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Manifesto – 23

Manifesto – 23.12.08

 

Sotto il velo dell'ottimismo - Ida Dominijanni

Pesanti o leggeri, i regimi politici possono durare molto al di là della spinta popolare che li produce, ma possono anche collassare improvvisamente per un repentino e inaspettato calo del consenso. Le due alternative a volte coesistono: è proprio quando un regime si siede sul godimento narcisistico di un consenso garantito che diventa massimamente a rischio. Basta un niente, e lo specchio che rifrange la folla nel leader e il leader nella folla si rompe. Quando rivendica un consenso del 72%, e disegna per l'ennesima volta la silhouette di una Repubblica privata della divisione dei poteri, con un re che domina incontrastato, una magistratura esautorata e un'informazione dimezzata, Silvio Berlusconi ignora il rischio, o ne è consapevole e lo nasconde sotto la maschera dell'onnipotenza? A leggere i suoi più fedeli e adulanti cronisti pare che lo ignori, che la calcolatrice delle sue mosse funzioni perfettamente e garantisca un risultato eccellente: un po' di decisionismo in più nell'azione di governo, un po' di magnanimità condita di garantismo verso l'opposizione perché infierire sulla «Tangentopoli rossa» sarebbe come sparare sulla Croce rossa, qualche nuova promessa di dialogo giusto per dividere Veltroni da Di Pietro e D'Alema da Veltroni e il gioco è fatto, fra un paio d'anni Berlusconi regnerà splendente come e più di Sarkozy e di Obama. Ma è davvero così? Non c'è esterno in questi filmini girati solo nelle stanze del palazzo. E non c'è neanche grande penetrazione della psicologia del personaggio. Che voglia diventare re o che si senta padreterno, Berlusconi viene pur sempre da Arcore, e la sua bussola resta quella dell'incantamento mediatico. Ma se sulla strada per diventare re un premier ha bisogno di nascondere ai suoi cittadini, o ai suoi sudditi come lui li concepisce, la realtà di una crisi aspra e di una strada in salita, coprendola con il velo dell'ottimismo e dell'invito a consumare tranquilli, vuol dire che qualcosa della sua sicurezza scricchiola. E' spesso con le bugie che il potere si rafforza; ma altrettanto spesso si tratta di un rafforzamento di cortissimo respiro, come illustri precedenti dimostrano. Se così fosse, e ovviamente non ce n'è certezza, l'esternazione di sabato sulle riforme assumerebbe come e più del solito soprattutto il carattere di un gigantesco spot girato per coprire di decisionismo una incrinatura della sicurezza di sé, delle cose e del consenso. Ciò non significa che non vada preso sul serio: al contrario, va preso serissimamente, perché dimostra senza ombra di dubbio che il progetto di Berlusconi è lo stesso da sempre, che non è stato scalfito né mitigato dalla sua navigazione politica e dalla sua frequentazione delle istituzioni (né da un referendum che gliel'ha già bocciato una volta), e che è irriformabile e irriducibile per quanti dialoghi si possano aprire con lui. E che dunque nessun dialogo va aperto su questo suo terreno: né sul presidenzialismo, perché il presidente plenipotenziario che Berlusconi vagheggia non sopporta alcun contrappeso (come già fu dimostrato in bicamerale nel '98); né sulla giustizia, perché l'ordinamento giudiziario è stato già riformato due volte in pochi anni, dal centrodestra e dal centrosinistra (perché nessuno, nel centrosinistra, ricorda e rivendica quella riforma?), e al di là del già fatto non c'è riforma ma decapitazione della magistratura; e per quanto ci riguarda nemmeno sul federalismo, se prima non si reimposta un discorso decente sulla storia dello stato e del dualismo italiano. Mettere a fuoco lo stato reale del consenso a Berlusconi, e la possibilità che con la sua ridicola gestione della crisi esso non si rinforzi ma vacilli, dovrebbe servire proprio a non farsi irretire nella pretesa di eternità con cui condisce i suoi spot e seduce i suoi avversari. E ad attrezzarsi per un'uscita liberatoria dal ventennio che abbiamo alle spalle. Sulla Stampa di ieri, analizzando i risultati delle elezioni in Abruzzo, Luca Ricolfi ipotizzava un futuro prossimo in cui scendono i consensi sia del centrosinistra sia del centrodestra, a vantaggio di un inarrestabile slavina di sfiduciamento della politica, o almeno della politica oggi disponibile. Fra due disastrose prospettive, quella di un consolidamento del regime berlusconiano e quella di un suo tracollo che trascina con sé un'opposizione debilitata, quel che resta della sinistra parlamentare e extraparlamentare, e soprattutto quel che può nascere al di là di entrambe, deve provarsi a trovare una strada credibile.

 

Salario corto - Loris Campetti

Contrordine compagni, il governo Berlusconi è diventato quasi di sinistra e il suo ministro del lavoro si schiera con gli operai. Si preoccupa di salvaguardare il loro posto di lavoro, addirittura pensa che le difficoltà debbano essere divise tra tutti. Vi ricordate quando le tute blu di Mirafiori, 28 anni fa, per evitare le liste di proscrizione scrivevano sugli striscioni «La soluzione c'è, cassa integrazione a rotazione»? Adesso Sacconi ha fatto sua quella parola d'ordine. Allora, di che ci lamentiamo? Settimana corta, 4 giorni di lavoro a settimana e un piccolo prelievo sullo stipendio, perché nessuno resti fuori. Che vogliamo di più? Sembra di sentire Fausto Bertinotti quando lasciò il governo Prodi in nome delle 35 ore. Eppure, sono molte le cose che non ci convincono. Innanzitutto, quale credibilità possono avere un governo e un ministro che solo un mese fa spiegavano che per salvare l'Italia dalla Grande Crisi bisognava lavorare di più, fare straordinari a go-go così da rendere i nostri prodotti i più competitivi del mondo, ovviamente detassandoli per incentivare gli imprenditori a seguire questa strada? Erano tempi - un mese fa - in cui chi denunciava la gravità della crisi veniva preso per pazzo, in ogni caso pessimista che è un'accusa ancora più degradante. Oggi, dopo che ogni persona ragionevole aveva spiegato che quel provvedimento, oltre che sbagliato era fesso perché di lavoro non ce n'è, Berlusconi e Sacconi vengono a dirci che per evitare l'emergenza sociale, cioè i licenziamenti di massa, bisogna fare quel che molti di noi dicevano in tempi non sospetti. In ogni caso, perché non incassare questo risultato e brindare tutti insieme l'anno bipartisan che verrà? Perché il governo e il suo ministro non sono credibili. Perché non rispondono a una richiesta generalizzata di estendere a tutti cassa integrazione e ammortizzatori sociali, a partire dagli ultimi nella indecente scala sociale su cui costringono uomini e donne ad accapigliarsi: i precari, per non parlare degli immigrati costretti da una legge razzista a perdere, insieme al lavoro, la possibilità di cercarne un altro - espulsi in quanto colpevoli di essere stati licenziati. Perché ci raccontano che riducendo le ore di lavoro e gli stipendi vogliono fare come la Merkel, senza dire che lo stipendio di un operaio tedesco è superiore del 40% di quello di un suo compagno italiano. Ma c'è un altro punto delle contraddittorie politiche del governo che non torna. Uno dei limiti maggiori del nostro paese sta nell'arretratezza del sistema industriale: nessun investimento nella ricerca e per l'innovazione del prodotto, con conseguente caduta dell'esportazione di qualità (con l'esclusione di tanti cervelli, qualche scarpa di lusso, qualche Ferrari e un po' di bidè nonostante la crisi della ceramica). Perché non vincolare i soldi pubblici alle imprese proprio alla ricerca e all'innovazione, favorendo con una presenza pubblica nel capitale una riconversione verso una produzione socialmente ed ambientalmente compatibile? Infine, possibile che dentro questa crisi non sentano, a palazzo Chigi come in tutti i palazzi e i loft della politica, la necessità di portare la tassazione delle rendite finanziarie dal 12 all'europeo 20%? Quando la politica del governo cambierà radicalmente la sua natura crederemo alle sparate di Sacconi. Che comunque, da sole, non aiuterebbero il nostro paese ad affrontare la crisi più drammatica.

 

In due anni, 25 milioni di disoccupati in più - Anna Maria Merlo

PARIGI - Il tempio della deregulation si guarda bene dal fare autocritica, ma indossa le vesti di Cassandra per predire un futuro più nero possibile: secondo il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria, il numero dei disoccupati aumenterà il prossimo anno di 20-25 milioni nel mondo. Nella zona Ocse, che riunisce le 30 economie più ricche del mondo, il numero dei senza lavoro esploderà letteralmente: dovrebbe aumentare in un anno di 8-10 milioni, toccando nel 2010 42-44 milioni di persone. Gurria, in un'intervista radiofonica, ha dato ieri una versione pessimista dell'ultimo Outlook dell'Ocse, uscito a fine novembre, presentando i primi abbozzi di una nouvelle vague teorica, tutta attenta a sollecitare l'intervento degli stati. La zona Ocse è entrata in recessione nel quarto trimestre di quest'anno e questa situazione è destinata a prolungarsi per almeno i primi sei mesi del prossimo, «e per molti paesi per la maggior parte del 2009», ha aggiunto Gurria. «Prevediamo un recupero a fine 2009 e una debole crescita nel 2010». In sostanza, siamo «di fronte alla recessione più severa dopo l'inizio degli anni 80». Le previsioni dell'Ocse sono già state anticipate a fine ottobre dal Bit (Bureau internazionale del lavoro) che ha parlato di un aumento di 20 milioni di disoccupati, con un record di 210 milioni di senza lavoro nel mondo nel 2009. Tutti i paesi hanno studiato piani di rilancio. Ma la domanda di fondo è: serviranno a frenare la prevista esplosione della disoccupazione? L'aumento massiccio della disoccupazione è anche dovuto al fatto che tra i più colpiti c'è l'edilizia, un settore a forte presenza di manodopera. Gurria ha ricordato che «l'edilizia si è arrestata in modo brutale», soprattutto in paesi dove c'era stato un facile boom, come la Spagna o l'Irlanda. L'automobile (e tutto l'indotto, come le industrie a monte, a cominciare dalla produzione di acciaio) sono anch'esse al centro della crisi. Per Gurria, l'Europa «ha ancora dei margini» sul costo del denaro, che può abbassare - seguendo l'esempio di Usa e Giappone, arrivati praticamente a un tasso zero - «tanto più che l'inflazione diminuirà costantemente a causa della debolissima domanda». L'Ocse, fino ad ora così attento a suggerire lo stato leggero, ora incoraggia i paesi europei a fare di più per i loro piani di rilancio. Gurria ha suggerito ieri all'Unione europea di «andare al di là» dell'impegno intorno all'1,4% del pil, come hanno già fatto gli Usa (con un progetto equivalente al 5% del pil) o la Cina (15%). E sull'onda di questi incoraggiamenti, suggerisce agli stati di investire nella ricerca e nei prodotti «verdi», per favorire uno sviluppo tecnologico per la lotta contro il riscaldamento climatico. Il segretario generale dell'Ocse finge di stupirsi per «il fallimento della regolazione e della supervisione», che ha permesso l'ormai lunga sequenza che va dalla crisi dei subprime fino al mago della finanza Madoff. Secondo la teoria nouvelle vague dell'Ocse, sciorinata da Gurria ieri, gli stati hanno «tardato ad agire». Ma per fortuna che c'è Nicolas Sarkozy, si rallegra il segretario generale dell'organizzazione, che ha battagliato a favore di una più grande «cooperazione». Gurria passa così sotto silenzio il fatto che il famoso «piano di rilancio» europeo, di cui si è vantato Sarkozy è solo un'espressione verbale, poiché di fatto si tratta semplicemente dell'addizione dei vari interventi nazionali. La divergenza di vedute tra Francia e Germania (e la freddezza dei rapporti tra Sarkozy e Angela Merkel durante il semestre di presidenza francese della Ue) non hanno favorito la progettazione di un piano comune. Inoltre, Gurria si guarda bene dall'andare a verificare con la lente di ingrandimento il contenuto effettivo dei rispettivi piani nazionali: Sarkozy ha vantato un intervento di 26 miliardi di euro in Francia, ma l'opposizione, oltre a criticare il fatto che è tutto concentrato sugli aiuti alle imprese e non fa nulla per sostenere i salari, ha calcolato che sarebbe già molto se ci fossero 10 miliardi di denaro fresco. Le critiche hanno colpito nel segno, perché da giorni si parla in Francia di un possibile «secondo piano di rilancio» già in primavera, se gli effetti del primo non si faranno sentire. Ma ieri, il neo-ministro che deve gestire il piano, Patrick Devedjian, ha smentito.

