. La Fiat ieri ha confermato le indiscrezioni che prevedono una media lavorativa sul 2009 pari ad una settimana su quattro al mese come anticipato da Liberazione sull'edizione serale del 15 dicembre. A Mirafiori, Cassino e Termini Imerese forse si rientrerà il 18 gennaio anziché il 12 e ci sarà un'altra settimana di fermo dal 2 all'8 febbraio (a Termini una in più dal 26 gennaio all'8 febbraio). La Sevel non lavorerà il 12 e 13 gennaio e poi dal 26 gennaio all'8 febbraio. A Pomigliano l'attività sarà ferma ininterrottamente fino all'8 febbraio. Sono tutte date senza valore queste perché la situazione cambia di giorno in giorno. Una fonte interna sostiene che le notizie in questo momento devono essere date «in maniera moderata e, probabilmente dopo le feste natalizie, almeno a Mirafiori, la cassa si estenderà a due delle tre settimane comprese tra il 18 gennaio e l'otto febbraio. Abbiamo il timore è che il mercato si faccia cogliere dal panico, dando così spazio a scalate borsistiche che potrebbero essere ostili». Anche perché oggi l'Ifil, la holding che detiene il 30,45% del gruppo Fiat, è composta da parentame Agnelli e manager che non nutrono sentimentalismi verso la fabbrica dei gloriosi antenati. Venderebbero. Ed è forse anche per questa ragione che l'amministratore delegato Marchionne sta cercando un partner con cui unirsi e non a cui (s)vendersi. Per il momento comunque i guai più grossi sono riservati per gli "ultimi Fiat", i cinquemila precari cui è stato detto che il contratto a termine non verrà rinnovato. Fine, a casa. Licenziamenti che hanno provocato flebili proteste da parte del sindacato ed anche qualche sospiro di sollievo tra i lavoratori: mors tua vita mea. «L'incontro sull'integrativo - spiega Enzo Masini, responsabile Fiat della Fiom nazionale - è andato molto male. Questo apre un interrogativo sullo scenario nel quale Marchionne intende affrontare la ridefinizione delle strategie: non vorremmo che si scarichi la crisi solo sui lavoratori, mentre si confermano i buoni risultati 2008 e il dividendo agli azionisti». Tutto questo mentre la strategia difensiva di Fiat si consolida sul non investimento. «La crisi è così forte che puoi fare l'auto più bella del mondo, ma se non te la comprano.... Per questo stiamo arrivando a decidere di non fare nel 2009 il lancio di auto nuove che sono già pronte, ma che forse meritano di essere presentate in momenti migliori». Così il presidente Luca Cordero di Montezemolo, parlando ieri ai giornalisti italiani al tradizionale scambio degli auguri di Natale in Casa Ferrari, ha parlato anche di Fiat, prefigurando un prossimo anno attendista. «Di certo - ha detto - faremo il lancio della Fiat 500 Cabrio compresa l'Alfa Romeo 149 (che ieri mattina invece si dava per bloccata ndr ). Per le altre novità, stiamo pensando di aspettare tempi più propizi», ha poi concluso dicendo che «la crisi sarà breve» (ma allora perché rimandare il lancio dei modelli?) e che farà «pulizia» tra i costruttori, che a suo dire sono troppi. E troppi costruttori significa anche troppi impiegati e troppi operai. O no?

 

L'Europa batte la deregulation. Il tetto massimo rimane a 48 ore

Fabio Sebastiani

In realtà, le operazioni di voto sono state molto più articolate. L'emendamento sul no alle 65 ore settimanali, per esempio, ha avuto il sostegno anche di gran parte degli eurodeputati di Forza Italia, An e Lega. Ad incontrare il favore dei parlamentari europei sono stati in totale ben quindici emendamenti, tutti migliorativi rispetto al testo presentato dalla Commissione europea. Nel pacchetto c'è anche, tra gli altri, il rifiuto del meccanismo dell'opt-out (i paesi che lo prevedono hanno tre anni di tempo per toglierlo dalle rispettive legislazioni), ovvero della deroga individuale al tetto, e del calcolo dei periodi di riposo nelle guardie mediche. L'esito della votazione, avvenuto all'indomani della grande manifestazione organizzata a Strasburgo dai sindacati europei, è stato salutato da un largo applauso e molti deputati si sono complimentati personalmente con il relatore Alejandro Cercas, del gruppo spagnolo del Pse. Lo stesso Cercas ha esortato il Consiglio a considerare questa votazione come «un'opportunità per rendere la nostra agenda simile a quella dei cittadini europei». A questo punto, le regole nei rapporti tra Parlamento e Commissione europea prevedono la convocazione di un comitato di conciliazione con il compito di trovare un accordo entro sei settimane. In caso positivo il testo dovrebbe comunque tornare al voto dell'Aula. In caso negativo, invece, il provvedimento verrebbe sospeso e tutta la procedura sarebbe rimandata alla prossima legislatura. Per Roberto Musacchio, parlamentare del Gue/Ngl, «viene respinto il golpe del Consiglio. E' una vittoria di tutti i lavoratori, del sindacato e di tutti quelli che si sono mobilitati per ottenere questo risultato. E' anche una vittoria del Parlamento europeo. Ma ora occorre che il lavoro torni ad essere elemento centrale delle politiche sociali ed economiche europee». Il segretario del Prc Paolo Ferrero, legge nel voto di Strasburgo, se si considera anche il pacchetto sul clima, una secca, doppia sconfitta del governo italiano in Europa. «L'allungamento dell'orario di lavoro - ha detto Ferrero - è stata una richiesta fortemente spinta dal governo italiano e dal ministro del Welfare Sacconi fin dall'insediamento del governo delle destre». «Tale richiesta, che fa il paio con quella di detassare gli straordinari e con il tentativo di smantellare le difese e i diritti dei lavoratori nei luoghi di lavoro - ha continuato - è stata sonoramente bocciata, dal Parlamento europeo. Le sinistre, e il Prc-Se in testa, si sono battute con forza contro tale direttiva, dimostrando - ha concluso Ferrero - una forte capacità di mobilitazione che oggi viene a frutto con l'importante voto del Parlamento europeo». Tutti di segno positivo i commenti dei sindacalisti. Per Giorgio Santini, segretario confederale della Cisl, il voto segna «la ripresa della costruzione di un'Europa sociale». Fulvio Fammoni, della segreteria nazionale della Cgil, parla di «risultato straordinario, superiore ad ogni aspettativa». «Provvedimenti palesemente contro il lavoro - ha aggiunto Fammoni - non hanno consenso e alcuna possibilità: se ne prenda definitivamente atto, ne prendano atto i governi europei e il governo italiano che aveva dato un voto decisivo favorevole a questo provvedimento». Toni di esultanza anche da parte del segretario generale della Fp-Cgil, Carlo Podda, che esprime «grande soddisfazione» per questo risultato «frutto dell'iniziativa di pressione e mobilitazione dei sindacati nazionali, in particolare dei servizi pubblici, e dell'intera Ces».

