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Manifesto – 20.12.08 Veltroni passa. Il casino resta - Daniela Preziosi ROMA - Non fa arrabbiare nessuno, in fondo non interessa
neanche a nessuno, quindi viene votato. Alle sette di sera il dispositivo che
approva la relazione di Veltroni e il documento finale passa senza pathos. «Il
nostro casino interno ci danneggia», dice Veltroni. Quindi, per una volta,
arrivano tutti sì: sì all'attribuzione al segretario di poteri di
commissariamento dei territori, sì alla fatidica conferenza programmatica, il
12 marzo. Sì alle parole d'ordine che Veltroni e Goffredo Bettini hanno
fortissimamente voluto: legge elettorale alla francese, innovazione, scelta
delle alleanze a tempo debito. Sì è il voto di quelli che sono rimasti fino
all'ultimo, astenuto Marco Follini e gli amici della ditta Luca Sofri-Mario
Adinolfi. Dopo una giornata di dibattito, come lo definisce Pierluigi Bersani,
«fraterno ma franco», che tradotto significa senza esclusione di colpi, la
direzione del Pd vota quasi all'unanimità la 'fiducia' al segretario, o come
sibila Francesco Rutelli «il proseguimento del suo mandato», che però nessuno
aveva messo in dubbio. Formalmente. Il dispositivo del resto, è una nuova
edizione del genere letterario inventato da Veltroni: accoglie tutte le parole
'chiave' del dibattito, ma sul significato resta sulle generali. Perché fra gli
aspetti di quella che Massimo D'Alema chiamerà «un amalgama mal riuscito», c'è
un vocabolario di parole equivoche, che per ciascuna anima interna assumono un
significato diverso. Veltroni, nel finale le usa tutte: per buona volontà.
Premettendo un attacco a Berlusconi e le ricette politiche contro la crisi, che
però dall'opposizione risultano fatalmente ininfluenti sulle scelte del
governo. Sì al 'nuovo', sua personale parola magica ma - e qui 'apre ai
dalemiani che sulla formula salvifica dell'innovazione in quanto tale hanno
menato pesante - «senza smarrire la continuità». Sulle alleanze «vocazione
maggioritaria» non «autosufficienza» ovvero ricerca di «aggregazioni nuove» su
un programma» ma comunque - e qui apre ai centristi che se la sono presa con Di
Pietro e a quelli che guardano verso l'Udc - «inconciliabili con tentazioni
populiste e plebiscitarie». «Rafforzare il radicamento territoriale» e - anche
qui strizza l'occhio ai dalemiani che hanno affondato pesante sull'istituto
delle primarie - promuovere «un'ampia riflessione sul modello di partito»,
verificando «i modelli di partecipazione e rappresentanza», di «selezione di
nuove leve dirigenti», di «rapporto tra valorizzazione delle primarie e
responsabilità della direzione politica». E qui guarda invece a Piero Fassino,
che con nettezza ha chiesto di separare «le responsabilità di partito da quelle
istituzionali, perché chi ha responsabilità istituzionali risponde a tutti i
cittadini e non agli iscritti, e nella commistione di ruoli ci stanno rischi e
degenerazioni». E infine «fermissima applicazione dei principi di trasparenza»
ma nessuna resa ai giudici le cui indagini - «non un complotto, guai a
crederlo» - hanno messo in ginocchio il Pd campano, quello toscano e quello
abruzzese. Insomma, le diverse anime del partito, ci possono stare, tutte. Al
documento hanno lavorato Dario Franceschini e Maurizio Migliavacca. Il
fassiniano, in effetti, percorre in lungo e in largo il terrazzo del Nazareno,
a braccetto con i dalemiani più in sofferenza. Più che di emendare il
dispositivo, il suo compito sembra quello di persuadere i compagni
culturalmente più vicini a lui che più di così non si può fare, alla vigilia
delle europee e delle amministrative, e con i dirigenti di tre regioni sotto
inchiesta. A notte D'Alema ricapitola: «Ci sono state posizioni non tutte
coincidenti, ma è stato approvato un ordine del giorno che è un programma di
lavoro che impegna tutti». «Non coincidenti» è la sua consueta ironia. Nella
migliore tradizione dei partiti novecenteschi, ieri la direzione ha espresso il
massimo del dissenso con il massimo dell'unanimismo. Ad aprire le danze, contro
la relazione del segretario, erano stato Gianni Cuperlo e Nicola Latorre.
Quest'ultimo ha chiesto scusa per l'episodio del 'pizzino': «Ho fatto una
sciocchezza ma non accetto l'accusa di tramare nell'ombra e di stare dalla
parte del centrodestra e men che meno l'accetto da Di Pietro che ha attaccato
in più occasioni il capo dello Stato». Sull'alleanza con Di Pietro ancora
attacca Follini, che alla fine vota in solitaria il suo documento che chiede di
rompere l'alleanza con l'ex pm (su cui D'Alema si astiene). Poi Fassino: «Un
partito non è un movimento di opinione o la somma di comitati elettorali, ma
deve avere una base associativa che formi la classe dirigente e regole
individuali e collettive dove il pluralismo ha un senso se ogni parte
contribuisce alla sintesi e la parte non costituisce il tutto». E allo stato
«questo partito ancora non ce l'abbiamo», al punto che «prima di decidere se
fare il congresso sì o no, è meglio verificare lo statuto e che tipo di
congresso verrebbe, perché sennò ci avvitiamo in qualcosa che non è
governabile». Gli interventi si alternano, certo punteggiati da veltroniani in
difesa (Tonini, Martina) e ex popolari molto cauti. Ma quelli che battono il
tempo, oggi, sono i dissensi: Chiamparino annuncia le dimissioni dal governo
ombra (poi Veltroni lo convince a congelarle). Bersani: «Questa idea di un
partito a presa diretta con il paese è un'utopia distruttiva, oltretutto
contraddice la nostra ragione di essere un partito riformista. Se siamo
riformisti la società dobbiamo e vogliamo anche trasformarla e non soltanto
rifletterla». Ma è D'Alema che muove l'affondo più pesante e, uno a uno,
demolisce i cardini del discorso del segretario: «Le vicende giudiziarie
diventano questione morale» quando un partito «è debole» , non è «vero», e ha
una visione politica «appannata». «Di fronte alla disonestà non c'è
l'alternativa vecchio-nuovo, ma quella onesto-disonesto. Ci vuole un partito
che vigili su se stesso e sui propri amministratori; che sappia anche
difenderli quando vanno difesi, ma che li colpisca anche al di là delle
decisioni della magistratura quando si varca il confine della moralità». E poi:
il dipietrismo è minoritarismo, la primarizzazione è «la via per formare un
correntismo di massa», e infine - i popolari si rassegnino - non c'è altra
collocazione in Europa se non in alleanza con il Pse. Roberto Saviano farà la scuola ai
«quadri» democratici E' una delle promesse che Veltroni lancia alla direzione
del Pd. Roberto Saviano, l'autore di «Gomorra», ha accettato di prendere parte
alla scuola di formazione nel Mezzogiorno che il Pd si accinge a organizzare.
La scuola si occuperà di formare «una nuova leva di amministratori» e avrà al centro
«i temi della legalità». «Il sì di Saviano - dice Veltroni - è un segnale di
speranza che dobbiamo incoraggiare e da cui dobbiamo attingere energie». Lo
scrittore però accetta con riserva, senza esclusiva. «Ci sarò - risponde - solo
se il Pd si impegnerà in un doveroso percorso di azzeramento della classe
dirigente (meridionale e non solo) collusa e compromessa, che negli anni ha
purtroppo dimostrato di essere fortemente inadeguata alla realtà territoriale».
«Solo così - prosegue Saviano - tali iniziative si dimostreranno effettivamente
votate al cambiamento. Io sono uno scrittore e non un politico, quindi ho il
privilegio di poter parlare a tutti, dagli studenti di ogni colore alle scuole
di partito, alle accademie, perché prima di ogni differenza c'è la legalità,
che è la premessa assoluta e non la conseguenza della dialettica democratica».
Parole che Fabio Granata, capogruppo di An in commissione cultura alla camera e
vicepresidente dell'antimafia, coglie al volo. «E' giunto davvero il momento di
un fronte unico contro tutte le mafie: per questo invito Saviano a parlare ai
giovani della destra politica, magari il 19 gennaio a Palermo, quando come ogni
anno celebriamo il compleanno di Paolo Borsellino. Sarebbe un segnale
straordinario» Granata, insieme ad altri deputati come Giulietti (Idv), ha già
collaborato con lo scrittore alla recente giornata per la legalità a Casal di
Principe. Anatema Di Pietro: senza di me Pd
candidato a sconfitta eterna Matteo Bartocci ROMA - Veltroni si condanna alla «sconfitta eterna».
