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La Stampa – 22

La Stampa – 22.12.08

 

Elettori in ritirata – Luca Ricolfi

Ormai la tendenza degli italiani è piuttosto chiara: se domani si tornasse a votare, l’unico partito che potrebbe sfidare il Popolo della Libertà di Berlusconi è il partito del non voto. È già oggi così in Piemonte, dove un recente sondaggio di «Contacta» per La Stampa ha rivelato che astensionisti e indecisi sono più numerosi di quanti intendono votare Pdl. E’ già così in Abruzzo dove le elezioni regionali hanno consegnato poco meno di 300 mila voti al candidato del centro-destra, mentre gli astensionisti sono stati quasi 600 mila. Se queste tendenze dell’opinione pubblica dovessero consolidarsi, e l’offerta politica dovesse restare quella di oggi, nel giro di breve tempo potremmo assistere a uno scenario surreale: un partito maggioritario ma privo di rappresentanza parlamentare, costituito dagli italiani che non scelgono alcun partito; un partito sistematicamente vincente, il Pdl, che però rappresenta meno del 30% degli italiani; un partito sistematicamente perdente, il Pd, che rappresenta a stento il 20% degli italiani; e infine un branco di partiti inseguitori o concorrenti, nessuno dei quali capace di rappresentare più del 10% dell’elettorato. Quando ci si domanda perché stiamo arrivando a questo punto, la risposta che ascoltiamo più di frequente è che gli italiani hanno ormai perso ogni fiducia nel ceto politico e sono disgustati dal periodico riemergere della questione morale. Soprattutto a sinistra, si tende ad autoflagellarsi, e si imputa a Veltroni di non aver saputo garantire quel rinnovamento che con tanta enfasi era stato promesso. Tutto vero e tutto giusto, naturalmente. Però, se vogliamo capire quel che sta succedendo, forse è il caso di osservare più da vicino la dinamica elettorale recente. Il crollo dei consensi a sinistra non è avvenuto adesso, con la sconfitta in Abruzzo, ma otto mesi fa, con le elezioni politiche di aprile. È lì che il messaggio del centro-sinistra ha fatto cilecca, anche se non è facile stabilire perché (eccessiva continuità con Prodi? Candidature calate dall’alto? Troppi inquisiti nelle liste?). La controprova è che domenica scorsa, in Abruzzo, la sinistra nel suo insieme è andata avanti rispetto al livello delle politiche di aprile (come percentuale di voti validi), e questo nonostante l’arresto del governatore uscente Del Turco (targato Pd) e l’esplodere di ogni sorta di scandali in regioni governate dalla sinistra come la Toscana, la Campania, la Calabria. Più che punire la sinistra, il voto abruzzese sembra avere punito il partito di Veltroni e premiato tutte le liste satelliti, dall’Italia dei Valori all’estrema sinistra, cresciute non solo rispetto alle Politiche del 2008 ma anche rispetto alle Regionali del 2005. Corrispondentemente, il peso del Pd sull’insieme della sinistra è sceso sotto il 42%, contro il 73% delle Politiche (2008) e il 62% delle Regionali (2005). L’impressione di una avanzata della destra, dunque, è frutto di un’illusione prospettica, dovuta al fatto che si guarda solo alla variazione 2005-2008 (Regionali su Regionali), senza riflettere sul crollo del numero assoluto di consensi avvenuto fra aprile e dicembre di quest’anno, ma soprattutto sul fatto che tale crollo è stato ancora più drammatico a destra che a sinistra, nonostante gli ultimi scandali abbiano colpito quasi esclusivamente la sinistra. In breve, la mia impressione è che la questione morale, in quanto riemersa soprattutto a carico del Pd, ha per ora l’effetto di occultare una crisi di consenso che riguarda anche la destra. Il ritiro della partecipazione elettorale, annunciato nei sondaggi e già praticato nelle urne, coinvolge infatti sia la destra sia la sinistra, seppure per ragioni diverse. A sinistra esso è prima di tutto il frutto delle non-scelte di Veltroni, non solo sul terreno etico (poco coraggio sugli inquisiti e sui cattivi amministratori) ma in materie politiche ordinarie come scuola, università, Welfare, federalismo, giustizia, bioetica: il popolo di sinistra è demoralizzato da una direzione che gli appare confusa e perennemente oscillante fra le sirene del dialogo e le tentazioni demagogiche. A destra, invece, il ritiro della partecipazione è il frutto dell’incapacità del governo - ma forse sarebbe meglio dire: della classe dirigente nel suo insieme - di fornire agli italiani le garanzie e le certezze di cui sentono il bisogno. Troppi, in questo drammatico periodo di crisi, sono stati i segnali di improvvisazione e di incertezza: decreti votati in gran fretta e poi modificati, annunci non seguiti da azioni concrete, inviti al dialogo alternati ad attacchi durissimi a sindacato e opposizione, senza parlare dei ripetuti segnali di discordia interni alla maggioranza (Bossi contro Berlusconi), o fra i supremi custodi dell’economia (Tesoro contro Banca d’Italia). Il governo pare non rendersi conto che, in una situazione di gravissima crisi dell’economia, questo stillicidio di provvedimenti, non sostenuti dalla capacità di indicare al Paese una strada, erode innanzitutto il consenso del governo stesso, e che la salute di cui Berlusconi pare godere nei sondaggi sulle intenzioni di voto è drogata dal discredito che l’inconcludente disputa Veltroni-Di Pietro getta su tutta la sinistra. Vedremo chi si logorerà prima, se gli italiani puniranno di più l’incapacità dell’opposizione di darsi una linea politica o l’incapacità del governo di ridurre l’incertezza dei cittadini. Ma potrebbe anche accadere che, alla lunga, gli italiani finiscano per punire entrambi, ingrossando i ranghi del partito del non voto. In quel caso non è escluso che la transizione verso un «bipolarismo maturo» si interrompa bruscamente e, come quindici anni fa, sulla scena politica irrompano attori radicalmente nuovi, o che perlomeno proveranno a sembrarlo.

 