 

Braccianti, cento manifestazioni per non essere più fantasmi

Checchino Antonini

Cento manifestazioni per non essere più fantasmi. Cinque volte hanno scritto invano al ministro Sacconi. Così. sotto le sedi dell'Inps, di prefetture e di organizzazioni padronali in tutta Italia, oggi, si materializzeranno i braccianti agricoli. Nove i presìdi unitari (e non era scontato) organizzati in Sicilia, cinque in Sardegna, Campania, Lazio e Puglia, quattro in Calabria, due in Trentino, Lucania e Friuli. E poi a Firenze, Genova, Orvieto, Campobasso, Venezia. «Nessuno sembra accorgersi di loro - spiega a Liberazione la segretaria generale della Flai Cgil, Stefania Crogi - ma sono un milione di lavoratori, perlopiù maschi, con le donne pagate meno. Nel settore il lavoro migrante è almeno la metà e le sacche di lavoro nero sacche in certe zone del Sud sfiorano il 60%. Vai ad esempio a S.Nicola a Varco, nel salernitano, sarà una delle esperienze più sconvolgenti della tua vita, vedrai tendoni clandestini, chi li denuncia rischia la vita, dove vivono a centinaia, stipati... sembra la tratta degli schiavi. Se vai a Foggia ti accorgerai che spariscono nella piana, come è capitato ad alcuni polacchi. Se ne sono ritrovati i resti, sono segnali per chi si ribella». Eppure sono i braccianti ad aver scritto pagine importanti della storia della Cgil (nella battaglia per lo Statuto dei lavoratori e per il contratto nazionale di lavoro) e, venerdì scorso, allo sciopero generale, erano loro a riempire con rabbia molte piazze del Sud dopo centinaia di assemblee serali, lega per lega. «Ora si trovano tra due fronti: uno istituzionale, con un governo che smantella le conquiste, l'altro sociale col rifiorire dello sfruttamento di manodopera da parte di una malavita pervasiva. «E' un lavoro duro quello del bracciate, si lavora per sette otto mesi quando va bene, sennò 50-70 giornate l'anno». Come si fa a campare? C'è l'integrazione della cosiddetta disoccupazione agricola, spesso ci si ingegna nell'edilizia, nel facchinaggio o nel commercio. E' così che si diventa dei senza volto e senza nome, ma ti assicuro che sono in carne e ossa». La mobilitazione di oggi dovrebbe servire a sbloccare lo stallo in cui si trova la categoria dopo il blocco di fatto della riforma previdenziale, siglata ai tempi del governo Prodi, e da allora in vana attesa dei decreti attuativi. «Sacconi non ci ha mai risposto», ricorda ancora Crogi. La riforma del welfare aveva stabilito che il salario da prendere in considerazione per le prestazioni Inps, il tfr e la pensione fosse il salario contrattuale - «come per gli altri lavoratori» - perché per i braccianti funziona ancora il concetto di salario medio convenzionale. «E' una storia molto vecchia, risale al fatto che - specie nel meridione - raramente un lavoratore agricolo viene pagato con il salario tabellare. Allora, il salario medio convenzionale era una sorta di via di mezzo perché di fatto non veniva rispettato il contratto nazionale di lavoro». L'Inps non ha mai emanato disposizioni per rendere attuativo l'accordo. «Significa per i braccianti, una penalizzazione almeno del 25%, su pensione e liquidazione». Poi c'è la questione dei voucher , il ticket (10 euro ogni ora di lavoro. 2,5 vanno al fondo di accantonamento, 7,50 al lavoratore) che viene erogato a studenti e pensionati che lavorano stagionalmente nell'agricoltura. Sacconi vuole estenderlo a tutto il lavoro accessorio all'agricoltura «ma così ogni lavoratore perderebbe ogni diritto. In pratica compri un'ora di lavoro al di fuori del contratto, che poi è il sogno di questo governo, così infatti sarebbe destrutturata ogni valenza del contratto nazionale». Inoltre, in molte regioni l'Inps non riconosce la cassa integrazione in deroga e mancano all'appello una quarantina di contratti provinciali, soprattutto nel Sud, per l'inadempienza di Confragricoltura Coldiretti e Cia; mancano le commissioni tripartite nei centri per l'impiego «così agiscono il caporalato e le cosiddette cooperative senza terra che altro non sono se non intermediazione illegale di manodopera. E i lavoratori ci perdono perché è lavoro nero e, senza il riconoscimento delle giornate dell'anno precedente, chi è migrante perde il permesso di soggiorno. Ed è più ricattabile».

