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La sicurezza di Israele, eterna bugia

Repubblica – 30.12.08

 

Le cinque sorelle di Jabaliya uccise nel sonno dai missili – Marco Ansaldo

EREZ - Avevano tra i 4 e i 17 anni. Fino a due giorni fa giocavano tranquille assieme agli altri fratelli nella stanza della loro casa a Jabaliya, poco distante da Gaza City. L’altra notte un lampo le ha portate via. Tutte insieme. Per sempre. Jawaher, 4 anni, Dina, 8, Samar, 12, Ikram, 14, Tahrir, 17 anni. Se qualcuno scriverà un giorno una pagina sulla guerra fra Israele e Hamas, almeno una riga dovrebbe andare ai civili di Gaza. Come tutti i conflitti armati, ogni parte ha il suo carico di dolore e di morte. Ma la vicenda delle cinque sorelle Balusha sembra portare con sé qualcosa di particolarmente atroce. È la madre Samira, scossa dai singhiozzi, il volto ferito dalle macerie che hanno sepolto la sua abitazione, a raccontare la storia. «Ero immersa nel sonno. Il boato dell’esplosione non l’ho nemmeno sentito. A svegliarmi è stato il soffitto, che ci è piombato in testa. Mi sono trovata coperta di macerie. Con le braccia ho cercato di spostarle, per respirare un po’ d’aria. Poi sono stata fulminata dal pensiero che dovevo salvare i miei figli». Jabaliya è uno dei tanti campi profughi di cui è disseminata la Striscia. Bambini che giocano scalzi nella polvere, bevono dove possono, crescono come animali in una gabbia. Intorno ci sono decine di case distrutte o danneggiate dopo che un F16 israeliano ha colpito la vicina moschea Imad Aqel, ora in parte rovinata sull’abitazione dei Balusha. «Il mio pensiero è andato subito a Bara», la neonata di 13 giorni che dormiva accanto ai genitori. La culla si era rovesciata e ribaltandosi l’aveva protetta. «Ho messo la piccola nelle braccia di mio marito Anwar, che era ferito, e sono andata nella stanza a fianco, dove stavano tutti gli altri figli». Vista la scena, Samira è svenuta. Si è svegliata solo dopo il ricovero in ospedale. Ha chiesto delle figlie che mancavano all’appello. Qualcuno le ha detto una bugia pietosa: «Sono ferite, forse le hanno ricoverate altrove». Samira ha capito tutto. La famiglia Balusha era composta da otto figlie e un maschio, Muhammad, che dormiva nella stanza dei genitori e si è salvato. Dice la donna tra le lacrime: «Se venisse ucciso anche solo un bambino israeliano, il mondo intero si indignerebbe, e il Consiglio di sicurezza dell’Onu verrebbe riunito. Ma il sangue dei nostri bambini non conta niente per il mondo. Questo è un crimine di guerra e chi lo ha fatto dovrebbe essere portato davanti alla giustizia». Difficili anche i funerali. Il cimitero Shuhada era troppo vicino al confine con Israele, con i carri armati appena arrivati davanti, e nessuno si fidava. La scelta è andata sul campo di Beit Lahya, già strapieno per le vittime dei bombardamenti degli ultimi giorni. Avvolte nelle bandiere di Hamas, le cinque bambine sono state trasportate a spalla, con la gente che intonava slogan contro Israele e l’America. Ieri al Parlamento israeliano il ministro della Difesa, Ehud Barak, ha suscitato le ire dei deputati arabi quando ha affermato che a Gaza finora «sono rimasti uccisi circa 300 terroristi». «E i bambini? Quanti bambini palestinesi sono rimasti uccisi?», gli ha chiesto polemicamente il parlamentare Taleb a-Sana. Alla tv il ministro degli Esteri, Tzipi Livni, ha detto: «Purtroppo in guerra anche i civili pagano il prezzo». In tre giorni il massiccio bombardamento israeliano sulla striscia di Gaza ha causato 345 morti, 61 dei quali civili. Almeno 23 delle vittime sono bambini.

 

Manifesto – 30.12.08

 

La sicurezza di Israele, eterna bugia - Joseph Halevi

Il 2007 ha segnato il quarantesimo anniversario della guerra dei sei giorni, che portò alla tuttora perdurante occupazione israeliana di Gerusalemme orientale, della Cisgiordania, di Gaza e delle alture siriane del Golan. Nelle pagine dei giornali israeliani, americani e britannici più seri dedicate alla commemorazione di quell'evento sarebbe stato difficile, in tale occasione, trovare articoli che avvalorassero la tesi di una guerra iniziata da Israele per motivi di sicurezza preventiva. Una giustificazione del genere è ormai morta e sepolta, uccisa dagli stessi generali israeliani che nel 1968 smantellarono interamente l'ideologia del pericolo mortale per Israele. Basta ricordare questo fatto storico per capire come nessuna delle azioni israeliane nei territori occupati dal 1967 abbia una qualsiasi legittimità legata alla sicurezza. Invece sono tutte passibili di incriminazione per la violazione delle convenzioni di Ginevra riguardanti i diritti della popolazione civile. È infatti un crimine distruggere le case e trasformarne gli abitanti in profughi, così come è un crimine popolare forzatamente un territorio. In tale contesto storico si capisce anche come il concetto di tregua sia stato interpretato ed usato dai governi di Israele sin dalla fondazione dello Stato, quando le «tregue» del biennio 47/49 venivano usate per espellere la popolazione civile palestinese dai suoi villaggi radendoli poi al suolo. Negli avvenimenti di questi giorni la tregua tra Tel Aviv e Hamas mediata dall'Egitto circa sei mesi fa è stata formalmente rotta da un raid israeliano il 4 novembre scorso proprio perché la tregua teneva e perché Hamas aveva accentuato l'avvicinamento alla soluzione fondata su due stati originariamente formulata da Arafat. Su questo punto le analisi apparse negli ultimi due anni su Haaretz sono cruciali: ne discende che è volutamente errato presentare Hamas come un'organizzazione che non intende negoziare con Israele. Tuttavia anche all'indomani della tregua mediata dall'Egitto, Israele non ha mai rinunciato alle sue prerogative di strangolare Gaza allentando e stringendo il nodo, ogni volta in maniera più stretta, a sua discrezione. Questo gioco mortale per la popolazione civile di Gaza non si è mai interrotto rappresentando quindi una violazione sistematica dell'impegno di por termine sia alle incursioni che all'assedio. Perché Israele fa tutto ciò? Ci troviamo di fronte ad una riedizione della stessa logica della guerra del Libano del 2006 e come nel 2006 il governo Olmert conta sull'appoggio attivo degli Usa e sul sostegno europeo. Allora Tel Aviv voleva ridefinire la mappa politica del Medio Oriente in rapporto alla Siria. Oggi, come osserva Tom Segev su Haaretz del 29 dicembre, «Israele colpisce i palestinesi per impartir loro una lezione». Quindi, continua Segev, «il bombardamento di Gaza dovrebbe liquidare il regime di Hamas in linea con un altro assunto che ha guidato il movimento sionista sin dalla sua nascita: che sia possibile imporre ai palestinesi una leadership 'moderata', una leadership disposta ad abbandonare le loro aspirazioni nazionali». Esatto. Quando Olmert e Sharon cominciarono a parlare di un ritiro unilaterale da Gaza, scrivemmo sul manifesto che non si trattava di una operazione di pace. Doveva essere invece vista come una decisione volta a trasformare Gaza e la sua popolazione civile in un campo di battaglia permanente dando il via a ciò che Tanya Reinhart - già editorialista di Yedyot Ahronot e allieva di Noam Chomsky, purtroppo scomparsa recentemente, - chiamò la «strategia del lento genocidio a Gaza». Di fronte alla sua odierna materializzazione, la sofferenza dei palestinesi sottolinea la crisi della coscienza europea e di quella di sinistra in particolare: colpevole, quanto meno, di omertà.

 

La lezione dei raid - Zvi Schuldiner

Quanto più sangue scorre, quanto più odio si crea, quanto più le parti gridano vendetta, tanto più è difficile e doloroso dire basta a coloro che trascinano ancora una volta la regione in questa situazione. La leadership israeliana ripete la litania del passato: dobbiamo dargli una lezione che deve essere dolorosa, così la faranno finita con i loro leader criminali e terroristi, una lezione che li porti sulla giusta strada e a eleggere leader più adatti e democratici. Così interromperanno il terrore, capiranno che non gli conviene, che devono procedere per la retta via. La stupidità criminale di questa dottrina ha già portato a ripetute sconfitte. Ma i presunti «insegnanti» non hanno imparato nulla e continuano a disseminare dolore e morte. Quando l'aviazione israeliana ha lanciato l'attacco, il 40% degli israeliani era favorevole a un'azione a Gaza ma il 45% era contrario. Una volta iniziato l'attacco, più dell'80% è stato a favore, ma la stessa percentuale dubita che possa produrre risultati concreti. Il che vuol dire: se l'esercito israeliano entra a Gaza, ciò produrrà ingenti perdite israeliane. Quando attacca l'aviazione è una festa senza costi ma, come l'opinione pubblica sa meglio dei leader, anche senza grandi risultati. Tre elementi essenziali hanno svolto il ruolo di catalizzatori nell'attuale aggressione israeliana: il primo è legato alle imminenti elezioni israeliane. Chi può dimostrarsi debole nel momento in cui centinaia di migliaia di israeliani si trovano sotto il fuoco dei missili palestinesi? Il secondo elemento è strettamente legato al primo. I calcoli politici di Hamas sono più che problematici. L'organizzazione fondamentalista ha considerato che una reiterazione della tregua non avrebbe giocato in suo favore e non avrebbe potuto produrre risultati ulteriori. Ossia, non avrebbero potuto rafforzarlo nei confronti dell'Olp e dell'Anp presieduta da Abu Mazen. Il calcolo di Hamas è duplice e criminale: se gli israeliani faranno concessioni, dimostreranno che la strada scelta da Hamas assicura la vittoria; alternativamente se gli israeliani attaccano, questo provocherà molte vittime palestinesi, e forse israeliane, ma al contempo rafforzerà le sue posizioni. Il terzo elemento è relativamente semplice: la politica criminale del governo israeliano, appoggiato dall'opposizione israeliana di destra, non potrà terminare finché un altro gran criminale non avrà ancora lasciato la Casa bianca e permangono forti dubbi se Barack Obama avrebbe interrotto un'azione come la presente. Per caso, tutto ciò è avvenuto nel vuoto? Chiaramente no. Al posto di vacue affermazioni di orrore, è bene tenere in considerazione alcune questioni essenziali. Gaza è un'enorme prigione controllata dagli israeliani e circa un milione e mezzo di palestinesi da parecchio tempo non sa più cosa sia una vita normale. Beni alimentari, combustibili, ospedali, elettricità, oltre che lo stesso accesso alla Striscia di Gaza sono stati usati come elemento di pressione e di estorsione da parte del governo israeliano. E mentre cadono missili sul sud d'Israele, tutti dovrebbero domandarsi a cosa porta il criminale attacco israeliano. La violenza di oggi produrrà solo altra violenza e questo la rende doppiamente criminale. Peggio ancora: la violenza israeliana di questi giorni rafforzerà l'odio e gli elementi più violenti e intransigenti. I governanti israeliani sanno che le loro bugie non possono nascondere la verità essenziale, e cioè che un miglioramento della situazione passerà solo per negoziati, anche con Hamas. La comunità internazionale non può accontentarsi delle critiche moralizzanti all'attacco israeliano: deve abbandonare il paradigma dominante della «lotta al terrorismo» e tornare a una chiara diplomazia di pace, a negoziati con quanti sono oggi visti come paria senza voce, o come fantasmi violenti che bisogna sterminare.