 

Un Natale da poveri - Guglielmo Ragozzino

L'Istituto di statistica ha interrogato la società italiana, curioso di sapere i limiti di reddito e disagio quando stava per aprirsi, con il 2008, la crisi. Lo stesso hanno fatto i confratelli dell'Istat degli altri paesi europei; ieri però sono stati diffusi solo i risultati delle rilevazioni nazionali. Sono dati preoccupanti. Un primo aspetto è il deterioramento tra 2006 e 2007. Nel 2006 quattro famiglie su cento in Italia non riescono a sfamarsi ; nel 2007 sono diventate cinque. Se poi cinque famiglie sembrano poche, si consideri che in cifra assoluta è un milione di famiglie. E' una città più grande di Milano che non si riesce a sfamare, che va a letto con la fame, sempre ammesso che un letto lo abbia. I dati generali del reddito ci informano che le famiglie, in media, hanno nel 2006 un reddito di 28.552 euro, al netto del prelievo tributario. Solo che sono comprese nella statistica le famiglie Pinco Pallino e le famiglie Berlusconi, considerando le prime, famiglie comuni e le seconde, le più ricche sul mercato delle famiglie. In altre parole, queste seconde alzano il reddito medio. Più interessante è un altro dato. La famiglia mediana, cioè quella che è più ricca di metà delle famiglie italiane e più povera dell'altra metà, gode (si fa per dire) di un reddito di 23.083 euro all'anno e dunque metà delle famiglie ha meno di quella cifra. Le disparità vengono espresse anche meglio dalla divisione in cinque gruppi delle famiglie. Il reddito complessivo, riferito sempre al 2006, va al 20% meno abbiente per il 7%; per il 12,7% al 20% un po' meno povero; mentre a quelli di mezzo tocca il 17,3% del reddito complessivo delle famiglie; al quarto gruppo il 23%; e infine alle famiglie più benestanti, quelle che formano l'ultimo 20%, va il 40% del reddito. Sono però le situazioni di disagio quelle che mostrano le differenze presenti, intollerabili, in una democrazia «compiuta» come la nostra, nonché le tendenze in atto, all'apertura della fase recessiva. E il disagio evidente, palpabile è quello che dovrebbe determinare le scelte politiche, gli indirizzi del governo, le proposte delle opposizioni. Cosa significa, tanto per indicare un dato sul quale riflettere, che nel Lazio tra 2006 e 2007 le famiglie senza soldi sufficienti per mangiare siano passate dal 3,9 al 5,9%? Il Lazio, con Roma forte per l'impiego pubblico, non dovrebbe subire tracolli del genere. E a fianco del Lazio va osservato il Piemonte. Qui i soldi per mangiare che mancavano a 3,1 famiglie su cento nel 2006, a distanza di un anno mancano a 4,7 famiglie su cento. Cosa sia avvenuto nel 2008 non è ancora rilevato o comunque elaborato e messo in rete dall'Istat; cosa avverrà poi nel 2009, con i licenziamenti e la cassa integrazione è possibile immaginarlo. Quante saranno le famiglie a saltare i pasti? Ma il governo non sembra curarsene. Le regioni meridionali sono in condizioni di vera e propria emergenza alimentare. C'è ad esempio la Sicilia dove si passa dall'8,5 al 10,1% delle famiglie prive di soldi sufficienti per sfamarsi. Una famiglia su dieci, in Sicilia è alla fame. O, per meglio dire, era già alla fame nel 2007, quando la crisi finanziaria non era ancora annunciata. Ma forse ancora peggiore è la condizione del Molise, dove da un quasi accettabile 3% (accettabile in questo pianeta egoista), si passa in un anno al 7% delle famiglie alla fame. Il governo centrale, il governo regionale ne sanno qualcosa? Hanno una spiegazione da dare, una soluzione da proporre? Non è solo il cibo a mancare a una famiglia su venti in Italia. L'11,1% delle famiglie non ha avuto soldi per le cure mediche. Questo significa che non è stato possibile fare esami, diagnosi, operazioni, lunghe degenze. In una parola, le cure sono state impossibili, in un paese che si vanta per la sua sanità per tutti. Tutti, meno l'11,1%. E quanti saranno morti per mancanza di cure, per mancanza di soldi? Ci sono poi 17 famiglie su 100 che non hanno avuto soldi per i «vestiti necessari», secondo la definizione dell'Istat. Come è ovvio, non si tratta di eleganti e leggiadri vestiti per l'estate. Non sono mancati a 17 persone su cento vestiti alla moda. Qui si parla di indumenti capaci di combattere il freddo, per famiglie poco provviste di riscaldamento adeguato. Infine, un terzo delle famiglie non può sostenere una spesa imprevista di 700 euro. Gli usurai si fregheranno le mani...

 

I ricchi non piangono ma si nascondono - Stefano Milani

C'è chi compra un pensierino al mercatino natalizio sotto casa e chi si regala un cadeau da Bulgari. Chi rimpacchetta il telefonino «usato poco» per il figlio e chi sotto l'albero ne piazza uno da 20.000 euro ordinato su Internet, firmato e in edizione limitata, appena cinque esemplari. Italia sì, Italia no. Chi se lo può permettere e chi, aprendo il portafogli, scuote la testa anche al cospetto di Babbo Natale. Eppure la crisi, ripetono gli esperti, colpisce tutti. Sì, tutti meno uno: i ricchi. Perché l'upper class italiana non rinuncia al regalo esclusivo anche in tempi di magra. Certo, i consumatori con le tasche piene hanno mostrato finora un po' di ritrosia, ma i negozianti sono certi che alla fine recupereranno fiducia e non si tireranno indietro. Basta una camminata a via dei Condotti o via Borgognona a Roma o a via Montenapoleone a Milano oppure farsi una passeggiata tra le vetrine virtuali del web per capire che il settore luxury non è affatto in recessione. «Alcuni marchi non soffrono assolutamente - spiega Claudia Buccellati, presidente dell'associazione via Montenapoleone - Un certo sconcerto psicologico c'è, ma di crisi ce ne sono state altre e siamo fiduciosi che supereremo anche questa». Detto fatto. Ne è la riprova che qualche giorno fa le signore della Milano bene non hanno mancato all'ultimo appuntamento da Renè Caovilla, per la presentazione della collezione estiva: in vetrina a via Bagutta non vi è il sandalo con solitario, zaffiri e rubini da 92mila euro (realizzato solamente per tre fortunati vip), ma i modelli con piume di struzzo e Swarovski che vanno da 750 a 1200 euro. E le vendite vanno così a gonfie vele che la società aprirà nel 2009 due show room in Russia e conta di aumentare ancora i punti vendita l'anno successivo. Un bel sospiro di sollievo per tutti coloro che anche quest'anno non vogliono rinunciare alla griffe, o al gioiello esclusivo. Semmai il duro è acquistare con la carta di credito in mano, ma senza farsi notare. Il cruccio si chiama infatti ostentazione. Non sta bene, non è più di moda, anzi da quest'anno risulta anche un po' cafone. Ne è convinto Gérald Mazzalovo, uno che se ne intende visto che è considerato tra i maggiori esperti mondiali del settore del lusso. Secondo l'ingegnere dello sfarzo, intervistato questo mese nella prestigiosa rivista di settore World & Pleausure, il lusso ostentatorio subirà a livello mondiale un rallentamento temporaneo nel 2009, perché non sarà politically correct esibire la ricchezza in tempi di crisi. Che cosa è cambiato rispetto al passato? «L'emergenza del lusso intermedio e la consuetudine di estrapolare semanticamente la parola lusso al numeroso, facilmente accessibile e visto dappertutto. Ma i clienti del lusso rimangono fondamentalmente quelli di sempre: il nato ricco (lusso autentico), il nuovo ricco (lusso ostentatorio) e il desideroso di vivere come i ricchi (lusso intermedio)». Tre categorie ben precise per le quali e la quarta settimana è semplicemente la fine di un mese e non, come la stragrande delle persone, un traguardo da raggiungere, quasi sempre col fiatone. «Nell'ambito dei beni di lusso, - continua Mazzalovo - a soffrirne di più saranno gli accessori e il pret-a-porter: invece di 5 borse, il cliente di classe alta ne comprerà solo 3 e il cliente di classe media forse nessuna. Ma i ricchi non cambieranno modo di vivere, saranno solo più discreti e non sarà più opportuno esporre una borsa da 20 mila euro in vetrina». L'austerity non colpirà però il settore dei gioielli perché «comunque il gioiello rappresenta un bene di rifugio». Così come l'universo delle quattro ruote a otto zeri. Se infatti le utilitarie mettono il freno a mano (-12%), le auto di grossa (e patinata) cilindrata viaggiano che è una bellezza: +5,55% di vendite per la Ferrari, +8,57% per la Lamborghini, +17,59 per la Jaguar, +35,99% per la Maserati. Dagli autosaloni alle enoteche. Stabili i grandi vini, anche se c'è un «allarme champagne». Vabbè, vorrà dire che per dare il benvenuto al nuovo anno si dovranno accontentare di uno spumantino italiano. Come noi comuni mortali.