Una Cassa in cerca di riforme – Stefano Lepri

ROMA - E’ un vecchio arnese italiano la cassa integrazione, che gli altri Paesi, dotati di migliori trattamenti per i disoccupati, non ci invidiano. Molti lavoratori non ne hanno diritto, altri la ricevono solo per decisione politica, o per pressioni sindacali. Ci sono aziende che riescono a ottenerla senza averne bisogno, e risparmiano sugli stipendi di dipendenti che lavorano lo stesso; c’è il rischio che a concederla con manica larga le aziende licenzino più dello stretto necessario. Sabato il presidente del consiglio ha accennato a «una qualche autorità, un ente» per sorvegliare meglio. Il ministero del Lavoro è convinto di poter già svolgere bene questo compito. Ai sindacati una nuova struttura pare inutile. «Abusi mi pare che ce ne siano soprattutto nella cassa integrazione ordinaria, sulla quale deve vigilare l’Inps» dice Giuliano Cazzola, deputato Pdl esperto di problemi del lavoro; ma la questione è oggi, nella crisi, soprattutto di cassa «straordinaria» o «in deroga». Certo è che a gennaio i nodi verranno al pettine: cominceranno ad emergere, nelle imprese e nei settori industriali, le richieste per i primi mesi del nuovo anno. Dopo le lunghe chiusure del periodo festivo, gli imprenditori valuteranno le prospettive. «Inutile accrescere gli allarmi sui numeri - dice, distinguendosi dalla Cgil, il segretario confederale Cisl Giorgio Santini - perché occorre soprattutto prevenire, con provvedimenti anticrisi più efficaci, ad esempio investimenti in opere pubbliche». Sembra un strumento poco adatto, la cassa così com’è, ad affrontare una crisi che forse sarà senza precedenti. Salvo deroga, ne resta fuori chi lavora in aziende con meno di 15 dipendenti. Con il decreto anticrisi ora in Parlamento, sarà possibile includere qualche decina di migliaia di precari, i co.co.pro. con un unico committente. Secondo Enrico Letta, ministro-ombra del Lavoro, sarebbe sbagliato «mettere semplicemente più soldi nel vecchio meccanismo», legato alla grande industria, e si dovrebbe invece andare verso una tutela come diritto del singolo lavoratore, dovunque lavori. Una idea l’ha suggerita il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti: una specie di via di mezzo fra la cassa e l’indennità di disoccupazione vera e propria che c’è in altri Paesi. Il sussidio sarebbe erogato ai lavoratori che verrebbero «sospesi» dal lavoro, conservando un legame con la vecchia azienda; lo gestirebbero enti bilaterali, ovvero formati da imprese e sindacati, sull’esempio di quanto già esiste nell’artigianato. Oggi la cassa integrazione protegge i lavoratori delle grandi aziende, o di quelle dove il sindacato e forte, o quelle che riescono a trovare protettori politici. Se la ottiene una azienda che non ne ha bisogno, può essere strumento di concorrenza sleale verso le altre aziende. Nel passato, la riforma dell’indennità di disoccupazione è stata sempre frenata dal timore che la nostra burocrazia non riuscisse a distinguere i disoccupati falsi da quelli veri. Ora il tempo della crisi stringe. No, per una riforma completa non c’è tempo, si dice nella maggioranza. Né ci sono i soldi, perché costerebbe moltissimo. Si interviene aggiustando qua e là il vecchio meccanismo: «La cassa integrazione in deroga - spiega Cazzola - è una specie di vestito di Arlecchino, che viene allargato ora a un settore ora a un’area». Per il deputato del Pdl, vicepresidente della commissione Lavoro di Montecitorio, è urgente trovare nuovi fondi: «Ho presentato un emendamento, 1 miliardo in più ottenuto elevando a 62 anni l’età di pensione delle donne. Ma non credo che sarà approvato».

 

Al concorso più errori che posti – Flavia Amabile

Quest’estate è apparso un bando: si assumevano cento persone al ministero dei Beni Culturali come archeologi, storici dell’arte architetti, archivisti, storici dell’arte, bibliotecari e calcografi. L’Italia è un Paese di letterati e ai Beni Culturali non si vedeva un concorso da tredici anni. Ci si sono buttati in 24.873 aspiranti e speranzosi. Oggi si saprà chi ha vinto la prima selezione, ma è già chiaro che alla lista dei vincitori si affiancherà presto un elenco altrettanto lungo di ricorsi da parte di chi è stato bocciato e su quello che è accaduto negli ultimi due mesi questa mattina Manuela Ghizzoni, deputato del Pd, presenterà un’interrogazione parlamentare. I quasi 25 mila candidati erano preparati a un concorso con prove forse difficili, sapevano di doversi difendere dal raccomandato di turno. Non si aspettavano invece di trovarsi coinvolti in un’odissea tragicomica, che li avrebbe condotti a studiare e al tempo stesso dare una mano al ministero a correggere le domande della loro prova. I problemi hanno inizio il 21 ottobre quando il ministero dei Beni Culturali pubblica sul suo sito un elenco con 4 mila domande. Il regolamento prevede che la prima selezione dei candidati avvenga sulla base delle risposte a 100 di queste domande. Pazienza per chi non ha un collegamento Internet, chi invece ha accesso alla rete scarica le domande e inizia a cercare le soluzioni. Due giorni dopo arriva il primo messaggio di rettifica: per errore sono state inserite alcune domande di inglese, si prega tutti di cancellarle e prendere nota di nuovi quesiti di italiano, storia e logica. I nuovi quesiti sarebbero apparsi dopo dieci giorni. Poco cortese e tanto meno corretto verso chi nove giorni dopo avrebbe affrontato la selezione, ma è ancora nulla. Il problema vero esplode il giorno dopo: da quel momento fino al 7 novembre sul sito del ministero gli avvisi di rettifica sono continui, in uno stillicidio di quesiti eliminati perché sbagliati, e sostituiti con nuovi. A volte anch’essi sbagliati. In totale sono oltre 130 i quesiti sostituiti. E sono gli stessi candidati a segnalare gli errori al ministero in una sorta catena di sant’Antonio di verifica dei quiz condotta sui forum del settore. La catena funziona. Strafalcioni come la Sardegna considerata più grande della Sicilia o il presidente della Repubblica promosso a capo del governo vengono eliminati. In parte vengono annullati anche errori come il nome del protagonista del Gattopardo che il ministero sostiene essere Filippo invece di Fabrizio, o il trasferimento della capitale d’Italia a Firenze su cui il sito stesso nelle sue soluzioni fornisce due date diverse. L’elenco degli errori e delle imprecisioni, persino nella lista definitiva, quella sottoposta ai candidati alla prova, è lungo: domande eliminate e reinserite, domande con due risposte identiche. Tutte giuste, invece, le domande inserite con un copia-incolla da concorsi precedenti come un quesito sull'«ultrafiltrato ottenuto a livello della capsula del Bowman del nefrone», prelevato, identico, da un test d’ingresso a Medicina. In qualche modo si arriva all’inizio delle prove. Il ministero dei Beni Culturali si difende dalle accuse piovute dai candidati affermando di aver dato in gestione la formulazione dei 4 mila quesiti a una ditta esterna, la Maggioli Editore, ma la confusione continua a regnare sovrana. Il programma per studiare fornito dal sito del ministero funziona solo su Windows, e così anche chi ha un computer Macintosh è tagliato fuori. L’elenco delle commissioni viene pubblicato solo sul sito anche se il bando del concorso precisava che sarebbe stato reso noto tramite Gazzetta Ufficiale. I presidenti delle commissioni fanno sapere che per questa volta saranno ammessi anche i candidati malati: basterà portare un certificato e si potrà sostenere la prova in una giornata successiva. Le domande sono sempre le stesse delle giornate precedenti ma questo conta poco. Anche alle selezioni i candidati si rendono conto che copiare o farsi passare la prova corretta non è molto difficile. «Mi sono arrivate molte segnalazioni - racconta Manuela Ghizzoni che oggi presenterà un’interrogazione sulla vicenda - i fogli distribuiti non erano vidimati ma accompagnati da un adesivo con un codice a barre che poteva essere attaccato anche su un altro foglio. I candidati erano ammassati su gradini, senza sedie o tavoli: copiare era davvero uno scherzo». E ora andrà a finire che, oltre ad esserci più errori, ci saranno anche più ricorsi per annullare il concorso, che posti per assumere chi avesse superato tutte le prove.

 

