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Manifesto – 21

Manifesto – 21.12.08

 

Innovazione e sviluppo, i cervelli Pd al lavoro - Alessandro Robecchi

Innovare o perire. L'appello di Veltroni lascia il segno, e nei capannoni del Pd l'attività è incessante. Bisogna innovare, si ripetono instancabilmente i maggiori dirigenti, ma cosa inventiamo? La lampadina c'è già. Il computer! Così piazziamo Walter davanti a Facebook. Il telefonino che fa le foto... ah, già esiste? Pazzesco! Il reparto Innovazione e Sviluppo ha deciso di restare riunito a oltranza. Una stanza sobria, dove l'innovazione prende corpo e sostanza. Ogni tanto qualcuno esce a informare la stampa, brevi dichiarazioni come: «Pare che si possa andare alle Indie navigando verso Ovest!». Oppure solenni annunci come: «Con la nostra invenzione del telaio a vapore cambierà l'intero assetto delle classi sociali». Capita che ci siano imprevisti e interruzioni, come quando Rutelli ha scoperto il fuoco e sono arrivati i pompieri. Ma quasi sempre fila tutto liscio, la porta è chiusa, e il reparto Innovazione e Sviluppo è immerso nel suo lavoro. Ma non bisogna pensare che il reparto Innovazione e Sviluppo non abbia contatti con l'esterno. Comunica spesso, anzi. Soprattutto per chiedere se un'innovazione c'è già; e così esperti, economisti, scienziati, vengono convocati per rispondere a poche semplici domande. Esiste già la turbina elettrica? Oppure: sappiamo che il liberismo esiste ed è adottato da molti utenti, possiamo fare qualche innovazione per migliorarlo? Naturalmente capita che nel reparto Innovazione e Sviluppo ci siano dei dissapori, delle divergenze su quale direzione far prendere alla ricerca. In questi casi diventa prezioso il telefono rosso che collega direttamente il reparto Innovazione e Sviluppo con il Vaticano, che dà una mano nelle decisioni in campo etico. Mentre scriviamo, il reparto Innovazione e Sviluppo discute animatamente se inventare una nuova politica sociale oppure l'I-pod. Pare prevalga la seconda ipotesi perché a una nuova politica sociale non si sa come mettere le cuffiette.

 

Lezione ai birichini - Mariuccia Ciotta

«In democrazia il bene maggiore è la privacy e la riservatezza» perciò tutti zitti, giornali e televisioni, è il sogno di Berlusconi che negli ultimi tempi ha distillato attacchi all'informazione di carta e di pixel in un crescendo orchestrale. La battaglia anti-mediatica è un paradosso per il re dei media, ma è la priorità è tacitare gli avversari, e così il premier si è munito di telecomando e ogni giorno spara sulla fiction e sulla satira, sul «tempo che fa» e sui talk-show, «licenzia» i direttori dei grandi giornali e tassa la concorrenza. I giornalisti sono dei «birichini» ha detto ieri nella conferenza di fine anno in diretta tv, padrone dello schermo e del paese, capace di risolvere tutti i problemi nazionali e internazionali, dall'Alitalia alla guerra in Ossezia, dal clima all'immondizia fino alla crisi economica. La povertà? L'Italia gode ottima salute, se non fosse per stampa e tv che spaventano il «cittadino consumatore». La grande narrazione della realtà è di sua competenza, via i disturbatori. Il Cavaliere, che conosce bene il potere della fiction, non a caso se l'è presa con l'ultima puntata di Santoro dove le intercettazioni sono state messe in scena da due attori. Scelta discutibile, ma certo suggestione potente che traduce in lessico accessibile a tutti l'intricata trama del rapporto affari-politica. L'obiettivo principale di Berlusconi sono i media, intoppo alla comunicazione diretta con il popolo e il suo show da «Babbo Natale» di ieri ne è la conferma. Mettere sotto controllo l'emotività del pubblico, al di là delle news, impedire che il racconto del «tutto va bene» sia alterato da voci dissonanti. Per impedire che giungano all'orecchio e all'occhio, Berlusconi ha intenzione di prosciugarne la fonte e di impedire ai magistrati di fare uso delle conversazioni telefoniche. La riforma della giustizia «è pronta», ha assicurato nel suo lungo monologo, «la porteremo al consiglio dei ministri dopo la pausa delle feste», e c'è da scommettere che le intercettazioni saranno consentite solo per i serial killer. Ascoltare e parlare per i magistrati, e non solo per loro, sarà un esercizio limitato, tanto che «se i pm vorranno parlare con i giudici, dovranno bussare alla porta con il cappello in mano». L'attacco generalizzato all'informazione, che colpirà presto anche la Rai, dopo la probabile rimozione forzata di Villari alla vigilanza, è uno tsunami che va oltre la riforma della giustizia. È una strategia di desertificazione della libertà di opposizione, iniziata con la cancellazione del diritto soggettivo per i giornali di cooperativa, da mettere fuori edicola con il taglio dei fondi all'editoria, e proseguita con lo stillicidio di «editti». La democrazia è un discorso politico condiviso, attraversato da conflitti, pubblico. Il solo regista dello spettacolo, però, deve essere lui, tutto il resto è «privacy».

 

La grande crisi migrante - Manuela Cartosio

Tra l'agosto del 2007 e il maggio di quest'anno il numero dei migranti clandestini negli Usa è sensibilmente diminuito. Un milione e mezzo di latinos irregolari in meno, stimava un rapporto dello scorso luglio, tra rientri in patria e mancati arrivi (in prevalenza dal Messico). La crisi economica, allora solo annunciata, aveva già dispiegato i suoi effetti sui flussi in ingresso e in uscita. È la riprova, commentava Guido Bolaffi sul Corriere economia di lunedì scorso, che è il calcolo delle convenienze a determinare i movimenti migratori. Le prospettive di guadagno e di riuscita pesano più dei decreti, dei muri, dei minacciati giri di vite punitivi. Quel che è già avvenuto negli Stati Uniti succederà anche nei paesi europei a forte immigrazione? Anche qui la crisi economica provoca licenziamenti, disoccupazione, impoverimento. E i primi nella lista, si sa, sono gli stranieri. Faranno fagotto in anticipo sul previsto? E molti aspiranti migranti rinvieranno la partenza a tempi migliori? Per analogia con gli States si sarebbe indotti a rispondere di sì. Invece, stando alle nostre fonti, in Italia non si segnalano né rientri in patria di migranti superiori alla norma, né una rarefazione degli arrivi. L'egiziano-milanese Shawky Geber, della Fillea Cgil, da mesi batte il tam-tam non partite, state dove siete, qui è crisi nera. «Non ci crede nessuno. Pensano che noi emigrati di vecchia data siamo egoisti, che non vogliamo dividere una torta sempre più piccola con nuovi arrivati. Finché non vedranno i compaesani ritornare scornati e sconfitti, le persone continueranno a mettersi in viaggio». Geber racconta di magrebini arrivati da due o tre mesi a Milano che battono invano i cantieri e le piazze del caporalato. Pur essendo disposti a vendersi «a metà prezzo», non hanno ancora fatto una giornata di lavoro. L'unico settore che continua a tirare è quello delle badanti, «ma anche lì per eccesso dell'offerta la paga mensile è scesa di 100-200 euro». Il sindacalista degli edili Cgil esclude rientri in patria definitivi di massa. L'unica differenza, rispetto agli anni scorsi, sarà che qualcuno in cassa integrazione allungherà le vacanze di Natale nel paese d'origine. Distribuirà regali più magri a parenti e conoscenti. Chi è in Italia con la famiglia e i figli a scuola, e ormai sono tantissimi, non interromperà all'improvviso il suo progetto migratorio a causa della crisi. Prima di tornare, bisogna aver costruito la casa nel paese natale, occorre un gruzzolo per aprire qualche attività. Torna chi ha avuto «successo». Chi stenta, tira la cinghia e resta qui. «Non si torna senza niente in mano, non si può fare brutta figura», ribadisce il senegalese Ibrahime Diallo, responsabile dell'ufficio stranieri della Cgil di Brescia. Il sindacalista aggiunge che l'impossibilità di recuperare i contributi previdenziali versati disincentiva i potenziali ritorni. Chi si muove, in questo periodo, non fa rotta verso casa ma verso altri paesi europei. Operai sui quaranta-cinquant'anni lasciano a Brescia la famiglia e «vanno a curiosare» in Francia (gli africani), in Gran Bretagna (i pakistani), qualcuno si spinge nei paesi scandinavi. C'è la crisi anche lì, ma sanno che altri paesi europei hanno un welfare (assegni familiari, sussidi di disoccupazione) più ricco del nostro. Pur non essendo un fenomeno di massa, questo annusare in giro è una tendenza percepibile. Segnalata dal fatto che a Brescia, ad esempio, parecchi immigrati hanno richiesto la carta di soggiorno elettronica, in modo da avere meno problemi a viaggiare in Europa. Alla Camera del lavoro di Milano ci segnalano altri spostamenti infraeuropei di migranti, questa volta dalla Spagna verso l'Italia. «Si è diffusa la voce che qui si sta meglio». A proposito della Spagna, il governo Zapatero la scorsa primavera ha lanciato una campagna per incentivare il ritorno in patria dei migranti disoccupati. 10 mila euro sull'unghia, con la garanzia di poter rientrare in Spagna dopo tre anni. L'obiettivo di convincerne almeno ventimila a fare le valigie è lungi dall'essere realizzato. E, comunque, ventimila sono un'inezia in un paese che conta oltre quatro milioni di migranti. Il sociologo Maurizio Ambrosini, direttore della rivista Mondi migranti, azzarda una previsione: la crisi economica cambierà poco o nulla sul versante degli arrivi e delle partenze, cambierà in peggio la condizione degli immigrati in Italia. La crisi è globale, colpisce anche i paesi di provenienza, più fragili e poveri di quelli europei. Dunque, la spinta a mettersi in viaggio, a provarci, non si affievolirà. La politica della voce grossa del governo Berlusconi, non ha impedito che il 2008 sia stato un anno record per gli sbarchi. Neppure l'annunciato blocco di flussi, fatto apposta per veicolare l'idea che l'Italia non ha bisogno di altri migranti, avrà un effetto deterrente. Quanto ai ritorni, sarebbe una figura inedita quella del migrante che accetta di rientrare da «sconfitto». Se si guarda al precedente storico più vicino, la crisi petrolifera degli anni Settanta, si è autorizzati a credere che la crisi economica in atto radicherà ancor più i migranti nei paesi in cui si trovano. Allora, Francia e Germania provarono a incentivare il ritorno in patria di algerini e turchi. Questi, spaventati, fecero arrivare le famiglie, cessarono d'essere migranti-pendolari, misero radici più solide e durature. La scarsità di lavoro peggiorerà sicuramente le condizioni dei migranti. Si faranno concorrenza tra loro. Quelli irregolari e quelli faticosamente emersi competeranno per il poco lavoro a disposizione. Che andrà, ovviamente, a chi lavora in nero a prezzo stracciato. Ambrosini esclude che la crisi economica scatenerà una competizione tra migranti e italiani per i lavori di serie C «riservati» agli stranieri. «Non me lo vedo un italiano che torna a fare il raccoglitore d'olive e dubito che frotte di italiane si metteranno a fare le badanti». La cosa è teoricamente possibile, ma è socialmente e culturalmente «costosa» per l'immagine che gli italiani hanno di sé. Inoltre, un po' ovunque la crisi economica farà diminuire la quantità di soldi che i migranti spediscono a casa, attraverso banche, money transfer o canali informali. Nel 2007, a livello globale, 150 milioni di migranti hanno inviato nei paesi d'origine 255 miliardi di euro (la cifra non tiene conto delle somme che transitano dai canali informali). Gli immigrati in Italia l'anno scorso hanno spedito a casa sei miliardi di euro. Si stima che nel 2008 le rimesse dagli Usa verso il Messico segneranno un -8%. Un calo disastroso per i paesi dove le rimesse costituiscono quasi la metà del pil.