 

Cantieri, sempre più i migranti e gli incidenti - Laura Ponziani/Red.sociale

Lavorano come muratori, elettricisti, carpentieri, lattonieri. Sono gli stranieri impiegati nelle costruzioni in Italia. 300 mila operai nel primo semestre 2008, il 15% del totale degli addetti al settore, che rappresentano un'importante risorsa per il paese. Ma le difficoltà, sul piano dei diritti e dell'integrazione, sono ancora molte. È la fotografia scattata nel terzo rapporto Ires-Fillea Cgil sui lavoratori stranieri nell'edilizia presentato oggi a Roma. Incrociando i dati di Istat, Inail, Inps, Cassa Edile e Unioncamere, il monitoraggio rileva, rispetto al 2007, una diminuzione dello 0,35% degli occupati nel settore costruzioni e un aumento degli operai immigrati pari al 5%. Un dato che parla chiaro: senza gli immigrati l'edilizia sarebbe in crisi. Secondo i dati Fillea, la presenza dominante dei lavoratori immigrati si concentra nelle regioni settentrionali (62%). Quello dell'edilizia è un settore con una forte presenza straniera, come dimostrano anche le registrazioni alla Cassa Edile: la percentuale degli immigrati iscritti supera il 19%, sette volte in più rispetto a otto anni fa. Di questi il 30% sono operai comuni e solo il 4% hanno una qualifica di quarto livello. Numeri che rappresentano la precarietà degli operai stranieri: nel 2008 i contratti di apprendistato per i lavoratori immigrati sono aumentati del 68%. Gli stranieri iscritti ai tre sindacati confederali sono 800 mila nel 2007, in aumento di 107 mila unità. Il settore delle costruzioni, oltre a essere quello che occupa il maggior numero di immigrati, è anche quello in cui si registrano più infortuni. 39 operai edili stranieri sono morti nel 2007 cadendo da ponteggi o schiacciati da mezzi in movimento. Il 15% di tutti gli incidenti che riguardano lavoratori stranieri si registra nell'edilizia. 47 lavoratori stranieri ogni 1000, riporta il rapporto Ires-Fillea, sono vittime di infortuni. Il tasso infortunistico degli operai italiani è invece di 40 su 1000. La ricerca di Ires-Fillea si è concentrata inoltre sulle discriminazioni, lo sfruttamento e la percezione della sicurezza da parte dei lavoratori immigrati del settore. Il 63% di 125 operai edili stranieri intervistati ha dichiarato di aver subito atteggiamenti discriminatori: dallo storpiamento volontario del nome, alla mancanza di rispetto per religione o cultura fino a veri e propri atti di razzismo.

 

Il Vaticano furioso con Fini per le accuse (coraggiose) di antisemitismo

L'Osservatore Romano, cioè il paludatissimo giornale del Vaticano, si è scagliato contro il presidente della Camera, Gianfranco Fini, usando toni violenti (con un'impronta un po' berlusconiana) . In un corsivo velenoso, ha scritto che il Presidente della Camera «è uno degli eredi del fascismo» (un po' come se si dicesse del papa che è un'erede dell'inquisizione e dello sterminio degli Indios...), e che le sue accuse alla Chiesa per aver avallato le leggi razziali di Mussolini (del 1938) sono frutto di «approssimazione storica e meschino opportunismo». Fini l'altro giorno aveva condannato in modo fermissimo le leggi razziali, e aveva sostenuto che «l'ideologia fascista non spiega da sola questa infamia», chiedendosi perché la società italiana - salvo pochissime e lodevolissime eccezioni - non aveva reagito, e perché la Chiesa cattolica non avesse mostrato alcuna resistenza. Le parole di Fini, molto coraggiose, hanno messo allo scoperto una questione serissima. Le complicità delle gerarchie eccelesiastiche, e anche dei papi (soprattutto di Pio XII), con il fascismo e con le sue iniziative più feroci (come furono le leggi razziali, anticamera dello sterminio nazista). Queste complicità non sono mai state oggetto di una polemica così chiara e aperta da parte della destra italiana. Che l'esponente più prestigioso della destra affronti il problema in modo netto, difficilmente può essere considerato un atto di opportunismo. E' esattamente il contrario. Fini ha toccato un nervo scoperto - in modo addirittura più forte e clamoroso di quanto in passato abbia fatto la stessa sinistra - assumendo su di se il peso delle immancabili e durissime polemiche e dei contraccolpi nel suo schieramento politico. Bisogna dargliene atto.

 

La Regione contro Trenitalia. Il Comune contro la social card. La destra fa pure l'opposizione - Claudio Jampaglia

