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Manifesto – 31

Manifesto – 31.12.08

 

La morale dei cacciabombardieri - Mustafa Barghouthi*

E leggerò domani, sui vostri giornali, che a Gaza è finita la tregua. Non era un assedio dunque, ma una forma di pace, quel campo di concentramento falciato dalla fame e dalla sete. E da cosa dipende la differenza tra la pace e la guerra? Dalla ragioneria dei morti? E i bambini consumati dalla malnutrizione, a quale conto si addebitano? Muore di guerra o di pace, chi muore perché manca l'elettricità in sala operatoria? Si chiama pace quando mancano i missili - ma come si chiama, quando manca tutto il resto? E leggerò sui vostri giornali, domani, che tutto questo è solo un attacco preventivo, solo legittimo, inviolabile diritto di autodifesa. La quarta potenza militare al mondo, i suoi muscoli nucleari contro razzi di latta, e cartapesta e disperazione. E mi sarà precisato naturalmente, che no, questo non è un attacco contro i civili - e d'altra parte, ma come potrebbe mai esserlo, se tre uomini che chiacchierano di Palestina, qui all'angolo della strada, sono per le leggi israeliane un nucleo di resistenza, e dunque un gruppo illegale, una forza combattente? - se nei documenti ufficiali siamo marchiati come entità nemica, e senza più il minimo argine etico, il cancro di Israele? Se l'obiettivo è sradicare Hamas - tutto questo rafforza Hamas. Arrivate a bordo dei caccia a esportare la retorica della democrazia, a bordo dei caccia tornate poi a strangolare l'esercizio della democrazia - ma quale altra opzione rimane? Non lasciate che vi esploda addosso improvvisa. Non è il fondamentalismo, a essere bombardato in questo momento, ma tutto quello che qui si oppone al fondamentalismo. Tutto quello che a questa ferocia indistinta non restituisce gratuito un odio uguale e contrario, ma una parola scalza di dialogo, la lucidità di ragionare il coraggio di disertare - non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altra Palestina, terza e diversa, mentre schiva missili stretta tra la complicità di Fatah e la miopia di Hamas. Stava per assassinarmi per autodifesa, ho dovuto assassinarlo per autodifesa - la racconteranno così, un giorno i sopravvissuti. E leggerò sui vostri giornali, domani, che è impossibile qualsiasi processo di pace, gli israeliani, purtroppo, non hanno qualcuno con cui parlare. E effettivamente - e ma come potrebbero mai averlo, trincerati dietro otto metri di cemento di Muro? E soprattutto - perché mai dovrebbero averlo, se la Road Map è solo l'ennesima arma di distrazione di massa per l'opinione pubblica internazionale? Quattro pagine in cui a noi per esempio, si chiede di fermare gli attacchi terroristici, e in cambio, si dice, Israele non intraprenderà alcuna azione che possa minare la fiducia tra le parti, come - testuale - gli attacchi contro i civili. Assassinare civili non mina la fiducia, mina il diritto, è un crimine di guerra non una questione di cortesia. E se Annapolis è un processo di pace, mentre l'unica mappa che procede sono qui intanto le terre confiscate, gli ulivi spianati le case demolite, gli insediamenti allargati - perché allora non è processo di pace la proposta saudita? La fine dell'occupazione, in cambio del riconoscimento da parte di tutti gli stati arabi. Possiamo avere se non altro un segno di reazione? Qualcuno, lì, per caso ascolta, dall'altro lato del Muro? Ma sto qui a raccontarvi vento. Perché leggerò solo un rigo domani, sui vostri giornali e solo domani, poi leggerò solo, ancora, l'indifferenza. Ed è solo questo che sento, mentre gli F16 sorvolano la mia solitudine, verso centinaia di danni collaterali che io conosco nome a nome, vita a vita - solo una vertigine di infinito abbandono e smarrimento. Europei,americani e anche gli arabi - perché dove è finita la sovranità egiziana, al varco di Rafah, la morale egiziana, al sigillo di Rafah? - siamo semplicemente soli. Sfilate qui, delegazione dopo delegazione - e parlando, avrebbe detto Garcia Lorca, le parole restano nell'aria, come sugheri sull'acqua. Offrite aiuti umanitari, ma non siamo mendicanti, vogliamo dignità libertà, frontiere aperte, non chiediamo favori, rivendichiamo diritti. E invece arrivate, indignati e partecipi, domandate cosa potete fare per noi. Una scuola?, una clinica forse? delle borse di studio? E tentiamo ogni volta di convincervi - no, non la generosa solidarietà, insegnava Bobbio, solo la severa giustizia - sanzioni, sanzioni contro Israele. Ma rispondete - e neutrali ogni volta, e dunque partecipi dello squilibrio, partigiani dei vincitori - no, sarebbe antisemita. Ma chi è più antisemita, chi ha viziato Israele passo a passo per sessant'anni, fino a sfigurarlo nel paese più pericoloso al mondo per gli ebrei, o chi lo avverte che un Muro marca un ghetto da entrambi i lati? Rileggere Hannah Arendt è forse antisemita, oggi che siamo noi palestinesi la sua schiuma della terra, è antisemita tornare a illuminare le sue pagine sul potere e la violenza, sull'ultima razza soggetta al colonialismo britannico, che sarebbero stati infine gli inglesi stessi? No, non è antisemitismo, ma l'esatto opposto, sostenere i tanti israeliani che tentano di scampare a una nakbah chiamata sionismo. Perché non è un attacco contro il terrorismo, questo, ma contro l'altro Israele, terzo e diverso, mentre schiva il pensiero unico stretto tra la complicità della sinistra e la miopia della destra. So quello che leggerò, domani, sui vostri giornali. Ma nessuna autodifesa, nessuna esigenza di sicurezza. Tutto questo si chiama solo apartheid - e genocidio. Perché non importa che le politiche israeliane, tecnicamente, calzino oppure no al millimetro le definizioni delicatamente cesellate dal diritto internazionale, il suo aristocratico formalismo, la sua pretesa oggettività non sono che l'ennesimo collateralismo, qui, che asseconda e moltiplica la forza dei vincitori. La benzina di questi aerei è la vostra neutralità, è il vostro silenzio, il suono di queste esplosioni. Qualcuno si sentì berlinese, davanti a un altro Muro. Quanti altri morti, per sentirvi cittadini di Gaza?