 

La grande crisi. Uniti per ripartire - Loris Campetti

«Io dico che l'adesione allo sciopero generale del 12 è stata straordinaria. E' un segnale di fiducia e una speranza di rappresentanza affidata alla Cgil, da utilizzare per rovesciare il clima determinato dalla mancata risposta politica all'emergenza sociale provocata dalla crisi». Così dice Carlo Podda, segretario generale della Funzione pubblica Cgil, che denuncia l'oscuramento mediatico dello sciopero. Iniziamo da qui l'intervista, alla vigilia del direttivo nazionale della Cgil che dovrà dare una sua valutazione sullo sciopero e decidere come dare una continuità alle iniziative di lotta. A leggere i giornali e a guardare la tv, si direbbe che lo sciopero del 12 è stato ben misera cosa. Prima, durante e dopo lo sciopero le maggiori testate giornalistiche e televisive hanno scelto la linea del silenzio, o al massimo hanno minimizzato l'evento. Io dico che nell'industria l'adesione è stata molto alta. Così come nei settori pubblici che seguo io, in particolare nella sanità, pur avendo i lavoratori appena effettuato uno sciopero di categoria e in alcuni casi, come a Brescia dove era stato proclamato uno sciopero provinciale, erano alla terza fermata in un mese. A ogni fermata, 100 euro andati in fumo. Eppure, abbiamo registrato adesioni del 60-70% in settori in cui gli scioperi anche unitari non sono mai stati plebiscitari. Eppure i lavoratori pubblici vivono una situazione difficile, segnalata anche in tante assemblee di preparazione dello sciopero. Non perché non condividano le ragioni della nostra protesta ma per il processo di vera e propria destrutturazione dell'organizzazione e degli stessi servizi pubblici. All'interno, questi processi si accompagnano al taglio delle buste paga per chi ha un contratto stabile e all'espulsione di decine di migliaia di precari. All'esterno, si assiste alla caduta della qualità e della quantità dei servizi pubblici ai cittadini. Cosa vi chiedono i lavoratori? Di non essere lasciati soli. Vogliono capire se facciamo sul serio o se invece finiremo per fermarci a mezza strada, mentre la crisi economica precipita provocando un'emergenza sociale. E come si spiega la vostra scelta di indire uno sciopero e una manifestazione nazionale a Roma insieme ai metalmeccanici della Fiom, il 13 febbraio? Non è una decisione di oggi, è maturata da tempo. Ha a che fare con la scelta di non lasciare soli i lavoratori che rappresentiamo di fronte al rischio di un'involuzione autoritaria. Come Fp-Cgil abbiamo fatto molte iniziative, presidi, scioperi territoriali. Abbiamo raccolto le firme contro l'accordo separato siglato da Cisl e Uil. Lo sciopero nazionale era stato convocato per il 12 dicembre e poi soltanto sospeso quando la Cgil ha giustamente deciso di farne un momento di lotta generale. Noi abbiamo delle specificità di categoria, abbiamo a che fare con una valanga di accordi separati. Lo sai che la Cisl da sola, senza neanche la Uil, ha firmato un accordo osceno con le case di cura cattoliche che scavalca il contratto nazionale? Abbiamo fatto un volantino listato a lutto per denunciare che è stato ucciso il contratto nazionale. Ci sono settori in cui Cisl e Uil raccolgono oltre il 50% dei consensi, come i ministeri e le agenzie fiscali, negli altri comparti in cui tenteranno di applicare accordi separati dovranno fare i conti con noi. Aggiungo che proprio mentre si rende indispensabile il rafforzamento della rete di protezione pubblica, questa rete si smaglia e si indebolisce. Noi parliamo di arresti domiciliari per il lavoratore malato, dopo gli ultimi provvedimenti del ministro Brunetta che impedisce alle persone in mutua persino di ritirare il certificato medico. E si vuole estendere tale scriteriato criterio anche ai lavoratori privati. Stanno facendo di tutto, governo e organizzazioni padronali, per mettere i lavoratori pubblici contro quelli privati. Ecco le ragioni per cui abbiamo deciso di scioperare insieme ai metalmeccanici. Eppure, questa vostra scelta ha fatto discutere in confederazione... Voglio ricordare che nel direttivo della Cgil del 23-24 giugno è stato votato all'unanimità un impegno a fermare il tentativo di isolare i dipendenti pubblici. Aggiungo che a chiunque ci avesse offerto un'alleanza avremmo risposto positivamente. La Fiom, generosamente, si è fatta avanti nonostante esistano problemi di rapporti tra lavoratori pubblici e lavoratori privati e nonostante il fatto che su alcune questioni le posizioni della Fp e della Fiom non siano coincidenti. C'è una cosa fondamentale che ci unisce: pensiamo che a lavoratori diversi debbano essere garantiti uguali diritti. Ti sembra poco? Dunque, nessuna prova di forza in Cgil? E nessuna pretesa di autosufficienza o di autonomia. Noi come categoria abbiamo fatto una scelta netta di mobilitazione, obbligatoria se vogliamo onorare il consenso che abbiamo raccolto tra i lavoratori, come conferma la crescita della Fp-Cgil anche nel tesseramento, pur non avendo oggettivamente strappato risultati significativi anche a causa delle scelte separate di Cisl e Uil. La Cgil, dal canto suo, deve definire ruolo e compiti in questa fase segnata dalla crisi e dalle risposte sbagliate del governo, per sostenere scelte di politica economica e sociale all'altezza, sapendo che ancora pende sulla testa dei lavoratori il tentativo di modificare in peggio il sistema contrattuale. Sarà il direttivo della Cgil a fare le scelte di sua competenza. Qualora fossero tali e talmente forti da comprendere tutte le categorie, in un momento di riunificazione delle lotte che non può non seguire una fase di articolazione, ne prenderemmo volentieri atto. Al di là dell'imbarazzo del Pd nei confronti della Cgil, mi sembra che in generale l'opposizione non costituisca una sponda politica. La politica, non da oggi, fatica a farsi carico dei problemi concreti dei lavoratori. La disaffezione nei confronti della politica non è che la logica conseguenza. Se crolla la percentuale dei votanti, è un segnale soprattutto rivolto alla sinistra. Manca una risposta alla crisi economica e alle sue conseguenze sociali, sia da parte dell'opposizione parlamentare che della sinistra extraparlamentare. Da tempo sosteniamo che si perde troppo tempo a discutere di alleanze e se ne utilizza troppo poco a definire i contenuti di un programma di sinistra. Un sindacato che si vuole confederale ha bisogno di una sponda politica. Oggi non c'è, e questo ci apre un problema serio. E lo apre ai lavoratori che percepiscono e ricambiano la distanza della politica.

 

I fuochi di Malmoe nella notte dei diritti - Bruno Amoruso

Per la terza sera consecutiva, la città di Malmoe in Svezia ha vissuto una serata di disordini: cinque giovani fermati dopo il lancio di molotov contro una scuola, qualche cassonetto incendiato. Poca cosa rispetto alle due precedenti notti di scontri tra polizia e dimostranti, scoppiati al culmine di una settimana di tensione e proteste - pacifiche però - dopo la chiusura di un centro islamico che ospitava una moschea senza i dovuti permessi. Si vede che ha avuto qualche effetto l'intervento energico e numeroso della polizia svedese e danese, e l'opera di mediazione svolta dai rappresentanti delle comunità islamiche locali. Il quartiere di Rosengård, teatro degli scontri, aveva ospitato mesi fa alcune delle iniziative del Forum sociale europeo che avevano offerto ai partecipanti un assaggio della diversità sociale urbana della città e della sensibilità dei movimenti locali. Si tratta di un quartiere costruito tra gli anni '60 e '70 per famiglie a basso reddito. Ma è cresciuta in fretta, diventando una zona di concentrazione di immigrati e sovrappopolata rispetto alle previsioni: costruita per 15.000 persone, oggi ne ospita oggi più di 22.000, all'80% immigrati e con una forte presenza di persone non registrate. Parti del quartiere sono divenuti slum urbani (Herrgården) con popolazione povera e zingari. Alle ultime elezioni locali i socialdemocratici e la sinistra hanno ottenuto rispettivamente il 72% e il 6 % dei voti. Solo un braccio di mare separa Malmoe dalla capitale danese Copenaghen, e un ponte le unisce. Ora la collaborazione tra la polizia e gli organi di sicurezza dei due paesi riflette la loro preoccupazione di fronte quella che era iniziata come una protesta identitaria, sociale e religiosa: ma ha assunto caratteri sempre più politici, fondendosi con movimenti giovanili locali e ispirandosi a fenomeni politici e culturali internazionali. Questo cocktail tra conflitti sociali e politici interni e quelli internazionali allarma quanto mai le forze di sicurezza danesi, per la sensibilità diffusa tra i giovani verso le forme di solidarietà che, in varie occasioni, ha dato luogo a forme strette di collaborazione. Il tema più discusso in Danimarca da alcuni mesi è la pubblicazione degli atti giudiziari di un gruppo politico che in alleanza con organizzazioni palestinesi e antimperialiste ha condotto per venti anni un'attività illegale e militarizzata, in barba a tutti i sistemi efficienti di controllo sociale, poliziesco e militare (Blekingegade-banden). Gli episodi di Malmoe non sono nuovi e riflettono una tensione latente ormai da alcuni anni e che ha visto episodi simili di protesta violenta anche nella vicina Danimarca. Le esplosioni di rabbia avvengono sempre sotto la spinta di fenomeni specifici percepiti come provocazioni: come lo fu la bravata razzista della pubblicazione delle vignette da parte dello Jylland Posten danese, o come il diniego di poter esercitare i propri riti di culto e di aprire cimiteri di culto islamico. Inoltre da un decennio è iniziata una opera sistematica di esproprio degli spazi che nei vent'anni precedenti i movimenti sociali e della sinistra erano riusciti a costruire: Cristiania a Copenaghen, l'Università di Roskilde, la Casa dei giovani che l'anno scorso fu causa di scontri violenti sempre a Copenaghen, fino all'episodio recente di Malmoe. Spesso il pretesto assume forme giuridico-formali: la richiesta di un privato di riprendersi la sede a Malmoe. O, nel caso della Casa dei giovani di Copenaghen, la vendita dello stabile da parte del comune a una setta religiosa che lo ha acquistato al solo scopo di «allontanare il peccato" da quei luoghi. Si intrecci tutto questo al crescere dell'immigrazione negli ultimi trenta anni, che ha sempre più messo in crisi il meccanismo di integrazione previsto ed applicato dalle politiche migratorie dei paesi scandinavi. L'aumento del numero non consente più la dispersione degli immigrati sul territorio, per cui aumenta la richiesta di spazi e di servizi legati non solo alle funzioni tradizionali dell'amministrazione pubblica di questi paesi, ma a forme diverse di vita e di organizzazione sociale, culturale e religiosa. Nascono così inevitabilmente forme di «dualismo» che società fortemente integrate (mono-etniche, con religione di stato, e livelli altissimi di coesione e controllo sociale) come quelle scandinave hanno difficoltà a gestire e accettare. Ma alla base di tutto ciò c'è oggi la rivolta dei giovani musulmani che, nutrita dalle esperienze esistenziali dei giovani immigrati di seconda e terza generazione, tende a radicalizzarsi rispetto alle stesse comunità e ai rappresentanti più anziani. La rivolta giovanile è dovuta paradossalmente al successo dell'integrazione dei giovani immigrati in questi paesi mediante l'istruzione e la cittadinanza, che però poi si è arrestata alla soglia del loro inserimento di vita nella società. Il percorso è lineare. I figli di immigrati nati in questi paesi sono accompagnati dall'inizio dallo stato e dalle sue istituzioni verso una forma totale di integrazione che inizia dall'asilo e li segue fino al termine degli studi superiori. Il successo di questa integrazione produce l'assorbimento di questi giovani in moduli di vita europei e moderni, con l'acquisizione della promozione individuale e sociale mediante l'istruzione e il lavoro, e con la loro crescente separazione verso i propri nuclei tradizionali familiari e religiosi in parallelo con quanto avviene per i giovani danesi. La separazione dei giovani dalle famiglie avviene anche per i danesi, ma dentro una tradizione consolidata e di reciproca accettazione, mentre per i giovani islamici (e stranieri in genere) significa la rottura con il proprio nucleo di riferimento e familiare. Fin qui l'integrazione sembra funzionare. Ma poi tutto si rompe. Si scopre cioè che lo sradicamento dal proprio nucleo di riferimento è stato reale, l'integrazione nel nuovo paese solo formale. Al termine degli studi il lavoro reintroduce criteri di selezione tra giovani danesi e giovani immigrati. La cittadinanza non nasconde differenze di razza, religione e appartenenza sociale. Inoltre, i giovani danesi hanno mantenuto dentro le loro tradizioni un rapporto anche familiare, mentre i giovani immigrati hanno pagato con la rottura con le loro radici (famiglia, gruppo religioso, ecc.). Quindi si riscoprono discriminati due volte, per lavoro e per cultura, e per di più oltraggiati verso quei valori di provenienza che li portano a dover ricercare un legame perduto con le famiglie. Si scopre così in forme pratiche il torto subito con la falsa modernità borghese e occidentale, e a questo si aggiunge poi la beffa di veder ridicolizzare le proprie tradizioni ed i propri valori di riferimento. La rabbia si trasforma in protesta e in molti casi anche in rivolta. Per questo la rivolta di Malmo si lega a quelle danesi, delle banlieue francesi, dei giovani palestinesi, e non è di difesa di diritti e dell'esistente ma di una sua irriducibile contestazione.