 

CGIL. Senza risposte del governo manifestazione nazionale a Roma a fine marzo - Sara Farolfi

ROMA - Avanti con le mobilitazioni, territoriali e di categoria: «Senza risposte positive la Cgil organizzerà, tra fine marzo e inizio aprile, una grande manifestazione nazionale, di sabato a Roma». Si è concluso con un documento votato all'unanimità il direttivo Cgil di ieri. Con un rinvio sulla riforma del modello contrattuale per l'artigianato, dove la riserva della Cgil (al documento sottoscritto separatamente da Cisl, Uil e Confartigianato) verrà sciolta definitivamente nel prossimo direttivo. E con «qualche perplessità» espressa dal segretario generale Cgil, Guglielmo Epifani, sull'opportunità di accorpamento in un'unica manifestazione nazionale (il 13 febbraio) delle mobilitazioni di Fiom e Funzione pubblica: nel documento votato dal parlamentino Cgil l'accento viene posto sul carattere «confederale» che dovranno avere tutte le iniziative. Come proseguire con le mobilitazioni, questo era l'oggetto al centro del direttivo di ieri. La riuscita dello sciopero del 12 dicembre «ha confermato il consenso dei lavoratori e delle lavoratrici alla piattaforma per un accordo contro la crisi e il giudizio negativo verso le scelte del governo», si legge nel documento finale. La disponibilità al confronto espressa ieri da Epifani riguardo alla proposta del ministro Sacconi non esaurisce di certo la questione. Epifani ha chiesto al governo di aprire un tavolo di confronto con le parti sociali, a gennaio, per affrontare la crisi. Ciò che chiede la Cgil è un netto cambio di corso nelle scelte fino a qui assunte dal governo - nel senso di una più equa distribuzione del peso del fisco e di una politica industriale che dia risposte a crisi come quella della Fiat - per affrontare una crisi che colpisce soprattutto «precari, pensionati, donne e mezzogiorno». «Faremo tutte le iniziative unitarie possibili - ha detto Epifani - ma se non sarà possibile la Cgil non sarà ferma perchè non è accettabile l'idea di un sindacato subalterno che rinuncia a sostenere le proprie proposte». La mobilitazione a cui pensa il segretario generale Cgil è chiaramente di segno confederale, e su questo si insiste anche nel documento del direttivo. Nell'intervento conclusivo, Epifani ha sottolineato le ragioni di merito, «condivisibili», che hanno portato i metalmeccanici della Fiom e i dipendenti pubblici della Fp alla proclamazione di uno sciopero nazionale per metà febbraio. Ferma restando la legittimità degli scioperi ciò che meno convince Epifani (e non solo) è l'accorpamento delle due iniziative (e delle due categorie più importanti degli attivi Cgil). Fiom e Fp hanno, d'altro canto, ribadito le ragioni alla base della scelta. «Manifestazione e scioperi ci sono - commenta Carlo Podda, segretario generale Fp Cgil - Poi certo rifletteremo sul se e sul come eventualmente ricomprenderle nelle iniziative unitarie». Potrebbe ripetersi quanto già successo il 12 dicembre (la mobilitazione programmata da Fiom e Fp che diventa lo sciopero generale dell'intera Cgil)? No, secondo Nicola Nicolosi, leader dell'area programmatica Lavoro e società: «Se la confederazione non avesse espresso la volontà di proseguire con le mobilitazioni sarei d'accordo con i meccanici e i pubblici, il fatto ora è che le lotte vanno coordinate, senza fughe in avanti». Non è comunque da escludere un'accelerazione negativa, nel quadro complessivo dei rapporti tra sindacati e di questi con il governo. Cisl, Uil e Confindustria appaiono determinate a volere chiudere un accordo sulla riforma del sistema contrattuale entro gennaio. Ultimamente sono stati siglati una sfilza di accordi separati. L'unico sul quale la Cgil aveva espresso una riserva (e non un giudizio negativo) era quello dell'artigianato: doveva deciderne il direttivo di ieri ma la decisione è stata rinviata alla prossima riunione del parlamentino (essendoci ancora un confronto in corso con le associazioni padronali). Ieri intanto anche Confesercenti ha aderito all'accordo separato già siglato per il commercio.

 

Legge per le europee, c'è ancora chi tratta - Daniela Preziosi

ROMA - Un segnale, debole, appena percettibile nell'aria spessa della politica italiana. Eppur un segnale. Che rimbalza dal governo al centro, e di lì alla sinistra. Il segnale significa, appunto, che la riforma del sistema elettorale europeo, data ormai da molti come morta e sepolta, forse ancora si può fare. Se il fatto diventasse tale, cambierebbe poco la situazione nel popolo della libertà al cospetto del voto europeo. Cambia invece molto in casa democratica, dove uno sbarramento consistente, e cioè tra il 4 e il 5 per cento, eviterebbe la cosiddetta dispersione a sinistra e farebbe confluire nelle proprie liste gli elettori affezionati al 'voto utile'. Cambierebbe, quindi, moltissimo a sinistra, dove tale sbarramento potrebbe persuadere i diversi leader delle frazioni gauchiste di casa nostra a restare insieme (e questo va a favore delle tesi dell'attuale segretario Prc, Paolo Ferrero, impegnato a evitare una scissione interna) o persino a formare il 'cartello elettorale' delle forze di sinistra proposto da Fausto Bertinotti, sostenuto da Nichi Vendola, e infine rilanciato due giorni fa da Franco Giordano sulle colonne del manifesto. Questa la successione degli indizi, per come possiamo ricapitolarla. Secondo fonti di area democratica ma anche di area 'anti-democratica' (nel senso del popolo della libertà), il dialogo sulla riforma della legge elettorale europee non si sarebbe mai del tutto fermato, nonostante l'interruzione formale che data ottobre. Di più. Il drappello di tecnici che Berlusconi ha delegato a lavorare sulla possibile riforma è stato a più riprese delegittimato dallo stesso premier che, a fasi alterne, ha dichiarato «chiuso» o «di nuovo chiuso» il dialogo. E però questo drappello, prima capitanato dal ministro per la semplificazione normativa Roberto Calderoli, ora dal plenipotenziario di Berlusconi Gaetano Quagliariello, non ha affatto disarmato. Ha continuato a lavorare in attesa di tempi migliori. Nonostante il fatto che tra le due parti non si riuscisse a trovare un accordo in sostanza su niente. «Nessun contatto utile - dicono gli uomini vicini a Dario Franceschini, numero due di Veltroni a cui è affidata la delicata trattativa - né recente né proficuo». In sostanza il Pdl propone uno sbarramento del 5 per cento, ma il Pd promette fuoco e fiamme se la soglia sale sopra il 3. Spinto dall'area dalemiana, che guarda a sinistra, ma anche «dalla preoccupazione per la rappresentanza di tutte le forze politiche». Tradotto: per evitare di esser accusati di cancellare per legge la sinistra anche dal parlamento europeo. L'ex segretario del Prc Franco Giordano lo ha ripetuto non più tardi di una settimana fa, chiaro e tondo, a Walter Veltroni che 'sondava' una disponibilità a digerire la riforma con un qualche tipo di sbarramento. Non solo: il Pdl vuole cancellare le preferenze, ma per difenderle il Pd ha stretto un patto di sangue con l'Udc. I due poli sono lontanissimi? Eppure la maggioranza ha letto come un segnale favorevole quella parolina stringata pronunciata da Veltroni nel discorso di venerdì 19, e poi persino riportata nel dispositivo finale, formalmente approvato, secondo cui la direzione del Pd, «in nome dell'obiettivo di dare maggiore efficienza al necessario equilibrio tra rappresentanza e riduzione della frammentazione», impegna «i propri gruppi parlamentari a sostenere una modifica della legge elettorale europea che introduca una soglia di sbarramento ma che mantenga le preferenze». Impegno stravagante, se la vicenda della legge fosse morta e sepolta. Invece le esequie non sono state ancora celebrate, se il premier - che pure quel giorno stesso, venerdì 19, aveva dichiarato che «la legge per le europee resta così com'è»- il giorno dopo alla conferenza stampa di fine anno, ha rettificato in «mi risulta che ci sia ancora tempo per approvare una nuova legge». Il tempo, dunque, ci sarebbe. Le urne si apriranno il 6 e il 7 giugno. E per ora l'unico che solleva obiezioni formali è Francesco Storace: «Il parlamento non si azzardi a modificare le regole del gioco a partita iniziata: siamo pronti ad ogni genere di ricorso». Ogni tentativo di modificare le regole «a partita iniziata» sarebbe una lesione «dei diritti del cittadini».

 

Hamas: 24 ore di tregua. Ma Israele cerca all'Onu consensi per l'attacco - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Il cessate il fuoco unilaterale di ventiquattro ore proclamato ieri (su pressione egiziana) da Hamas non è servito ad allentare la tensione lungo il confine tra Israele e Gaza. I mezzi corazzati dello Stato ebraico rimangono fermi a ridosso della Striscia, in attesa dell'avvio dell'operazione militare per abbattere il potere di Hamas che il ministro degli esteri, Tzipi Livni, promette all'elettorato israeliano in vista del voto del 10 febbraio. Fermo ieri sera, a Kerem Shalom, al confine tra Gaza, Israele ed Egitto, c'era anche un convoglio di aiuti umanitari della Croce Rossa con cibo e medicine per la popolazione palestinese stremata dal blocco israeliano. «Gaza di fronte a due minacce: fame oppure escalation militare e omicidi» (dei leader di Hamas), titolava ieri il quotidiano arabo al Hayat mentre il palestinese al Quds al Arabi sottolineava «l'80% del territorio di Gaza immerso nel buio» e l'esaurimento delle scorte di farina. «L'esercito è pronto per qualsiasi operazione a Gaza», ha annunciato ieri il capo di stato maggiore, generale Gabi Ashkenazi, mentre i media israeliani riferivano di consultazioni continue tra il ministro della Difesa, Ehud Barak, e i vertici delle forze armate: si cerca di valutare le possibilità di successo e le conseguenze di una massiccia offensiva contro Hamas. Non è detto però che questa operazione sia davvero imminente. Israele sa che attaccare il movimento islamico comporterebbe rischi enormi anche per i suoi soldati. Hamas può contare su 7-8mila combattenti ben addestrati e pronti a morire pur di fermare una eventuale avanzata di reparti corazzati lanciati dentro Gaza city a caccia di dirigenti islamisti. E le perdite di vite umane sarebbero altissime soprattutto tra i civili palestinesi. Hamas ha già avvertito che in caso di un attacco massiccio israeliano, riprenderanno gli attentati kamikaze. «Non resteremo immobili davanti a un'aggressione, ci difenderemo con tutti i mezzi possibili, anche con le operazioni suicide», ha annunciato il portavoce Ayman Taha. È probabile perciò che la guerra delle minacce abbia, ancora per un po', il sopravvento sul conflitto vero e proprio. Secondo il quotidiano Ha'aretz i vertici politici israeliani, pur concordando sulla necessità di un'ampia operazione a Gaza, preferiscono, per il momento, che le forze armate intensifichino i raid aerei contro Hamas e altre organizzazioni palestinesi e contro le officine meccaniche dove vengono costruiti i razzi Qassam. Più in là potrebbero essere presi di mira gli stessi leader politici islamici. In attesa che la parola passi all'artiglieria e ai carri armati, Israele ha avviato un'offensiva diplomatica alle Nazioni Unite e nelle capitali occidentali per ottenere un forte sostegno internazionale ad un attacco devastante contro Gaza e mettere a tacere le critiche delle agenzie umanitarie per il blocco della Striscia che colpisce la popolazione civile. Israele all'Onu ha avvertito il Segretario generale, Ban Ki-moon, che non esiterà a colpire se non cesseranno i lanci di razzi. Da parte sua Tzipi Livni intende convocare gli ambasciatori di vari paesi per spiegare le ragioni israeliane. Non è riuscita a far valere le sue ragioni invece Neta Golan, attivista ebrea israeliana dell'International solidarity movement, giunta tre giorni fa a Gaza con la nave pacifista Dignity carica di aiuti per la popolazione palestinese. Ieri è stata arrestata al valico di Erez con l'accusa di aver violato la disposizione militare che vieta ai cittadini israeliani di entrare nelle aree autonome palestinesi. Verrà processata oggi.