L’Esercito si vende i fucili su Internet – Francesco Grignetti

ROMA - Il «regalo» di Natale del governo al ministro Ignazio La Russa si chiama «Difesa-Servizi spa». Una società a capitale interamente pubblico. Ma anche una rivoluzione per la burocrazia ministeriale. «Ci consentirà - dice il ministro della Difesa - di avere fonti di introito. In genere guardiamo alla pubblica amministrazione come un soggetto di spesa. Noi vogliamo farne un soggetto in grado di creare risorse». Un esempio? «S’è già detto dei marchi storici della difesa. Finora erano privi di tutela. Chiunque poteva fare una maglietta con la scritta “Folgore” e venderla. Ora i marchi delle forze armate saranno tutelati. Ma non ci fermiamo qui. Qualche idea già ce l’ho. Perché non vendere attraverso Internet, per dire, i vecchi fucili dismessi? Prima li rendiamo inutilizzabili, ovvio. Poi li piazziamo ai collezionisti di tutto il mondo». Chi l’avrebbe detto, ci voleva La Russa per svuotare gli arsenali... In verità, la «Difesa-Servizi Spa» è una cosa seria. Maneggerà l’enorme patrimonio immobiliare del ministero e quindi sarà la cassaforte attraverso cui gli introiti delle vendite di caserme e terreni potranno restare in casa. Proteggerà, vendendoli a caro prezzo, i marchi storici. Infine, stipulerà i contratti di sponsorizzazione. Ultimo passo, curerà l’approvvigionamento garantendosi le migliori condizioni di mercato sul modello della Consip (la società del Tesoro che gestisce gli acquisti dei ministeri). Il futuro della Difesa, insomma, visti i tagli di Tremonti, passerà dalla capacità di trovare soldi sul mercato. «Per quest’anno - dice ancora il ministro - aggiusto il bilancio grazie al nuovo decreto sulle missioni all’estero. E’ passato il principio che le forze armate non possono svenarsi per finanziare missioni fuori area. Finalmente il Parlamento ci darà una copertura reale dei costi. Il che significa un incremento del trenta per cento degli stanziamenti. E’ una boccata d’ossigeno». Nei prossimi dodici mesi, però, il ministero della Difesa dovrà rifare i conti sul serio. Saranno tagliati i rami secchi. Sarà necessaria una razionalizzazione delle infrastrutture. Si rivedranno i programmi di armamento. S’annuncia anche un Nuovo modello di Difesa, passando da 190 mila uomini e donne in armi a 120 mila circa. E però non basterà. «Ripeto: qualcosa dovremo inventarci. Credo sul serio in questa storia dei collezionisti. Siamo pieni di armi vecchie e superate. Nel mondo c’è chi le pagherebbe bene. Naturalmente, prima, dovranno essere lavorate per bene. Non so, togliendo gli otturatori... Vanno rese inservibili sul serio... Ma a quel punto ci potremmo fare dei soldi». Già, i collezionisti. Sono tanti gli amanti delle armi antiche. Basta farsi un giro su Internet per trovare siti specializzati (eccellente exordinanza.net, armiusate.it, o radicaebaionette.net) con offerte di ogni tipo. Un moschetto «Carcano 91/38», che ha fatto la Seconda Guerra mondiale e poi è passato per le mani dei partigiani, viene offerto a quattrocentocinquanta euro. Uno splendido modello 91 del 1918 «canna perfetta, ci sparo ancora», che ha fatto la Prima Guerra mondiale, dotato di cinghia in cuoio originale, può arrivare a milleduecento euro. Le pistole Beretta 34, in dotazione già al regio esercito, e passate poi agli ufficiali della Repubblica, costano tre-quattrocento euro a pezzo. Nulla di totalmente nuovo, si dirà. La Difesa aveva già pensato ai collezionisti. E così come un tempo vendeva attraverso aste (a prezzi ridicoli) gli automezzi dismessi, i mobili scassati, e persino i muli, anche le vecchie armi del nostro esercito possono essere acquistate. Esiste persino un listino prezzi. E c’è uno stabilimento, a Terni, la ex gloriosa Fabbrica delle Armi che per oltre un secolo ha sfornato i fucili destinati ai fanti italiani, ora trasformato in Museo e in Polo il mantenimento delle armi leggere che gestisce le vendite al pubblico. Inutile dire che le procedure sono farraginose. Le richieste vengono smaltite di cinque anni in cinque anni. Occorrono un sacco di permessi. Le fatture vanno pagate negli uffici periferici della Banca d’Italia. E gli introiti fanno ridere. La Marina, ad esempio, che ha uno stabilimento suo e diverso da quello dell’Esercito, a Taranto, ha appena messo sul mercato un fucile Enfield a 91,75 euro. Con altri trenta euro si prendono anche la baionetta e il fodero originale in cuoio. E’ uno Stato che non conosce i prezzi di mercato. Questi Enfield passati per le armerie delle navi viaggiano sui duemila euro a pezzo. Sempre a Taranto, pare che abbiano venduto tutto d’un fiato uno stock di pistole Colt 1911, a novanta euro l’una, che ora troneggiano in molte collezioni private.

 

Siria-Israele. C’è la pace dietro l’angolo – Francesca Paci

GOLAN - Ha cominciato Sarkozy invitando il presidente siriano Assad al vertice euromediterraneo di Parigi. Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice ha fatto capire più volte che la soluzione del puzzle mediorientale passa da Damasco, interpretando anche la nuova linea dell’amministrazione Obama. Ora ci prova Israele. La scommessa del 2008 è la pace con la Siria. Stamattina il premier dimissionario Olmert ne parlerà direttamente con il primo ministro turco Erdogan che da mesi lavora alla mediazione facendo leva sulla dipendenza economica della Siria da Ankara. È l’ultima palla di Olmert ai calci di rigore. Tre giorni fa, a margine delle conferenza nazionale sulla sicurezza, ha ribadito il suo impegno diplomatico perché «la Siria è matura per la pace». «Ancora con questa storia di restituire il Golan? Sarebbe come rinunciare a Tel Aviv o Gerusalemme». Ruti ha 42 anni, 7 figli, il viso tondo incorniciato da un fazzoletto a fiori. Dal 1978 vive qui, in una piccola comunità agricola vicino al kibbutz Ein Ziwan, sulle alture conquistate dall’esercito israeliano nel 1967 e annesse 14 anni dopo in barba al dissenso internazionale. Il confine siriano dista meno di dieci chilometri. Ogni mattina Ruti prende la Renault 4 arrugginita e va a controllare le sue api nelle scatole gialle accatastate nel campo a ridosso del tracciato minato. Al di là della frontiera, fatta di trincee e cumuli di terra, c’è la fascia di sicurezza dell’Onu e Quneitra, la città fantasma che Damasco considera simbolo dei 130 villaggi arabi cancellati dalla guerra e per cui ha giurato vendetta. Lei però, non teme i carri armati di Assad: «Mi preoccupano molto di più i nostri politici e la loro smania di negoziare». L’indiziato numero uno è, ovviamente, Olmert, giunto alla convinzione che «sottrarre Damasco all’influenza dei radicali è una delle priorità d’Israele». Costi quel che costi, compresi «sacrifici duri». Certo, l’aiuto degli Stati Uniti è indispensabile. Ma qualcosa si muove. Secondo una «fonte araba ben informata» citata da Ynet, la versione online del quotidiano Yedioth Ahronoth, i contatti sarebbero così avanti che il presidente Assad potrebbe annunciare a breve la volontà d’incontrare Olmert: «Se la Siria si convince che Israele è disposto a ritirarsi dal Golan non c’è da escludere una sorpresa prima dell’insediamento di Obama alla Casa Bianca». A Merom Golan e negli insediamenti vicini ci credono in pochi. O forse ostentano scetticismo per scaramanzia. Naftali, 50 anni, proprietario del Franguk caffè, una specie di baracca sulla strada per Majdal Shams, il villaggio druso dove è stato girato il film «La sposa siriana», pianta un albero appena sente parlare di ritiro: «Sarà infantile, ma finora ha funzionato». L’amico Avi, ex benzinaio di Ashdod trasferitosi qui con i tre figli nel 2004 ha aperto un forno, «la pizza khoser più buona del nord», e non ha intenzione di mollare: «Quando ero militare in Libano mi ero convinto che il dialogo fosse l’unica chance. Poi ho visto come sono andate le cose con Sadat: gli egiziani ci odiano nonostante la pace. A che serve tendere la mano? Così sono diventato più estremista». Levare le tende? Neppure per idea. Avi può dormire sonni tranquilli, sostiene il professor Eyal Zisser, docente di storia del Medio Oriente all’università di Tel Aviv e tra i massimi esperti di Siria e Libano. L’ipotesi ritiro, per ora, è fantapolitica: «Non c’è nulla di realistico in questi retroscena. Sono voci diffuse dall’ufficio di Olmert affinché il suo premierato lasci un segno». Damasco, spiega Zisser, guarda oltre: «Se Assad ha davvero deciso di fare un passo indietro lo farà con Obama, dunque non prima del 20 gennaio. Inoltre non avrebbe senso firmare l’accordo con un premier israeliano uscente sapendo che il successivo potrebbe stracciarlo in un momento». In ambienti dell’intelligence però, la percezione è diversa. Tra timide aperture e repentini passi indietro, un occhio al partito islamico al potere a Gaza che ieri il ministro degli esteri Tzipi Livni a minacciato direttamente («se diventerò premier rovescerò il regime di Hamas») e l’altro all’Iran, Israele tasta il terreno consapevole di avere una chance. «La pace conviene», ammette Yigal Kipnis, leader del Golan on the Way to Peace, il Golan sulla via della pace, un piccolo gruppo di refusenik disposti a rinunciare all’investimento di una vita per la normalizzazione dei rapporti con la Siria. Dal ‘78 vive in un moshav, un comunità agricola di Maale Gamla, coltivando mele rosse come quelle di Biancaneve. Tredici anni fa però, si è persuaso che il benessere di 30 mila abitanti del Golan non valesse la sicurezza del Paese: «È ora di andar via».

