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Manifesto – 28

Manifesto – 28.12.08

 

Un'aggressione premeditata - Gilbert Achcar*

Il micidiale assalto compiuto da Israele contro Gaza era talmente premeditato da esser stato annunciato in anticipo ieri mattina su diversi quotidiani arabi. L'informazione più precisa è stata fornita dal giornale nazionalista palestinese e arabo al-Quds al-Arabi (Gerusalemme araba), pubblicato a Londra. Scrivendo a partire da Ramallah, in Cisgiordania, Walid Awad, corrispondente del quotidiano a Ramallah, in Cisgiordania, riferiva di aver appreso «da un'attendibile fonte diplomatica araba che il generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti egiziani, ha informato certe capitali arabe che Israele avrebbe lanciato un'offensiva limitata contro la Striscia di Gaza». Un'offensiva per far pressione sul movimento Hamas e obbligarlo a accettare una tregua senza condizioni. La fonte ha aggiunto che il generale Suleiman ha insistito presso la ministra israeliana degli affari esteri, Tzipi Livni, sulla necessità di non provocare vittime fra i civili durante l'operazione militare per evitare che foto di innocenti non vengano utilizzate per eccitare la piazza araba». Questo scenario allestito in anticipo è stato messo in atto il giorno stesso della comparsa dell'articolo: accampando il solito pretesto - i lanci di razzi a partire da Gaza, che sono essi stessi tiri di rappresaglia, e così via - l'aviazione israeliana ha ferocemente attaccato Gaza, concentrando il fuoco sulle forze di sicurezza interne dirette dal governo di Hamas, conformemente alla domanda del capo dei servizi segreti egiziani, più desideroso di attenuare la reazione dell'opinione pubblica nel suo paese che di salvare vite umane palestinesi. La collusione con Israele da parte degli «Arabi dell'America», come li chiama «la piazza araba», cioè le monarchie petrolifere del Golfo, la monarchia giordana e l'Egitto, è così venuta alla luce. Il generale egiziano mette a punto insieme a Tzipi Livni lo scenario della carneficina offerto da Israele ai palestinesi in questo periodo di feste e di regali, mentre a Washington si fa il bilancio dei doni offerti dalle monarchie arabe al suo omologo americano, Condoleezza Rice: gioielli per diverse centinaia di milioni di dollari, fra cui una collana del costo stimato a 170.000 dollari, una parure di rubini e diamanti di 165.000 dollari da parte del re saudita Abdallah e una parure di smeraldi e diamanti del costo stimato a 147.000 dollari da parte del re giordano Abdallah II (Associated Press, 22 décembre). Dei regali tanto più stravaganti - scandalosi per le popolazioni dei paesi in questione - in quanto quei sovrani sapevano bene che Condoleezza Rice avrebbe potuto sfoggiarli solo durante il suo mandato di segretaria di Stato e che, conformemente alla legge americana, sono proprietà pubblica, e verranno riposti in un deposito del governo alla fine del mandato dell'amministrazione uscente. Se gli «Arabi dell'America» si comportano in maniera così poco discreta nelle loro servili effusioni verso Washington mentre l'amministrazione Bush è la più odiata della storia dalla «piazza araba» - le popolazioni arabe non sognano altro che offrire un solo tipo di regalo a George Bush e ai membri della sua squadra aborrita: scarpe in faccia, seguendo l'esempio del giornalista iracheno Muntazar al-Zeidi diventato eroe nazionale di tutte le popolazioni arabe - si può immaginare in che modo si comporteranno dopo l'investitura di Barack Hussein Obama: senza ritegno alcuno, con molta probabilità. Il cambiamento d'amministrazione a Washington, benché non faccia presagire un cambiamento sostanziale della politica statunitense in Medioriente, a giudicare dalla composizione della nuova squadra, porterà sicuramente una ripulitura di facciata: un passaggio dall'imperialismo dal volto orrendo e islamofobo all'imperialismo dal volto umano, nero e islamofilo. È il senso del gran discorso che Obama ha previsto di pronunciare, in direzione del mondo musulmano, dopo essere entrato in carica. L'America, i cui interessi in Medioriente sono stati messi in pericolo dalla goffaggine dell'amministrazione Bush, ha bisogno di ridorare il suo blasone presso i musulmani, per rafforzare il suo dominio militare attraverso una egemonia politica. È una delle ragioni principali per le quali il grande capitale americano ha sostenuto Obama, mentre gli elettori e le elettrici si mobilitavano per lui per tutt'altre ragioni. Il timing dell'operazione israeliana è stato scelto tenendo conto di queste considerazioni: bisognava colpire duro Gaza prima dell'investitura di Obama, per non compromettere immediatamente la sua operazione di relazioni pubbliche. Il successo di questo attacco dovrebbe rendere più agevoli in futuro simili brutali aggressioni contro un nemico che sarà tanto più facile da demonizzare quanto il presidente americano sarà angelicato.

*analista politico, autore di Scontro tra barbarie e La guerra dei 33 giorni (edizioni Alegre)

 

Senza pietà e speranza - Ali Rashid

Sono decine e decine i poveri corpi di giovani maciullati e ammucchiati davanti alle caserme nella Striscia di Gaza. Qualcuno è ancora vivo, fa il segno della vittoria con la mano tremante. Nello stesso momento decine e decine di sofisticati F16 e di elicotteri Apache, gioielli dell'industria bellica americana, con precisione e concomitanza tecnologiche attaccano altri obiettivi. Colonne di fumo e detriti coprono cielo e terra. Negli ospedali arrivano con mezzi di fortuna resti umani di tutte le età in condizioni umilianti. Tante le vittime tra i bambini. A Gaza è da tempo scomparsa la pietà. Da tempo su questo angolo di Mediterraneo è steso un velo dietro il quale Israele può fare quello che vuole per imporre la resa totale in cambio di una vita vegetativa senza dignità e umanità. È un massacro annunciato, il ministro degli esteri israeliano l'aveva illustrato tre giorni fa al Cairo in una conferenza stampa con il ministro degli esteri egiziano. L'Europa e gli Stati Uniti ne erano informati, il ministro degli esteri italiano lo aveva rivelato due giorni fa alla radio, augurandosi un intervento senza danni collaterali. I palestinesi sono lasciati soli, abbandonati. Il mondo copre i crimini di Israele. Sotto i bombardamenti sfilano i cortei funebri con la partecipazione, a volte composta e a volte arrabbiata, di chi non vuole farsi intimorire e non vuole rinunciare, accettando in silenzio di morire o di sprofondare nell'irrilevanza insieme alla sua causa. Mentre sullo schermo di Al Jazeera scorrono le immagini in diretta, il portavoce dell'esercito israeliano dichiara che è solo l'inizio della nuova fase della guerra contro il terrorismo, concetto ribadito dal ministro della difesa e segretario del partito laburista Barak. A differenza di qui, quelle immagini sono arrivate in diretta in milioni e milioni di case in tutto il mondo arabo e islamico, confluite con quelle quotidiane che accompagnano la triste storia del popolo palestinese da sessant'anni, sommando odio all'odio e rancore al rancore e mettendo una pietra tombale sulla credibilità dell'occidente, quello che è pronto a inviare altre truppe in Afghanistan, dopo aver distrutto l'Iraq (per «ristabilire la pace e portare democrazia e libertà»). Oggi la speranza di una soluzione politica è ancora più lontana. I palestinesi sono sempre più divisi, Abu Mazen ne esce ancora più indebolito e deriso, le istituzioni internazionali vengono ridicolizzate insieme ai leader arabi «moderati». Gli stessi che in sei mesi di tregua osservata da Hamas non sono riusciti a porre fine all'assedio che ha visto negare a un milione e mezzo di palestinesi cibo, acqua, carburante, elettricità e medicine, né sono riusciti a garantire l'ingresso nei Territori occupati all'inviato per i diritti umani del segretario delle Nazioni unite, subito espulso dalle autorità israeliane. La resistenza palestinese contro l'occupazione barbara e più lunga della storia è un diritto legittimo, su questo principio non si possono accettare compromessi se non in presenza di un vero processo di pace, con serie garanzie di efficacia da parte della comunità internazionale, e non di un processo farsa che permette a Israele di annettere altri territori, violare ulteriori diritti, infliggere maggiori sofferenze e ledere la dignità di un popolo, mettendo in ridicolo le sue istituzioni democratiche e rappresentative. Ma il lancio dei missili artigianali Kassam contro Israele entra a far parte di una guerra assurda, che aumenta la sofferenza dei palestinesi e fornisce agli israeliani un alibi per perpetrare crimini, così come rientra in una dinamica malata del rapporto Hamas-Al Fatah. E manifestazione anche della divisione nella regione tra i cosiddetti radicali e moderati. Allo stesso modo, l'ennesimo massacro fa parte delle dinamiche interne pre-elettorali israeliane. Abbiamo assistito nelle ultime settimane a una gara di estremismi tra i vari esponenti di punta della politica israeliana come parte della loro campagna elettorale. E questo dimostra da un lato l'impermeabilità israeliana alle legittime rivendicazioni nazionali palestinesi con lo snaturamento della questione degli aiuti umanitari, dall'altro lo spostamento a destra della società israeliana, che si affida solo a chi mette in mostra i muscoli e usa parole insensate. In questo momento in tutto il mondo arabo prende forma una gigantesca ondata di indignazione contro i regimi arabi, che solo nelle ultime ore sono stati costretti a condannare l'aggressione israeliana. Dopo mesi di omertà, il governo egiziano ha mandato ai confini di Gaza le ambulanze per evacuare i feriti ma molti di loro hanno rifiutato di farsi trasportare. Manifestazioni e scontri infiammano la Cisgiordania e anche i palestinesi di cittadinanza israeliana. Israele dichiara che questa guerra è destinata a durare ancora, le fila dei corpi disanimati si allunga nel piazzale dell'ospedale di Gaza e il rombo dei bombardamenti continua. E il fossato tra Occidente e Oriente si allarga a causa della politica israeliana e del sostegno incondizionato a questa politica fin qui dato dagli Stati uniti e dall'Europa. Barack «Hussein» Obama scoprirà mai la disperazione di Gaza e della Cisgiordania? Si accorgerà dell'assottigliarsi delle alleanze americane nella regione? E che non le guerre, ma la soluzione della questione palestinese è all'ordine del giorno? Altrimenti il rischio è che il lancio di scarpe contro i regimi corrotti e insediati potrebbe rivelarsi ben presto un'arma assai spuntata e tardiva.