 

Putin assaggia i primi «nyet» - Astrit Dakli

Che la crisi globale avrebbe prodotto prima o poi una rottura del granitico consenso da anni esistente intorno a Vladimir Putin, lo prevedevano in molti. Che il punto di rottura sarebbe stata l'automobile, e in particolare gli automobilisti della remota Vladivostok, è stata invece una sorpresa che lo stesso Putin è andato a cercarsi con la sua azione di governo, quando per far fronte all'incombente e imprevista crisi del settore - è di ieri la notizia che la maggiore azienda automobilistica russa, la Vaz, ha sospeso la produzione da qui al 5 febbraio - ha deciso di alzare le tasse sulle importazioni di auto nuove e usate dall'estero. Se nella Russia europea questo ha colpito più che altro gli acquirenti di auto di lusso, che alla fine non stanno tanto a guardare qualche centinaio o anche qualche migliaio di dollari in più o in meno, in Siberia invece - e soprattutto nell'estremo Oriente, l'azione fiscale decisa dal governo ha colpito la classe media e medio-bassa, che fin dai primi anni novanta si è motorizzata soprattutto importando auto usate e a basso prezzo dal vicino Giappone. Non soltanto a Vladivostok importare un'auto di buona qualità dal Giappone, usata un paio d'anni, costa meno che farne arrivare una nuova di qualità più scarsa da Togliattigrad; ma in città - e altrove nella regione - è anche sorto un vero e proprio mondo di «indotto» legato a questo commercio. Di fatto in tutta la regione della Siberia orientale si guida stando pericolosamente «dalla parte sbagliata» (in Giappone si circola a sinistra e le auto hanno il volante a destra), tanto che si vorrebbero cambiare ad hoc le regole di circolazione; e poi meccanici, ricambisti, ecc. sono tutti «sintonizzati» su quel tipo di auto e il brusco calo delle importazioni che la nuova tassazione provocherà è visto come un grave pericolo. La protesta è iniziata già una decina di giorni fa, dapprima con riunioni, petizioni, piccoli meeting, poi con azioni sempre più esplicite e clamorose, e in collegamento con gruppi di iniziativa spontanea formatisi in altre città del paese; fino allo showdown di domenica in cui i corpi speciali della polizia (Omon) sono intervenuti a reprimere una manifestazione di mille persone, facendolo alla loro maniera stupida e violenta e rendendo la protesta enormemente più conosciuta di quanto non sarebbe riuscita a fare da sola. Le botte e gli arresti, totalmente gratuiti visto che nessuno dei manifestanti aveva fatto niente di male, sono finiti su tutti i media mondiali, oltre che russi; il pestaggio di alcuni giornalisti presenti ha provocato la reazione indignata addirittura dell'Unione dei giornalisti russa, solitamente molto molto cauta nel criticare l'operato del potere. Non è detto che la protesta degli automobilisti di Vladivostok duri ancora a lungo o si allarghi fino a diventare un vero e proprio movimento antigovernativo - anche se altre manifestazioni ci sono state nel frattempo in parecchie città del paese. Ma certo quei cartelli «Putin dimettiti», «Abbasso il governo», «Mosca non ci rappresenta», rappresentano un segnale d'allarme molto serio per il Cremlino, in vista dei tempi duri che stanno per cominciare. Se dagli automobilisti si comincerà a passare agli operai dei grandi centri industriali, saranno guai: il malcontento è già palese ovunque e i prossimi mesi - il massimo pericolo viene visto dagli esperti per febbraio-marzo - potrebbero vedere un'ondata di proteste antigovernative che in altri paesi sarebbero tutto sommato fisiologiche e «digeribili» senza troppi problemi ma in Russia no. Difficile dire come potrebbe reagire il Cremlino, che non è abituato all'impopolarità; a suo vantaggio, va detto che può contare soprattutto sull'assenza - finora - di qualsiasi vera opposizione politica organizzata. Gli ingredienti per una miscela pericolosa sono già tutti lì. Nei centri siderurgici e minerari come il bacino del Kuzbass, gli Urali, le città del medio Volga, la maggior parte delle grandi imprese non hanno licenziato gente ma hanno tagliato di brutto le paghe - del 30, 40 per cento e anche di più - imponendo ferie obbligate o riduzioni dell'orario settimanale. La settimana di quattro giorni pare essere ormai la regola, da Novokuznetsk a Ekaterinburg, da San Pietroburgo a Togliatti; e la botta di riflesso è arrivata anche sul commercio - i negozi e le catene di supermercati ormai offrono la merce a metà prezzo, visto il crollo della domanda. Il fatto è che un paese come la Russia, che ha fatto dell'export di materie prime grezze o lavorate (petrolio, carburanti, carbone, acciaio, leghe leggere ecc.) il fulcro della propria economia, oggi soffre moltissimo della recessione che ha colpito le economie occidentali; e non ha ancora al suo interno i mezzi per reggere da solo, come forse potrà fare la Cina.

 

La Stampa – 23.12.08

 