 

Il nuovo al governo. La ispanica e il ministro «del west» - Luca Celada

LOS ANGELES - La scelta del presidente-eletto Barack Obama per il ministro del lavoro è ricaduta su Hilda Solis, la cinquantenne figlia di immigrati messicani e nicaraguensi che da 7 anni rappresenta al Congresso degli Stati uniti il distretto ispanico di East Los Angeles. Strettamente legata alle cause ispaniche e sindacali, alla cultura del volontariato e all'impegno sociale, l'ultima nomina ministeriale di Obama è anche la prima ad avere un identikit tradizionalmente «di sinistra». Così non è stato per molti altri componenti del suo gabinetto. Non solo. L'invito al reverendo Rick Warren a recitare «l'invocazione spirituale» alla cerimonia di inaugurazione di Barack Obama è stata una doccia fredda per l'America progressista. Warren è il pastore teocon di Saddleback Church in California, da dove lancia regolari anatemi contro l'aborto, il matrimonio gay («come legittimare l'incesto») e tutti i classici cavalli di battaglia della destra evangelica. Proprio lui sarà chiamato a pronunciare un'omelia alla nazione intera dallo scranno del campidoglio: uno schiaffo, come ha notato il Huffington Post, alla base progressista e ad alcune costituenti chiave della Obama-coalition, in particolare il movimento gay che a questo punto è davvero sotto shock. Anche la scelta di Ken Salazar, presentato mercoledì come candidato a secretary of the interior, è controversa. Al primo incontro con la stampa si è presentato con lo stetson sulla testa, gli stivali di pelle e al collo il laccio «bolo» con borchia d'argento: come a ribadire l'iconografia obbligatoria del «segretario dell'interno», che non è il ministro degli interni ma il titolare di una specie di dicastero dell'Ovest, la posizione ministeriale più legata al passato dell'America come terra di frontiera e di espansione interna. La divisa da cowboy è quindi praticamente d'ordinanza per il segretario: dei sedici ministri che hanno ricoperto la carica negli ultimi 60 anni, uno solo proveniva da uno stato a est del Mississippi. Salazar non fa un'eccezione: è un senatore del Colorado, stato dell'Ovest, e quindi soddisfa il requisito primo, quello regionale, della sua carica. Una posizione di grande importanza perché al Dipartimento agli interni fa capo la gestione dei 320.000 chilometri quadrati di terre demaniali gestiti dal bureau of land management, con annesse vaste risorse minerarie e energetiche, nonché il bureau of reclamation che ha giurisdizione sulle acque, bene prezioso e linfa vitale per la regione dal maggiore tasso di (iper)sviluppo del paese, e infine l'ente più direttamente depositario dell'equivoco retaggio nazionale: il bureau of Indian affairs, creato per gestire le tribù decimate ai tempi dei grandi internamenti nei campi di prigionia nell'ottocento e da allora incaricato delle solitamente disastrose politiche delle riserve. Il DoI è inoltre responsabile per la conservazione delle risorse naturali: i grandi parchi, le specie in via d'estinzione e i territori a rischio ecologico, nonché della concessione degli appalti di sfruttamento degli stessi. Per questo la nomina di Salazar è stata contestata con forza da gruppi ambientalisti. La base politica del senatore sono infatti le grandi lobby petrolifere e minerarie che da un secolo sono «l'industria di casa» del Colorado, terreno tra l'altro di feroci scontri fra padronato e sindacati durante le coalfield wars dei primi del secolo, quando numerosi scioperi di minatori guidati dal sindacato Iww furono soffocati nel sangue. Obama ha definito Salazar una persona con profonda conoscenza della regione e legami alle sue realtà «rurali», e la sua nomina è stata elogiata dall'American Farm Bureau che cura gli interessi del settore agricolo, ma sono proprio i suoi rapporti con interessi economici del settore che hanno indotto la coalizione ambientalista del Center for Biological Diversity a presentare una petizione contro la sua nomina, firmata da 50 biologi, in cui si deplora la mancanza di impegno del senatore nella «tutela dell'integrità scientifica, la lotta al riscaldamento del clima, la riforma dell'approvigionamento energetico e la difesa delle specie a rischio». L'altra nomina «rurale» di Obama è quella di Tom Vilsack a ministro dell'agricoltura. L'ex governatore dell'Iowa è un centrista liberale che ha criticato Bush per la guerra in Irak chiedendo il ritiro delle truppe, ha promosso riforme sindacali sulla salute dei lavoratori agricoli ed è per la radicale riforma energetica del paese: a questo proposito però favorisce l'approccio basato sulla produzione di etanolo, che molti ambientalisti considerano in realtà un malcelato sussidio per le aziende coltivatrci di mais. Come governatore dell'Iowa, stato che è il cuore pulsante del complesso agroindustriale basato sulla produzione massiccia di granturco (ben descritto da Michael Pollan ne Il dilemma dell'onnicovoro) è quindi anch'egli legato ad interessi forti dell'agribusiness industriale, colossi come Cargill, Monsanto, Archer Daniels Midland. Per questo la sua nomina è stata criticata dalle associazioni di agricoltura biologica. La critica mossa dai progressisti a questi ministri, entrambi sostanzialmente centristi «tecnici», è che non basta prendere la parte degli interessi economici «rurali» contro quelli «urbani» ma che in settori dalle globali implicazioni energetiche e ambientali come questi occorre una visione radicale, nel senso di fortemente inedita, i «nuovi modi di pensare» invocati dal candidato Obama. Sull'agricoltura ad esempio c'è un ormai un equivoco di fondo poiché ciò che passa per coltivazione di alimenti è in realtà un mastodontico complesso industriale basato su carburanti fossili e tecniche transgeniche, retto da sussidi federali, legato al complesso altrettanto industriale dell'alimentazione e quindi a politiche alimentari globali strumentali a un pensiero egemonico americano e occidentale. Il ruolo tradizionale del department of agricolture è stato di favorire questo sistema con giganteschi sussidi alla fast food nation, ostacolando ogni riforma. Per questo il movimento dell'alimentazione democratica che fa capo a Slow Food Usa aveva fatto circolare una petizione per abolire il Dipartimento all'agricoltura a favore della creazione di un ministero dell'alimentazione a tutela degli interessi dei cittadini e dell'ambiente. Anche questo sarebbe un cambiamento radicale, il change che è stato il mantra della campagna Obama. La petizione di Food Democracy indicava anche una rosa di sei candidati i sintonia con politiche agroalimentari progressiste - ma nessuno di questi è entrato al ministero. Un discorso analogo si potrebbe fare per il department of interior che dovrà gestire la ripartizione delle acque del Colorado, disperatamente insufficienti a sostenere le megalopoli di un deserto in boom demografico (Phoenix, Las Vegas, Tucson, Los Angeles). Una nuova politica non può semplicemente modificare la suddivisione delle risorse a favore di questa o quella lobby (dove sì, la competizione principale è fra città e campagne) ma deve comprendere una visione alternativa della conservazione e di nuovi modelli di sviluppo sostenibile, magari senza le fontane di Las Vegas e la coltivazione intensiva del deserto a mezzo irrigazione - un deserto tra l'altro sempre più utilizzato come deposito di rifiuti anche radioattivi. Quest'ultima questione ricade tecnicamente sotto la competenza del dipartimento dell'energia, altro dicastero di grande impatto sull'ovest americano e con implicazioni globali. In ballo c'e anche il Nevada Test Site, la base militare su territorio indiano Shoshone usata come terreno di prova per mille esplosioni nucleari durante la guerra fredda. Oggi la stessa base dovrebbe diventare il deposito centrale per tutte le scorie radioattive del paese, malgrado le proteste degli indiani. La buon notizia qui è la scelta del nuovo ministro dell'energia, Steven Chu: è un premio Nobel per la fisica e, dopo quasi un decennio di oscurantismo militante, il riconoscimento del pensiero scientifico come valore politico positivo costituisce un grande balzo in avanti. Ora si tratterà di tradurlo in effettivo cambiamento: sarà oltremodo necessaria quella visione alternativa e quella capacità di mettere gli altri in condizione di immaginare un altro mondo e un altro modo di concepire la politica e la collettività, che Obama ha finora saputo infondere al paese.

 

Liberazione – 21.12.08

 

«Centrali nucleari sul suolo italiano e da gennaio giudici e pm separati» - Gemma Contin