 

Obama: "Tre milioni di posti" – Francesco Semprini

NEW YORK - Tre milioni di posti di lavoro in due anni. Barack Obama rilancia la sua scommessa sull’economia americana aumentando di mezzo milione di unità l’obiettivo occupazionale dell’amministrazione entrante. A darne notizia sono alcuni funzionari della squadra del presidente eletto, che nei giorni scorsi avrebbe riunito in tutta fretta il «team economico» alla luce delle nuove previsioni secondo cui il quadro generale sullo stato di salute del Paese è ancor più preoccupante. Il presidente eletto prima di partire per le Hawaii dove trascorrerà il periodo vacanziero, ha lasciato gli americani con la promessa di creare tre milioni di posti di lavoro anziché i due e mezzo inizialmente annunciati per far fronte a una crisi destinata a peggiorare ulteriormente prima di migliorare. Le ultime proiezioni mostrano che nonostante le importanti azioni intraprese da Tesoro e Federal Reserve, il Paese rischia di perdere sino a quattro milioni di posti di lavoro nel corso del 2009, vedendo così balzare il tasso di disoccupazione a quota 9%. Obama e il suo vice Joe Biden hanno spiegato di essere stati «troppo poco aggressivi». «Dobbiamo mettere a punto un piano per salvare o creare tre milioni di posti di lavoro», riferisce uno dei funzionari della squadra presidenziale. Il programma con il quale Obama punta a rilanciare l’economia americana prevede una serie di «misure specifiche e trasparenti» che permettano di agire sulle spese per consumi e sui redditi delle famiglie oltre che a far riavviare gli investimenti aziendali. Secondo quanto riferito dal suo team, inoltre, il presidente eletto punta a consolidare i fondamentali del Paese per evitare che in futuro il Paese non rischi nuovamente il pericolo di una recessione così profonda. Per questo saranno potenziati i programmi per l’assistenza sanitaria, l’istruzione e lo sviluppo energetico. Il progetto prevede anche il risparmio di un miliardo di dollari in fondi federali per iniziare a riportare in equilibrio il già pesante disavanzo di budget. In questo contesto si inserisce anche la creazione di una task force che per conto della Casa Bianca si occuperà specificatamente della classe media e delle famiglie di lavoratori. Il gruppo di lavoro, operativo già dal 20 gennaio, il giorno dell’insediamento del presidente eletto, sarà guidato dal vicepresidente Joe Biden. «La mia amministrazione - spiega Obama in una nota - sarà assolutamente dedita al futuro della classe media e delle famiglie di lavoratori americane. La task force sarà uno dei mezzi che ci permetteranno di non dimenticare mai questo impegno». Nel corso dei consueti salotti televisivi domenicali, lo stesso Biden dice che il suo gruppo di lavoro terrà d’occhio gli indicatori sulle condizioni della classe media, ma punterà anche a mantenere aperto un canale di comunicazione con gli americani, per ricevere da loro indicazioni sulle principali difficoltà incontrate ogni giorno e capire in quale direzione concentrare gli sforzi. Ancora una volta Obama e il suo staff dimostrano di non avere altra soluzione se non quella di aggredire la recessione in atto, «la peggiore dai tempi della Grande Depressione», con tutte le armi a loro disposizione. Del resto di recente sono giunti segnali sempre più preoccupanti specie dal mercato del lavoro: a novembre il Paese ha perso 533 mila posti di lavoro, segnando l’undicesimo ribasso mensile consecutivo e il più pronunciato degli ultimi 34 anni, tale da far salire il tasso di disoccupazione a quota 6,7%, ai picchi di un decennio e mezzo. Negli ultimi sei mesi sono state bruciate 1,55 milioni di posizioni lavorative, una cifra pari quasi a quella registrata durante tutta la recessione del 2001.

 

Corsera – 22.12.08

 

«Vuol diventare re del suo popolo» - Roberto Zuccolini

ROMA Sabato sera, dopo la conferenza stampa del presidente del Consiglio, ha preferito non reagire a caldo. Si è preso del tempo per riflettere sul lungo «sermone» di fine anno pronunciato da Silvio Berlusconi e sulla proposta, a sorpresa, del presidenzialismo. Ma ora a Pier Ferdinando Casini tutto è chiaro, lampante: «Altro che sorpresa. Il suo è un discorso coerente, molto coerente: vuole eliminare tutto ciò che è di impaccio nel rapporto tra lui e il popolo e così facendo trasformare completamente il quadro politico ». È quasi un grido d’allarme, quello del leader Udc: «Vuole mettere da parte i partiti per il suo progetto plebiscitario». Un progetto dal quale Casini prende nettamente le distanze. Anche se fa notare che è solo la logica conseguenza di un discorso avviato un anno fa: «La nuova proposta è in realtà il compimento della svolta del predellino, quando annunciò un nuovo partito mentre il dibattito nel centrodestra stava salendo di intensità». Anche questa volta, in effetti, ha fatto l’annuncio più importante solo alla fine, rispondendo all’ultima domanda della conferenza stampa. «Così è l’uomo. Certo, ci sono state anche le stagioni del Berlusconi moderato, quasi il continuatore della Dc. Ma noi che lo conosciamo bene abbiamo capito da tempo che c’era una differenza tra ciò che diceva e ciò che realmente pensava. E che ieri ha cominciato a dire apertamente». Cioè? «È ormai evidente che Berlusconi non si accontenta più di avere una maggioranza schiacciante in Parlamento. Pensiamo solo ai continui voti di fiducia: nei passati governi, ogni volta che li si chiedeva, ci si sentiva in dovere di giustificarli per non essere sottoposti alle critiche. Ora invece Berlusconi se ne vanta». Sostiene che è costretto a ricorrere a quel tipo di strumento perché il presidente del Consiglio in Italia non ha poteri adatti per governare. «Non prendiamoci in giro. Se nel nostro Paese siamo inefficaci è perché la politica è inefficace». Ripete che ovunque in Europa il premier ha poteri più forti.
«Lasci stare l’alibi dell’Europa. Il presidenzialismo che propone, con l’elezione diretta, porterebbe ad una desertificazione della politica in Italia». Un’operazione eversiva? «Non è certo eversione, ma è senza dubbio una trasformazione radicale del sistema che ci ha governato per sessant’anni. Perché porta all’eliminazione, di fatto, dei partiti per privilegiare l’unico rapporto che per Berlusconi conta, cioè quello del "re" con il suo popolo. Certo, non gli si potrebbe dare del tiranno in quanto eletto dalla maggioranza dei cittadini, ma ogni contrappeso sarebbe eliminato. C’è coerenza nel suo progetto: un bipartitismo solo di facciata perché ha l’obiettivo di blindare il rapporto tra il leader e il suo popolo». Perché insiste tanto con la coerenza del progetto berlusconiano? «Perché è alla luce del discorso fatto ieri che vanno lette anche altre sue scelte. Basta pensare a quella di evitare in campagna elettorale i temi eticamente sensibili: meglio non creare problemi con questioni che fanno ragionare la gente. Forse ora potete capire meglio perché non abbiamo accettato di entrare del Pdl. E anche la denominazione Popolo della Libertà non è casuale: il popolo si sostituisce al partito». Non le sembra però che, al momento, l’opposizione sia troppo debole per contrastare i suoi progetti? «Purtroppo l’opposizione è più che debole: non esiste. O, meglio, ci sono diverse opposizioni. E quella di Di Pietro è certamente funzionale all’egemonia di Berlusconi. Tra l’altro penso che anche lui sarà d’accordo con il presidenzialismo». Anche la sua Udc però è all’opposizione. E più volte dal Pd sono giunti appelli al dialogo. «Veltroni ha fatto bene a scrollarsi di dosso Rifondazione comunista. Poi però, con Di Pietro, è passato dalla padella alla brace. Speriamo che ora accetti il dialogo sulla riforma della giustizia: è il vero banco di prova per il riformismo del Pd». Vede comunque possibile in futuro un’alleanza con il partito di Veltroni? «Normalmente in Europa il centro è alternativo alla sinistra. E anche noi lo siamo. Certo, i discorsi di Berlusconi di ieri cambiano completamente il quadro politico. Perché queste tesi si allontanano dalla tradizione del popolarismo». Quindi? «Dobbiamo restare coerenti alla nostra anima popolare e al tempo stesso osservare come si evolve la situazione, a che cosa porterà il progetto di Berlusconi. Ma magari nei prossimi giorni farà marcia indietro». In Germania la Merkel governa con i socialisti. «Beh, quella è un’eccezione. Comunque, prima delle prossime Politiche c’è ancora molto tempo. Vedremo, nel frattempo, che cosa succederà. E come reagirà anche il centrodestra alla nuova offensiva berlusconiana».