 

L'Onu: decine di civili uccisi a Gaza - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Dovrebbe informarsi prima di parlare il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, Gordon Johndroem. Ieri ha smentito che l'operazione israeliana «Piombo fuso» - che in meno di tre giorni ha ucciso a Gaza 345 palestinesi e ne ha ferito altri 1.600 - sia finalizzata ad abbattere il potere di Hamas. Mentre a Washington Johndroem rispondeva alle domande dei giornalisti, a Gerusalemme il vice premier israeliano Haim Ramon affermava in modo fin troppo esplicito che «Il fine delle operazioni (a Gaza) è di far cadere il regime di Hamas...Noi cesseremo subito il fuoco se qualcuno si assumerà la responsabilità di governare a Gaza, chiunque, meno Hamas al quale impediremo di controllare quel territorio». È un invito a farsi avanti al debole presidente palestinese Abu Mazen? Non subito, in un prima fase Israele preferirebbe veder entrare a Gaza un contingente internazionale, oppure arabo ma guidato dagli «amici» egiziani. In ogni caso le ammissioni fatte da Ramon, che confermano indirettamente l'imminenza dell'offensiva israeliana di terra di cui si parla da giorni, non spaventano Hamas. Malgrado i micidiali bombardamenti a tappeto, malgrado i 345 morti e il migliaio di feriti, Hamas non si arrende. I suoi uffici, caserme e ministeri sono in macerie, la sua università, fiore all'occhiello, è stata polverizzata e i suoi leader sono costretti alla clandestinità. Eppure - ha assicurato ieri il portavoce del movimento islamico Fawzi Barhum - la determinazione del movimento non si è indebolita: «Israele ha scelto il momento d'inizio delle ostilità, ma sarà Hamas a stabilirne la fine». E non deve aver esagerato troppo se anche ieri il braccio armato del movimento islamico, le Brigate Ezzedin al-Qassam, ha sfidato di continuo l'aviazione israeliana che pure ha il controllo dei cieli di Gaza. Decine di razzi sono stati sparati contro le città del sud di Israele e ad Ashqelon hanno ucciso un manovale beduino. I militanti di Hamas non trascurano persino la guerra psicologica visto che inviano messaggi via radio ai soldati israeliani ammassati ai bordi di Gaza per l'attacco di terra. «Se avete coraggio - ripetono - smettete gli attacchi aerei ed entrate fisicamente a Gaza. Se lo farete, vi bruceremo vivi». Ovunque in Cisgiordania, intanto, si moltiplicano le manifestazioni contro Israele ma che prendono di mira anche il presidente dell'Anp Abu Mazen nell'imminenza della scadenza (8 gennaio) del suo mandato. A Hebron la polizia ha sparato in aria. La popolazione di Gaza però non ha la forza, la capacità di resistenza dei militanti. Le sofferenze sono enormi e i raid aerei non cessano. Il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki moon è tornato a denunciare l'operazione militare israeliana. Il bilancio dei morti palestinesi include decine di civili (il 28 dicembre era 57 secondo l'Unrwa e 69 per Ocha) tra cui molti bambini. Fra questi cinque sorelline, fra i quattro e i 17 anni, vittime di un raid aereo sul campo di Jabaliya. «Ero immersa nel sonno. Il boato dell'esplosione non l'ho nemmeno sentito. A svegliarmi è stato il soffitto, che ci è piombato in testa. Mi sono trovata coperta di macerie. Poi sono stata fulminata dal pensiero che dovevo salvare i miei figli», ha raccontato Samira Balusha, la madre delle sorelline morte. Lei si è salvata per miracolo, come per miracolo si sono salvate altre famiglie che vivono intorno all'edificio colpito. Le televisioni ieri hanno mostrato le decine di case distrutte o danneggiate dopo che domenica notte un F-16 ha centrato e polverizzato la moschea Imad Aqel, che poi è rovinata sulla abitazione dei Balusha. Se c'era un motivo che quel luogo di preghiera dovesse essere distrutto, a Jabaliya lo ignorano. «Immediatamente - ha raccontato ancora la donna - il mio pensiero è andato a Barah», la neonata di 13 giorni nella culla che fortunatamente rovesciandosi ha protetto la piccola, salvandola. Per le altre non c'è stato nulla da fare. Quattro sono morte sotto le macerie, la quinta è spirata tra le braccia della madre. L'emergenza umanitaria si aggrava con il passare delle ore nonostante Israele abbia fatto entrare a Gaza qualche decina di autocarri carichi di merci. «Domenica sono passati 40 camion di aiuti alimentali, oggi (ieri) 100, ma abbiamo bisogno di molti più aiuti perché eravamo rimasti completamente senza scorte», ha avvertito Karen AbyZayd, commissario generale dell'Unrwa che ha nuovamente esortato Israele ad interrompere i suoi attacchi e ad aprire altri transiti con la Striscia di Gaza. Un po' di aiuti dovrebbero arrivare oggi con la nave pacifista Dignity salpata ieri sera da Cipro. Il rischio che la marina militare dello Stato ebraico possa fermarla è molto alto. A bordo oltre ad due tonnellate di farmaci e materiale sanitario per gli ospedali, ci sono anche quattro medici, tra cui il chirurgo e parlamentare cipriota Elena Theoharous, attesa nelle sale operatorie dello Shifa di Gaza city dove si sta cercando di salvare la vita di decine di feriti gravissimi e che lottano tra la vita e la morte. Sulla Dignity sono saliti anche un ex congresswoman Cynthia McKinney, candidata per i Verdi alle presidenziali americane, e un giornalista sudanese, responsabile per i diritti umani della televisione satellitare Jazeera, che è stato detenuto a Guantanamo. Nel frattempo alla frontiera tra Gaza e il Sinai ieri si sono schierati 10mila soldati egiziani per evitare che i palestinesi abbattano le barriere di confine e si riversino sull'altro versante per cercare scampo dai bombardamenti israeliani ma anche per procurarsi generi di prima necessità introvabili a Gaza. L'Egitto ha finalmente consentito il passaggio, ma con il contagocce, di dieci feriti, attesi nel vicino ospedale egiziano di Al Arish. È stato anche possibile scaricare dai camion 50 tonnellate di viveri, medicinali, attrezzature e materiale sanitario. Ieri è scesa in campo anche la Chiesa cattolica. La Nunziatura apostolica e la Custodia francescana di Terra Santa hanno espresso «sorpresa» per la violenza dell'offensiva militare israeliana. Più esplicito è stato padre Manuel Musallam, parroco palestinese di Gaza city, che ha chiesto soccorso immediato per gli abitanti della Striscia allo stremo. Padre Musallam ha parlato di «crimine di guerra» che sta colpendo pesantemente i civili. «Da giorni - ha raccontato - a Gaza non si dorme, mancano cibo, acqua ed elettricità. Siamo stanchi perché crediamo che questa guerra durerà per molti altri giorni e che ci saranno tante vittime innocenti. L'attacco lanciato sabato mattina - ha aggiunto Musallam - altro non è che un crimine di guerra. Non riesco proprio a capire cosa sperano di ottenere gli israeliani. Questo è solo un modo di uccidere la pace». Domenica padre Musallam non ha potuto celebrare la messa perché un missile ha centrato una stazione di polizia proprio a fianco della sua chiesa.

 

Abu Mazen punta sulla fine di Hamas ma gli islamisti sono sempre più popolari – Michele Giorgio

GERUSALEMME - Per capire quello che sta accadendo dietro le quinte dello scontro tra l'Anp e il movimento islamico è necessario afferrare il significato del durissimo attacco rivolto due giorni fa ad Hamas dal presidente palestinese Abu Mazen. Accusando Hamas di aver provocato l'offensiva militare israeliana in atto contro Gaza, Abu Mazen ha scelto di dare il colpo di grazia alle possibilità di una riconciliazione con gli islamisti (al potere a Gaza da un anno e mezzo) e, di conseguenza, alla formulazione futura di una piattaforma programmatica di tutte le forze politiche palestinesi. Mentre gli aerei israeliani martellavano la Striscia da nord a sud, provocando centinaia di morti e feriti, anche tra i civili, il presidente palestinese ha chiesto ad Hamas di fermare «il bagno di sangue». «Noi speriamo tutti di mettere fine a questa aggressione (israeliana) e di ripristinare la calma. Noi vogliamo proteggere Gaza e non vogliamo, come dicono altri, la sua totale distruzione», ha affermato in evidente riferimento alle dichiarazioni del premier di Hamas, Ismail Haniyeh, secondo cui il movimento islamico non alzerà bandiera bianca «neanche se tutta Gaza verrà distrutta». Il passo fatto da Abu Mazen domenica al Cairo, lo stesso luogo dal quale la scorsa settimana il ministro degli esteri israeliano Tzipi Livni ha indirettamente annunciato l'offensiva aerea contro Gaza, allinea il presidente palestinese alla posizione espressa dall'Amministrazione americana uscente sul bombardamento israeliano. Indica che l'Anp (Ramallah) ha accettato l'interpretazione secondo la quale a frenare la soluzione del conflitto israelo-palestinese non sono più l'occupazione militare, il blocco asfissiante di Gaza, la colonizzazione della Cisgiordania, la confisca di terre e il muro, ma l'esistenza di Hamas e della sua ideologia. Il successore di Yasser Arafat ha abbandonato la critica, legittima, del lancio di razzi Qassam contro i civili israeliani - che Hamas descrive come una risposta alla mancata revoca, prevista dall'accordo di cessate il fuoco, dell'embargo contro Gaza - per abbracciare la tesi di Tzipi Livni, «ideologa» dell'establishment, secondo la quale il conflitto in Medio Oriente non sarebbe causato dalla negazione di diritti, dagli abusi del più forte sul debole, dalla mancata applicazione del diritto internazionale, ma invece da uno scontro tra «radicali e moderati», tra amanti della pace ed estremisti. I motivi di questa scelta di campo sono di difficile comprensione, se si tiene conto che il presidente palestinese non ha nulla in mano. Abu Mazen non ha ricevuto alcuna promessa dagli israeliani o dagli Stati Uniti sulla realizzazione delle aspirazioni del suo popolo alla libertà e all'indipendenza. Il vertice di Annapolis si è rivelato vuoto e senza prospettive, mentre il negoziato diretto con gli israeliani si è arenato subito sugli scogli storici: status di Gerusalemme e profughi. E non farà passi in avanti sino a quando - ha lasciato intendere Tzipi Livni in più d'una occasione - la leadership dell'Anp, con o senza Abu Mazen, non rinuncerà per sempre al diritto al ritorno per i profughi, sancito dalla risoluzione dell'Onu 194, e ai diritti palestinesi sulla zona araba (est) di Gerusalemme. Un gioco al buio che non farà vincere al presidente palestinese la partita che sta giocando con Hamas. Con ogni probabilità Abu Mazen vede, alla fine dell'offensiva israeliana, un movimento islamico fortemente indebolito, incapace di dettare condizioni, costretto ad accettare l'estensione del suo mandato presidenziale (che scade il prossimo 8 gennaio) e, infine, obbligato a rinunciare al controllo di Gaza. Magari non trascura l'idea di riprendere il potere nella Striscia seguendo le colonne di carri armati israeliani che si preparano ad avanzare. Commette un errore macroscopico. L'attacco israeliano forse decapiterà politicamente Hamas, ma sta già accrescendo la popolarità del movimento islamico in Cisgiordania, territorio che Abu Mazen già controlla con difficoltà, e nell'intero mondo arabo. Le manifestazioni imponenti che si stanno tenendo in diverse capitali della regione se da un lato esprimono solidarietà al popolo palestinese, dall'altro danno ossigeno proprio ad Hamas e alle organizzazioni sue alleate in Medio Oriente. L'offensiva israeliana a Gaza darà ad Hamas la stessa popolarità che l'offensiva israeliana in Libano del sud (2006) diede ad Hezbollah. Anche in quell'occasione non pochi leader arabi, in particolare l'egiziano Mubarak e il saudita Abdallah, inizialmente criticarono il movimento sciita ma furono poi costretti a fare marcia indietro di fronte al sostegno delle masse arabe alla resistenza libanese. Lo stesso accadrà, con ogni probabilità, anche nel caso di Hamas nei Territori occupati se terminerà subito la nuova offensiva israeliana. Abu Mazen rischia di ritrovarsi tra qualche settimana più isolato nel mondo arabo, davanti ad un Hamas più popolare di oggi in Cisgiordania.