«Bloccheremo il Freccia Rossa ad alta velocità». «Bloccheremo i binari a fianco dei pendolari». Si infiamma la protesta contro Trenitalia e i disservizi sulle linee "popolari" con l'entrata in vigore del nuovo orario invernale. Ogni anno la stessa storia. Treni scomparsi, nuovi ritardi, disguidi d'informazione... Ma stavolta a guidare la protesta sui media ci sono niente meno che l'Assessore Regionale alle Infrastrutture di Forza Italia, Cattaneo (con il plauso di Formigoni che conferma «proteste eclatanti») e vari personaggi del centrodestra (la Lega rincorre). Ma come non governano loro? E l'assessore, in particolare, non è lui il committente di Trenitalia per il trasporto locale? Esatto. Però protesta. Anche se avrebbe dovuto sapere da mesi cosa aspettava i viaggiatori, visto che le risorse ce le mette lui (e il governo) e il piano della mobilità che ha fissato meno treni e meno carrozze porta in calce la sua firma. Ma niente da fare. «Il clima tra i pendolari è tesissimo e si respira un'aria di rivolta nei confronti della quale è dovere delle istituzioni fare di tutto perchè questa non si concretizzi in fatti incresciosi - spiega Cattaneo - per evitare questo credo che Trenitalia debba dare risposte forti e rapide». Si ma i soldi ce li devi mettere tu... E infatti uno dei treni oggetto del contendere (il Piacenza-Milano delle 7.19) tornerà da gennaio grazie a nuovi fondi del governo. E intanto? Il Pd propone di fare come in Liguria e di offrire gratuitamente per un mese il servizio ferroviario a chi ha già sottoscritto un abbonamento. Ma Cattaneo risponde: «Soluzioni demagogiche che non servono a risolvere il problema. Preferirei avere il Pd al mio fianco in maniera concreta e senza demagogia». Occupando i binari? Impedendo al Freccia Rossa di partire per Roma? Per carità. Sarebbe anche divertente un centrodestra "di lotta e di governo" (magari gli fanno un corso i valsusini) se non ci venisse in mente quella famosa rubrica satirica intitolata "la faccia come il c...". Ma perché protesta l'assessore? In primis per i soldi, come spiega Formigoni: «È da diverso tempo che la Regione chiede un adeguamento dei fondi, ormai fermi da diversi anni. Negli ultimi mesi si è aggiunta alla nostra richiesta anche quella dell'Fs che sta però cercando di convincere lo Stato a dare i fondi direttamente a loro». Chiaro no? Delegittimare Trenitalia (un gioco da bambini, ci pensano già da soli) e gestire i nuovi fondi direttamente. Ma c'è anche un più "nobile" motivo politico. Se i cittadini si incazzano, se lo fanno su servizi fondamentali, con chi se la prendono? Con chi governa. E allora visto che l'opposizione non c'è (e non c'è), meglio farsela da soli. Perché l'opposizione serve, scarica, sfoga. Fa del bene a chi la fa. E a chi l'ascolta. Anche quando è innocua, a priori. E a maggior ragione se ricade nel conflitto governo centrale e territorio. Qualcosa che al Nord sembra molto importante (sapete, la fine della divisione destra-sinistra e l'affermazione del "territorio"...). I governi locali hanno sempre meno risorse? Colpa di Roma. Pasticciona, lontana, burocratica. Come altro spiegare l'uscita ieri dell'assessora ai Servizi Sociali di Milano, Mariolina Moioli, pedigree da forzitaliota, ciellina e fedelissima morattiana, che boccia la "social card" del governo. L'unica cosa "per i cittadini" fatta finora dal governo. «Provvedimento complicato, fuori contesto... Si poteva fare di più e meglio, ad esempio dare i soldi a noi», dice la Moioli. Il Nord ha fame di soldi. Il federalismo con le liberalizzazioni di qualsivoglia servizio essenziale è una voragine. E sembra aver portato anche qui i rischi di bancarotta di altre, solitamente, più meridionali città. Milano, la ex-ricca, denuncia 100 milioni di fondi in meno dal governo e deve tagliare 160 milioni per il pareggio. Senza contare i rischi legati alla faccenda dei derivati che grava più del doppio sulle casse del Comune. E quindi che si fa? Moratti aumenta le rette scolastiche e per la refezione. Il costo dei parcheggi e le multe. E taglia la spesa sociale. Chiamando in aiuto il volontariato. Non taglia invece lo squadrone dei suoi consulenti, una spesa eccessiva e censurata da Corte dei Conti e tribunale. Ai cittadini basta dire: non possiamo farci niente. Chiedete a Roma. Al governo. Al papa re. Anzi siamo più indignati di voi. Questa è la tendenza. E non solo in Lombardia. Perché quando i nodi vengono al pettine e la politica, l'opposizione, fanno altro (si occupano prevalentemente di liste, leadership, quadrature, alleanze cioè di sé), i nodi vengono al pettine lo stesso. Meglio allora cominciare a passarsi la spazzola di mano in mano. A costo di sembrare assurdi. Oltre. Sulla metropolitana la gente ieri rideva del furore protestatario della Regione. Dell'ossimoro dell'opposizione di governo. Rideva. Ma non capiva. Di chi è la colpa?

 

La Stampa – 18.12.08

 

Ben oltre Veltroni - EMANUELE MACALUSO

Bufera sul Pd». È il titolo che in questi ultimi giorni tutti i giornali hanno usato per segnalare fatti che sono catalogati come la questione morale che coinvolge pesantemente il partito di Veltroni. Su queste stesse colonne ho avuto occasione di dire che nel Pd è aperta in forma ormai lacerante una questione politica che mette in discussione l’esistenza stessa di questo partito. Molti osservatori hanno richiamato le vicende che travolsero il Psi e il suo leader Craxi nella stagione di tangentopoli, per sottolineare il carattere morale della crisi di una forza politica investita da inchieste giudiziarie. Ma proprio l’esperienza del Psi mi fa insistere sul nodo politico non sciolto. Il Psi nel 1976, quando Craxi in una seduta drammatica del comitato centrale fu eletto segretario, aveva toccato la percentuale di voti più bassa della sua storia nelle elezioni regionali del 1975 e in quelle politiche del 1976: meno del 10 per cento. In quegli anni la sfida e la rimonta del Psi furono giocate tutte sul terreno politico: la presa di distanza dai governi Andreotti fondati essenzialmente sull’asse Dc-Pci, come anticipo di una strategia volta a rompere quell’asse. Presa di distanza che fu marcata anche nel momento del rapimento e dell’uccisione di Moro. La sfida poi si qualificò anche nel terreno delle riforme che investivano il sistema, sul giudizio della società degli Anni Ottanta e sui compiti della politica per assecondare o contrastare i processi sociali che in quegli anni si verificavano. Non è questa la sede per un esame completo di quella fase (i cui giudizi furono e sono ancora diversi), che portò Craxi alla presidenza del Consiglio con un governo di alto profilo (c’erano Scalfaro, Martinazzoli, Ruberti, Visentini, Spadolini, Andreotti ecc.). Ma una cosa è certa: fu una fase di elaborazioni e lotte politiche che coinvolsero tutta la sinistra nel suo complesso (il contrasto Pci-Psi), la Dc, i sindacati, le forze economiche. La «questione morale», anche allora, esplose nel momento in cui si pose una questione politica enorme, elusa soprattutto dai partiti di governo, Dc e Psi. C’è il 1989 e il crollo del Muro di Berlino, si accentua la crisi in Urss e la sua implosione si conclude nel 1991. Cambia il mondo. Ma il sistema politico italiano, che dalla Guerra fredda era stato condizionato, invece non cambia. Anzi non cambia nulla. Occhetto nell’89 fa la svolta della Bolognina, cambia nome al Pci, ma lo lascia nel limbo. Craxi segretario del Psi, che vinceva il grande duello col Pci, anziché sfidare il Pci-Pds sul terreno dell’unità della sinistra nel socialismo democratico, cerca con tutti i mezzi di tornare a Palazzo Chigi con la Dc di Andreotti e Forlani. I quali pensano a chi dei due potrebbe andare al Quirinale, come se nulla fosse cambiato. Voglio dire che il Psi di Craxi, chiusa l’esperienza governativa, non fa più politica e tutto - come nella Dc - si svolge nella gestione del potere locale e centrale, nei grandi e piccoli enti pubblici. E il finanziamento illegale ai partiti si intreccia con la corruzione personale. Rino Formica in quegli anni disse che si vedono «conventi poveri e monaci ricchi». Questo lungo richiamo mi serve per dire che, diversamente da come nacque il Psi di Craxi, il Pd nasce senz’anima, senza lotta e passioni politiche con una fusione fredda tra Ds e Margherita che si traduce in un’ammucchiata di personale politico prevalentemente aggrappato ai poteri locali e impegnato nella riproduzione di se stesso, come il Psi nella seconda fase. Il sindaco di Pescara, ora agli arresti, con una deformazione istituzionale, era anche segretario regionale del Pd. E non è il solo caso. Questo quadro si colloca dentro un contesto in cui si constata che il Pd non è in grado di decidere nulla. Faccio solo pochi ma significativi esempi: Europa e Pse, bioetica, giustizia, alleanza con Di Pietro, riforma del welfare secondo la proposta di Ichino e Morando ecc. Si capisce che su questi temi, che definiscono l’identità di un partito, non c’è lotta politica, voto con maggioranze e minoranze, vita democratica chiamando gli iscritti a votare e decidere. I discorsi del Lingotto, richiamati da Veltroni e i suoi amici come l’avemaria, sono acqua sul marmo. E quando leggo (vedi Il Riformista di ieri) che Veltroni deve dimettersi subito, mi chiedo: e dopo? Chi si propone con una linea politica e un modo di essere diversi? È questo il primo nodo da sciogliere. Altrimenti ci sarà solo una lenta o rapida implosione. Venerdì si riunisce una pletorica direzione del Pd. Sarà in grado di aprire un vero dibattito? Ne dubito.

