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"Una tregua subito

La Stampa – 29.12.08

 

"Una tregua subito. Dobbiamo parlarci" - ABRAHAM B. YEHOSHUA

Ciò che sta avvenendo in queste ore nella Striscia di Gaza era quasi inevitabile. La brutalità con cui Hamas ha posto fine alla tregua non ha lasciato altra scelta a Israele. Se non quella di ricorrere alla forza per porre fine ai massicci lanci di razzi (una settantina al giorno) sulle comunità civili nel Sud del Paese. Ma, per quanto la distruzione di centri di comando militari e l’eliminazione di alcuni capi di Hamas possa risultare efficace, la tranquillità non sarà ristabilita se Israele non proporrà subito generose condizioni per una nuova e prolungata tregua. Oltre a trattative indirette per una rinnovata interruzione delle ostilità le autorità israeliane dovrebbero rivolgersi ai cittadini della Striscia di Gaza, lanciar loro un appello che provenga direttamente dal cuore. Dichiarazioni ufficiali non mancano, ma mai i leader israeliani si sono rivolti alla popolazione palestinese. Ciò che io propongo qui è un appello che il primo ministro Olmert dovrebbe rivolgere con urgenza proprio ora, mentre il fuoco divampa su entrambi i lati del confine, agli abitanti della Striscia di Gaza. Mi rivolgo a voi, residenti di Gaza, in nome di tutta la popolazione israeliana. A voi, uomini e donne, commercianti, operai, insegnanti, casalinghe, pescatori. Gente di città e di paese, residenti in villaggi e in campi profughi. Prima che vi siano nuovi spargimenti di sangue, prima che altri, voi o noi, conoscano devastazione e dolore, vi prego di darmi ascolto. Vi chiedo di far cessare la violenza, di aiutarmi a convincere i vostri leader che ci sono altri modi per stabilire rapporti di buon vicinato. Le nostre città sono contigue alle vostre. Dietro il reticolato che le separa vediamo operai e contadini che lavorano la terra, camion che trasportano merci, bambini che vanno a scuola. E lo stesso è per voi. Potete scorgere facilmente i nostri agricoltori nei campi, i bambini che vanno a scuola, le casalinghe che escono a fare la spesa. Saremo vicini in eterno, le cose non cambieranno. Voi non riuscirete a cacciarci da qui, a cancellare la nostra esistenza, e nemmeno noi la vostra (e neppure lo vogliamo). Per parecchi anni abbiamo mantenuto rapporti attivi. I vostri operai arrivavano a lavorare nelle nostre fabbriche, nei nostri campi. Non solo in centri a voi vicini ma anche nelle grandi città - a Tel Aviv, a Gerusalemme, a Natanya. I nostri commercianti e industriali si recavano da voi per acquistare prodotti agricoli, erigere nuove fabbriche alla periferia di Gaza. Per parecchi anni abbiamo mantenuto un articolato sistema di scambi che ha portato beneficio a entrambe le parti. Tre anni fa abbiamo evacuato i nostri concittadini, smantellato le nostre basi militari e raso al suolo, su vostra richiesta, i pochi insediamenti che avevamo nella Striscia di Gaza. L’occupazione di quella regione è completamente cessata. Ci siamo ritirati oltre il confine internazionale riconosciuto da tutto il mondo: quello antecedente la guerra del 1967. Credevamo che dopo questo sarebbe iniziato un periodo di sviluppo e di ricostruzione. Che avreste ricostituito un sistema amministrativo e che, un giorno, a tempo debito, vi sareste ricollegati, tramite un corridoio sicuro, ai vostri confratelli in Cisgiordania per creare uno Stato palestinese indipendente che noi tutti crediamo e vogliamo che sorga e che ci siamo impegnati a riconoscere in ambito internazionale. Ma anziché l’agognata tranquillità sono arrivati razzi che hanno seminato distruzione e morte nelle nostre città e nei nostri villaggi. Anziché opere di edilizia e di ricostruzione abbiamo assistito a un riarmo senza precedenti. E quelle armi sono state puntate contro di noi. C’è tra voi chi ci spara addosso razzi e granate in cambio di somme di denaro elargite da Stati e organizzazioni che vogliono la nostra distruzione. E voi, gente di Gaza, pagate le conseguenze delle nostre reazioni con la sofferenza e la distruzione delle vostre case. Non vogliamo combattervi, non vogliamo tornare a governarvi. Ce ne siamo andati per non tornare più. Sappiamo che sarete voi, civili innocenti, donne e bambini, residenti dei campi profughi, operai e commercianti, a pagare il prezzo di un’eventuale, malaugurata guerra. Ma dovete capite che non abbiamo scelta. Non possiamo continuare a sopportare i lanci di razzi Qassam sui nostri cittadini indifesi. Sta a voi, cittadini di Gaza, appellarvi ai vostri governanti perché mettano fine al lancio di razzi e accettino una vera tregua, prolungata, durante la quale verranno aperti i valichi di confine, sarà permesso il passaggio di merci e, col tempo, gli operai di Gaza potranno tornare a lavorare in Israele. Invece di manifestare a favore di irrealizzabili sogni di distruzione e di vendetta, uscite nelle strade e chiedete la fine della violenza, chiedete che i vostri figli, e i nostri, possano vivere sicuri su entrambi i lati del confine. Chiedete la vita e non la morte.

 

Gaza, decine di raid aerei nella notte

ROMA - Sono proseguiti per tutta la notte i bombardamenti dei jet israeliani sulla Striscia di Gaza, cominciati sabato mattina, che hanno fatto finora oltre 300 morti tra i palestinesi, in gran parte poliziotti di Hamas. Nei raid sono state distrutte l’Università islamica e la sede del ministero dell’Interno di Hamas, due obiettivi simbolo del potere del gruppo integralista. Fonti ospedaliere locali hanno riferito che nei raid della scorsa notte sono rimasti uccisi sette palestinesi, tra cui sei bambini. Quattro bambini di età compresa tra uno e 12 anni sono rimasti uccisi in un raid aereo a Jabaliya, nel nord della Striscia. Abitavano in una casa situata nei pressi di una moschea bombardata dai jet israeliani. Altri due bambini sono morti a Rafah, nel sud della Striscia. La settima vittima è un attivista di Hamas. Intanto oggi Israele riaprirà due valichi della Striscia per far entrare un centinaio di camion con generi di prima necessità per la popolazione locale. Hamas ha risposto ai raid sparando ieri una ventina di razzi contro il sud di Israele, senza fare vittime. Due razzi Katyusha da 122 millimetri sono caduti per la prima volta nei pressi della città portuale di Ashdod, che si trova a 38 chilometri da Gaza. Le truppe israeliane si sono ammassate ieri nei pressi del confine con la Striscia, in attesa di lanciare un’operazione di terra. In una intervista concessa al Tg1, il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, ha chiarito che il lancio di una offensiva di terra dipenderà da Hamas. «Non vogliamo un’offensiva prolungata», ha detto Livni, «ma se tutti gli altri mezzi si rivelassero inefficaci a fermare i lanci, saremmo costretti a utilizzare tutti i mezzi a disposizione».

 

La novità può venire dal Cairo - BORIS BIANCHERI

Siamo talmente abituati all’insorgenza inaspettata di una crisi nella precaria convivenza tra israeliani e palestinesi, di un gesto che spazza via le laboriose speranze di dialogo e di pace o di un evento che fa temere di essere giunti ormai alle soglie di una guerra guerreggiata, che gli sviluppi drammatici di questi giorni, la ripresa dei lanci dei razzi Qassam contro Israele e la durissima reazione militare che ne è seguita, sembrano in fondo una ripetizione di quanto è già avvenuto in passato. Viene da pensare che a questa ennesima crisi farà seguito un ennesimo ritorno indietro. Tutte le diplomazie dei Paesi non direttamente coinvolti (e anche quelle di alcuni Paesi che si considerano coinvolti) invocano come prima cosa l’arresto della spirale di azioni e reazioni e il ritorno allo statu quo, per fragile che fosse. E forse sarà così. Ma può darsi invece che questa crisi sia diversa e che allo statu quo, per un verso o per l’altro, non si torni. Intanto, è da dire che tre protagonisti di questo gioco sanguinoso sono alle soglie di una prova elettorale che dovrà confermare o rigettare la loro posizione al potere. Così è per Israele, dove la successione di Olmert apre prospettive incerte nel complicato schieramento delle forze politiche israeliane. Il governo attuale non è responsabile della rottura della tregua, ma si è assunto la responsabilità di una reazione durissima. Le parole del bellicoso ministro Barak - «Siamo solo agli inizi» - sembrano destinate a mobilitare l’opinione pubblica interna, non certo a piacere a quella internazionale. I razzi Qassam, ancor più degli attacchi suicidi, sono la sola arma che eluda l’efficienza del sistema difensivo di Gerusalemme: Gaza in mano a Hamas è un rischio permanente, tregua o non tregua, per Israele meridionale; i conservatori, oggi ancor più di ieri, appoggiano chi fa di tutto per prevenirlo. Anche Abu Mazen è alle soglie di una prova elettorale. Abbiamo visto negli ultimi tempi come, nella Cisgiordania sotto il suo controllo, le condizioni generali di vita della popolazione siano migliorate, grazie anche a un clima più costruttivo e ad aiuti internazionali. Il contrasto con la miseria di Gaza sovraffollata, retta da Hamas senza ordine e senza risorse, salta agli occhi di ogni palestinese. Che Hamas cerchi di contrastare i relativi successi di Abu Mazen in Cisgiordania e che, per farlo, sia disposto a rischiare perfino un ritorno degli israeliani nella Striscia di Gaza, non può sorprendere. Il terrorismo sa bene come sopravvivere anche alle occupazioni militari. Infine, anche Ahmadinejad ha, a scadenza più lontana, un test elettorale che non può darsi per scontato. Per lui, profeta non della sconfitta ma della distruzione di Israele, ogni soluzione pacifica è inaccettabile. Una situazione di conflitto permanente, quale si è avuta per decenni, congiunta agli errori americani in Iraq, ha permesso all’Iran di essere sinora il solo vincente in questa eterna crisi mediorientale. Che la Palestina vada a ferro e fuoco non lo danneggerebbe e certo non smentirebbe le sue apocalittiche previsioni. Abbiamo così tre parti, ognuna delle quali, oltre a cercare di vincere la posta con gli avversari, deve difendersi alle spalle. Non certo le condizioni ideali per qualsiasi forma di compromesso. C’è però un elemento di relativa novità, che sembra trapelare dalle dichiarazioni di taluni leader arabi, che suonano meno violente nei confronti di Israele di quanto i duecento morti e i quasi mille feriti dei raid delle forze israeliane potrebbero giustificare. Le riserve di alcuni governi islamici, soprattutto dell’Egitto, nei confronti di Hamas non sono beninteso cosa nuova. In più di una occasione Il Cairo aveva mostrato, anche recentemente, una tendenza a cercare soluzioni realistiche, di allargare, per esempio, i termini della tregua, di risollevare l’argomento del dialogo di pace, di comporre i dissidi interni tra palestinesi convocandone tutte le componenti politiche, senza peraltro ottenere la partecipazione di Hamas. Anche la conferenza stampa congiunta di ieri di Abu Mazen con il ministro degli Esteri egiziano è parsa meno dura nei confronti di Israele di quanto ci si sarebbe potuti attendere. È presto per dire se i vertici dei Paesi arabi moderati intendono realmente fare un passo avanti verso una soluzione duratura del problema israelo-palestinese. La prossima riunione della Lega Araba darà forse indicazioni a questo riguardo. Intanto ce ne vengono da Gheddafi, il solo che minaccia fin da ora, senza sorprendere nessuno, il ferro e il fuoco delle sue parole. Certo, in questi giorni in cui le piazze islamiche si riempiono di manifestanti contro Israele, alcuni portaparola ufficiali del Cairo e del Golfo sono apparsi molto cauti. E non è un caso che un sondaggio popolare, fatto da Al Jazeera tra i suoi ascoltatori islamici, riveli una diffusa convinzione che la dura reazione israeliana sia stata incoraggiata sotto banco proprio da quei governi che avrebbero dovuto osteggiarla. Che gli Stati Uniti siano temporaneamente assenti aggiunge un ulteriore elemento di incertezza, ma non cambia oggi la sostanza del gioco diplomatico. Siamo, in fondo, a una specie di prova generale in attesa che Obama prenda il comando. Ognuno cerca di indossare l’abito più appropriato: i duri fanno i duri, i moderati mostrano moderazione. Sperano, questi ultimi, che Obama non li smentisca.