Antonio Di Pietro non vera una lacrima per il dibattito lacerante che si è
aperto nel Pd attorno al suo nome. Anzi, l'ex pm fa capire ai suoi di voler
«andare avanti come un treno». Non solo sul terreno a lui più congeniale della
difesa della magistratura ma anche, novità fiutata negli ultimi tempi, sulle
questioni sociali, crisi economia e quant'altro. Il Di Pietro 2009 sarà come
quello del passato ma con una marcia in più in vista della tappa fondamentale
delle europee. «Mi dispiace per lui - dice il leader dell'Idv - ma se Veltroni
parla di due opposizioni diverse si condanna alla sconfitta eterna». E poi
spiega la sua strategia: «Siamo una realtà presente nel paese che vuole
un'alleanza di nuovo conio per creare un'alternativa di governo al modello
piduista di Berlusconi. Un'alleanza - insiste - che non vuole fare
l'opposizione ma vincere le elezioni ha bisogno di consenso e non mi sembra che
il Pd lo stia avendo, sia per le politiche poco trasparenti a livello locale
sia per le indecisioni nelle scelte a livello nazionale». Testardo come un
molisano, punta a rafforzarsi sul territorio e martedì prossimo a Roma
presenterà addirittura i dipartimenti tematici del suo partito, aperti a
personalità, attenzione, anche di partiti di sinistra. «Ma hai visto quanti
voti abbiamo preso in Abruzzo?», si chiede retoricamente. Senza contare che sul
tavolo ha già alcuni sondaggi che lo accreditano addirittura al 9 per cento a
livello nazionale. Non male per uno che sette anni fa era sotto il quorum e
fuori dal parlamento (a dire la verità un senatore lo elesse ma, vecchio vizio
dipietrista nella scelta dei candidati, passò subito a Forza Italia). La rotta
è chiara, l'«opposizione dipietrista», come riconosce apertamente D'Alema alla
direzione del Pd, non mira a strappare consensi al centrodestra quanto,
soprattutto, all'interno del suo schieramento. A Veltroni sulla «questione
morale» e il dialogo con Berlusconi, alla sinistra extraparlamentare su
precari, rapporto con le associazioni e società civile più o meno
post-girotondina. Allude a questo, Di Pietro, quando parla di alleanza di
«nuovo conio», non un legame con altri partiti politici quanto un rapporto
personale, carismatico e populista, con sindacati, realtà associative e
imprenditoriali, «con tutti quelli che soffrono per la crisi economica». La
classica ricerca di consensi ad ampio spettro, in ogni classe sociale. Con il
segretario del Pd da tempo i rapporti sono ai minimi termini. I due non si
cercano e non si sono quasi mai incontrati se non per siglare, alla fine di
estenuanti trattative, la presentazione alle amministrative. Veltroni in
direzione lo sintetizza così: «Da Di Pietro ci separa una visione di lungo
profilo della società e infatti abbiamo due opposizioni diverse per temi,
culture e linguaggi». La convergenza futura, dice, è con l'Udc (di Cuffaro). Il 13 febbraio lo sciopero fa bis - Loris Campetti Il 13 febbraio assisteremo a un evento inedito in Italia:
i dipendenti pubblici e i metalmeccanici faranno in contemporanea il loro
sciopero generale e insieme manifesteranno a Roma, contro altri due soggetti
alleati, il governo e la Confindustria che dettano all'unisono «le regole di un
nuovo modello sociale» e «approfittano della crisi per modificare i rapporti di
potere nel paese. E' una risposta sindacale e politica a chi tenta di mettere i
lavoratori privati contro quelli pubblici». Gianni Rinaldini, segretario
generale della Fiom, legge i rischi che si aprono dentro una crisi economica,
sociale e politica devastante e ricorda alla Cgil, che il 22 riunirà il
direttivo nazionale, che lo sciopero generale del 12 è solo una tappa di un
lungo percorso di lotta: «Seguitare il confronto sulla riforma contrattuale
sarebbe surreale, i lavoratori non lo capirebbero». La Cgil, aggiunge
Rinaldini, «pur con i suoi problemi e le ammaccature, dentro un processo di
liquefazione dell'opposizione politica rappresenta un baluardo democratico, un
punto di tenuta e un riferimento per il disagio sociale del paese». C'è appena stato uno sciopero generale della sola Cgil
con manifestazioni in tutt'Italia di cui si è parlato pochissimo. Che giudizio
ne dai? Nonostante i problemi climatici oltre un milione di
lavoratori ha manifestato a sostegno della nostra piattaforma per affrontare la
crisi più pesante. Nei posti di lavoro lo sciopero è riuscito, la conferma
paradossalmente viene dai grandi media che hanno oscurato la grande
mobilitazione. Puoi star sicuro che se lo sciopero non fosse riuscito la
notizia avrebbe riempito le prime pagine e aperto i telegiornali. Questo atteggiamento
dei media pone un problema delicato: in una situazione così pesante di disagio
sociale qualcuno potrebbe pensare che per fare notizia sia necessario compiere
atti eclatanti. Non penso naturalmente al terrorismo ma a radicalizzazioni un
po' disperate. Come continua la lotta della
Cgil contro le politiche economiche e sociali del governo? Quello
che ci hanno detto i lavoratori in decine di migliaia di assemblee è che
bisogna dare una continuità alle iniziative di lotta perché lo sciopero del 12 non
si riduca a una presenza di pura testimonianza. Abbiamo una grande
responsabilità, accresciuta dalla crisi politica, in particolare delle forze di
opposizione. Siamo di nuovo al ruolo di
supplenza politica della Cgil, di fronte al vuoto lasciato dalla liquefazione
della sinistra? Le dimensioni di questa crisi sono finalmente
evidenti e nessuno potrà continuare ad accusare la Fiom di catastrofismo. Alla
luce degli eventi politici di questi giorni e del clima che determinano credo
che la Cgil sia un punto di riferimento per il disagio sociale del paese,
persino un punto di tenuta della nostra democrazia minacciata. L'intreccio tra
crisi economica e questione cosiddetta morale accentua il distacco della gente,
dei lavoratori da questo mondo politico, determinando una miscela inquietante.
Il voto abruzzese segnato dall'astensionismo rende credibili i sondaggi,
secondo cui anche nelle regioni del nord starebbe letteralmente esplodendo la
disaffezione al voto, in termini sconosciuti nella storia italiana del dopoguerra.
Dobbiamo ribadire il ruolo di presidio democratico della Cgil che viene
caricata di un significato generale, non certo per responsabilità della Cgil,
ma perché essa rappresenta l'unica organizzazione di massa e il principale
ostacolo alle scellerate scelte di politica economica del governo e della
Confindustria. Lo sciopero del 12 ha messo
sotto accusa le politiche di Berlusconi: quelle di Confindustria sono forse
migliori? E' vero che in primo luogo la critica era rivolta al
governo. Ma oggi le scelte governative e quelle confindustriali sono
inscindibili perché hanno in mente la stessa ipotesi politico-sociale. Hanno un
obiettivo esplicito, come dimostra la moltiplicazione degli accordi separati
che ormai, dall'industria al pubblico impiego, riguardano l'80% dei lavoratori
italiani. L'obiettivo è l'isolamento della Cgil, che con le sue iniziative di
lotta ha aperto una nuova fase. Il messaggio è «o stai dentro il modello a cui
tendono Berlusconi e Marcegaglia o sei fuori». A chi parla lo sciopero congiunto che avete deciso con la Funzione
pubblica per il 13 febbraio? Alla Cgil? No, lo sciopero generale di
otto ore con manifestazione congiunta a Roma di meccanici e pubblici era già
stato deciso per il 12 dicembre, poi venne rinviato in seguito alla decisione
confederale di fare in quella data uno sciopero generale di tutte le categorie.
L'averlo riconfermato serve a dare continuità alle iniziative di mobilitazione
della Cgil. La situazione economica e sociale del paese sta precipitando
rapidamente e le risposte politiche sono, prima che inadeguate, sbagliate. Due
esempi: il documento riservato della Confindustria apprezzato dal governo e che
il manifesto ha pubblicato, sul testo unico sulla sicurezza è vergognoso, e
l'attacco alle pensioni avviato con la pretesa di alzare a 65 anni l'età per le
lavoratrici lascia intendere un'aggressione a tutto campo agli accordi del 23
luglio sul welfare. Vogliono mettere mano ai coefficienti e ai lavori usuranti
per stringere le maglie. Come ci attrezziamo ad affrontare questa emergenza?
Secondo noi, tenendo insieme le misure di emergenza contenute nella nostra
piattaforma - blocco dei licenziamenti, estensione degli ammortizzatori sociali
a tutti i lavoratori e sospensione della Bossi-Fini - e la lotta contro chi approfitta
della crisi per disegnare i profili di un nuovo modello sociale, rendendo
strutturale la precarietà, cancellando l'articolo 18, utilizzando lo strumento
dei sussidi di disoccupazione. In questo contesto, l'iniziativa unitaria con la
Funzione pubblica è tesa a impedire la rottura a cui lavora il governo tra
dipendenti pubblici e privati, utilizzando ora gli uni ora gli altri per
abbattere i diritti di tutti. Gli accordi separati, infine, mettono al centro
della nostra discussione l'esigenza di definire nuove regole sulla democrazia e
la rappresentanza. Ha ancora senso parlare di
un tavolo di trattativa con la Confindustria sulla riforma del sistema
contrattuale? Non ha alcun senso. Attraverso gli accordi separati
governo e Confindustria stanno cancellando il valore universale dei contratti,
cioè l'universalità dei diritti. Puntano a trasferire ogni materia relativa al
mercato del lavoro e agli ammortizzatori sociali agli enti bilaterali, in una
logica fondata sui patti corporativi, per cui le imprese devono essere negli
enti bilaterali e i lavoratori devono iscriversi ai sindacati firmatari.
Nell'emergenza vogliono ridisegnare il modello sociale e per la Cgil questo non
può essere un terreno di confronto. Come
pensi che un sindacato, per quanto forte e rappresentativo, possa sperare di
strappare modifiche importanti senza sinistra e di fatto senza opposizione nel
parlamento? Rovescio la tua domanda: per riaprire una vera
discussione politica sui processi in atto è essenziale un ruolo centrale e una
tenuta della Cgil. Il percorso opposto non è più possibile. Nuovo crollo: -12% gli ordini alle
fabbriche ROMA - L'industria subisce una nuova, pesante, battuta di
arresto. Ieri sono stati diffusi i dati Istat riferiti al mese di ottobre, e
sono la piena certificazione che la crisi dell'economia reale (seguita a quella
finanziaria) è entrata nel suo periodo virulento: l'indice del fatturato ha
segnato un calo del 5,9% su base tendenziale, e del 4,3% rispetto al mese
precedente. In netto calo anche gli ordinativi, che segnano una contrazione del
12,2% su base annua e del 5,4% su base congiunturale. Va notato che il calo
tendenziale è il più forte mai avuto da dicembre 2001 (quando venne registrata
una contrazione del 13,5%). Guardando ai raggruppamenti principali di
industrie, si può vedere un fatturato in crescita praticamente solo nel settore
dell'energia, grazie alla media con i primi mesi dell'anno (+2,3% rispetto ad
ottobre 2007). Si sono invece registrate variazioni negative per beni
strumentali (-10,9%), beni intermedi (-5,6%), e di consumo (-3,8%); -8,2% hanno
segnato i beni durevoli e -2,8% quelli non durevoli. Sempre sul fronte
fatturati, guardando ai singoli settori, le flessioni più significative si sono
registrate nella produzione di mezzi di trasporto (-18,5%), nel tessile e
abbigliamento (-12,2%), nella produzione di articoli in gomma e materie
plastiche (-11,3%), e di macchine e apparecchi meccanici (-10,2%). Molto
pesanti anche gli ordinativi: - 36,7% la produzione di mezzi di trasporto;
-18,9% la produzione di macchine e apparecchi meccanici; -17,25% le industrie
tessili e dell'abbigliamento. L'analisi per macro-aree, che si concentra sulle
principali tipologie di beni, evidenzia un altro aspetto collegato con
l'attuale fase economica: i fatturali realizzati nel settore energia sono
precipitati in ottobre, segnando un -9,7% rispetto a settembre. Una conseguenza
diretta della forte e repentina discesa del petrolio, passato dai record di
metà luglio, quando il barile superò i 147 dollari, a quotazioni intorno ai
60-65 dollari di ottobre. I sindacati chiedono interventi urgenti. «È
essenziale - afferma Susanna Camusso (Cgil) - che il governo attivi