Conferenza stampa di fine anno tenuta dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, davanti alla platea dell'Ordine dei giornalisti e dell'Associazione dei giornalisti parlamentari, riuniti per la circostanza a Villa Madama. Se non fosse mesta, per la crisi che segna ogni minuto secondo della vita economica del Belpaese, l'occasione sarebbe ghiotta. Di quelle in cui il premier si lascia andare alle elucubrazioni su come qualmente gli italiani devono essere ottimisti. Di ragioni non ce ne sono davvero, stante quello che ha scritto appena qualche giorno fa la Confindustria, che prevede altri seicentomila disoccupati da qui ai prossimi sei mesi, con un trend di decrescita dell'occupazione di 1,4 punti percentuali nel 2009 e, viceversa, con un aumento della disoccupazione che dal 6,8 nel 2008 passerà all'8,4% l'anno prossimo. E cosa può provocare un tale disastroso presagio? Gli analisti di Emma Marcegaglia scrivono: «Il rischio più grande dello scenario, forse l'unico a questo punto rimasto, giacché gli altri si sono ormai materializzati, è proprio quello di un nuovo fallimento della politica, qualora questa obbedisse a tempi e logiche proprie e non si dimostrasse all'altezza delle formidabili sfide presenti». Cosa dice in proposito, nel suo discorso di congedo da questo orribile anno bisestile, Silvio Berlusconi? Il presidente del Consiglio esordisce promettendo ai giornalisti presenti che la firma tra federazione degli editori e sindacato dei giornalisti, del contratto scaduto da quattro anni, si materializzerà per merito della sua personale azione di mediazione entro il prossimo mese di gennaio. E dopo tale captatio benevolentiae prosegue: «Sono orgoglioso di questa squadra di governo composta da molti giovani e donne capacissime. Si lavora benissimo assieme e non ho mai avuto in sette mesi una delusione, neppure la più piccola». Eppure Gelmini gli ha riempito le piazze di proteste. Eppure Brunetta non fa che procedere con una provocazione dietro l'altra. Eppure Sacconi ha aperto la peggior stagione di decostruzione del mondo del lavoro, con migliaia di lavoratori in cassa integrazione, interi comparti in fibrillazione, il sindacato diviso e carponi. Eppure l'Alitalia è in altomare. Ma il signor B. no, non è deluso. Neppure la più piccola delusione in sette mesi. Nemmeno da ministri inconsistenti, inesistenti, come Carfagna o Rotondi? Neppure! E sul fronte economico? «L'Italia, il nostro governo, ha prodotto uno sforzo per affrontare la crisi economica che è stato l'apripista delle soluzioni, raggiungendo anche una soluzione condivisa da tutti che ha dato autorevolezza in più al nostro paese». Ancora: «L'anticipo della manovra finanziaria con un decreto dal valore triennale ha consentito di evitare l'assalto alla diligenza - sostiene il premier - e di realizzare una politica di rigore e di tagli agli sprechi che ci consente di puntare verso un debito inferiore al 100% del Pil». Berlusconi fa presente che il debito italiano, «che ha continuato crescere negli Anni Settanta, è il terzo al mondo, al 106% del Pil, e ci costa 85 miliardi l'anno di interessi». Sul fronte energetico: «Abbiamo rischiato il black out perché siamo un paese tributario verso l'estero, questo comporta che l'energia costi da noi il 35% in più rispetto agli altri cittadini europei e il 50% in più dei francesi, rendendo difficile anche la competizione dei nostri prodotti». Sicché «il governo ha scelto la via dei rigassificatori: ne abbiamo inaugurato uno a Rovigo, altri sono in programma» e sono stati presi «nuovi accordi con la Libia, l'Algeria e l'Albania per moltiplicare le fonti di approvvigionamento. Ma per risolvere il problema in futuro bisognerà ricominciare con il nucleare», con progetti che partiranno prima di tutto «nei paesi vicini e poi proseguiranno sul territorio italiano. Purtroppo - lamenta Berlusconi - occorrono circa sette anni per avere una centrale terminata, ma se mai si comincia non si finisce mai». E sulla giustizia: «Abbiamo già ultimato una grande riforma della giustizia penale, che ha come fulcro la separazione degli ordini dei magistrati giudicanti da quello dei pm, che chiameremo avvocati dell'accusa, dovranno essere dislocati in altri uffici, dovranno avere nei confronti dei giudici gli stessi doveri e gli stessi diritti che hanno gli avvocati della difesa». La proposta sarà portata al primo Consiglio dei ministri di gennaio, annuncia Berlusconi: «Poi andrà in Parlamento e la nostra maggioranza come sempre la voterà, ma sarà aperta alle suggestioni, ai consigli, alle richieste che verranno da tutti, anche dai partiti dell'opposizione. Ma io non mi siederò a nessun tavolo se il Pd prima non si libera di Di Pietro». Si realizzerà così un altro tassello fondamentale di quel famoso "piano di rinascita nazionale" che, come si sa, il premier condivide con Licio Gelli. Da lì in poi l'apoteosi: «Diminuiranno le tasse; aumenterà la base per gli ammortizzatori sociali; ci sono 16 miliardi e mezzo già finanziati per le infrastrutture; se gli Usa intervenivano prima Lehman non falliva; sto lavorando a un incontro Medvedev-Obama; il gradimento al premier è al 72%; il governo ha la fiducia degli italiani. Scusate se sono stato un po' prolisso ma mancavo dalle tivvù da sette mesi».

 

«Napoli, tomba del centrosinistra» - Davide Varì

«Sono trent'anni, anzi quaranta che non vivo più a Napoli. Era il '68, quando me ne andai a insegnare in un paesino della Basilicata. Nel corso degli anni sono tornato solo sporadicamente. Napoli era un luogo senza scampo, eppure...». Domenico Starnone, scrittore, giornalista e professore di liceo, proprio non riesce a dare un giudizio netto, definitivo sulla città in cui è nato. Ha provato tante volte a liberarsi dalle maglie di quel posto "senza scampo", eppure - già, eppure - ne è intriso fino al midollo. La sua napoletanità straripa nella lingua, nel modo di essere e di vivere. E' un legame violento, impossibile da estirpare: «Puoi metterci tutti gli strati culturali che vuoi - dice - ma quel fondo resta lì in eterno». Città senza scampo Napoli, certo. Ma città viva, ricca culturalmente e umanamente. E di fronte alla nuova questione morale che sembra travolgere il Paese sgorgando proprio da palazzo san Giacomo, sede del Comune, Starnone è duro. Duro non tanto nei confronti dei protagonisti delle ultime vicende giudiziarie in corso. Starnone, piuttosto, è duro nel significato profondo di quel che sta accadendo, di quel che la nuova questione morale rappresenta sul piano simbolico: «Il centro sinistra si era proposto di affrontare e risolvere i "vizi" secolari della città - ammette - E invece quegli stessi vizi hanno cambiato gli uomini del presunto rinascimento napoletano e tutto è naufragato». Starnone, Napoli è il nuovo epicentro di una nuova questione morale che attraversa il centro-sinistra. Che idea s'è fatto di quanto sta accadendo? Quel che sta succedendo a Napoli, ma più in generale in tutta la Campania, è una gravissima sconfitta sul piano simbolico ancor prima che su quello politico. La sinistra si era data un obiettivo molto ambizioso: affrontare e risolvere i problemi secolari della città in un arco di tempo relativamente breve. E invece cosa è successo? E invece è accaduto che quei problemi secolari hanno travolto quelle stesse persone che volevano cambiare la città. Si parlava di rinascimento napoletano, di rifondazione culturale e Antonio Bassolino rappresentava il simbolo di questa rivoluzione. Ecco, oggi assistiamo ad un rovesciamento drammatico di quel simbolo. Bassolino non evoca più il cambiamento ma la sconfitta di quella rifondazione. Bassolino, certo, ma anche pezzi importanti della giunta napoletana sono travolti dalle inchieste.. E' tutto il centro sinistra a naufragare. Crolla quel progetto che avrebbe dovuto trasformare la città. Napoli e la Campania erano il banco di prova in cui si è misurata la capacità di governo della sinistra. Per questo motivo quel che sta accadendo ha un significato così drammatico: non è solo la sconfitta della giunta napoletana, né del solo Bassolino, a Napoli è naufragato un intero progetto politico, un progetto che non ha confini regionali. E adesso Napoli come ne uscirà? Il fatto che la sconfitta abbia un forte significato simbolico, a mio avviso, rende questa crisi ancora più grave. E come se ammettessimo che Napoli è ingovernabile e che la sinistra non ha in sé la capacità di governare. Due cose devastanti. Eppure le inchieste si stanno muovendo in tutta Italia. In Abruzzo, per esempio, il sistema di illegalità era molto più ramificato. Ma l'attenzione mediatica è tutta incentrata su Napoli, come mai? Certo, molti dicono che la corruzione c'è dappertutto ed altri sostengono, giustamente, che non tutta la giunta è corrotta. Ma questa via d'uscita per Napoli non va bene. Ripeto, su questa città la sinistra aveva investito gran parte della propria credibilità amministrativa. Anche l'attenzione mediatica era altissima. Ricordo ancora la passeggiate del sindaco per il centro restaurato, e tirato lucido. Erano immagini potenti e simbolo di un cambiamento radicale... E invece, lei dice, era solo un restauro superficiale, il ventre della città era rimasto lo stesso... Certo, si diceva che i napoletani, in segno di fiducia dei nuovi governanti, parliamo dei primi anni '90, avessero iniziato a pagare il biglietto dell'autobus. Beh, in quello stesso periodo a me è capitato un episodio indicativo. Ero su un autobus, è salito il controllore che ha notato un "brutto ceffo" ed ha chiesto a me se avevo un biglietto in più per quella persona. Un esempio dell'irriformabilità napoletana? Certo, ma anche il segno esaltante dell'umanità e della disponibilità che attraversa quella città. Era un periodo in cui le regole avevano iniziato ad essere rispettate ma c'era sempre qualche eccezione. Quell'episodio è banale, eppure svela l'animo profondo di una città sempre pronta ad accomodarsi. Il problema è che, alla fine, l'accomodamento diventa l'unica forma di governo possibile. A forza di accomodarsi ci si consegna a forze di governo che hanno sempre agito nelle zone grigie della città. Parlo della Napoli laurina e di quella del voto di scambio. C'erano forze sane che sono state smantellate. Penso a Bagnoli, all'area operaia su cui si era puntato per creare un nuovo tessuto. Ed è per questo che lei è fuggito dalla sua città? Nel 67-'68 vinsi un concorso in un istituto della Basilicata e andai via. Dopo qualche anno chiesi il trasferimento ma non indicai Napoli, non volevo più tornare. Ormai, grazie a quell'esperienza di lavoro, si era verificato uno strappo. Eppure ero andato nel Sud profondo, nel cuore della Basilicata non certo a Milano, Torino o Roma. E non chiesi il trasferimento nella mia città perché nel fondo covavo il desiderio di scappare via. Uno strappo riuscito? Cosa è rimasto di Napoli, di via Gemito, dentro di lei? La lingua, è rimasta soprattutto la lingua. Quel dialetto e quella cadenza che nessun napoletano riesce a cancellare. Non esiste al mondo un'altra lingua così ricca ed espressiva. Il nostro dialetto riunisce il peggio ed il meglio della napoletanità. "Taggi 'a schiuma i sangue", ti devo riempire di botte al punto che tu schiumerai sangue. C'è tutto nel dialetto napoletano. In una frase del genere convivono bonomia e violenza. Ecco, c'è uno slittamento immediato, repentino dalla seduzione alla violenza in quella lingua. E' questo uno dei tratti caratteristici di cui nessun napoletano, anche un napoletano al polo Nord, potrà mai liberarsi. Non per scomodare Jakobson, ma il linguaggio non è mai solo forma, l'adesione a una lingua è anche sostanza, è Weltanschauung di un popolo e di una persona. A te cosa è rimasto di quella visione? C'è una parte di me, profondamente napoletana, che non posso e non voglio sopraffare. Le mie esperienze primarie sono avvenute con quella lingua. Una lingua oscena e sublime insieme. E quando quel dialetto ti ha preso non puoi più liberartene. E tutto questo può essere allargato alla cultura e ai comportamenti. Questa convivenza tra bonomia e violenza è un tratto insopprimibile della cultura napoletana. Ed anche questo aspetto non si può abolire se non cambiando la propria natura originaria. A proposito di comportamenti, Roberto Saviano racconta un episodio accaduto il primo giorno in cui è arrivata la polizia di scorta nel suo palazzo. Di fronte a quello spiegamento di forze arrivato lì per proteggerlo, un vicino di casa gli ha detto: "Finalmente t'anno arrestato!". Insomma, era lui, nell'immaginario popolare, che aveva trasgredito le regole denunciando il sistema camorristico... Gomorra ha avuto l'effetto di una bomba su tutta la Campania. E se è vero che quel che descrive Saviano nel suo libro è terribile, è anche vero che quel libro e quell'autore sono intrisi di cultura napoletana. Per questo continuo a illudermi che c'è ancora una speranza. Sotto quel fondo di violenza e illegalità Napoli è ancora una città viva. E' vero che c'è un anti Stato che, tanto per dirne una, affitta le zone della prostituzione alle puttane; ma anche vero che c'è una generazione di artisti e intellettuali di grande talento. Non dimentichiamo che Gomorra rappresenterà l'Italia agli Oscar del cinema. Insomma, Napoli non è una città morta.