*parlamentare palestinese, leader del partito di sinistra Mubadara (L'Iniziativa)

 

Gaza, «avanti con la guerra» - Michelangelo Cocco

Nessuna tregua, nemmeno quella «umanitaria», di 48 ore, proposta dal ministro degli esteri francese Kouchner. Israele ha respinto ieri pomeriggio ogni interferenza nella campagna contro Gaza che, ha annunciato il ministro della guerra Ehud Barak, potrebbe durare settimane. «L'offensiva è iniziata e non finirà finché i nostri obiettivi saranno raggiunti, stiamo continuando in linea con i nostri piani» ha dichiarato con un comunicato ufficiale il premier Ehud Olmert. Barak, il generale pluridecorato che è il vero protagonista di «Piombo fuso» - l'operazione che secondo fonti mediche della Striscia è già costata la vita a 383 palestinesi e ne ha feriti oltre 800 - ha annunciato che i carrarmati si stanno ammassando ai confini tra Israele e la lingua di deserto evacuata da coloni e soldati poco più di tre anni fa. Secondo fonti israeliane, solo le pessime condizioni meteorologiche hanno fermato l'offensiva di terra. L'operazione durerà «il tempo necessario» a fermare il lancio di razzi verso lo Stato ebraico e «assestare un duro colpo ad Hamas», ha detto Barak. Ad essere colpiti dall'aviazione ieri sono stati in particolare il nord e il sud della Striscia, aree nelle quali negli ultimi anni (ufficialmente per stroncare il traffico di armi e prevenire il lancio di razzi) le ruspe hanno demolito centinaia di case palestinesi. Il bilancio di morte della giornata è di almeno una dozzina di palestinesi e include due sorelline, di 4 e 11 anni, uccise da un raid a Beit Hanoun. Sette persone sono state ammazzate in un altro attacco dei jet con la stella di David nel campo profughi di Jabaliya (sempre nel nord) per eliminare un attivista di Hamas che però al momento della strage non era in casa. Il relatore speciale per i diritti umani dell'Onu, Richard Falk, ha denunciato «scioccanti atrocità» commesse contro la popolazione civile di Gaza. «Israele sta compiendo una serie scioccante di atrocità impiegando armi moderne contro una popolazione inerme che già sopporta da mesi un duro embargo», ha detto Falk in un'intervista alla Bbc della quale l'emittente britannica pubblica alcuni stralci nel suo sito online. Falk ha chiesto alla Comunità internazionale di aumentare le pressioni su Israele perché ponga fine ai bombardamenti. Secondo le Nazioni Unite almeno 62 palestinesi sono stati uccisi dall'inizio dell'offensiva (tra loro donne e bambini). Falk ha chiesto un'inchiesta sugli attacchi contro i civili. Mushir al-Masri, deputato di Hamas, ha detto alla Reuters che il suo movimento «non sta elemosinando una tregua e non c'è spazio per negoziati su un cessate il fuoco mentre continuano l'aggressione e l'assedio». Nel quarto giorno di bombardamenti i dirigenti del partito islamista restano nascosti nei loro rifugi aspettando le prossime mosse dell'esercito di Tel Aviv. In vista delle elezioni politiche del 10 febbraio prossimo, i laburisti di Barak e il Kadima della ministra degli esteri Tzipi Livni hanno bisogno di portare a casa un risultato che sia il più vicino possibile all'obiettivo dichiarato della «distruzione di Hamas». Una tregua con Hamas i cui termini siano favorevoli a Israele? La rioccupazione del nord di Gaza per limitare al massimo il lancio di razzi? La televisione israeliana Canale 10 ha annunciato che l'aviazione è già riuscita a distruggere 1.000 dei circa 3.000 razzi in possesso di Ezzedine al Qassam, l'ala militare di Hamas. Ma i miliziani ieri sono riusciti a colpire la zona di Be'er Sheva - una quarantina di chilometri all'interno dello Stato ebraico - senza causare vittime ma facendo segnare il record di distanza raggiunto dai loro rudimentali vettori. Centrate anche le città di Kiryat Malachi e Rahat, zone a 30 chilometri dalla frontiera, mai raggiunte finora. Quattro gli israeliani uccisi dai Qassam, i Grad e i Katyusha lanciati dall'inizio dell'attacco aereo sabato scorso. Insomma per ora Hamas resiste e la guerra scatenata contro Gaza non sta assicurando agli abitanti di Sderot e dintorni la sicurezza promessa loro dal governo di Tel Aviv. Inoltre prima o poi le proteste internazionali per i massacri e le distruzioni di proprietà si faranno più pressanti e lo Stato ebraico non potrà continuare a ignorarle. Una situazione difficile quella in cui si sono infilati il premier Ehud Olmer e i suoi ministri, che ieri Benjamin Netanyahu, il loro rivale e favorito per la vittoria nel voto del 10 febbraio, non ha mancato di sottolineare. Se non rimuoviamo Hamas - ha detto il leader del Likud (destra) in un'intervista alla Reuters - «Hamas si riarmerà».

 