 

Il derby del Nord – Massimo Franco

Dietro la guerra degli «ismi», federalismo contro presidenzialismo, rimangono una solida alleanza ed un'altrettanto duratura competizione nel Pdl. L'opposizione si illude se valuta la freddezza dichiarata di Bossi verso le ambizioni berlusconiane di riforma come un inizio di rottura. Il Pd prenderebbe un abbaglio anche interpretando il colpo di freno di An sulla giustizia come un rifiuto definitivo delle misure in cantiere a Palazzo Chigi. Il «no» della Lega al modello presidenziale è netto, certo. «Siamo molto occupati », avverte il suo leader. «Perciò è impensabile in questo momento lavorare ad un grosso progetto come quello del presidenzialismo. Mi sembra poi non molto condiviso, e quindi ci sarebbero grandi difficoltà. È una vecchia idea di Fini e poi di Berlusconi. Non vedo molto spazio». Sono parole liquidatorie. Ma riflettono soprattutto una gran voglia di rivendicare l'identità leghista. Servono a smarcare l'alleato più autonomo e insieme fedele del presidente del Consiglio da un'operazione che finirebbe per sottolineare la sua subalternità: culturale prima ancora che politica; e che avrebbe come probabile effetto collaterale un ulteriore rallentamento del federalismo fiscale. Il «partito del Nord» è già inquieto sul destino della sua legge-simbolo. Sente che la crisi economica l'ha fatta scivolare oggettivamente in secondo piano. Per questo nelle scorse settimane ha accolto con diffidenza i primi accenni berlusconiani ad una riforma della giustizia. Ha intravisto il pericolo di uno slittamento dei tempi di approvazione della «sua» riforma in Parlamento. E adesso, l'irruzione dell'idea di un'elezione diretta del capo del governo con modifica della Costituzione sembra fatta apposta per acuire i sospetti di Bossi. Quando il ministro Roberto Calderoli avverte che lui di «ismo» conosce solo il federalismo, ripropone le vecchie priorità. E rifiuta la prospettiva che vengano accantonate, anche in presenza di un contesto mutato. Di più: lascia capire che se Palazzo Chigi non manterrà le promesse, avrà di fronte una Lega pronta a boicottare ogni altra velleità riformista. Insomma, sta emergendo in modo chiaro che, al di là delle frasi ufficiali sulla contestualità, si tratta di opzioni alternative, non complementari. Il Parlamento «straoccupato», per dirla col leader leghista, non consente l'esame di molti provvedimenti: o se ne approva uno, o l'altro. E questo affastellarsi di annunci finisce per trasmettere l'impressione di un eccesso di legislazione a parole, dal quale riemergeranno approvate poche leggi. Per forza di cose, molte finiranno su un binario morto: tanto più se risulterà impossibile un coinvolgimento dell'opposizione. I rapporti col centrosinistra rappresentano il secondo elemento di frizione con il premier. La Lega ha un maledetto bisogno dell'appoggio del Pd. Le proposte berlusconiane, invece, si tratti di giustizia o di elezione diretta delle massime cariche dello Stato, scavano fossati parlamentari; e rendono quasi impossibile il dialogo. Finiscono dunque per frustrare i piani dei lumbard che mirano ad una riforma approvata quasi all'unanimità; e dunque blindata contro qualunque rappresaglia referendaria. Non sono manovre esclusivamente «romane ». Promettono di influire sull'orientamento di una parte dell'elettorato, in particolare nel Nord del Paese. Il nervosismo leghista nasce da questa consapevolezza; e dalla coscienza del braccio di ferro più o meno palese che il Pdl e le truppe di Bossi hanno ingaggiato da tempo sopra il Po. Le elezioni europee di primavera esalteranno la concorrenza fra il partito unico allo stato nascente FI-An, e la Lega. E' prevedibile dunque che nei prossimi mesi la tensione si accentui. Annuncia una gara per ridisegnare i rapporti di forza nel centrodestra a nord; e per farli pesare sia sulla formazione delle giunte locali, sia sul Parlamento nazionale. Per Bossi, limitarsi ad assecondare le decisioni e le ambizioni berlusconiane significherebbe rinunciare al ruolo di forza trainante e diversa dalle altre; e lasciare spazio alle scorrerie dell'Idv di Antonio Di Pietro, che insegue l'obiettivo di accreditarsi come l'unica vera opposizione; e come un partito «antiromano» non per motivi geografici ma morali. E' questo timore a rendere anche An prudente sulla riforma del sistema giudiziario. Diversa in tutto dalla Lega, sui rapporti fra politica e magistratura la destra, o almeno la parte meno berlusconiana cerca di ritagliarsi un fazzoletto di criticità; di smentire l'evidenza di un Pdl nel quale il reggimento di Gianfranco Fini confluisce nell'esercito del premier. Rimane un dettaglio curioso. Con le loro diatribe sulla giustizia e sugli «ismi», le forze della maggioranza tendono a coprire tutti i ruoli. Per gli avversari, quelli veri, si profila il rischio di diventare spettatori più o meno interessati e importanti. Ma, comunque, spettatori.