 

Nasrallah attacca l'Egitto. E gli arabi si spaccano

Ha fatto appello allo «spirito di Kerbala», la battaglia in cui, nel 680 d. C., trovò il martirio l'imam Hussein. «Quando il primo ministro Ismail Haniyeh emerge dalle macerie e dal fuoco per dire "anche se spazzeranno via completamente Gaza, non ci arrenderemo né indietreggeremo, manterremo la nostra dignità e i nostri diritti", questa è la vera Kerbala». In diretta da al Manar, la televisione di Hezbollah, domenica sera il leader del Partito di dio, Hassan Nasrallah, per la sua interpretazione della battaglia in corso a Gaza ha usato i riferimenti mitici più cari agli sciiti. Poi il leader diventato un eroe nel mondo arabo dopo che le sue milizie, nell'estate 2006, riuscirono a respingere l'avanzata israeliana verso Beirut, ha tracciato un parallelo tra quella guerra e l'attacco israeliano alla Striscia: «Ciò che sta accadendo oggi a Gaza è una replica palestinese di ciò che accadde nel luglio 2006». E ieri, davanti a decine di migliaia di persone che nella capitale libanese gridavano «morte all'America, morte a Israele!» ha fatto suo l'invito già lanciato da Damasco dal capo di Hamas, Khaled Meshaal: «Unisco la mia voce a quella dei leader palestinesi che hanno fatto appello a una terza initifada in Palestina e altre intifada nel mondo arabo e islamico». Nasrallah ha avuto parole durissime contro l'Egitto, uno dei cosiddetti «paesi arabi moderati», l'unico ad avere un confine con la Striscia di Gaza. «Se l'Egitto non aprirà il valico di Rafah, sarà considerato complice dell'uccisione di palestinesi» ha detto Nasrallah, secondo il quale «alcuni regimi arabi sono veri e propri partner del progetto» di ridimensionare «i movimenti di resistenza» e imporre le condizioni americane e israeliane, anzitutto per una nuova tregua a Gaza. Parole che hanno fatto infuriare il Cairo: «Hanno dichiarato guerra all'Egitto attraverso i canali televisivi - ha tuonato il ministro degli esteri Ahmed Aboul Gheit -. Vogliono in Egitto un caos simile a quello che hanno creato nel loro paese». Mentre il capo della diplomazia di Mubarak replicava a Nasrallah, al Cairo migliaia di persone scandivano slogan in favore della Palestina e contro Israele. Ma mentre le opinioni pubbliche arabe s'infiammano per i massacri di Gaza, i loro rappresentanti si spaccano, tanto che il vertice della Lega araba, già saltato domenica scorsa, non riesce ad essere convocato. Secondo lo statuto dell'organizzazione, è necessario il sì di due terzi dei 22 membri, ma fino a questo momento ne sono stati raccolti soltanto nove. «Quando la quota prevista dallo statuto sarà completata - ha dichiarato il segretario Amr Mussa - allora il vertice si svolgerà senza ritardi». L'iniziativa di promuovere un vertice arabo è stata assunta tre giorni fa, dopo l'inizio dell'operazione militare israeliana «Piombo Fuso», dal Qatar, che ha consultato numerosi leader arabi, tra i quali quello libico, Muammar Gheddafi, ed il presidente siriano, Bashar el Assad. Ed è proprio Gheddafi che, oltre a Nasrallah, ha girato il coltello nella piaga delle divisioni tra i dirigenti arabi. In una dichiarazione diffusa dall'agenzia di stato libica Jana, il colonnello ha criticato i suoi colleghi: «Dovrebbero vergognarsi di se stessi, stanno mercanteggiando in nome della causa palestinese con le loro posizioni codarde, deboli e disfattiste». Nella capitale saudita Riyadh centinaia di persone hanno manifestato mostrando le immagini di palestinesi feriti e uccisi a Gaza. Secondo testimoni oculari citati dall'agenzia Reuters, la polizia ha disperso i dimostranti con cariche e proiettili di gomma, circostanza negata dal ministero dell'interno della monarchia. Migliaia in strada anche nella capitale dello Yemen, Sanaa, dove alcuni striscioni recitavano «Arabi svegliamoci!». In Giordania un gruppo di deputati ha dato fuoco a bandiere israeliane davanti al parlamento e chiesto l'espulsione dell'ambasciatore dello Stato ebraico. Per protesta la Siria ha abbandonato i colloqui di pace (indiretti, con la mediazione turca) con Israele. E nella capitale Damasco 5.000 persone si sono riunite nella piazza Yusif al-Azmeh sotto le bandiere di Hamas, della Jihad islamica, del Fronte popolare per la liberazione della Palestina.

 

Il flop di Bush inguaia Obama - Matteo Bosco Bertolaso

NEW YORK - Gaza: una gran brutta uscita di scena per George W. Bush, una gran bella sfida per Barack Obama. Il presidente uscente vede sgretolarsi ogni prospettiva legata alla conferenza di pace che aveva promosso poco più di un anno fa ad Annapolis. Entro il 2008, era stato detto, doveva arrivare un accordo tra le parti, che invece continuano a tirar missili. Il presidente entrante, d'altra parte, si ritrova tra le mani un'ennesima patata bollente e viene pure accusato di essere troppo filo-israeliano, di non aver chiarito la sua posizione sul nodo mediorientale. Ieri la Casa Bianca di Bush ha puntato ancora una volta il dito contro Hamas, bollandola come «organizzazione terrorista». Un portavoce del presidente, Gordon Johndroe, ha detto che il gruppo «ha mostrato la sua natura di organizzazione terrorista che rifiuta persino di riconoscere il diritto di Israele di esistere» e «ha violato per mesi la tregua» lanciando razzi contro lo stato ebraico. Il quale rimane indubbiamente l'alleato numero uno di Washington, ma gli uomini di Bush hanno sottolineato che bisogna arrivare a una tregua «durevole» e «praticabile». Insomma, la politica, più che i missili, daranno la risposta definitiva, se mai ci sarà, al nodo israelo-palestinese. Ma come assicurare una tregua? Bush, che sta passando le vacanze nel suo ranch a Crawford, in Texas, ne ha discusso ieri in video conferenza con Washington, dove si trovavano il vice-presidente Dick Cheney, il consigliere per la sicurezza nazionale, Steve Hadley, e il capo dello staff Josua Bolten. Il presidente uscente, inoltre, ha avuto contatti con il re di Giordania, Abdallah II, e con il re Abdallah dell'Arabia Saudita. Allo stesso tempo il segretario di stato Condoleezza Rice ha avuto una intensa serie di consultazioni telefoniche con i leader internazionali per arrivare a una nuova tregua: dal segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon al ministro degli esteri europeo Javier Solana, passando per il premier israeliano Ehud Olmert, il collega libanese Fouad Siniora, e i ministri degli esteri di Francia, Gran Bretagna, Canada, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Israele. Il portavoce di Bush, esprimendo preoccupazione per la situazione umanitaria a Gaza, ha detto che Israele deve fare tutto il possibile per evitare danni alla popolazione, «evitando altre vittime civili». Tutte «le parti coinvolte», inoltre, devono agevolare l'arrivo di viveri e medicinali alla popolazione. Johndroe ha anche sottolineato che lo stato ebraico ha chiarito più volte «che non intende riconquistare la Striscia», ma desidera solo fare in modo che la popolazione nel Sud di Israele «possa vivere in pace», senza la continua minaccia dei razzi lanciati dai militanti palestinesi. Il presidente uscente lascia un'eredità difficile al successore: non solo Annapolis si è rivelato un flop imbarazzante, ma le violenze sono riprese con lo spettro di un attacco via terra da parte di Israele. Il neo-eletto continua a ripetere che «c'è solo un presidente alla volta», ma attenzioni e speranze puntano tutte su di lui. Difficile indovinare come Obama - aiutato dal segretario di Stato, Hillary Clinton - giocherà le sue carte sulla questione mediorientale. Durante la campagna elettorale, la sua promessa di una Gerusalemme capitale di Israele «non divisa» aveva suscitato un putiferio. Era seguita ammenda per aver usato un «frasario troppo povero». La scorsa estate, l'allora candidato aveva fatto visita in Medio Oriente, anche e soprattutto per accalappiare i voti dell'importante elettorato ebraico degli Usa, e aveva assicurato che non avrebbe mai messo in gioco la sicurezza di esistere di Israele. Obama si era pure fatto fotografare in una cittadina a pochi passi dalla Striscia di Gaza, mentre brandiva una maglietta con scritto «I love Sderot», alimentando l'idea di chi lo giudica filo-israeliano. In realtà la posizione del neo-presidente è molto articolata e prevede un approccio pragmatico e multilaterale: «Non è realistico - aveva detto durante il tour mediorientale - che un presidente schiocchi le dita e risolva la situazione». Durante la tappa giordana (non in quella israeliana, però), l'allora candidato aveva posto enfasi sui palestinesi e sulle loro sofferenze. Su questo punto, diceva Obama, c'era una speranza di «cambiamento», una delle sue parole preferite.

 

Sbarchi di Natale - Stefano Milani

«Nuova ondata di sbarchi a Lampedusa». Sei parole che messe in fila suonano come una semplice frase, di cui ormai non si riesce più a cogliere il significato vero. Assuefatti dal ripetersi del rito, di quel «viaggio della speranza» (altra espressione abusata) che neanche a Natale si è mai interrotto. Perché il mare in burrasca non impedisce a migliaia di disperati di salire su uno di quei barconi fatiscenti, ancorati nelle coste sub-sahariane, e farsi trasportare fino a quelle italiane. Galleggiando per giorni, a volte per settimane, in balìa delle onde e di un destino ancora più tragico. Non si sogna un futuro migliore quando si sale su quelle carrette, si sogna solo di arrivare sani e salvi. Ma poi, anche per chi riesce a mettere un piede sulla terra ferma, l'Odissea non finisce, anzi ne comincia un'altra. Fatta di identificazioni, verifiche, espulsioni, smistamenti da un capo all'altro dello Stivale. E' questo il Natale che oltre 2000 migranti hanno passato, e stanno passando in queste ore, a Lampedusa. Solo ieri la marina maltese ne ha soccorsi 140 provenienti dal Ghana, Somalia e Nigeria, su un'imbarcazione alla deriva a circa 40 miglia sud dell'isola. Tra loro viaggiavano dieci donne incinte. «Lampedusa scoppia», «Lampedusa è al collasso» ripetono un po' tutti. Si invoca aiuto alla politica, lo si chiede da anni. E si scopre che anche questo governo non ha la bacchetta magica come aveva garantito in campagna elettorale. Anzi ora al suo interno affiora una frattura netta su come arginare l'emergenza. C'è chi è più interventista, come Maroni, e c'è chi, come La Russa, opta per una linea più morbida invitando il collega leghista ad «avere pazienza» con Tripoli, perché «Gheddafi rispetterà gli accordi: solo che i suoi sono tempi libici, un po' levantini». Una divisione che ieri è diventata lo spunto per una polemica a distanza fra i due ministri. «Lui è più fortunato di me - punzecchia Maroni a Radio Padania - Io non sono in qualche spiaggia nei mari tropicali, ma sono in Padania. Ho voluto rimanere qui proprio per affrontare le eventuali emergenze e quella di Lampedusa è una emergenza». La Russa la prende con filosofia, senza soffiare sul fuoco («alzare la voce non serve»), anche se una stoccatina al collega non se la lascia scappare: «Un plauso va a Maroni - dice dall'altro capo del mondo dov'è a godersi le vacanze - che è lodevolmente impegnato in Italia con il suo staff anche in questi giorni a svolgere i compiti tipici del ministro dell'Interno, mentre molti di noi possono invece dedicare qualche giorno alla famiglia». Non è la prima volta che i due battibeccano, e non sarà nemmeno l'ultima. Polemiche a parte il capo del Viminale ha annunciato che gli immigrati saranno rimpatriati il prima possibile, perché «si deve sapere che chi sbarca a Lampedusa sarà rimpatriato entro pochi giorni direttamente da Lampedusa». Dunque, chi arriva sull'isola non sarà poi trasferito in altri centri d'Italia ma resterà lì per essere rimandato a casa nel giro di pochi giorni. Già da oggi, o la massimo domani, ci saranno i primi voli di rimpatrio, ha garantito il ministro. Aspettando la cura Maroni, l'emergenza continua di ora in ora. E il peggio deve ancora arrivare. Almeno secondo il commissario straordinario della Croce rossa italiana, Francesco Rocca che lancia l'allarme: «Il 2009 sarà un anno molto difficile e proprio per questo dobbiamo prepararci ad affrontare una nuova ondata migratoria». I motivi, secondo Rocca, vanno ricercati «nella crisi finanziaria che ha travolto tutto il mondo e che adesso si fa vedere anche in termini di flussi migratori. E poi, nella crisi alimentare, che ha colpito specialmente il Corno d'Africa e che sta portando migliaia di uomini, donne e bambini verso il nostro Paese».