 

Guerra ad Hamas: 225 morti a Gaza - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Israele l'ha chiamata chiama «Operazione Piombo Fuso», ma i palestinesi lo ricorderanno come il giorno più cruento dall'inizio dell'occupazione militare di Gaza, 41 anni fa: almeno 225 morti e oltre 700 feriti. Ma è solo un bilancio provvisorio e, comunque, non è l'unico macabro record di queste ultime ore. Ieri a Gaza si è registrato il più alto numero di vittime palestinesi in appena un paio d'ore, a causa delle bombe ad alto potenziale che una sessantina di aerei israeliani hanno sganciato in attacchi simultanei su decine di obiettivi. Prima a Gaza city e poi nel resto della Striscia di Gaza. È stata una carneficina, rapida, improvvisa. Soprattutto di poliziotti e agenti delle forze di sicurezza del movimento islamico Hamas - obiettivo dichiarato dei raid - ma anche di un numero imprecisato di civili, tra cui donne e bambini. E non è certo finita. Alti ufficiali israeliani hanno avvertito che l'attacco andrà avanti per molti giorni e prevedrà anche incursioni di reparti corazzati. L'operazione, ha annunciato il ministro della difesa Ehud Barak, ha lo scopo «di cambiare radicalmente la situazione...È giunta l'ora di combattere - ha aggiunto -, non voglio illudere nessuno. Non sarà facile e nemmeno breve». In serata, a Tel Aviv, il premier Ehud Olmert, al suo fianco il ministro degli esteri Tzipi Livni e Barak, ha confermato che l'operazione è destinata a durare ancora a lungo. «Abbiamo spiegato al mondo - ha detto - che l'unica cosa che vogliamo è neutralizzare Hamas», e ha sottolineato che le forze armate «avranno tutto il tempo necessario per raggiungere gli obiettivi prefissati». La Livni, l'«ideologa» del governo israeliano, ha ottenuto ciò che chiedeva da settimane: un'offensiva per annientare Hamas e riportare a Gaza un governo palestinese «amico». Ieri sera ha detto che «nessuno è immune» e che anche i massimi leader del movimento islamico potranno diventare bersaglio dell'attacco in corso. Il piano di Olmert, Livni e Barak, non è fermare i lanci di razzi in modo da guadagnare consensi in vista delle elezioni del 10 febbraio, ma distruggere Hamas. «Non cederemo mai a Israele, non importa quale forza sia usata contro di noi - ha replicato da Gaza il premier del governo di Hamas Ismail Haniyeh - Noi non lasceremo la nostra terra, non alzeremo bandiere bianche e non ci inginocchieremo se non di fronte a Dio». Un suo portavoce, Fawzi Barhum, ha minacciato la ripresa degli attentati suicidi. Ieri, alle 10.30 ora italiana, gli abitanti di Gerusalemme hanno capito che l'aviazione stava per attaccare Gaza. Sopra la città all'improvviso c'è stato un passaggio intenso di F-16 ed F-15 che sbucavano ed entravano nelle nuvole. Non accade mai durante lo shabat ebraico di veder volare tanti jet da combattimento. Dopo qualche minuto i telefoni hanno cominciato a squillare, da Gaza city le voci concitate di amici e colleghi riferivano di un massiccio bombardamento ovunque: al porto, nel centro della città, nei quartieri periferici, su tutti gli uffici, i depositi e le sedi di polizia e delle forze di sicurezza di Hamas ma anche di vari gruppi armati. Edifici polverizzati dalle bombe ma l'onda d'urto delle esplosioni ha sventrato dozzine di palazzi e case circostanti. Poi l'attacco si è spostato più a sud, verso Khan Yunis e Rafah. I raid si sono susseguiti a intervalli regolari, fino a tarda sera. Il numero più pesante di morti si è avuto in una base di Gaza dove era in corso una cerimonia di consegna dei diplomi ai partecipanti di un corso per ufficiali di polizia. L'attacco in quel punto e a quell'ora non è stato certo casuale: qualcuno ha informato l'intelligence israeliana del programma della giornata. Le bombe hanno fatto una strage: tra le macerie si sono visti numerosi corpi di morti e feriti. Tra gli uccisi il capo della polizia Tawfik Jaber. Per le strade di Gaza, tra gli scoppi delle bombe, l'urlo disperato delle sirene delle ambulanze, si sono viste scene di civili, anche bambini, presi dal panico in cerca di un rifugio. Poi quando le varie ondate di attacchi sono cessate, la gente ha cominciato a scavare nelle macerie e il bilancio di morti e feriti si è aggravato con il passare delle ore. «Siamo in emergenza totale, non riusciamo ad assistere adeguatamente i feriti, sono troppi per le nostre poche forze, ci mancano kit per il pronto soccorso e attrezzature per la terapia intensiva. Il sistema ospedaliero rischia il collasso», ha detto al manifesto con un telefono cellulare il dottor Muawiya Hassanin, responsabile per i servizi di emergenza già fortemente indeboliti da mesi e mesi di embargo israeliano. Poi a sera, tra attacchi israeliani sporadici ed esplosioni, su Gaza è calata un'oscurità da paura, a causa della mancanza di energia elettrica, rotta solo dalle luci nelle abitazioni dotate di un generatore autonomo. La stampa estera non ha potuto vedere da vicino quando accadeva a Gaza, perché da giorni il valico di Erez è chiuso per i giornalisti stranieri. Potrebbe riaprire oggi, ma la decisione di garantire il diritto di cronaca ai reporter di altri paesi è nelle mani di Israele. La stampa estera invece ha potuto raggiungere facilmente i centri abitati israeliani bersaglio dei razzi palestinesi. A Netivot un Qassam ha centrato un appartamento uccidendo un israeliano e ferendone altri quattro. Nel sud di Israele è stato dichiarato lo stato di emergenza e la popolazione ha avuto istruzione di restare in aree protette o nelle immediate vicinanze di rifugi. Le centinaia di morti e feriti a Gaza hanno scatenato reazioni in Cisgiordania e a Gerusalemme Est dove la popolazione ha manifestato in sostegno dei fratelli della Striscia. A Ramallah il presidente dell'Anp Abu Mazen ha chiesto l'immediata fine dell' aggressione israeliana. Da Damasco il leader di Hamas Khaled Meshaal ha fatto appello a una terza intifada: «militare, contro Israele» e «pacifica, all'interno», invitando i palestinesi a ribellarsi contro l'Autorità nazionale di Abu Mazen. Raduni e dimostrazioni un po' ovunque nel mondo arabo, in particolare in Libano, Giordania, Iraq ed Egitto. E proprio contro il Cairo tanti puntano l'indice, a causa della politica ambigua portata avanti dal regime di Mubarak che di fatto partecipa al blocco di Gaza. Il quotidiano al Quds al Arabi di Londra ha accusato il governo egiziano di aver «concordato» con Tzipi Livni - giovedì in visita al Cairo - «un'operazione israeliana limitata» a Gaza. Il capo dell'intelligence egiziana Omar Suleiman avrebbe informato varie capitali arabe della decisione di Israele di sferrare un attacco per costringere Hamas accettare una tregua senza condizioni.

 

«Dall'Italia via libera alla strage. Processo di pace? Qui è apartheid» - Michele Giorgio

GERUSALEMME - In visita ufficiale già da qualche giorno nei Territori occupati palestinesi e, da oggi, anche nello Stato ebraico dove vedrà i rappresentanti di partiti della sinistra israeliana, il segretario nazionale di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha seguito ieri con molta attenzione le notizie dei bombardamenti israeliani in corso a Gaza. Peraltro da un punto particolare di Gerusalemme Est, la tenda di Umm Kamel Kurd, la donna palestinese cacciata un mese fa dai coloni israeliani dalla sua casa di Sheikh Jarrah e che ora vive accampata a pochi metri dall'abitazione occupata. Abbiamo chiesto a Ferrero di commentare quanto sta accadendo in queste ore nella Striscia di Gaza e di tracciare brevemente la sua visione di una soluzione del conflitto israelo-palestinese. «Esprimo una condanna fermissima di questa operazione israeliana - ha detto il segretario di Rifondazione -, è stata motivata con l'idea di un impossibile attacco chirurgico ma ha già provocato tanti morti e feriti anche tra i civili. Questo attacco è stato reso possibile anche dall'atteggiamento della Comunità internazionale che è disattenta o complice. Penso, ad esempio, alle incredibili parole del ministro degli esteri Franco Frattini quando (venerdì) ha detto "Va bene una reazione di Israele, purché sia chirurgica". Si tratta di un falso, le reazioni chirurgiche non ci sono. In realtà l'Italia ha dato via libera al raid militare israeliano che non può che peggiorare la situazione». Eppure si continua a parlare di pace possibile tra Israele e l'Anp di Abu Mazen, di negoziato interrotto ma che riprenderà dopo le elezioni israeliane del 10 febbraio. Tu che idea ti sei fatto in questi giorni girando per i Territori occupati? Non ci troviamo di fronte ad un processo di pace interrotto ma davanti al fatto che Israele, senza dichiararlo, sta attuando e praticando una politica di costruzione dell'apartheid, con i bantustan e il muro. Quella del muro è la vera politica, perché incorpora l'idea di dividere in questa terra tra persone di serie A, di serie B, serie C. E in ogni caso i palestinesi non stanno mai in serie A. Ci troviamo perciò davanti alla messa in discussione materiale e non solo verbale della possibilità di avere due Stati per due popoli in questa terra. Siamo davanti alla pratica di un'altra situazione, in cui c'è un solo Stato, strutturato per praticare l'apartheid. È molto diffusa, anche in Italia, e a sinistra, l'idea che i nodi del conflitto israelo-palestinese non siano più l'occupazione militare e la negazione dei diritti ma invece l'esistenza di Hamas e la sua ideologia. Tu cosa ne pensi, saresti favorevole all'avvio di colloqui con il movimento islamico? Penso che Hamas sia contemporaneamente un effetto del blocco del processo di pace e una causa di questa paralisi. A mio avviso sono due le strade da seguire. Una è quella del dialogo con tutte le parti in causa, quindi anche con Hamas, perché l'idea che con qualcuno non si parla è estranea alla possibilità di trovare un compromesso. I compromessi si fanno con i nemici e non con gli amici. Il dialogo deve essere con tutti e l'Europa deve lavorare e dialogare con tutti. La seconda strada è quella della costruzione di una sinistra in Palestina e in Israele che riesca a riproporre la questione dei diritti di tutti all'interno un contesto in cui i vari fondamentalisti la fanno da padrone, tendono a polarizzare il dialogo, sia in Israele che tra i palestinesi, e concepiscono solo una logica amico-nemico e rifiutando quella della soluzione e del compromesso.