 

Revolución, cinquant'anni mal portati - MIMMO CANDITO

MIAMI - «Sì, abbiamo la stessa età», dice, sorridendo, e scuote seduttiva i suoi capelli, Lisa Hernàndez. Quel primo gennaio del '59, quando Castro entrò all'Avana e la Revoluciòn sfilò vittoriosa lungo il Malecòn, Lisa Hernàndez era nata da pochi giorni. «Ma papà aveva paura dei barbudos, e lasciammo l'isola che ero ancora in fasce». Lisa e la Revolución tra un paio di giorni compiranno, entrambe, 50 anni di vita; Lisa, avvocato in uno dei più importanti studi legali di Miami, è una bella donna, alta sui tacchi, fascinosa nei suoi anni ancora giovani, ma la Revoluciòn, laggiù nell'isola che sta ad appena 90 miglia da Key West, è ormai segnata dalle rughe del tempo, e la crisi delle ideologie le impone oggi la cruda realtà degli acciacchi d'una vecchiaia impietosa. A cinquant'anni si possono fare i primi seri bilanci. «All'inizio non fu facile, dovemmo arrangiarci. Lasciavamo una condizione felice, e fu necessario imparare a darsi da fare. Papà e mamma sono morti con tanta nostalgia, ma io... la mia vita è qui, e a Cuba ci andrò solo da turista». Sono quasi due milioni i cubani che in questi cinquant’anni sono scappati dall'isola di Castro, la gran parte di loro vive oggi in Florida; Miami, dopo l'Avana, è la città che ha più abitanti di origine cubana, e qui si parla spagnolo anche più che inglese. Ma «la Merica» non è Bengodi. Jorge, tutte le mattine verso le 8, passa sotto l'appartamento dove abito, e fruga nel cassone della spazzatura. A forza di vederlo dalla finestra, puntuale come per il lavoro, con il suo piccolo carrello pieno di buste di plastica e di pacchi, gli lascio del cibo e qualche dollaro sul muretto accanto al cassone verde. Ha una folta barba nera, e i capelli ispidi tenuti da un berretto blu dell'Us Navy; un mattino ci siamo incrociati, e abbiamo parlato. Lui è un balsero. «Siamo scappati da Cojmar dieci anni fa, eravamo in quattro, avevamo fatto una barca con degli assi di legno e le vecchie camere d'aria di un camion; e siamo stati fortunati di non finire nella pancia d'un pescecane. Ma qui mi è andata male, qualche piccolo lavoro e però mai una cosa seria. Ora, poi, con la crisi, tutto si è fatto più difficile. Ogni tanto mi chiedo se non era meglio restarsene a Cuba». Anche Jorge sembra avere 50 anni, ma è colpa dei tempi duri che ha vissuto qui. Una sera, all'Avana, la figlia di un amico che avevo accompagnato in discoteca, affascinata dalla musica e dall'ambiente mi disse: «Io voglio il capitalismo. Voglio potermi comprare i vestiti che hanno queste ragazze in sala, senza dover fare la puttana che va con gli stranieri». Tentai di spiegarle che il capitalismo è anche vita dura, competizione, che tutto si paga e nulla è gratis; lei studia all'Università e frequenta la scuola del Ballet Nacional, senza spendere un solo peso, e quella sera scoppiò in lacrime. Quando la riaccompagnai a casa, e fermai l'auto davanti al portone, mi fece ripartire di corsa: «Via, via, ci sono quelli del Cdr, e se mi vedono con uno straniero rischio di essere espulsa dalla scuola del Ballet». Dovetti accompagnarla dalla nonna, in un villaggio fuori dall'Avana. I Comité de Defensa Revolucionaria - ufficialmente un organo di assistenza per i residenti di ogni palazzo - sono gruppi di «rivoluzionari» che controllano la vita di ogni edificio, prendono nota di tutto, quali persone frequenti, quello che dici, quanto partecipi alle «convocatorie» del regime, e poi redigono le schede informative per il ministero dell'Interno; decidono sostanzialmente della sorte d'ogni persona, perché a Cuba è il regime che decide quale scuola puoi frequentare, quali studi fare, che mestiere ti tocca. Gli studi sono gratuiti (come la sanità), e l'isola ha un livello di alfabetizzazione altissimo, da Paese ipersviluppato, il 99,8 per cento, meglio che l'Italia; è uno dei vanti di cui la Revoluciòn si mostra legittimamente orgogliosa. Ma oggi a Cuba un ingegnere preferisce lavorare come cameriere; il suo stipendio - il salario medio dell'isola è di 20 dollari - se lui serve ai tavoli dei bar e dei ristoranti frequentati dai turisti se lo guadagna di mance in meno di una settimana. Dice Andrés Oppenheimer, premio Pulitzer per i suoi reportage da Cuba: «L'isola è come un gigantesco asilo infantile, dove la tua sopravvivenza è garantita, ma è il governo a decidere per te su tutto, la scuola, il lavoro, quello che puoi comprare, quello che ti è permesso di leggere, quello che puoi guardare alla tv». A Cuba sono sparite le sacche di miseria che c'erano al tempo del dittatore Batista, quando - senza contare però i drammatici squilibri sociali - l'isola aveva comunque statistiche che l'annuario dell'Onu classificava tra i primi quattro paesi dell'America Latina; oggi la mortalità infantile resta ancora la più bassa, ma solo il 2 per cento dei cubani ha accesso a Internet e solo il 9 ha una linea di telefono (il cellulare riguarda l'1 per cento della popolazione). E Adolfo Fernàndez Sainz, uno dei 29 giornalisti arrestati nel 2003, deve scontare 15 anni di galera per «sovversione dell'ordine nazionale»; tra le prove, una macchina per scrivere elettrica, e alcuni libri proibiti, tra cui «1984» di George Orwell (non essendo cubano, io me la sono cavata con l'espulsione, dopo un'inchiesta all'Università dell'Avana, e poi il visto mi è stato sempre rifiutato per essere «agente della Cia»). La libertà ha un prezzo, e un costo. Quando mi espulsero, il Direttore Generale del Ministero degli Esteri mi disse: «Voi, in Occidente, parlate tanto di libertà e di diritti umani. Ma il diritto a non aver fame non è forse più importante?». A Cuba, fino a qualche tempo fa, questo diritto era più o meno uguale per tutti, e il regime se ne faceva un vanto. Sono scomparse le classi sociali, diceva, siamo tutti uguali. Ma l'implosione dell'impero sovietico ha privato l'isola della sua maggior fonte di aiuto, e ha fatto aprire le porte agli investimenti stranieri e, soprattutto, al turismo e ai suoi dollari. Nel 2008 i visitatori hanno fatto il nuovo record, quasi due milioni e mezzo di presenze; ma il turismo e la circolazione libera del dollaro hanno finito per creare ora due società: quella che continua a vivere con il peso e la sussistenza d'una Revoluciòn acciaccata, e quella che gode invece dell'utilizzo del dollaro. La fame (comunque la penuria, gli scaffali vuoti dei negozi) a Cuba era democratica, riguardava tutti; ora non lo è più. Dice il professor Jaime Suchlicki, che all'Università di Miami dirige il Centro di studi cubani: «La gente dell'isola lo sa bene, che la storia dell'embargo americano è solo una scusa, e che la centralizzazione del regime tronca ogni possibile sviluppo. Tutti aspettano un cambio, un'apertura, chi vive a stento con il peso, e chi ha il dollaro e si prepara a entrare nel mercato». Raùl Castro, che ha sostituito il Comandante Fidel nella poltrona ufficiale, dice di volere questo cambio, lancia segnali verso Washington (ma ancora soltanto parole, e ben pochi cambiamenti, marginali, nella vita quotidiana dell'isola). S'aspetta Obama, e però con cautela: Fidel, in una delle sue «riflessioni» settimanali sul quotidiano del partito, ha avvertito che il lupo può anche cambiare il pelo ma sempre lupo resta. Da Miami si seguono le esasperanti lentezze del regime con spirito contraddittorio. «Papà - dice Lisa - voleva veder Castro impiccato, ma io, e la generazione dei più giovani, guardiamo a Cuba con distacco; per noi è un posto lontano, un retaggio della memoria». I «gusanos», i vermi come li chiamava con disprezzo l'Avana, ci sono sempre, e ancora sognano di andare a liberare l'isola dalla Revoluciòn, preparano le armi, tengono in efficienza i loro yacht da flotta di sbarco; ma la Revoluciòn ansima già per proprio conto, alza nel vento dell'Oceano la vecchia bandiera del socialismo e però vive ormai di transizione. Da questa parte e da quella del Malecòn, aspettano tutti. A 50 anni, i conti che si tirano sono amari; finite le illusioni, si consuma lentamente anche la vecchia fascinazione del mito. E la foto del Che è un poster ormai ingiallito nel cassettone della memoria. Nella frase stampata in basso, che diceva «Hasta la victoria siempre», una mano ignota ha aggiunto un «quasi».