provvedimenti rivolti ad alimentare i redditi, l'occupazione e il riavvio degli
investimenti». Gianni Baratta (Cisl) chiede «un tavolo di confronto con il
governo per promuovere iniziative a favore della tutela dei redditi,
dell'occupazione», ma anche a «sostegno del credito e delle piccole e medie
imprese». Nel 2008 è tornata a crescere l'evasione
fiscale: più 30% ROMA - Con il governo Berlusconi, l'evasione fiscale è
tornata a schizzare verso l'alto. I dati diffusi ieri dalla Guardia di finanza
sono preoccupanti. I redditi non dichiarati nel 2008 sono pari a 27,5 miliardi
di euro. Sono ben 6.414 gli evasori totali, con redditi evasi per 8,8 miliardi
di euro (+30% rispetto al 2007). Le Fiamme gialle hanno accertato evasioni
all'Iva per 4,3 miliardi e violazioni all'Irap per 19,4 miliardi (anche in
questo caso, il 30% in più). Nel 2007, comunque, il numero degli evasori totali
era stato superiore (era di 8.262 persone) per una base imponibile di 9,4
miliardi di euro. «Un calo generale del numero degli evasori totali scoperti
nelle varie aree, pari in media al 24%» - ha spiegato la Gdf - «anche se quelli
sottoposti a verifica negli ultimi 11 mesi hanno una consistenza economica
superiore al passato». Nota bene: gli ultimi 11 mesi. Ma ieri la Guardia di
finanza ha dato un altro numero che dovrebbe parlare al governo: se si facesse
una lotta all'evasione ancora più serrata, si potrebbero recuperare «80-90
miliardi di euro». È il comandante generale della Guardia di finanza, il
generale Cosimo D'Arrigo, a sottolineare che «il ministero dell'Economia e
delle finanze stima grossomodo l'evasione fiscale a un livello di 220-250
miliardi di euro. Su questa cifra si potrebbe anche stimare che quello che lo
Stato potrebbero recuperare da questo imponibile che viene sottratto al fisco è
qualcosa come 80-90 miliardi di euro». Con una somma del genere «o anche con
molto meno, potremmo superare tranquillamente tutte quante le finanziarie e
guardare al futuro - ha aggiunto il capo delle Fiamme gialle - con un ottimismo
notevole. Il governo potrebbe adottare provvedimento forti, molto più incisivi
di quelli che è in condizione di adottare per venire incontro alle esigenze dei
cittadini e anche alle esigenze della finanza e dei mercati». Queste ultime
sono ovviamente opinioni di D'Arrigo, ma l'elemento che conta davvero è la
quantificazione di gettito «recuperabile» stimato dagli organi ufficiali
deputati a contrastare l'evasione. C'è poi il capitolo, niente affatto
indifferente, del lavoro nero, che ovviamente con l'evasione fiscale va spesso
a braccetto: gli imprenditori risultati non in regola sono stati 5.033, e 172
di loro hanno occupato manodopera in nero pari o superiore al 20% del totale
dei dipendenti. Il numero di imprese scoperte a ingaggiare dipendenti al di
fuori delle regole è aumentato del 41% rispetto al 2007. Complessivamente, i
lavoratori in nero individuati dalle ispezioni sono risultati 16.612, quelli
irregolari 14.497. Ingenti, e in crescita, anche le frodi fiscali, in
particolare quelle ai fondi Ue. Per le frodi fiscali penalmente rilevanti, che
hanno portato alla denuncia di quasi 7.400 persone, è stato rilevato un aumento
dell'Iva evasa mediante l'emissione e l'utilizzo di fatture per operazioni
inesistenti, pari a 2,3 miliardi (+45%). Ammontano invece a 1,9 miliardi le
truffe rispetto a incentivi e fondi comunitari. In particolare, le frodi al
bilancio comunitario sono aumentate del 91%. Caso Englaro. Il padre alla stampa e ai
politici: fermatevi Mariangela Maturi MILANO - «Fermatevi un attimo a riflettere». Ieri Beppino
Englaro ha chiesto a stampa e politica di fermare il clamore che si consuma
intorno alla sorte di sua figlia. Sta aspettando che la clinica «Città di
Udine» decida come procedere, dopo che la Regione Friuli Venezia Giulia ha
deciso di astenersi dal prendere una posizione sulla vicenda: «Ribadiamo il
nostro apprezzamento per il Friuli e per la casa di cura che ha dato la propria
disponibilità ad accogliere Eluana - ha detto il signor Englaro - Attendiamo
con fiducia il chiarimento di ogni ulteriore dubbio». Ieri la Regione ha fatto
sapere che non si assumerà responsabilità sulla decisione della clinica
rispetto ad un eventuale ricovero di Eluana Englaro per la sospensione
dell'alimentazione forzata, dopo che la struttura aveva chiesto la garanzia del
sostegno dell'ente regionale per procedere. Il presidente della Regione Renzo
Tondo ha dichiarato che «c'è stato un intervento del governo che ho giudicato
legittimo ma di fatto non efficace. Così come il governo secondo me doveva
astenersi, così si asterrà la Regione», riferendosi alla circolare di tre
giorni fa con cui il ministro Sacconi ha vietato alle cliniche del servizio
sanitario nazionale di interrompere l'alimentazione forzata a chicchessia.
L'ambulanza che in quello stesso giorno doveva trasferire Eluana da Lecco a
Udine non è mai partita. La scelta della Regione di non intervenire è dettata
dalla considerazione che «questa è una vicenda fra privati - ha dichiarato
Tondo - c'è un privato cittadino che ha avuto da parte della Cassazione la
possibilità di esercitare un diritto e ritiene di esercitarlo prendendo
autonomamente e individualmente contatto con la struttura privata che ha dato
la sua disponibilità». Che Tondo sia stato un Ponzio Pilato o sia stato
costretto a prendere questa posizione, ora tutto dipende dalla clinica, ma fino
a lunedì la partita sembra ferma. La famiglia Englaro e i suoi legali non
possono che rimanere in attesa. «Io sono sempre stata ottimista - ha detto
Franca Alessio, curatrice speciale di Eluana - ma ora non so cosa pensare. Non
si può reggere questo ritmo di aperture e chiusure. La clinica potrebbe dire
che volevano una garanzia dalla Regione, e ora questa garanzia non c'è». Ieri i
Radicali italiani, l'associazione «Luca Coscioni» e «Nessuno tocchi Caino»
hanno depositato una denuncia alla Procura contro Sacconi per violenza privata
attraverso la minaccia «ingiusta, implicita ma quanto mai chiara» alla clinica.
L'atto fa anche riferimento alla «tempistica» del provvedimento, che «mirava
evidentemente a costringere i sanitari ad omettere di procedere».
Pierferdinando Casini difende il ministro dalla denuncia: «Il suo è stato un
atto di coraggio che condivido appieno», ha dichiarato, mentre Luca Volontè
dell'Udc è convinto che il governo sia ancora in tempo per approvare un decreto
«salva-vita per Eluana». In Friuli, dieci preti hanno firmato una lettera e
dichiarato di non condividere la posizione di chi definisce omicidio «una
scelta drammatica vissuta nell'ambito di una relazione di amore», provocando
l'anatema del vescovo di Trieste Eugenio Ravagnini. Parla anche il presidente
della Camera Gianfranco Fini: «Il Parlamento non può sfuggire ad un dovere che
è quello di legiferare. Il vuoto che esiste in questa materia non può essere
colmato né da un intervento amministrativo, né da un intervento giudiziario.
L'intervento di Sacconi diventa legittimo nel momento in cui non esiste una
legge». E mentre Eluana, sul settimanale «Io donna», finisce tra le dieci donne
del 2008 «perchè ha portato all'ordine del giorno un problema etico e giuridico
con il quale la politica dovrà fare i conti», la sua famiglia attende una
risposta, e chiede silenzio. Mosca chiede agli Stati Uniti un passo
indietro, forse è il disgelo Mosca apre a Washington. Secondo quanto riportato ieri
dall'agenzia Interfax, il generale Nikolai Solovtsov, comandante delle forze
missilistiche strategiche di Mosca, si è dichiarato disponibile a rinunciare al
«costoso» piano di rinnovamento dell'arsenale strategico russo in cambio
dell'abbandono da parte del Pentagono del progetto dello scudo antimissile in
Europa orientale. La Russia promette dunque di rispondere in maniera «adeguata»
se il dipartimento della difesa Usa farà un passo indietro sulla «Terza
posizione», ovvero l'installazione in Polonia e in Repubblica ceca
rispettivamente di batterie di missili intercettori e di un radar. Il
cosiddetto scudo, finalizzato secondo gli Usa a prevenire gli attacchi degli
«stati canaglia» - come l'Iran e la Corea del Nord - è invece sentito dal
Cremlino come una minaccia nei propri confronti. Quello di ieri è un segnale
diretto al presidente entrante Barack Obama, che - si auspicava il capo di
stato russo Medved qualche giorno fa - potrebbe avere migliori orecchie del suo
predecessore Bush. Lo scudo ha causato sin dalla sua approvazione un alto
livello di tensione, che ha portato molti a rievocare la guerra fredda. La
polemica si accende in Russia, ma anche in Polonia e in Repubblica Ceca, dove
nei mesi scorsi i deputati di sinistra hanno protestato in Parlamento contro
l'installazione del radar. Non solo, anche i democratici Usa erano in parte
contrari al costoso progetto. Appunto, la Russia prova ora a sfruttare il
passaggio del potere alla Casa Bianca per allentare le tensioni, e anche per
tirare il fiato, in tempo di crisi, rispetto alle spese militari. E' quanto
dice Solotsov: «Oggigiorno non esistono ragioni ideologiche per un confronto»,
segnando in ogni caso un cambio di clima rispetto alle dichiarazioni di solo
pochi giorni fa del generale stesso, che annunciava la sostituzione dei vecchi
missili sovietici con nuovi e potenti arsenali. Ma anche rispetto alla minaccia
avanzata dal Cremlino nei mesi scorsi di rispondere allo scudo piazzando dei
razzi nella regione di Kaliningrad, al confine con l'Ue. Sempre ieri Berlusconi
ha fatto sapere che l'Italia lavorerà per «evitare il ritorno della guerra
fredda». Regali armati Usa sotto l'albero dell'Anp –
Michele Giorgio BETLEMME - Sotto l'albero di Natale gli abitanti di
Betlemme non troveranno il «benessere» di cui si parla tanto ma centinaia di
uomini scelti delle Forze di sicurezza nazionali (Fsn), addestrati dai giordani
con 160 milioni di dollari messi a disposizione dal Congresso, sotto la
supervisione del generale Usa Keith Dayton, incaricato dall'Amministrazione
Bush di «riorganizzare» le agenzie di sicurezza palestinesi e che verrà quasi
certamente riconfermato da Barack Obama. Il sindaco della città, Victor
Batarseh, non ne sa nulla - «non sono stato informato dell'arrivo di truppe
speciali», ha detto al manifesto - e all'oscuro di tutto sono anche le autorità
di polizia che, sostengono, si sono limitate a chiedere l'abituale rinforzo di
agenti semplici in occasione delle festività natalizie. Più informato di loro
su ciò che accade (e accadrà) in Cisgiordania è il portavoce di Dayton - ci ha
chiesto di non rivelare la sua identità - comodamente alloggiato al David
Citadel Hotel di Gerusalemme, divenuto una sorta di ufficio informale degli
addetti militari e di sicurezza statunitensi in Israele e nei Territori
occupati. «Non c'è ancora una conferma definitiva ma Israele e Anp sono ad un
passo dall'intesa per il dispiegamento anche a Betlemme di centinaia di uomini
scelti (900 secondo indiscrezioni, ndr)», ci ha riferito il portavoce. «In
altre città, come Jenin e Hebron - ha spiegato - le cose stanno andando bene,
gli agenti scelti palestinesi e i loro comandanti stanno facendo un buon lavoro
e gli israeliani sono soddisfatti. Non prevedo intoppi, il dispiegamento è cosa
fatta anche a Betlemme». Il portavoce non è voluto entrare nei particolari del
«buon lavoro» che stanno facendo i reparti della Fsn spediti in giro per la
Cisgiordania - circa 2.000 agli ordini del generale Diab al Ali, entro la
prossima primavera diventeranno almeno 2.500 - e si limita a riferire di «lotta
alla criminalità, di arresti di spacciatori di droga, di mantenimento
dell'ordine pubblico». Ma per tutto questo c'è già la polizia civile,
addestrata con il programma Eupol, e, in ogni caso, i palestinesi della
Cisgiordania sanno bene che la Fsn ha per compito principale la repressione
degli oppositori politici, quelli di Hamas in particolare. D'altronde è noto
che, nell'ultimo anno, assieme ai tanti «ladri e spacciatori» di cui parla il
portavoce americano, sono finiti in manette circa 400 attivisti veri e presunti
del movimento islamico (che da parte sua, a Gaza, non manca di sbattere in
galera qualche avversario di Fatah, sempre in nome del rispetto della legge).