 

Settimana corta. Ferrero: «E' un'ottima idea» - Roberto Bagnoli

ROMA - «Mi sembra una ottima idea perché mantiene il rapporto di lavoro, riduce a tutti l'orario ed evita l'emarginazione e i licenziamenti perché nessuno deve essere lasciato solo». Paolo Ferrero, da cinque mesi segretario di Rifondazione ed ex ministro della Solidarietà sociale, si schiera a favore della proposta per affrontare la crisi avanzata dal cancelliere tedesco Angela Merkel di ridurre la settimana lavorativa a 3-4 giorni, poi ripresa dalla Cisl e rilanciata dallo stesso Silvio Berlusconi. Una notizia, Rifondazione d'accordo con il Cavaliere. «In realtà è lui che è d'accordo con noi perché Rifondazione ha sempre sostenuto la riduzione dell'orario di lavoro, la cassa integrazione a rotazione e altri strumenti di solidarietà. Sì alla Merkel ma con qualche aggiustamento». Quale? «La struttura produttiva italiana è fatta di piccolissime imprese, con una media di 3 dipendenti, che sono quelle destinate a essere le più colpite. Bisognerebbe quindi estendere il provvedimento anche a loro, anche alle partite Iva, anche ai garzoni. E questo per due motivi: non si disgrega il tessuto sociale e si attua una manovra anticiclica per difendere i salari e non comprimere i consumi». Significa avere risorse molto maggiori. E dove si prendono? «Per reperire i soldi qualche ricetta ce l'avrei. Primo: rimettere la tassa di successione e introdurre una patrimoniale sopra i 500 mila euro. Secondo: aumentare le aliquote fiscali al di sopra dei 100 mila euro annui di imponibile. In Danimarca sono al 60% e non vedo perché da noi non possano arrivare al 50%. E poi ancora: portare le imposte sulle rendite finanziarie al 20% per valori sopra 200-300 mila euro e tagliare le spese militari. Senza contare l'evasione che questo governo sta di nuovo coltivando. In sintesi, le risorse ci sono eccome, sono solo mal distribuite». Gli onorevoli Mazzuca e Casoli, del Pdl, stanno preparando una proposta di legge sulla settimana supercorta. Lei ha qualche anticipazione? «No e devo dire che sono preoccupato perché spesso la fregatura sta nel dettaglio. Io mi sono pronunciato su quanto ho letto della Merkel ma non so cosa sta facendo il governo». Per Berlusconi ci vorrebbe anche una Authority per evitare abusi. Che ne dice? «Inutile. Serve solo per moltiplicare la burocrazia e creare poltrone con superstipendi da 300-400 mila euro. In fin dei conti la cassa integrazione ha sempre funzionato bene senza authority e la proposta Merkel non è altro che una estensione della Cig». Prossimo passo di Rifondazione un'apertura al contratto unico (proposta Boeri-Ichino) fatto proprio da Veltroni? «No. Perché la situazione italiana dimostra che la quantità di occupazione non è data dal grado di flessibilità ma dal livello effettivo di tecnologie negli apparati produttivi. Al Sud mancano investimenti non fle-ssibilità. Il nostro tasso di occupazione è al 57% contro l'80% della Danimarca eppure la nostra flessibilità - con lavoro interinale, contratti a termine etc - è molto maggiore». Sempre in zona Pd, secondo lei la questione morale viene affrontata in modo corretto o no? «Direi che non viene affrontato il centro della questione che è il fallimento delle misure messe in campo per arginare il fenomeno Mani pulite e Tangentopoli dal 1993 in poi. Da lì se ne uscì dicendo che il pubblico è una schifezza e bisogna puntare sul privato. Ma le mazzette o i favori che vengono fuori adesso sono proprio nel privato e negli appalti in outsourcing. Veltroni ha un bel dire basta con i capobastone, ma ogni collegio uninominale ne ha uno». Qualsiasi ipotesi di un riavvicinamento di Rifondazione al centrosinistra sembra sempre più lontana. «Vedremo caso per caso. In Abruzzo, per esempio, alle primarie del Pd ha vinto uno che è indagato e Veltroni mica lo aveva tolto. Se vanno avanti così non ci accorderemo nemmeno a livello locale».

 

Repubblica – 22.12.08

 

Sacconi: "Ecco il piano salva-posti: meno ore di lavoro e meno salari"Roberto Mania

ROMA - "Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti". È lo slogan con cui Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, sintetizza il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Ma allora seguirete davvero la strada della settimana corta indicata dal Cancelliere tedesco, Angela Merkel? "A differenza della Germania noi abbiamo già un robusto sistema di ammortizzatori sociali che ci consente di spalmare un minor carico di lavoro su più persone. Questa è la funzione della cassa integrazione a rotazione e non a zero ore, e della stessa cassa integrazione ordinaria". Vuol dire che una persona potrebbe lavorare quattro giorni e gli altri due restare in cassa integrazione? "Sì: si può andare in cassa integrazione per una parte della settimana e lavorare per la restante. Ma penso anche ai contratti di solidarietà". I contratti di solidarietà, però, non hanno mai avuto successo. E poi non si deve anche dire che le retribuzioni saranno più basse? "Vuole dire anche meno salario ma non dimentichiamoci che ci sarà l'integrazione del sostegno al reddito. Alla fine la perdita sarà minima. Quanto ai contratti di solidarietà è andata un po' come dice lei perché nel passato sono stati utilizzati solo quando per l'azienda non c'era alternativa al ridimensionamento. Vogliamo evitare esattamente questo. Per farlo si deve ancorare il lavoro alle imprese". Come pensate di farlo quando tutte le imprese stanno tagliando i costi, compreso quello del personale? "Dobbiamo evitare di dare vita a un sistema di self service per la cassa integrazione che non può trasformarsi in un rubinetto sempre aperto. In questo modo l'azienda diventa "irresponsabile" e al primo segnale di crisi fugge dalle proprie responsabilità e taglia anche il suo capitale umano che, invece, è il patrimonio fondamentale per rilanciarsi. Questo sarà il tema centrale del G14 che terremo a Roma il 29 marzo perché si deve guardare alla dimensione umana della crisi non solo agli aspetti finanziari". Sta dicendo che le imprese approfittano della crisi? "Dico che non possono rinunciare a fare tutto il possibile per non perdere l'asset fondamentale del capitale umano". Per questo il presidente Berlusconi ha detto che verrà istituita un'Authority che vigilerà sulla concessione della cassa integrazione? "Stiamo pensando a un'unità di crisi del ministero del Lavoro collegata, per la parte di sua competenza, con il dicastero dello Sviluppo economico. Il nostro obiettivo, ripeto, è quello di ancorare le persone alla dimensione produttiva. Per farlo serve un accordo di straordinaria e leale collaborazione con le Regioni e poi con le parti sociali: un patto per proteggere le persone". Perché anche con le Regioni? "Perché le Regioni dispongono di importanti fondi europei, compreso il Fondo sociale. In secondo luogo hanno competenza sulla formazione. E guai a noi se in una stagione così straordinaria bruciassimo, come spesso purtroppo è accaduto, queste risorse per fare la festa dei formatori. Dunque quel patto è fondamentale per filtrare le richieste per la cassa integrazione e per condividere i costi, perché servono tanti soldi". Lei descrive un'economia di guerra a dispetto dell'ottimismo di Berlusconi. "Io credo che si debba attraversare un tunnel da cui potremmo uscire più robusti e soprattutto con le persone più "occupabili", come dice l'Europa. Guardi che io condivido l'ottimismo del premier circa la possibilità di uscire presto dalla crisi. La penso come Berlusconi: non ho mai conosciuto un pessimista che abbia avuto successo. Per questo diciamo agli imprenditori di non scappare perché la crisi può durare poco". Parlava di tanti soldi per gli ammortizzatori sociali. Quanti miliardi serviranno? "È difficile dirlo. Ne servono molti se vogliano insistere sulla formazione che, anzi, deve essere la chiave per non perdere il contatto con il lavoro. Ogni persona che riceverà un sostegno al reddito dovrà avere una contemporanea possibilità di apprendimento". Quanti sono i posti a rischio? La Confindustria ne stima 600 mila, i sindacati circa un milione. "Credo che sia giusto prendere in esame anche gli scenari peggiori ma le imprese non devono dare l'idea che le prime difficoltà si traducano in una espulsione di manodopera".