 

La multinazionale delle mazzette - GIANLUCA PAOLUCCI

C’è un filone italiano ancora da chiarire nel più grande scandalo globale di corruzione mai emerso, quello della tedesca Siemens. Si tratta di circa 250 pagamenti «sospetti» per alcune decine di milioni di euro effettuati attraverso un intermediario da Siemens Communication e Siemens spa, la consociata italiana del gruppo tedesco. Ne parla un rapporto commissionato alla Kpmg nel 2006, finora inedito. Pagamenti fatti «in Italia», nel periodo compreso tra il 2001 e il 2006, successivi dunque alla vicenda Italtel-Siemens della quale si è occupata la procura di Bolzano. E diversi rispetto al caso delle mazzette Enelpower, scoppiato nel 2003 e per il quale la società ha patteggiato il pagamento di 6,2 milioni di euro. Che comunque sono solo una goccia nel mare delle mazzette pagate dalla multinazionale tedesca per vincere appalti, commesse e forniture ai quattro angoli del globo. Per una volta l’espressione non è esagerata. L’inchiesta coinvolge direttamente almeno 20 paesi, dalla “A” di Argentina alla V di Vietnam, passando per Bangladesh, Cina, Dubai, Israele, Stati Uniti e l’Iraq di Saddam con Oil for food. L’ultimo capitolo lo ha scritto pochi giorni fa la procura di Washington, nelle cui carte c’è anche traccia del rapporto di Kpmg che riguarda le tlc e l’Italia. L’atto di citazione della Sec alla procura della capitale Usa contro la società tedesca è anche una formidabile ricognizione sul sistema di mazzette messo in piedi dalla multinazionale: centrali elettriche, gestione delle carte d’identità, sistemi di controllo del traffico, macchinari per la sanità, reti di tlc. Un totale di 4283 pagamenti illegali, per 14 categorie di transazioni e 332 progetti o vendite individuali. Almeno 1,4 miliardi di dollari i pagamenti «accertati» fatti a funzionari governativi dei vari paesi, compresi almeno due ex capi di Stato. Alla Siemens pagavano tutti, con tutto, in tutti i modi. Solo per il filone americano, la società ha accettato due settimane fa di pagare 800 milioni di dollari, 20 volte la multa più elevata mai comminata ad una società straniera per aver violato le leggi Usa. Il sistema Siemens inizia a mostrare crepe nel 2003. Quell’anno emergono da un rapporto interno la corruzione di funzionari governativi in Nigeria per la fornitura di sistemi di comunicazione al paese africano e scoppia, in Italia, lo scandalo Enelpower. In Nigeria, i solerti funzionari di Siemens avevano corrotto un po’ tutti, fino al presidente e al vicepresidente, ai quali verranno anche regalati orologi per oltre 170 mila euro. Briciole, rispetto alle consulenze pagate ad una società americana della moglie del vicepresidente per lavori mai svolti, almeno 2,8 milioni di euro. Per Enelpower, la vicenda è nota. Se n’è occupata a lungo la procura di Milano, che ha trovato i pagamenti fatti a Montecarlo a due ex manager del gruppo elettrico italiano per comprare turbine Siemens da montare nelle centrali progettate all’estero da Enelpower. Le crepe non bastano però per fermare il sistema. I manager coinvolti vengono prepensionati, e uno riceve anche 1,8 milioni di euro di benefit quando lascia la società. Per cambiare rotta è necessario arrivare al novembre 2006, al raid della polizia tedesca nella sede di Monaco di Baviera del gruppo, agli arresti dei manager, al cambio dei vertici del gruppo. Solo allora partono dei sistemi di controllo interno efficaci e viene chiuso con il passato del «sistema Siemens». Quando però un sistema è implementato e a suo modo funziona per anni, dev’essere difficile da fermare così, da un giorno all’altro. Secondo la Sec, almeno 27,5 milioni sono stati pagati in mazzette, in vari paesi, dopo il novembre del 2006 e fino al 30 settembre 2007. I metodi erano diversi: dai pagamenti fatti tramite consociate estere fino ai metodi della vecchia scuola, le frontiere attraversate con le valigette cariche di contanti. Il metodo preferito, pulito e «fatturabile», era però quello delle consulenze: 982,7 milioni dal 2001 al 2007 sono finiti nelle tasche di funzionari pubblici di vari paesi tramite consulenti e procacciatori d’affari, che per il disturbo incassavano a loro volta laute commissioni. Un nome che ricorre spesso è quello di Al Nowais, il «consulente» con base a Dubai coinvolto anche nello scandalo Enelpower. Malgrado lo scandalo italiano, il suo nome ricompare più volte fino al 2006, quando nei suoi conti girano le mazzette pagate per una commessa da 2,5 milioni per un sistema per la tac destinato all’ospedale pubblico di Ekaterinburg, in Russia. «Era una rete, un universo parallelo, nascosto, tollerato o addirittura anche promosso dalla passata gestione», ha detto ieri Gerhard Cromme, attuale ad del gruppo. Finora, lo scandalo è costato alla Siemens almeno 2 miliardi. Finora.

 

"La Chiesa? Pensa troppo all'immagine" - RAFFAELLO MASCI

ROMA - Ministro Brunetta, la Chiesa ha aperto un fondo di solidarietà da un milione di euro. Ma, secondo lei, poteva fare di più. Una tirata d’orecchi? «Io non sono credente. Ho però un grandissimo rispetto per la funzione che la Chiesa svolge a vantaggio dei giovani, degli anziani, dei diversamente abili. E apprezzo anche molto questa iniziativa di istituire un fondo di solidarietà. Mi limito a rilevare che qualcosa in più si poteva fare, dato che quei soldi la Chiesa li riceve comunque dallo Stato. Ognuno, secondo me, dovrebbe tornare a fare il proprio mestiere e la Chiesa il suo lo fa molto bene, ma qualche volta sembra voler investire un po’ troppo su operazioni di mera immagine». Inedito: un ministro italiano che se la prende con la Chiesa. «Dico solo l’ovvio, e cioè che non è possibile che lo Stato possa essere il bersaglio di qualunque critica, come se fosse il ricettacolo di tutti i mali, e nessuno possa mai dire alcunché della Chiesa. Adottiamo un criterio di reciprocità, che è poi quello evangelico della pagliuzza e della trave. O no?». Alla Chiesa non deve essere piaciuta molto la sua proposta di legge sulle famiglie di fatto. A che punto è? «La proposta non è sulle famiglie di fatto ma sui diritti e doveri dei conviventi. Comunque: ha ricevuto oltre 80 firme in Parlamento, tra cui molte di esponenti dell’opposizione. Come finirà non lo so, perché non dipende più da me». Passiamo ad altro. Come ripartiranno i consumi se - stando ai dati della Cgil - gli stipendi sono fermi da un anno? «Secondo la Cgil gli aumenti sarebbero stati azzerati dall’inflazione. Quindi vuol dire che il potere d’acquisto se non è cresciuto non è neppure diminuito. Senza dire che il fenomeno riguarda solo i dipendenti del privato, perché per quelli pubblici un aumento c’è stato. Con questo non voglio dire che il problema non esista, sia chiaro. Anzi, dico che c’è e che ne è responsabile soprattutto la Cgil che, tra i due livelli di contrattazione, nazionale e locale, ha sempre puntato sul primo, quando è del tutto evidente che solo il potenziamento del secondo livello può incrementare produttività e salari». Sempre la Cgil, ma anche il Pd, propongono un taglio serio della pressione. Le sembra una via praticabile? «Un taglio delle tasse minimo, avrebbe un costo di almeno 10 miliardi. Questi soldi oggi non ci sono, e se ci fossero sarebbero comunque spesi male. Ciò che deve cambiare è la modalità di erogazione salariale. Serve insomma quel nuovo modello contrattuale a cui la Cgil si oppone». I soldi non ci sono. Ma altri paesi (gli Usa, ma anche Francia e Inghilterra) stanno pensando a maxi-investimenti in deficit, qui, invece, sembra far premio solo l'input del ministro del Tesoro: conti in riga e basta. «Il problema non è il deficit, perché in questa situazione, se sforassimo i parametri di Maastricht di qualche decimo non ce lo impedirebbero l’Europa e la burocrazia di Bruxelles, ma i mercati. Con un debito pari al 105% del Pil che costa in interessi 70 miliardi l’anno, che credibilità avremmo se esasperassimo questo fenomeno. Inoltre incontreremmo difficoltà a ricollocare questo debito sul mercato e dovremmo aumentare i rendimenti. La pezza, dunque, sarebbe peggiore dello strappo». Ma esiste o no una sorta di superpotere del ministro del Tesoro e una conseguente insofferenza di molti suoi colleghi? «Tremonti ricorda semplicemente una regola sgradevole, ma pur sempre regola, che è quella che ho appena illustrato: i mercati, cioè, non ci consentono leggerezze di sorta. Quanto alle insofferenze di alcuni ministri, queste non sono contro Tremonti, ma semmai contro la burocrazia cieca e sorda della Ragioneria, che agisce in maniera piatta, senza alcuna capacità selettiva». Si dice che recuperare risorse sia difficile. Ma non si parla più né di abolizione delle province né di tagli alla politica. «Risorse possono essere recuperate soprattutto dai settori protetti, cioè la pubblica amministrazione e le public utilities (le aziende che gestiscono acqua, gas, luce). La macchina dello Stato vale in Italia quanto il manufatturiero. Ci vuole un piano industriale per il suo rilancio, e in due anni si potrà recuperare il 30-40%. Lo stesso vale per le public utilities. Poi, nella seconda parte della legislatura, quando sarà passato anche il federalismo, si potrà affrontare tutta la filiera degli enti locali. Per il resto, so che togliere soldi ai parlamentari è molto popolare. Ma posso dire una cosa? Il costo annuo del Senato è pari alla liquidazione ottenuta da un giovane banchiere romano». Lei è diventato molto popolare conducendo una battaglia contro l’assenteismo. Però non ha osato toccare gli statali in divisa. Nelle amministrazioni militari i tornelli ci sono, ma solo per i civili. «Lo so, e vale anche per le forze dell’ordine e i magistrati. Ci sono settori che avrebbero bisogno di importanti riforme che non ricadono nelle mie competenze. Ad altri spetta metterci mano». Benedetto XVI ha fatto bene a denunciare che il precariato toglie dignità al lavoro. Io purtroppo posso testimoniarlo in prima persona. Adesso, però, mi aspetto che il Santo Padre dia personalmente il buon esempio assumendo tutti quelli che lavorano in nero per il Vaticano».