 

Arriva l'«inchiesta lampo» del Prc - Francesco Piccioni

Le batoste elettorali del 2008 hanno costretto la sinistra a interrogarsi sullo stato di salute del proprio rapporto con la società. Ovviamente, a cominciare dai lavoratori. Dopo anni in cui «la politica» è stata vissuta - anche a sinistra - quasi esclusivamente come ars combinatoria tra sigle abitanti «il palazzo» e le amministrazioni locali, tornare a guardare i problemi reali delle persone in carne e ossa può risultare persino difficile. A muoversi per prima in questa direzione è stata Rifondazione, dopo il lacerante congresso di Chianciano. Tra gli strumenti messi in campo c'è di nuovo l'inchiesta (il questionario è disponibile sul sito del partito). Anzi un'«inchiesta lampo» per individuare almeno alcune coordinate utilizzabili per l'azione politica immediata all'interno di una crisi che pare viaggiare più veloce del pensiero. Uno dei maestri dell'«inchiesta operaia» è da decenni Vittorio Rieser. Quando è necessaria un'inchiesta significa che i rapporti tra un partito e la sua gente non sono tra i più floridi. E' così? Un partito degno di questo nome dovrebbe fare l'inchiesta anche quando i rapporti sono meno clamorosamente fallimentari di quelli attuali. Se poi si arriva a momenti di scollamento come questo, è anche perché non si è fatta l'inchiesta prima. Comunque, bene. Meglio tardi che mai. Sul questionario ci sono molte domande sulle aziende. E' finito il tempo in cui si fanno inchieste dove si chiede alla gente come si sente, invece che come vive e lavora? L'elemento positivo di questa iniziativa si trova già nel titolo: inchiesta lampo. Paolo Ferrero a volte la definisce persino «inchiesta usa-e-getta», per sottolinearne l'immediatezza. Negli ultimi anni partiti e sindacati hanno fatto diverse inchieste. Il sindacato ha usato meglio lo strumento dell'inchiesta quando non lo ha teorizzato e faceva «inchieste lampo» attraverso i delegati, raccogliendo in tempo reale elementi approssimativi della situazione. Approssimativi ma indicativi... Non importava che avessero rigore scientifico nel senso statistico del termine. Stavolta il termine inchiesta lampo è l'idea di raccogliere alcune cose, che però servono subito. Il tema centrale è vedere i contraccolpi che la crisi ha sulla percezione; in che misura crea contraddizioni tra i lavoratori oppure sviluppa un'attività di lotta contro il padrone. Quindi non è un'inchiesta di opinione per poi fare dei ragionamenti di lungo termine sulla «coscienza di classe»; ma in che misura la crisi colpisce la tua azienda e quindi direttamente la tua condizione. E, a partire da questo, cosa pensi su alcuni punti che sono poi quelli dolenti della composizione del proletariato: precari e stabili, immigrati e nativi... Meridionali e settentrionali... Questa contraddizione oggi è minore dentro il Nord. Mentre la divisione tra Nord e Sud, come dimostra la cultura della Lega, è invece avvertita. Quella tra meridionali e settentrionali, negli ultimi quarant'anni, è stata abbondantemente digerita dalla composizione sociale. C'è anche l'idea che i tempi della crisi sono veloci e quelli della politica non possono esser biblici? E' un po' una scommessa sul funzionamento del partito, ed è tutto da vedere se sarà vinta o no. Se siamo un «partito operaio» che ha qualche rapporto con le masse, vediamo se in tempi rapidi siamo in grado di raccogliere elementi che ci aiutino nell'azione immediata. Naturalmente c'è poi un problema strategico, di politiche economiche alternative che l'inchiesta non pretende di affrontare. Ma se il partito sa rispondere a una prima cosa immediata di questo genere, poi può anche funzionare su cose di più lungo termine. C'è un tentativo di centrare l'attenzione sull'ambiente sociale in cui si muovono i lavoratori e sulle vie di uscita ipotizzabili? Si vuol uscire intanto da un rapporto sterile in cui l'unica cosa che faceva il partito era di ri-raccontare ai lavoratori come questi stavano male; dopo di che eri al punto di partenza. L'ambiente sociale in cui i lavoratori vivono è differenziato; hai precari e stabili, immigrati, gente più protetta dalla crisi, perché almeno ha la cassa integrazione, e altri no. Tutto questo, come si riflette? Uno cerca di difendere quel poco che ha e vede gli altri come potenziali rivali, oppure succede qualcosa di diverso? E anche se non succede, gli elementi che possono venir fuori da un'inchiesta ti danno gli spunti per farlo succedere. Un elemento di solidarietà di classe che vada al di là delle differenze immediate. Anche il Pd ha scoperto di avere un problema di rapporto con la società. Potrebbe esserci un elemento di concorrenza? Se il Pd cerca di riprendere rapporti con la sua base sociale - che è poi in larga parte simile alla nostra, per come l'abbiamo ereditata dal Pci - va benissimo. Non è che pretendiamo il monopolio. Periodicamente si accorgono di aver perso il rapporto con il mondo del lavoro. Quando si chiamavano Ds decisero di fare un «grande inchiesta sul lavoro», e io ci ho lavorato, anche con incarichi di responsabilità. Ne è uscito un libro anche interessante, ma non mi risulta che abbia minimamente influito sulle scelte dei Ds. E tanto meno su quelle del Pd.

 

In Veneto il paese dove nasce il gelato più buono del mondo

Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi

BELLUNO - Ai piedi del monte Pelmo, un borgo orgogliosamente legato alle tradizioni e al gelato artigianale. Migranti veneti che fanno la spola con la Germania, mentre il piccolo paesetto nelle statistiche resta il più povero dell'intera regione. Un angolo di montagna che racconta il vero «miracolo» del Nord Est, prima e oltre l'abbagliante mitologia della «locomotiva d'Italia». Zoppè di Cadore, provincia di Belluno, 1.460 metri sul livello del mare: 275 anime che campano con 7.844 euro all'anno. Ufficialmente, i veneti in assoluto stellarmene più lontani dalla ricchezza dei padroncini. Emigranti di professione, artigiani per caso, si sentono un po' «come gli ebrei»: erranti per necessità, quanto indissolubilmente radicati al paese. Isolati nel nord del Veneto, parlano ladino e credono sempre nel «lavoro di chi non ha lavoro». Da generazioni i montanari di Zoppè si tramandano la ricetta del miglior gelato del mondo, con la «bottega» a 500 chilometri da casa. Uno spirito di sacrificio certificato a Bonn, in una sezione dedicata nel museo della Repubblica federale tedesca. Un secolo e mezzo fa li proteggeva la golosità dell'imperatrice Maria Teresa d'Austria; oggi un microcosmo che resiste al «modello» guardando altrove. Cortina d'Ampezzo, la regina delle Dolomiti e della mondanità, è dietro l'angolo: 49 chilometri di distanza, ma i 23.413 euro pro capite della dolce vita ampezzana e il traffico da tangenziale sono lontani anni luce. Lontani anche i «cugini» di Alleghe: hockey, delitti e piste da sci sono davvero un altro mondo. A Zoppè c'è solo il freddo, per cinque mesi all'anno, con le «vedove stagionali» che governano casa, campi ed educazione da marzo a ottobre. L'altra metà della famiglia fa girare le mantecatrici nelle gelaterie italiane in Germania. Il 14 dicembre il borgo bellunese è stato letteralmente sepolto da un metro e mezzo di neve con la linea elettrica spezzata dalla caduta dei tronchi. Provincia e Forestale hanno dovuto «paracadutare» un camion-generatore insieme a 200 litri di gasolio. Ma nessuno ha perso la testa, a partire dal sindaco Renzo Bortolot, arroccato in municipio, nella via omonima. Qui preoccupa di più il barometro della Baviera, «perché se a Monaco a luglio piove si vendono meno gelati». Geneticamente, a Zoppè, resistono a tutto. Alla peste bubbonica che desertificò la valle nel 1631 come alle fiamme che distrussero il paese due secoli dopo. Anche alla geografia di Stato, che li avrebbe voluti nella Val di Zoldo, ma si è dovuta arrendere alla tenacia degli abitanti che portavano a battezzare i figli nelle pievi del Cadore. La trincea dell'identità è un solco profondo. Per la diversità di Zopè si è rischiata la guerra tra preti: quando le toghe zoldane hanno tentato di «riprendersi» il borgo, il parroco Antonio Mattiuzzi ha messo i sacchi di sabbia alle finestre: «I confini non si discutono. Si difendono». A doppia mandata anche la «blindatura» liturgica: l'antica tradizione orale dei vespri dei patriarchi di Aquileia (recitati in pubblico ogni 7 ottobre) non è mai stata in discussione. Proprio come le ancestrali «regole ampezzane» che fanno a pugni con il diritto italiano. Le consuetudini regolano bestiame, taglio della legna e usufrutto dei campi: sono un misto di interesse pubblico e privato. Sbrigativamente i legislatori avevano provato a circoscriverle nell'ambito demaniale, ma i montanari hanno fatto capire che si trattava di roba loro: «proprietà collettiva» sottoposta alla regola che «chi va via per sempre perde tutto». Del resto, a modernizzare i montanari ci aveva provato inutilmente anche la Rai negli anni Sessanta, ma a Zoppè le lezioni di «Telescuola» del professor Enrico Accatino vennero disertate quasi subito. In paese si sono praticamente alfabetizzati da soli, con l'invenzione di un mestiere dal nulla. Un carretto di dolci trascinato per le piazze dell'impero asburgico per sfuggire al freddo e alla miseria. Diventa una gelateria, prima ambulante e poi stabile. Merito della testardaggine montanara, e soprattutto dello zucchero che alla fine dell'Ottocento diventa un bene alla portata di tutti. Le creme zoldane si diffondono a Vienna, Budapest, Praga, Danzica, con il sigillo bifronte dell'imperatrice, ghiotta non solo dei gelati di Zoppè. Durante la Grande guerra la «via del gelato» si trova proprio sulla linea del fronte: gli stagionali non possono più migrare. Così, nel 1917, gli zoppedani si beccano la «spagnola». Il paese viene letteralmente decimato dall'influenza: 73 morti su 700, ma i sopravvissuti rimettono testardamente in piedi il ponte verso Nord. La seconda guerra mondiale non disturba più di tanto un borgo già di per sé isolato, anche se qualcuno è costretto a lavorare con i nazisti dell'organizzazzione Todt a Longarone. Nel '44 Zoppè come Belluno, è un'appendice diretta del Terzo Reich. L'anno seguente le gelaterie sulla Leopoldstrasse a Monaco vengono coventrizzate dalle incursioni alleate. Più tardi chi lavora a Lipsia o a Dresda dovrà fare i conti con il comunismo in versione Ulbricht, eppure quasi nessuno molla la presa. Unico imperativo: mantenere salde le radici. Pare che ci siano riusciti se solo il 20% è emigrato definitivamente. Da queste parti l'unica vera sciagura riconosciuta si chiama euro. Ha spazzato via il valore aggiunto delle rimesse degli immigrati, rigorosamente in marchi, allentando la secolare migrazione part-time. Il futuro di Zoppè non cambierà nemmeno con l'annunciata crisi. Fausto Bortolot, presidente uscente di Uniteis, l'associazione dei maestri artigiani in Germania, riassume il destino del borgo bellunese nella sola parola che tutti riconoscono. La gelata dell'economia mondiale non spaventa chi da sempre è abituato a guadagnarsi la sopravvivenza con un cono o una coppa di inimitabile gelato.