 

"Qui la sinistra ha creato un regime" - MARCELLO SORGI

NAPOLI - E se adesso toccasse a Roma? La domanda nessuno la fa a voce alta. Ma la paura è dipinta sulle facce dei politici che sfilano sulle tv locali. Con Napoli, l'accerchiamento è completo. Dopo la Liguria, la Toscana, l'Abruzzo, la Basilicata, la Calabria, il timore che una nuova inchiesta presto punti diritto al quartier generale del Pd cresce di ora in ora, alimentato dal coinvolgimento del parlamentare Lusetti (insieme al collega di An Bocchino) nell’indagine sul «Global service» partenopeo, dalla vicinanza di Lusetti a Rutelli (i nomi dell’ex vicepresidente del consiglio e dell’ex ministro Fioroni compaiono nelle carte giudiziarie), e dalle mille voci che dicono che anche nella Capitale il lungo quindicennio del centrosinistra alla guida del Campidoglio potrebbe entrare a breve nel mirino della magistratura. Napoli come anticamera di Roma. Napoli come paradigma del degrado amministrativo del centrosinistra, che qui è esploso fragorosamente con il disastro della monnezza, ma anche altrove, come s’è visto, funzionava (o non funzionava) allo stesso modo. «In un certo senso la questione giudiziaria non è la cosa più importante - spiega Andrea Geremicca, a lungo vicesindaco ed assessore nella prima stagione delle giunte di sinistra, e oggi a capo della Fondazione «Mezzogiorno Europa» - non perché non sia grave l’arresto di alcuni assessori o il suicidio, prima dell’arresto, di uno di loro. Ma in termini politici, tutto era già avvenuto prima. La crisi dei partiti. Le guerre tra gruppi e correnti, ai quali i leader nazionali hanno lasciato mano libera, all’interno del Pd neonato. E poi il distacco assoluto della politica dalle istituzioni, l’assenza di discussione, la mancanza di mobilitazione dell’opinione pubblica, la degenerazione del leaderismo, l’asfissia del ricambio della classe dirigente». Dicono che in questi giorni i membri della nomenclatura napoletana vivano un po’ come quelli sovietici negli anni dello stalinismo: quando sentivano bussare alla porta al mattino, non potevano sapere se a suonare il campanello fosse il lattaio o le guardie venute per arrestarli. Molto più di Genova, Pescara, Potenza o Reggio Calabria, Napoli è da sempre, per definizione, un caso nazionale. La rivoluzione dei sindaci, in fondo, era partita da qui. La caduta del vecchio sistema qui era stata più fragorosa che altrove, con l’improvvisa cancellazione dei «signori della miseria» che per decenni avevano prosperato sulla disperazione del Sud. Oggi resta ben poco del Rinascimento napoletano che aveva fatto risplendere la città, con Piazza Plebiscito liberata finalmente dal traffico e dalle auto in terza fila, nei giorni lontani del G7 del ‘94. La crisi nel rapporto tra istituzioni sorde e società civile indifferente, rassegnata, l’ha denunciata con forza il cardinale Sepe, forse l’unica autorità riconosciuta e anche il solo che dal pulpito e nelle strade cerca di ricostruire una rete di valori. Il magistrato-intellettuale Raffaele Cantone, a lungo impegnato contro il clan dei casalesi, la sua personale e reale Gomorra, che lo costringe a vivere sotto scorta, non vorrebbe parlare. Chiarisce che non può esprimersi sulla portata di inchieste a cui non ha preso parte. Ma aggiunge: «La caduta di credibilità della classe dirigente si era già consumata del tutto sulla questione della monnezza. Quando le istituzioni locali, a qualsiasi livello, hanno dimostrato di non essere in grado di porre rimedio a un problema così grave e per così lungo tempo, gettando la cittadinanza nel degrado e mettendone a rischio la salute, si sono giocate insieme prestigio e fiducia». Né vale il tentativo di Bassolino (e oggi del sindaco Iervolino) di resistere e tentare di recuperare, sull’onda della drastica ripulitura militare ordinata da Berlusconi. «Bassolino può pure aspettare, illudersi che l’indifferenza di una società civile presa politicamente a martellate possa consentirglielo, ma sbaglia a non riconoscere che il suo ciclo s’è chiuso - accusa Biagio De Giovanni, filosofo di fama mondiale, coscienza critica della sinistra napoletana, titolare della cattedra Jean Monnet di storia dell’integrazione europea all’Istituto Orientale - l’idea che l’attesa sia obbligata, per consentire la nascita di una classe dirigente alternativa all’interno del centrosinistra, non sta in piedi. L’alternativa non è nata perché negli ultimi anni qui c’è stato un regime. Un potere asfissiante in cui, a cominciare dall’interno della sinistra, ogni voce dissonante, ogni critica, ogni obiezione veniva tacitata, con le buone o con le cattive». Consulenze a pioggia. Professori di quelli che scrivono editoriali sui quotidiani assoldati nei think-thank pubblici con stipendi di decine di migliaia di euro. Molte chiacchiere, molti annunci, molte incompiute, quasi nessuna realizzazione. E se oggi la Iervolino è riuscita a mettere insieme contro di sé, tutti insieme, la Curia, l’Unione Industriali, buona parte degli intellettuali e l’insieme dei giornali locali, non dipende solo dalle avversità degli ultimi tempi. Ma dall’assoluta inefficienza di un’amministrazione paralizzata dai veti interni e dal braccio di ferro tra «cacicchi» e potentati locali. «Il problema non è la moralità dei singoli, alla cui buona fede posso perfino credere, fino a prova contraria. Piuttosto, le amministrazioni immobili - scandisce il presidente dell’Unione industriali Gianni Lettieri - hanno i fondi e non riescono a spenderli. Quando lo fanno, è senza progetti significativi. Prenda il termovalorizzatore, di cui ancora adesso si discute senza realizzarlo. Per il Comune sarebbe un affare, gli consentirebbe di far cassa. Noi abbiamo offerto tutto l’appoggio, anche finanziario, per costruirlo, ma si continua a rinviare. E lo stesso vale per la riqualificazione di Bagnoli o per i quattro milioni e mezzo di metri quadri di proprietà del Comune lasciati in abbandono, o per il Piano regolatore, fermo da quindici anni. Nessuno riflette o si interroga su come vorremmo che fosse Napoli tra dieci anni. E neppure sul giorno per giorno». C’è però una ragione che, al di là degli sviluppi giudiziari che potrebbero avere il sopravvento, spinge all’arroccamento Bassolino e Iervolino. Se si dimettessero, aprendo la strada a elezioni anticipate, in Campania finirebbe come in Abruzzo, centrodestra al governo, Pd in rovina, fuga in avanti di Di Pietro. «Si lo so, dicono che le elezioni non risolverebbero nulla e non porterebbero personale politico migliore dell’attuale - ragiona Geremicca -. Ma a parte il fatto che noi siamo sempre i migliori e sosteniamo la democrazia quando siamo al governo, pronti a cambiare idea se si profila un ricambio, chi ci dice che tra due anni gli elettori non ci daranno uno schiaffone anche più sonoro di quel che ci aspettiamo? E soprattutto - conclude - chi può assicurare che in questa situazione, in cui è evidente che s’è rotto il rapporto tra governanti e governati, Bassolino e Iervolino ce la faranno a resistere per altri due anni?».