 

Intercettazioni, alta tensione Lega-Berlusconi - UGO MAGRI

ROMA - La Lega cade dalle nuvole, dalle parti di Bossi non risulta che ci sia un’intesa con Berlusconi sul divieto di intercettare. O meglio: l’accordo raggiunto a suo tempo, dopo non poche discussioni, riguardava il disegno di legge Alfano, che ora si trova all’esame del Parlamento dove segue il suo corso. Altre novità non risultano, per cui vengono lette con stupore le dichiarazioni del premier: «Ne ho parlato con Bossi e con Maroni, che mi hanno dato via libera...». Oggetto del contendere sono i reati contro la pubblica amministrazione. Così numerosi che, teme il Cavaliere, di fatto i pm avrebbero la scusa per intercettare qualunque telefonata. Dunque vorrebbe correggere il testo Alfano limitando l’ascolto delle conversazioni ai soli delitti di mafia, di terrorismo e a quelli con pene edittali superiori a 15 anni di galera. Omicidio sì, corruzione no. «A noi sta bene il disegno di legge già presentato», aveva sostenuto invece ieri sulla «Stampa» il capogruppo del Carroccio alla Camera, Cota. E Calderoli, lette le esternazioni del premier, scuote perplesso il capo: «Non c’è motivo di scostarsi dal testo Alfano. Ricordiamoci sempre che il meglio è il peggior nemico del bene». Argomenta la Lega che, se una Procura volesse proprio intercettare un leader politico, qualche scusa riuscirebbe a trovarla comunque. Semmai occorre impedire che il contenuto delle telefonate venga messo in piazza, insomma che ci sia un controllo. Dicono pure, ai vertici padani, che così la pensano quelli di An e perfino molti di Forza Italia, insomma il pugno di ferro è una «fissa» del Cavaliere. Ne gode il Pd. Finché la maggioranza litiga, l’opposizione può esimersi dal pronunciare un sì o un no. Tenaglia, ministro-ombra, plaude con entusiasmo alla Lega: «Ci attendiamo che la maggioranza si metta finalmente d’accordo e presenti la necessaria sintesi per avviare il confronto su una materia così importante...». In realtà, lo sforzo di sintesi risulta in atto, ma sul versante più generale della giustizia. Con la bocca cucita, il giovane Guardasigilli Alfano sta facendo circolare tra i partiti uno schema di riforma. Chi dentro la maggioranza ha avuto modo di esaminarlo, sostiene che è un testo equilibrato, sul quale sarebbe difficile dissentire. Il percorso sarà reso più agevole dal tradizionale messaggio di auguri che il Capo dello Stato rivolge la sera di San Silvestro. Napolitano lancerà, così pare, un pressante appello a fare riforme condivise tanto a destra come a sinistra, giustizia compresa. Difficile che il Cavaliere possa ignorarlo, altrettanto improbabile che il Pd riesca a svicolare. Di Pietro se ne allarma. L’ex-pm le prova tutte per rialzare il profilo di moralizzatore ammaccato dalle disavventure del figlio. Denuncia l’«evidente tentativo berlusconiano di dividere il centrosinistra», Soro dal Pd consiglia a Berlusconi di starsi zitto e non interferire. Di Pietro capisce che la sua presa su Veltroni ora è più debole, già mette in conto che il Pd si accomoderà al tavolo della giustizia. Guai se così fosse, grida l’ex-pm, sarebbe «sbagliato impegnare il Parlamento sulla riforma dei massimi sistemi senza avere speso tempo per dare lavoro alla gente». E bloccare le intercettazioni sarebbe «come togliere il bisturi al chirurgo». Ma è l’ultima barricata, anche l’Anm con Palamara ammette: i tempi del processo penale sono eccessivi, bisogna intervenire.

 

Corsera – 29.12.08

 

«Chiedo a tutti: cessate il fuoco. Non rinunciamo al sogno di pace» - Amoz Oz

Ulteriori violenze non condurranno a nulla, se non all’inasprimento del circolo vizioso fatto di attacchi e contro-attacchi sempre più gravi e senza fine. L’unico obiettivo delle operazioni militari di Israele a Gaza è di raggiungere la fine degli attacchi contro i propri cittadini e la sua società civile. Va detto che non deve esistere alcun altro obiettivo che Israele possa raggiungere tramite il ricorso alla forza militare. D’altra parte, noi tutti dobbiamo adattarci all’evidenza della profonda divisione esistente all’interno del campo palestinese e prendere atto che oggi convivono due Palestine: una nella striscia di Gaza e l’altra in Cisgiordania. Gaza è stata sequestrata da una banda di estremisti islamici che si muovono sulla falsariga dei talebani e sono sostenuti dall’Iran, il quale a sua volta da tempo proclama la necessità di perpetrare un grande genocidio ai danni di Israele. La Cisgiordania è controllata dall’Autorità palestinese, che si è dimostrata pragmatica e moderata. Detto ciò, va però anche ricordato che Gaza resta un luogo di immense povertà, disperazione e miseria. Ed appare dunque ancora più assurdo e tragico che questa comunità di profughi palestinesi sia controllata da un gruppo di cinici assetati di guerra dediti alla causa della distruzione di Israele e che considerano qualsiasi cittadino israeliano come una loro vittima più che legittima. Gaza merita molto meglio di Hamas. Se dunque è indispensabile che il governo dello Stato israeliano faccia del suo meglio per stipulare immediatamente il cessate il fuoco con Hamas a Gaza, resta anche prioritaria la ripresa dei negoziati di pace con l’Autorità palestinese in Cisgiordania, e, anzi, proprio di questi tempi tali sforzi vanno raddoppiati. I termini delle intese sono ormai ben noti a tutti: tornare ai confini precedenti il conflitto del giugno 1967 con leggere reciproche modificazioni tracciate di comune accordo; due città-capitali a Gerusalemme; non deve esistere alcun insediamento ebraico all’interno del territorio del futuro Stato palestinese e va imposta un’autentica demilitarizzazione nelle regioni che Israele dovrà evacuare. Sarà di grande aiuto l’impegno della comunità internazionale nel favorire gli accordi tra Stato israeliano e dirigenti palestinesi in Cisgiordania. In particolare l’Europa potrebbe giocare un ruolo trainante incoraggiando, aiutando e rassicurando entrambi i contendenti chiamati comunque a fare reciprocamente gravose concessioni e ad assumersi una lunga serie di rischi. L’intesa tra Israele e l’Autorità palestinese sulla falsariga di questi principi è giusta e possibile. E io ritengo che, se Israele avrà il coraggio di concludere la pace con i responsabili palestinesi della Cisgiordania, alla fine seguirà anche quella con Gaza. Ma, lo ripeto, il primo passo deve essere un immediato cessate il fuoco con Hamas, accompagnato dal raddoppio degli sforzi per giungere all’intesa con l’Autorità palestinese. L’alternativa è semplicemente troppo orribile per essere presa in considerazione.

 

L'intelligence e le difficoltà di Hamas – Guido Olimpio

L'offensiva israeliana “Piombo fuso” è entrata nel terzo giorno e sembrano evidenti i segnali di una possibile azione di terra. Anzi, secondo il sito “Debka”, team di forze speciali sono già all'opera in territorio palestinese. È probabile che stiano aprendo dei "corridoi" per favorire l'avanzata dei corazzati. Il comando israeliano teme, infatti, che Hamas abbia costruito bunker e trappole. La creazione di una "zona di guerra" al confine tra Israele e Gaza terrà poi lontano i giornalisti e questo proteggerà ancora di più i movimenti dei blindati israeliani. Chiusi nella gabbia di Gaza, i palestinesi si sono affidati spesso ai tg per capire quello che succedeva all'esterno. Ora devono cercare di intuire – mentre sono sotto tiro costante - quello che potrà accadere. HAMAS - Dopo tre giorni di attacchi, è possibile indicare alcuni aspetti. Hamas è ancora in grado di lanciare razzi – una ventina nella mattinata di oggi – ma il volume di fuoco è ridotto. In base alle valutazioni dei militari ci si aspettava dai 100 ai 300 ordigni al giorno. Se ciò non è avvenuto vi possono essere due spiegazioni: un buon numero di missili, specie quelli con il raggio più lungo, sono stati distrutti; Hamas forse vuole mantenere una riserva strategica per dare l’idea di essere comunque capace di rispondere. Ancora. Il movimento islamico non è riuscito, per ora, ad innescare le bombe umane, i kamikaze. Le contromisure israeliane hanno evidentemente funzionato. È’ possibile anche che i palestinesi stiano cercando di farli uscire da Gaza verso l'Egitto e da qui poi farli proseguire verso Israele. Un percorso tortuoso e che richiede tempo. L'alternativa è quella di usare elementi provenienti dalla Cisgiordania. Il Muro e i controlli hanno fatto fino ad oggi buona guardia. IL RUOLO DEGLI 007 - E’ evidente che la meticolosa preparazione israeliana, resa possibile da una stretta cooperazione 007-soldati, avrebbe permesso di neutralizzare una fetta consistente dell'apparato militare palestinese. Gli 007 erano bene informati ed hanno fornito dati essenziali all’aviazione. Un mix di “humint” – attività di intelligence affidata agli uomini – e tecnologia, le bombe usate per distruggere i rifugi. Un giudizio complessivo sul lavoro delle spie potrà essere fatto solo dopo un'eventuale incursione terrestre che misurerà la capacità di resistenza palestinese. I TUNNEL - Gli israeliani sostengono, infine, di aver distrutto una quarantina di tunnel usati da Hamas per far affluire rifornimenti dall’Egitto. Se l'affermazione è veritiera vuol dire che anche in questo “settore” l’intelligence ha potuto ricostruire una mappa precisa.

 

L’opportunità persa - Piero Ostellino

Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Ariel Sharon aveva offerto ai palestinesi un’opportunità. Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L'opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa. Le premesse della crisi stavano nell’eventualità di un acuirsi della divisione fra integralisti, contrari a soluzioni di pace, movimento palestinese moderato e governi islamici favorevoli. La crisi di questi giorni conferma che, fra le due prospettive, a prevalere è stata la seconda. Ancora una volta sono state le divisioni all'interno del movimento palestinese e, in parte, dello stesso mondo arabo a prevalere, riaccendendo il conflitto. Con il lancio di missili da parte di Hamas contro le popolazioni israeliane limitrofe, cui ha fatto seguito l'inevitabile reazione di Israele. Il successo di Hamas nelle elezioni per l'amministrazione di Gaza, nel gennaio 2006; la rottura, nel giugno 2007, dell'accordo con Al Fatah, raggiunto solo poco più di tre mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, ne erano state le avvisaglie. C'è un convitato di pietra che blocca ogni possibilità di pace. È l'Iran. Che sostiene il rivendicazionismo di Hamas; che, con la sua corsa all'armamento atomico, inquieta Israele, l'Occidente e pressoché l'intero mondo arabo, dall’Arabia Saudita—promotrice, nel marzo 2002, dell’iniziativa Arab Peace e fallita nel 2007 — all'Egitto, alla Giordania. Forse non è superfluo ricordare che l'articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad; che all'articolo 13 si invoca la guerra santa; che il nazionalismo del movimento affonda le sue radici nell’interpretazione di Teheran della religione. La maggioranza del mondo arabo è per la pace. Lo testimoniano — al di là delle condanne di rito di Israele e delle manifestazioni di piazza—le reazioni alla crisi di Fatah. Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, ha ricordato di aver implorato Hamas a non rompere il cessate il fuoco. L'Egitto fa trapelare che esiste un piano Iran-Hamas-Fratelli musulmani per creare disordini in Palestina e nel suo territorio. Tacciono la Giordania, l'Arabia Saudita, i palestinesi della West Bank. L'attacco israeliano—invece di ricompattarlo contro Israele, come vuole una tesi propagandistica anti israeliana — ha rinsaldato il mondo arabo contro Hamas e l'Iran. È un ulteriore segno che Ariel Sharon aveva visto bene.