 

Liberazione – 30.12.08

 

Ferrero: «Sinistra mobilitati per la pace» - Checchino Antonini

«A Gaza non v'è alcuna "operazione chirurgica", è solo un massacro - dice Paolo Ferrero, poche ore dopo il ritorno dal suo primo viaggio in Palestina - chiediamo la fine immediata di qualsiasi azione militare e che l'Italia e l'Europa, o l'Onu, non si limitino solo a fare appelli, ma prendano una posizione netta, adottando anche delle sanzioni». Subito dopo l'atterraggio, per il segretario nazionale di Rifondazione comunista, è stata una giornata incollata al telefono per costruire una mobilitazione «urgente e necessaria». Il suo vuole essere un appello, non una convocazione. «Una proposta di parte nuocerebbe alla costruzione di una iniziativa, la renderebbe più difficile», spiega. L'appello è diretto al tessuto dell'associazionismo, ai sindacati, a tutte le forze della sinistra per ricostruire un grande movimento per la pace, per ripartire da una manifestazione nazionale. «Ma senza alcuna equidistanza - insiste - siamo di fronte ad una azione militare da crimine di guerra, per cui non c'è nessuna giustificazione e dove non c'è nessuna relazione tra missili di Hamas e l'azione messa in campo. La situazione è più critica di quella che viene raccontata dalle tv italiane. Anzi, la stampa israeliana m'è parsa più pluralista della nostra (e tutti, con la parabola possono vedere al Jazeera ) dove nessuno ha dato notizia dell'uccisione di personale delle Nazioni Unite, sette funzionari». L'offensiva israeliana ha sorpreso Ferrero a Gaza. «La notizia ci ha raggiunto mentre ero a Ramallah, a colloquio con Mustafa Barghouti leader di al mubadera», racconta a Liberazione , poche ore dopo il rientro da un giro che lo ha visto tra Gerusalemme, Betlemme, Tel Aviv, Hebron, «dove ho visto l'apartheid da vicino». «Dopo l'inizio degli attacchi ho visto sparare dai check point di Ramallah ai ragazzi palestinesi che protestavano e lanciavano pietre». Dopo aver preso parte al culto di fine d'anno nella Chiesa luterana di Betlemme e alla messa di Natale nella Basilica della Natività, il segretario Prc ha incontrato i rappresentanti dei cinque partiti della sinistra palestinese, impegnati nella costruzione di un raggruppamento; ha avuto un colloquio con il presidente dell'Anp Abu Mazen; una serie di incontri bilaterali con i vertici dell'Unione democratica palestinese (Fida), col segretario del partito del popolo, Bassam Saleh e, appunto, con Barghouti. Alla Knesset, il parlamento israeliano, ha parlato con il segretario del partito comunista, poi, una volta a Tel Aviv,con Ran Cohen, del Meretz, unico nella commissione difesa e affari esteri, a votare contro il proseguimento dell'offensiva. «Ho visto che il processo di pace è bloccato - racconta - Israele costruisce, nei fatti, l'apartheid in cui i palestinesi, senza diritti, sono soggetti a varie forme di arbitrio». Quella che riporta in Italia, dopo un fitto programma fatto anche di contatti con la società civile e visite al Museo della Shoa e alla moschea di Gerusalemme, è l'immagine di due realtà segregate: «Ci sono i muri, non "il muro", a fare da cintura per i bantustan palestinesi e gli insediamenti dei coloni, connessi tra loro da strade separate che, a volte, viaggiano parallele, solo che quella per gli israeliani è un'autostrada, l'altra è disseminata di check-point. Quella di "due popoli due stati" non è l'ipotesi di Tel Aviv». E, in questo contesto, l'offensiva su Gaza è «un massacro - dice Ferrero - con centinaia di vittime perpetrato da uno stato occupante. I razzi di Hamas sono solo un pretesto. Le reali motivazioni sono dettate dalla campagna elettorale in corso in Israele e, posto che ci fosse, dalla volontà di rendere impossibile che la nuova amministrazione Usa possa chiedere semplicemente il rispetto dei patti». Infatti, l'Anp ha abbandonato il tavolo, al disastro umanitario si aggiunge la destabilizzazione dell'area, «il rafforzamento dei due fronti integralisti, quello arabo e quello israeliano». Ecco perché, per Ferrero, la mobilitazione è urgente e l'equidistanza non regge: «La guerra rafforza Hamas e chi sostiene il conflitto di civiltà. Come nella guerra del Golfo. E' la riapertura del fronte che pensavamo chiuso con la sconfitta di Bush».

 

Gli Usa «capiscono», gli altri no - Stefania Podda

Preoccupata, la comunità internazionale si appella in queste ore ad Hamas e Israele perché arrivino ad una tregua. Ieri, al terzo giorno di offensiva militare israeliana a Gaza, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki moon ha chiesto un cessate il fuoco immediato e ha esortato la comunità internazionale a fare di più per mettere fine alla crisi. «Israele e Hamas devono fermare i loro atti di violenza e prendere tutte le misure necessarie per evitare vittime civili - ha detto Ban in una conferenza stampa al Palazzo di Vetro, a New York - Deve essere dichiarato immediatamente un cessate il fuoco e bisogna anche eliminare la retorica incendiaria». Ma le prese di posizione delle cancellerie internazionali hanno accenti diversi, dall'appoggio pressoché incondizionato e acritico dell'Italia alla condanna della Giordania, sino alle dichiarazioni della Siria. Ieri, fonti vicine al governo di Damasco e citate dalle tv arabe sottolineavano come, al di là dello scontato annuncio del congelamento dei negoziati indiretti, l'operazione "Piombo fuso" non comprometterà il futuro della trattativa che da mesi va avanti su un doppio binario, ufficiale e ufficioso. «La decisione - ha detto una fonte dell'AdnKronos-International - non va considerata una nuova strategia siriana, ma una posizione dettata dall'emergenza, una risposta all'attacco israeliano contro Gaza e un tentativo da parte della Siria di mostrare i risultati negativi di questa aggressione sulle trattative siro-israeliane. In questo senso, la sospensione dei negoziati non dovrebbe essere definitiva. La decisione siriana non significa la cancellazione delle trattative, ma un tentativo di creare condizioni nuove per una ripresa del negoziato in un clima di calma e di sincera ricerca della pace. In questo modo Damasco vuole avvertire l'amministrazione americana e i paesi europei della gravità della situazione e dei probabili effetti negativi di questi episodi sul processo di pace». La condanna e la chiusura della Siria potrebbero dunque rientrare nel tradizionale gioco delle parti, con Damasco che così si schiera con la causa palestinese senza perdere il contatto - pur indiretto - con Israele. Anche perché Assad sa bene che il nuovo presidente Barack Obama considera la Siria una pedina fondamentale nel gioco diplomatico per contenere e isolare l'Iran e si aspetta pressioni su Tel Aviv perché arrivi ad un accordo per la cessione delle alture del Golan. Detto questo, il regime siriano deve gestire anche la rabbia della propria piazza e delle altre città arabe. E i primi a cui Damasco non può non guardare sono i militanti di Hezbollah che ieri si sono riuniti nella periferia sud di Beirut arringati da Nasrallah. Decine di migliaia di persone per un raduno - ha precisato il leader del Partito di Dio - «in linea» con quanto deciso dalla Suprema guida della rivoluzione in Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, che a sua volta aveva dichiarato per «lutto nazionale» nella Repubblica islamica. Intanto la Casa Bianca gestisce l'ultima crisi mediorientale prima del cambio di amministrazione. Nei comunicati, Washington - che pure nei mesi scorsi aveva cercato di frenare in qualche occasione il governo israeliano - dà all'alleato il suo appoggio incondizionato: «Gli Stati Uniti - ha subito detto il portavoce della Casa Bianca - capiscono che Israele non aveva altra scelta, che ha preso questa decisione per difendersi». «Israele ha chiarito che non ha alcuna intenzione di rioccupare Gaza», ha aggiunto il portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, Gordon Johndroe, in una dichiarazione ai giornalisti con la quale ha esortato Hamas a mettere fine al lancio di razzi contro lo Stato ebraico e ad accettare «una tregua duratura». «Israele - ha spiegato Johmdroe - sta dando la caccia ai terroristi che lanciano razzi e mortai e sta prendendo i provvedimenti che ritiene siano necessari per affrontare la minaccia terroristica», ha detto ancora Johndroe, secondo cui gli Stati Uniti hanno anche chiesto a Israele di evitare vittime civili a Gaza.

 