Israele sperona la Dignity, nave dei pacifisti - Michele Giorgio

GERUSALEMME - Accolta da decine di sostenitori che sventolavano le bandiere del Libano e della Palestina, la nave Dignity del movimento pacifista Free Gaza Movement, è giunta ieri pomeriggio nel porto di Tiro. Non era quella sua vera destinazione, la attendevano a Gaza city come era accaduto altre cinque volte dallo scorso agosto. Ma per come sono andate le cose ieri, poco prima dell'alba, nelle acque internazionali mentre navigava verso Gaza, i passeggeri della Dignity hanno certamente tirato un sospiro di sollievo quando hanno messo piede a terra in Libano. I pacifisti infatti hanno lanciato un sos via radio, denunciando di essere stati speronati da una unità da guerra della Marina israeliana che ha anche fatto fuoco in acqua e li ha costretti a cambiare rotta. Le immagini trasmesse dalle televisioni arabe hanno mostrato la nave, lunga venti metri, gravemente danneggiata sul fianco sinistro. I lavori di riparazione della Dignity prenderanno alcuni giorni ma i pacifisti non si sono persi d'animo e ieri erano alla ricerca di un'altra imbarcazione disponibile in Libano per salpare verso Gaza al più presto, se possibile già oggi. La nave era partita lunedì sera dal porto cipriota di Larnaca, con a bordo un carico di oltre due tonnellate di materiale sanitario per gli ospedali di Gaza, in grande difficoltà per l'elevato numero di feriti presenti nelle strutture da sabato scorso, giorno di inizio dell'offensiva aerea israeliana che ha fatto centinaia di morti e quasi 1.800 feriti tra i palestinesi. Sulla Dignity erano saliti anche quattro medici, due deputati e un giornalista sudanese al Jazeera, noto per essere stato detenuto nella prigione statunitense di Guantanamo, accompagnato da un collega della televisione qatariota. «Questa è una protesta attiva e una risposta diretta alle continue uccisioni», aveva detto la portavoce dell'organizzazione, Renee Boyer prima della partenza. Eleni Theochaurous, medico e membro del Parlamento di Cipro, aveva annunciato che tre dottori si sarebbero fermati a Gaza city per aiutare i colleghi palestinesi. «Stiamo provando a portare avanti una missione umanitaria e medica - aveva detto - ma vogliamo anche far capire agli abitanti di Gaza che non sono soli». A Gaza però non ci sono arrivati. In acque internazionali, ad una distanza di 90 miglia nautiche dal porto di destinazione, la Dignity è stata circondata da unità della Marina militare israeliana che hanno intimato al capitano, Denis Healey, di invertire la rotta e tornare a Larnaca. I pacifisti hanno provato a mantenere la rotta ma, hanno raccontato, una delle navi israeliane a un certo punto si è avvicinata pericolosamente e ha speronato la Dignity danneggiandola. A bordo ci sono state scene di panico, la nave ha cominciato a imbarcare acqua ed è stato lanciato un Sos che ha fatto temere il peggio a chi a Gaza aspettava i pacifisti. Poi Healey è riuscito a riprendere il controllo dell'imbarcazione e, con un motore fuori uso, si è diretto verso il Libano, anche perché non aveva carburante sufficiente per rientrare a Cipro. Il ministro degli esteri cipriota, Markos Kyprianou, ha detto alla radio nazionale che il suo paese presenterà una formale protesta a Israele. Secondo Yigal Palmor, portavoce del ministero degli esteri israeliano, i pacifisti del Free Gaza Movement non sarebbero altro che «dei provocatori che volevano fare propaganda contro Israele. È nostro diritto - ha aggiunto - impedire loro di raggiungere lo scopo che è di recare danno alla reputazione dello Stato ebraico... a bordo dell'imbarcazione c'erano più giornalisti che operatori umanitari. Questo dimostra che non erano venuti per portare aiuti alla popolazione». Palmor inoltre ha negato che la Dignity sia stata speronata. L'imbarcazione pacifista, secondo la sua versione, allo scopo di sfuggire alle unità israeliane, avrebbe effettuato manovre pericolose finendo per urtare contro la prua di una motovedetta. La sua versione è stata seccamente dal Free Gaza Movement. Lo speronamento israeliano è stato filmato dai giornalisti a bordo - hanno comunicato l'associazione - e le immagini saranno mostrate al più presto.

 

«Nel porto devastato non si sente un rumore. Sono morti tutti»

Vittorio Arrigoni*

GAZA CITY - Jabilia, Bet Hanun, Rafah, Gaza City, le tappe della mia personale mappa per l'inferno. Checché vadano ripetendo i comunicati diramati dai vertici militari israeliani, sono stato testimone oculare in questi giorni di bombardamenti di moschee, scuole, università, ospedali, mercati, e decine di edifici civili. Il direttore medico dell'ospedale di Al Shifa mi ha confermato di aver ricevuto telefonate da esponenti dell'Idf, l'esercito israeliano, che gli intimavano di evacuare all'istante l'ospedale, pena una pioggia di missili. Non si sono lasciati intimorire. Il porto, dove dovrei dormire, ma a Gaza non si chiude un occhio da 4 giorni, è costantemente soggetto a bombardamenti notturni. Non si odono più sirene di ambulanze rincorrersi all'impazzata, semplicemente perché al porto e attorno non c'è più anima viva, sono morti tutti, sembra di poggiare piede su un cimitero dopo un terremoto. La situazione è davvero da catastrofe innaturale, un cataclisma di odio e cinismo piombato sulla popolazione di Gaza come piombo fuso, che fa a pezzi corpi umani, e contrariamente a quanto si prefigge, compatta i palestinesi tutti, gente che fino a qualche tempo fa non si salutava nemmeno perché appartenente a fazioni differenti. Quando le bombe cadono dal cielo da diecimila metri state tranquilli, non fanno distinzioni fra bandiere di Hamas o Fatah esposte sui davanzali. Non esistono operazioni militari chirurgiche: quando si mette a bombardare l'aviazione e la marina, le uniche operazioni chirurgiche sono quelle dei medici che amputano arti maciullati alle vittime senza un attimo di ripensamento, anche se spesso braccia e gambe sarebbe salvabili. Non c'è tempo, bisogna correre, le cure impegnate per un arto seriamente ferito sono la condanna a morte per il ferito successivo in attesa di una trasfusione. All' ospedale di Al Shifa ci sono 600 ricoverati gravi e solo 29 macchine respiratorie. Mancano di tutto, soprattutto di personale preparato. Per questo ragione, esausti più che dalle notti insonni dall'immobilismo e dall'omertà dei governi occidentali, così facendo complici dei crimini d'Israele, abbiamo deciso di far partire ieri da Larnaca, Cipro, una delle nostre barche del Free Gaza Movement con a bordo 3 tonnellate di medicinali e personale medico. Li ho aspettati invano, avrebbero dovuto attraccare al porto alle 8 di questa mattina (ieri per chi legge ndr). Sono invece stati intercettati a 90 miglia nautiche da Gaza da 11 navi da guerra israeliane, che in piene acque internazionali hanno provato ad affondarli. Li hanno speronati tre volte, producendo un'avaria ai motori e una falla nello scavo. Per puro caso l'equipaggio e i passeggeri sono ancora vivi e sono riusciti ad attraccare in un porto libanese. Essendo sempre più frustrasti dall'assordante silenzio del mondo «civile», i miei amici ci riproveranno presto, hanno scaricato infatti i medicinali dalla nostra nave danneggiata, la Dignity, e li hanno caricati su di un'altra pronta alla partenza alla volta di Gaza. Molti giornalisti che mi intervistano mi chiedono conto della situazione umanitaria dei palestinesi di Gaza, come se il problema fossero la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità, di gasolio, e non chi provoca questi problemi sigillando confini, bombardando impianti idrici e centrali elettriche. Carriarmati, caccia, droni, elicotteri apache, il più grande e potente esercito del mondo in feroce attacco contro una popolazione che si muove ancora sui somari come all'epoca di Gesù Cristo. Secondo Al Mizan, centro per i diritti umani, al momento in cui scrivo sono 55 bambini coinvolti nei bombardamenti, 20 gli uccisi e 40 i gravemente feriti. Quei corpicini smembrati, amputati, e quelle vite potate ancora prima di fiorire, saranno un incubo per tutto il resto della mia vita, e se ho ancora la forza di raccontare delle loro fine è perché voglio rendere giustizia a chi non ha più voce, forse a chi non ha mai avuto orecchie per ascoltare.