 

Le poltrone libere per i politici bocciati – Sergio Rizzo

Aspiravano a un seggio di palazzo Madama. Si dovranno accontentare invece del regalo di Natale: un poltrona in una società di Stato. Il 18 dicembre Mauro Mainardi, imprenditore con un debole per il Popolo della libertà, e Paolo Dalla Vecchia, avvocato, esponente di Alleanza nazionale, che già aveva tentato invano nel 1995 di conquistare la Provincia di Venezia, sono entrati nel consiglio di amministrazione di Arcus, società dei Beni culturali e delle infrastrutture. Entrambi accomunati dal medesimo destino. Candidati al Senato in Veneto, rispettivamente al decimo e al tredicesimo posto, per un soffio non ce l'hanno fatta. Ma ora potranno mettere la loro passione, congiunta, al servizio dell'arte e della cultura. Esattamente come Giacomo de Ghislanzoni, già parlamentare di Forza Italia, ex presidente della Commissione agricoltura della Camera: anche lui nominato nel consiglio di Arcus, su designazione del ministero dell'Economia. Se queste saranno state le scelte giuste lo dirà il tempo. Ma quel che è certo è che grazie ai politici la vita di Arcus è stata finora abbastanza tormentata. Prima le dimissioni in massa del consiglio, al tempo del ministro dei Beni culturali Rocco Buttiglione. Poi il commissariamento, affidato al consigliere giuridico dell'ex ministro della Margherita Francesco Rutelli. Quindi un nuovo commissario (Arnaldo Sciarelli), che si dichiarò subito «un vecchio socialista iscritto ai Ds e tra i più grandi sostenitori del Partito democratico». Ancora un terzo commissario nominato da Bondi, e infine un nuovo consiglio di amministrazione: per metà composto da politici della nuova maggioranza. Poteva andare diversamente? Poteva, se il ragionevole appello che aveva lanciato l'ex presidente della Confindustria Luca Cordero di Montezemolo quando ancora governava Romano Prodi («abbiamo o no il diritto di dire basta alle cariche pubbliche che con i soldi dei contribuenti fanno da discarica dei politici trombati?») non fosse caduto anche questa volta nel vuoto. Con una differenza: che nella «discarica» non finiscono più soltanto i politici «trombati», cioè quelli rimasti senza un posto. Vero è che nel consiglio dell'Ipi, l'istituto di promozione industriale controllato dal ministero dello Sviluppo, si è trovata una poltrona per l'ex deputato di Forza Italia Giovanni Marras, insieme a Marco Claudio Lupi, consigliere leghista del Comune di Sanremo (nella roccaforte elettorale del ministro Claudio Scajola), e all'imprenditrice Luisa Todini, un tempo parlamentare europea di Forza Italia. Come è vero che Antonio Martusciello, già potentissimo luogotenente di Berlusconi in Campania, attualmente privo di seggio parlamentare è stato prontamente recapitato alla presidenza di Mistral Air. Cos'è? Una compagnia aerea fondata nel 1981 da Bud Spencer, ma ora posseduta dalle Poste italiane, che assiste fra l'altro l'Opera romana pellegrinaggi nei collegamenti con Lourdes, Santiago de Compostela, Chestochowa... E sia. Ma perché Martusciello? Domanda, si badi bene, che potrebbe essere rivolta in moltissimi altri casi. Per esempio: perché nel consiglio di amministrazione della Tirrenia, compagnia di navigazione con base a Napoli, è stato nominato Giuseppe Venturini, ex consigliere regionale della Dc, oggi esponente di Forza Italia, veronese e presidente della società che gestisce gli immobili del Comune di Verona? Interrogativo ovviamente destinato, come il precedente, a restare senza una risposta plausibile. Caso destinato probabilmente a fare scuola è poi quello di Dario Galli. Senatore della Lega Nord per tre legislature, quest'anno ha deciso di cambiare aria. Lo scorso aprile si è presentato alle elezioni provinciali varesine e ha preso più del 64% dei voti. Nominato presidente della Provincia di Varese, questo non gli ha impedito, nemmeno due mesi più tardi, di avere l'incarico di consigliere di amministrazione della Finmeccanica, società controllata dal Tesoro e, dettaglio non trascurabile, quotata in Borsa. Altro che «trombato». Nessuno griderà allo scandalo: fra i consiglieri della Finmeccanica resiste anche un politico di lunghissimo corso come l'ex senatore democristiano Franco Bonferroni, all'epoca del Caf luogotenente di Arnaldo Forlani in Emilia. Ma, a differenza di Bonferroni, si dà il caso che il pur competente Galli (ha lavorato all'Aermacchi di Varese) sia un politico che ricopre un incarico istituzionale. Nemmeno di secondo piano. Il bello è che non è neanche l'unico. Da segnalare, all'Eni, la nomina di Paolo Marchioni, capogruppo della Lega nel consiglio provinciale di Verbano Cusio Ossola. Prima di lui, a rappresentare la Lega nel consiglio della compagnia petrolifera pubblica, c'era addirittura un senatore in carica (Dario Fruscio). All'Enel il Carroccio si è ritenuto soddisfatto, si fa per dire, con un posto assegnato a un consigliere comunale di Busto Arsizio: Gianfranco Tosi. Alle Poste, invece, è stato confermato il solito ex parlamentare della Lega Mauro Michielon, accanto all'ex sindaco forzista di Monza, Roberto Colombo. Non che il centrosinistra non abbia avuto il suo. Sulla presidenza delle Poste è planato Giovanni Ialongo, già segretario dei postali della Cisl. Sindacato che ha così coronato il sogno di entrare nella stanza dei bottoni. Scavalcando d'un balzo la barricata. Ialongo non è un politico di mestiere, ma la sua fede nel Partito democratico non è in discussione, come neppure il suo legame con l'ex presidente del Senato Franco Marini. Nemmeno Antonio Mastrapasqua, che ha un carnet di mezzo centinaio di incarichi, molti dei quali in società pubbliche, è un politico di professione. Ma se il governo l'ha spedito al vertice dell'Inps, ente previdenziale lottizzato per definizione, un motivo ci sarà pure. Anche se, dal punto di vista puramente estetico, fa forse più impressione la nomina al vertice dell'Inpdap, l'Istituto di previdenza dei dipendenti pubblici, di Paolo Crescimbeni: coordinatore regionale di Alleanza nazionale in Umbria, aveva inutilmente tentato la strada del Senato sia nel 2001 che nel 2006. Per due legislature ha avuto invece un seggio in Parlamento, nei banchi della Lega Nord, Marco Fabio Sartori, ora al vertice dell'Inail. Naturalmente ogni storia è diversa. Così la qualità, le competenze e le motivazioni delle persone. In qualche caso certe decisioni sono perfino inevitabili. Come sorprendersi, per citare un caso, del fatto che il nuovo ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, abbia nominato direttore dell'Agenzia per i giovani, dove Giovanna Melandri aveva collocato l'ulivista Luca Bergamo, il vicepresidente di Azione giovani (l'ex Fronte della gioventù), Paolo Di Caro? Ma si possono trovare tutte le giustificazioni: resta il fatto che la politica non ha smesso di penetrare anche nei gangli più remoti degli enti pubblici, delle società statali, delle municipalizzate. Talvolta pure quando meno te l'aspetti. La società Stretto di Messina, per esempio. Mentre il governo di Romano Prodi avrebbe voluto spazzarla via insieme al ponte, quello di Silvio Berlusconi, che il ponte vuole rilanciarlo, ha deciso di irrobustirla. Con un paio di nuovi e «pesanti» consiglieri di amministrazione. Il primo è l'ex parlamentare di Alleanza nazionale Guglielmo Rositani, settant'anni di Varapodio, in provincia di Reggio Calabria. Il secondo è nientemeno che il palermitano Antonio Pappalardo. Ex ufficiale del Cocer dei Carabinieri, è stato protagonista di un tumultuoso percorso politico che l'ha portato nel 1992 in Parlamento con il Partito socialdemocratico, quindi sottosegretario alle Finanze nel governo di Carlo Azeglio Ciampi, poi capolista al Comune di Roma contro Rutelli, in seguito nel Patto di Mario Segni, in Alleanza nazionale e di nuovo nei Carabinieri. Prima di fondare il movimento Popolari europei, fare l'occhiolino a Sergio D'Antoni e Antonio Di Pietro, candidarsi al Senato con la Lega d'Azione meridionale collegata a Giancarlo Cito, ritornare al Psdi con Franco Nicolazzi, partecipare al V-day e infine aderire al Movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo. Anche in questo caso, senza riuscire a essere eletto, ma guadagnando almeno l'investitura lombardiana per la società dello Stretto. Resisterà almeno sul ponte?

 

«Così i nuovi farmaci possono prevenire le malattie» - Simona Ravizza

MILANO Il principio è lo stesso dell'Arte della Guerra del generale cinese Sun Tzu: «Per combattere un nemico bisogna innanzitutto conoscerlo bene». L'oncologo Umberto Veronesi è convinto che per mantenersi in salute è necessario soprattutto conoscere quali sono i fattori di rischio delle malattie. L'informazione va di pari passo con la prevenzione? «Vivere comporta correre dei rischi che noi non siamo in grado di eliminare, ma che possiamo quantificare per proteggerci». Quali, allora, i comportamenti da adottare per cercare di non ammalarsi? «Per la medicina moderna è proprio la prevenzione, legata a doppio filo alla conoscenza, lo strumento più efficace a disposizione di ognuno di noi per ridurre l'incidenza delle malattie e la mortalità». Ciascuno, insomma, deve capire che è artefice almeno in parte del proprio destino. «Guidare un'auto comporta un rischio di incidente stradale, ma se indossiamo le cinture di sicurezza le probabilità individuali di subire un trauma diminuiscono. Così vale anche nella lotta alle malattie». È un richiamo all'autoresponsabilità? «La prevenzione sposta il carico della protezione della salute dalla società (attraverso i medici e gli ospedali) all'individuo». Ma qual è il compito dello Stato? Che cosa deve fare per tutelare la salute dei suoi cittadini? «Rimane saldamente nelle mani della società la responsabilità di creare conoscenza. La partecipazione dei cittadini alla difesa del proprio benessere non può e non deve essere un alibi per la latitanza della comunità ». Il ruolo dei medici? «A noi spetta il compito di informare e sensibilizzare i pazienti perché possano liberamente e consapevolmente scegliere comportamenti che riducano le probabilità di ammalarsi ». L'informazione, però, da sola non basta. «È necessario, poi, proporre programmi di prevenzione a cui i cittadini informati possano decidere di aderire». In concreto? «Vanno in questa direzione, in campo oncologico, il programma di vaccinazione contro il tumore del collo dell'utero nelle adolescenti, le Tac spirali per i forti fumatori per la scoperta tempestiva del tumore ai polmoni, la strategia mortalità zero per il cancro del seno con un'informazione capillare alle donne sugli esami salvavita per ogni fascia d'età». La ricerca, indispensabile per le cure, è utile anche per la prevenzione? «Grazie alle nuove conoscenze informatiche gli esami basati sulla diagnostica per immagini hanno raggiunto livelli di precisione molto avanzata. Ciò è importante per risalire sempre più indietro nel processo di formazione delle malattie». Prendere farmaci può servire a tenere lontane le malattie? «Oggi si sta diffondendo la farmacoprevenzione. I ricercatori stanno studiando principi attivi in grado di impedire sul nascere lo sviluppo di malattie. Per lo più sono derivati di vitamine e altre sostanze naturali. Prima di prendere qualsiasi medicina, però, è meglio parlarne con il proprio medico». Per quali patologie sono consigliate? «Vengono già impiegate nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Ora progressivamente sono somministrate anche in oncologia. Sono già utilizzate molecole che proteggono dal manifestarsi del cancro del seno e sono in cantiere nuove sostanze per il tumore della prostata (come il Bicatulamide) e per quello del colon».