 

No a nuove moschee, Moratti sta con la Lega - Alessandro Braga

MILANO - Non vuole ridurre il dibattito a un semplice quiz alla Mike Bongiorno Letizia Moratti, del tipo domanda secca «moschee sì, moschee no». Tutt'altro. È convinta davvero che la Lega ponga «un problema culturale di cui dobbiamo farci carico». Come se alla vigilia di Natale l'eurodeputato leghista Mario Borghezio, insieme ai suoi fedeli militanti dell'associazione Padania Cristiana, fosse salito sul tetto del Duomo per tenere una lectio magistralis sul dialogo tra le religioni del mondo e non per sventolare uno striscione imbrattato di vernice rossa con la scritta «No moschee» per protestare contro la presa di posizione dell'arcivescovo di Milano, il cardinal Dionigi Tettamanzi, favorevole all'apertura di nuovi luoghi di culto per gli islamici in città. Una posizione definita da Borghezio «sconcertante». Come che sia, ieri in un'intervista al Giornale Letizia Moratti si è schierata al fianco del Carroccio. «Dobbiamo rafforzare la consapevolezza della nostra identità - ha detto il primo cittadino milanese - per poterci aprire al confronto e al dialogo con altre identità e culture». E ovviamente l'apertura va portata avanti «senza dimenticare le radici cristiane dell'Europa». Perché il vero rischio per lei oggi è quello che «deriva da chi vuole togliere i presepi o si oppone alle politiche che valorizzano la famiglia e il sentimento religioso». Nessun pericolo alla civile convivenza tra i popoli invece arriva a suo avviso da chi gli islamici li butterebbe tutti a mare a quanto pare. Del resto, ribadisce, «Milano ha già cinque luoghi di culto per i musulmani». E dunque cosa vogliono di più? La presa di posizione di Lady Moratti non poteva che essere accolta con favore dagli esponenti leghisti lombardi. Il capogruppo del Carroccio in Regione Davide Boni non ha perso tempo nel fare i complimenti alla sindaca per la sua difesa delle «nostre tradizioni». In più, ha zelantemente precisato Boni, «oltre alla questione culturale» c'è anche quella «della sicurezza», senza dimenticare che «l'apertura di nuovi luoghi di preghiera è assoggettata a disposizioni urbanistiche e legislative ben precise». E proprio su quest'ultimo punto ieri è intervenuto anche il vicesindaco milanese, nonché assessore alla sicurezza, Riccardo De Corato. Che, in barba all'emendamento votato in maniera bipartisan in consiglio comunale pochi giorni fa (con il solo voto contrario della Lega) con il quale si impegna palazzo Marino a «garantire luoghi di culto per i fedeli islamici», rilancia la sua idea del referendum consultivo. «Prima di ascoltare la Lega, che sulle moschee pone correttamente la questione della difesa dell'identità culturale - ha detto De Corato - occorre ascoltare i cittadini milanesi che sono i primi a essere interessati. E un referendum consultivo è la soluzione più democratica». Poi, classico tra i classici, torna ad attaccare la moschea di viale Jenner: «Su alcuni luoghi di culto non possiamo sottacere alcuni problemi di fondo che investono la sicurezza della città. Finché ci saranno dei responsabili come l'imam Abu Imad e il presidente Abdel Shaari i rapporti con le istituzioni non potranno avere sviluppi proficui». Quasi fossero dei terroristi, o poco meno. «L'idea di un referendum sulla costruzione di una moschea non sta né in cielo né in terra - attacca invece Francesco Rizzati, consigliere comunale milanese del Pdci - queste ultime uscite del sindaco Moratti e del vicesindaco De Corato dimostrano ancora una volta quello che Milano è diventata: una città provinciale e chiusa alla diversità». Sono lontani i tempi in cui si poteva dire che Milan l'era un gran Milan.

 

Quando indaga solo la polizia il governo controlla le inchieste

Sara Menafra

Enrico Zucca è stato il pubblico ministero di Genova che ha condotto l'inchiesta sul pestaggio alla scuola Diaz durante il G8 e ha rappresentato l'accusa nel processo di primo grado, portando alla sbarra i vertici della polizia di stato. Ora che il governo vuole ridimensionare il ruolo del pm per affidare le indagini solo alla polizia giudiziaria è naturale sentire cosa ne pensa. Dunque, dottor Zucca, partiamo proprio dalle indagini sulla polizia. Saranno ancora possibili, se a indagare dovrà essere solo la stessa polizia? Quelle inchieste sono possibili se e quando ci sono autorità indipendenti che possono occuparsi di questi casi. Per definizione e struttura il pubblico ministero è questa autorità indipendente e quanto più ha autonomia nel sistema tanto più sono possibili indagini di questo tipo. Tutti i sistemi sono riluttanti a perseguire poliziotti e riconoscerne la responsabilità, a prescindere dal sistema penale che adottano o dalla maggiore o minore separazione tra indagini e accusa. Sono le statistiche mondiali a dire che la maggior parte di queste inchieste finiscono in clamorose delusioni. Il sistema fa fatica a riconoscere gli errori della polizia, perché farlo vuol dire riconoscere che chi indaga abusa, vuol dire esporre le debolezze di chi fronteggia il crimine. Ma più in generale, può avere un senso distinguere le indagini dalla gestione dell'accusa? L'unico sistema che ha una netta distinzione tra indagini e accusa è quello inglese. E' qui che nasce la concezione di pm come «avvocato della polizia», ma questo è un modello istituzionale, del tutto peculiare, tipico di un sistema che, per tradizioni storiche, non ha avuto un vero e proprio ufficio del pm. E' una peculiarità dell'Inghilterra e del Galles perché già la Scozia ha un pubblico ministero esattamente come lo intendiamo noi. Solo dal 1985 è stato creato in Inghilterra un ufficio della pubblica accusa, il Crown prosecution service, competente non a fare le indagini, ma a decidere se esercitare o no l'azione penale, iniziativa che prima di allora spettava alla sola polizia. Fino ad attribuire alle prosecuting autorithies poteri investigativi diretti. Nelle scorse settimane, tutto il mondo ha discusso della sentenza De Mendes, il ragazzo brasiliano ucciso dalla polizia come «sospetto terrorista» perché stava scavalcando i tornelli della metro di Londra. Il Coroner non ha neppure ammesso l'accusa di omicidio... E' una procedura profondamente diversa dalla nostra, quello del Coroner è un giudizio di diritto che precede il merito affidato alla giuria. Ma è vero che la sequenza di errori della polizia inglese, ha portato quel paese ad aprire una profonda riflessione sulla giustizia. Negli anni '80, l'Inghilterra ha ipotizzato la creazione di un ufficio del pm, dopo una serie spaventosa di errori di polizia, soprattutto nelle inchieste di terrorismo. Il caso più noto è quello dei Guildford four (citati nel film Nel nome del padre ndr) ma in molti altri casi si è scoperto che la polizia aveva manipolato le prove. E il bilancio sulla repressione dei crimini commessi dai poliziotti è assolutamente negativo, non è stato condannato nessun agente. Nessuno. Dunque, in quel sistema il primo problema diventa controllare la polizia? Non è solo un parere. Le contraddizioni della giustizia inglese, a detta degli stessi operatori, sono talmente tante che da anni si parla di cambiare. Perché quel sistema funziona male soprattutto nella fase delle indagini. A metà degli anni '90 una commissione di riforma ha apertamente discusso se introdurre il sistema inquisitorio, quello del giudice istruttore, in un sistema che da millenni si basa sulla parità tra accusa e difesa. Insomma, vogliono tornare proprio all'impianto che ora l'Italia sta abbandonando. Tutti i sistemi penali sono in crisi, ma il sistema inglese è uno di quelli più in crisi. Si parla continuamente di riforma e lo si fa soprattutto con l'intento di limitare il ruolo della polizia. Alcuni giorni fa, un parlamentare dell'opposizione inglese è stato arrestato e interrogato senza che il «consulente legale» della polizia, il Crown prosecution service, fosse stato informato. Del resto il coordinamento delle indagini non spetta a lui. Lo ripeto: il sistema che ha creato l'avvocato della polizia lo sta abbandonando, perché non funziona. Ma allora, secondo lei, perché la politica italiana pensa che quello sarebbe un sistema più equilibrato? Mi pare chiaro che il punto a cui si vuole giungere è il controllo sulle scelte. Con l'idea che la polizia è soggetta alle proprie amministrazioni e dunque più controllabile, mentre il pm non lo è. Anche il Pd dice apertamente che è necessario distinguere chi avvia le indagini, anche se si dovesse mantenere il coordinamento del pm. E' un sotterfugio per dire che la polizia può essere sottoposta ad un controllo politico e che si può arrivare ad una azione penale discrezionale. Già oggi il poliziotto inizia la maggior parte delle indagini, non lo fa nel settore che riguarda la pubblica amministrazione, il più delicato. Se si toglie l'iniziativa al pm lo si fa per limitare il controllo di legalità. Ma non c'è un problema di carenza di prove? Di indagini frettolose che coinvolgono la politica ma poi crollano? C'è un problema di povertà probatoria diffuso e ben più esteso delle inchieste di cui si parla in questi giorni. Ci sono castelli giudiziari analoghi a quelli di Salerno o Catanzaro che tengono ad ogni vaglio e poi crollano ma nessuno si scandalizza, perché riguardano delinquenti o mafiosi. Già oggi la polizia è spesso molto grossolana nelle sue valutazioni. Cosa pensa della vicenda di Pescara? Credo che il passo indietro del gip abbia dimostrato che i contrappesi esistono già. E' chiaro che può esserci stato un errore, è un problema fisiologico. Ma non basta a giustificare una discussione sulla riforma della giustizia.