*pacifista dell'Ism

 

Marwan Barghouti: non è l'ora delle divisioni – Michele Giorgio

GERUSALEMME - Dialogo nazionale entro due settimane per arrivare alla riconciliazione tra Hamas e Fatah, le due principali forze politiche palestinesi. È questa la proposta formulata dal carcere dal carismatico segretario di Fatah, Marwan Barghuti, che sconta in Israele una condanna all'ergastolo. Di fronte all'uccisione di centinaia di palestinesi e ai massicci bombardamenti israeliani su Gaza, Barghuti non poteva rimanere in silenzio. Il suo intervento è stato pubblicato ieri dai quotidiani al Hayat al Jadida e al Ayyam, entrambi vicini a Fatah, e ha riscosso interesse e approvazione nella base popolare di Fatah, contraria ad accentuare le divisioni con Hamas ora che Gaza viene martellata dall'aviazione israeliana e la striscia di sangue palestinese si allunga di ora in ora. Nel movimento regna un clima cupo, le celebrazioni dell'anniversario (domani) di Fatah sono state annullate in molte località in segno di rispetto per le vittime di Gaza ma anche per il malumore generato dall'accusa rivolta domenica scorsa da Abu Mazen al movimento islamico, reo, secondo il presidente, di aver provocato l'attacco israeliano contro Gaza per aver scelto di non rinnovare la tregua scaduta il 19 dicembre. Persino a Ramallah, «capitale» dell'Anp in Cisgiordania, le parole del presidente sono state accolte con disappunto. «Sono di Fatah, rimarrò sempre di Fatah e non sopporto Hamas e la sua ideologia, però non credo che Hamas sia responsabile della morte di tanti palestinesi a Gaza. È Israele che sta massacrando la nostra gente, non Hamas. Siamo tutti palestinesi di fronte a Israele», spiega Mustafa Saleh, attivista di Fatah da quando era un ragazzino. Un'opinione che riflette quella di gran parte dei palestinesi in Cisgiordania che, da quattro giorni, seduti davanti alla televisione osservano sgomenti le devastazioni a Gaza e il dramma della popolazione sotto le bombe. Le manifestazioni unitarie sono viste in questi giorni in Cisgiordania ne sono la conferma. Secondo gli analisti, domenica scorsa Abu Mazen avrebbe colto l'occasione per troncare i rapporti con Hamas, ritenendo impossibile una riconciliazione tra l'Anp e il movimento islamico, ma anche per mettere in chiaro che non si farà da parte il prossimo 8 gennaio (alla scadenza del suo mandato presidenziale) e che continuerà, nonostante la contrarietà di Hamas, ad occupare la sua posizione fino alla convocazione di elezioni presidenziali e legislative (previste nel gennaio 2010). Una scelta che difficilmente gli darà i risultati che spera. «Durante le crisi e le guerre i palestinesi vogliono ascoltare appelli all'unità nazionale e non scambi di accuse tra partiti rivali - dice il professor Khalil Shikaki, direttore del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah - per questa ragione l'attacco di Abu Mazen (ad Hamas) è stato accolto male dalla gente, il presidente ha scelto un momento sbagliato per rompere con il movimento islamico. Rischia di pagare le conseguenze di questa sua decisione». Secondo Shikaki se l'offensiva militare israeliana continuerà a lungo, la solidarietà e il consenso per Hamas cresceranno tra i palestinesi: «Prevedo rischi seri per la stabilità dell'Anp in Cisgiordania». Difende il presidente palestinese invece Hafez Barghuti, direttore responsabile di al Hayat al Jadida, organo semiufficiale di Fatah. «Non concentrerei troppo l'attenzione sulle accuse rivolte da Abu Mazen ad Hamas - dice - perché il presidente ha espresso in più di una occasione la sua opinione sulle scelte politiche, e militari del movimento islamico. Piuttosto Abu Mazen ha voluto evidenziare che è venuto il momento di deporre le armi e di procedere solo sulla via della diplomazia e della politica e che non saranno i lanci di razzi Qassam a dare ai palestinesi l'indipendenza». Hafez Barghuti però prende le distanza sull'opportunità di lanciare accuse senza precedenti ad Hamas mentre centinaia di palestinesi perdevano la vita negli attacchi aerei israeliani. «Non voglio esprimermi - dice - forse (Abu Mazen) ha fatto bene, forse ha fatto male». Anche il direttore di al Hayat al Jadida suggerirebbe maggiore cautela al presidente dell'Anp, in uno dei momenti più delicati della storia recente palestinese.