 

Grecia, tra cortei e sit-in la rivolta non si ferma - Anubi D'Avossa Lussurgiu

Atene - Alle 18 e 45 ora di Atene, il cronista finisce sott'occhio dello Stato, o di quel che lo Stato mostra d'essere qui, secondo la descrizione che ne dà il movimento quando grida "Grecia dei poliziotti greci, ruffiani assassini e torturatori". Il poliziotto caporeparto, l'unico a volto scoperto, quello che avevo sentito insultare al grido di "munià" i giovani mentre guidava la carica su chi cercava scampo, si materializza all'improvviso accanto a me: sulla balaustra dalla quale guardo se i suoi colleghi dei Mat - i corpi speciali antiriots - stanno ancora rastrellando il Syntagma intorno al totem della normalità minacciato dagli studenti, l'albero di Natale in ferro che ha sostituito quello bruciato il 9 dicembre scorso, al terzo giorno di insurrezione per l'assassinio di Alexis. Poggia anche lui disinvoltamente i gomiti sul marmo, mi sta proprio spalla a spalla e fissandomi negli occhi di tre quarti mi dice qualcosa in greco. Una minaccia o una richiesta di conferma che, magari, io sia un "collega" in borghese, essendo sgusciato da tutte le parti nelle tre ore precedenti. Inalbero un sorriso altrettanto disinvolto e dico la parola magica (almeno spero): "Press". In un inglese peggiore del mio, mi chiede di dove: "From Italy", rispondo mentre mi attraversa per un microsecondo l'immagine di ciò che non ho affatto, un qualche "pass" di riconoscimento con qualsivoglia timbro. Gli ateniesi intorno, nel frattempo, dalla balaustra si sono tutti staccati. Gli scampati alla carica ma anche i passanti in sosta curiosa. Sento sguardi apprensivi su di me. Lui, dopo due secondi, se n'esce così: "I like Italì". Ma guarda... Annuisco cortesemente e svicolo ad ogni buon conto verso la Venizelos, mentre altri, innumeri manipoli di celerini in blu e di Mat marciano in ogni direzione a blindare i paraggi del Parlamento, del Martyrion e del Ministero degli Interni. Lungo i bordi d'una piazza già svuotata di ogni manifestante, d'ogni ribelle, dal setaccio di un quarto d'ora prima, a suon di spruzzate al peperoncino. E il traffico degli automobilisti, ripreso, pazienta surrealmente mentre la strada è tagliata dalla falange di Mat che si portano via di peso l'ulteriore decina di fermati - adesso il totale dalla notte del 6 avrà superato il mezzo migliaio, calcolo - verso i cellulari della penitenziaria già pronti. La "normalita'", però, anche stavolta è stata resa un fantasma ridicolo: questa è la scena centrale della serata di maggior shopping attesa, il sabato di vigilia della settimana di Natale. Due settimane esatte dall'assassinio di Alexis. Tre ore di protesta non violenta intorno ad un feticcio imbandito di luci e pomi dorati, presidiato come un corpo simbolico dello Stato da una schiera di armati in uniforme. E l'azione terminata solo con la carica quando il flusso dello shopping è già stato interrotto e rovinato. Mentre sotto l'albero e tutt'intorno restano le carni marce e il pattume lanciato dagli studenti al loro primo irrompere nella Syntagma. Il situazionismo della rivolta ha messo ancora una volta in scacco il senso stesso degli automatismi repressivi. E' un giorno di limbo, comunque, fino a queste stesse ore serali. Atene vive tutta una vigilia. Che è sulla bocca di ognuna e di ognuno, a partire dalla gente comune corsa ai negozi a procacciare regali per le feste. Tutti sanno che la cadenza ulteriore della ribellione è per la tarda serata. Dopo l'appuntamento alle 21 ad Eksarchia, proprio dove è stato ammazzato Alexis a 15 anni, in via Missolungi. Il giorno è solo un altro giorno di "riscaldamento" e al tempo stesso di spiazzamento del meccanismo della repressione: a ulteriore scorno della regia politica d'un governo già tempestato dagli scandali e ora sepolto anche nei sondaggi rilevati ad insorgenza scoppiata, spuntati tutti insieme precisamente ieri. Per la seconda volta, le ore di luce sono state dedicate dal movimento insorgente alla diffusione, alla condivisione: assemblee, cortei, concentramenti in tutti i quartieri. A Gyzi, Peristeri, Chaidari, Petralona, Nea Smyrni, Victoria, Vyronas. Così come avviene nel resto della Grecia, con grandi numeri a Salonicco, Larisa e Iraklion, a Creta. Basi di partenza, il migliaio di scuole e i 200 fra dipartimenti universitari occupati nell'Ellade, in via di autosgombero col sopraggiungere delle feste e di una nuova, diversa fase. Destinazione, l'incontro con una dinamica di "popolarizzazione" del braccio di ferro col potere. Con il significativo corredo della continuazione dei blitz in radio e tv: solo nella capitale, ieri, è stata la volta di Best, En Lefko, Athina 9.84 e Republic 100.3. Se l'istituto francese attaccato venerdì ancora è bruciacchiato, tutto il resto è quest'atmosfera di calma carica. Nella quale alla polizia tocca sparire, salvo materializzarsi in forze nell'ombelico dell'istituzionalità ufficiale, a Syntagma: un'ufficialità significativamente ridotta a quell'albero di Natale in ferro... Da proteggere anche dall'unico corteo che rischia di unirsi all'azione situazionista degli studenti, quello delle comunità migranti e degli antirazzisti, aperto da uno striscione contro "governo greco, Sarkozy e Ue" e da due "stranieri" adeguatamente scuri di pelle vestiti con le tute arancioni alla Guantanamo, che recano la gigantografia del volto tumefatto d'uno dei tanti arrestati e deportati in queste stesse settimane di rivolta. Cercano di bloccarli ma quelli si fanno avanti a mani nude e possono solo blindarli da ogni lato: passano, sfilando davanti al Martyrion massimo simbolo politico dell'ellenicità. Poco dopo, la carica agli studenti che per tre ore hanno insultato i guardiani dell'albero, hanno canticchiato "batsi, gurunia, dolofoni" (sbirri porci assassini) in falsetto e introducendolo col grido "ora che viene Natale ve lo dice anche Topolino", hanno scandito "un-dué, un-dué" ad ogni passo dei manipoli che li serravano. Senza traccia di paura. Nemmeno dell'epilogo certo, i fermi oltre le cariche: i fermi che ormai si rivolgono contro tutti. Come quando, appena rimesso piede ad Atene giovedì, a margine della furiosa battaglia intorno a Legge dopo il grande corteo pomeridiano sempre al Syntagma, la seconda linea dei manipoli di Mat aveva gasato e caricato anche i giornalisti, perché circondati da gente, passanti qualsiasi, che insultava a squarciagola la polizia. E i poliziotti, allora, s'erano portati via tra gli altri anche un soldato in libera uscita: un militare, a gridare anche lui "fascisti", finito sui giornali venerdì. Quando invece il movimento ha appunto inaugurato questa 48 ore di attesa e preparazione della "spallata" del sabato notte: con la prima mattinata di assemblee di piazza decentrate, col grande concerto dal pomeriggio, con l'irruzione al Teatro Nazionale di Atene, dove gli stessi attori hanno letto il comunicato "tutti nelle strade per Alexis" e si sono rifiutati, poi, di continuare la recita. Come pure ieri all'Olympion di Salonicco, dove un altro blitz ha invece sommerso di uova e dolcetti il sindaco della città impegnato a presenziare una festa di beneficenza all'aperto. Non sembra esattamente il clima adatto a vedere un seguito per la proposta del veterano del Pasok, Theodoros Pangalos, che l'altro ieri aveva proposto di sostituire con "tecnici" i ministri degli Interni, della Giustizia e dell'Economia per "traghettare" il Paese ad elezioni anticipate. Non dev'essere un caso che non solo il premier Karamanlis e la sua Neà Demokrathia, ma pure lo stesso vertice socialista ha respinto l'ipotesi. Allo stesso modo del maggiore sindacato, il Gsee: lo stesso le cui sedi sono occupate dal movimento, lo stesso i cui iscritti marciano ogni giorno in manifestazioni a fianco dei "ribelli", lo stesso di cui è dirigente locale il padre dello studente 16enne ulteriormente ferito da uno sparo, stavolta "nel buio", mercoledì sera a Peristeri. Tre facce d'uno stesso specchio di una normalità, politica e sociale, ormai stravolta. (in collaborazione con Oliva Damiani e Valentina Perniciaro)

 

Russia, la crisi la pagano i lavoratori - Daniela Bernaschi

Un centinaio di manifestanti sono stati arrestati, pochi giorni fa, nel corso di una pacifica protesta anti-Cremlino, tenutasi contemporaneamente a Mosca e a San Pietroburgo. Una delle tante dimostrazioni di dissenso, soffocate dall'intervento della polizia, che in questi giorni si riversano nelle piazze russe per dire un secco: "no" al disegno di modifica costituzionale volto a prolungare il mandato presidenziale e per chiedere alle autorità russe degli interventi concreti per affrontare la crisi economica. «Le autorità sono come una persona a cui è stato diagnosticato un cancro e che si rifiuta di credere che sia terminale», afferma Yevgeny Kiselyov, un analista politico che è stato espulso, come direttore generale di NTV - una stazione televisiva indipendente- , durante la presidenza di Vladimir Putin. «I leader russi e i mass media - continua Kiselyov - hanno cercato di convincere l'opinione pubblica che non vi è alcuna crisi». La verità è che la crisi mondiale ha duramente colpito il paese, il prezzo del petrolio è sceso da 147 dollari al barile del mese di luglio a 50 dollari. La pressione si è già fatta sentire nel settore privato. Un sondaggio di novembre curato dal Centro Levada, ha rivelato che il 20% della popolazione attiva è stata colpita da licenziamenti, tagli di stipendio o congedi non retribuiti. Vi è una crescente insoddisfazione nei confronti delle autorità, che in questi anni hanno rafforzato la loro popolarità giocando la carta dell'aumento della ricchezza materiale. Secondo Olga Kryshtanovskaya, sociologa direttrice del Centro per lo Studio delle élites all' Accademia Russa delle Scienze: « La popolarità di Putin è quasi interamente costruita sul boom economico degli ultimi anni e pertanto potrebbe crollare con il tracollo dell'economia». Il boom economico ha aumentato il reddito reale della maggior parte delle persone ma il livello della disuguaglianza non è diminuito, infatti, l'indice di Gini, un indicatore scientifico per la misurazione della distribuzione del reddito, per la città di Mosca è stimato a 0,6. Il limite inferiore dell'indice è zero e corrisponde a perfetta equidistribuzione; il limite superiore è uno e indica completa concentrazione. Il nervosismo delle autorità russe è palpabile e si concretizza negli interventi volti a stroncare qualsiasi tensione sociale legata alla crisi. Boris Kravchenko, presidente della Federazione sindacale libera VKT, sostiene: « Le autorità russe sono chiaramente preoccupate per la perdita di credibilità e per il dover affrontare un enorme schiera di disoccupati, il prossimo anno circa 2 milioni di persone non avranno un lavoro. Le risorse del Fondo di stabilizzazione- istituito nel 2004 come strumento per equilibrare il bilancio federale, fronteggiando eventuali cadute del prezzo del petrolio-, che sono state accumulate nel corso degli anni grazie ad alti prezzi del petrolio, sono state investite nelle banche e utilizzate per sostenere le imprese statali. Gli industriali e i burocrati- che hanno investito denaro in imprese di grandi dimensioni- sono preoccupati a mantenere alto il margine del loro profitto. Nessuno si preoccupa dei lavoratori e del loro futuro». « Diverse ONG e attivisti sindacali, nonché giornalisti indipendenti -continua Boris Kravchenko-, sono stati fisicamente aggrediti nel mese di novembre. Le autorità stanno lavorando per neutralizzare gli oppositori. La sopravvivenza dei sindacati indipendenti- che si battono per migliorare salari e condizioni di lavoro degli operai della Ford Motor Co, General Motors, Volkswagen, Hyundai, Toyota ed altri impianti di assemblaggio auto in Russia- è seriamente minacciata. I sindacati russi indipendenti hanno estremo bisogno della solidarietà internazionale del movimento sindacale, ora più che mai, perché dalla loro sopravvivenza dipende la sopravvivenza della società civile russa». Le azioni dei sindacati indipendenti e le proteste politiche dei giovani russi, quest'ultimi definiti dal giornalista Lothar Deeg "I senza Putin", rappresentano delle iniezioni di democrazia e pluralismo in una Russia intorpidita. Di fronte a un'ondata di licenziamenti, al crollo dei salari reali, ad una rapida crescita dell' inflazione, una risposta sola offre il Cremino: "Repressione". Lo scorso 12 dicembre è stato presentato un disegno di legge che si propone di estendere la definizione di "tradimento" ad ogni atto volto contro la sicurezza della Federazione Russa, contro la sovranità e la sua integrità territoriale. Secondo una relazione pubblicata da Novye izvestiya, quotidiano russo, sono sempre di più le "liste nere" compilate e mantenute da diverse agenzie del governo russo, in cui sono presenti i nomi di persone, che il Cremlino definisce "estremiste" ma che talvolta risultano semplicemente membri di gruppi politici di opposizione. Una volta che il nome di qualcuno è incluso in tale elenco è quasi impossibile per i singoli interessati ottenere che venga rimosso. Una particolare tipologia di elenco è stata segnalata dal giornale "Novaja Gazeta": gli insegnanti di Krasnodar ( città della Russia meridionale) sono invitati a preparare gli elenchi degli alunni di nazionalità caucasica, che possono diventare portatori di estremismo ed inviarli ai funzionari di polizia locali. L'aspetto più allucinante delle liste di Krasnodar è che sono formulate soprattutto sulla base dell'aspetto esteriore dei bambini, piuttosto che su dei problemi specifici. « Tutti questi provvedimenti mi ricordano il 1937, l'inizio della Grande purga, quando tutte le critiche dell'opinione pubblica alle autorità venivano interpretare come "alto tradimento". Il Cremlino con queste idee vuole trattare l'opposizione», è quanto sostiene Yevgeny Kiselyov.