 

Salari fermi nel 2008 - Sara Farolfi

Retribuzioni al palo nel 2008. Secondo le stime dell'Ires Cgil, che ieri ha anticipato i dati del rapporto che sarà diffuso a gennaio, l'anno in corso si chiuderà con una crescita delle retribuzioni - del 3,4% circa - sostanzialmente pari all'andamento del tasso d'inflazione. In altre parole, «retribuzioni ferme in termini reali», spiega Agostino Megale, segretario confederale Cgil. E a bocce ferme, senza considerare cioè la crisi internazionale che nel frattempo è precipitata sul paese, facendo esplodere le richieste di cassa integrazione (aumentata del 250% solo a novembre, secondo i dati dell'Istituto di previdenza nazionale) e la disoccupazione (al 6,1% secondo gli ultimi dati Istat). E' la doppia faccia della crisi italiana, dove le conseguenze dello tsunami mondiale si abbattono su un paese che, in quanto a salari, si colloca agli ultimi posti nella classifica dei trenta paesi Ocse. Secondo l'Ires le retribuzioni nel 2008 saranno più alte di quelle del 2007 solo nominalmente (con una crescita del 3,4% quest'anno, e del 2,3% l'anno scorso): in termini di disponibilità reale e dunque di potere d'acquisto l'aumento è del tutto azzerato dall'inflazione. E quel che è peggio è che, in mancanza di interventi strutturali, le cose non potranno che peggiorare nel 2009, con le buste paga ulteriormente falcidiate dalla cassa integrazione. Ma c'è un altro elemento che emerge dai dati anticipati ieri, ed è il progressivo affinarsi delle disuguaglianze sociali. Aumenta infatti la forbice di reddito tra operai-impiegati e imprenditori-liberi professionisti. Tra il 2002 e il 2008, secondo l'Ires, le famiglie con a capo un lavoratore dipendente hanno perso circa 1600 euro; al contrario, le famiglie con a capo un imprenditore o un libero professionista hanno avuto un aumento di reddito pari a 9 mila euro circa. «Se a questa riduzione di disponibilità reale per i redditi medio bassi si aggiunge la mancata restituzione del fiscal drag, si capisce il calo dei consumi registrato in questi giorni», spiega Megale, che conclude: «Continueremo a insistere affinché ciò che il governo non ha fatto fin qui lo faccia a partire dal nuovo anno riducendo il prelievo fiscale sui redditi da lavoro e da pensione in modo da potere rilanciare i consumi». E' stata l'inflazione insomma a mangiarsi completamento gli aumenti delle retribuzioni. Secondo i calcoli di Adusbef e Federconsumatori, prezzi e tariffe sono aumentate nel 2008 del 6% in media (vedi box in alto). Senza considerare l'aumento delle rate dei mutui a tasso variabile che, trainate dall'Euribor (il tasso interbancario europeo), hanno comportato, sempre secondo Adusbef e Federconsumatori, aumenti mensili pari a circa 200 euro. Ma il governo non sembra affatto preoccupato. Il premier Berlusconi rinnova gli inviti all'ottimismo e nega il calo marcato dei consumi natalizi (del 20% secondo i dati diffusi venerdì dalle associazioni dei consumatori): «Ho sentito il presidente dei commercianti, Carlo Sangalli, e mi ha detto che non c'è stato nessun calo. L'importante è essere ottimisti, tutto sta nelle nostre mani». Strano, perchè invece era stata proprio l'associazione guidata da Sangalli - Confcommercio - a parlare in un recente rapporto di un calo dei consumi per tre anni consecutivi (dello 0,5% a partire dal 2008 e per 2009 e 2010). «L'ottimismo a buon mercato del presidente del Consiglio si scontra con i dati della realtà - attacca l'ex ministro del lavoro Cesare Damiano - Occorre agire con tempestività e con risorse aggiuntive rispetto a quanto previsto dal governo e l'intervento non deve riguardare solo il potere d'acquisto ma anche gli ammortizzatori sociali, per garantire soprattutto le tipologie di lavoro flessibili o che non dispongono di tutele». Secondo Pierluigi Bersani, «in una crisi come quella che stiamo attraversando diventa essenziale ridurre le tasse a chi guadagna meno».

 

Lavoratori italiani, mobili svedesi, stipendi cinesi. È la convenienza Ikea - Patrizia Cortellessa

Per la seconda volta in due mesi le lavoratrici e i lavoratori del punto vendita Ikea di Anagnina di Roma - quelli con contratto a tempo indeterminato, ci dicono, perché i precari che subiscono il ricatto del contratto sono dentro a lavorare - hanno incrociato le braccia e hanno dato vita ieri ad un presidio musicale e colorato davanti all'entrata principale. Indossando cappelli rossi e il costume di babbo natale, i manifestanti hanno rivendicato maggiore rispetto per i lavoratori e la stabilizzazione dei precari. «Non riusciamo a capire perché dentro un'azienda che è tra le prime al mondo come fatturato, un'azienda che non ha concorrenza, non possano essere aumentate le retribuzioni di chi vi lavora e i part time non si possano trasformare in contratti a tempo pieno», afferma Giancarlo della Flaica-Cub, il sindacato di base che ha indetto lo sciopero di ieri. «Abbiamo chiesto di avere più ore, per evitare ai lavoratori di dover fare due o addirittura tre lavori per arrivare ad uno stipendio che possa definirsi decente». La risposta dell'azienda? Negativa, of course. «Ora la piaga sta diventando il lavoro degli stagisti», continua: «Le persone entrano in Ikea e viene loro detto: state qui, imparate un lavoro, acquisite professionalità. Alla fine svolgono praticamente le stesse mansioni di tutti gli altri lavoratori, ricevendo invece che un salario un rimborso spese di qualche centinaio di euro». Storie di ordinario sfruttamento, insomma. Chi trova di meglio se ne va, ma visti i tempi trovare altro risulta difficile. E che dire delle assurde lettere di contestazione disciplinare, che usano futili e pretestuosi motivi come pochi minuti di ritardo dovuti a cause di forza maggiore dimostrabili? A questo riguardo c'è da registrare una vittoria. Il Tribunale del Lavoro di Roma qualche giorno fa ha dato ragione a Luisa nella causa che la vedeva contrapposta alla multinazionale svedese. Dopo cinque mesi di sospensione non retribuita, dovuta a un'inidoneità inspiegabilmente riconosciuta dal medico aziendale ma non attestata dai medici Asl, Luisa potrà tornare al suo lavoro. Separata dal marito, Luisa vive a Terni con la sua bambina e ha un mutuo da pagare. Lavora in Ikea, al servizio clienti, da 10 anni. Ha un contratto part-time a 16 ore, per uno stipendio base di 500 euro. «Con le domeniche arriverò a 600 euro», precisa. Dopo un piccolo incidente avvenuto nel 2004, in cui ha riportato l'inclinazione di una vertebra del collo, Luisa non può spostare pesi. La responsabile del suo settore un bel giorno decide di mandarla in consegna merci, 8 ore da sola, a dare carrelli con i pacchi. «Spesso sono messi male e non si vede il codice, quindi li devi alzare». Luisa fa presente al medico che non poteva fare una mansione altra da quella che svolgeva da sempre. Conclusione? Inidoneità totale, secondo il medico aziendale. Forse sabato prossimo tornerà al suo posto di lavoro, ma resta tutta l'amarezza dovuta al fatto che per farsi riconoscere un diritto si debba pronunciare un tribunale. Solidarietà ai lavoratori in sciopero è stata espressa anche da Beppe Mariani, presidente della Commissione «Lavoro pari opportunità, politiche giovanili e politiche sociali», presente ieri al sit-in. «Ci troviamo davanti ad una illegittimità ormai conclamata, a una vessazione continua da parte dell'azienda verso i lavoratori. E' una cosa scandalosa» ha affermato Mariani. Che ha aggiunto: «Da gennaio porteremo in regione una legge del 'buon lavoro', per regolamentare o comunque vincolare tutti quei rapporti che ormai sono usciti fuori dalla giurisprudenza lavorista, anche quella più flessibile, che noi combattiamo».

 

Liberazione - 28.12.08

 

Fermiamo la guerra. Subito - Paolo Ferrero e Fabio Amato

La notizia dell'inizio dell'attacco israeliano a Gaza ci arriva mentre salutiamo Mustafà Barghouti, l'ultimo in ordine di tempo di una serie di incontri con i leader di tutte le forze della sinistra palestinese. Ci aveva appena raccontato della drammatica situazione che aveva visto poche settimane prima, quando era riuscito ad aggirare il blocco della striscia, arrivando via mare, da Larnaca, a Gaza. Una situazione disumana, con condizioni di vita sempre più misere. Più di un milione di persone  senza cibo, medicinali, elettricità, acqua. Questa è la Gaza che viene bombardata indiscriminatamente dall' esercito israeliano. Questa e la Gaza che subisce una rappresaglia di violenza inaudita, sproporzionata e completamente ingiustificata, per la rottura del cessate il fuoco e l'irresponsabile lancio di missili qassam da parte di Hamas. Mesi di privazioni iniziate con la vittoria del movimento islamico nelle elezioni parlamentari del 2006 e che hanno visto solo peggiorare giorno dopo giorno la situazione. Due anni di blocco e assedio. Le tv arabe rimandano in tutti i territori e in tutto il mondo le immagini di quella che è stata annunciata dall'esercito israeliano e accreditata dai suoi più accondiscendenti alleati - a partire dagli Usa e dal governo italiano- come un operazione chirurgica. Al contrario, un massacro. Centinaia di corpi, di donne e uomini, di bambini, ricoperti di sangue, trasportati negli ospedali in cui manca di tutto. Sono queste immagini a scatenare la rabbia dei ragazzi di Qalandia, Ramallah, di Hebron, come di Jenin, che subito riempiono le strade o sfidano i  soldati israeliani con il lancio di pietre e fionde. Li abbiamo visti al check point di Qalandia -, accucciati dietro ad un terrapieno a tirare pietre mentre i soldati israeliani semplicemente sparavano con il fucile. E non sparavano lacrimogeni. Nessuno si aspettava un attacco cosi repentino. Si stava ancora cercando di far ripartire canali politico negoziali quando il giorno di Natale abbiamo incontrato Abu Mazen ci aveva preannunciato la sua visita odierna in Arabia Saudita per tentare la ripresa di un canale diplomatico, sia con Israele che con Hamas. L'attacco degli aerei israeliani è stato sferrato mentre Abu Mazen era in volo, a segnare ancora di più quell'impotenza dell'autorità nazionale palestinese che uscirà da questa vicenda ancora più indebolita. Perché in realtà la situazione è paradossalmente ancora più grave di quella che si possa immaginare guardando le immagine delle centinaia di morti di Gaza. Il problema vero è che oggi in Palestina non ci troviamo di fronte ad un processo di pace interrotto o che procede a rilento. Ci troviamo di fronte alla costruzione concreta di un regime di apartheid, che strutturalmente rende impossibile la realizzazione di quanto stabilito dagli accordi e cioè la costruzione di due stati per due popoli. La costruzione dell'apartheid non è dichiarata ma praticata e la costruzione del muro - meglio sarebbe dire dei muri - costituisce la sua affermazione concreta. Oggi in medio oriente non abbiamo un territorio palestinese e uno israeliano ma bensì un territorio israeliano che si espande progressivamente con nuovi insediamenti di "coloni" che vengono difesi dalla polizia e dall'esercito israeliano e uniti da strade che sono utilizzabili solo da auto con targa israeliana. Parallelamente i check point rendono gli spostamenti dei palestinesi dei calvari interminabili, senza contare che i varchi nel muro, possono essere chiusi all'improvviso. I diritti dei palestinesi semplicemente non esistono perché possono essere sospesi in ogni momento, in ogni luogo, per qualsiasi motivo, dalle forze dell'ordine. Come ci ha detto un pastore luterano incontrato a Betlemme, la Palestina sembra una fetta di gruviera, dove Israele ha il formaggio e i palestinesi i buchi. Questa condizione che caratterizza la situazione degli ultimi anni è oggi aggravata da due elementi. Da un lato la campagna elettorale israeliana. Per paura che le forze della destra aumentino i consensi, le forze di governo hanno nei fatti cominciato la campagna elettorale attaccando Gaza. Mettere i palestinesi in una condizione ancora peggiore è il vero motivo su cui si giocheranno - in nome della sicurezza - due mesi di campagna elettorale. In secondo luogo il cambio della leadership statunitense, con i fratelli mussulmani di cui fa parte Hamas - e con l'appoggio dell'Iran - che hanno tutta l'intenzione di accreditarsi come vero interlocutore con cui dover scendere a patti  da parte degli Usa. E' quindi tutto il processo di pace e la possibilità di costruire due stati per due popoli che viene bombardato a Gaza. Per questo è necessario che un aiuto immediato venga dall'esterno. Occorre lavorare da subito e mobilitarsi per richiedere la fine dell'aggressione a Gaza e la fine dell'operazione militare che negli annunci dell'esercito israeliano dovrebbe durare vari giorni ed estendersi ulteriormente. Dobbiamo chiedere che il governo italiano e l'Europa chiedano con nettezza la fine incondizionata dell'aggressione da parte israeliana. Si riunisca d urgenza il consiglio generale delle Nazioni Unite. Occorre chiedere che queste non si accodino, come da troppo tempo succede, a quanto sosterranno gli  Stati Uniti, o  - peggio ancora - si producano in vuote dichiarazioni di buon senso a cui non seguirà nulla. Il silenzio sul boicottaggio continuo, quotidiano degli accordi di pace, diventa complicità e questa complicità deve essere d enunciata per poter essere fermata. I ragazzi palestinesi sono scesi in piazza oggi spontaneamente rischiando la vita. Domani (oggi per chi legge) è stato proclamato uno sciopero generale dei territori. Facciamo sentire la nostra voce anche noi, che non rischiamo nulla, per denunciare l'aggressione e per chiedere la fine immediata di ogni azione militare. Perché è con la politica e non con i missili che si può costruire la pace in medio oriente.