 

D'Alema: trattare con Hamas. Ma la destra e il resto del Pd lo isolano - Domenico Cirillo

ROMA - Trattare con Hamas. Massimo D'Alema è il primo ad interviene dopo la relazione del ministro degli esteri Franco Frattini. Lo fa con un discorso sgradito non solo al governo ma anche alla gran parte dei suoi colleghi di opposizione. La scena è quella delle commissioni esteri di senato e camera riunite, dopo tre giorni di guerra in Medio Oriente il governo italiano viene a spiegare la sua posizione. Frattini per questo non è andato alla riunione straordinaria dei ministri degli esteri a Parigi. «Non ho il dono dell'ubiquità - dice - bado alla sostanza». La sostanza è che l'Italia è in seconda fila nell'iniziativa europea, i suoi ministri e i parlamentari di maggioranza fanno a gara per definire «non sproporzionata» la «reazione» israeliana. Più o meno lo stesso fanno deputati e senatori del Pd. Le parole di D'Alema stonano con il resto del coro. «Nessuno discute il diritto all'autodifesa di Israele tuttavia è evidente una certa sproporzione tra l'offesa ricevuta e la reazione di questi giorni - dice l'ex ministro degli esteri - ma a preoccupare è il senso politico di questa iniziativa militare. Purtroppo oggi Hamas riceve nuova solidarietà e vedo con angoscia l'isolamento di Abu Mazen». Poi D'Alema aggiunge: «Non bisogna mai dimenticare che Hamas ha vinto le elezioni, una delle poche tornate elettorali controllate dalle organizzazioni internazionali, e che rappresenta una parte importante del mondo palestinese, è impossibile avere una pace senza un qualche coinvolgimento di questa forza». D'Alema evidenzia la posizione «contraddittoria e ambigua» del governo italiano: «Avalla l'azione israeliana e, contemporaneamente, sostiene l'operato egiziano che di fatto sta negoziando con Hamas». Non si contano le reazioni inviperite dei parlamentari di centrodestra. C'è chi ricorda a D'Alema la sua famosa passeggiata sottobraccio a un deputato di Hezbollah, quando andò in Libano da ministro degli esteri del governo Prodi. Qualcun altro ricorda che nello statuto di Hamas c'è l'impegno per la distruzione dello stato di Israele. Frattini dice che «Hamas è un'organizzazione terroristica che ha violato la tregua. È parte del problema non della sua soluzione. Non possiamo mettere sullo steso piano un'organizzazione estremistica che è ancora nella lista delle organizzazioni terroristiche dell'Unione europea e uno stato democratico». Criticato anche per aver definito «sproporzionata» la reazione israeliana, D'Alema ha poi chiarito che non si tratta di una sua valutazione personale ma di quella di Sarkozy. Davanti ai giornalisti il presidente della fondazione Italianieuropei sfila dalla tasca una copia di Le Monde e si mette a leggere: «Il presidente dell'Unione europea Nicolas Sarkozy ha condannato le provocazioni che hanno condotto a questa situazione così come l'uso sproporzionato della forza da parte di Israele». «Io mi riconosco nelle posizioni dell'Unione europea - conclude - anche se in Italia non molti lo fanno». E Frattini? Per non smentire Sarkozy e non azzardare alcuna critica a Israele rifiuta qualsiasi valutazione: «Non si possono fare proporzioni, anche un solo morto è una tragedia. In questa situazione non c'è chi vince e chi perde». Sotto attacco da parte della destra, D'Alema non riceve la solidarietà dei suoi colleghi di opposizione. Tace Veltroni come accade da giorni, interviene invece Piero Fassino a metà del dibattito in commissione, in effetti è lui il «ministro ombra» degli esteri del Pd. «Hamas è un protagonista con un consenso elettorale ma nega le precondizioni per un processo di pace, il diritto ad esistere di Israele».

 

Israele sulla via del disprezzo – Associazione “Ebrei contro l’occupazione”

Israele ha attaccato Gaza con 100 aerei da combattimento, missili ed elicotteri Apache, uccidendo, all'ora in cui scriviamo, circa 350 persone tra cui un numero elevato di donne e bambini. Prima di questo, da oltre due anni ha strangolato gli abitanti (1 milione e mezzo circa) imponendo il blocco dei rifornimenti di cibo, carburante, energia elettrica. Ha bloccato l'entrata ed uscita degli abitanti compresi i malati gravi, ridotti alla fame e privi di possibilità di curarsi e lavorare. L'economia della Striscia è stata distrutta dal blocco completo di esportazioni ed importazioni: mancano i materiali (cemento, ecc) per costruire, per l'industria e l'agricoltura. I prodotti tradizionali del luogo, ortaggi e frutta, marciscono nei magazzini a causa del blocco israeliano. Anche i soccorsi delle Nazioni Unite e di alcuni Paesi europei sono stati gravemente ostacolati, ed impedita l'attività di associazioni di cooperazione. Gaza ha tutto l'aspetto di una prigione a cielo aperto. La precaria tregua stabilita nel 2008 è stata rotta da Israele con un attacco che ha ucciso, nel novembre scorso, 7 persone. Alcuni palestinesi ( in realtà non si sa chi siano, ma sembra giusto metterli in conto ad una parte almeno di Hamas, poiché Hamas non li ha sconfessati) hanno reagito lanciando razzi Qassam contro le abitazioni israeliane al confine con la Striscia, principalmente nella cittadina di Sderot e dintorni. Questi razzi, assolutamente inefficaci dal punto di vista militare, possono essere diretti solo con grossolana approssimazione, e sono la manifestazione di una volontà di resistenza che si esprime in modo velleitario ed assurdo, e criminale perché rivolto contro civili: essi servono soprattutto ad Israele, come pretesto per continuare il mai interrotto blocco, ed ora la strage. Abbiamo visto i ministri israeliani parlare della necessità di difendere i loro cittadini dai razzi sparati dal territorio di Gaza, con una cinica ed inverosimile ripetizione della favola del lupo e l'agnello. La ministra degli esteri è comparsa in tv per dire che ora basta: nonostante il dolore per i bambini colpiti, «è ora di far cessare la minaccia contro Israele». Questa volta, neppure la stampa dell'Europa occidentale sembra disposta a credere a queste menzogne, salvo una parte consistente di quella italiana, assuefatta alla autoprivazione della libertà di espressione per opportunismo conformista. La politica di Israele, con la coraggiosa eccezione di una piccola minoranza a cui va reso merito, la miriade di piccoli gruppi organizzati che esercitano una attivissima opposizione in nome degli ideali di giustizia e libertà, uguaglianza e pace ( vogliamo qui ricordarli tutti con simpatia e solidarietà: ci si permetta anche di additare i giovani e giovanissimi che rifiutano il servizio militare come occupanti ed oppressori nei territori palestinesi), è tuttora dominata dall'ideale nazionalista del sionismo che vuole, dopo stabilito lo Stato Ebraico, farlo più grande e forte, invincibile rifugio degli Ebrei dispersi nel mondo. E per questo, invece di cercare amicizia e cooperazione con il popolo palestinese che hanno cacciato dalla sua terra con la violenza ed il disprezzo, in modo continuato dal 1948 ad oggi, si affida alla forza delle armi. L'estrema violenza ed ingiustizia di tutta la politica israeliana, dalla cacciata dei palestinesi ad oggi, è ora culminata nell'eccidio di Gaza, che ricorda altri eccidi che non vogliamo qui citare uno per uno, ma che gli israeliani e gli ebrei della diaspora dovrebbero aver ben presenti, ed insegnare alle nuove generazioni perché rifiutino la violenza nazionalista e razzista. Ricordando l'introduzione di Primo Levi al suo esemplare libro «Se questo è un uomo», affermiamo che quando il disprezzo per lo straniero, il diverso, diventa il fondamento di una società, si arriva al lager. La strage di Gaza, insieme all'oppressione dei palestinesi nella Cisgiordania, alla loro discriminazione in Israele, è già ben inoltrata su questa strada.