 

Repubblica – 21.12.08

 

Il "non luogo" dei democratici - ILVO DIAMANTI

La ragione del disorientamento del Pd e del centrosinistra è, forse, più semplice di quel si pensa, anche se sgradevole. Molto semplicemente: nostalgia dell'unità. O meglio: dell'Unione. Un sentimento diffuso fra gli elettori di centrosinistra, che non si sono rassegnati davvero alla scelta di correre da soli. O, almeno, ci hanno ripensato. Non intendiamo dare giudizi retrospettivi, ma è ciò che emerge dagli orientamenti degli elettori, rilevati da un sondaggio, condotto nei giorni scorsi su un campione rappresentativo (di 1500 casi) da Demos (per i dettagli: www.demos.it). 1. Per quel che riguarda le intenzioni di voto, le stime confermano le tendenze indicate da altri sondaggi in questa fase (Ipsos, Ispo, Swg). In particolare: a) il centrodestra mantiene il distacco emerso alle elezioni di aprile. Il Pdl si attesta oltre il 37%, la Lega ha scavalcato largamente il 9%. Mentre a centrosinistra il Pd è scivolato sotto il 28% e l'Idv/lista Di Pietro ha più che raddoppiato il suo peso elettorale, raggiungendo la Lega. Fra gli altri, l'Udc tiene la sua base, intorno al 6%, mentre le forze della Sinistra (Rc, Verdi ecc.) mostrano segni di recupero. 2. Se consideriamo il grado di vicinanza ai partiti espresso dagli elettori, emerge un dato singolare quanto significativo. Il Pd intercetta più voti che simpatie. Infatti, la quota di elettori che lo sente "vicino" è, di poco, inferiore rispetto alle intenzioni di voto (26,7%). Al contrario della lista Di Pietro, il cui elettorato "amico" è doppio (19%) rispetto alle intenzioni di voto. Il dato, peraltro, riflette quanto avviene nel centrodestra, dove l'elettorato "amico" della Lega è di tre volte superiore alle intenzioni di voto, mentre il peso degli elettori vicini al Pdl risulta sensibilmente inferiore all'incidenza elettorale (di 6 punti percentuali). In altri termini: c'è una quota di elettori che, oggi, voterebbe Pd e Pdl "nonostante": per inerzia o per calcolo, mentre "il cuore" e l'istinto li spingerebbe altrove. 3. Tuttavia, non è possibile porre Pd e Pdl sullo stesso piano. I problemi del Pdl riflettono l'unificazione ancora incompiuta fra i due partiti fondatori, Fi e An. Inoltre, il Pdl (secondo i sondaggi) non ha perduto consensi elettorali dopo il voto di aprile. Il Pd sì. E parecchi. La tentazione di chiamare in causa la "questione morale" che ha investito le amministrazioni locali di centrosinistra è comprensibile e, in qualche misura, fondata. Ma il paragone con il 1992 ci pare improponibile. Allora si trattò di una crisi di sistema, che investì i partiti di governo, a livello centrale. Oggi le inchieste coinvolgono l'opposizione, già fiaccata dal voto. Alla periferia. La ragione principale del disamore verso il Pd, a nostro avviso, è diversa. Per citare Gian Enrico Rusconi (sulla Stampa): "La questione morale è solo un sintomo dell'impotenza politica". 4. Parafrasando Marc Augé, diremmo che il Pd appare ancora un "non luogo" politico. Un posto di passaggio, un poco anonimo. Non una casa stabile. Capace di fornire identità e memoria. Lo suggerisce l'orizzonte dei riferimenti politici espresso dagli elettori del Pd, tutt'altro che unitario e autosufficiente. Il 30% di essi si dice vicino all'Idv, il 10% all'Udc e il 22% ai partiti della Sinistra. Tra gli elettori che votarono per il Pd nello scorso aprile, la percentuale degli amici di Di Pietro sale di circa 4 punti percentuali. La stessa misura, circa, di quanti, dopo le elezioni, hanno spostato la scelta di voto dall'Idv al Pd. Ciò suggerisce che l'elettorato del Pd sia contiguo a quello dell'Idv e si sovrapponga ad esso in molti punti. Ma l'elettorato del Pd si sente vicino anche agli altri partiti di opposizione. All'Udc e alla Sinistra radicale. Tanto che li vorrebbe alleati. In particolare, oltre il 50% degli elettori vicini al Pd vorrebbe allearsi con Di Pietro, il 37% con l'Udc, altrettanti con la Sinistra radicale. Il 39%, per la verità, preferirebbe che il Pd continuasse la sua marcia solitaria, ma circa un terzo di essi accetterebbe di allearsi con le altre forze di opposizione. In particolare con l'Idv e l'Udc. 5. Il principale problema del Pd, a nostro avviso, richiama, dunque, la difficoltà di delimitare con chiarezza il proprio "terreno di caccia". I suoi elettori - potenziali e reali - continuano a immaginarsi parte di un'area più ampia, a cui partecipano gli alleati di ieri: la Sinistra e soprattutto Di Pietro. Ma anche l'Udc. La prospettiva a cui Veltroni (e non solo lui) intendeva sfuggire quando, nello scorso gennaio, annunciò l'intenzione di far correre da solo il Pd. Naturalmente, le obiezioni a questa lettura sono immediate quanto legittime: a) l'Unione è improponibile; la sua fine è stata sancita dal risultato deludente del 2006 e dall'esperienza controversa ed estenuante del governo Prodi; b) i riferimenti di programma e di valore fra i partiti di opposizione erano e restano distanti e, talora, incompatibili; c) il percorso del Pd è appena partito, occorre attendere perché si radichi fra gli elettori. 6. Tuttavia, è evidente la perdita di appeal del Pd da quando si è affacciato sulla scena politica. Nei primi mesi dell'anno il suo elettorato potenziale era molto più ampio. Di circa 20 punti percentuali. È, peraltro, comprensibile anche la ragione "politica" di questo sfaldamento: l'incapacità di andare "oltre" Berlusconi. Lo slittamento di una parte dei suoi elettori verso Di Pietro sottolinea, infatti, una domanda di opposizione "antiberlusconiana". Frustrante per chi (come noi) pensa a un'alternativa capace di esprimere le proprie specifiche ragioni. Il problema, purtroppo, è che Berlusconi stesso contrasta questo disegno. Perché, più di ogni altro contenuto, lui (la sua immagine, i suoi interessi) resta il principale collante e, al tempo stesso, la principale fonte di identità del governo e della maggioranza. Oggi più di ieri. Non solo perché la Lega fa di tutto per marcare le proprie differenze, per sottolineare la propria missione di "partito del Nord". Ma perché il Pdl, ancor più del Pd, appare una casa abitata da inquilini diffidenti, l'uno dell'altro. Nel centrodestra, così, coabitano in tanti, diversi più che mai. Ex democristiani e socialisti, federalisti, secessionisti e nazionalisti, liberisti e colbertiani, postfascisti (e nostalgici). Ultracattolici e libertini. Nordisti e sudisti. Antidipietristi e anticomunisti. Tutti insieme. È l'Unione di Destra. Tenuta insieme e identificata da Berlusconi. Il berlusconismo è, quindi, l'ideologia dominante della seconda Repubblica ma, al tempo stesso, una tecnica di coalizione. Il Pd, da solo, senza interpretare e coalizzare l'antiberlusconismo non andrà mai molto oltre il 30%. Il che significa, con questa legge elettorale: rassegnarsi all'opposizione eterna.

 

La Stampa – 21.12.08

 

Nassiriya, un generale condannato – Flavia Amabile

Due anni di reclusione al generale Bruno Stano e rinvio a giudizio per il colonnello Georg Di Pauli perché avrebbero potuto fare qualcosa per evitare la morte di 19 italiani e 9 iracheni durante l’attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003. Assolto, invece, il generale Vincenzo Lops che aveva preceduto Stano nel comando della missione. I tre ufficiali erano accusati, a diverso titolo, di non aver messo in atto tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza della base Maestrale, a Nassiriya. Il generale Stano ha però avuto i benefici della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale. Dovrà invece risarcire il danno alle parti civili. L’inchiesta venne avviata subito dopo la strage: la procura militare di Roma, che ha acquisito una mole enorme di documenti e sentito decine di testimoni, alla fine di maggio 2007 chiese il rinvio a giudizio per i tre ufficiali per «omissione di provvedimenti per la difesa militare». Gli imputati hanno però sempre rivendicato la correttezza del loro operato, sostenendo che tutto quello che si poteva fare era stato fatto e che nessun allarme è mai stato sottovalutato. «Inutile dire che è una sentenza che ci amareggia molto, non la condividiamo», ha commentato l’avvocato Franco Coppi, difensore del generale Bruno Stano. «Le inchieste avevano dimostrato la correttezza estrema della condotta del generale». Francesca Grazia Conte, l’avvocato di parte civile, che difende i sopravvissuti e i parenti delle vittime, non riesce a trattenere le lacrime: «La decisione del giudice è sicuramente una vittoria per tutti coloro che in questi anni hanno continuato a spiegare che la tragedia poteva essere evitata. Dedico questa sentenza alle vittime della strage e a alle loro famiglie». I parenti delle vittime e i feriti sopravvissuti all’attentato hanno avuto reazioni diverse nei confronti della sentenza. «Grande soddisfazione», è stato il commento di uno dei feriti , il maresciallo dei carabinieri Giantullio Maniero, riformato dall’Arma proprio per le lesioni riportate nell’attentato. «È stata fatta giustizia, almeno in parte». «Non volevamo vendetta ma giustizia. E giustizia è stata fatta», sono state le parole di Alessandra Merlino, moglie del sottotenente Filippo Merlino, morot nell’attentato. E’ apparso invece quasi sorpreso, e comunque poco soddisfatto, il generale Alberto Ficuciello. Il figlio, Massimo, ufficiale della brigata Sassari, fu tra le vittime dell’attacco terroristico in Iraq. «Non mi aspettavo la condanna del generale Bruno Stano. E non sono tra i parenti delle vittime della strage di Nassiriya che dicono ’giustizià è stata fatta - ha spiegato il padre - Ora attendiamo di leggere la sentenza». In realtà il generale si aspettava qualcosa del genere visto che nei giorni scorsi aveva provato a lanciare un appello per fare in modo che Lops e Stano «due comandanti sul campo con la responsabilità di condurre un’ operazione militare delicatissima nella incertezza di un mandato ambiguo che mescolava i fini con le modalità» non fossero trasformati in «vittime sacrificali», in «capri espiatori» e additati alla pubblica opinione come « responsabili di quella infausta giornata».