 

Repubblica – 29.12.08

 

Una trincea per Obama - BERNARDO VALLI

È proprio in questi giorni, anzi in queste ore, che i negoziati israelo-palestinesi più auspicati che annunciati dalla conferenza di Annapolis, organizzata da George W. Bush nel novembre 2007, avrebbero dovuto dare i primi frutti. È con un misto di sarcasmo e di collera che uno ricorda l'ultimo degli innumerevoli tentativi falliti di gettare le basi per una pace in Medio Oriente. Il fallimento di quei negoziati (in realtà mai cominciati) è adesso celebrato nel sangue. L'iniziativa lanciata con solennità dal presidente degli Stati Uniti nascondeva un bluff di cui tutti erano consapevoli, ben sapendo in cuor loro i presenti alla cerimonia di Annapolis (americani, arabi, palestinesi compresi, e israeliani) che non era consentita alcuna speranza. I due campi a confronto erano, e sono, frantumati al loro interno: vale a dire divisi in fazioni o partiti in aperta concorrenza e quindi incapaci di affrontare compatti un negoziato. È da questo dato che bisogna partire per capire come si è giunti al massacro cominciato sabato e ancora in corso. Il conflitto israelo-palestinese, uno dei più dolorosi della nostra epoca, è anche il più complesso. Va ben oltre il braccio di ferro tra due popoli che si contendono la stessa terra. Lo complicano le religioni, le culture, le opposte interpretazioni di fatti storici. "Due versioni divergenti della stessa storia" dice Elie Bernavi. Per tutto questo la terra tre volte santa suscita passioni roventi nei più remoti angoli del Pianeta. Ma adesso, dopo decenni di estenuanti tentativi, e di finte illusioni, è morta l'idea secondo la quale negoziati bilaterali tra israeliani e palestinesi potrebbero sfociare da soli in un accordo finale. È morta, o ibernata, perché le situazioni politiche in Israele e in Palestina non conoscono né l'una né l'altra la coerenza e la coesione indispensabili. L'obiettivo ideale di due Stati sopravvive, non può sparire, ma la sua realizzazione è affidata a eventi che è impossibile immaginare. O a forze depositarie di saggezza e di mezzi che non si sono ancora manifestate. Gli Stati Uniti hanno finora deluso. George W. Bush non è stato il solo a sottrarsi al compito. La soluzione dei due Stati resta, come un miraggio. In campo palestinese il movimento nazionale vive le lacerazioni interne più profonde da quando Yasser Arafat ne prese le redini più di quarant'anni fa. L'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), una volta rappresentante unico e legittimo del suo popolo, dispone di scarso prestigio. Con la nascita e l'affermazione della corrente islamica incarnata da Hamas (vincitrice delle ultime elezioni) l'autorità dell'Olp è largamente contestata. Il suo principale movimento, il laico Al Fatah, un tempo ritenuto la principale forza riformatrice (ma anche la più corrotta e per questo sconfitta alle ultime elezioni), è in preda a lotte intestine, inasprite dalla secessione di Gaza, sotto il controllo di Hamas dal giugno 2007. La tenzone tra Hamas e Al Fatah è aperta e spietata, nonostante i tentativi di mediazione, in particolare attraverso personaggi egiziani. La decisione di Hamas di rompere la tregua e di intensificare i tiri di missili artigianali sui vicini territori israeliani tendeva con tutta probabilità a convincere il governo di Gerusalemme ad attenuare il rigore del blocco decretato nel gennaio scorso. Comunque a smuovere una situazione divenuta insostenibile per il milione e mezzo di uomini e donne ingabbiati a Gaza. Se questo era il calcolo si è rivelato sbagliato. Un altro obiettivo ben visibile era ed è di creare all'interno del campo palestinese una forte opposizione ad Abu Mazen, leader di Al Fatah e presidente dell'Autorità Palestinese installata a Ramallah, in Cisgiordania, il cui mandato scade nei prossimi giorni di gennaio. La repressione su Gaza accende gli animi della popolazione di Cisgiordania, occupata dall'esercito israeliano e amministrata dall'Autorità palestinese. E fa apparire Abu Mazen, in buoni rapporti col governo di Gerusalemme, un collaborazionista. Giusta o ingiusta, l'accusa rischia di funzionare. Ecco la prova, dicono i suoi avversari: se l'esercito israeliano dovesse nelle prossime ore o giorni mettere fine con la forza alla secessione di Gaza, l'Autorità Palestinese di Abu Mazen si accoderebbe e ritornerebbe al seguito degli occupanti. L'instabilità cronica del sistema politico israeliano costituisce l'altro versante della paralisi quasi strutturale. I governi di Gerusalemme arrivano di rado alla fine dei loro mandati e quindi dei loro progetti riguardanti i rapporti con i palestinesi. Il caso estremo è l'assassinio nel novembre 1995 del primo ministro Yitzhak Rabin, promotore degli accordi di Oslo, che riconobbero per la prima volta un'autonomia palestinese. Il caso più recente sono le dimissioni di Ehud Olmert, in seguito ad accuse di corruzione, il quale resta primo ministro in esercizio fino alle elezioni anticipate del 10 febbraio. La nascita di coalizioni in cui i piccoli partiti possono dettar legge, rende i governi terribilmente fragili. Inoltre l'enorme squilibrio militare, che separa Israele dai suoi avversari, è un'arma a doppio taglio. Dà fiducia ma non spinge al compromesso, che, come dice Amos Oz, è un elemento essenziale dell'esistenza umana. I militari sono i garanti della sicurezza e la sicurezza chiede il rispetto del vecchio principio del "muro di ferro", da opporre ai nemici per disilluderli dall'idea di poter piegare Israele. L'influenza dei coloni installati nei territori occupati costituisce un ulteriore ostacolo. Donna stimata ed equilibrata, Tzipi Livni, attuale ministro degli Esteri, è candidata primo ministro del suo partito (Kadima) alle elezioni di febbraio. Se lei e il ministro della difesa Ehud Barak avessero dato, o dessero, prova di debolezza rischierebbero di perdere la gara con Benjamin Netanyahu, che corre per il Likud, il partito dei falchi. Ma il calendario ricorda un altro appuntamento di grande importanza: l'ingresso alla Casa Bianca, il 20 gennaio, del nuovo presidente. Non si poteva riservare a Barack Obama, come cerimonia inaugurale del suo mandato, il bagno di sangue di Gaza. La repressione israeliana è stata comunque approvata in anticipo dallo stesso Obama. Durante la visita in Israele, nel luglio scorso, egli disse infatti: "Se qualcuno lancia dei missili sulla mia casa dove la notte dormono le mie due figlie, io faccio qualsiasi cosa per fermarlo". Tra le priorità di Obama (oltre la crisi economica, l'Iraq e l'Afghanistan) c'è adesso anche il conflitto israelo-palestinese, che sembrava relegato nell'ombra. E spetta proprio al presidente degli Stati Uniti, di cui Israele è il principale alleato in Medio Oriente, ed anche qualcosa di più, riproporre, anzi imporre, l'idea di un vero dialogo tra palestinesi e israeliani. Idea per ora morta o ibernata. La difficoltà per Obama, come per i suoi predecessori, anche democratici, consisterà nel sapere e potere essere un arbitro deciso e imparziale.

 