 

Cinquant'anni fa nacque Cuba - Janette Habel*

Mezzo secolo dopo la conquista del potere da parte dell'esercito ribelle, Cuba è di nuovo a un momento cruciale della sua storia. Riuscirà a passare il guado? Un reportage di Janette Habel, di cui pubblichiamo un estratto. L'intero articolo comparirà su Le Monde diplomatique/ilmanifesto, in edicola per tutto il mese con il quotidiano a partire dal 15 gennaio 2009.

«Uscire dal caos senza finire sotto il giogo della legge della giungla». Così il sociologo Aurelio Alonso riassume il dilemma cubano. Mezzo secolo dopo la conquista del potere da parte dell'esercito ribelle, l'isola si trova di nuovo a un momento cruciale della sua storia. Assente «provvisoriamente» per ragioni di salute dal luglio 2006, Fidel Castro non è più presidente da quando ha rinunciato alle sue responsabilità nel 2008. Ma resta il primo segretario del Partito comunista cubano (Pcc) fino al prossimo congresso previsto da suo fratello Raúl Castro per l'autunno 2009. Per il fratello Raúl, un'eredità delicata. La successione, appena iniziata, si scontra con una concomitanza imprevista di difficoltà congiunturali (aumento dei prezzi delle materie prime agricole, gravità dei disastri provocati da tre cicloni consecutivi, crisi finanziaria, diminuzione della crescita cubana) e di ostacoli strutturali (forte dipendenza delle importazioni, debole produttività, dualità monetaria, ipercentralizzazione burocratica). I margini di manovra finanziaria per realizzare i cambiamenti annunciati nel 2007 per modernizzare l'apparato produttivo sono limitati. Nel 2008, le importazioni agroalimentari e petrolifere dovrebbero rappresentare almeno 5 miliardi di dollari, la metà dell'attuale capacità di esportazione di Cuba, comprese le vendite di servizi al Venezuela. Il decentramento dei circuiti agricoli, l'usufrutto delle terre incolte ai piccoli contadini, la politica di sostituire le importazioni basata sui coltivatori diretti, la nuova politica salariale, fanno parte delle misure significative già prese dal nuovo esecutivo. Per alcuni economisti, bisogna «liberare le forze produttive», come avrebbe fatto con successo il Vietnam. L'attuale sistema non può, secondo loro, costituire un punto di partenza per lo sviluppo. Per l'economista Pedro Monreal è necessaria una «rifondazione economica, sociale e politica». Tuttavia, il sostegno all'attività privata e le conseguenze di un'estensione dell'economia di mercato potrebbero aggravare le disuguaglianze sociali già molto impopolari, e in un momento in cui i salari sono insufficienti come ha pubblicamente riconosciuto Raúl Castro, e prosperano l'economia informale e il mercato nero. Lo scarto tra i giovani e la vecchia generazione rivoluzionaria non è mai stato così grande. La sensazione di non avere un avvenire professionale corrispondente alla qualifica raggiunta è diffusa e in molti cercano di lasciare l'isola. Nel febbraio 2008, nel corso di un faccia a faccia molto pubblicizzato sui media, uno studente ha espresso le sue rimostranze al presidente dell'Assemblea nazionale Ricardo Alarcón. Perché serve un'autorizzazione per viaggiare? Perché l'accesso a internet resta limitato? In un'inchiesta durata diversi mesi, una storica americana, Michelle Chase, sottolinea che le critiche principali riguardano l'assenza di dibattito e la sclerosi delle istituzioni. Alcuni studenti giovani e ricercatori mettono l'accento sulla necessità di «socializzare il potere». Nel 2007 hanno organizzato un incontro pubblico di informazione sulla rivoluzione d'Ottobre all'università dell'Avana a cui hanno partecipato seicento persone. Eredi della rivoluzione, rivendicano il socialismo, rileggono i «classici» del marxismo. Ma, segno dei tempi, nessuno di loro si definisce «fidelista». Da due anni, l'espressione collettiva delle critiche sulle disfunzioni attuali o sui bilanci passati è palese. A gennaio del 2007, durante la convalescenza di Fidel Castro, la diffusione di una trasmissione televisiva accomodante nei confronti di ex censori degli anni '70 provocò una petizione collettiva denominata «guerra delle e-mail» perché si manifestò per la prima volta su internet. Firmato da numerose personalità della politica culturale (Alfredo Guevara, Mariela Castro, figlia di Raúl) e religiosi (monsignor Carlos Manuel de Cespedes) il testo darà luogo a un ciclo di conferenze e a un libro che traccia un bilancio critico degli «anni di piombo». I dibattiti sono proseguiti nell'aprile 2008, durante il congresso dell'Unione degli scrittori cubani (Uneac), alla Fiera del libro, nelle riunioni organizzate dalla rivista Temas, o nei centri di formazione quali il Centro Martin Luther King. L'esistenza del sito internet Kaosenlared che diffonde testi cubani consente di recuperare e amplificare gli scambi e le discussioni a un livello finora sconosciuto. Di cosa si discute? Su cosa si basano le differenze? Militanti, ricercatori, intellettuali o alcuni circoli di studenti sono alla ricerca di un socialismo alternativo. Una ricerca che si accompagna a un ritorno di critica al socialismo reale e al bilancio della caduta dell'Unione sovietica la cui analisi, come ricorda lo scrittore Ambrosio Fornet, è sempre stata rinviata «per non mettere in pericolo l'unità e non offrire argomenti all'avversario». Ma si trattava di un «simulacro di unanimità»: Due grandi questioni sono al centro dei dibattiti. Prima di tutto, l'economia. E poi, l'assenza di partecipazione popolare. Perché l'economia non funziona? Quali sono le relazioni tra lo Stato e il mercato in un'economia di transizione al socialismo? Quali insegnamenti trarre a Cuba dalle esperienze cinesi e soprattutto vietnamita? Tra «raúlistas» e «fidelistas» le risposte divergono. Fino a dove può spingersi Raúl Castro? Attraverso le riforme economiche, Raúl intende perpetuare il sistema politico, ma senza destabilizzarlo, per preparare il dopo-Castro. Da qui l'interesse per l'esperienza vietnamita che sembra confermare che si può prendere dal capitalismo quello che è efficace, l'economia di mercato, senza rimettere in questione il sistema politico e il partito unico. Ma un'esperienza simile è trapiantabile a Cuba? E i cubani ne sopporterebbero il costo sociale dopo tanti anni difficili? Una volta scartata ogni idea di terapia d'urto, si fa strada quella di una transizione lenta e graduale. Tuttavia, Raúl Castro ha 77 anni: il tempo è tiranno. Per contro, quelli che si oppongono alle riforme di mercato denunciano il pericolo che esse rappresentano per il sistema. Fidel Castro non ha mai nascosto le sue riserve riguardo a quei «meccanismi capitalistici» di cui teme le conseguenze politiche. Il politologo Juan Valdès Paz riassume così le differenze: «Per alcuni la rivoluzione è un processo storico che avanza per salti e che, per progredire, deve proporsi l'impossibile. È un filone di pensiero molto forte, forse il più forte nella rivoluzione. Altri rivoluzionari paiono invece più realisti: valutano che la rivoluzione non ha mezzi per superare certe situazioni. È un interessante dibattito fra utopisti, per così dire, fra marxisti soggettivisti, e militanti più realisti, attenti agli obiettivi concreti e alle circostanze». Non si sa se la generazione storica che occupa ancora i posti-chiave può riformare ciò che ha costruito o se, spaventata dai cambiamenti, sceglierà l'immobilismo. Fra quelli a cui resta poco tempo e quelli per cui il tempo stringe, la storia non ha ancora deciso.