 

Israele: "Pronti a riconquistare Gaza"

SDEROT - A due giorni dalla fine del cessate-il-fuoco tra Israele e le milizie di Hamas nella Striscia di Gaza, un ennesimo razzo lanciato dall’enclave palestinese ha colpito un’abitazione civile a Sderot, cittadina situata nella parte meridionale del territorio dello Stato ebraico, appena un paio di chilometri a ovest della frontiera. Non ci sono comunque stati feriti. Lesioni ha invece riportato un agricoltore israeliano, investito dalle schegge di una granata di mortaio scagliata anch’essa da Gaza, e abbattutasi al suolo nel campo di un vicino kibbutz, dove l’uomo era intento al lavoro. Qualche ora prima una nuova incursione aerea israeliana sulla Striscia aveva portato alla distruzione di una rampa di lancio per razzi nel settore nord dell’enclave. Stando a fonti militari, dalla conclusione della tregua sono già almeno una cinquantina i proietti di vario genere sparati contro Israele; la maggior parte degli attacchi sono stati rivendicati dalla Jihad Islamica che, a differenza di Hamas, non aveva aderito nemmeno formalmente alla sospensione semestrale delle ostilità. Fonti militari israeliane intanto hanno riferito al Jerusalem Post che l’esercito israeliano è pronto a «riconquistare la Striscia di Gaza» se sarà necessario. Tra venerdì e sabato i gruppi armati palestinesi hanno sparato 17 Qassam e 24 colpi di mortaio contro obiettivi israeliani. Ieri un miliziano ha anche aperto il fuoco contro un gruppo di agricoltori che si trovava nei pressi del Kibbutz Nir Oz, nella regione di Eshkol. L’esercito israeliano ha risposto ieri a questi attacchi con un raid areo nel nord della Striscia di Gaza, in cui è rimasto ucciso un miliziano palestinese delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, braccio armato di Fatah. Le forze di difesa israeliane si stanno preparando però ad affrontare ogni scenario possibile, «dalla riconquista della Striscia di Gaza» ai «raid mirati contro i lanciatori di razzi», ha spiegato un ufficiale. «Faremo comunque quello che ci verrà detto di fare», ha aggiunto. Stamattina il governo israeliano si riunisce per il consueto vertice settimanale, e discuterà della situazione nella Striscia. Ieri sera Mark Regev, portavoce del premier Ehud Olmert, ha detto che la situazione è «semplicemente insostenibile». Ieri un’incursione dell’esercito israeliano con un bilancio di almeno un morto e tre feriti palestinesi, e una serie di lanci di razzi e granate palestinesi verso il sud di Israele hanno segnato il primo giorno dalla fine della tregua a Gaza fra Israele e Hamas. Un palestinese è rimasto ucciso nella mattinata in un raid compiuto dall’aviazione israeliana in prossimità del campo profughi di Jabaliya, nel nord della Striscia di Gaza. La vittima è stata identificata come Ali Hijazy, militante 22enne delle Brigate dei martiri di al Aqsa, braccio armato di Fatah. Tre i feriti: altri due militanti, in gravi condizioni, e un civile. Quello di ieri è stato il primo raid israeliano dalla fine della tregua di sei mesi. Nelle prime ore del pomeriggio, le Brigate Ezzedin al Qassam, braccio armato di Hamas, hanno rivendicato il loro primo attacco a colpi di mortaio su Israele dalla fine della tregua. «Abbiamo lanciato oggi a mezzogiorno sei colpi di mortaio in direzione di Israele. È la prima volta che colpiamo Israele dalla fine della tregua», ha affermato in un comunicato il gruppo armato palestinese. Un portavoce dell’esercito israeliano ha confermato all’Afp che quattro proiettili di mortaio sono caduti su Israele in prossimità del valico di Sufah, a sud est del territorio palestinese senza provocare vittime o danni. Secondo una fonte medica palestinese, inoltre, due bambini palestinesi sarebbero stati feriti nel pomeriggio dal fuoco israeliano nella città di Beit Hanoun, nel nord della Striscia. Interpellato dall’Afp, l’esercito israeliano ha negato di aver effettuato un’operazione nella zona. Concordato lo scorso 19 giugno grazie agli sforzi di mediazione dell’Egitto, il cessate-il-fuoco «è terminato e non sarà rinnovato perché il nemico sionista non ha rispettato le sue condizioni. L’occupazione comporta la responsabilità delle conseguenze», hanno denunciato ieri sul loro sito Internet le Brigate Ezzedine al Qassam, annunciando la fine della tregua. Ieri il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon ha espresso grande preoccupazione per la situazione, lanciando un nuovo appello per una tregua negoziata dall’Egitto e per la fine delle violenze. «Un’escalation delle violenze avrebbe gravi conseguenze sulla sicurezza dei civili in Israele e a Gaza, sul benessere della popolazione civile di Gaza e sugli sforzi in vista di una soluzione politica», ha dichiarato Ban in un comunicato. A Washington, il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha avvertito che la ripresa delle tensioni con Israele rischia soltanto di indebolire i palestinesi. «L’unico modo che hanno i palestinesi per raggiungere l’obiettivo della creazione di uno Stato è il negoziato», ha affermato il capo della diplomazia Usa.

 

Patto Venezuela-Iran: aerei per armi – Maurizio Molinari

NEW YORK - Teheran evade le sanzioni Onu sfruttando gli aerei della compagnia di bandiera venezuelana in forza di un patto fra Mahmud Ahmadinejad e Hugo Chávez per rafforzare la penetrazione iraniana in America Latina. La notizia è contenuta in alcuni memorandum di intelligence occidentale sull’impatto degli accordi di Ahmadinejad con diverse nazioni sudamericane. Il patto fra Teheran e Caracas, secondo i memorandum che «La Stampa» ha potuto consultare, verte attorno ad uno scambio: Chávez consente ad Ahmadinejad di adoperare liberamente i propri aerei di linea e ottiene in cambio aiuti militari. L’Iran sta adoperando i velivoli della compagnia Conviasa lungo la rotta commerciale Teheran-Damasco-Caracas per molteplici scopi. Innanzitutto trasferire materiale scientifico verso i laboratori del Centro di studi e ricerca siriano a Damasco. In particolare si tratterebbe di spedizioni di macchine Cnc, computer per il controllo di missili e di materiale per lo sviluppo di vettori, a cominciare dalla realizzazione di motori. Le spedizioni vengono fatte dal gruppo industriale «Shahid Bakeri» (Sbig), incluso nel dicembre 2006 nella lista delle aziende colpite dalle sanzioni incluse dalla risoluzione 1737 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in ragione del ruolo svolto nello sviluppo del programma missilistico dell’Iran. Proprio in base a tale risoluzione la Siria - come qualsiasi altro Paese - non potrebbe fare acquisti di tecnologia missilistica provenienti da tale azienda ma gli aerei Conviasa consentono di portare a termine le transazioni evadendo i controlli. Il precedente delle spedizioni alla Siria preoccupa l’intelligence occidentale perché lascia supporre che Teheran possa aver trovato grazie agli aerei garantiti da Caracas un sistema di trasporto grazie al quale ovviare ai crescenti problemi incontrati nell’import-export di materiale proibito a seguito più stringenti controlli messi in atto dalle autorità turche. Pochi mesi fa i servizi doganali di Ankara intercettarono 22 esemplari di tali macchine Cnc prodotte dall’azienda cinese «Shenyang Machine Tool» e destinati all’Iran da dove sarebbero poi, in parte, dovute proseguire verso la Siria. È stato a seguito di questo episodio che Ahmadinejad ha chiesto aiuto a Chávez, anche perché i rapporti con Ankara erano già incrinati a seguito dell’incidente ferroviario del maggio del 2007 quando un treno partito dall’Iran e diretto in Siria si rovesciò per un guasto sul territorio turco portando alla scoperta di una spedizione di armi destinata agli Hezbollah che suscitò forte irritazione in Turchia e, fra l’altro, portò le autorità iraniane a sostituire il comandante dei pasdaran Rahim Safavi con il successore Muhamed Jaaferi. Obbligato a trovare nuove vie per raggiungere il territorio dell’alleato di Damasco, Ahmadinejad ha pensato che gli aerei civili venezuelani erano la soluzione più semplice ed a portata di mano, Chávez ha dimostrato accondiscendenza e ha ottenuto in cambio un consistente pacchetto di aiuti: l’impegno iraniano a inviare istruttori a Caracas per la polizia segreta e i servizi di intelligence come testimoniato dal recente arrivo nel Paese sudamericano di almeno dieci alti ufficiali della «Forza Al Quds» dei pasdaran. Per Chávez gli addestratori iraniani sono un utile strumento per consentire alle proprie forze di sicurezza di essere più efficaci contro gli oppositori interni. Un ulteriore tassello del patto Caracas-Teheran viene dalla disponibilità della Conviasa a trasportare verso l’Iran materiale militare che le aziende legate ai pasdaran non possono acquistare liberamente sul mercato proprio in ragione delle sanzioni dell’Onu. La moltiplicazione di questi segnali ha portato l’intelligence occidentale a monitorare da vicino i passeggeri e il materiale che viaggiano lungo la rotta Teheran-Damasco-Caracas arrivando alla conclusione che spesso si tratta di funzionari dell’intelligence, ufficiali militari e materiali proibiti dall’Onu. Fra i passeggeri di tali voli vi sono stati anche gli ufficiali dell’esercito siriano e venezuelano che nel luglio scorso hanno partecipato alle manovre dei pasdaran. Ad avvalorare la scelta strategica di Teheran di puntare sul Sud America per rompere l’isolamento internazionale c’è quanto detto ieri a Teheran dal vicepresidente Parviz Davoudi sulla «priorità di promuovere il commercio e la cooperazione industriale con le nazioni rivoluzionarie». Risale a giovedì scorso l’inaugurazione a Teheran della fiera commerciale dei sette Paesi dell’«Alternativa bolivariana per le Americhe» (Venezuela, Cuba, Ecuador, Bolivia, Honduras, Nicaragua e Repubblica Dominicana) che sfida le sanzioni imposte a Teheran contro lo sviluppo dell’energia nucleare.