I tank alle porte di Gaza, pronto l'attacco di terra - MARCO ANSALDO

Gaza brucia. L'odore delle cento tonnellate di bombe cadute dal cielo negli ultimi due giorni arriva fin qui, a pochi metri dalle porte della Striscia, sigillata da Israele e completamente impermeabile a ogni ingresso. L'Operazione "Piombo fuso" va avanti, e prepara adesso il nuovo scenario: l'intervento di terra. Al valico di Erez, mimetizzati a fatica dietro una boscaglia rada, grossi carri armati attendono acquattati come animali pronti a destarsi all'improvviso dal letargo. Con la luce dell'alba sono comparsi all'orizzonte, muovendo la scenografia statica del confine. Dalle retrovie ne sono apparsi altri, con i soldati che saltavano giù dalla torretta e si abbracciavano. Gerusalemme ha richiamato i riservisti: 6500. Non si aspettavano di essere allertati di sabato, il giorno sacro per gli ebrei. Alcuni riposavano dal lavoro, o pensavano di fare una gita. Nel giro di un'ora hanno messo la divisa in un sacco, baciato la moglie, e adesso stanno per arrivare. Ehud Barak, il soldato più decorato d'Israele oggi a capo di quella perfetta macchina da guerra che sono le sue Forze armate, lo ha detto chiaramente: "Le operazioni potrebbero essere ampliate e approfondite, secondo le necessità". Tradotto dal linguaggio della burocrazia: siamo pronti a far seguire ai raid aerei un intervento con le truppe di terra. Adesso la Striscia è saldata su ogni lato, tranne che dal mare. Lungo questi quarantacinque chilometri di lunghezza per i poco più di dieci di larghezza, Barak ha dispiegato in un lampo l'unità dei paracadutisti e i soldati della Brigata Golani, due fra le migliori e più efficienti strutture per l'attacco terrestre. I giovani soldati sembrano far festa attorno al fuoco che accendono per riscaldarsi. Il morale è alto. Il rancio abbondante. Tutt'altra cosa rispetto alla fame patita e alla mancanza di carburante per la gente di Gaza, al di là dell'inferriata. "Per ora - dice uno scalpitante sottufficiale - non abbiamo nessun ordine di entrare. Ma siamo assolutamente pronti a farlo". I tonfi sordi dei bombardamenti continuano ad arrivare, assieme alle zaffate di piombo. "L'aviazione - gracchia da una tenda la radio militare - ha raggiunto 240 obiettivi in due giorni". I morti dell'offensiva israeliana, dicono fonti mediche palestinesi, sono saliti ormai a quota 300. L'attacco si è esteso a sud, al valico di Rafah, spezzando i tunnel che collegano la Striscia al Sinai egiziano. Vitali per la gente di Gaza. Perché da lì giungono, in regime di contrabbando, da un anno e mezzo - cioè da quando vigono il blocco e l'embargo del territorio in mano al movimento islamico - gli aiuti, il cibo e il petrolio necessari a vivere e scaldarsi. I raid hanno colpito quaranta gallerie, su un totale di qualche centinaia, attive sottoterra. E in serata secondo Hamas i caccia avrebbero colpito l'università islamica. Hamas non è stata a guardare la seconda giornata di bombe piovute dal cielo. Dopo i proclami e i propositi di vendetta, ieri ha sparato una ventina di missili, i Grad da 122 millimetri - equivalenti ai Katyusha e più potenti rispetto ai vecchi e sfiatati Qassam - dotati quindi di una gittata più lunga. Fino a 40 chilometri. Abbastanza per raggiungere la città di Ashdod, colpita due volte. E per minacciare così, oltre alla già vessata Sderot, anche Ashkelon. Mai nessun razzo si era spinto così in profondità in territorio israeliano. I razzi non hanno fatto vittime, dopo che sabato un uomo era stato ucciso. Ma il Comando delle retrovie ha adottato subito misure speciali per difendere la popolazione civile di Beer Sheva, il centro principale del Negev, dove vivono 200 mila persone. L'offensiva non è ancora terminata, e gli esperti di cose militari già tirano le prime somme. Un piano perfetto, dicono, finora. "Piombo fuso" ha spazzato via una quarantina di strutture di Hamas - oltre a diverse vittime civili - nel giro di 3 minuti. Un attacco molto simile all'Operazione "Shock and awe" lanciata nel 2003 dagli americani in Iraq. Come gli Usa a Bagdad, infatti, gli israeliani hanno bombardato simultaneamente un numero congruo di obiettivi, individuati per tempo dall'intelligence. Da consumato stratega, Barak aveva dato disposizioni di preparare l'intervento sei mesi fa, quando i diplomatici stavano ancora negoziando il cessate il fuoco con Hamas. E il movimento integralista islamico è stato preso di sorpresa. L'offensiva si è poi sviluppata grazie a una sottile campagna di disinformazione. Quando venerdì il ministro della Difesa ha fatto aprire la frontiera con la Striscia, nessuno pensava a un attacco imminente. Lo stesso quando è stata diffusa la notizia di una riunione di governo dell'ultimo minuto, convocata dal premier Olmert per domenica, adombrando un possibile spiraglio per una nuova tregua. Alcuni, a quel punto, si aspettavano l'attacco non prima di lunedì, quantomeno. I raid sono invece partiti sabato, giornata di festa in Israele. Dettagli che deliziano i palati machiavellici, ma che indispongono gli altri. Le feste di Natale avevano conosciuto fin qui un record di afflussi, dopo anni di magra. Ora gli alberghi di Israele e Palestina, zeppi il 25 e carichi di prenotazioni per il veglione di Capodanno, ricevono continui ordini di cancellazioni.

 

Gaza, l'inferno nella scuola. Quei sogni spezzati degli studenti

FRANCESCA CAFERRI

Diventare falegname, aiuto farmacista, tecnico dell'elettricità. Avevano sogni forse piccoli ma reali, gli otto ragazzi che sono morti sabato durante uno dei primi raid israeliani su Gaza. Come migliaia di coetanei erano a scuola, un istituto professionale gestito dalle Nazioni Unite, quando sono cadute le prime bombe. Terrorizzati, sono fuggiti dall'edificio, solo per essere colpiti nel cortile, che dista 200 metri dall'edificio dove ha sede il governo di Hamas, obiettivo dell'attacco. Altri venti loro compagni sono stati feriti: alcuni sono in gravi condizioni. La storia dei ragazzi del Gaza Training Center è diventata uno dei simboli della tragedia che si vive nella Striscia. "Avevano tutti 17 o 18 anni - racconta Sami Mshasha, funzionario dell'Unrwa, l'agenzia Onu che si occupa dei palestinesi e che gestisce l'istituto - erano lì per imparare un mestiere, per non restare in strada. La fine che hanno fatto è orribile". Quando la bomba ha colpito la scuola molti studenti sono riusciti a ripararsi: per quelli più vicini al palazzo del governo però non c'è stato scampo: "Le nostre guardie hanno cercato di tirarli fuori, ma era impossibile - prosegue il funzionario - è stato difficile anche far arrivare le ambulanze in quel caos. C'erano genitori che urlavano, altri che arrivavano di corsa a cercare i loro ragazzi. Abbiamo chiesto ufficialmente che il governo israeliano apra un'inchiesta, perché questo per noi dimostra che l'operazione non è stata affatto chirurgica come dicono. Ma oggi non possiamo evitare di farci delle domande: forse avremmo dovuto tenere le scuole chiuse quel giorno. C'era molta tensione. Magari abbiamo sbagliato noi. Ed ora è troppo tardi". I dubbi di Mshasha sono condivisi da molti, nella Striscia: quando gli attacchi israeliani sono cominciati, sabato mattina, molte scuole erano nel pieno delle lezioni. In quelle con il doppio turno la prima rotazione stava terminando e la seconda iniziando. Per questo le bombe hanno sorpreso tanti bambini fuori casa o nelle aule, e tanti genitori in strada mentre correvano per andare a prendere i figli. Sul quotidiano Haaretz Hamira Hass, la giornalista israeliana che meglio conosce Gaza, ha raccontato ieri le storie di padri e madri stretti fra l'angoscia per i bombardamenti e quella per il destino dei figli. "Sono arrivato alla scuola di mia figlia e mi sono trovato di fronte centinaia di ragazzine che scappavano urlando. Ero il primo adulto che arrivava lì. Si sono strette intorno a me piangendo", le dice un genitore, Abu Muhammad. La maestra, Umm Salah, racconta come abbia dovuto portare soccorso ai bambini della sua classe feriti dai vetri rotti. Solo dopo è potuta correre alla ricerca dei suoi figli: "Alcuni dei miei alunni hanno iniziato a piangere. Altri sono rimasti in silenzio, paralizzati". Uno dei figli dell'insegnante era in strada quando la madre l'ha trovato. Il maggiore si era già rifugiato a casa, accolto da una nonna terrorizzata. "Ho pensato di accendere la tv per calmarli, ma poi ho visto le immagini. L'ho spenta e li ho mandati a fare i compiti". Mshasha teme che ricordi come questi segneranno in maniera indelebile gli allievi non soltanto dell'istituto professionale Unrwa, ma anche delle altre scuole. "Negli ultimi mesi abbiamo riscontrato un tasso di attenzione molto minore. I ragazzi arrivavano a scuola affamati, perché a casa non c'era nulla da mangiare. O depressi, perché non vedevano futuro e capivano che anche i genitori non possono far nulla per loro. Abbiamo riattivato le mense, e creato servizi di assistenza psicologica. Ma di fronte a una strage così, o di fronte alla morte dei tuoi compagni di banco con che spirito potranno tornare?". Una domanda che riguarda migliaia di allievi. L'Unrwa gestisce il principale sistema educativo di Gaza: 200mila studenti, 9000 insegnanti e 240 edifici scolastici su cui si basa di fatto l'accesso all'istruzione di un'intera generazione di bambini e ragazzi palestinesi. "Spero che torneranno. Anche perché non hanno altro", conclude il funzionario.

 