 

Sarkozy riscopre l'égalité. "Riscatterò le banlieues" - DOMENICO QUIRICO

PARIGI - Chiamiamola «sindrome Obama». Perché è il trionfo del nuovo presidente americano che fa sognare e galvanizza i giovani delle banlieues francesi, l’altra Francia, quella emarginata, ricaduta dopo la fiammata della rivolta nell’indifferenza ora rassegnata ora ostile. Nicolas Sarkozy ha capito che bisogna subito cavalcare l’onda di quella che qui chiamano, annettendosela un po’ arbitrariamente, «generazione sarko-obama»; prima che la frustrazione la spinga di nuovo a ricorrere a metodi violenti, sul modello greco. Le icone della diversità che il presidente ha sistemato al governo, Rachida Dati, Rama Yade, Fadela Amara, sono appannate o in via di licenziamento. Ecco il momento di lanciare il programma per accelerare l’apertura delle élites alla diversità, di lusingare con il motto «eguaglianza delle possibilità» quelle «minoranze visibili» che visibili risultano nel vocabolario del politicamente corretto, nelle strade e nelle formazioni sportive. Non certo nei ceti dirigenti del Paese. Luogo scelto, l’Ecole Polytechnique, che di queste élites gallicane, orgogliose e ristrette, è uno dei bastioni storici. Peraltro il presidente non le ama e spesso le fustiga. Per costringerle a spalancare le porte dei loro lucidissimi santuari ai giovani immigrati fa ricorso alle buone, vecchie ricette della terza repubblica. Misura faro del piano infatti è di far salire entro il 2010 obbligatoriamente al trenta per cento in ogni liceo la quota di borsisti per le classi preparatorie per le Grandi scuole come Ena e la Scuola superiore di commercio. «È attraverso l’istruzione che avverrà l’apertura - ha incalzato Sarkozy - come è accaduto ai tempi della terza repubblica quando migliaia di figli di immigrati nel giro di una o due generazioni sono entrati nelle élites intellettuali e politiche francesi». Ai maliziosi viene da pensare al metodo delle quote; ma questa è una parola che in Francia resta vietata. Sarkozy ha preferito anche ieri parlare di «discriminazione positiva». Cento grandi imprese generalizzeranno la pratica del curriculum anonimo, per evitare il severo setaccio esercitato grazie ai nomi dei candidati. In realtà il problema è più complesso e subdolo. Ad esempio la discriminazione fa perno su altri criteri sottili, come il luogo di residenza. Esempio classico: un candidato che abita a Neuilly-sur-Seine, cittadina ricca di cui Sarkozy è stato a lungo sindaco, ha buone possibilità di essere assunto. Ma se abita in un’altra Neuilly, ma sur-Marne, pura banlieue, alcuna. L’alta autorità per la lotta contro le discriminazioni potrà effettuare controlli a sorpresa. Anche la televisione è invitata a un’energica trasformazione delle abitudini. Ma stavolta non si chiama in causa soltanto quella pubblica, ma anche delle reti private. Se non si adegueranno rischiano di non veder rinnovate le convenzioni. L’apertura alla diversità avrà anche una faccia e una biografia che la incarnerà: Yazid Saleh, noto imprenditore, di origini berbere. Sarà il «commissario alla diversità». Reazioni: entusiasmo nel partito governativo, «una commedia» per i socialisti.