Detenuti speciali che vengono rinchiusi non nelle prigioni della polizia civile
ma nelle basi del mukhabarat (il servizio segreto). Gli Stati uniti mantengono
una posizione ambigua sulle finalità dell'addestramento delle truppe scelte
palestinesi. Lo stesso Dayton - ex addetto militare in Russia, ha anche
partecipato alla ricerca delle inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq
- parla a due voci, una per i palestinesi e l'altra per gli israeliani. In
un'intervista del 27 ottobre, pubblicata dal quotidiano di Ramallah al Ayyam,
il generale americano spiegò la sua missione come un «impegno degli Stati uniti
per assicurare il futuro delle famiglie palestinesi.. e per la nascita di uno
Stato di Palestina indipendente». Il primo passo, aggiunse, «è la sicurezza,
poi verrà la crescita economica e la stabilità», ma evitò di rispondere a
qualsiasi domanda su un suo ruolo nella lotta ad Hamas. Ben diverso è stato il
tono che Dayton ha usato in un'altra intervista, concessa qualche giorno fa al
quotidiano Jerusalem Post, per assicurare che gli agenti palestinesi non
rivolgeranno mai le loro armi contro lo Stato ebraico, perché «non sono qui per
imparare a combattere contro l'occupazione israeliana» ma per affrontare non
meglio precisati «cattivi». Il focus, ha detto il generale Dayton, «è sugli
elementi (Hamas, ndr) della società palestinese che infrangono la legge
dell'Anp». «Nulla che io e la mia squadra facciamo qui comprometterà la
sicurezza dello Stato di Israele», ha garantito. L'addestramento della Fsn,
come tutti già sapevano, serve solo alla guerra interna palestinese. Natale a Betlemme, un affare per pochi - Michele Giorgio BETLEMME - In Piazza della Mangiatoia il tradizionale
albero di Natale è addobbato con fili dorati e luci colorate, le vetrine dei
negozi sono piene di prodotti natalizi, le comitive di turisti affollano la
Chiesa della Natività e l'atmosfera in città è piacevole, grazie anche
all'insolito clima primaverile di questi ultimi giorni. Betlemme finalmente
respira in attesa del Natale più sereno e generoso di questi ultimi anni ma la
resurrezione della città palestinese, prigioniera dentro il muro costruito da
Israele, è ancora lontana. «Certo, nessuno può negare che questo Natale sarà
migliore rispetto a quelli, ad esempio, del 2002 o del 2003 (in piena Intifada,
con i carri armati israeliani stazionavano nei pressi della Chiesa della
Natività, ndr), ma i problemi di Betlemme non sono svaniti» dice al manifesto
il sindaco, Victor Batarseh, palestinese cristiano eletto con i voti dei
consiglieri del Fronte popolare per la liberazione della Palestina e del
movimento islamico Hamas. «Le potenzialità turistiche della città sono sempre
limitate dal muro, le confische dei terreni (da parte degli israeliani)
proseguono e per un abitante di Betlemme ottenere un permesso per recarsi a
Gerusalemme è sempre molto difficile», prosegue il sindaco, sottolineando che
la crescita del numero dei turisti - che ha superato quest'anno un milione e
200mila - è frenata non tanto dai controlli in entrata nella città ma dalle
interminabili attese in uscita ai posti di blocco israeliani. «Tutto ciò causa
danni alle agenzie turistiche palestinesi e all'intera città - continua
Batarseh - di fronte alla prospettiva di rimanere in coda per ore, le guide
limitano al minimo il tempo di permanenza di pellegrini e turisti a Betlemme».
In questi ultimi giorni, quotidiani e televisioni hanno fatto un quadro
idilliaco del Natale a Betlemme, popolata in maggioranza da musulmani e con una
minoranza cristiana (30% degli abitanti) in diminuzione ma che continua ad
avere il controllo di gran parte del turismo e dell'artigianato del legno
d'olivo, una delle produzioni più tipiche della città. In Piazza della
Mangiatoia quest'anno si attendono 30-40mila turisti e gli albergatori
riferiscono di prenotazioni per quasi tutti i 4mila posti letto che Betlemme
mette a disposizione dei visitatori. Un piccolo boom che contrasta con le
scarse presenze degli anni passati e la chiusura forzata di hotel e ristoranti.
«La maggiore collaborazione tra agenzie turistiche, le Chiese cristiane e il
ministero del turismo dell'Anp hanno prodotto questo buon risultato ma siamo
ben lontani da quello che servirebbe alla città per il suo sviluppo. La
disoccupazione è calata ma resta elevata in una città che avrebbe tutto per
dare lavoro in abbondanza alla sua popolazione attiva», afferma il sindaco
Batarseh sottolineando di non aver ancora registrato una vera disponibilità
israeliana nei confronti di Betlemme. I commercianti di souvenir, come i
proprietari del negozio «Giacaman Brothers», sulla Piazza della Mangiatoia,
sono ancora più espliciti del sindaco nello smentire che in città sia arrivato
il benessere. «Ci sono tanti turisti, come non se ne vedevano da anni - dice
Joseph Giacaman - ma non vanno oltre le preghiere nella Chiesa della Natività e
una rapida visita ad altri siti cristiani. I negozi qui in centro i turisti
nemmeno li guardano perché le guide provenienti da Israele o quelle palestinesi
che lavorano per tour operator israeliani, li ammoniscono, per motivi di
sicurezza, dall'allontanarsi dal gruppo e, successivamente, li portano in
tre-quattro grossi di bazar alla periferia della città che sono pronti a pagare
generose commissioni». Pochi palestinesi, ben collegati agli operator
israeliani, riescono perciò a trarre ottimi profitti dal Natale a Betlemme.
George, proprietario di un negozio in via Milky Grotto, calcola in almeno il
50% la percentuale che guide ed autisti ricevono sulla vendita (a prezzi
elevati) di un singolo souvenir. Peggiore è la condizione dei commercianti dei
quartieri della città vicini al muro che separa Betlemme da Gerusalemme. Il
piccolo boom e il Natale imminente con le sue migliaia di turisti, non bastano
a far riaprire i tanti negozi che hanno dovuto abbassare le saracinesche in
questi ultimi anni. «Sono decine gli esercizi commerciali che hanno chiuso in
quella parte della città - ricorda un portavoce della Camera di Commercio di
Betlemme - fino a qualche anno fa era una delle aree più floride perché il
traffico da Gerusalemme verso la Cisgiordania meridionale passava in buona
parte in quella zona. Le prospettive di riapertura di quei negozi sono nulle
perché l'area vicina al muro di fatto è morta». Oggi per raggiungere Betlemme
bisogna superare i controlli asfissianti - gestiti da una società privata di
sicurezza - effettuati al posto di blocco israeliano, all'ingresso della città,
che nel corso del tempo è diventato un vero e proprio valico di confine. In
automobile è relativamente più semplice rispetto ai «security checks» che si
subiscono quando si transita a piedi. In uscita le procedure sono decisamente
più rigide, anche per gli automobilisti. «Sono il sindaco di Betlemme, una
autorità che l'esercito israeliano afferma di riconoscere ma la mia carica non
mi salva da lunghi controlli - riferisce Batarseh - qualche giorno fa ero
diretto a Gerusalemme e al posto di blocco le guardie di sicurezza mi hanno
ordinato per ragioni di sicurezza di togliermi alcuni indumenti. E se questo
accade al sindaco, potete immaginare i controlli ai quali è sottoposto un
cittadino qualunque». Con il Natale alle porte, non manca chi annuncia
scherzosamente che un giorno passerà attraverso il muro ricorrendo alla magia.
«Sono un prestigiatore professionista e visto che gli israeliani non mi danno
il permesso per esibirmi a Gerusalemme, allora farò ricorso alla magia - proclama
Elias Hazanyeh - attraverserò il muro dell'apartheid allo stesso modo in cui
David Copperfield ha superato la Muraglia cinese». Chissà, potrebbe risultare
una impresa più facile dell'ottenimento di un semplice permesso. Argentina. Marcia indietro della
magistratura: i militari aguzzini restano in galera - Claudio Tognonato Grande commozione e sdegno ha suscitato ieri in tutto il
mondo la decisione della magistratura argentina di scarcerare una ventina
d'imputati nella causa Esma (principale campo di concentramento durante la
dittatura 1976-83), tra cui Alfredo Astiz e il «Tigre» Acosta. A tarda serata,
di fronte alle pressioni del governo e della società civile la misura è stata
sospesa. Resta però il problema, ancora oggi molti dei processi ai responsabili
di crimini contro l'umanità non hanno sentenza definitiva. I governi che si
sono succeduti alla dittatura, attraverso varie leggi e indulti hanno evitato o
bloccato i processi fino al 2003, quando Néstor Kirchner ha scelto di fare dei
diritti umani uno dei pilastri del suo governo. Quando hanno lasciato il potere
i militari hanno distrutto ogni prova, i corpi dei desaparecidos sono oggi per
lo più scomparsi, i luoghi della detenzione e tortura sono stati rasi al suolo
e ricostruiti. Grazie a tutto ciò, per l'enorme potere di cui i militari hanno
goduto e le diffuse complicità, i processi contro di loro devono affrontare
innumerevoli ostacoli. Non ultimo le minacce a cui sono sottoposti i testimoni.
Intimidazioni arrivate perfino alla scomparsa di Julio López, testimone nel
processo contro l'ex commissario Miguel Etchecolatz, poi condannato
all'ergastolo. Da oltre due anni Julio López è il primo desaparecido dell'era
democratica. La causa Esma è particolarmente complessa e voluminosa, si parla
di megacausa e i tempi di carcerazione preventiva sono stati più volte
prorogati. La Corte, accusata dai Kirchner di rallentare i processi, ora voleva
liberare gli imputati per scadenza dei termini della carcerazione preventiva.
Giovedì, mentre il presidente Cristina Fernández Kirchner consegnava ad una
superstite di Auschwitz, il premio Azucena Villaflor, che porta il nome della
fondatrice delle Madri di Plaza de Mayo, la magistratura argentina decideva di
non rinnovare la carcerazione preventiva di alcuni militari accusati di
centinaia di casi di sequestro, tortura e desaparicion. Il caso vuole che
proprio Azucena Villaflor sia stata sequestrata da Astiz, detto l'Angelo della
Morte. Cristina Kirchner si trovava all'Esma quando ha ricevuto la notizia.