Adozioni ormai impossibili. Trova casa un bimbo su cinque

MARIA NOVELLA DE LUCA

Nelle cancellerie dei tribunali per i minori la fila si allunga e la montagna cresce. Pratica su pratica, storia su storia, documenti su documenti. Quindicimila domande di adozione nel 2005, sedicimila nel 2006 ventimila, un numero enorme nel 2007, ancora di più nel 2008, l'anno che sta per chiudersi. Ventimila richieste, poco più di quattromila i piccoli adottati. La statistica è di uno a cinque, per gli altri ciò che resta è attesa, desiderio, sogno mancato: pochi ce la fanno, i più rinunciano, sconfitti da un intrico di lentezze burocratiche, attese infinite, Paesi che d'un tratto chiudono le frontiere, enti inaffidabili, accordi bilaterali inesistenti, politica estera pigra, leggi da riscrivere. Nell'Italia delle "nuove famiglie", dove i figli arrivano da un altrove a volte lontano e a volte vicinissimo,occuparsi di adozioni sia nazionali che internazionali vuol dire fare un viaggio in un paradosso, dove il bisogno e l'offerta d'amore sembrano non potersi incontrare, un incredibile serbatoio affettivo viene buttato via, e il nostro Paese da questo osservatorio appare come una nazione bloccata, non "competitiva all'esterno e ferma all'interno. Soltanto un bimbo su cinque, nel 2007, ha trovato genitori, amore e casa, e soltanto una coppia su cinque è riuscita ad abbracciare un nuovo figlio. Per ventidue bambine cinesi che all'inizio del 2009 entreranno, felicemente, nel nostro Paese, ci sono 600 minori bielorussi bloccati nei loro internat. Può accadere infatti, ed è già accaduto con la Romania, che nel percorso a ostacoli dell'adozione quel bimbo già conosciuto e di certo già amato, d'un tratto diventi ostaggio di giochi politici, di prove di forza tra Paesi, e il suo destino resti impigliato nel futuro "senza", nell'avvenire spesso opaco di chi cresce senza mamma e papà. Eppure in gran parte del mondo gli orfanotrofi sono pieni, i numeri dell'infanzia abbandonata crescono, e anche in Italia esiste un congruo numero di minori in istituto dichiarati "non adottabili" in base alle norme attuali, ma che di certo avrebbero bisogno di una famiglia. Ventiseimila bambini e ragazzi, secondo le statistiche dell'Istituto degli Innocenti di Firenze,massimo organo di osservazione dell'infanzia in Italia. Per la gran parte di loro però il futuro ha il colore grigio dell'incertezza: la legge sulle adozioni privilegia come principio il "legame di sangue" con la famiglia di origine, per quanto dissestata essa sia. Così a volte, accusano molte associazioni che chiedono la revisione della legge, bastano le sporadiche visite di un parente, e i tempi distratti della giustizia, perché un minore resti sine die in una casa famiglia, senza che possa essere dichiarato lo stato di abbandono che porta all'adottabilità. Ricordando però che in questo numero,forse sottostimato, ci sono anche i "figli" che nessuno vuole: bimbi portatori di handicap, ragazzi e ragazze più grandi con storie pesanti, amare, difficili. E il futuro sarà peggiore: aumenteranno le domande, diminuiranno i bambini. Milena Santerini è ordinario di Pedagogia generale all'università Cattolica di Milano e responsabile delle adozioni in Asia per la Comunità di Sant'Egidio. "Il blocco c'è, è inutile negarlo, e i fattori che lo hanno determinato sono molteplici. Da una parte c'è l'enorme aumento delle domande, che corre in parallelo alla crescita del problema dell'infertilità nel nostro Paese, ma è anche lo specchio di una maggiore apertura culturale verso l'adozione internazionale Dall'altra, invece, c'è una tendenza dei Paesi da cui finora sono arrivati i bambini, l'Europa dell'Est, il Sudamerica e l'Asia a chiudere le proprie frontiere". "In alcuni casi - chiarisce Santerini - perché effettivamente le condizioni di quei Paesi sono migliorate, penso alla Thailandia, all'India, dove le adozioni nazionali sono diventate una realtà. In altri casi perché, per ragioni di immagine, gli Stati cercano di nascondere quali siano le reali condizioni dell'infanzia ostacolando l'adozione". Oppure, ed è la situazione dell'Africa, a fronte di milioni di bambini affamati, non esistono i "canali" perché l'adozione si compia: tribunali per i minori, leggi, strutture. "Infatti - conclude Santerini - non credo sia utile adesso allargare i margini per poter presentare le domande di adozione, come ad esempio portare a 50 anni i limiti di età: si allargherebbe soltanto l'insoddisfazione delle coppie". A questo si aggiunge, come spiega Melita Cavallo, giudice minorile ed ex presidente della commissione adozioni internazionali, "una mancanza di politica estera che sostenga gli enti nel loro lavoro, con il risultato che altri Paesi più forti e più ricchi riescono a fare molte più adozioni". "L'Italia — aggiunge senza mezzi termini— non fa abbastanza, né in termini di progetti di solidarietà, né per sveltire le procedure italiane. Oggi, ad esempio, il percorso sia nazionale che internazionale è unico, con il risultato che i tribunali scoppiano di domande. I due iter invece dovrebbero essere differenziati, in modo che le pratiche non si sovrappongano, e si dovrebbe puntare a una maggiore professionalità dei servizi sociali. Per quanto riguarda i minori nei nostri istituti, è vero, ci sarebbero forse più bambini che potrebbero essere dati in adozione, ma il problema non è la legge, che è una buona legge perché cerca di recuperare fino in fondo il legame con i genitori biologici, tenendo conto che spesso le situazioni di disagio derivano dalla povertà. Il punto è l'applicazione della legge, spesso disattesa, e quindi i ragazzi restano lì, in attesa di una sentenza...". Ed è appunto di questo tempo "non tempo", del limbo della vita in istituto, che si è tornato a parlare con forza oggi in Italia, mentre tutto il meccanismo dell'adozione, in virtù di ombre e luci (le luci di Paesi dove le condizioni vita sono migliorate, e le ombre invece di Stati che speculano sull'infanzia abbandonata), sembra essere arrivato ad un punto di crisi profonda. "Nel 2007 - dice Raffaella Bregliosco dell'Istituto degli Innocenti - le adozioni internazionali sono state 3.420, ma gli enti segnacriteri lano un blocco più o meno da tutti i Paesi del mondo. Sono invece 981 i bambini nati nel nostro Paese diventati figli di coppie italiane, secondo le ultime statistiche. Un numero più o meno costante, mentre sono le domande che continuano a crescere, fino alle ventimila nel 2007". Bilancio che risulterà ancora più alto quando si farà il conteggio delle pratiche del 2008. Un dato a cui il sottosegretario Carlo Giovanardi, presidente della Commissione adozioni internazionali, risponde ricordando che, seppure lievemente, anche l'esercito "dei bimbi arrivati aumenta, che l'Italia nei Paesi in cui si adotta è in concorrenza con nazioni forti come la Francia o la Germania, e che qui ci muoviamo sugli stretti parametri della convenzione dell'Aja, cercando cioè di evitare ogni abuso nell'accertamento dello stato di abbandono dei minori da adottare". "I tuoi figli non sono figli tuoi/sono i figli e le figlie della vita stessa... Sono vicini a te ma non sono cosa tua... Tu sei l'arco che lancia i figli verso il domani...". Così scriveva Kahlil Gibran, poeta e pensatore arabo, con parole spesso utilizzate per descrivere il senso più alto dell'adozione, cioè dare una famiglia a un bambino. "Quello che chiediamo - dice Gabriele Felice di "Nuove Frontiere", onlus attivissima che ha iniziato a raccogliere firme di parlamentari affinché vengano rivisti i parametri della legge - è il ripensamento dei segnacriteri che portano al mantenimento o al decadimento della patria potestà". Un tema delicatissimo che però inizia a trovare qualche apertura. Francesco Paolo Occhiogrosso, presidente del tribunale dei minori di Bari, è autore della formula dell'adozione "mite", ossia la trasformazione di quegli affidi familiari dove non esiste alcun margine reale di rientro in famiglia (e sono oltre il 50%) in adozioni "speciali", in cui i ragazzi hanno dei nuovi genitori pur mantenendo legami con il nucleo d'origine. "Per superare veramente il problema dell'istituto, sarebbe necessaria una giurisdizione più ampia della Cassazione sul diritto di sangue: spesso accade invece che i tribunali minorili dichiarino l'adottabilità del minore e la Suprema Corte la revochi, riportando così il bambino in istituto, o peggio in una famiglia d'origine non adatta ad allevarlo". Sulla stessa linea lo psicologo Marco Chistolini, una lunga esperienza tra adozioni e affidi. "In Italia c'è sicuramente un numero di domande assai più ampio dei bimbi disponibili. Eppure ci sono minori che potrebbero essere adottati, e invece restano in affidi familiari sine die o in istituto. Esiste infatti a tutti i livelli, sia da parte degli operatori che dei giudici, un eccessivo garantismo sul concetto del legame di sangue. Togliere una patria potestà, così come lavorare sulla famiglia d'origine, richiede impegno, volontà, mezzi: tutte strutture di cui la giustizia minorile è drammaticamente carente". Così, nell'attesa, ragazzi e bambini restano lì, senza sapere cosa li attende, senza sapere se mai, anche a loro, spetterà il diritto ad avere una famiglia.

 

Morto Vitalone, andreottiano doc - CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - Claudio Vitalone - ex magistrato, ex parlamentare e ministro Dc, andreottiano di ferro, imputato e poi assolto per l'omicidio di Mino Pecorelli - è morto oggi a Roma, presso il policlinico di Roma Umberto I dove era stato ricoverato per problemi respiratori. Aveva 72 anni. E con lui - al di là degli esiti delle vicende giudiziarie che lo hanno visto protagonista - scompare certamente una fetta di memoria storica della Prima Repubblica. Coi suoi segreti, le sue ombre. E coi suoi misteri. Non a caso, qualsiasi ricerca col nome "Claudio Vitalone" come parola chiave - su internet, sulle agenzie di stampa, sugli archivi dei grandi quotidiani italiani - lo vede associato a una serie di vicende oscure: oltre il delitto Pecorelli ci sono il caso Calvi, i presunti legami tra una fetta della Dc e la mafia, la banda della Magliana, il rapimento e il delitto Moro. "Intelligentissimo, ma terribile", lo definiva ad esempio Roberto Calvi, secondo quanto ricordato dalla vedova Clara. Mentre lo "Squalo" Vittorio Sbardella, anche lui componente della corrente andreottiana, nel 1992 ridimensionava molto la sua importanza: "Giulio è il regista, numero dieci e capitano; io il centravanti di sfondamento; Evangelisti il libero; Pomicino un tornante che si ingarbuglia da solo. Vitalone? Un panchinaro..."". Eppure non è in politica, quanto invece in magistratura, che Vitalone comincia la sua ascesa. Nato a Reggio Calabria il 7 luglio del 1936, il giovane Claudio (legatissimo al fratello maggiore avvocato, Vilfredo, in seguito coinvolto e poi assolto in varie inchieste giudiziarie) studia giurisprudenza, e diventa pubblico ministero a Roma. Ed è nella capitale che nasce l'amicizia e il rapporto con Andreotti, che segnerà nel bene e nel male la sua vita. Un legame strett, il loro. Ecco cosa scriveva Eugenio Scalfari, in un articolo del 21 aprile 1979: "Claudio Vitalone è da anni, lo sa qualunque cronista giudiziario che eserciti a Roma la sua professione, il portavoce a palazzo di Giustizia del presidente del Consiglio". Che allora era, appunto, Andreotti. Ma facciamo un passo indietro. Nei primi anni Settanta, nel Palazzaccio della capitale, Vitalone conduce le inchieste più scottanti. Al esempio, dopo tre anni di stallo, nel 1974 rilancia l'indagine - dopo l'invio di un esposto firmato da Andreotti - sul fallito golpe del principe Junio Valerio Borghese. Sono anni difficili, quelli, per il nostro Paese: le stragi, il terrorismo rosso e nero. Giornalisti, opinionisti, esponenti dell'opposizione accusano la Procura romana di essere un "porto delle nebbie", in cui le potenziali inchieste a danno dei potenti vengono regolarmente lasciate nei cassetti. Nel 1978, il caso Moro: Vitalone è tra i primi a indagare sul rapimento del presidente Dc, insieme al suo storico "nemico" in Procura, Domenico Sica. Intanto, il fratello Vilfredo - coinvolto e poi prosciolto in un'inchiesta per truffa, e che in seguito verrà scagionato dall'accusa di aver preso soldi da Roberto Calvi - è diventato un avvocato importante, nell'ambiente degli affari romani: è legale dei fratelli Caltagirone e anche di Nino Rovelli, il petroliere coinvolto nello scandalo Sir. Ed è proprio del presunto coinvolgimento di Andreotti dell'affaire Rovelli che si occupa Mino Pecorelli, giornalista e responsabile della rivista Op. E che nel 1979 viene ucciso, mentre esce dalla sede del giornale. Poco dopo, Claudio Vitalone lascia la magistratura per la politica: viene eletto senatore, ovviamente nelle fila della Dc. E' l'inizio di una carriera parlamentare e governativa, sempre nel segno dell'amico Giulio: nel 1986 diventa vicepresidente della commissione Antimafia, poi nell'89 è sottosegretario agli Esteri (governo Andreotti), nel 1992 ministro per il Commercio nell'esecutivo guidato da Giuliano Amato. Ma è l'inizio della fine: Tangentopoli, le stragi di mafia travolgono la Prima Repubblica. E le Procure di Palermo prima, e di Perugia poi, cominciano a indagare su Andreotti. E se a Palermo alcuni testimoni parlano di incontri tra Vitalone e i fratelli Salvo, è da Perugia che arriva, per lui e per l'ex presidente del Consoglio, l'accusa più grave. I due vengono processati: secondo l'accusa, Vitalone avrebbe commissionato l'omicidio a killer vicini alla mafia e alla banda della Magliana per evitare guai all'amico Giulio. Ma, almeno per Vitalone, l'assoluzione arriva già in primo grado (confermata in via definitiva). Anche se un passaggio della sentenza parla diffusamente dei suoi rapporti con la banda della Magliana: "Uno schizzo di fango che rimarrà attaccato alla sua persona", scrivono i giudici. Dopo questa disavventura giudiziaria, Vitalone rientra nella magistratura. Nel 2005 il Csm gli rifiuta la nomina a presidente di sezione della Cassazione, ma lui ricorre al Tar e la spunta. E così ottiene la presidenza della settima sezione: carica che ha mantenuto fino alla morte.


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