Le relazioni pericolose del figlio di Di Pietro - GUIDO RUOTOLO

NAPOLI - Alfredo Romeo e il Global Service del comune di Napoli, le carte che arriveranno a Roma, a piazzale Clodio, e le scosse che annunciano possibili terremoti nella Capitale. Renzo Lusetti e l’immobiliarista Romeo chiamano in causa Francesco Rutelli e la giunta Veltroni. Ma c’è anche Italo Bocchino, Pdl, che si dà daffare per organizzare incontri tra Romeo e Gianfranco Fini. Come quando, il 13 agosto scorso, Bocchino dice all’amico immobiliarista: «Io ho organizzato una colazione con Gianfranco». E Romeo: «E’ utile farla». Sempre Bocchino, in un’altra conversazione, comunica a Romeo che «Ferruccio Ferrante e Andrea Ronchi ti mandano tutti i saluti...». Sono seimila le pagine depositate dalla Procura di Napoli per il Tribunale del Riesame. Scampoli di telefonate sepolte nei faldoni, come le tre tra Romeo e la presidenza di Santa Lucia, insomma Antonio Bassolino e il suo staff (Edoardo Cicelyn). O innocenti conversazioni tra l’ex Re Mida Alfredo Romeo e Ciriaco De Mita. E ancora quella di Romeo con l’assessore del comune di Napoli Ferdinando Di Mezza, nella quale si accenna a un intervento di «Francesco» (Rutelli) su «Zillotta», anzi «Insolotta», anzi ancora «Danzillotta, Anzillotta», per dire Linda Lanzillotta, all’epoca (siamo al 21 maggio del 2007) ministro per gli Affari regionali del governo Prodi, perché evidentemente si dia da fare. In quella telefonata Di Mezza spiega: «Su tutta quella vicenda il governo pare che va avanti, io so anche un poco perché Francesco è stato preso un poco in contropiede e ha dato l’incarico alla "Zillotta" di seguire un po’ la vicenda... io so che Francesco ha posto il problema che Lanzillotta deve stare nella partita...». Si preoccupa Romeo, che precisa: «In condizioni dell’Anzillotta di emendare tutto quello che è stato fatto da Di Pietro...». Nelle carte depositate c’è anche il «giallo» del rapporto dei carabinieri di Caserta che attribuiscono all’ex assessore all’urbanistica della giunta Veltroni di Roma, Roberto Morassut, telefonate con Alfredo Romeo che in realtà l’ordinanza di custodia cautelare attribuisce - nel capitolo dedicato al Piano casa del comune di Napoli, della Regione Campania e di Roma - a un altro Roberto, Roberto Mostacci, direttore generale del Cresme Ricerche Spa. E questo equivoco, lapsus, errore avrà degli strascichi processuali. Viene però da chiedersi perché è uscito il nome di Roberto Morassut. Mautone il volano. C’è un nuovo scenario che emerge dall’inchiesta napoletana, un nuovo terremoto che si annuncia e che ha come suo epicentro il Provveditorato regionale (Campania e Molise) alle Opere pubbliche. E come protagonista Mario Mautone, provveditore defenestrato quando il ministro alle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, si accorge, viene a sapere da qualche talpa amica che Mautone è sotto inchiesta. Diciamo subito che questo filone di indagini è ancora in corso, ed è facile immaginare che vi saranno clamorosi esiti processuali perché si intuiscono diversi episodi di corruzione. Lasciamo la parola alla Procura di Napoli: «Dall’ascolto delle conversazioni registrate sull’utenza cellulare in uso a Mario Mautone, è emerso da subito e in modo inequivocabile un quadro generale nel quale il provveditore alle opere pubbliche risulta essere al centro di un sistema di potere molto forte e costituisce il "volano" di una serie di raccomandazioni in tutti i settori pubblici, in particolare in quello degli appalti delle opere pubbliche. Mautone, forte del suo ruolo istituzionale, in maniera sistematica smista l’enorme potere di cui dispone per favorire in maniera trasversale qualunque componente politica e/o istituzionale ne faccia richiesta accogliendo in particolare tutte quelle istanze che gli vengono rivolte per favorire imprese e/o professionisti vicine al potere istituzionale richiedente». Le intercettazioni telefoniche hanno svelato agli inquirenti la rete di rapporti istituzionali del Provveditore. In alcune conversazioni con una serie di esponenti politici «vengono segnalate imprese amiche nell’assegnazione di lavori pubblici». Solo un elenco di personalità, così come riportato nelle carte della Procura: Pietro Diodato, consigliere regionale della Campania, An; Nicandro Ottaviano, consigliere regionale del Molise, Idv; Francesco Manzi, consigliere regionale della Campania, Idv; Gennaro Coronella, senatore, An; Nello Di Nardo, ex onorevole e (attualmente) alla segreteria del ministero delle Infrastrutture; Americo Porfidia, sindaco di Recale, Idv; Monsignor Ugo Dovere, Curia di Napoli; Aniello Formisano, senatore Idv. Il ricatto a Di Pietro. Cristiano Di Pietro, consigliere provinciale a Campobasso per Italia dei Valori, parla varie volte con Mario Mautone. «I contatti tra i due che - sostiene la Procura - potrebbero rientrare nell’ambito dei ruoli istituzionali ricoperti, hanno assunto nel corso delle indagini un contenuto alquanto ambiguo. In particolare sono state acquisite una serie di intercettazioni nel corso delle quali Cristiano Di Pietro chiede al Provveditore Mautone alcuni interventi di "cortesia" quali: affidare incarichi a persone da lui segnalate anche al di fuori degli ambiti di competenza istituzionale («Io ho un amico però è ingegnere che sta a Bologna - dice Cristiano a Mautone - volevo sapere se su Bologna c’era la possibilità di trovargli qualche cosa»); affidare incarichi ad architetti da lui indicati e sollecitati anche da Nello Di Nardo; interessi di Cristiano Di Pietro in alcuni appalti e su alcuni fornitori». Ovviamente il provveditore Mautone esaudisce i desiderata del figlio del suo ministro di riferimento. Ma all’improvviso, siamo nel luglio del 2007, Cristiano si rifiuta di parlare al telefono con il provveditore, che a un suo interlocutore dice: «Cristiano ha paura di parlare al telefono». Il senatore Aniello Formisano spiega a suo cugino che «lo ha chiamato Antonio (Di Pietro) che gli ha espresso desiderio di parlare due minuti "da soli"». C’è una curiosa conferma di questa rappresentazione dei fatti «ambigui» del figlio dell’ex ministro Di Pietro. Un collaboratore di Mautone, Alessio Venuta, chiede consigli al suo Provveditore, «in quanto c’è stata una riunione politica nel corso della quale il padre (Antonio Di Pietro) avrebbe espresso un "veto totale su Cristiano" il quale di queste cose (assegnazioni appalti) non si deve proprio interessare. Venuta si dice imbarazzato poiché "prende le botte a destra e a sinistra" (contrasto tra le decisioni del padre e le richieste del figlio di Di Pietro)». Secondo la Procura, il 29 luglio del 2007 potrebbe esserci stata «qualche fuga di notizia», al seguito della quale il provveditore Mautone viene trasferito, Cristiano Di Pietro non parlerà mai più al telefono con Mautone, il ministro Di Pietro chiede di parlare di persona con il senatore Nello Formisano (Idv), sempre Di Pietro senior chiede ai suoi collaboratori di tenere fuori il figlio poiché «ritenuto troppo esposto». E a questo punto Mario Mautone tenta il «ricatto» contro Di Pietro junior, premendo perché intervenga sul padre per non farlo trasferire. E’ la moglie che spinge il provveditore a ricattare i Di Pietro: «Tu non ti devi muove da Napoli. Il potere che tieni qua non lo puoi tenere a Roma. Buttala sul ricatto del figlio che è l’unico sistema». Mautone ne parla anche con il sindaco di Recale, Amerigo Porfidia, Idv: «Mi devo rivolgere a Cristiano?». «No - gli risponde Porfidia - il padre non lo tiene molto in considerazione il figlio». Il provveditore: «Deve essere una posizione di voi politici a sostenermi. Noi abbiamo tante cose avviate insieme... come si fa. Poi è vero che è l’interesse mio, ma l’interesse è di tutti». Nulla da fare, Mautone viene trasferito a Roma. Gli amici di Mautone. Agli atti dell’inchiesta, il provveditore può contare su diverse sponde alla Corte dei Conti, ha rapporti con il «Presidente Sancetta», «che gli chiede di inserire una funzionaria (dottoressa Montecuollo) in qualche commissione di collaudo». E con il «Presidente del Grosso» che rassicura Mautone che «quella cosa quando arriverà a lui, non ci saranno problemi». E «il Presidente Salvatore Staro», sempre della Corte dei Conti. E poi rapporti con il consigliere comunale di Napoli (Diego Venanzoni, Udeur), e se serve anche con ambienti di pregiudicati (definiti "gente di mezzo alla strada") per far revocare (con successo) «una denuncia penale nei confronti del figlio Francesco da parte di uno dei soci della catena della ristorazione "Fratelli La Bufala"». C’è un capitoletto dedicato a Monsignor Ugo Dovere, Curia di Napoli. Il monsignore, siamo al 16 luglio del 2007, informa il provveditore alle opere pubbliche che è appena stato alla Regione Campania, dove «stanno preparando un protocollo d’intesa sul Centro Storico da 200 milioni di euro, al quale hanno chiesto al Cardinale di partecipare per conto dell’Arcidiocesi». Sempre il monsignore spiega che come partners sono stati previsti «il ministero dei Beni culturali e dell’Università e della ricerca scientifica affidando la cabina di regia al Comune di Napoli e all’onorevole Isaia Sales». Il Monsignore «ipotizza che il Ministero delle Infrastrutture e il Provveditorato alle Opere pubbliche possano essere rimasti fuori da un "progetto politico" relativo all’asse Bassolino-Rutelli ipotizzando l’esclusione del Ministero delle Infrastrutture con il fatto che Di Pietro è rimasto fuori dal costituente Partito democratico». L’esponente della Curia chiarisce a Mautone di aver sollevato il problema nel corso della riunione. E si commiata così: «Veda un po’ lei... non le mancano i modi....».

 

I furbetti di Fiumicino - PAOLO BARONI

Ci risiamo: un’assemblea a Fiumicino si risolve col solito caos nei voli, cancellati senza alcun preavviso, e con un danno grave ai passeggeri. L’aggravante, rispetto al passato, è che siamo in pieno ponte di Natale: ieri in fila c’erano italiani che volevano passare qualche giorno all’estero, ma anche badanti e manovali romeni che tornavano a casa. È la solita storia, la solita furbata all’italiana che si ripete: col minimo sforzo si produce il massimo danno. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un gesto che fa carta straccia di una miriade di regole, dal contratto aziendale allo Statuto dei lavoratori sino alle norme che regolano gli scioperi. Nessuno riesce a farle rispettare e i sindacati (a cominciare dai confederali, mica i Cobas) non trovano di meglio che ribaltare ogni accusa sull’Alitalia. Questa volta a protestare erano i lavoratori di terra, che temono per le sorti di 500 dipendenti che la nuova Alitalia pensa di non assumere. Peccato però che le assemblee, anziché durare due ore, ieri siano andate ad oltranza. E che a fine giornata ne sia stata convocata un’altra - anche questa a oltranza, sia chiaro - per chiamare a raccolta i dipendenti dell’intero gruppo. Ecchissenefrega se l’aeroporto va in tilt e i passeggeri bestemmiano. Che bivacchino pure disperati, così conquistiamo nuovi titoloni sui giornali e altri servizi sui tg. La vecchia Alitalia per l’ennesima volta si è trovata spiazzata. Immobile, impossibilitata a reagire. Del resto, se gli aerei non volano, come si possono riproteggere i passeggeri rimasti a terra? Una vera beffa, tanto più se si considera che il passaggio alla nuova proprietà è stato rinviato ai primi di gennaio proprio per «scavallare» senza problemi i giorni delle feste. Idem le autorità. Anche qui solito copione: il Garante per gli scioperi ha evocato l’interruzione del pubblico servizio, ma chi gli ha dato retta? L’Enac invece ha invitato azienda e sindacati «a chiarirsi» guardandosi bene dal bastonare l’Alitalia per i suoi disservizi. A sera, quando ben 74 voli erano stati cancellati dai tabelloni, si è fatto sentire anche il governo: il ministro dei Trasporti Matteoli ha firmato un’ordinanza per imporre ai «ribelli» di tornare al lavoro. Ma ormai il pasticcio era fatto. Purtroppo per loro i passeggeri sono finiti da tempo in una specie di terra di nessuno. Dove tutto è concesso e nessuno mai paga per le azioni irresponsabili che compie.

 

Eluana, la Corte europea boccia il ricorso delle associazioni cattoliche

STRASBURGO - Irricevibili per mancanza dei necessari presupposti: questa, in sostanza, la motivazione con la quale la Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo ha bocciato oggi i ricorsi presentati da privati cittadini e associazioni cattoliche contro la sentenza con la quale è stata autorizzata la sospensione dell’idratazione e del nutrimento di Eluana Englaro. I giudici di Strasburgo hanno respinto su tutta la linea le tesi dei ricorrenti. Innanzitutto essi «non hanno alcun legame diretto» con la persona in coma dal 1992. Ma soprattutto non hanno fornito prove ed elementi sufficienti per dimostrare che lo Stato italiano è venuto meno, con la sentenza della Corte d’appello di Milano, alla tutela dei loro diritti alla vita e a un processo equo, nonchè al divieto di trattamenti inumani o degradanti. Quello di Eluana Englaro, per i giudici di Strasburgo, è quindi un caso a sè stante che riguarda solo le persone e i fatti oggetto della sentenza. «Affinché un ricorrente possa dichiararsi vittima - si legge nel comunicato con cui la Corte ha reso nota la sua decisione sulle otto cause prese in esame - occorre produrre indizi ragionevoli e convincenti» che dimostrino la probabilità di subire un danno personale. «Semplici sospetti o congetture non sono sufficienti». E i ricorrenti, nel caso specifico, «non hanno soddisfatto questa condizione». Secondo la Corte, se i giudici italiani dovessero pronunciarsi sul mantenimento di trattamenti medici ai ricorrenti «non potrebbero ignorare né la volontà dei malati espressa attraverso i loro tutori - che hanno chiaramente preso posizione in difesa al diritto alla vita dei loro congiunti - né i pareri dei medici specialisti». Così come «la Corte d’appello di Milano ha fatto nel caso Englaro, l’autorità giudiziaria - si legge ancora nel comunicato - dovrebbe seguire, nell’analisi dei fatti, i criteri fissati dalla Corte di cassazione con la sentenza del 16 ottobre 2007». Inoltre, poiché la decisione della Corte d’appello di Milano non impedisce in alcun modo a privati cittadini di continuare a portare avanti la loro causa, per i giudici di Strasburgo le associazioni non possono sostituirsi a loro e «non possono essere considerate vittime» di presunte violazioni dei diritti sanciti dalla Convenzione europea sui diritti umani. Quindi anche i loro ricorsi «sono dichiarati irricevibili». «Nessuna sorpresa» perchè il ricorso «lo consideravo irricevibile da una Corte europea già allora», cioè al momento della presentazione, si è limitato a dire Beppino Englaro, il padre di Eluana. «Mi auguro che ora il governo desista dall’accanimento politico e burocratico nei confronti della famiglia Englaro», ha detto il deputato del Pdl Benedetto Della Vedova. E Piero Colussi (Idv) è tornato a criticare l’intervento del ministro Sacconi. Il presidente del’Udc Rocco Buttiglione si è invece detto «addolorato» dalla sentenza della Corte, mentre il segretario del Pri, Francesco Nucara, ha sottolineato che Sacconi «farebbe bene a ritirare la sua circolare». Anche per il presidente del Consiglio Friuli Venezia Giulia, Edouard Ballaman, (Lega nord) «l’intervento del governo è stato un errore» e il presidente della Regione, Renzo Tondo, si è augurato che «la pausa natalizia possa essere utile a tutti». Interviene anche il ministro degli Esteri Franco Frattini: sulla vicenda di Eluana «la posizione del governo italiano è quella corretta», dice. Mentre secondo il sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano, «per la Corte europea, con la pronuncia sul caso Englaro, non conta l’art.2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo secondo cui ’nessuno può essere intenzionalmente privato della vità; conta il cavillo giuridico costituito da una presunta ’assenza di legami diretti dei ricorrenti con Eluana». Sollecitano invece una legge Ignazio Marino (Pd) e Anna Finocchiaro, presidente del gruppo Pd al Senato. E le associazioni firmatarie del ricorso «prendono atto» della decisione della Corte, ma sottolineano al contempo come venga ribadito che quanto disposto dalla Corte di appello di Milano «non obbliga alcuno alla sospensione della nutrizione artificiale».