 

La risposta esemplare e le elezioni da vincere: le ragioni di un raid

Stefania Podda

Tra poco meno di due mesi, in Israele si vota. E tutti i sondaggi, con poche oscillazioni che non contraddicono il dato, dicono che sarà Benjamin Netanyahu a vincerle. Le vincerà perché in questi due anni di governo, Kadima e Labour hanno deluso le aspettative degli israeliani. All'indomani di una vittoria elettorale che poteva costituire una svolta nella politica di Israele, il governo Olmert si è imbarcato in una guerra, quella contro il Libano, che ha fallito tutti gli obiettivi che si era data. In primis, garantire la sicurezza ai cittadini israeliani. Oggi, Israele non ha la sicurezza che cercava, impossibile impedire i quasi quotidiani lanci di qassam dalla Striscia di Gaza sul suo territorio. Una situazione che, protratta nel tempo, ha esasperato l'opinione pubblica israeliana, anche nella sua componente più moderata. In questo clima, il Likud ha avuto gioco facile ad accusare il governo di lassismo e a crescere nei sondaggi promettendo la linea dura. L'operazione "Piombo fuso" era nell'aria da giorni, i commentatori dei maggiori quotidiani israeliani avevano spiegato come il governo uscente non potesse presentarsi all'appuntamento elettorale dando l'impressione di essere sostanzialmente ostaggio di Hamas. Serviva una risposta esemplare, che cancellasse l'immagine di passività e accreditasse l'asse Kadima-Labour come una coalizione affidabile per il mandato a venire. «Questa risposta - ha detto la leader di Kadima, Tzipi Livni - fa parte di un nostro elementare diritto: quello all'autodifesa. Hamas usa i civili e le loro sofferenze per fare propaganda». L'attacco di ieri è stato fortemente voluto dal ministro della Difesa, Ehud Barak. Ieri il generale più decorato nella storia militare israeliana si è presentato in conferenza stampa, usando toni bellicosi come da copione: «Non abbiamo avuto altra scelta - ha spiegato -. Per noi è venuto il tempo di combattere, non possiamo permettere che il terrorismo colpisca i nostri cittadini o i nostri soldati». Al di là delle dichiarazioni di rito, Barak conosce però bene i rischi di impegnarsi in una campagna nella Striscia di Gaza. Per centrare gli obiettivi fissati - costringere Hamas a tornare alla tregua e ottenere condizioni più favorevoli al rilascio del caporale Gilad Shalit - l'operazione doveva essere pesantissima. Lo è stata: oltre duecento morti nel giro di poche ore. Se basterà per piegare Hamas, il tornaconto elettorale per Livni e Barak è garantito. Ma non è detto che l'epilogo sia questo. Il rischio è che l'operazione si prolunghi nel tempo e senza risultati, costringendo Israele a subire l'ennesimo scacco. In queste ore il governo va ripetendo di essere pronto a proseguire con i raid e ad "allargare" l'offensiva, ma ribadisce al contempo di non avere nessuna intenzione di tornare ad occupare la Striscia di Gaza. L'opzione, da mesi sul tavolo del ministro della Difesa, è stata finora scartata per le tante perplessità all'interno della coalizione sui probabili esiti di un'operazione di terra. Possibile tornare a invadere la Striscia o gran parte di essa, impossibile tenerla se non ad un prezzo altissimo in termini di perdite. Nella decisione israeliana di attaccare Gaza, ha influito anche, con ogni probabilità, la prospettiva del cambio di amministrazione oramai imminente a Washington. Da gennaio in poi, Israele non perderà il suo alleato più prezioso, ma certo troverà alla Casa Bianca un presidente meno ideologico e più pragmatico nell'approccio alla questione mediorientale. Rispetto al suo predecessore Bush, Obama è contrario alle trattative strozzate da troppe condizioni iniziali e non è detto che voglia lasciare Hamas fuori dal tavolo nel momento in cui farà ripartire la trattativa. Non solo, ma il timore di Israele è che il nuovo presidente consideri le partite di Iran e Siria prioritarie rispetto al conflitto israelo-palestinese e di dover dunque scontare nei prossimi mesi una maggiore solitudine diplomatica. Da qui, un'accelerazione che rischia però di innescare reazioni a catena nell'area. Un'operazione militare così pesante mette in serio imbarazzo paesi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita che non vedono di buon occhio Hamas ma che devono fare i conti con la rabbia delle rispettive piazze contro Israele.

 

«Ricevere Gesù è ricevere i poveri. Ma non mi fate passare per comunista» - Frida Nacinovich

Mi sta dicendo che la stiamo chiamando inutilmente, al di là dei saluti, degli auguri di buone feste e di pace in terra agli uomini di buona volontà? Le sto dicendo che la notizia è sbagliata. Perchè il Bambinello in realtà c'è, è accanto al presepe. Ma il posto di Gesù non dovrebbe essere fra il bue e l'asinello, vegliato da Giuseppe e Maria, nella greppia? Il presepe è la rappresentazione di un evento, la storia di Gesù che viene sulla terra, si fa bambino per dare un messaggio ben preciso agli uomini. In questo senso il presepe è un luogo pedagogico, che dovrebbe mostrare, richiamare alla mente, far interrogare. Ecco perché in chiesa è stata messa una culla vuota. Allora la notizia è vera: la culla è vuota. Come lei saprà nel vangelo di Giovanni... Perdoni, non ricordo... Nel vangelo di Giovanni c'è scritto: lui venne e i suoi non lo riconobbero. Abbiamo ripreso questo passo. Torniamo alla culla vuota, alla chiesa, ai fedeli che la affollano. La culla nel presepe è vuota proprio per farci interrogare. Tutto qui. Non voglio certo essere un parroco presenzialista, non mi comporto come fossi il Savonarola. Non invito ad imbracciare le armi per chissà quale causa. Ho semplicemente chiesto se siamo davvero pronti ad accogliere Gesù nello straniero, nel povero, nei diversi colori della pelle, il nero, il bianco, il giallo... Siamo tutti uomini, figli di Dio e fratelli di Gesù Cristo. Così, durante la messa di mezzanotte, ha proclamato: «Questa notte non è Natale. Non siete pronti. Se non sapete accogliere lo straniero, il diverso, non potete accogliere il Bambin Gesù. Perciò Gesù non nasce». E non ha fatto porre nel presepe della chiesa la statuetta del Bambinello... Quasi inutile dire che la notizia ha fatto il giro di tutti i media, dai quotidiani, ai siti on line, delle agenzie alle radio, alle televisioni. All'inizio della liturgia fa il suo ingresso il bambino Gesù, viene messo sull'altare, l'immagine ci ricorda che Dio si è fatto uomo, si è fatto bambino. Il presepe è più didascalico, ci sono tanti personaggi, tanti oggetti. Ci permetta di insistere: in quello della parrocchia di Bergamo c'è anche una culla vuota... L'anno scorso misi anch'io il Bambinello nella culla. Ma l'anno scorso era l'anno scorso. Abbiamo un'eternità davanti, figuriamoci cosa è un anno... E ogni quattro stagioni ci concentriamo su un messaggio. Il gesto di quest'anno ci ricorda il dovere di accogliere i poveri, gli stranieri, i diversi. L'intera umanità che bussa alla porta perché ha bisogno, che deve vivere così come viviamo noi ogni giorno. Purtroppo non sempre c'è da parte nostra la disponibilità che dovrebbe esserci. Il sacerdote, che durante le omelie domenicali invita i fedeli a curarsi dei poveri e degli emarginati, ha deciso di comportarsi di conseguenza. A chi ha chiesto spiegazioni, monsignor Attilio Bianchi ha detto che il presepe era basato sul racconto di Ezio del Favero "Al chiaro delle stelle", in cui Gesù Bambino esce dalla culla per andare da un bimbo povero che non osava stargli vicino: «Il messaggio che abbiamo voluto dare è proprio questo: Gesù non ha paura di avvicinarsi agli emarginati, agli ultimi. È ora che chi si dice cattolico metta in pratica gli insegnamenti di Cristo». Questo dicono e scrivono di lei, lo sa? I parrocchiani sono abituati a me, da diciotto anni, ormai ci hanno fatto il callo. C'è anche chi non è d'accordo, come è normale che sia. Ad ogni modo la culla vuota è stata accolta bene. Ricapitoliamo: tre giorni fa, la notte di Natale, la statuetta di Gesù Bambino è stata posta come da tradizione in tutti i presepi. In tutti tranne uno: in quello di una chiesa di Bergamo il parroco si è rifiutato di metterlo, perché la gente «non è pronta». Lei è un uomo, un parroco che ha fatto notizia... Ci sono le guerre della violenza e delle armi ma anche quelle del benessere sprecone che non guarda in faccia nessuno... Abbiamo detto anche queste cose nella nostra omelia. Un bellissimo messaggio di Natale. Adesso però non mi faccia passare per comunista.