*docente universitaria, Institut des hautes études d'Amérique latine, Parigi

 

L'utopia del Che e il pragmatismo di Fidel - Aldo Garzia

María del Carmen Ariet, direttrice del Centro studi Ernesto Che Guevara a L'Avana, ha l'abitudine di mostrare con soddisfazione ai suoi ospiti due volumi di inediti guevariani dati alle stampe nel 2006: El Gran Debate e Apuntes críticos a la Economía Política. Il primo raccoglie i documenti del dibattito sulla transizione che divampò a Cuba nel '63-'64, il secondo serve a capire le critiche che Guevara andava muovendo al «socialismo reale» negli ultimi anni della sua vita. Su Guevara, dunque, si continua a discutere dentro e fuori di Cuba e forse solo ora, dopo più di 40 anni, si comprendono meglio le ragioni che lo spinsero ad abbandonare L'Avana. Quando Guevara assume l'incarico di ministro dell'industria (23 febbraio 1961), la sua scelta è quella di favorire la rapida industrializzazione dell'isola. Nel 1962 il piano economico approvato dal ministero dell'industria prevede il raddoppio nei successivi tre anni della produzione di elettricità, cemento e acciaio. Nel 1963, dopo il varo del blocco Usa dell'anno prima, nel vertice cubano si apre la discussione sugli orientamenti dell'economia, con Fidel neutrale. Vi contribuiscono anche due economisti presenti a L'Avana come consulenti: Ernest Mandel e Charles Bettelheim. Il primo sostiene le posizioni di Guevara, il secondo quelle di Carlos Rafael Rodríguez che chiede un' inversione di rotta per tornare a privilegiare l'agricoltura e la canna da zucchero. L'episodio che suggella la sconfitta del Che si verifica il 3 luglio 1963, quando si costituisce un apposito ministero dello zucchero. Nei seminari che si svolgono nel suo ministero, Guevara pronuncia una frase chiarificatrice del suo pensiero: «Lottiamo contro la miseria, ma al tempo stesso contro l'alienazione«. Il 17 marzo 1964, il Che parte da L'Avana per Ginevra. Guida la delegazione cubana alla prima Conferenza Onu sui temi del commercio e dello sviluppo. Trascorre un mese all'estero: Svizzera, Parigi, Praga e Algeri. A novembre arriva a Mosca, dove rappresenta Cuba ai festeggiamenti per l'anniversario della rivoluzione sovietica. In Urss trova una situazione politica mutata: Krusciov è stato sostituito al vertice da Breznev. Dai suoi colloqui ufficiali ricava l'impressione che l'Urss non aiuterà la strategia rivoluzionaria per l'America latina che lui sta mettendo a punto. Tra il '63 e il '65, Guevara si dibatte in una contraddizione: è stato lui a portare a L'Avana i primi consiglieri economici dal «socialismo reale», è stato però ancora lui a scorgere i pericoli di burocratismo insiti nel modello sovietico e che può generare la totale dipendenza da Mosca. Il 24 febbraio 1965 - ad Algeri - Guevara pronuncia un discorso che fa infuriare la delegazione sovietica: punta l'indice sullo «scambio diseguale» tra paesi in via di sviluppo e paesi socialisti. Che - denuncia - si fanno pagare a prezzi di mercato materie prime e tecnologie industriali. Il 15 marzo 1965 il Che appare per l'ultima volta in pubblico a L'Avana e poi trascorre insieme a Fidel le successive 48 ore a Cojimar, un paesino di pescatori alle porte della capitale che piaceva molto a Ernest Hemingway. È verosimile che in quell'occasione il Che abbia comunicato la sua decisione di lasciare Cuba. Ed è in quella conversazione che può essere stato siglato il nuovo patto politico tra Guevara e Castro: il primo proverà a estendere il fronte rivoluzionario in altri paesi, il secondo lo aiuterà fin dove sarà possibile conservando però i rapporti di favore con Mosca. L'1 aprile '65 il Che lascia L'Avana. Si dirige in Tanzania e poi in Congo. Tornerà a Cuba - ma in incognito - nel 1966 per preparare l'ultima spedizione in Bolivia, dove sarà assassinato il 9 ottobre 1967.