 

Corsera – 23.12.08

 

Scopre un nuovo Hiv Fra 3 mesi la ricercatrice resterà senza posto

Mario Pappagallo

MILANO - Nell'anno del premio Nobel al francese Luc Montagnier, scopritore del virus dell'Aids, una biologa molecolare italiana ne ha individuato una pericolosa variante: l'Hiv-1. Pericolosa perché non registrabile da alcuni dei test più frequentemente usati per sapere se l'infezione è in corso oppure no. Per esempio per valutare se il sangue donato è «pulito». Negli Stati Uniti la scoperta ha avuto il giusto risalto al meeting annuale dell'American association of Blood Banks (l'associazione americana delle banche del sangue), svoltosi nei giorni scorsi. L'Aids per il mondo è un nervo ancora scoperto e la «variante Lecco», così è stato chiamato l'Hiv-1 (frutto della ricombinazione di due ceppi diversi del virus), riaccende l'attenzione anche per quanto riguarda la sicurezza delle trasfusioni. Quello che non è chiaro negli Stati Uniti, ma anche in Gran Bretagna dove la biologa di Lecco ha passato una settimana (a Cambridge con soldi dell'Unione europea) per sequenziare la «sua» variante, è che l'artefice della scoperta guadagna poco più di mille euro al mese (1.200 con gli straordinari) e che a fine marzo sarà disoccupata. È il «paradosso italiano» a colpire ancora. Barbara Foglieni, 32 anni, artefice della scoperta della nuova variante del virus dell'Aids, è una precaria. Tra tre mesi sarà disoccupata: il suo contratto a termine all'ospedale «Manzoni » di Lecco scade a fine marzo. «Spero me lo rinnovino», dice. Lei lavora nel laboratorio di Biologia molecolare del Dipartimento di medicina trasfusionale e di ematologia (Dmte) del «Manzoni», diretto da Daniele Prati. Ancora tre mesi di lavoro garantito. E poi? Potrebbe diventare un «cervello in fuga ». È già corteggiata dai centri di ricerca di mezzo mondo. Dieci ore al giorno in laboratorio con una paga da badante, una passione per la ricerca scientifica e una vita di studi. L'amore per la scienza sbocciato sui banchi del liceo. «Dopo la lettura di un libro del nobel per la chimica Kary Mullis, la cui scoperta ha rivoluzionato la genetica», racconta. L'esperienza negli Usa (Clinica pediatrica di Philadelphia) e al San Raffaele di Milano. Quindi, nel 2007, Barbara torna a Lecco. Perché? «Per due motivi - risponde -: qui vive la mia famiglia e il primario Prati mi ha convinto a seguirlo da Milano a Lecco». Ma anche perché convinta che in un ospedale di provincia «si possa fare dell'ottima ricerca, basta tantissima buona volontà». Tanta buona volontà. E Barbara Foglieni ne ha tanta. Basti pensare che per lavorare in una struttura pubblica, si è addirittura dovuta laureare due volte. Burocrazia italiana. Altro paradosso. Una storia nella storia: «La prima laurea nel 2000 in Biotecnologie alla Statale di Milano non mi permetteva di iscrivermi all'ordine professionale dei Biologi. Mi hanno obbligato a conseguirne una seconda (a Napoli, dopo tre esami e una nuova tesi, nel settembre scorso), di quelle che adesso si chiamano "specialistiche", sempre in biotecnologie. Stessi studi e stesse materie, ma ora posso lavorare nel pubblico». Vinta anche la burocrazia, due mesi fa Barbara, con l'équipe guidata da Prati, ha scoperto la «variante Lecco» del virus dell'Aids. In Inghilterra o negli Stati Uniti avrebbe già un finanziamento personale per portare avanti gli studi. In Italia no. Per la brillante Foglieni c'è lo spettro della disoccupazione.

 

L'ira di Berlusconi, Letta striglia Cai – Francesco Verderami

Fiumicino bloccato è come rivedere Napoli sommersa dai rifiuti, è il ritorno a un passato che per Alitalia sembra non voler passare, è un colpo all'immagine del premier che vestendo i panni del «Berlusconi imprenditore» in campagna elettorale aveva promesso il rilancio della compagnia aerea sotto le insegne del tricolore. Invece ieri è successo quello che il Cavaliere sperava non accadesse più: lo scalo capitolino fuori controllo, un centinaio di voli cancellati, i viaggiatori inferociti, la Protezione civile chiamata ad assistere oltre un migliaio di persone rimaste a terra. E non in un periodo qualsiasi ma sotto le festività di Natale, quando il traffico raggiunge i massimi picchi. Per questo Berlusconi si è infuriato, per il modo in cui è stato gestito l'ultimo passaggio della vertenza sindacale, conscio che le ricadute politiche dell'ennesima giornata nera del trasporto aereo si abbatteranno su di lui e sul suo governo. Perciò è intervenuto Gianni Letta sui vertici di Cai. È vero infatti che il collasso a Fiumicino è stato causato da poche centinaia di addetti all'handling e alla manutenzione degli aerei. Tuttavia a offrire l'alibi per l'illecita protesta è stato l'ennesimo braccio di ferro tra l'azienda e i sindacati. Da giorni era chiaro che, senza un accordo su alcuni nodi della trattativa, l'aeroporto della Capitale sarebbe andato in tilt. Così è stato. E c'è un motivo quindi se il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha pressato con insistenza il management di Cai: «Dovete rispettare gli accordi presi». Anche perché su quegli accordi Gianni Letta si era speso. Con una manovra a tenaglia, il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli si è mosso sul versante sindacale, minacciando la precettazione dei ribelli: «Nessuno dubita del ruolo fondamentale che svolgono le organizzazioni dei lavoratori, ma a Fiumicino siamo in presenza di comportamenti illegali e irresponsabili. Questa è interruzione di servizio pubblico. È un reato». Il gioco di squadra nel governo ha avuto come intento quello di ammorbidire le parti. Difatti le parti sono tornate al tavolo, con toni diversi rispetto ai giorni scorsi, quando i sindacati attaccavano minacciosi Cai («non si gestisce così lo start-up di un'azienda») e Cai replicava a muso duro («noi non stiamo venendo meno agli impegni e andiamo avanti»). Ieri sera l'azienda ha fatto sapere che risolverà gli «eventuali» errori e i sindacati si sono impegnati a «ripristinare rapidamente il servizio». Ma ormai il danno era stato fatto. Già in mattinata il presidente dell'Enac Vito Riggio aveva avvisato Letta del disastro a cui lo scalo internazionale sarebbe andato incontro: «La situazione è grave. E temo che gli effetti della protesta si protrarranno nei prossimi giorni». Cioè fino a Natale. Cosa stava accadendo, Riggio l'aveva vissuto di persona. Prima era rimasto imprigionato per venti minuti sull'aereo che da Palermo l'aveva portato a Roma; poi - sceso dal velivolo - si era trovato appiedato. E quando, per raggiungere il terminal, insieme agli altri viaggiatori ha chiesto un «passaggio» a una navetta vuota, si è sentito rispondere: «Spiacente, è riservata al personale di volo». Chissà se Letta ha raccontato la disavventura di Riggio al Cavaliere, ma il premier non ne aveva bisogno per rendersi conto del colpo politico e d'immagine. Perché avrà pur ragione il forzista Mario Valducci a puntare l'indice contro «le agitazioni messe in atto da chi gode di una cassa integrazione privilegiata per sette anni all'80% dello stipendio», e non c'è dubbio che queste proteste «creano una frattura insanabile tra gli scioperanti e i cittadini che pagano con le tasse la loro cassa integrazione». Il fatto è che — sebbene Berlusconi abbia esaurito la propria funzione, creando la cordata e consentendole di acquistare Az - l'opinione pubblica rivolge sempre lo sguardo al governo quando i servizi non funzionano. Difatti l'opposizione è partita all'attacco. Pier Ferdinando Casini - anche lui vittima ieri del tilt aereo - ha usato l'arma dell'ironia: «Non avevano detto che era stato tutto risolto?». Antonio Di Pietro è stato invece pesante, attaccando anche i sindacati, «corresponsabili del fallimento e colpevoli di aver tradito i lavoratori». Stanco di sapere dell'ennesima riunione sindacale, Berlusconi ha accolto la notizia dell'intervento sui ribelli con sollievo. Anche perché per ore Infrastrutture e Interni si sono rimpallati a colpi di leggi e regolamenti la firma del provvedimento: e siccome non si trattava di precettazione Roberto Maroni non ha voluto saperne, ci ha pensato Matteoli. Alitalia è come Napoli per il Cavaliere, che attende con trepidazione l'ultimo passaggio, l'intesa di Cai con una compagnia straniera: il premier non vorrebbe che entrasse come partner nella società, ma pare che il suo «consiglio» resterà inascoltato. Air France sarebbe pronta ad acquisire il 25% di Az. E l'ex ministro Emma Bonino dice che «è tutto fermo perché Parigi sta giocando al ribasso». Davvero è così? Di sicuro ieri si è fermato Fiumicino.