Carneficina elettorale - Francesca Marretta

Gerusalemme - "Piombo fuso", la versione israeliana di "Shock and awe", ha riportato Gaza indietro di decenni nelle prime quarantotto ore di attacchi. La conta dei morti palestinesi aggiornata a ieri sera era di oltre trecentocinquanta morti e milleseicento feriti. I feriti sono sistemati alla meno peggio nei reparti, nelle corsie e nei cortili degli ospedali della Striscia. Una situazione parzialmente alleviata dall'ingresso a Gaza di una quarantina di camion con a bordo aiuti umanitari, sangue e altre forniture mediche, ingresso coordinato dal Comitato internazionale della Croce rossa (Icrc). Altri cento carichi di aiuti restano però in attesa del permesso per entrare a Gaza. Karen AbyZayd, dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unrwa) ha sottolineato ieri che purtroppo si tratta di una goccia nel mare, che sono necessarie ancora molte altre forniture, perchè tutte le scorte all'interno della Striscia ormai erano completamente esaurite. Trenta feriti gravi palestinesi sono stati trasferiti in ospedali al di là del confine egiziano. Nonostante l'esercito israeliano abbia distrutto le infrastrutture di comando di Hamas a Gaza, dall'ufficio del premier del governo de facto del movimento islamico, Ismail Haniyeh, alle sedi della sicurezza, ai depositi di armi e munizioni, almeno sessanta razzi di tipo grad e qassam hanno raggiunto anche ieri il territorio israeliano. L'Idf ha colpito anche almeno cinquanta basi di lancio per i razzi e diversi tunnel al confine con l'Egitto da cui arrivano ad Hamas rifornimenti militari. Ad Ashkelon, secondo porto di Israele, un razzo da Gaza ha ucciso un manovale beduino. La seconda vittima tra la popolazione israeliana, di questa guerra. I razzi da Gaza hanno ferito ieri anche una quindicina di israeliani, di cui cinque in modo serio. Secondo l'esercito israeliano l'attacco su Gaza «ha inferto un colpo duro alla capacità offensiva di Hamas». In base a verifiche in ospedali e centri medici, aggiornate a ieri mattina, la United Nations Relief and Works Agency parla di almeno cinquantasette vittime civili. Ma oltre che negli ospedali, moltissimi morti si trovano nelle moschee. Gli obitori sono al tutto esaurito, o ancora sotto le macerie. Nei cimiteri non ci c'è più spazio per le sepolture. Secondo il ministero dell'Interno di Gaza, gli uccisi nel corso dei raid che hanno colpito uffici governativi erano in maggioranza impiegati. Le sedi dell'amministrazione a Gaza, sono le stesse di quando c'era l'Anp, la sola differenza è che la direzione era ora nelle mani di Hamas. Maggiore chiarezza sulle cifre relative alle vittime potrà essere fatta appena le autorità israeliane permetteranno l'ingresso a Gaza alla stampa estera. Tenuta finora fuori dal territorio palestinese teatro dell'incursione militare israeliana. Domani è atteso sulla questione un pronunciamento dell'Alta corte israeliana. Da Gaza continuano ad arrivare denunce di un inevitabile e alto numero di morti civili. Alcuni episodi appaiono particolarmente raccapriccianti. Domenica otto adolescenti, il più grande aveva sedici anni, sono stati falciati in un colpo solo mentre erano in attesa di un autobus dell'Unrwa. Altri venti ragazzini presenti sul posto sono rimasti feriti da schegge. Nella prime ore di lunedì, Samira Balusha di Jabalya a nord di Gaza, ha perso cinque figlie fra i quattro e i diciassette anni in un attacco israeliano. Erano tutti in casa, Samira, suo marito e loro otto figli. Un F-16 israeliano ha colpito la vicina moschea Imad Aqel. La stanza delle ragazze è stata investita dall'esplosione. L'ultima figlia di appena tredici giorni si è salvata per miracolo. La testimonianza di Samira Balusha è stata raccolta dal giornalista di Gaza Safwat al Khalut, a cui Liberazione ha chiesto un commento sugli ultimi accadimenti. «Sono vivo, ti posso dire questo. Non c'è più vita a Gaza. C'è un coprifuoco non dichiarato. Tutti hanno paura. I drone, gli F-16, gli apache, non si fermano. Non hanno mai smesso. Stasera (ieri, ndr.) a Gaza City è finalmente tornata l'elettricità, anche se a scaglioni. Magari adesso riprenderà a funzionare la pompa dell'acqua a casa mia. Non abbiamo potuto lavare i bambini per giorni. Avevamo sono l'acqua raccolta nelle bottiglie riempite alle fontane della municipalità». Il giornalista è padre di cinque bambini e di un sesto in arrivo. Sua moglie è incinta di otto mesi. La figlia più grande Nura, ha otto anni, il più piccolo due. «Per fortuna il piccolo non capisce tanto, Piange solo. La grande invece chiede perchè ci bombardano. Io rispondo che ci sono dei signori arrabbiati con noi. Non posso mica stare a spiegargli tutto del conflitto. Io voglio che i miei figli, pur crescendo a Gaza abbiano una vita il più normale possibile». Rispetto al sentire della popolazione sulle responsabilità di Hamas per l'attacco, Safwat ritiene che la maggioranza della popolazione a Gaza crede all'ipotesi del tacito assenso all'attacco da parte del Cairo e Ramallah, al fine di sbarazzarsi di Hamas. Analoga l'analisi di Dan Diker del Jerusalem Center for Public Affairs (Jcpa). Diker afferma che l'offensiva su Gaza rischia di sortire, sul fronte palestinese, l'effetto di rivelarsi «positiva per Hamas», perchè «indebolirebbe Abbas di fronte all'opinione pubblica palestinese, convinta in larga parte che esista un interesse comune tra Israele, Stati Uniti e Anp per a rovesciare il regime di Hamas a Gaza». Come due anni e mezzo fa, al tempo del conflitto tra Israele e Hezbollah, l'82% della popolazione israeliana è a favore dell'attacco a Gaza. Se la matematica non è un opinione, contraria, per ora, è quasi esclusivamente popolazione araba di Israele, che rappresenta il 18-20% della popolazione. Gli israeliani hanno scelto di dare fiducia alla stessa leadership che trascinò il paese nel disastro del Libano. Il ministro della difesa israeliano Barak, in un acceso dibattito alla Knesset, convocata in seduta straordinaria ieri per discutere delle operazioni a Gaza, ha ribadito che Israele «ha lanciato una guerra a oltranza contro Hamas e alleati». Ora pare imminente la fase dell'offensiva di terra. I carri armati israeliani sono già schierati a ridosso delle zone di confine. L'area immediatamente a sud di Sderot, nel Negev è stata proclamata ieri "zona militare chiusa". Il che lascia intendere che l'ingresso dei tank a Gaza potrebbe essere questione di ore. L'attacco a Gaza ha spinto ieri l'Autorità nazionale Palestinese ad annunciare la sospensione delle trattative di pace con Israele. «Non vi sono negoziati e non ve ne potrebbero essere mentre è in corso un attacco contro di noi», ha dichiarato il responsabile per i negoziati ed ex primo ministro Ahmed Qurei. Secondo il governo senegalese, che ha parlato a nome dell'Organizzazione della Conferenza islamica (Oci) Il capo dell'ufficio politico di Hamas esiliato a Damasco, Khaled Meshaal, sarebbe pronto a concludere una tregua se Israele accettasse il cessate il fuoco e revocasse il blocco alla Striscia. Lo stesso Meshaal, tuttavia sabato ha parlato della necessità di una terza Intifada. Gli analisti citati ieri dalla stampa israeliana sottolileano, dal punto di vista della capacità offensiva di Hamas, che è ancora presto per dichiarare vittoria e che uno scontro all'interno del territorio di Gaza, può avere esiti tutt'altro che scontati. Come avvenne in Libano nel 2006. All'appello per la terza Intifada si è unito da Beirut il leader di Hezbollah, Nasrallah, che ha definito l'Egitto «complice» di quanto avviene a Gaza. Anche se l'operazione su Gaza è stata annunciata come duratura e il governo israeliano ha esortato la popolazione ad avere pazienza, dato che l'obiettivo è annientare il potere offensivo di Hamas, il ministro degli esteri e candidata alla corsa per la poltrona di Primo ministro alle prossime, Tzipi Livni, sta lavorando fin da ora alla messa a punto dei termini per una "exit strategy" dalla guerra a Gaza. Secondo gli analisti Livni avrebbe in mente per Gaza una soluzione tipo quella trovata in Libano, con lo schieramento di una forza di interposizione. In un incontro con la stampa Livni ha affermato che le forze israeliane cercano di evitare vittime civili, mentre «Hamas cerca i bambini da uccidere», prendendo di mira, «in maniera deliberata, le scuole e asili, perchè questo rispecchia i loro valori. I nostri valori sono completamente diversi. Noi stiamo cercando di colpire Hamas, che si nasconde tra i civili».

 

«Che errore devastante l'offensiva nella Striscia» - Francesca Marretta

Gerusalemme - Ran Cohen è parlamentare del Meretz alla sua ultima legislatura. «Venticinque anni in parlamento sono abbastanza», dice Cohen, ex ministro del Commercio e colonnello dell'esercito israeliano. L'ultimo atto per cui sarà ricordato come politico, è l'essere stato il solo ad aver votato, in sede di Comitato ristretto per la Sicurezza e la difesa, domenica scorsa, contro il richiamo dei riservisti per l'ampliamento della guerra a Gaza. «Durante il dibattito ho insistito sul fatto che la riserva si chiama per ampliare la guerra e far entrare truppe nel territorio. Questo è un errore terribile. Con conseguenze devastanti per Israele e per i palestinesi. Dieci esponenti di tutti i partiti hanno votato a favore. Col mio solo voto contrario, non avendo potere di veto, il provvedimento è ovviamente passato». La sua è una posizione diversa da quella del suo partito. La maggioranza dice che abbiamo diritto di difenderci, che abbiamo diritto alla nostra sicurezza. E questo è vero. Ma la sicurezza non si ottiene con questa guerra. La maggioranza del partito è a favore di una risposta proporzionata e la maggioranza della popolazione in Israele è a favore dell'attacco. So che almeno due deputati nel mio partito sono d'accordo con me, Zehava Galon e Mossi Raz. L'opinione pubblica israeliana è in stragrande maggioranza a favore dell'intervento, come nel 2006 in Libano. Dopo un mese di guerra tale opinione sarà ribaltata come allora? Io ero contrario anche alla seconda guerra del Libano. Allora dopo un mese di guerra l'umore nel paese si è ribaltato, perchè la guerra non era è andata bene, non perchè era considerata brutale e inaccettabile. Chiariamoci, per me Hezbollah è un'organizzazione terroristica, ma la cosa terribile, come ora con Hamas è che la loro soluzione terroristico-militare giustifica solo, a livello di opinione pubblica, l'intervento contro di loro. Il risultato, in un caso come nell'altro è un bagno di sangue. Alla fine si arriva sempre al cessate il fuoco da una parte o dall'altra. La guerra si arresta col cessate il fuoco. Allora io dico, perchè aspettare che siano uccisi ancora palestinesi e israeliani? Andiamo subito al cessate il fuoco. Lo scopo del governo israeliano, a parte fermare i razzi è sbarazzarsi del regime di Hamas a Gaza, fino ad allora continuerà l'attacco. Dal mio punto di vista ci sono due ragioni per questa guerra. Entrambe sbagliate. La prima è, appunto, fare fuori il regime di Hamas. Il governo israeliano sembra avere la memoria corta. Un tempo l'Olp era per noi una brutale organizzazione terroristica. L'abbiamo combattuta, dicevamo che non era un interlocutore. E cosa abbiamo avuto dopo con cui confrontarci? Hamas. E cosa avremo dopo aver scalzato Hamas con la forza da Gaza? Un confronto con un potere peggiore. E' insensato. Seconda cosa. Combattiamo Hamas per fermare i razzi. Giusto? Ebbene io da militare dico che questo risultato non può essere ottenuto. Per prima cosa perchè la striscia di Gaza è piena zeppa di razzi da tirare contro Israele, e poi perchè a Gaza hanno sviluppato la capacità di produrre i razzi. Quindi in qualunque momento. Dopo questa guerra alla prima occasione saranno lanciati altri razzi. Occorre trovare una soluzione politica, non militare, perchè non esiste soluzione militare efficace di questo conflitto. E quale soluzione politica propone? Anche parlare con Hamas se sono disposti. Ma la soluzione politica davvero efficace è quella di aggirare Hamas. Ovvero implementare l'Iniziativa araba. Parliamo di 57 paesi arabi che parlano della soluzione dei due Stati e di normalizzazione delle relazioni con Israele. Un cambiamento epocale. L'autorità palestinese ha diffuso il testo dell'Iniziativa araba sulla stampa israeliana e ha anche fatto affiggere manifesti in Israele, ma non vi è stata una reazione di rilievo a livello di opinione pubblica. Perché? Perchè la sinistra in Israele è troppo debole nella nostra mappa politica. Non abbiamo abbastanza potere per fare opinione a livello di massa, come alla Knesset. Hamas ha accusato Egitto e Anp di avere dato un silenzioso assenso all'operazione su Gaza, per scalzare Hamas e riportare Gaza sotto il controllo dell'Anp. Che ne pensa? Credo che Hamas non possa ignorare quello che il resto del mondo arabo sembra aver scelto. Hamas può rifiutare l'opzione di pace con Israele, ma non può ignorare la posizione degli altri paesi arabi. Non puo rifiutarsi di ascoltare la posizione dell'Egitto. O della Lega Araba. Lavorare con i paesi arabi è il modo non solo per battere Hamas, ma anche Hezbollah ed il regime di Teheran. Dobbiamo lavorare col mondo arabo moderato. E uno scenario ancora possibile se sarà eletto Netanyahu? Credo che quando verrà eletto sarà solo tutto peggio. Se vince Livni? Di certo lo scenario presenta molte più possibilità dell'altro, ma la differenza, in questo caso la farebbe il risultato di Labour e Meretz. Questa guerra rafforza Barak alle prossime elezioni? E' troppo presto per dirlo. Se la vince, lo rafforza di certo, ma rafforza allo stesso modo Livni. Anche l'immagine di Olmert ne guadagna. Un attacco del genere sarebbe stato possibile se la nuova amministrazione americana si fosse già insediata? Questo non lo so, ma so che certo Obama ha molte più chanches di aiutare il processo di pace in Medio Oriente rispetto ai suoi predecessori: è di origine musulmana, nero, ed è un democratico estremo rispetto alla media degli americani. Il problema è se lui si insedia e qui viene eletto Netanyahu. Nemmeno il Presidente degli Stati Uniti può smuoverlo dalle sue posizioni di destra.