 

La Stampa – 28.12.08

 

"Mi è scoppiata la guerra in salotto" - FRANCESCA PACI

GERUSALEMME - La prima cosa che ho fatto è stata aprire le finestre per evitare che la pressione dei bombardamenti fracassasse i vetri». Nawal Muheisen ha 29 anni, cinque figli e abita al quarto piano di una palazzina popolare a Jawasat, quartiere centrale di Gaza City, un paio di isolati dalla stazione centrale della polizia di Hamas distrutta ieri dall’aviazione israeliana. La guerra, racconta al telefono, le è esplosa in salotto: «Era quasi mezzogiorno, ero in casa con i miei cinque figli, cucinavo la chorba, la zuppa, loro guardavano la tv. All’improvviso l’apparecchio si è spento, la corrente elettrica è saltata e abbiamo sentito la prima raffica, bum bum bum, dieci, venti, trenta, quaranta volte, sembrava che l’edificio stesse per venir giù. I bambini hanno cominciato a piangere. Yussef, il maggiore, che ha 7 anni, si è nascosto sotto il letto, poi ci siamo seduti tutti insieme sul divano: faceva freddo ma almeno eravamo al sicuro dalle schegge». Il marito Khaled, insegnante di inglese, l’ha chiamata un quarto d’ora dopo: «Si è trovato in mezzo al fuoco. I ragazzi stavano uscendo da scuola e lui li accompagnava fuori. Khaled insegna in un istituto vicino a Jabalya, i raid hanno fatto terra bruciata anche lì». La durissima offensiva israeliana è arrivata dal cielo, un cielo terso dopo giorni di nubi cupe e visibilità limitata. «Sapevamo che avrebbero attaccato, da tempo il ministro della Difesa Barak minaccia un’operazione su larga scala», ammette Abdallah Al-Lad’a, infermiere dello Shifa Hospital, il principale ospedale di Gaza City. Abdallah parla al cellulare dal corridoio del pronto soccorso adibito a corsia d’emergenza, i corpi dei morti accanto a quelli dei moribondi. In sottofondo si sentono voci concitate, grida di donne, la sirena ininterrotta dell’ambulanza. Le strutture non erano preparate, conferma il ministro della Sanità Mu’awieyah Hasaneen, che ha chiesto aiuto ai Paesi arabi. Secondo fonti mediche ci sono 205 vittime e fino a mille feriti, moltissimi civili. Il calcolo, spiega Abdallah, è complicato: «I raid continuano, ce ne aspettiamo altri durante la notte. L’ospedale è stato preso d’assedio, gente che ha bisogno d’aiuto e gente che cerca notizie di qualcuno che non risponde al telefonino». Tutti a Gaza hanno un parente nella polizia. Anche il fratello di Mohammed, che chiede di lui seduto accanto al figlio Sami di 7 anni, la testa spaccata e una scatola di cartone come lenzuolo perché l’ospedale non ne ha più: «Sto cercando di capire se è qui, se mio fratello Ayman è rimasto ferito, se è morto. Stamattina era alla centrale di polizia, fa l’impiegato. Io e il mio bambino andavamo a prenderlo, doveva accompagnarci a fare un certificato, provo da ore a contattarlo senza riuscirci». Mohammed parla lentamente, sotto choc. Dopo la prima ondata di bombardamenti - 60 aerei e oltre 100 ordigni, secondo l’aviazione israeliana - ha caricato in automobile Sami e ha guidato lungo il viale che costeggia la centrale di polizia: «Ho visto corpi decapitati, gambe, sangue sulla strada». Un uomo alle sue spalle urla in arabo: «Li ammazzeremo come fanno loro, li ammazzeremo tutti». Fuori, sul marciapiede di Qassam Street che tutti chiamano Shifa per via dell’ospedale, decine di giovani, uomini e donne velate aspettano e imprecano al cielo. «E’ un giorno nero per tutti i palestinesi» dice Husam Farajallah, uno studente universitario che ha accompagnato la madre colpita alla gamba da una scheggia. La solidarietà dei fratelli che vivono in Cisgiordania si è espressa con manifestazioni improvvisate nelle strade di Ramallah, Hebron, Nablus. Il cugino di Husam, che vive nel campo profughi di Ad-Duheisha, a Sud di Betlemme, gli ha raccontato grandi mobilitazioni: «Mi ha detto che ci vendicheranno, che la Palestina si ribellerà, Israele pensava di dividerci ma così finirà per ricompattarci». Hamas conta sulla prova di forza. L’intelligence israeliana è certa che il partito islamico radicale al potere a Gaza punti a rinnovare la tregua ma voglia alzare la posta. Il dialogo tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese del presidente Abu Mazen ha messo fuori gioco i signori di Gaza, esclusi dal tavolo delle trattative a meno d’imporsi con prepotenza. Israele, dal canto suo, non ha interesse a uno scontro lungo e impegnativo a ridosso delle elezioni di febbraio, cerca un obiettivo immediato. L’Egitto, terzo partner dello scacchiere, ha condannato il raid israeliano ma non ha smentito la rivelazione del quotidiano arabo «al Quds al Arabi» secondo cui il numero uno della sicurezza egiziana Omar Suleiman avrebbe suggerito al generale israeliano Amos Gilad, braccio destro di Barak, che «è ora di dare una lezione ad Hamas». «Il raid era necessario, doloroso ma necessario», dice Mari Ochani, 58 anni interamente trascorsi a Sderot, la cittadina israeliana a pochi chilometri da Gaza, bersaglio prediletto dei razzi Qassam lanciati dai miliziani oltre confine. Mari ha sette nipoti, «cresciuti correndo nel rifugio antiaereo, conoscono la sirena d’allarme come altri bambini conoscono la musica rock». Un po’ ci spera, che i bombardamenti abbiano scoraggiato gli uomini di Hamas: «Non ho mai creduto nella tregua, sapevo che si sarebbero riarmati. Era inutile aspettare che ci colpissero». Eppure è convinta che arriverà il giorno dell’incontro: «Studio arabo all’università della terza età, voglio poter parlare con i miei vicini il giorno in cui faremo pace». Il suo dirimpettaio Meir Dahan, autista di 44 anni, segue l’operazione militare in tv: «La mia famiglia è stata colpita quattro volte dai razzi Qassam, in casa, in sinagoga, in macchina, sulla strada. Oltre a dormire nella stessa stanza-bunker da tre anni, siamo tutti in cura dallo psicanalista». Meir è certo che la guerra non durerà: «Ho fatto il militare a Gaza, ho amici là. Portavo la mia automobile a riparare dal meccanico palestinese, so che è stato giusto bombardare ma non sono contento, i loro morti sono i nostri morti».

 

Berlusconi: "Se escono le mie telefonate lascio l'Italia" - UGO MAGRI

ROMA - Se l’anno nuovo portasse con sé un Paese più unito, a Berlusconi non dispiacerebbe affatto. Sia chiaro: troppe illusioni il premier rifiuta di farsene. Confida a un gruppo di cronisti che lui è «rassegnato», ha perso la speranza, al dialogo non crede più, ormai la parola stessa è «usurata, meglio dire collaborazione, accordo sulle cose possibili». Tra l’altro nel 2009 ci saranno le elezioni amministrative ed europee, già a gennaio si voterà in Sardegna per il nuovo governatore, sarà una guerra permanente. Non è il momento della mano tesa all’opposizione. Eppure... Eppure da certe riflessioni del premier nel suo salotto a Palazzo Grazioli sembrerebbe di cogliere un’apertura di credito, lo si chiami pure spiraglio. O quantomeno, il desiderio di non esacerbare il clima, di non farsi additare come colui che dà fuoco alle polveri. E’ una novità da prendere con le pinze. Ma la frase più forte Berlusconi la pronuncia sull’Italia che si sente origliata. «Io continuo a telefonare normalmente», assicura il presidente del Consiglio, «ma il giorno che venisse fuori una mia telefonata di un certo tipo, me ne andrei in un altro paese, scapperei via». Resta convinto che le intercettazioni vadano permesse solo sui delitti più gravi, niente da fare invece per i reati cosiddetti contro la pubblica amministrazione poiché «ci sarebbe il rischio di iper-rubricazione, il pm avrebbe mille scuse per metterci sotto controllo». La Lega era contraria a tagliar fuori reati come la corruzione, «ma io ho parlato con Bossi che ha chiamato Maroni, le sfumature stanno scomparendo». Anche la sinistra dovrebbe essere d’accordo, «specie adesso che questo sistema si è rivolto contro di lei...». Berlusconi si guarda dall’infierire sugli avversari. Preferisce parlare di Forza Italia che «non è mai ricorsa al finanziamento illecito perché spende in modo oculato il finanziamento pubblico, e poi perché tutti sanno che casomai i soldi ce li metto io». Glissa sulle inchieste a carico della sinistra: «Non ho approfondito il tema, provo una certa allergia nei confronti di queste cose». Una parola di troppo in verità gli era sfuggita, tempo addietro, ma è acqua passata, «anzi ho manifestato l’auspicio che le accuse al Pd possano essere ridimensionate. Nei loro confronti do prova di fair-play». Il premier ricorda nostalgico quando provava «simpatia per la sinistra perché era garantista». Precisa di non averla mai votata: solo Pli, Dc e Psi «in quanto ero amico di Craxi». Ma con quella sinistra di una volta lui s’intenderebbe facilmente. Purtroppo oggi c’è di mezzo Di Pietro, «irrecuperabile, l’incarnazione del giustizialismo». Qualche ora prima aveva detto su Sky che «sono padre fortunatamente dei miei figli», non intendendo pronunciarsi su quello di Tonino. Il quale l’aveva presa come una «provocazione». Precisa Berlusconi davanti ai taccuini: «Non intendevo offendere nessuno, tantomeno sui figli». Comunque Di Pietro è il macigno da rimuovere se Veltroni vuole un rapporto con lui, tra i due «un divorzio è necessario». Per far meglio intendere il suo pensiero, sviluppa il parallelo che segue: «Quando ho cominciato a trattare con Bossi, la Lega era indipendentista. Io ho saputo costituzionalizzarla, facendola diventare federalista. La stessa cosa dovrebbe capitare tra il Pd e l’Italia dei valori. Invece purtroppo succede il contrario, è il giustizialismo che sta permeando il Pd». Conclusione: «Devono scegliere quale identità darsi. Oggi è incerta per loro stessi. Cita «Rutelli, Marini, la Bindi». Segnali di fumo. Nessuna forzatura sulla Costituzione: si può cambiarla, ma con il consenso di tutti. Lo faremo da soli soltanto se costretti. In ogni caso, il federalismo fiscale precederà la riforma della giustizia. Il Cavaliere conferma l’intenzione di promuovere la Brambilla a ministro del Turismo e Fazio alla Salute. Parla di economia, si rallegra che i consumi alimentari «vadano alla grande», riconosce una difficoltà del settore auto perché «in queste situazione la macchina è la prima spesa ad essere rinviata», si è regolato così perfino suo figlio Luigi, «al quale i mezzi non mancano». Il governo aspetta che l’Europa decida eventuali misure di sostegno, a quel punto si adeguerà.