 

La maledizione doppiopesista - Pierluigi Battista

La maledizione del doppiopesismo, ancora una volta. Quella malattia politica e culturale che spezza ogni unità di giudizio, fomenta l'indignazione a corrente alternata, alimenta il pregiudizio che tra di «noi» si possa regalare per grazia ricevuta un trattamento più indulgente e autogratificante di quello abitualmente riservato all'avversario. È questa sindrome del doppio standard che si manifesta ancora una volta nelle parole di Renato Soru, una delle figure più innovative, moderne e post-ideologiche della famiglia democratica. Parole da cui si evince che anche il conflitto di interessi è sottoposto alla logica del doppio standard: intollerabile se ne sono responsabili gli altri; una trascurabile inezia se ad esserne prigioniero è uno dei «nostri». Soru si è dimesso da governatore della Sardegna. Ieri ha sciolto la riserva e ha deciso di ricandidarsi per le prossime elezioni regionali sarde confermando che un apposito blind trust rimedierà al conflitto di interessi espressamente indicato da una legge regionale della Sardegna come motivo di incompatibilità tra la proprietà di un'azienda e la carica di presidente della Regione. Ma è qui che nascono i problemi. Perché la sinistra ha da sempre fieramente indicato nel conflitto d'interessi dell'avversario Silvio Berlusconi la più colossale anomalia del sistema italiano, bollando come una risibile panacea la legge che sul tema è stata emanata nella precedente legislatura del centrodestra e considerando anche il blind trust come una misura largamente insufficiente, monca, facilmente aggirabile. E invece, quando Alberto Statera su Repubblica ha chiesto di rispondere a chi «ironizza dicendo che Racugno a Tiscali è come "Fedelu Confalonieri" a Mediaset e suo fratello all'Unità è come "Paolu Berlusconi" al Giornale », Soru ha liquidato sprezzantemente come «sciocchezze» quelle domande sacrosante eppure trattate come spregevoli insinuazioni. Non sono «sciocchezze », sono il normale sospetto cresciuto nell'atmosfera del conflitto di interessi. Se poi si risponde come Soru, e cioè rivendicando al professor Racugno (intervistato oggi da Alberto Pinna per il Corriere) una «specchiata onestà e moralità», è fatale che si commettano insieme almeno due deprecabili errori. Con il primo si getta gratuitamente un'ombra sulla «specchiata moralità» degli avversari, che invece possono vantare titoli di «moralità» non inferiori a quelli giustamente attribuiti a Racugno. Con il secondo si persevera nella pretesa di una pregiudiziale «superiorità morale» di cui ci si sente investiti come per un diritto acquisito. Ma questo secondo errore continua ad essere una fonte di guai da cui il mondo del Partito democratico farà bene a liberarsi al più presto. È la malattia doppiopesista che oramai viene accolta con sempre maggiore freddezza e incredulità dall'opinione pubblica italiana. È la stessa malattia che traspare dall'insofferenza con cui, dentro e attorno al Partito democratico, ci si lamenta in questi giorni per il legittimo interesse con cui vengono seguite le inchieste che stanno minando numerose giunte di centrosinistra. È la malattia che scambia per «sciocchezze » tutte le domande sulla coerenza di chi si sente per principio sottratto all’esame spietato dell'opinione pubblica. Domande che esigono una risposta, prima che sia troppo tardi.

 

E la crisi affonda - Giancarlo Radice

Anche l’invincibile Toyota s’arrende alla crisi economica globale. Dal quartier generale Nagoya, il presidente Katsuiki Watanabe e l’intero staff di vertice del gruppo nipponico, massimo produttore mondiale di auto, si sono presentati ieri in conferenza stampa e si sono inchinati alla platea in segno di rispetto. Poi, con lo sguardo a terra hanno annunciato i primi conti in rosso da quando l’azienda è stata fondata da Kiichiro Toyoda, nell’ormai remoto 1937. L’anno fiscale 2008-2009, che si chiude il prossimo marzo, farà registrare perdite operative per 150 miliardi di yen, circa 1,22 miliardi di euro: una netta inversione rispetto ai profitti di 600 miliardi di yen, già frutto dell’ennesima revisione al ribasso delle stime, di cui il gruppo aveva parlato non più tardi di sei settimane fa. Il risultato netto resterà positivo di appena 50 miliardi di yen, meno di un decimo rispetto ai 550 miliardi pronosticati solo un mese e mezzo fa e niente al confronto dei 1.720 miliardi dello scorso anno. Molto amare anche le stime di fatturato: i 23 mila miliardi di yen indicati il mese scorso si riveleranno più «magri» di almeno il 18%, fermandosi a 21 mila 500 miliardi. «Siamo di fronte a una situazione di emergenza come non accade che una volta ogni cent’anni - ha spiegato Watanabe -. E purtroppo non riusciamo a vederne la fine». Il calo di vendite riguarda anche i paesi emergenti. Sui mercati «maturi», poi, la caduta è clamorosa. Solo lo scorso novembre, sia negli Usa sia in Europa è andato infatti in scena un crollo del 34%. E a peggiorare i conti ha contribuito anche il rialzo dello yen, che ha reso più «leggeri» gli introiti realizzati nelle valute locali di quasi tutti i paesi che compongono la galassia produttiva di Toyota. Ma Watanabe ha ammesso che «il vero problema lo si deve ancora vedere: il 2009 sarà molto duro per Toyota». Dopo i 9,37 milioni di veicoli venduti nel 2007 in tutto il mondo, il gruppo ha aperto il 2008 con previsioni di vendite per 9,85 milioni, poi, in luglio, ha ridotto la stima a 9,5 milioni. La realtà sarà molto più deludente. E per l’anno prossimo lo stesso Watanabe preferisce non fare previsioni, né di vendite né di fatturato, allineandosi ai colleghi di Honda e altre case giapponesi. Con orgoglio ha però sottolineato che «l’efficienza raggiunta dal nostro gruppo ci permetterà di rimanere profittevoli anche con soli 7 milioni di veicoli venduti». Insomma, Toyota non fa mistero di trovarsi anni luce meglio messa rispetto agli zombie General Motors e Chrysler, tenute in vita solo grazie all’intervento dei contribuenti americani, o a molti produttori europei. E così sembrano pensarla anche i mercati finanziari, che ieri hanno accolto l’annuncio del gruppo nipponico mandando a fondo in Borsa i titoli di molti concorrenti, ma decretando per Toyota un calo appena superiore al 2%. Il primo «rosso» di bilancio porterà comunque Moody’s - come ha già fatto sapere un portavoce dell’agenzia di rating - ad abbassare il giudizio sull’esposizione finanziaria del colosso nipponico dell’auto, rendendo dunque più costosi gli interessi sui 19 miliardi di dollari d’indebitamento. E finirà anche per appannare un po’ quell’aurea di invincibilità che si porta dietro fin da quando, nell’agosto 1937, il fondatore preferì rinunciare al nome Toyoda (letteralmente «fertile campo di riso») in favore di Toyota per il semplice (ma determinante) fatto che, in giapponese, si scrive con «otto colpi di pennello» (otto, cioè la cifra fortunata per eccellenza, sia per cinesi che giapponesi). «Moving forward», «muoversi in avanti», è da sempre il motto internazionale della casa. Ora, per la prima volta, verrà invece messo a bilancio un passo indietro.

 

L’orologio di Putin segna l’ora sbagliata

Con cinico tempismo, mentre dilagano ovunque i timori per la crisi economica, la Russia torna a sfoderare la sua «arma energetica»: se l’Ucraina non pagherà i debiti entro il primo gennaio noi interromperemo le forniture di gas — avverte Mosca — e in tal caso è possibile che anche gli approvvigionamenti diretti in Europa risultino ridotti. Esattamente come nei primi giorni del 2006, quando l’Italia e altri Paesi europei trattennero il fiato al pensiero che la lontana lite tra russi e ucraini si trasformasse in una vicinissima riduzione di riscaldamento all’interno delle nostre case. Perché, ed è questa la motivazione formale dell’avvertimento di Gazprom, la gran parte del gas russo a noi destinato transita dall’Ucraina. E gli ucraini, sempre secondo Mosca, hanno il vizietto di compensare il gas che non arriva più sul loro mercato servendosi a piacere di quello in transito. Sono bugie, risponde Kiev, gli europei possono stare tranquilli perché noi non abbiamo mai rubato e non ruberemo il «loro» gas. Sta di fatto che a capodanno del 2006, prima del rapido superamento della controversia, in Europa arrivò una quantità di gas nettamente inferiore a quella che i russi giuravano di aver immesso nei gasdotti via Ucraina. I dettagli tecnici della controversia sono noti. Kiev deve a Mosca 700 milioni di euro di forniture, e non sembra avere la possibilità, complice una grave crisi economica, di completare il pagamento della somma entro il primo gennaio come Gazprom esige. Con l’anno nuovo dovrebbe dunque scattare la chiusura dei rubinetti per il gas diretto in Ucraina, e tornerebbero d’attualità le reazioni a catena sopra descritte. Ma più dei dettagli tecnico-finanziari, a colpire sono le implicazioni politiche della intransigenza preannunciata da Gazprom (e dunque da Medvedev e da Putin). Agitando lo spauracchio del blocco delle forniture all’Ucraina, la Russia sa benissimo di colpire un Paese in pieno marasma. Gli aiuti del Fondo monetario internazionale non basteranno ad alleviare il crollo economico di Kiev, e in politica, dopo un tira e molla poco edificante, le cose non sono andate come sperava Mosca. Il primo ministro Yulia Timoshenko, l’ex pasionaria della Rivoluzione Arancione del 2004, prima ha litigato con il presidente Yuschenko, poi si è avvicinata al filo-russo Yanukovich (ed era ovviamente questa la carta del Cremlino), infine ha concluso un nuovo accordo con Yuschenko lasciando Medvedev e Putin con un palmo di naso. Davvero dovremmo pensare che la linea dura decisa a Mosca sia estranea a questo balletto finito male? Non è stato forse riattivato il principale strumento di pressione di cui la Russia dispone in quelle che considera «aree di particolare interesse», moderno sinonimo di aree d’influenza? Non basta. Nel momento in cui avvertono gli europei che il gas potrebbe loro mancare (per colpa dei furti ucraini, s’intende) i russi mettono tranquillamente in conto una serie di segnali rivolti all’Occidente. Gli Usa e qualche europeo vogliono l’Ucraina nella Nato? Ora vi mostriamo fino a che punto Kiev dipende da noi, e così rafforziamo quella maggioranza che dice «no» ogni volta che i sondaggi interrogano gli ucraini sull’adesione all’Alleanza. Non vi piace questo metodo? Allora accogliete la nostra proposta di ridiscutere tutta l’architettura della sicurezza europea, regole di comportamento comprese. Gli Usa stanno per avere un nuovo Presidente? È bene che capisca subito che noi siamo decisi a difendere i nostri interessi. Può darsi che i russi abbiano pensato tutto questo, che abbiano voluto punire l’Ucraina mentre con l’altra mano concludevano un sollecito compromesso energetico con la docile Bielorussia. Senza escludere che l’impatto della crisi economica-finanziaria, particolarmente pesante in Russia, abbia innescato una lotta di potere tra quei siloviki (ex uomini dei servizi) detentori di colossali interessi nel business energetico, e che pertanto la linea intransigente verso l’esterno corrisponda al classico tentativo di scaricare oltre confine le tensioni interne. Capire la Russia non è mai stato facile. Ma quali che siano oggi le vere ragioni delle scelte di Putin e Medvedev (probabilmente una combinazione di quelle sopra evocate), gli orologi del Cremlino continuano a segnare l’ora sbagliata: con Obama sull’uscio della Casa Bianca, agitare i pugni è controproducente per gli interessi russi. Figuriamoci per gli interessi europei.