 

Corsera – 21.12.08

 

La prudenza e la speranza del Quirinale – Massimo Franco

Forse non è stato proprio dimesso. Ma prudente sì, e molto: attento a non dire una sola parola in più sulle questioni che potevano creare preoccupazione, o polemiche. In fondo, la novità del Silvio Berlusconi di ieri è l’avarizia studiata di promesse e di annunci. Non sul piano politico, perché affermare che il Paese è maturo per una riforma presidenzialista farà rumore. E nemmeno sulla politica internazionale, nella quale il premier italiano continua a vedersi nei panni molto ambiziosi del mediatore fra Usa e Russia. Ma la sensazione è che abbia un’idea chiara del panorama economico del 2009; e preferisca allineare i risultati ottenuti sui rifiuti e su Alitalia, più che addentrarsi nelle incognite della crisi. Si tratta di una scelta responsabile, per chi deve arginare un clima di sfiducia. Se si diffonde, Palazzo Chigi potrebbe trovarsi ad affrontare una flessione dei consumi foriera di guai per le industrie e, alla fine, per l’occupazione. È stata la cautela selettiva nella conferenza stampa di fine anno a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, a dare la misura della centralità che la politica economica occupa oggi nella strategia di Berlusconi. Non mancano i riferimenti di sempre alla giustizia: in primo luogo la volontà di arrivare ad una distinzione fra magistrati giudicanti e pm, definiti «avvocati dell’accusa». E si ribadisce il progetto di limitare il più possibile le intercettazioni telefoniche. Ma al di là della polemica contro il Pd «giustizialista », e l’esortazione ad abbandonare l’alleanza con Antonio Di Pietro, si coglie un allarme più profondo. il premier vuole evitare che rispuntino i fantasmi del passato; e si saldino a nuove paure. Per questo non interviene sul governo disastrato di Napoli. Esorcizza «una Tangentopoli rossa», e non solo in nome del garantismo: paventa un crollo destinato a scaricarsi sull’intero sistema politico. Gli scandali stanno esplodendo alla vigilia di un anno difficile. Le previsioni sul calo dei posti di lavoro sono fornite con pudore. È indicativo l’impegno ad aumentare gli «ammortizzatori sociali»; e ancora di più l’ipotesi di concedere la cassa integrazione alle imprese, stando attenti che non approfittino della crisi per licenziare. Sono messaggi che vogliono comunicare l’impegno a garantire non un progresso, ma almeno la conservazione delle posizioni attuali per la massima parte della popolazione. L’invito a non alimentare sfiducia e polemiche; l’accusa ad alcune trasmissioni tv di fomentare divisioni e pessimismo: sono tutti riflessi della paura oscura del premier che la situazione sfugga di mano; che le sue iniezioni di ottimismo vengano vanificate. In questa fase, Berlusconi non ha avversari che lo insidino. Sentirgli dire che preferisce un’opposizione anche violenta alla sua assenza, conferma la voglia di condividere le responsabilità. Se riesce a pilotare la crisi senza traumi, il suo orizzonte personale sembra già tracciato. Il presidente del Consiglio continua a dichiarare percentuali di popolarità oltre il 70 per cento. Ed è difficile non vedere la sua silhouette dietro il rilancio del presidenzialismo. «È auspicabile una riforma della Costituzione», sostiene. «Il capo del governo deve almeno avere gli stessi poteri che hanno gli altri premier europei», aggiunge sognando la sponda del Pd. Ma un cambiamento così radicale provocherebbe una modifica degli equilibri istituzionali; ed avrebbe riflessi anche sui rapporti fra Palazzo Chigi e Quirinale. E comunque, usare il condizionale è obbligatorio: sono scenari che per il momento dovranno fare i conti con emergenze più immediate.

 

Settimana corta «tedesca», apertura del governo - Mario Sensini

ROMA - C'è anche la settimana lavorativa di 4 giorni, alla «tedesca», nel pacchetto di misure che il governo sta valutando per fronteggiare i riflessi della crisi economica sull'occupazione. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi nel corso della conferenza stampa di fine anno. «Abbiamo preso in considerazione anche la proposta avanzata dal cancelliere tedesco Angela Merkel», ha risposto Berlusconi a chi gli chiedeva se una simile strada fosse ipotizzabile anche in Italia. «Anche se - ha aggiunto - in Germania è ancora nelle intenzioni e non è ancora oggetto di disposizioni legislative». Berlusconi ha lasciato capire che la proposta, rilanciata nei giorni scorsi dalla Cisl e che non dispiace in linea di principio anche alla Cgil, sarà esaminata nei prossimi giorni con le parti sociali. «Abbiamo un continuo rapporto con i sindacati e le associazioni delle imprese e con loro discutiamo su cosa possiamo fare» ha detto il premier. Per il governo la settimana lavorativa di quattro giorni, integrata da un sostegno al reddito dei lavoratori con i fondi pubblici destinati agli ammortizzatori sociali, può essere una buona carta da giocare per salvaguardare al tempo stesso i redditi, l'occupazione e la sopravvivenza delle imprese. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, sta già studiando la materia da qualche giorno. La settimana corta alla tedesca, secondo le prime analisi dell'esecutivo, potrebbe essere proposta alle imprese su base esclusivamente volontaria. Ma potrebbe non essere l'unico strumento da mettere in campo per fronteggiare la crisi dell'occupazione, che secondo il ministero dell'Economia, è «la maggior preoccupazione del governo» per l'anno venturo. Sul tappeto ci sono varie ipotesi articolate sulla cassa integrazione a rotazione e anche sui contratti di solidarietà, che tuttavia hanno un costo piuttosto alto per le casse dello Stato. «Prendo atto con grande soddisfazione ed interesse della sottolineatura del premier su questa proposta che la Cisl ha fatto sua», commenta il segretario della confederazione, Raffaele Bonanni. «Il disancoraggio dal posto di lavoro è sempre da evitare, ma evitarlo è fondamentale soprattutto nei momenti di crisi come questa» dice Bonanni. «Riteniamo giusto che il lavoro che abbiamo oggi si possa distribuire tra più lavoratori ricorrendo alla settimana corta o ai contratti di solidarietà, fornendo ai lavoratori un mix di redditi che provengano dal lavoro e dal sistema degli ammortizzatori sociali. Quanta meno assistenza pubblica possiamo avere, meglio è». Secondo Bonanni «è una misura che potrebbe avere grande successo tra i lavoratori, come dimostra l'apprezzamento che registriamo nelle assemblee. Mi auguro che alle parole di Berlusconi segua presto una convocazione a Palazzo Chigi». Anche alla Cgil si dicono pronti ad un confronto, anche se l'ipotesi della settimana lavorativa di quattro giorni non è stata finora discussa ed esaminata nel dettaglio dal sindacato di Guglielmo Epifani. «Se un giorno il governo dovesse avviare un tavolo di confronto vero e serio con il sindacato su quello che c'è da fare per affrontare la crisi - dicono alla Cgil - saremmo pronti a discuterne».

 

Quei rettori che assediano i fratelli Pizza - Gian Antonio Stella

Dopo quelle del Prete Gianni, del figlio segreto di Marilyn Monroe e della immortalità di Elvis Presley, è sbocciata infine una nuova leggenda: i pizzini di Pizza in pizzeria. Pizzini che un po' di rettori meridionali consegnano a un misterioso fratello del sottosegretario alla Pubblica Istruzione, che sollecito risponde: «Tranquilli: ne parlo a Pino!». E chi sarebbe questo misterioso potente congiunto del potente viceministro? Una vecchia conoscenza delle cronache. Conoscere «qualcuno» a Roma, si sa, è determinante. E Mariastella Gelmini, paracadutata al ministero di viale Trastevere per investitura monarchica di Silvio Berlusconi, appare a molti frequentatori delle anticamere capitoline più o meno come una marziana con le antenne e la pelle verde squamata. Ma ecco che, provvidenziali come certi angioletti, hanno cominciato ad apparire ai responsabili di diverse università del Mezzogiorno alcuni misteriosi emissari. Che dopo essersi premurosamente informati sulle difficoltà nei rapporti col dicastero mai tanto avaro di finanziamenti («Che tempi, professore! Che tempi!»), spiegano che in realtà la Gelmini «si occupa soprattutto di grembiulini» ma per fortuna al ministero, grondante di responsabilità come un albero di cachi a novembre, c’è Sua Eccellenza il Sottosegretario on. Giuseppe Pizza. Informata della faccenda, a dirla tutta, la ministra fa sapere in giro di essere piuttosto seccata e sottolinea che a Pizza, come risulta anche dalla scheda personale sul sito del governo, non ha dato neppure una delega. Del resto, perché glielo hanno messo al fianco? Perché il Cavaliere doveva ricompensare il nostro della sofferta decisione di rinunciare a presentare la «sua» Dc alle elezioni dello scorso aprile. Certo, il microscopico partitino, che «Pino» si è ritrovato in tasca grazie a una sentenza della controversa magistratura dopo anni di battaglie giudiziarie sulle spoglie della Balena Bianca, non avrebbe sicuramente rosicchiato granché al Pdl. Più che una balena, è oggi una Sardina Bianca. Ma c’era il rischio che il voto potesse essere rinviato. E Berlusconi era stufo di aspettare la vittoria annunciata. Fatto sta che «Pino», per dirla in aziendalese, fa parte dell’organico. Va a presenziare all’ambasciata di Parigi al premio «Giuseppe Colombo». Interviene al convegno «Eurospazio: strategie per il futuro». Rappresenta il governo al simposio su «L’Italia al Polo Nord — Una nuova prospettiva di ricerca in Artico». Invia messaggi di scuse per l’assenza alla «S. Messa in suffragio del compianto amico prof. Diomede Ivone, di cui serbiamo preziose testimonianze dei suoi studi sul cattolicesimo politico e sindacale». Cose così... «E da noi non ci viene nessuno?». «Se volete, Pizza». Tra quanti lo sottovalutano però, come dicevamo, non c’è il fratello. Che non perde occasione per spiegare a tutti che «è Pino quello che decide». E dove dà appuntamento ai suoi interlocutori? Nel cuore della Roma politica, accanto alla vecchia sede socialista di via del Corso. Alla pizzeria «La Capricciosa» di largo dei Lombardi. Dove giovedì scorso, all’ora di pranzo, dominava una tavola imbandita attorno alla quale erano seduti il presidente e il rettore dell’Università «Kore» di Enna, Cataldo Salerno, e Salvo Andò (l’ex ministro della Difesa ai tempi di Craxi), e il rettore dell’Università di Messina Francesco Tomasello, appena sospeso dall’incarico per decisione del giudice delle indagini preliminari che indaga su un concorso per medicina del Lavoro al Policlinico vinto da Umberto Bonanno, ex presidente forzista del Consiglio comunale messinese, arrestato nel procedimento «Gioco d’azzardo» riguardante presunte tangenti sulla realizzazione di un complesso edilizio. Tema della chiacchierata: la nascita del Politecnico del Mediterraneo, qualche precario da stabilizzare, fondi da sbloccare... Lui, il fratello di Pino, raccoglieva i foglietti di carta con gli appunti e rassicurava tutti: «Adesso chiamo Pino». E chi è il protagonista di questa storia irresistibile di pizzini per Pizza in pizzeria alla «Capricciosa»? Lasciamo rispondere a un dispaccio dell’Ansa del 10 maggio 2006. Dove si parlava di «Massimo Pizza, nome in codice Polifemo» arrestato dal Pm Henry John Woodcock nell’ambito dell’inchiesta su una serie di truffe a imprenditori. In dieci ore di interrogatori, raccontava l’agenzia, l’uomo ne aveva raccontate di tutti i colori. Che Ilaria Alpi era stata «vittima della sua superficialità al 100 per cento» ed era stata ammazzata dai somali perché «aveva scoperto il passaggio strategico di materiale importantissimo, piccolo ed occultabile», cioè uranio partito forse dalla Basilicata. Che «il Dc9 Itavia l’hanno abbattuto gli italiani» in una sera di guerra fra aerei libici, americani e italiani. Che sulla scomparsa di Emanuela Orlandi «non c’è mai stata nessuna attività di indagine seria». E poi ore e ore di «rivelazioni» sulla massoneria, i servizi segreti, i signori della guerra somali... La parte più succosa, però, è la chiusura della notizia d’agenzia: «Nei due interrogatori, Pizza si definisce rappresentante del governo somalo, "agente provocatore", consulente storico, consulente, bibliografo, "scambiatore di notizie", analista, venditore di informazioni e anche "truffatore ma non musulmano", quando ricorda che è stato vicepresidente dell’Associazione musulmana italiana». Oddio: anche un risvolto islamico? Misteri. Basti dire che al «nostro» questa personalità all’Arsenio Lupin dai mille volti piace tanto che sui giornali è apparsa soltanto una fotografia, pubblicata da Panorama , con la didascalia che diceva: «Massimo Pizza nelle vesti di ammiraglio, una delle sue identità». E il bello è che non è neppure detto che l'uomo in quella foto, elegantemente vestito con una divisa della marina militare, fosse proprio lui.


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