Sconvolta, ha criticato duramente la decisione. «Un giorno di vergogna per gli
argentini, per l'umanità e per la magistratura» ha detto. «Spero - ha aggiunto
- che lo stesso sistema giudiziario riesca a porre rimedio. Ne va della sua
dignità». Ieri a Buenos Aires varie organizzazioni di diritti umani si sono
date appuntamento davanti ai tribunali per protestare contro la misura. In una
conferenza stampa, Eduardo Duhalde, Segretario di Diritti Umani del governo, ha
dichiarato che avrebbe sollecitato l'intervento del Consiglio Superiore della
Magistratura perché proceda contro i giudici della II sezione penale della
Corte di Cassazione, che avevano deciso la scarcerazione. Infine Duhalde ha
lanciato una dura accusa contro alcuni membri del potere giudiziario che
continuano a far parte della magistratura ma cospirano contro di essa. «Ci sono
ancora, al suo interno, uomini che furono nominati durante la dittatura
militare in quanto partecipi della stessa ideologia repressiva». L'ordine di
scarcerazione non era stato ancora reso esecutiva quando, dopo l'intervento del
Segretario dei diritti umani, il massimo tribunale penale, di fronte ad uno
scritto del Pm Raul Plee, ha deciso di sospendere la sentenza di scarcerazione.
Astiz è noto anche nel nostro paese, dove è stato processato e condannato
all'ergastolo per la scomparsa di tre italiani. Se fosse liberato potrebbe
essere colpito da mandato di cattura internazionale. Liberazione – 20.12.08 Napoli, interrogati gli assessori. Trema
Roma, Alemanno: «Chiarezza» - Antonella Palermo Napoli - Ieri è stata la volta degli interrogatori di
Felice Laudadio, assessore all'edilizia del Comune di Napoli, ora sospeso dal
suo incarico e attualmente ai domiciliari in seguito all'inchiesta sul Global
Service condotta dalla Procura di Napoli e di Ferdinando Di Mezza, ex assessore
al Patrimonio del Comune di Napoli, anch'egli ora sospeso, e di Enrico
Cardillo, ex assessore alle risorse strategiche. Dovrebbe, invece, essere
sentito nella giornata di oggi Giuseppe Gambale, ex assessore all'Istruzione,
il cui legale ha chiesto qualche ora in più per poter studiare le 584 pagine
che compongono l'ordinanza. I tre ex componenti della giunta napoletana hanno
sostanzialmente negato di aver mai concretamente concordato le linee e le
condizioni della delibera da 400 milioni di euro per l'affidamento in global
service della manutenzione delle strade alle imprese di Alfredo Romeo. I
rapporti di conoscenza, o anche di frequentazione, con l'imprenditore erano
soltanto, hanno spiegato in pratica, una conseguenza dell'indubbio interesse
che l'amministrazione aveva verso le sue imprese almeno in considerazione del
"curriculum" che poteva vantare e delle altre concessioni in diverse
città d'Italia da parte di numerose amministrazioni ed enti locali. C'è anche
una parte di indagine destinata a finire al vaglio degli inquirenti della
capitale, per competenza territoriale, che riguarda la posizione di alcuni
magistrati partenopei. Alla procura di Roma, intanto, è stato escluso che ci
siano fascicoli processuali aperti sull'imprenditore Alfredo Romeo al di là di
quello riguardante le presunte pressioni che sarebbero state esercitate sui
colleghi dall'ex presidente della prima sezione del tribunale di Napoli
affinché fosse ammorbidita la posizione dell'imprenditore in merito ad alcuni
abusi edilizi compiuti su una spiaggia demaniale che si trova proprio davanti
alla sua villa di Posillipo. Nella capitale, intanto, il sindaco Alemanno
prende le distanze dal caso e ribadisce i motivi che lo hanno spinto a revocare
l'appalto sulla manutenzione delle strade. «Stiamo verificando tutte le altre
cose, compreso gli alloggi popolari, e lo stiamo facendo a 360 gradi per tutte
le imprese e tutto quello che abbiamo ereditato. Se troviamo cose buone le
mandiamo avanti, altrimenti le revochiamo» ha detto durante il brindisi di
Natale con la stampa. A Napoli, invece, si discute sul futuro della giunta
Iervolino e immancabilmente, di quella Bassolino. Il governatore della Regione
ieri è intervenuto alla direzione nazionale del Pd. «A Napoli e in Campania -
ha detto - credo sia importante cercare una ridefinizione programmatica e una
selezione degli obiettivi per rendere più chiaro non solo se è giusto o meno
restare, ma anche per che cosa vale la pena insistere nell'interesse dei
cittadini». E se non si può negare che «a Napoli e in Campania una tempesta
seria c'è», a questa tempesta, ragiona Bassolino, bisogna rispondere, appunto,
con una «ridefinizione programmatica da parte delle amministrazioni di
centrosinistra». Inoltre, ha aggiunto, «nel pieno rispetto della magistratura
occorre, come istituzioni e come partito, una forte iniziativa». Rosetta
Iervolino, dal canto suo, intende procedere ad una rivisitazione della giunta
che non passerà per l'azzeramento totale (come si era inizialmente pensato e
che qualcuno aveva e ha chiesto anche nelle ultime ore come segnale di decisa
discontinuità), forte dell'appoggio del suo partito e degli altri partiti della
coalizione. Se dovesse fallire, fa sapere, sarebbe pronta a fare l'avvocato. «Privatizzare non è servito. L'antidoto è
più democrazia» Roberto Farneti «In Italia si torna a parlare di appalti e corruzione ma
il vero problema che sta dietro a tutto ciò è che questo paese è stato
espropriato dalla democrazia». Marco Bersani, dirigente di Attac Italia, offre
una lettura diversa degli scandali che in questi giorni vedono coinvolte alcune
amministrazioni locali guidate dal centrosinistra. Attac è da sempre in prima fila nella battaglia contro la privatizzazione
dei servizi pubblici. Negli ultimi anni molte attività prima svolte dagli enti
locali sono state esternalizzate per risparmiare. Si è fatto credere che
bastasse appaltare certi lavori ai privati - manutenzione delle strade, rete
fognaria, pulizie - per eliminare gli sprechi e assicurare una corretta
gestione delle risorse pubbliche. Le inchieste della magistratura adesso
sembrano però smentire questo assunto un po' apodittico... Noi
abbiamo avuto la stagione di Tangentopoli che ha messo in luce la corruzione
che allora c'era nel pubblico, in particolare di chi ricopriva cariche
politiche. Non a caso nel '92 comincia anche la stagione delle grandi
privatizzazioni, che in un primo momento investe i settori dell'intervento
statale nell'economia per poi arrivare ai servizi pubblici locali. Il risultato
è che se allora era la politica che taglieggiava l'economia, oggi è l'economia
che taglieggia la politica. E' stupefacente come gli amministratori siano agli
ordini dei potentati economici. E' successo che in questo frattempo si è
svuotato il concetto di spazio pubblico, si sono costruite le spa - dove
comandano i consigli di amministrazione e i consigli comunali sono tenuti fuori
dalle più grosse decisioni - e ciò ha comportato che, città per città, si sono
costruiti dei piccoli potentati (in cui c'è una commistione fortissima tra
imprenditori e amministratori) che, in buona sostanza, si dedicano al
saccheggio delle risorse pubbliche. Abbiamo sempre detto che il problema non è
che, se c'è una cosa da fare, bisogna decidere se la fa meglio il pubblico o il
privato. Pubblico e privato hanno obiettivi diversi. Il pubblico può anche
funzionare male ma il privato, anche quando funziona bene, ha solo l'obiettivo
della redditività economica. Questo spesso entra in contrasto con il concetto
di servizio pubblico. L'esempio viene da
Roma, dove è sotto accusa l'affidamento della manutenzione stradale con la
procedura del massimo ribasso. Se certi lavori li svolgesse il Comune, con i
propri operai, probabilmente costerebbero di più. Basta però che piova un po',
che le strade di Roma si riempiono di buche. Come mai? Perché chi si aggiudica
l'appalto a poco prezzo tenta di recuperare i soldi da un'altra parte: sulla
qualità dei materiali che usa, sul costo del lavoro o su quante buche sistema
in un giorno. Ma per l'ente locale questo è un finto risparmio... Non
solo: c'è tutta la pratica del subappalto. Il grande soggetto vince la gara ma
poi affida il lavoro ad altri. Per cui quello che alla fine andrà sulla strada
a tappare le buche, sarà per forza precario, sottopagato e lavorerà con mezzi
assolutamente insufficienti. Non si tratta di casi singoli. C'è proprio una
cultura che va modificata alla radice. Per questo dico che le decisioni devono
tornare nei luoghi dove sia possibile un controllo sociale. Come minimo nei
consigli comunali, anche se per me l'optimum è la partecipazione diretta dei
cittadini. Altrimenti assistiamo a elezioni che servono semplicemente a
delegare il saccheggio dei beni pubblici a un potentato economico in gara con
un altro. Al tempo stesso occorre fare una battaglia grossa perché agli enti
locali vengano dati finanziamenti adeguati. Il taglio delle risorse operato in
questi anni ha spinto le amministrazioni ad esternalizzare più servizi
possibili. Ma più aumenta il contatto tra pubblico e impresa privata, più
crescono i rischi di corruzione. Bisogna inoltre definire i servizi essenziali
per i cittadini che non possono assolutamente essere ceduti al mercato:
rifiuti, acqua, trasporto pubblico locale, ecc. E' chiaro che alcune cose
dovranno comunque essere appaltate. Ma se la politica riprende il suo posto, ci
saranno più controlli sia nella formulazione del capitolato sia nella stessa
esecuzione dei lavori. Senza questo, si possono eliminare tutti i sindaci
corrotti che ne cresceranno altrettanti. Pane e pasta, Prc in piazza C'è chi ha le "mani in pasta" e chi la pasta la
distribuisce a prezzi calmierati. Mentre la questione morale imperversa
evidenziando il bipolarismo degli affari, il Prc scende in campo anche questa
settimana contro il carovita denunciando le speculazioni sui generi di prima
necessità, chiedendo il prezzo politico per i generi alimentari di largo
consumo, l'aumento di salari e pensioni, l'allargamento degli ammortizzatori
sociali per tutti. A partire da questo fine settimana e fino alla prossima, i
Gap (Gruppi di acquisto popolare) distribuiranno 10mila kg di pane ad un euro
al kg e 10mila kg di pasta di qualità a prezzo calmierato oltre che a centinaia
kg di riso, caffé e altri prodotti. «La drammaticità dell'attuale crisi
economica, è arrivata a coinvolgere non solo i consumi e l'occupazione ma anche
lo stesso andamento degli investimenti delle imprese, come sottolinea l'Istat»
ha detto il segretario del Prc, Paolo Ferrero, che poi continua: «La debolezza
strutturale di salari e pensioni, arrivati a livelli infimi, e l'espulsione dal
ciclo produttivo di migliaia di lavoratori, privi delle necessarie garanzie
occupazionali, dovrebbe richiedere misure straordinarie, da parte del governo». Preti contro il Vaticano. Non ci
accaniamo sui malati In questi giorni, sulla stampa e alla TV, è tornato alla
ribalta un dibattito avvenuto già in passato, in un'occasione simile, per la
morte di Welby. Anche questa volta il dibattito coinvolge appassionatamente
persone e gruppi. L'occasione è stata la sentenza della Cassazione che
autorizza la sospensione dell'alimentazione artificiale di Eluana Englaro in
coma irreversibile ormai da 17 anni. Nell'opinione pubblica si sta affermando
la convinzione che la Chiesa su questo problema ha una posizione uniforme e
monolitica, cioè la scelta del padre di Eluana e la sentenza della Cassazione
sono inaccettabili. In altre parole, ancora una volta, si identifica la Chiesa
con il Papa e i Vescovi, dimenticando che il popolo cristiano è una realtà
composita: ci sono le Comunità parrocchiali e i gruppi, i laici e i preti, i
religiosi e le religiose, i Vescovi e il Papa, con la presenza dello Spirito
che dà forza a tutti coloro che sperano e credono. Tutto questo in una
diversità di funzioni, ma in una comune responsabilità. Noi intendiamo
affermare che nella Chiesa, a tutti i livelli di responsabilità e di
partecipazione, c'è una legittima pluralità di opinione a questo riguardo. Ed è
una grande ricchezza che sia così. Il Cardinale Carlo Maria Martini scrive sul
Sole 24 Ore del 21 gennaio 2007, e ci risulta che la sua posizione non è
isolata: «La crescente capacità terapeutica della medicina consente di
protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili». Senz'altro il
progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie
che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un
supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non
giovano più alla persona. È di grandissima importanza in questo contesto distinguere
tra eutanasia e astensione dall'accanimento terapeutico, due termini spesso
confusi. La prima si riferisce a un gesto che intende abbreviare la vita,
causando positivamente la morte; la seconda consiste nella «rinuncia ...