 

Improvvisazione al potere Tito Boeri

Un mese fa il governo annunciava, per bocca del ministro del Welfare Sacconi, la proroga al 2009 della detassazione delle ore di lavoro straordinario, una misura volta a incoraggiare orari di lavoro più lunghi (per chi un lavoro ce l'ha e lo avrà anche nel 2009). I tecnici del ministero del Welfare legittimavano pubblicamente questa scelta perché per "sostenere la crescita e incrementare la produzione occorre lavorare di più". Sabato, nella conferenza stampa di fine anno, il Presidente del Consiglio Berlusconi ha, invece, proposto di ridurre l'orario di lavoro, portando la settimana lavorativa a 4 giorni. E gli stessi tecnici che avevano fino a qualche settimana fa elogiato la detassazione degli straordinari si sono affrettati a rimarcare (sugli stessi giornali che avevano ospitato i loro interventi precedenti) che queste misure serviranno per "fronteggiare l'emergenza economica e salvaguardare i livelli occupazionali". Intuendo lo smarrimento degli italiani, poniamoci la domanda che molti di loro si saranno posti: aveva ragione il Governo (e i suoi tecnici) un mese fa a incoraggiare il lavoro straordinario o ha ragione il Governo (e i suoi tecnici) a sostenere ora esattamente il contrario, vale a dire, l'orario di lavoro ridotto? A giudicare dalle esperienze internazionali, la risposta è nessuno dei due. La detassazione degli straordinari era una misura del tutto anacronistica in una fase recessiva, quando si tratta soprattutto di contenere la distruzione di posti di lavoro. I texani amano parlare senza mezzi termini. Il più titolato studioso di domanda di lavoro, Daniel Hamermesh, viene da lì e in un recente incontro all'Isae ha definito la detassazione degli straordinari una misura "demenziale" nell'attuale congiuntura. Il giudizio lapidario non voleva, crediamo, incoraggiare a fare esattamente l'opposto anche perché non sempre l'opposto di una cosa demenziale è una cosa giusta. Eppure il Senatore Francesco Casoli, che sembra abbia ispirato le affermazioni di Berlusconi a favore degli orari ridotti, ha riesumato lo slogan comunista degli anni 90: "lavorare meno, lavorare tutti". Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori. Gli strumenti normativi per permettere tutto ciò, dalla Cassa Integrazione Ordinaria ai contratti di solidarietà, esistono già nel nostro paese. Quello che manca, semmai, è la contrattazione decentrata, azienda per azienda. Ma questo è un altro discorso. Non riguarda il Governo, ma le parti sociali. Berlusconi nel lanciare la sua proposta sugli orari ridotti non ha citato il senatore Casoli, ma Angela Merkel. C'è una cosa che accomuna il nostro governo e quello tedesco. Entrambi stanno facendo molto poco per contrastare la recessione. Invece di stimolare la domanda, il Governo tedesco ha introdotto un sistema di garanzie agli investimenti (soprattutto delle piccole imprese e nell'industria dell'auto). Le garanzie, tuttavia, funzionano solo in fasi espansive, quando c'è una forte domanda di investimenti. Il nostro paese ha addirittura varato misure, almeno sulla carta, di contrazione fiscale. Toglieranno risorse a famiglie e imprese, anziché metterne di più in circolazione. Forse per questo sia in Germania che in Italia chi è al governo preferisce parlare di materie che non sono di sua competenza, come l'orario di lavoro. "La crisi è nelle mani dei consumatori" ha detto nella stessa conferenza stampa, il nostro Presidente del Consiglio. In verità la durata e l'intensità della crisi è innanzitutto nelle mani del governo. Dovrebbe dare ai cittadini messaggi meno contraddittori se vuole che aumenti la fiducia di famiglie e imprese. Dovrebbe parlare apertamente della crisi, invece di cercare di inventarsi altri terreni di confronto, come Nixon che di fronte all'esplosione dello scandalo Watergate decise nel 1972 di andare in Cina per spostare altrove l'attenzione generale. Non è esorcizzando i problemi e chiedendo ai giornali di parlare d'altro (magari dedicando intere paginate alla band del ministro dell'Interno) che si risolve la crisi. Per questo speriamo che nessuno voglia raccogliere l'invito di Berlusconi a non pubblicare previsioni a tinte fosche, come quelle elaborate dal Centro Studi Confindustria, perché "le profezie negative si autoavverano". Al contrario, è proprio ridurre l'informazione e spargere finto ottimismo che allunga la crisi. Quando l'informazione non è accurata, aumenta solo l'incertezza, e l'incertezza è la peggiore nemica di quegli investimenti che ci porteranno, prima o poi, fuori dalla recessione.

 

Il silenzio delle sentinelleGiuseppe D’Avanzo

Dovremmo aver imparato in questi quindici anni che, nonostante l'abitudine alla menzogna, Berlusconi non nasconde mai i suoi appetiti. Il sermone di fine anno ci ricorda che la sua bulimia non conosce argini. Vuole il presidenzialismo come il compimento della sua biografia personale. Non si accontenta di avere in pugno due poteri su tre. Dopo aver asservito il Parlamento al governo, pretende ora che evapori l'autonomia della magistratura. Dice che la riforma della giustizia è pronta e sarà battezzata al primo Consiglio dei ministri del 2009. Anticipa quel che ci sarà scritto: i pubblici ministeri se le scordino le indagini. Diventeranno lavoro esclusivo delle polizie subalterne al ministro dell'Interno, quindi affar suo che governa in nome del popolo. I pubblici ministeri, ammonisce, diventeranno soltanto "avvocati dell'accusa". Andranno in aula "con il cappello in mano" davanti al giudice a rappresentare come notai, o come burocrati più o meno sapienti, le ragioni del poliziotto. Dunque, del governo. Con un colpo solo, si liquidano l'eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge (art. 3 della Costituzione, "Tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge"); l'indipendenza della magistratura (art. 104, "La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere"); l'unicità dell'ordine giudiziario (art. 107, "I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni"); l'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale"); la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm (art. 109, "L'autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria"). Soltanto un effetto autoinibitorio può impedire di udire, nelle "novità" di Berlusconi, una vibrazione conosciuta e cupissima. Anche a rischio di indispettire il suo alleato decisivo (Bossi), il mago di Arcore rimuove - per il momento - il federalismo dalle priorità del 2009 per rilanciare il castigo delle toghe e la nascita della repubblica presidenziale. Sarà un gaffeur o un arrogante, sarà per ingenuità o per superbia, Berlusconi propone la necessità di una riforma costituzionale con le stesse parole - e per le stesse ragioni - di Licio Gelli. Se non lo si ricorda, davvero "le memorie deperiscono e i fatti fluttuano", come ripete nel deserto Franco Cordero. Appena il 4 dicembre il "maestro venerabile" della P2, intervistato da Klaus Davi, ha detto: "Nel mio piano di rinascita prevedevo la creazione di una repubblica presidenziale, perché dà più responsabilità e potere a chi guida il Paese, cosa che nella repubblica parlamentare manca". Berlusconi, 20 dicembre: "Sono convinto che il presidenzialismo sia la formula costituzionale che può portare al migliore risultato per il governo del paese. L'architettura attuale non permette di prendere decisioni tempestive e non dà poteri al premier". Fa venire freddo alle ossa il farfuglio dell'opposizione di fronte a questo funesto programma da realizzare presto (si annotano soltanto parole che dicono d'altro). E' un silenzio che lascia temere o lo stato confusionale di opposizioni ormai assuefatte al peggio o un'altra letale tentazione di quella commedia bicamerale che, senza sfiorare il conflitto di interessi, concesse al mago di Arcore l'impero mediatico e, in nome del primato della politica sulla giustizia, la vendetta sulla magistratura. Dio non voglia che, con il prepotente ritorno al proscenio di qualche campione di quel tempo, la stagione si rinnovi. In una giornata di sconcerto, sono così un balsamo le parole di Giuseppe Dossetti, padre della Costituzione e dello Stato poi fattosi monaco (le ha ricordate ieri Filippo Ceccarelli). Vale la pena tornarci ancora su. In memoria del suo grande amico Giuseppe Lazzati, e in coincidenza della prima vittoria delle destre, Dossetti pronuncia un discorso famoso. Il titolo lo ricava da un salmo di Isaia (21,11) "Sentinella, quanto resta della notte?". In quei giorni del 1994, egli vede affiorare un male diagnosticato con molti anni di anticipo: la supremazia di una concezione individualistica, in cui il diritto costituzionale regredisce a diritto commerciale (il primato del contratto, l'eclissi del patto di fedeltà); il dissolversi di ogni legame comunitario, mascherato dietro l'appello al "federalismo" (il "politico" diventa pura contrattazione economica); il rifiuto esplicito di una responsabilità collettiva in ordine alla promozione del bene comune (la comunità è fratturata sotto un martello che la sbriciola in componenti sempre più piccole sino alla riduzione al singolo individuo). Non si può sperare, dice Dossetti e parla ai cattolici, che si possa uscire dalla "nostra notte" "rinunziando a un giudizio severo nei confronti dell'attuale governo in cambio di un atteggiamento rispettoso verso la Chiesa o di una qualche concessione accattivante in questo o quel campo (la politica familiare, la politica scolastica)". Dossetti non nega la necessità di cambiamenti. Elenca: riforma della pubblica amministrazione; contrasto alle degenerazioni dello Stato sociale; lotta alla criminalità organizzata; valorizzazione della piccola e media imprenditoria; riforma del bicameralismo; promozione delle autonomie locali. Teme però riforme costituzionali ispirate da uno "spirito di sopraffazione e di rapina". "C'è ? avverte ? una soglia che deve essere rispettata in modo assoluto. Questa soglia sarebbe oltrepassata da ogni modificazione che si volesse apportare ai diritti inviolabili civili, politici, sociali previsti dalla Costituzione. E così va pure ripetuto per una qualunque soluzione che intaccasse il principio della divisione e dell'equilibrio dei poteri fondamentali, legislativo, esecutivo e giudiziario, cioè per l'avvio, che potrebbe essere irreversibile, di un potenziamento dell'esecutivo ai danni del legislativo ancorché fosse realizzato attraverso referendum che potrebbero trasformarsi in forma di plebiscito". I referendum, segnati da "una forte emotività imperniata su una figura di grande seduttore", possono trasformarsi infatti "da legittimo mezzo di democrazia diretta in un consenso artefatto e irrazionale che appunto dà luogo a una forma non più referendaria ma plebiscitaria". Il "padre costituente" denuncia senza sofismi quel che vede dietro la "trasformazione di una grande casa economico-finanziaria in Signoria politica". Vede la nascita, "attraverso la manipolazione mediatica dell'opinione", di "un principato più o meno illuminato, con coreografia medicea". Dossetti chiede allora ai cristiani di "riconoscere la notte per notte" e di opporre "un rifiuto cristiano" ritenendo che "non ci sia possibilità per le coscienze cristiane di nessuna trattativa". Nessuna trattativa. Per trovare queste parole che aiutano a sperare ancora in una via diurna, si deve ricordare Dossetti. Dove sono le "sentinelle" a cui si può chiedere oggi: "Quanto resta della notte"?