 

Repubblica – 18.12.08

 

La volontà di quella donna - UMBERTO VERONESI

Il caos regna sul caso Englaro, trasforma il dibattito in una guerra di parole. Eluana è viva o non è viva; i trattamenti sono cure o accanimento; l'esito della sua storia è una questione medica, giuridica o politica. Eppure ha parlato semplicemente e chiaramente Eluana: "Io non voglio esistere così", diceva indicando il suo amico in coma vegetativo, riferendosi inequivocabilmente a quel corpo che stava davanti a lei, a come lo vedeva e lo percepiva, provandone terrore. Non ci sono giochi di parole: proprio quello ad ogni costo non voleva Eluana , e da lì dobbiamo ripartire, per non perderci nella "tragedia degli equivoci". La confusione è sempre una cattiva consigliera perché alla fine delle polemiche abbandona la gente alla sfiducia sconsolata nella capacità della società, attraverso le sue istituzioni, di aiutare i suoi cittadini proprio nelle situazioni più complesse e drammatiche, quando la collettività e i suoi servizi dovrebbero invece essere di sostegno e di incoraggiamento. Occorre allora riconcentrarsi sul tema: la volontà di Eluana. Se qualcuno ha dei dubbi deve fermarsi lì: se effettivamente quella del rifiuto della vita vegetativa fosse davvero la scelta lucida della ragazza. Resta da vedere perché mai dovremmo mettere in dubbio il lavoro paziente e meticoloso dei nostri giudici che hanno ricostruito questa volontà, emettendo una sentenza che sapevano perfettamente sarebbe stata altamente impopolare. E perché mai un padre adorante verso la propria "bambina", come dice Beppe Englaro, avrebbe dovuto battersi per anni per realizzare tale volontà, affrontando la gogna mediatica e la distruzione della sua vita personale? A prescindere dalle considerazioni puramente umane, però, i dubbi sono legittimi perché non esiste purtroppo un documento firmato che riporti il pensiero di Eluana. Ma se invece siamo d'accordo che la volontà di Eluana è quella ricostruita dalla magistratura, allora la confusione su chi decide che cosa è subito dissipata. Decide Eluana e la sua decisione va rispettata. Se io scelgo che preferisco morire piuttosto che farmi amputare un arto, come è successo pochi anni fa nel caso della signora siciliana, nessuno può tagliarmi una gamba, esercitando una violenza che per me è tortura. Su questo punto non si può transigere perché significherebbe accettare che nel nostro paese la società è autorizzata a perpetrare violenza nei confronti dei suoi cittadini. E questo non è vero né per la magistratura, né per la scienza , né per il Vaticano, né per la politica. Come ricorda Carlo Casonato, grande esperto di diritto costituzionale comparato e responsabile del Progetto Biodiritto "il diritto di disporre della propria vita esiste. E' sancito dall'articolo 13 sulla libertà personale e dall'articolo 32 della Costituzione, secondo il quale nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario e anche dall'articolo 35 del Codice di Deontologia Medica che conferma che non è consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona". Sappia quindi la gente che c'è un punto fermo : nessuno può violare questo diritto e c'è chi si impegna a farlo rispettare sempre e comunque nella sua sostanza. La confusione si crea piuttosto sulla forma e si alimenta delle definizioni e delle prese di posizione politiche e ideologiche. Sono mesi che dalle pagine dei giornali e dagli schermi di televisioni e computer ci ossessiona la figura di una donna nella dirompente bellezza dei suoi vent'anni: Eluana con il cappello nero, Eluana in tuta rossa fiammante sulla neve, Eluana che esce dalla doccia e ride. Eluana oggi non è quella delle foto. E' una donna di quasi quarant'anni, senza sorriso, senza espressione negli occhi, senza vita di relazione, senza coscienza, senza controllo di un corpo, che è ormai un involucro in disfacimento. La sua vita meravigliosa si è spenta per sempre 16 anni fa.

 

Corsera – 18.12.08

 