 

L'Istat: salute a rischio per il 44% di lavoratori - Roberto Farneti

In Italia ci sono oltre dieci milioni di persone la cui salute fisica e/o psicologica viene quotidianamente messa in pericolo da condizioni di lavoro inadeguate. La conferma che la battaglia per la sicurezza del lavoro nel nostro paese sia ancora lontana dall'essere vinta arriva da un'indagine Istat, resa nota ieri, dalla quale emerge un dato allarmante: ben il 44% degli occupati, su un totale di 23 milioni 298 mila, afferma di percepire nello svolgimento del proprio lavoro, la presenza di almeno un fattore di rischio per la propria salute. Fra questi lavoratori ben 8 milioni 706 mila avvertono la presenza di fattori di rischio che possono compromettere la salute fisica, mentre 4 milioni 58 mila ritengono di essere esposti a rischi che potrebbero pregiudicare l'equilibrio psicologico. Una sensazione di pericolo niente affatto immotivata, come dimostrano anche le cifre sugli infortuni. Le persone che hanno dichiarato di avere subito un incidente sul luogo di lavoro o durante il tragitto casa-lavoro sono 937mila e costituiscono il 3,7% di coloro che svolgono o hanno svolto una attività lavorativa negli ultimi dodici mesi. Di gran lunga più alto il numero delle persone che hanno sofferto di problemi di salute causati o aggravati dall'attività lavorativa nell'ultimo anno: 2 milioni e 797mila. Oltre la metà degli intervistati dichiara di avere un problema osseo, articolare o muscolare. La parte del corpo più colpita risulta, in particolare, la schiena (ci soffre il 28,2% ). Abbastanza diffusi anche i disagi di tipo psicologico, come stress, ansia e depressione, citati dal 16,2% degli intervistati. I più esposti al rischio di infortuni si confermano i migranti, con un numero di vittime (88mila, pari al 5,4% dei lavoratori stranieri) significativamente superiore in percentuale rispetto alla componente italiana (3,6%). Tra i settori meno sicuri, primeggia quello delle costruzioni (segnalato dal 63,4% degli occupati in questo comparto) seguito dall'agricoltura (54,3%) dai trasporti (48,3%) dalla sanità (45,5%) e dal manifatturiero (44,7%). Ieri un altro grave incidente si verificato a Botrugno (Lecce) nel cantiere allestito in una casa in ristrutturazione. Un operaio di 62 anni, del quale non sono state rese note le generalità, è caduto dal solaio del garage sul quale stava lavorando, a circa quattro metri di altezza. L'uomo è ora ricoverato con prognosi riservata nell'ospedale Vito Fazzi di Lecce. Mentre la strage continua, la preoccupazione principale del governo Berlusconi sembra tuttavia quella di rendere meno rigoroso l'apparato sanzionatorio previsto dal Testo unico per la sicurezza sui luoghi di lavoro, varato dal precedente governo con il consenso dei sindacati ma con il parere contrario della Confindustria. Scuote la testa Paola Agnello Modica, segretaria confederale della Cgil, con delega al tema Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro. Secondo la sindacalista, infatti, proprio l'indagine Istat «conferma che c'è bisogno di più intervento sia normativo che di vigilanza e che tutti devono essere impegnati a raggiungere il condivisibile obiettivo europeo di 'promuovere un vero benessere sul luogo di lavoro». Agnello Modica sottolinea un altro aspetto «drammatico» del fenomeno: il fatto, cioè, «che ben l'8,1%» delle vittime di infortuni «non sia più in grado di lavorare, mentre le rendite e gli indennizzi Inail continuano a rimanere a livelli di indecenza. Ci chiediamo quanti lavoratori e lavoratrici che hanno subito un infortunio, o che soffrono di una malattia di origine professionale, riusciranno a trovare lavoro - osserva la dirigente della Cgil - se il governo, come è intenzionato a fare, supererà il divieto di visita preassuntiva da parte del medico aziendale». Obiezioni pregiudiziali di carattere politico? No, dal momento che anche il segretario confederale dell'Ugl, Nazzareno Mollicone, chiede la «piena attuazione, in tutte le sue parti» del Testo Unico «attraverso il quale è stata riordinata una normativa, impedendo forme di elusione delle leggi, frequenti in passato, e garantendo un apparato sanzionatorio adeguato».

 

La Stampa – 30.12.08

 

"Abbiamo solo bombe e fame" - FRANCESCA PACI

GERUSALEMME - Hiam attende da tre ore sul marciapiede accanto a Shark, il forno di Nasser road, al centro di Gaza City. Ha ripiegato un lembo del lungo mantello nero che la copre dalla testa ai piedi e si è seduta un poco, fa la fila per il pane. Davanti a lei ci sono ancora un centinaio di persone: «Sono la numero 102, per stasera dovrei farcela. Mio marito è arrivato presto, sono venuta a dargli il cambio a mezzogiorno prima che andasse a ufficio». Per la prima volta a Gaza il cibo manca davvero. Farina, latte, olio, frutta, tutti i prodotti «importati» sottobanco dal Cairo sono spariti dal mercato nel giro di poche ore, il tempo che l’aviazione israeliana bombardasse 40 dei 600 tunnel scavati sotto il confine egiziano e i contrabbandieri smaltissero la mercanzia residuale. Hiam, 26 anni e sei bambini, l’ultimo dei quali nato sei mesi fa, si arrangia come può: «Mio marito lavora al Comune, io faccio la sarta. Il problema non sono i soldi: ho il portafoglio pieno ma non posso comprare da mangiare». Cucinare poi, neppure a parlarne. La stessa bombola del gas che fino al mese scorso costava 50 shekel, circa dieci euro, viene venduta a otto volte tanto. E dura appena due settimane. Molto meglio ordinare riso e pollo da Palamera, uno dei pochi ristoranti dotati di supergeneratore. «Gaza è zona militare chiusa», ha dichiarato il ministro della difesa israeliano Ehud Barak passando in rassegna i carri armati schierati lungo la frontiera. Secondo il sito Debka, vicino all’intelligence dello Stato ebraico, alcuni commando sarebbero già penetrati in territorio nemico, anticipando quella che dovrebbe essere la fase terrestre dell’operazione Piombo Fuso. Dall’altra parte della barricata, al di là della cortina di ferro, i miliziani di Hamas e della Jihad Islamica rispondono lanciando razzi e minacciano attentati kamikaze. In città, nelle strade di Khan Younis, Rafah, tra i vicoli del campo profughi di Jabalya la gente combatte per la pagnotta. «Arriveranno, lo so, uno di questi giorni ci sveglieremo con i tank in cortile» dice Khaled Abu Hassan, 50 anni, falegname di Beit Lahiya, uno dei villaggi più prossimi alla frontiera israeliana. Il raid di ieri mattina gli ha frantumato i vetri di casa: «Quando hanno bombardato le moschee ho capito che non c’era più niente di sacro, ci prepariamo». Si preparano soprattutto i nipoti del suo vicino, sheik Abdallah, l’anziano del villaggio. Venti e ventidue anni, Tarik e Ali Suliman, studiano legge all’università al Azhar e militano tra le fila dei Comitati di Resistenza Popolare: «Li aspettiamo, insciallah. Quando gli israeliani dovranno battersi sul terreno anziché attaccare dal cielo ne vedremo delle belle. Abbiamo parecchie frecce al nostro arco e le useremo al momento giusto». La Striscia è uno dei luoghi più popolati del mondo: solo a Gaza City, 45 chilometri quadrati, vivono oltre 400 mila persone. Le minacce incrociate solcano il cielo intercettando i caccia bombardieri. «Siamo alle solite, è la nostra ciclica guerra déjà vu» nota il columnist del quotidiano israeliano Ynet Barizon Michael. Il risultato, secondo lui, è un copione già scritto, sempre identico da oltre mezzo secolo: «Odio, dolore, risentimento e desiderio di vendetta». Basta sintonizzarsi sulle due radio locali per ascoltare il tam tam dell’occhio per occhio. Al Aqsa e Al Quds, l’emittente di Hamas e quella della Jihad Islamica, ripetono i discorsi dei leader intervallati dall’appello dell’ospedale Shifa che chiede sangue. «Siamo alle corde» ammette il dottor Zaquot, da tre giorni in prima linea al pronto soccorso. Ci sono quelli che cercano i familiari dispersi, altri che accompagnano i feriti e guardano di traverso la veglia al capezzale dei morti, i volontari con la manica della camicia arrotolata per donare il sangue, gli uomini di Hamas, solleciti, vigili, mimetici. «Bella roba, questa guerra li rafforzerà, e dire che un anno e mezzo di governo li aveva resi così impopolari». Maher ragiona ad alta voce, il cellulare come lo psicanalista. Per vent’anni ha lavorato con al Fatah, tesserato della prima ora. Due estati fa, quando Hamas ha preso il potere cacciando i suoi compagni di partito, ha provato a fuggire: «La mia famiglia vive qui, dove potevo andare? Hamas non sa governare, se la cava meglio sul campo di battaglia. Bel regalo gli hanno fatto gli israeliani». Maher Abbass abita a Jabalya, al nord, non lontano dai Ba’lousha, la famiglia sterminata dal bombardamento di ieri. Quando l’aviazione ha attaccato era in strada con la figlia Rawan, che è rimasta lievemente ferita. Facevano la fila per il pane.

 