 

Da Obama al re Abdallah, la "casta" che comanda il mondo

Vittorio Zucconi

WASHINGTON - Assenti naturalmente gli italiani, che nella loro irrilevanza autoinflitta in politica internazionale, nell'industria e nella cultura non riescono a entrare in classifica neppure come cattivi, i 50 personaggi che formano la nuova élite globale 2009, secondo Newsweek, sono una classifica che piacerebbe molto a Dante Alighieri, inferno, paradiso e purgatorio delle anime che contano nel mondo di oggi. Anime classificate nella insopprimibile mania americana di catalogare, quantificare e dare un voto a ogni cosa. In questa commedia umana globale edizione 2008/2009, dietro l'inevitabile Barack Obama che per il momento domina l'orizzonte del mondo, la posizione in graduatoria non testimonia di virtù o di vizi, di gesta nobili o ignobili. Racconta soltanto la capacità di quegli individui di segnare il tempo nel quale viviamo, senza distinzione di razza, sesso, religione, nazionalità o popolarità. Almeno secondo chi li sceglie, con tutti i limiti di arbitrarietà e di soggettività da competizione di pattinaggio artistico, inevitabili in questi registri. Qualche devoto papista arriccerà il naso, ad esempio, nello scoprire che secondo i giudici del settimanale americano, il nuovo segretario particolare di Obama, il capo del suo staff, Rahm Emanuel, cinico ed efficace manipolatore di corridoi parlamentari, sta largamente davanti a Sua Santità Papa Benedetto XVI, al 27esimo posto contro il modesto 37esimo di Ratzinger, la cui influenza globale sembra relativamente modesta, se osservata dagli Stati Uniti. E ancora più bruciante sarà per l'escluso l'assenza da questa autentica casta di leader mondiali di Bill Gates, il signore delle "finestre", del sistema operativo Windows che pure alimenta nove personal computer su dieci nel mondo e che compare nella lista soltanto come benefattore, non come leader d'industria. Steve Jobs, il genio del marketing e del packaging che ha salvato la Apple, occupa il 34esimo posto, anche lui davanti al Papa, nella dimostrazione che in questo mondo materialista, l'iPod impressiona più della infallibilità. Ma è la politica, intesa come potere di governo, quella che continua a dominare l'olimpiade di quelli che contano nel mondo, perché la politica sarà anche in crisi, ma nelle fasi di terrore economico e finanziario globale è a essa che il mondo guarda per trovare un lumicino in fondo al tunnel. Dietro Obama l'atteso messia della salvezza collettiva, ecco infatti Hu Jintao il cinese, Nicolas Sarkozy il francese, il triumvirato di Bernanke alla Federal Reserve, Jean-Claude Trichet alla Banca Centrale Europea e Maasaki Shirakawa alla Banca Centrale giapponese, la trimurti che da mesi muove le leve e disperatamente aziona le manopole del danaro per tentare di riossigenare la asmatica finanza internazionale. E poi ancora la Merkel germanica, Putin il neo zar russo, il sorprendente Gordon Brown britannico, risorto dalla impopolarità grazie ai suoi piani salva banche, il re Saudita Abdallah (il petrolio conta sempre) e persino il supremo ayatollah iraniano Khamenei (ma non la sua marionetta delirante, il presidente Ahmadinejad, escluso). Tutti i primi dieci posti nella olimpiade della supercasta globale sono occupati da personaggi della politica o della amministrazione pubblica. Nel mix di buoni, meno buoni e pessimi - non poteva mancare naturalmente Osama bin-Laden, almeno lui piazzato ben dietro il Papa e Rupert Murdoch - l'elemento chiave è, anche in questo caso, l'ovvia globalità della sfera di influenza ormai transnazionale, che comprende il generalissimo americano David Petraeus, l'unico americano scampato al naufragio delle "guerre preventive" bushiste in Iraq e Afghanistan, ma anche il Dalai Lama e il miliardario messicano Carlos Helù, uno degli uomini più ricchi del mondo, il signore dell'unica casa automobilistica che ancora regga al collasso del mercato dei motori, Katsuki Watanabe della Toyota, e il predicatore pentecostale nigeriano Adeboye, deciso a salvarci l'anima in dura concorrenza con ayatollah sciiti e pontefici cattolici. Ma anche in questa globalizzazione dell'elitismo e dell'influenza, continuano comunque a scarseggiare quelle donne che pur rappresentando lo stereotipo della "metà del cielo" sono appena un decimo dell'empireo dei potenti, cinque in tutto. La Merkel, Sonia Gandhi, Nancy Pelosi zarina della Camera americana, Margaret Chan, direttrice dell'Organizzazione Mondiale della Salute e Oprah Winfrey, la donna-azienda che domina i teleschermi americani. Ce ne sarebbe una sesta, l'avvocata di Chicago Valerie Jarret, nominata consigliere del futuro Presidente, ma è considerata come parte del gruppo di "amici di Obama", come Hillary è nel circolo dell'elite planetaria soltanto in coppia con Bill, l'uomo che proprio dieci anni or sono di questi giorni, nelle ore dell'umiliazione e dell'incriminazione, fece di lei, definitivamente l'eroina del più straordinario reality show reale mai rappresentato. Èlite, certamente, la signora, ma condannata a un’eterna comunione dei beni e dei mali col marito.


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