 

Repubblica – 28.12.08

 

Gaza. Cadaveri e feriti insieme in corsia, l'inferno degli ospedali al collasso - MARCO ANSALDO

GERUSALEMME - L'immagine che più colpisce, del massacro di Gaza, è quella di un'anziana donna palestinese, forse una madre, che si aggira con le scarpe inzuppate di sangue sul selciato dove giacciono scomposti decine di uomini morti. Rivolta con pazienza ogni corpo, fino a trovare quello del figlio. All'ospedale di Al Shifa non c'è tempo per lo stupore. Mucchi di gente dilaniata, chi ancora sanguinante chi di certo senza più vita, sono lasciati nell'androne in attesa di sistemazione: i feriti in coda in sala operatoria, i cadaveri verso il fondo. Ma l'obitorio è già pieno, e le barelle sfornano di continuo nuovi arrivi: prima 50, poi 90, e si sale ancora, 120, 150, alla fine più di 200 morti. Il problema, dopo solo un'ora, è dove metterli tutti quanti. Al pronto soccorso, invece, manca il plasma. I chirurghi non sanno come operare. Le vittime non sono solo poliziotti, comunque la gran parte dei colpiti nell'attacco portato alle strutture di sicurezza di Hamas, mentre era in corso una cerimonia per la consegna dei diplomi alle reclute. Ma anche donne giovani. E bambini. Una piccola sui dieci anni, colpita all'addome, giace su una barella con gli occhi semichiusi: è morta. "Non la conosciamo", dice un dottore allargando le braccia. Dagli schermi di un televisore si vedono i militanti della Jihad islamica ordinare "a tutti i combattenti di rispondere al massacro israeliano". E dal canale di Al Jazeera si odono i leader di Hamas sostenere di essere, ora, ancora più forti: "Daremo al nemico una lezione che non dimenticherà mai", dicono con i pugni alzati. Radio Gaza grida vendetta. Tutto intorno, però, l'aria è sconvolta dall'urlo delle sirene. Una dietro l'altra, le ambulanze riversano la mattanza continua nel corridoio: morti e feriti, spesso insieme. A volte sono semplici vetture a trasportare altre vittime che, fra pianti e imprecazioni, vengono sistemate alla meno peggio sulle barelle. Una stuoia che funge da barella di fortuna, intrisa di sangue, è stata liberata dal suo fardello, pronta ad accorrere verso un'altra macchina che arriva frenando davanti alla porta. Alla morgue sistemata in fondo alla corsia c'è chi non riesce a dare un nome ai cadaveri. I brandelli di corpi rimasti non permettono qualche volta un'identificazione veloce. Medici e assistenti, la tuta verde indosso, la mascherina sterilizzata davanti alla bocca, un altoparlante in mano, chiedono ai parenti assiepati sull'androne di procedere al riconoscimento dei loro cari, e di portarseli via. Mezzogiorno. L'ora della risposta palestinese. Un razzo sparato dalla Striscia di Gaza uccide una donna nel villaggio israeliano di Netivot. La notizia coglie Gaza indifferente. Nessuno festeggia, e tantomeno fa proclami. Una signora commenta: "Un morto loro, contro duecento nostri". E fa una smorfia, come a dire: non si lamenteranno mica in Israele, dopo il massacro che hanno fatto qui. Fuori, i vetri delle case sono tutti in frantumi. Una costruzione alta, che ospita un organismo di sostegno ai prigionieri di Hamas, appare sventrata. A fatica i caterpillar alzano le pietre dai cumuli di macerie. Sotto, i soccorritori trovano i corpi di altre cinque persone. Una telefonata arriva dalla vicina Khan Younis. L'aviazione israeliana ha colpito anche qui, nel campo profughi: ci sono due morti, e soprattutto una trentina di feriti. "Ci dispiace, qui non c'è più posto". Sono ancora tante le immagini di questa giornata tremenda. Uomini che come zombie, il volto nero di fuliggine, camminano quasi in trance verso le ambulanze. Una donna giovane, bella, ferita al volto, trasportata del tutto incosciente dentro l'ospedale. Un poliziotto ferito e riverso sulla strada in mezzo a una decina di cadaveri, che agita la mano all'indirizzo dei soccorritori recitando una preghiera. All'ospedale Al Shifa accorrono i responsabili sanitari di Hamas. Si lamentano: "I nostri mezzi sono troppo modesti per far fronte a questo massacro". Una donna sembra impazzita: "Mi hanno detto che i miei due figli sono morti - grida - ma nessuno è in grado di confermarlo". Un giovane uomo rompe in lacrime: "Mio fratello era ancora vivo mentre lo portavano qui, e mi parlava, ma nessuno ha potuto occuparsene ed è morto". Nel pomeriggio si tengono già i primi funerali delle vittime. Il problema, ora, è dove seppellirli, così tanti. Alla tv, gli Stati Uniti, Mosca, l'Egitto, le Nazioni Unite, l'Europa, uno dopo l'altro chiedono la fine dell'attacco. Ma poco prima del tramonto, il rombo dei jet squassa nuovamente l'aria, mentre nuovi incendi scoppiano qua e là appena gli aerei lasciano dietro di sé il tonfo sordo delle esplosioni. Al buio, i minareti delle moschee di tutta la Striscia sfidano l'aria spessa di Gaza diffondendo in segno di lutto i versetti del Corano. Donne in lacrime continuano ad affollare, all'Al Shifa, le camere della sala operatoria. L'odore penetrante del cloroformio sembra oltrepassare gli schermi delle tv, entrando nelle case di tutta la Palestina. Stasera, anche il canto del muezzin, di solito lieve, sembra un lacerante lamento funebre.

 

Corsera – 28.12.08

 

In Israele anche chi è per la pace sostiene i raid - Gadi Taub

Per gli israeliani, di destra o di sinistra, è chiaro che l'incessante martellamento di razzi contro la popolazione civile non può essere più tollerato. Non è questione di opinione politica, né prerogativa di Israele. E' solo che gli israeliani hanno impiegato molto, troppo tempo per arrivare a questa conclusione. Immaginate 12.000 missili che si abbattono su Milano, su Dallas, o su Liverpool. Gli italiani, gli americani o gli inglesi non resterebbero a lungo con le mani in mano. Certo, non tanto a lungo quanto ha fatto Israele. Ma nel caso di Israele si applicano sempre, stranamente, due pesi e due misure. Hamas può permettersi di puntare i suoi missili contro la popolazione civile, infischiandosene delle responsabilità, mentre una qualsiasi reazione israeliana, per quanto accuratamente siano stati scelti gli obiettivi strategici, viene subito bollata come crimine di guerra. E' impossibile vincere a questo gioco - fermare cioè il lancio dei razzi - se una parte rispetta le regole e l'altra no. E' triste che si sia giunti al punto in cui solo un raid massiccio può metter fine a queste aggressioni. Se la comunità internazionale, come pure Israele, avesse adottato misure più stringenti - un boicottaggio economico, la sospensione delle forniture di gas fino alla cessazione totale degli attacchi missilistici — si sarebbe potuto evitare l'intervento militare. Ma se Hamas non si assume mai le proprie responsabilità, e se Israele deve farsi carico dell'incolumità dei cittadini di Gaza, mentre il governo di Gaza non se ne preoccupa minimamente, allora Hamas può permettersi il ruolo dell'aggressore che veste anche i panni della vittima. Israele si è ritirato da Gaza unilateralmente, riconoscendo che l'occupazione non poteva protrarsi all'infinito. Ma da allora Hamas non ha fatto altro che dimostrare a Israele che il ritiro è stato una pessima idea. E per tutta risposta lo Stato ebraico è diventato bersaglio dei missili palestinesi. Sotto queste circostanze, il raid israeliano contro Gaza non è soltanto giustificabile, ma addirittura necessario per tutti coloro che credono che occorra metter fine anche all'occupazione della Cisgiordania. Perché per fare il passo successivo Israele deve sapere con certezza che è possibile impedire le aggressioni missilistiche, che potrebbero colpire Tel Aviv e Gerusalemme in caso di ritiro da quella regione. Per questo motivo i sostenitori della pace sono anch'essi favorevoli al raid su Gaza. E hanno ragione sia sotto il profilo morale che da un punto di vista pragmatico. Tra non molto si leveranno da ogni parte del mondo grida di condanna contro Israele, ma fino a quel momento Israele deve dimostrare a Hamas che è pronto a pagare il prezzo, anche internazionale, per ristabilire un deterrente. Qualunque altra azione sarebbe una resa ai nemici della pace.

 