Il parlamento prigioniero - MARCELLO PERA

La dichiarazione del presidente del Consiglio a favore del presidenzialismo è stata forse estemporanea, ma nessuno che avesse seguito con attenzione l’evolversi del nostro sistema politico e costituzionale negli ultimi anni dovrebbe stupirsene. In sostanza Berlusconi ha detto: «Io ho trasformato l’Italia in una repubblica presidenziale». E poi: «Io ho il consenso del popolo, e perciò io mi candido con elezione diretta alla presidenza della Repubblica. Perché non dovrei dare forma di diritto a ciò che già esiste, in gran parte per merito mio, in punto di fatto?». Chi si stupisce non è stato attento a ciò che è accaduto. È in corso da tempo una crisi degenerativa che ha cambiato il nostro sistema, ne ha eroso la natura democratica, lo ha lasciato in sospeso, e ora lo espone persino ad avventure. Il federalismo, che darà un colpo d’accetta al bilancio statale e di martello all’unità d’Italia, sarà l’ultimo episodio. Di questa degenerazione, i protagonisti e i cittadini percepiscono perlopiù i segni esteriori e li fraintendono, alla maniera di coloro che non capiscono che, guardando il dito, non si vede la luna. I parlamentari di maggioranza lamentano la loro riduzione a macchinette schiacciabottoni, il cui unico contributo intellettuale consiste nel ricordarsi che il bottone verde è il secondo da sinistra e quello rosso il primo da destra. I parlamentari di opposizione lamentano la loro trasformazione in spettatori di votazioni dall’esito scontato. Gli uni e gli altri lamentano che non possono emendare neppure una virgola dei decreti del governo, peraltro gli unici provvedimenti che sono portati in Aula, essendo da tempo scomparsa l’iniziativa parlamentare delle leggi. I presidenti delle assemblee lamentano che il governo non dia spazio al dibattito e li costringa, con i decreti, i voti di fiducia, i tempi contingentati, a fare da passacarte della sua volontà. I cittadini lamentano la distanza della politica e se la prendono con la «casta». Ma tutto questo è colore, e comunque effetto, non causa. Le principali ragioni profonde della degenerazione consistono in due sequestri. Il primo è il sequestro della rappresentanza parlamentare. Esportata dalla Toscana, la legge elettorale su liste bloccate ha avuto due effetti immediati: il parlamentare eletto, dopo una campagna elettorale cui ha assistito da spettatore televisivo senza muovere un dito se non per fare zapping, ha perduto qualunque interesse al suo territorio di riferimento, e il cittadino elettore non ha più avuto suoi rappresentanti. Non solo costui non ha messo il naso nella loro elezione, non li ha mai visti né conosciuti, e non sa dove incontrarli. Così i gruppi parlamentari sono diventati solo la corte del leader del partito, da lui scelta in base all’affidamento personale verso sé medesimo, non a quello politico verso gli elettori. Chi oggi si lamenta della tanta piaggeria e cortigianeria che vede in giro dovrebbe anche riflettere che la legge toscana piace a tutti i capi partito, tanto che cercano di estenderla anche alle elezioni europee. L’altro sequestro è quello, conseguente, del Parlamento. Quando, col sistema toscano, il capo del partito diventa presidente del Consiglio, il Parlamento, composto di sola gente al seguito, si trasforma in una sua propaggine esterna. E se per caso questa non risulta maneggevole e arrendevole come egli vorrebbe, ecco nascere la richiesta di riforme. Non ci è forse toccato di sentir dire che in Parlamento basterebbero una trentina di persone, oppure che si potrebbe votare solo nelle commissioni, oppure che potrebbero votare solo i capigruppo? Forse sono scherzi, ma hanno l’aria di essere freudiani. Dopotutto, a che serve il Parlamento se fa tutto il governo? E se deve fare tutto il governo, e per esso il suo capo, a che servono tante procedure? Il sequestro del Parlamento da parte del governo ha anche altre cause. Quando il governo sigla un accordo con i sindacati, il Parlamento è chiamato solo a mettere il timbro. Quando il governo fa un’intesa con le Regioni, il Parlamento può solo ratificare. Quando il governo se la vede direttamente addirittura con alcuni pochi sindaci, il Parlamento appone la firma. E così via, con le associazioni, le categorie, i gruppi organizzati, eccetera. Per non parlare delle nomine negli enti o delle autorità. Si obietterà che al Parlamento, anche sotto sequestro, resta pur sempre il potere di far cadere il governo. Ma non è vero. Quella minaccia è un’arma senza la punta: perché se cade il governo si rivota e i capibastone (qualifica che i capibastone danno a chi li disturba) eleggono un altro capo che ripeterà le orme del predecessore. Solo che, di questo passo, sequestro dopo sequestro, il sistema degenera. Se poi si aggiunge la circostanza tragica che oggi in questo sistema non c’è neppure l’opposizione politica, per malattia grave sua propria e perché neanch’essa capisce le cause vere della crisi italiana, anzi le coltiva al pari della maggioranza, allora si deve concludere che, sempre di questo passo, degenera anche la democrazia. Già adesso siamo alle folle - «oceaniche» si sarebbe detto una volta - sotto i gazebo e sotto le tende delle primarie. Approfittando delle lunghe file, anziché spingere il poveretto che sta davanti, sarebbe il caso di soffermarsi a riflettere. Non certo sulla perduta «centralità del Parlamento», per metterci una toppa, come toppe sarebbero il presidenzialismo, il Senato federale, o un nuovo Csm, ma su una questione più importante e di sistema: la nostra Costituzione è ancora un patto che lega gli italiani? È ancora uno strumento efficiente e adeguato? C’è stato un tempo in cui, soprattutto nel centrodestra, queste domande erano all’ordine del giorno. E ce ne fu un altro in cui un presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, considerato matto perché dava il meglio di sé quando faceva il matto, le pose all’attenzione di tutti. Oggi è scena muta. Ed è un grave errore. C’è solo da sperare che non si trasformi in una tragedia, il giorno in cui la crisi costituzionale e politica si dovesse combinare con una economica e sociale.

 

Nuova Centrale ma è sempre la solita Italia - ALBERTO MATTIOLI

MILANO - Il famigerato stile assiro-milanese non è mai stato così splendente. È un incrocio fra Babilonia e Gotham City, un Vittoriano con i binari (che poi sono l’unica cosa che manca in quello vero), il super-mega-ultra kitsch fatto cemento. Di tutto, di più: erme e urne, bassorilievi e affreschi, mosaici e marmi, atrii muscosi e fori cadenti, atleti nudi probabilmente gay tipo Foro Italico e inquietanti doccioni da Notre-Dame rifatta da Viollet-le-Duc. E poi cavalli e soldati, scudi sabaudi con regolamentare scritta Fert, spettacolari arcate in acciaio, vedute di Firenze e di Roma, eroi del Carso e camicie nere (ma l’unico Mussolini sopravvissuto al ribaltone è accuratamente oscurato) e perfino un Padiglione Reale lugubremente elegante per le attese dei Savoia in transito. Manca solo la sfinge. Insomma, è la Stazione Centrale di Milano, già a lungo biasimata come esempio di insano gigantismo retorico-fascista-meneghino e oggi rivalutata non solo nel gusto dei più (però già per Frank Lloyd Wright, non un cumenda qualsiasi, era «la stazione ferroviaria più bella del mondo») ma anche dai restauri che hanno riportato all’antico splendore (splendore?) questo monumento all’Eccesso. Già: nell’orgia di superlativi per il debutto dell’alta velocità sulla Milano-Bologna in un’ora e spiccioli, scioperi permettendo, nessuno ha fatto caso alla contemporanea inaugurazione dei rifacimenti della povera vecchia Centrale, uno di quei posti dove tutti passano e che nessuno guarda. Al massimo, la si vede. E magari ci si chiede, come Marco Paolini: «La prima volta a Milano C. ti domandi: ma è Centrale o Cattedrale?». Però sappiamo che pochi luoghi sono rivelatori come le stazioni. Dimmi dove vai a prendere il treno e ti dirò in che società vivi. E allora ecco il neogotico fuligginoso dell’Inghilterra imperiale tutta Bibbia & vapore (la londinese St. Pancras, Edimburgo, addirittura Bombay dove la stazione sembra una Westminster tropicale). Ecco la solidità borghese dell’Hauptbahnhof di Zurigo, con i buffet da superfondute della domenica e i monumenti agli ingegneri dei trafori. Ecco il déco da Età dell’Opulenza dalla Grand Central Station di New York, dove ci si aspetta sempre che si materializzi un Vanderbilt o un Astor. Ecco il kolossal teutonico della stazione alsaziana di Metz, oggi purtroppo mascherato da un rifacimento (francese) minimal-chic, ma che il Grande Stato Maggiore del Kaiser aveva voluto enorme per permettere la mobilitazione rapida richiesta dal piano Schlieffen (ottimo di suo, ma rovinato nell’applicazione dal Moltke junior). E allora la Stazione Centrale di Milano diventa l’emblema di un Paese la cui realtà non è mai all’altezza delle ambizioni, di una povera Patria sempre in bilico sul vorrei ma non posso. Già i lavori di costruzione furono di durata biblica (o, appunto, italiana): prima pietra posata nel 1906, inizio effettivo nel ’25, inaugurazione nel ’31. Ma poi la stazione nacque fascistissima, emblema di un’Italia che si voleva imperiale, guerriera, volitiva, mentre sappiamo invece com’era e come, soprattutto, andò a finire. Però anche oggi questa discrepanza fra aspirazioni e realizzazioni, fra voglie e possibilità, fra sogno e realtà resta. Perché sì, c’è l’Alta velocità, ma ci sono anche le tradotte dei pendolari o gli espressi in arrivo dal Sud con ritardi di tre ore. Per non parlare poi del fatto che anche nell’evo dell’Eurostar non è detto che la puntualità sia assicurata: per esempio, poniamo, il giorno di Santo Stefano l’ES9664 delle 14,43 per Torino è partito con mezz’ora buona di ritardo mentre, richiesto d’informazioni all’apposito baracchino, lo sventurato targato Fs rispose: «Se ne avessi, gliele darei». Certo, sì, ci sono i nuovo pannelli elettronici che fanno tanto aeroporto, però nessuno ha ancora pensato di rimuovere i patetici orologioni a lancette fermi alle 10,52 dal tempo del primo centrosinistra. E poi la Stazione Centrale dovrebbe diventare, come lo sono tutte quelle europee, anche un grande centro commerciale: 30 mila metri quadrati di shopping, fanno sapere dalle Grandi Stazioni, già prenotati da Feltrinelli, Benetton, Nike e perfino dalla Coop. In effetti, gli enormi murales Dolce&Gabbana danno anche adesso una nota di glam modaiolo tipicamente milanese. Però resistono, per la gioia di chi ama le buone cose di pessimo gusto, gli incredibili tabaccai con i folli souvenir che ormai si trovano solo qui, i piattini con Padre Pio, la gondola con il centrino, la torre di Pisa con il lumino, il Duomo in finto alabastro. Da qualche parte, nonna Speranza si rassicura: le stazioni cambiano, l’Italia no.

 

Mosca non ha più contanti. E la classe media affonda - EVGENY UTKIN

MOSCA - Dopo gli anni bui tra la fine degli 80 e l’inizio dei 90, quando per comprare zucchero e sapone occorreva la tessera (due saponette al mese!), e per il burro o la mortadella si facevano code chilometriche, o dopo quel giorno d'estate ‘98, quando il rublo si svalutò di due terzi provocando un'inflazione galoppante, sembrava che i russi fossero diventati immuni alle crisi. «Crolla la Borsa, e allora?» Meno del 2 per cento della popolazione vi investe e la maggioranza non sa neanche che cosa sia. E infatti a ottobre il 52 per cento dei russi dichiarava: «Non sento la crisi, non mi tocca». Adesso invece tutto è cambiato. Le prime a essere colpite sono state le banche. Nello stesso ottobre quattro tra i 50 istituti più importanti della rete russa - Kit Finans, Sviaz Bank, Globex e Sobinbank - sono stati ceduti ad altre strutture o a colossi come VneshEconomBank e GazenergopromBank per la simbolica cifra di 5.000 rubli (circa 125 euro). Le piccole invece falliscono nel silenzio generale. L’ultimo annuncio è arrivato dalla Banca Russa il 18 dicembre: sono state revocate le licenze ad altre tre banche: Setevoj Neftjanoj Bank, ZelAK Bank e BaltcredoBank. Tante inoltre sono a corto di liquidi. La moscovita Capital Credit ha collocato davanti agli sportelli lo sconsolante annuncio: «Non ci sono soldi». In difficoltà analoghe sono altre 20-30 banche, dicono gli esperti. Il governo ha dichiarato che tutti depositi fino 700 mila rubli (circa 19 mila euro) saranno garantiti dallo Stato. Ma oltre? Nessuna garanzia. Per questo la classe media, che non supera il dieci per cento della popolazione ed è comunque debole perché nata da appena un decennio, sta cercando di salvarsi come può. Chi anticipa l’acquisto dell’automobile, chi investe nello studio. Per questo i consumi sono scesi di poco e restano superiori a quelli europei: i russi sanno che comprare un bene è meglio che tenere i soldi sotto il materasso. La mancanza di liquidità è il problema più grave del sistema bancario russo. Mentre tutto il mondo abbassa il costo del denaro, la Banca centrale russa lo aumenta: per contenere l'inflazione, per evitare l'uscita di denaro fuori dalla Russia e formare i depositi che in Russia sono piccoli. L’inflazione è cresciuta. Il vice-premier Alexander Zhukov ieri ha ammesso che la disoccupazione ufficiale è arrivata a 1.454.000 persone, con un aumento del 4% solo nell'ultima settimana. «Nel 2009 la disoccupazione ufficiale potrebbe arrivare a 2,1-2,2 milioni di persone», prevede il ministro per lo Sviluppo sociale e la Sanità, Tatiana Golikova. La maggior fonte di denaro è l’energia, soprattutto il gas, che però nel 2009 non darà i consistenti utili del 2008. Gli analisti della Banca di Mosca prevedono due scenari economici: uno con il barile di petrolio a 60 dollari, una crescita del Pil del 2,5 per cento e il dollaro a 30 rubli; l’altro, il più probabile, con il barile a 40 dollari, la crescita zero e il dollaro a 35 rubli. Sebbene il premier russo Vladimir Putin abbia di recente dichiarato che «l'era del gas economico sta per finire», il petrolio sotto i 40 dollari al barile apre una voragine nel bilancio russo. Solo i soldi messi negli ultimi anni nei fondi sovrani permettono di guardare al futuro con ottimismo.


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