all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza
di esito positivo» (Compendio Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 471).
Evitando l'accanimento terapeutico non si vuole ... procurare la morte: si
accetta di non poterla impedire (Catechismo della Chiesa Cattolica, n.2.278)
assumendo così i limiti propri della condizione umana mortale. Il punto
delicato è che per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si
può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento
adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni
concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare
non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete —
anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite — di valutare
se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono
effettivamente proporzionate. Del resto questo non deve equivalere a lasciare
il malato in condizione di isolamento nelle sue valutazioni e nelle sue
decisioni, secondo una concezione del principio di autonomia che tende
erroneamente a considerarla come assoluta. Anzi è responsabilità di tutti
accompagnare chi soffre, soprattutto quando il momento della morte si avvicina.
Forse sarebbe più corretto parlare non di "sospensione dei
trattamenti" (e ancor meno di "staccare la spina"), ma di
limitazione dei trattamenti. Risulterebbe così più chiaro che l'assistenza deve
continuare, commisurandosi alle effettive esigenze della persona, assicurando
per esempio la sedazione del dolore e le cure infermieristiche. Proprio in
questa linea si muove la medicina palliativa, che riveste quindi una grande
importanza». Noi ci sentiamo in sintonia con queste prese di posizioni e nelle
nostre parrocchie, comunità di base, associazioni, molte persone le
condividono, come a suo tempo condivisero la critica verso il rifiuto del
funerale in Chiesa di Welby. Don Renzo Fanfani (già) parroco di
Avane, Firenze; Don Sergio Gomiti della Comunità cristiana di base
dell'Isolotto; Don Fabio Masi parroco di Paterno, Firenze; Don Enzo Mazzi della
Comunità di base dell'Isolotto, Firenze; Don Alessandro Santoro prete della
comunità di base Le Piagge, Firenze Gay, Osservatore romano insiste: «L'Onu
apre ai matrimoni misti» L'Osservatore romano si scaglia ancora contro la
risoluzione Onu volta a depenalizzare l'omosessualità nel mondo. Dopo
l'intervento del mons. Celestino Migliore il giornale della Santa Sede si
attacca a una sorta di "sillogismo": «L'obiettivo non è quello di
tutelare diritti fondamentali ma affermare l'identità di genere che supera la
differenza biologica uomo-donna e stabilisce che gli orientamenti sessuali sono
frutto della cultura. Da qui la strada è aperta - per il quotidiano - al
matrimonio fra persone dello stesso sesso e all'adozione dei bambini da parte
delle coppie gay così come alla procreazione assistita, tutto in base a un
concetto astratto di individuo». Anche perché, d'altronde «la Chiesa Cattolica,
basandosi su una sana laicità dello Stato, ritiene che gli atti sessuali liberi
tra persone adulte non debbano essere trattati come delitti da punire» conclude
l' Osservatore. «È evidente che il Vaticano non è ancora pago della figuraccia
che ha fatto in sede internazionale e, continua a riproporre una posizione che
vuole nascondere una verità incontrovertibile: la sua fobia nei confronti delle
persone omosessuali e transessuali» ha detto il presidente dell'Arcigay Aurelio
Mancuso, mentre Franco Grillini, presidente di Gaynet afferma: «Per continuare
a dire no a un documento unanime dell'Europa il Vaticano si arrampica sugli
specchi alla ricerca di nuovi e improbabili argomenti per dissimulare una
posizione fortissimamente impopolare». Atene, smentita la polizia: contro gli
studenti pallottole vere Anubi D'Avossa Lussurgiu Atene - "Il loro terrorismo non ci fermerà":
così ieri hanno risposto, per il secondo giorno consecutivo, i ginnasiali e i
liceali di Atene alla nuova scintilla, che per un soffio non si è concretata in
un altro assassinio, accesa contro gli studenti, i giovani e il tessuto sociale
fuori controllo la sera di mercoledì scorso. Quando Ghiorghios Paplomatas,
stessa età di Alexis Grigoropoulos assassinato la notte del 6 dicembre, è stato
ferito da una pallottola mentre era riunito in strada con altri compagni
coetanei per preparare la mobilitazione dell'altro ieri nella capitale
ellenica: uno sparo (due, anzi, contando quello contro i suoi compagni quando
hanno cercato di recuperare il bossolo) dal buio, stavolta, anziché da un
riconoscibile agente dei reparti speciali (Mat) della polizia greca, come nel
caso di Alexis. Ma la matrice, d'inimicizia evidente, non è stata messa in
dubbio per un attimo dal movimento. Troppe, d'altronde, sono le relazioni fra i
corpi dello Stato e le squadre paramilitari fasciste che già nei giorni
precedenti, al passaggio dalla prima alla seconda settimana dell'insorgenza,
hanno cominciato a comparire e a colpire tanto gli studenti quanto i migranti -
obiettivo prediletto dagli attacchi del dispositivo repressivo: e spesso lo
hanno fatto, apertamente e documentatamente, fianco a fianco con la polizia
politica. Ieri, poi, è giunta una notizia dai medici curanti del ragazzo
ricoverato, una correzione sulle notizie riguardanti il tipo di proiettile
estrattogli: s'era detto un calibro 22 da guerra, si tratterebbe invece d'un 38
special o d'un 357. Grosso calibro, dunque. Ad ulteriore ludibrio della
versione fatta circolare giovedì mattina dalla polizia e dal ministero degli
Interni su una "pallottola da fucile ad aria compressa". Una
provocazione nella provocazione, di nuovo. Come la difesa a spada tratta della
versione del proiettile "rimbalzato da terra" nel caso di Alexis,
come le diffamazioni nei confronti della sua breve vita. Nonostante ciò, il
movimento determina sempre di più la sua agenda e sempre di più la sottrae agli
automatismi cercati dall'avversario: ieri la giornata di mobilitazione
"dislocata" indetta ad Atene come in tutta la Grecia si è svolta così
nei termini decisi dalle assemblee. Dunque come giornate di comunicazione,
soprattutto; e di coinvolgimento il più ampio possibile della
"popolazione", territorio per territorio. Nella capitale, periferia
per periferia: molte sono state infatti le assemblee di quartiere, molti i presidi
decentrati. A partire dalla stessa zona di Peristeri, dove il giovanissimo
Ghiorghios è stato ferito. Mentre di nuovo, dopo lo sciopero generalizzato dal
movimento giovedì, un corteo sindacale si è portato a Syntagma, davanti al
Parlamento, a sostenere il primo obiettivo del movimento: la caduta immediata
del governo Karamanlis, insieme al disarmo della polizia. Tutto ciò, prima che
un ulteriore appuntamento centrale prendesse vita ad Atene: un grande concerto
tra i Propileia e il Panepistemio, ad un passo dalla stessa Syntagma. Di nuovo,
quindi, occupazione del centro simbolico della vita pubblica ellenica. Ma
diversamente dal giorno precedente, non la tradizionale manifestazione finita
altrettanto tradizionalmente in una lunga coda di durissimi scontri, nel caso
di giovedì tutt'intorno a Legge occupata. Diversamente e secondo il ritmo
autonomamente scelto dalla ribellione. Che ha affidato alle tarde ore serali
della lunga maratona musicale il compito di trasformarsi in base di azioni
ulteriori: per aprire la lunga 24 ore che scorrerà lungo la giornata di oggi e
che vedrà, accanto alla seconda mattinata di assemblee di piazza nei quartieri,
un crescendo di atti di rilancio della ribellione, fino al concentramento
generale ad Exarchia alle 21, nello stesso punto in cui è stato ucciso Alexis,
con quel che ne seguirà. Nelle iniziative decentrate di comunicazione, come già
era stato per le giornate di scioperi e per i cortei centrali al Syntagma, si è
potuta misurare tutta la complessità della composizione che ora sostiene
l'insorgenza. E che va dalle comunità, intere, dei migranti sottoposti anche in
Grecia all'incubo di una trafila contraddittoria e insostenibile per il rinnovo
dei permessi di soggiorno e che come in Italia materializza tanta parte della forza
lavoro a basso costo, a settori operai che subiscono il "primo colpo"
dell'onda ellenica della crisi globale; dal tessuto largo del precariato,
intellettuale così come dequalificato, a parti dei "ceti medi" che
vivono la scomparsa della propria stessa definizione sociale e sono spesso le
famiglie degli studenti medesimi protagonisti della mobilitazione sulle
barricate. E' lo specchio, in termini di soggettività sociale, della profondità
della rottura espressa dalla rivolta: che affonda radici in un malessere
accumulato nei confronti dell'intera architettura delle istituzioni, pubbliche
e non, strutturante il sistema di potere in Grecia e non dissimile dal resto
d'Europa. I più attenti media internazionali analizzano questo spessore della
crisi politica e sociale, contrariamente all'informazione televisiva
soggiacente all'intimazione della "cortina del silenzio contro il
contagio" e soprattutto all'ignavia del "mainstream" in Italia,
il Paese più vicino a queste condizioni di esplosione della rivolta determinatesi
in Grecia. Si tratta degli scandali per i quali lo stesso Karamanlis si è
trovato tardivamente a riconoscere il "ritardo nella presa d'atto della
corruzione" da parte del governo - una barzelletta per il pubblico
ellenico medio. Si tratta dell'emergere di gigantesche speculazioni all'ombra
dello Stato e sui binari della pubblica amministrazione, così intrecciati con
la natura speculativa della "crescita" ora a saldo fallimentare nella
crisi globale. Scandali che sono solo la punta dell'iceberg e il capro
espiatorio giudiziario d'un sistema, ma che mostrano comunemente coinvolti i
poteri politici, quelli economici, le gestioni dei servizi sociali e la stessa
Chiesa, nel caso greco quella ortodossa. Per finire precisamente con la polizia
e il potere giudiziario. E' il contesto delle verità che la ribellione urla
rompendo ogni patto sociale con il potere: verità che anche ieri sono
rimbalzate nei blitz in televisioni e radio in tutta la Grecia, sempre più
popolari tra il "pubblico". Oggi, la scadenza della seconda settimana
dall'omicidio di Alexis e di rivolta nelle strade dell'Ellade, dirà ancora
qualcosa in più sulla portata di questi eventi alla nostra latitudine, in
questo tempo di tempeste. (in collaborazione
con Oliva Damiani e Valentina Perniciaro) La Stampa – 20.12.08 D'Alema rinuncia al colpo del ko - FABIO
MARTINI ROMA - Da sei minuti, davanti alla Direzione Pd, Sergio
Chiamparino sta sciorinando le sue critiche alla gestione del partito,
l’irritato Walter Veltroni guarda altrove, ma non può certo immaginare le
parole con le quali il sindaco di Torino sta per congedarsi: «....e dunque
rassegno le dimissioni da ministro nel Governo Ombra perché credo sia un
organismo inadeguato». E con gesto plateale per un uomo sobrio come lui,
Chiamparino consegna la lettera di dimissioni nelle mani di Veltroni. In
“diretta”. Davanti alle telecamere di YouDem, la tv del Pd. E’ il passaggio più
cruento nelle nove ore di dibattito della attesissima Direzione democratica,
durante la quale l’autorità di Walter Veltroni è stata messa a dura prova,
oltreché dal gesto di Chiamparino, da una pioggia acida di critiche mai
ascoltate prima d’ora. Diversi “pezzi grossi” del partito hanno distillato
perifrasi più affilate del solito, Massimo D’Alema è arrivato a dire che per il
Pd «l’innovazione» invocata da Veltroni non basta, perché «serve
l’autorevolezza». Come dire, senza dirlo, che il suo “amico” Walter è poco
autorevole. Ma alla fine, al momento della conta, tutti quelli che erano venuti
allo scoperto - Pierluigi Bersani e Francesco Rutelli tra gli altri - si sono
riallineati. Proprio come Chiamparino. Interpellato in privato dal segretario,
il sindaco ha ritirato le sue dimissioni e il suo dietrofront simboleggia bene
la frustrazione dei critici di Veltroni, il “vorrei ma non posso” che ha
attraversato la fronda al leader. Nella trattativa dietro le quinte che durava
da 48 ore e che si è conclusa alle 20 di ieri sera, con la votazione del
documento di “fiducia” a Veltroni da parte di tutte le “correnti”, si era consumato
questo scambio: il segretario ha rinunciato all’annunciato «rinnovamento
immediato della classe dirigente» e agli strombazzati «poteri straordinari», ha