I disperati della Striscia e le mire dell'Iran – Antonio Ferrari

Nessuno sa dire quando si esaurirà la rappresaglia di Israele contro gli estremisti islamici palestinesi, decisa in risposta alla pioggia di missili Qassam sulle città più esposte dello Stato ebraico. Il mondo è impressionato dalla devastante durezza degli attacchi aerei, che non risparmiano vittime civili. Ma il mondo forse sottovaluta il nefasto potenziale offensivo di Hamas, sempre meno partito politico e sempre più organizzazione terroristica, che ora minaccia una nuova campagna di attentati suicidi; sempre meno preoccupata per i problemi del popolo palestinese e per le quotidiane sofferenze degli abitanti di Gaza, e sempre più espressione di ciniche volontà esterne ai suoi confini, in particolare delle mire espansionistiche e aggressive degli ayatollah sciiti di Teheran. Se le emozioni, accese dalle immagini dei bombardamenti e dalle conseguenze su una popolazione stremata proprio a causa della feroce ostinazione di Hamas, si intensificano, non si possono sottovalutare né dimenticare le ragioni di quanto sta accadendo. La tracotanza degli estremisti islamici ha sfibrato il legittimo potere istituzionale dei palestinesi laici, guidati da Abu Mazen. Al punto che le elezioni presidenziali, che si sarebbero dovute tenere il 9 gennaio, alla scadenza naturale del mandato, sono state rinviate sine die. Non esistono infatti le condizioni perché il popolo della Palestina possa esprimere democraticamente la propria volontà politica. Il voto, in questa cornice drammatica, diventerebbe un'occasione per moltiplicare le violenze dello scontro, ormai fatale, tra chi crede nel dialogo con la controparte israeliana, e chi vi si oppone, pronto al ricatto terroristico. Illuminanti non sono soltanto le manifestazioni di sostegno ad Hamas che si stanno moltiplicando nei campi-profughi palestinesi del Libano, ma l'atteggiamento dell'Hezbollah, punta avanzata dell'Iran a Beirut, quindi sul Mediterraneo. Hezbollah non minaccia soltanto Israele, ma si scaglia velenosamente contro i regimi arabi moderati, accusandoli di tradimento. Primo obiettivo l'Egitto, che da sempre cerca un'impossibile mediazione tra il laico Fatah e gli integralisti di Hamas, seguito dall'Arabia Saudita e dalla Giordania. Tutto questo dimostra che il vero obiettivo, da conseguire ad ogni costo sulla pelle dei disperati di Gaza, è la lotta per il potere tra i baldanzosi sciiti, resi più forti dalla guerra all'Iraq, che puntano a radicalizzare lo scontro fino alle più estreme conseguenze, utilizzando cinicamente sia Hezbollah sia Hamas, e i sunniti, che rappresentano la stragrande maggioranza del popolo arabo. In attesa dei primi passi del presidente americano Barack Obama, crescono le incognite anche sulle elezioni israeliane, che si terranno il 10 febbraio. I sondaggi dicono che il favorito è il leader del Likud, quindi della destra, Benjamin Netaniahu, che prepara il grande rientro su una linea di intransigenza. In vantaggio sul ministro degli Esteri Tzipi Livni, rappresentante del partito centrista Kadima, fondato da Ariel Sharon. Con il leader laburista Ehud Barak, attuale ministro della Difesa, in posizione più defilata. Ma se fra i tre protagonisti della campagna elettorale esistevano differenze, quantomeno di metodo, sull'atteggiamento da tenere nei confronti di Hamas, ecco che la fine della tregua le ha cancellate. La Livni ha promesso che, se eletta, farà in modo di rovesciare il vertice estremista che si è impossessato della striscia di Gaza. E lo stesso Barak, partito da posizioni quasi attendiste, è passato sul fronte della fermezza più assoluta, e ora guida l'offensiva contro gli estremisti islamici. Questo per dire che chiunque vinca le elezioni israeliane, il destino di Hamas sarà quello di un regime da combattere e possibilmente da abbattere, costi quel che costi.

 

La beffa di Muammar – Gian  Antonio Stella

«Romania e Libia, chiuse le falle», esultava tre mesi fa La Padania . Magari! Numeri alla mano, non sono mai sbarcati tanti clandestini a Lampedusa quanti quest'anno: 30.682. Molto più del doppio che nel 2007 dei «buonisti» sinistrorsi. Prova provata che il problema non si risolve con gli schemini. Né con la politica degli annunci. Soprattutto quando c’è di mezzo il colonnello Gheddafi. I cui impegni sul fronte della guerra ai trafficanti di uomini sono ormai diventati un tormentone da telenovela. Sono anni che il tema delle responsabilità libiche nella tratta degli immigrati è sul tavolo. Lo denunciano i reportage giornalistici, come lo straordinario viaggio coi clandestini di Fabrizio Gatti, pubblicato dal «Corriere» alla fine del 2003. Lo confermano le organizzazioni umanitarie internazionali. Lo ribadiscono le testimonianze di chi approda sulle nostre coste. E sono anni che i governi di destra e di sinistra e poi ancora di destra tentano di arrivare a un accordo serio (serio: non a chiacchiere) con Tripoli per concordare una politica comune che scoraggi il businness dell’emigrazione illegale, un affare che già cinque anni fa fruttava ai gestori dell’immondo commercio, per la sola tappa libica, almeno due milioni di euro al mese. Il primo a spingere sull’acceleratore fu Beppe Pisanu, che scosse nell’estate 2004 gli italiani lanciando un allarme terrificante: «In Libia ci sono due milioni di disperati in attesa di raggiungere l’Europa». Una denuncia che, giusta o esagerata che fosse, poneva un problema: come facevano decine di migliaia di persone ad attraversare illegalmente un Paese dove i (rari) turisti fai-da-te possono venire fermati, controllati, costretti a mostrare il passaporto e ad aprire il bagagliaio anche venti o trenta volte sulla litoranea Tripoli-Bengasi? Un Paese dove a certi diplomatici italiani, oltre all’accredito della Farnesina e a una sfilza di documenti, è stato chiesto di fornire prima dell’insediamento 24 (ventiquattro!) fototessere personali? Perché questo è il punto: quello di Muammar Gheddafi non è un regime mollaccione che controlla svogliatamente il territorio. È uno Stato dove la polizia mostra di esser ben presente in ogni momento, ogni occasione, ogni luogo. E passare a decine di migliaia sotto il naso agli agenti senza essere notati appare piuttosto complicato. Conclusioni? Una delle due. O la tratta di immigrati avviene grazie a una corruzione generalizzata alle spalle delle massime autorità (?) oppure è stata tollerata come strumento di pressione nei confronti dell’Italia. Dalla quale la Libia pretende da anni un risarcimento per i bombardamenti col gas, i lager nella Sirte, le deportazioni alle Tremiti e insomma i crimini commessi dal colonialismo giolittiano e più ancora da quello mussoliniano. Bene. Solo pochi mesi dopo la denuncia di Pisanu, il suo sottosegretario agli Interni, Antonio D’Alì, dichiarava trionfante: «Entro due mesi i centri di raccolta in Libia». Ma era solo il primo d’una serie di incontri, appuntamenti, promesse. Proseguiti con il responsabile prodiano del Viminale Giuliano Amato. Il quale, alla fine del 2007, siglava, col ministro degli Esteri libico Abdurrahman Mohamed Shalgam, un’intesa che pareva chiara. «Le due parti intensificheranno la collaborazione nella lotta contro le organizzazioni criminali dedite al traffico degli esseri umani e allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina», spiegava la nota ufficiale, grazie anche a «pattugliamenti marittimi congiunti davanti alle coste libiche». Era già definito anche l’escamotage per evitare di offendere gli amici libici pattugliando acque territoriali loro. Ci sarebbe stata una «cessione temporanea alla Libia di sei unità navali della Guardia di finanza (tre guardacoste e tre motovedette) per operazioni di controllo, ricerca e salvataggio nei luoghi di partenza delle "carrette del mare", sia in acque territoriali libiche che internazionali». Pareva fatta, pareva. Ma già alcuni mesi dopo il nuovo governo di destra scopriva che la svolta, quella vera, non c’era stata affatto. Nonostante una offensiva diplomatica del Cavaliere, al quale il Colonnello libico mostrò fin dalla discesa in campo del 1994 («Io e Silvio siamo fatti per intenderci, in quanto rivoluzionari») una certa simpatia. «La visita di Berlusconi a Gheddafi evidentemente non è bastata», si sfogava a metà luglio il ministro degli Interni Roberto Maroni: «Senza il pattugliamento delle acque libiche è difficile bloccare questo flusso. Il fatto è che il governo libico non dà l’ok all’attuazione di un accordo sottoscritto, con tanto di piano attuativo, dal ministro Amato. Abbiamo sei motovedette pronte a pattugliare le coste libiche, in base proprio a quest’accordo: basta solo che il governo libico dia l’ok». Macché: niente. Finché a fine agosto, dopo estenuanti trattative (che avevano visto l’Italia accettare per una serie di pendenze libiche il cambio «eccentrico» di due euro per un dinaro libico) il Cavaliere portava finalmente a casa un accordo che pareva di ferro. Costosissimo, visto che oltre alle scuse per i crimini coloniali prevedeva un risarcimento di 5 miliardi di dollari in rate annuali di 250 milioni più una serie di codicilli (sbandierati dal Colonnello come l’impegno italiano a rifiutare l’uso delle sue basi alla Nato e agli Usa in caso di «aggressione» alla Libia), ma di ferro. Il nostro premier, felice per il successo, regalò a Gheddafi (che ricambiò donandogli «un abito bianco di lino, con camicia assortita») «un leone d’argento, con la testa apribile» che conteneva un calamaio con le penne usate per firmare il trattato. Di più: «Al calendario delle festività libiche — spiegavano le cronache — si aggiungerà la giornata di oggi, di "riconciliazione con l’Italia", mentre verrà depennata "la giornata della vendetta" del 7 ottobre». Pareva fatta davvero, stavolta. Al punto che Umberto Bossi gongolò: «Questo accordo sterilizza la situazione con il Paese che ci manda tutti gli immigrati». Ma come succede in tutte le telenovelas, era solo la premessa a una nuova puntata di complicazioni. Tanto che Bobo Maroni, a distanza di una ventina di giorni, già sbuffava impaziente perché gli sbarchi non erano diminuiti. Di più, dopo aver detto d’aver deciso di «condizionare alcuni finanziamenti previsti dal trattato alla effettiva attuazione degli accordi» aveva avvertito: «A ottobre andrò in Libia affinché gli accordi internazionali vengano rispettati». Non l’avesse mai detto! Immediata risposta di Tripoli: «Per quanto riguarda la dichiarazione del ministro Maroni di arrivare a bordo di una motovedetta che sarà prestata alla parte libica, lo informiamo che la Libia rifiuta il suo arrivo in questo modo spettacolare e, se desideriamo riceverlo, saremo noi ad indicare la data e il modo in cui potrà arrivare». Fatto sta che quest’anno (quattro mesi prodiani, otto berlusconiani) gli sbarchi a Lampedusa, secondo la questura di Agrigento, sono già 30.682. Quasi dodicimila più che nel 2005 e nel 2006 e addirittura 17.564 più che nel 2007 ulivista. Un aumento mostruoso del 134%. Fosse successo con un ministro di sinistra, potete scommetterci, sarebbe venuto giù il diluvio. Ricordate la fine di maggio del 2006? Prodi si era insediato da quattro giorni, il centro di prima accoglienza dell’isola siciliana si era riempito di 800 clandestini e Gianpaolo Landi, di An, tuonava: «L’effetto lassismo e buonismo della sinistra radicale in materia di immigrazione ha già fatto il giro del mondo. Assistiamo al preoccupante cedimento delle frontiere...». La stessa opinione di Roberto Calderoli contro Paolo Ferrero: «Gli annunci fatti sul delicato tema dell’immigrazione sono stati accolti come una manna dal cielo da chi attendeva, sull’altra riva del Mediterraneo». Risultato: «Stanno scatenando un’invasione». Sarebbe facile oggi alla sinistra, con questi numeri (ieri sera i nuovi arrivati in poche ore erano 1.507) rendere pan per focaccia. E possiamo stare certi che sarebbe facile alla destra ribattere che questi sono i frutti avvelenati giunti a maturazione di anni di politiche sinistrorse troppo morbide. Certo è che, al di là dei torti e delle ragioni, il problema è troppo serio per essere liquidato con le formulette.


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