 

Europa – 23.12.08

 

L’avanti e indrè del Cavaliere - FEDERICO ORLANDO

Nel ’69, quando la repubblica era giovanissima e noi pure, Nilla Pizzi riempiva le onde radio di avanti e indré, avanti e indré che bel divertimento… Qualcuno se ne rammaricava pensando ai pendolari, «uno spettacolo penoso e doloroso insieme», gli unici – fra gli animali superiori – né nomadi né stanziali, che però offrono un vantaggio a chi li studia: hanno comportamenti fra i più regolari, omogenei e ritualizzati. Come quelli di Berlusconi, che, corna, veline e kapò a parte, fa sempre un salto in avanti, poi, il giorno dopo, dice che l’hanno male interpretato, e rifà un passo indietro. Non è un gioco per divertire lo Spettabile Pubblico, né un esercizio tipo fitness, ma una droga che porta gli italiani dalla sua parte, scaricando i mancati risultati del governo sugli alleati che non lo seguono, sulle alte istituzioni che lo contestano, sulla Rai e gli altri media che lo fraintendono. Un gioco che, come ogni gioco, ha una pedagogia. Nel caso nostro, a sentire Tabacci e Calderoli, si chiama plebiscito. Tutto il potere a uno solo. Si comincia subito dopo le elezioni, con l’emendamento “bloccaprocessi”. Ricordate? Maroni prepara il “decreto sicurezza” e il Cavaliere, per «alleggerire i carichi processuali dei magistrati» e mobilitarli contro clandestini e ladri, vi fa inserire un blocco di un anno dei processi per reati minori (metti, corruzione e altre passioni dei colletti bianchi). A Maroni gli girano, e allora il cavaliere fa indré. Ma ne ricava il decreto Alfano sulla sospensione dei giudizi almeno per le quattro più alte cariche dello stato: incluso lui. A qualcuno il gioco è servito. L’autunno porta la crisi e, con essa, i primi decreti che attuano i tagli della Finanziaria di Tremonti. I più terremotati appaiono quelli della scuola: meno otto miliardi di euro in tre anni e meno 120mila posti di lavoro. Scoppia la rivolta dell’Onda, e il premier, che tutto può immaginare tranne che qualche suddito gli si ribelli, fa sapere in tv d’aver impartito personalmente direttive al ministro dell’interno come dove e quando mandare la polizia. Il ministro, che non si sente ministro di polizia modello granducati, gli risponde «manco per il cavolo», e il premier fa indré. Con rammarico delle anime pie che s’aspettavano le mitragliatrici davanti alle scuole, dopo le pattuglie dell’esercito (500 soldati) sparse nelle cento città. Ma il premier recupera i rettori, che continueranno ad assumere familiari, e preti, almeno quelli che s’accontentano per i 130 milioni di euro sottratti alle scuole private e poi (forse) restituiti. La crisi morde nelle fabbriche e falcidia il lavoro. A novembre il governo annuncia la proroga al 2009 della detassazione degli straordinari, per incoraggiare orari di lavoro più lunghi. Sabato, alla conferenza di fine anno, il premier fa indré e propone di ridurre la settimana lavorativa a quattro giorni. Quali dei due provvedimenti sarà quello buono? Risponde l’economista Tito Boeri: «Nessuno dei due» e spiega perché. E i cittadini restano senza soldi per spendere e senza idee chiare per ragionare. Avanti e indré significa questo o, per dirla col linguaggio serio di Boeri, «improvvisazione al potere». Agli alleati questo gettare cortine fumogene sul non governo non piace più. Scoppiano i casi giustizia e presidenzialismo. Bossi dice: va bene riformare la giustizia ma solo dopo aver fatto il federalismo, che preveda anche l’elezione locale dei pubblici ministeri. E Fini, che nonostante gli asserviti ex colonnelli dice «No al cesarismo», si ritrova qualche carta in più da giocare, ora che il cesarismo presidenzialista del premier si dimostra un’arma per far fuori Napolitano e la sua (nostra) democrazia parlamentare, e per salire sul Colle lui stesso, coi poteri di presidente e di premier. Dite che non è proprio così, che domani indicherà un sistema parlamentare tedesco con forte governo del cancelliere? Ci piacerebbe un simile indré, ma soprattutto ci piacerebbe sapere fino a quando l’epidermide indurita degli italiani sopporterà queste saune artiche, che danno l’oppio della dimenticanza dei problemi veri. Come quelli delle signore coi capelli grigi o bianchi che, coperte da fagotti autunnali, si piegano nelle ceste dove il bancarellaro cingalese sotto casa mia, nel centro di Roma, butta i frutti e le insalate marcite.

 

La crisi è la sua fortuna

Può darsi che nel presidenzialismo di Berlusconi istituti tipo l’Istat, l’ufficio studi di Confindustria o il Censis verrebbero sottomessi all’esecutivo come pm qualsiasi, e i dati su una eventuale catastrofica crisi economica nascosti sotto al tappeto. Si fa per scherzare, sappiamo che Berlusconi non solo non ha in mente un regime totalitario, ma ieri ha già rinviato il sogno presidenzialista addirittura «alla fine della crisi mondiale». In realtà, al di là delle boutade e della parafrasi di Maria Antonietta che oggi propone Europa, il nesso fra un paese impaurito e impoverito e Silvio Berlusconi è molto evidente. E va a tutto vantaggio del presidente del consiglio, contrariamente a lettura secondo la quale il governo in carica dovrebbe pagare in pop o l a r i t à per la situazione drammatica del paese e per la scarsità di risposte che vengono dall’esecutivo (ora lanciato su piste da estrema sinistra anni ’70). La verità è che Silvio Berlusconi è di gran lunga l’unico personaggio sulla scena pubblica al quale un italiano qualsiasi possa ora attribuire la possibilità di modificare il corso degli eventi. E questo vale sia per coloro che lo apprezzano che per coloro che gli sono indifferenti o lo osteggiano. La recente ricerca Itanes dimostra come il Cavaliere possa aver problemi con gli italiani quanto a onestà e a competenza, ma forza ed energia sono caratteristiche che gli riconoscono trasversalmente proprio tutti. Ed è esattamente ciò di cui si avverte bisogno nei momenti di crisi, la qualità che si richiede a un leader. Ecco fatta la sua fortuna, ecco con che cosa si supplisce al drammatico deficit di soluzioni. Vale appena il caso di annotare come proprio la forza della leadership sia – non da oggi, non con Veltroni più che con i suoi predecessori – il principale buco nero dei progressisti. Motivo per cui sulla scena c’è ora un solo autentico contrappeso al Cavaliere. I ruoli non vanno confusi, ma siccome è lo stesso Berlusconi a sconfinare e a cercare un confronto difficile, abbiamo un ulteriore motivo per attendere con interesse il saluto di fine d’anno del presidente della repubblica.

 

l’Unità – 23.12.08

 

Guantanamo, libero dopo sei anni David Hicks, taleban australiano

Il taleban australiano David Hicks è completamente libero. Dopo cinque anni di detenzione nel carcere di Guantanamo, infatti, il detenuto aveva ottenuto il trasferimento in un carcere australiano per nove mesi avendo patteggiato la pena e dichiarandosi colpevole di supporto al terrorismo. Ora è a tutti gli effetti un uomo libero. Uscito dal carcere un anno fa, è stato sottoposto a stretti controlli come l'obbligo di presentarsi regolarmente alla polizia, il coprifuoco da mezzanotte all'alba, e restrizioni ai movimenti. Gli «ordini di controllo» sono ora scaduti, ma il trentatreenne Hicks ha fatto sapere, tramite suo padre Terry, di non essere pronto a parlare della detenzione a Guantanamo, e di volersi concentrare sul programma di riabilitazione fisica e mentale. Hicks, ex mandriano e cacciatore di canguri convertito all'Islam, era stato catturato in Afghanistan nel 2001, ed è stato il primo «combattente nemico» - così vengono chiamati dagli Usa i detenuti di Guantanamo - ad essere condannato da una commissione militare Usa. Ha ammesso di essersi addestrato con Al Qaida in Afghanistan e di aver incontrato Osama Bin Laden. In un video diffuso di recente dal gruppo di azione in internet GetUp!, Hicks ha promesso che racconterà la sua storia sull’«inferno che era Guantanamo», ma ha fatto sapere che dovrà prima riprendersi dall'esperienza traumatica. Hicks non resterà il solo detenuto ad uscire dall’inferno di Guantanamo dopo la decisione del neo presidente Usa Barack Obama di chiudere la prigione dei «nemici combattenti» nella base americana a Cuba. Il rilascio dei detenuti, però, crea il problema di dove sistemare i detenuti che non possono essere rimpatriati. Per questo gli Stati Uniti stanno facendo pressioni agli Stati europei affinché li aiutino a trovare una sistemazione per gli ex detenuti di Guantanamo. Secondo il Times, più di un quinto dei 250 prigionieri a Cuba provengono da Paesi che, in caso di rimpatrio, non garantirebbero il rispetto dei diritti fondamentali (come Cina, Libia, Russia, Tunisia o Uzbechistan). Secondo fonti del dipartimento di Stato, sulla chiusura di Guantanamo la discussione tra il ministero e la squadra di transizione di Obama è già avviata e il presidente eletto si sta «preparando a storcere qualche braccio nelle capitali europee». Finora si sono offerti di dare asilo ad alcuni detenuti il Portogallo e Berlino. In un'intervista alla Bbc, John Bellinger, consigliere legale del segretario di Stato americano, ha sottolineato come la mossa di Lisbona sia un «prima frattura del rifiuto europeo di aiutare» Washington a chiudere il campo creato da George Bush nel 2001 per i sospetti terroristi catturati in Afghanistan. E che in questi anni è stato oggetto di critiche e proteste internazionali per le condizioni di detenzione e gli abusi commessi sui prigionieri. Bellinger, definendo «un'iniziativa molto significativa che noi salutiamo positivamente» la lettera inviata giovedì dal Portogallo agli altri membri della Ue esortandoli ad «inviare un chiaro segnale della disponibilità ad aiutare il governo statunitense e risolvere questo problema», ha detto che gli Stati Uniti hanno disposto il rilascio di 50 o 60 prigionieri - che in maggioranza sono stati detenuti per sei anni senza essere mai formalmente accusati - ma non possono rimpatriarli nel loro paese di origine, per il timore che subiscano maltrattamenti. La Germania, dal canto suo sarebbe pronta ad accogliere i detenuti di Guantanamo. Fonti vicine al ministero degli Esteri tedesco confermano che il ministro Frank-Walter Steinmeier avrebbe dato «indicazioni» in proposito. Il capo della diplomazia sarebbe dell'idea di sostenere il proposito del neoeletto presidente Barack Obamam di chiudere il centro di detenzione sull'isola di Cuba e di non farlo naufragare a causa dell'indisponibilità di Stati terzi ad accogliere i detenuti, tutti presunti terroristi. A novembre scorso alcuni avvocati di detenuti di Guantanamo avrebbero avuto colloqui con funzionari del ministero degli Esteri tedesco, scrive la Frankfurter Allgemeine Zeitung.


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