accantonato l’idea di dare un forte segnale di rilancio all’opinione pubblica,
ma in cambio ha ottenuto il voto di “fiducia” da parte dei capi della “fronda”,
Massimo D’Alema, Franco Marini, Francesco Rutelli, Enrico Letta. Anche se per
il leader il prezzo da pagare è stato un pubblico “schiaffeggiamento” da parte
dei suoi critici, con accenti mai ascoltati nei 14 mesi di vita del Pd. Il
tutto si è consumato in uno scenario da film di Ettore Scola. Il salone della
Direzione del Pd è collocato ai lati di una bella, grandissima terrazza che si
affaccia sui tetti del centro di Roma, compreso quello di uno dei licei
cattolici più esclusivi di Roma, il Nazareno, dove hanno studiato tanti
rampolli della borghesia romana, da Carlo Verdone a Cristian De Sica: per nove
ore, dalla terrazza si sono irradiate verso i tetti circostanti, le voci
amplificate e contrite dei leader democratici. I più impegnati nella critica
sono stati gli amici di D’Alema. Il colpo di assaggio è toccato
all’intellettuale del gruppo, Gianni Cuperlo: «Non regge un partito che è il
contenitore di tutto», «ci sono aspetti del nuovo inconsistenti», «c’è un
deficit di autorevolezza nelle nostre classi dirigenti», «si fatica a
trasmettere l’immagine del Pd», «in alcune aree il partito non c’è». Ma la
sorpresa è stato Pierluigi Bersani. Sempre misurato nelle critiche, il ministro
ombra dell’Economia ha depositato argomenti che in un altro contesto avrebbero
fatto male. Ha parlato di un Pd nel quale «ci sono abbandoni silenziosi e
arrivi che non arrivano», ha descritto «l’utopia distruttiva di un partito che
va in automatico con la società, che tira su tutto come un’idrovora»,
rinunciando ad essere un partito riformista, «che vuole cambiare la società».
Affilatissimo Marco Follini: «Si invoca il rinnovamento, ma io, Walter e
Massimo, mese più mese meno, abbiamo la stessa età e quando arrivasse il rinnovamento,
dovremmo farci tutti da parte». Tutti a chiedersi: fin dove si spingerà Massimo
D’Alema? Spinge ma non assesta il colpo del ko: «Abbiamo bisogno di un partito
vero», dice che «l’appannarsi di una visione politica incoraggia il
ripiegamento egoistico». Le correnti? «Nel Pd non esistono, semmai siamo una
amalgama mal riuscita». Certo, le correnti «sono discutibili, un modo non bello
a vedersi, anche se darebbero un ordine». Ed è D’Alema a dare il colpo di
grazia al sistema delle Primarie, criticatissime nel dibattito: «Vanno
ricondotte alla scelta dei candidati per le cariche istituzionali», ma se
continueranno ad essere utilizzate anche per l’elezione del segretario del Pd,
«a quel punto il rischio è che nessuno si iscriva più». Critiche condivise da
tanti, in quello che alla fine è risultato una sorta di “de profundis” delle
Primarie, forse la novità più rilevante emersa dal dibattito della Direzione. Walter ricuce lo strappo di Sergio ROMA - Sergio Chiamparino si dice pronto a lasciare
l’incarico di ministro delle riforme nel governo-ombra del Pd, poi ritorna sui
suoi passi «per continuare il lavoro». Il sindaco di Torino dà l'annuncio
parlando alla direzione del partito e spiegando che il governo-ombra si è
rivelato uno «strumento inadeguato». In serata, però, arriva la rettifica.
Chiamparino resta, e spiega che «la disponibilità a lasciare l’incarico non
aveva un intento polemico nei confronti del partito e del suo segretario». Dice
Chiamparino: «Di qui alle elezioni europee dobbiamo trovare un assetto
politico, un coordinamento che senza dietrologie di commissariamenti, dia il
segnale della presenza del Pd e anche dell’impegno per superare le correnti.
Per questo io rimetto al segretario il mio incarico di ministro ombra».
Chiamparino lancia anche un allarme sulla tenuta del partito: «Vedo il rischio
che non solo perdiamo le elezioni, ma soprattutto che, fatte le elezioni,
ognuno vada per conto suo». Chiamparino ribadisce la sua proposta di un
«gabinetto di crisi» intorno al segretario per affrontare le difficoltà in
questa fase. «Alla relazione di Veltroni bisognerebbe aggiungere un passaggio
che dia il senso della straordinarietà del momento, lo si può chiamare
gabinetto di crisi, oppure chiamiamolo Giovanni, ma ci vuole qualcosa che
affianchi il segretario, senza dietrologie di commissariamento, e che permetta
di andare oltre la frammentazione correntizia». Secondo Chiamparino «sarebbe un
segnale di tipo politico e organizzativo, la faccia che il Pd mostra
all’esterno, di una forza politica che sta in Parlamento e governa milioni di
italiani, perchè non può passare l’immagine del Pd data da qualcuno che
disinvoltamente ha gestito il potere». Il sindaco di Torino ha puntato il dito
sulla situazione creatasi sul territorio: «In certi momenti a sentire questo
dibattito sembra che il problema siamo noi, gli amministratori che stanno sul
territorio. Io non ci sto. Io i patti con i poteri forti li ho fatti e spero di
continuare a farli ma un conto sono i patti per salvare migliaia di famiglie e
i loro posti di lavoro, come è stato per Mirafiori, un conto sono i patti
autoreferenziali». In serata, il colpo di scena. «Ho chiesto a Sergio di
soprassedere rispetto alla sua decisione e ha accettato. Sta facendo un grande
lavoro e deve continuare a farlo nel passaggio più importante del federalismo»
dice Veltroni. E il sindaco di Torino dice sì, specificando che «resta il
problema di una revisione degli organismi di direzione del Partito democratico
». Obama cancella la Cia di Bush –
Maurizio Molinari New York - Sarà l’ex comandante delle truppe del Pacifico,
Dennis Blair, il direttore nazionale dell’intelligence dell’amministrazione
Obama. Sono stati i portavoce del team della transizione a far trapelare la
notizia della designazione dell’ex ammiraglio dell’Us Navy che in comune con
Barack ha non solo la volontà di rilanciare l’immagine e l’efficienza
dell’intelligence dopo gli anni di George W. Bush ma anche l’hobby per il water
sky e la passione per le isole Hawaii, dove vive con la sua famiglia. Il nome
di Dennis Blair lascia intendere le due direzioni di marcia che il
presidente-eletto si appresta a intraprendere sul fronte dell’intelligence. La
prima ha a che vedere con la revisione delle «politiche errate
dell’amministrazione Bush». Il candidato originale alla successione di Michael
McConnell, attuale zar dell’intelligence, era l’ex agente della Cia John
Brennan che ha affiancato Obama durante la campagna elettorale. Ma appena il
suo nome è entrato nella rosa ristretta dei papabili più leader democratici di Capitol
Hill, sostenuti da blog liberal molto aggressivi, hanno sollevato obiezioni
legate al fatto che durante gli anni passati nella Cia Brennan avrebbe
condiviso e appoggiato, se non applicato, tecniche di interrogatorio come il
«waterboarding» accomunate alla tortura e considerate da molti giuristi una
violazione della convenzione di Ginevra. Di fronte alle pungenti rivelazioni
Obama ha fatto marcia indietro, mettendo da parte Brennan e optando per Blair,
lasciando così intendere di voler far fede alla promessa di «non torturare
più», più volte reiterata nella campagna elettorale. Subito dopo il
ridimensionamento di Brennan i portavoce di Obama hanno rilanciato
l’equiparazione fra «waterboarding» e «tortura» lasciando intendere che
potrebbe essere questa la linea rossa sulla base della quale verrà decisa la
sorte dei vertici dell’intelligence: chiunque ha autorizzato tali pratiche
potrebbe presto essere messo a riposo. E’ uno scenario che preannuncia un
terremoto di dimensioni significative a livello di dirigenti ed alti ufficiali
perché il «waterboarding» (affogamento simulato) è stato adottato dalla Cia sin
dalla fine del 2001 per far interrogare jihadisti e taleban. Per difendere chi
ha applicato tale tecnica è sceso in campo l’attuale vicepresidente, Dick
Cheney, dichiarando a più riprese che «il waterboarding non è tortura» per
tutelare l’attuale establishment degli 007 che rischia di essere mandato in
pensione anzitempo. L’altro aspetto della designazione di Blair ha a che vedere
con il suo curriculum, che è quello di un soldato molto determinato, russofono
e protagonista di molti successi contro i terroristi di Abu Sayyaf nelle
Filippine ma anche pronto a dialogare con gli avversi. A svelarlo è quanto
avvenne nel 1999 allorché l’America era impegnata nella crisi di Timor Est, che
aspirava all’indipendenza dall’Indonesia. Poiché l’esercito di Giakarta non
allentava la morsa, l’allora presidente Bill Clinton ordinò a Blair, in qualità
di comandante del Pacifico, di far arrivare un brusco avvertimento militare al
capo di stato maggiore dell’Indonesia. Ma Blair non rispettò l’ordine ricevuto,
fece di testa propria, mandò un aereo a prelevare il generale indonesiano e lo
ospitò a casa sua alle Hawaii, riuscendo a risolvere la crisi scongiurando il
peggio e schiudendo le porte all’indipendenza di Timor Est. Si tratta di un
precedente che lascia intendere la convergenza di Blair sull’idea di Obama di
un’America «aperta al mondo» e pronta a «dialogare anche con chi non la pensa
come noi». Senza contare che potrebbe essere proprio l’Indonesia la nazione
musulmana, dove Barack visse e che Blair ben conosce, scelta
dall’amministrazione entrante per lanciare una nuova stagione di dialogo con
l’Islam. Repubblica – 20.12.08 La corruzione inconsapevole che affonda
il Paese - ROBERTO SAVIANO La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è
che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione
dell'errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a
dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non
si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere
cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo
ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene
in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo
lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il
problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore
o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo. Oggi
l'imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non
cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere
di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci
scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di
fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico
stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente
di male! E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e
condannata dall'etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del
funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi
di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da
cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel
mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa
professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della
segnalazione, della spinta. Non basta il merito, non basta l'impegno, e neanche
la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno
scambio di favori. In passato l'incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi
anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni
appalto comporta automaticamente un'apertura di assunzioni con cui sistemare i
raccomandati nuovi. Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare
idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare
affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una
nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste
cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti
perché in un modo o nell'altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come
andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un
piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda
del film di Francesco Rosi "Le mani sulla città: "I nomi sono di
fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele". Indipendentemente
dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura
napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un
politico - di qualsiasi colore - oggi potrà eludere. Non importa se un
cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è
esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli
elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone
disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia
affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni
momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo.