Cinquemila manager licenziati – Sergio Rizzo

Davvero non ci può essere alcun dubbio: nel suo caso il licenziamento non ha proprio nulla a che vedere con la crisi. Con ogni probabilità Valerio Zappalà ha pagato il fatto di essere stato assunto dall'ex viceministro con delega alle Finanze Vincenzo Visco. Ma anche l'amministratore delegato della Sogei, già partner della Ernst Young, che il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ha dimissionato per rimettere su quella poltrona il suo predecessore Aldo Ricci (liquidato meno di due anni prima, secondo la Corte dei conti, con una faraonica buonuscita di 1,3 milioni) ha finito involontariamente per rendere il conto dei manager messi alla porta quest'anno ancora più salato di quanto già non sia. Il direttore generale di Federmanager, l'organizzazione che rappresenta i dirigenti d'azienda, Giorgio Ambrogioni, lo definisce «un fenomeno strisciante, nel quale la parola licenziamento è stata sostituita con la formula della risoluzione consensuale del rapporto di lavoro ». Ma se non è zuppa è pan bagnato. E la formula serve soltanto a indorare un poco la pillola. Secondo una stima dell'associazione dei dirigenti, quest'anno sono stati licenziati dalle aziende italiane almeno 5 mila manager. È un calcolo che tiene conto dei 2.991 casi che sono stati gestiti direttamente dalle strutture più rappresentative che fanno capo alla Federmanager, ai quali si dovrebbero però aggiungere ancora altre 2 mila «risoluzioni del rapporto di lavoro» avvenute in aree più periferiche e non trattate in sede sindacale. Una cifra decisamente enorme, soprattutto se si tiene presente il suo peso relativo: i dirigenti d'azienda italiani sono in tutto circa 82 mila. Parliamo perciò di un taglio secco del 6%. Che sfiora addirittura il 10% prendendo in esame anche l'emorragia di poltrone già registrata nel 2007, quando sono stati «indotti» alla «risoluzione consensuale», cioè dimissionati dalle rispettive aziende, qualcosa come 3.000 dirigenti. Un altro chiaro segnale, se ce ne fosse ancora il bisogno, delle difficoltà crescenti del ceto medio. Con l'unica eccezione della situazione della zona industriale di Latina, dove sono stati mandati a casa a partire dallo scorso gennaio 55 dirigenti di imprese chimico-farmaceutiche, fra cui Pfizer e Abbott, le vicende più gravi si dipanano da Roma in su. È stato calcolato che soltanto nell'area del milanese i manager licenziati quest'anno abbiano raggiunto la cifra record di 1.050, prevalentemente nel settore dell'informatica e delle telecomunicazioni. La Federmanager non manca di segnalare situazioni critiche, fra l'altro, in Eds, Pirelli, Siemens e Fujitsu engineering. A Torino, dove la crisi ha cominciato a produrre effetti devastanti su tutte le imprese (il caso della Motorola ha fatto in queste settimane il giro d'Italia) il numero dei dirigenti che hanno perso il posto di lavoro è di 565, in larghissima parte, com'è comprensibile, nei settori collegati all'auto e all'informatica. Nell'area intorno a Roma i licenziamenti censiti dall'associazione dei manager sono stati addirittura 796. E anche nella capitale i settori maggiormente colpiti sono quelli dell'elettronica e delle telecomunicazioni. Poi 227 licenziati a Bologna, dove il comparto che ha sofferto di più è quello delle imprese metalmeccaniche. Ancora 103 a Genova, usciti da aziende come la Elsag, 77 a Firenze, estromessi da società tessili e meccaniche, 69 a Parma (coinvolta anche la Barilla), 49 a Verona (con la questione Glaxo in cima alla lista). Non vanno poi dimenticate le vicende che riguardano Alitalia, Telecom Italia, H3g. Le società alle prese con il problema degli esuberi dirigenziali sono in continua crescita. Con risvolti in qualche caso clamorosi. E destinati anche a dettare la linea. Racconta Mario Cardoni, vicedirettore dell'associazione dei dirigenti, che «a Telecom Italia, ma in qualche caso anche alle Poste, sia stata proposta ad alcuni manager la retrocessione invece delle dimissioni. Chi accetta, resta in azienda con la qualifica di quadro ». E, naturalmente, una consistente riduzione di stipendio. Spiega Ambrogioni: «Si tratta di figure più professionali che veri e propri manager. Tecnici magari assunti come quadri ai quali era stato concesso un avanzamento di carriera per non farli andare via dall'azienda. E ai quali ora, che la crisi impone pesanti ristrutturazioni, l'azienda chiede di fare il passo del gambero ». Episodi. Che tuttavia potrebbero sconvolgere un principio finora ritenuto intoccabile nei rapporti di lavoro dipendente: quello secondo il quale una volta raggiunto un determinato grado, nello stesso posto di lavoro non si può tornare mai indietro. Anche se dovessero cambiare le mansioni. Per alcuni che hanno accettato di essere degradati, tuttavia, rispetto a inesistenti prospettive di una rapida ricollocazione alle stesse condizioni, la retrocessione ha rappresentato comunque la salvezza. Dice Ambrogioni: «Siamo gli unici lavoratori dipendenti che pagano la mobilità ma poi non ne possono usufruire. Vista la situazione drammatica, ho chiesto al ministro del Welfare Maurizio Sacconi di introdurre nel decreto varato dal governo per fronteggiare la crisi una norma in grado di assicurare l'indennità di mobilità ai manager licenziati che abbiano superato i cinquant'anni». Ma chi l'avrebbe mai detto che un giorno anche i dirigenti d'azienda avrebbero avuto bisogno dei tradizionali ammortizzatori sociali, oltre a quelli che la categoria si autogarantisce? I dirigenti ultracinquantenni che perdono il lavoro hanno diritto a 1.500 euro lordi al mese per un anno. Quelli più giovani si devono invece accontentare di otto mesi. I soldi arrivano da un fondo finanziato dal contratto collettivo. «Quella che si sta verificando — afferma il direttore di Federmanager — non è la prima grave crisi per i dirigenti d'azienda. Va ricordato, per esempio, che all'inizio degli anni Novanta si persero 20 mila posti sui circa 100 mila di allora. Ma ora quello che colpisce è la vastità del fenomeno. Si accendono fuochi da tutte le parti. Prenda l'Alitalia: soltanto in quel-l'azienda stiamo gestendo 90 licenziamenti, visto che dei 150 dirigenti della compagnia di bandiera ne resteranno una sessantina. Poi c'è il polo chimico-farmaceutico, con 700 dirigenti a rischio fra aziende piccole e grandi e l'indotto. Per non parlare della durata dei rapporti di lavoro. Ormai i casi di manager che durano meno di un anno e vanno a casa soltanto con l'indennità di preavviso sono diffusissimi». Ma c'è pure chi il posto non lo rischia affatto. Anzi. Qualcuno si trova perfino nella condizione di diventare manager pubblico senza aver fatto nemmeno un concorso. Direttamente dalla politica e grazie a una «retrocessione» in questo caso a dir poco curiosa. A maggio di quest'anno, mentre la situazione economica si stava facendo già difficile e anche le imprese molisane cominciavano a mandare a casa qualche manager, i consiglieri regionali del Molise approvavano una piccola modifica a una legge del 2007 che gli spalancava le porte a un brillante futuro dirigenziale. Stabilendo che gli stessi ex consiglieri o ex assessori, purché laureati e in carica per almeno cinque anni, avrebbero potuto ricoprire i più alti gradi dirigenziali dell'amministrazione regionale: direttore generale, oppure segretario generale del Consiglio, o ancora segretario generale della Giunta regionale. È o non è una beffa?


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