Il tepore del "tutto è perduto" lentamente dovrebbe trasformarsi
nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra
queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra. L'imprenditoria
criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il
centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il
resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici,
mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono
l'immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell'Italia e per non soccombere alla
loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma
sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le
idee nuove ai talenti. Ho ricevuto l'invito a parlare con i futuri
amministratori del Pd, così come l'invito dell'on del Pdl Granata ad andare a
parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il
confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni
criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi
comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell'esistente e
rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l'ambito politico
uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio.
E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa
comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza
e rassegnazione. La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare
come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho
creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il
problema dell'illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si
è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato
utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare
puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del
centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese
criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso
nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della
magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso
desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese
che si regge su conoscenze e raccomandazioni. Credo che sia giunto il tempo di
svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto,
così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale
piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di
facciata. Non ne rimane molto, se ce n'è ancora. Per nessuno. Chi si crede
salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che
illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici,
neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in
cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.
Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei
cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una
richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani. "Vi racconto il mio Natale in cassa
integrazione" - PAOLO GRISERI Quando Laura chiama, cade subito la linea. Il telefono fa
un solo squillo, il tempo di un'unica vibrazione. Poi torna silenzioso. Allora
Giuseppe sorride e chiama Laura. Così la ricarica di lei dura di più:
"Capita - dice lui - che metto nel suo telefono dieci euro ad agosto. Poi
può succedere a giugno dell'anno successivo. Perché non devi mai far passare
dodici mesi senza mettere almeno dieci euro. Se no il numero si blocca".
Laura osserva il marito che racconta i trucchi del povero. È pensierosa. Parla
poco: "Non mi piace che gli altri sappiano". Come si vive con 600
euro al mese? Si vive in una casa con pochi mobili e i muri che un tempo sono
stati bianchi: "Per ritinteggiarli, togliere quelle macchie nere sopra i
termosifoni, bisogna aspettare tempi migliori". Il tempo presente è fatto
di calcoli che non tornano. Prendiamo l'affitto: 425 euro per due camere e
cucina in una zona non periferica. Non molto. Troppo per la famiglia di
Giuseppe. Perché con le spese si arriva a 475 euro medi al mese e già a questo
punto ne resterebbero solo 125 per vivere in tre trenta giorni. Ma siamo solo
all'inizio del calcolo. Le bollette si portano via un'altra fetta: 55-60 euro
per luce e gas. Si tira sui consumi: "Abbiamo il boiler elettrico. Lo
accendiamo solo di notte perché dicono che così si spende meno". Ma il
vero spauracchio è il riscaldamento: "Eh, su quello c'è poco da fare.
Quando vedo la bolletta nella buca mi prende l'ansia. Non dipende da noi. C'è
il teleriscaldamento, non possiamo risparmiare. Ci sono mesi che arrivano
bollette enormi, anche 180 euro. Per fortuna non è sempre così. A ottobre, ad
esempio, è arrivata da 35 euro". Con le bollette se ne vanno in tutto 95
euro. Ne restano trenta per dar da mangiare e per vestire tre persone. A questo
punto lasci cadere la penna e guardi Giuseppe negli occhi: "Diciamolo, è
impossibile". Certo che è impossibile. Laura annuisce, la piccola Simona
nasconde la testa tra le braccia abbandonate sul tavolo. E si spera che lo
faccia perché ha sonno. Chi fa quadrare i conti in questa famiglia? "Mia
madre. È vedova, ha 61 anni e la pensione di reversibilità di mio padre. È vero
che si tiene in casa mio fratello ma ogni mese le arrivano 1.000 euro. Così
certe volte ci troviamo al supermercato. Mettiamo le cose nel carrello. Poi,
arrivati alla cassa, lei mi dice: ?Passa, faccio io'". Non bisogna immaginare
che il carrello della mamma, la signora Teresa, sia stracolmo come quelli della
pubblicità. Per Giuseppe e Laura la spesa la fa un particolare personal
shopper: "Il volantino, quello che ti mettono nelle buche. È fondamentale.
Serve per approfittare dell'offerta del momento e anche per scegliere il
supermercato. Che non è sempre lo stesso. In certe settimane conviene comperare
la pasta da una parte e la bottiglia di pomodoro dall'altra". Non c'è
volantino che riesca a superare certi vincoli del mercato: "La pasta è
sempre l'alimento più conveniente. Certe volte con un euro riesci a portarne a
casa due pacchi da mezzo chilo". E la carne? "Beh, quella non
possiamo permettercela". È un lusso, come dare il bianco alle pareti. Come
fate con la bambina? "Ci pensa mia mamma. Prepara la bistecca quando
andiamo a mangiare da lei o ce la compera quando ci incontriamo al
supermercato". I cassintegrati italiani sono in pauroso aumento. Il 20 per
cento in più nel quarto trimestre 2008, secondo le stime della Cgil. Nelle tabelle
non compaiono le persone ma i milioni di ore di cassa. Dietro quelle cifre ci
sono 1.300 aziende in cassa integrazione straordinaria e centinaia di migliaia
di italiani che fanno la vita di Giuseppe. Solo in Fiat i cassintegrati sono 50
mila. La differenza, si spera, è nella durata. Perché a 700-800 euro puoi
sopravvivere per due-tre mesi al massimo. Poi devi sperare nella pensione della
nonna. Precipitare da una vita di dignitosi sacrifici alla disperazione è un
attimo. Quando lavorava in fabbrica Giuseppe guadagnava 1.200 euro. A questi si
dovevano aggiungere i 135 di assegni familiari perché Laura, sua moglie, è
disoccupata. In tutto 1.335 euro. Ma con la cassa, anche quando l'Inps si
deciderà a pagare, il salario scenderà a 750 euro, che con gli assegni
diventeranno 885. Nel passaggio dal lavoro alla cassa la perdita netta è di 450
euro, un terzo della busta paga complessiva. In queste condizioni per Giuseppe
e chi vive come lui l'unica alternativa alla paghetta della mamma pensionata è
il lavoro clandestino. Chi è in cassa integrazione non può svolgere altre
attività: "Rischiamo il licenziamento". Finora i tentativi di Laura
sono andati a vuoto: "Una mattina - dice il marito - l'ho accompagnata a
un colloquio al Bennet qui sotto casa. Cercavano commesse. Ci speravamo. Nelle
nostre condizioni 5-600 euro in più al mese avrebbero fatto comodo. Quando è
uscita ha raccontato: ?Mi hanno fatto un po' di domande e poi mi hanno detto:
?Le faremo sapere'. Allora io le ho risposto di mettersi l'anima in pace. Quando
dicono così è perché non ti prenderanno mai". Trovare lavoro, anche in
nero non è semplice: "La crisi c'è per tutti, anche per i
clandestini". E accettare un impiego provvisorio può essere rischioso:
"Ho risposto all'annuncio di un'agenzia interinale. Mi offrivano uno
stipendio dignitoso ma ho rifiutato perché era un lavoro precario. Per
accettare avrei dovuto rinunciare al posto alla Bertone. Non posso permettermi
il lusso di rimanere senza busta paga". Così l'unico introito extra sono i
sussidi straordinari. Vanno bene tutti: quelli della Regione, che in Piemonte è
in mano al centrosinistra, e quelli del governo di Berlusconi. Si partecipa ai
bandi e si spera di vincere la lotteria: "Certe volte ti dicono che hai i
requisiti ma che siccome hai già preso l'assegno l'anno precedente finisci in
coda agli altri quello successivo". Se fosse per i requisiti, Giuseppe
vincerebbe sempre: "Ho un reddito Isee di 9.800 euro. La soglia per
partecipare è di 17.000. Straccio tutti". Si ride per non piangere nell'alloggio
del quartiere di Santa Rita. Impressiona il fatto che la povertà abiti qui, in
una zona di media borghesia e non solo nei palazzoni delle periferie.
Impressiona il fatto che tra queste mura si sia dovuto aspettare il bonus della
Regione (3.100 euro) per regalare a Simona la cameretta nuova. Nel discorso
finale, quella specie di confessione che Giuseppe fa, solo, in fondo alle scale
del condominio, c'è posto per l'ultima rivelazione: "Oggi sono contento.
Ho sentito mia sorella al telefono. Ha promesso che mi passa 100 euro per i
regali alla bambina. Così Babbo Natale arriverà anche per Simona. Le porterà
una bella Barbie e il cd di Kung Fu Panda". |
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