 

Non è che l’inizio - Valentino Parlato

Anno che viene, anno che va. Un passaggio normale, ma dominato da una crisi anomala e poco domabile. Questa crisi maturata sotto i nostri occhi annebbiati e ora è esplosa e ci domina. È - come abbiamo imparato sui libri - una crisi del capitalismo, del sistema che cerchiamo di avversare, ma gli effetti più disastrosi li ha su di noi. Innanzitutto sui lavoratori diventati non più oggetto di sfruttamento e di profitto come ai bei tempi quando sostenevamo la lotta di classe, ma spesa inutile e quindi da mandare per un po' in cassa integrazione e poi alla mendicità. La crisi restringe, elimina, i margini di trattativa. La crisi è del capitalismo, ma la prima vittima è il suo antagonista, la classe operaia e con lei tutte le speranze di crescita e di benessere. Le crisi economiche producono anche la guerra, che è un modo estremo di riaffermare il potere dei ceti dominanti. La sanguinosa aggressione dello stato di Israele contro i disperati della striscia di Gaza va collocata in questo quadro di crisi e di oscurità del futuro. Non sono i rozzi razzi di Hamas a provocare l'aggressione. Ci sono le elezioni in Israele: per vincerle bisogna essere più duri e selvaggi del concorrente. C'è l'incognita di Obama: la guerra, serve a farlo schierare per Israele e per i suoi bombardamenti criminosi. Nel nostro mondo occidentale c'è una crisi generale delle sinistre, delle forze che in qualche modo vorrebbero uscire dalla macchina infernale del capitalismo, che diventa più feroce quando è incalzato dalla crisi. Il capitalismo è - credo io - nella sua più grave crisi, peggio del famoso 1929. Più grave proprio perché il capitalismo si è perfezionato. Non ci sono più spazi vuoti nei quali la crisi si arena. Mai come oggi vale il detto secondo il quale il battito di una farfalla a Pechino provoca un terremoto a New York. Ma allora cosa fare? Difficile rispondere: bisogna tentare come con questo giornale facciamo da più di trentotto anni. Non cedere alle tentazioni elettorali (siamo un giornale extraparlamentare) e stare più attenti ai fatti. Fare più inchieste in tutti i campi, a cominciare dalla scuola e dal lavoro, dai lavoratori per poi mettere in piena luce i nuovi meccanismi di sfruttamento e di dominio. Davanti a noi - se ne saremo capaci - c'è l'impegno in una grande battaglia culturale. Le pagine della cultura debbono essere il centro di una continua battaglia delle idee. Siamo riusciti, con il sostegno di lettori e compagni, a uscire vivi dal 2008. Non è stato facile (molti ci hanno sostenuto, anche se sono scontenti di noi, e la campagna «Fateci uscire» dovrebbe continuare). Ora per il 2009 siamo impegnati in una lotta ancora più difficile e per questo dovremo intensificare il rapporto con i nostri lettori. La pagina delle lettere deve diventare una piazza d'incontro, discussione, progetto, iniziativa. Siamo ancora in edicola (anche in web ci stiamo impegnando per un sito migliore) e non abbiamo nessuna intenzione o tentazione di mollare. L'anno nel quale entriamo può - deve - essere di ripresa, di approfondimento dell'analisi e di rilancio dell'iniziativa. Buon anno.

 

«Nessun new deal». Le illusorie speranze riposte in Obama

Patricia Lombroso

«Molte delle aspettative e delle speranze che gli americani hanno riposto in Barack Obama per superare la disastrosa crisi economica, verranno presto disattese. La sua elezione alla presidenza degli Stati uniti costituisce per tutti un gran sollievo dopo gli anni bui di George W. Bush e Co. Ma l'illusione di un partito Democratico come veicolo per un cambiamento significativo e di una vera trasformazione strutturale di questa società devono essere accantonate». E' con questa analisi radicale, fatta a poche settimane dall'elezione di Obama, che inizia l'intervista con Stanley Aronowitz docente alla City University di New York. Aronovitz, tra i più acuti analisti marxisti della società americana, autore e saggista, candidato per le elezioni al governatorato di New York nel 2002, è stato leader sindacale fra i più temuti dall'industria metallurgica durante le lotte degli anni Ottanta. È autore di un nuovo «Manifesto», pubblicato e distribuito in ottobre, per la formazione di una nuova sinistra radicale in America. Qual è la sua lettura della grave situazione economica americana, paragonata alla depressione degli anni Trenta? La crisi economica è solo il sintomo della crisi finanziaria profonda del sistema capitalista americano che si protrae da oltre vent'anni. Le soluzioni adottate dal governo sono mirate a tamponare i sintomi, ma non a sanare i guasti né le cause strutturali che hanno determinato questo meltdown dell'economia. Che cosa non ha più funzionato? L'esplosione della bolla dell'intero sistema finanziario americano, così come in parte in Europa occidentale, è la conseguenza dei seguenti fattori: una politica economica di massiccia deindustrializzazione; la deregolamentazione del mercato e l'assenza di limiti e controlli da parte istituzionale. Questo è stato l'andamento dall'era Reagan in poi. L'economia americana, e penso valga anche per l'Europa, ha mirato alla creazione di capitale fittizio, non legato all'economia reale. Le banche hanno distribuito carte di credito a chiunque fosse stato disponibile ad incentivare i consumi, che oggi ammontano al 72 per cento del Pil. L'indebitamento di una intera fetta della classe media americana e la scomparsa progressiva dei lavori di produzione interna agli Usa, rimpiazzata da una economia di servizi dal salario dimezzato, tutti questi elementi hanno mandato in tilt l'intero sistema fiscale americano e conseguentemente l'intero sistema economico. Il governo è intervenuto con 750 miliardi di dollari per salvare il sistema bancario. Quali saranno le conseguenze per milioni di cittadini tassati, ma sul lastrico? L'obiettivo è salvare il sistema finanziario dalla bancarotta. Si persegue una politica monetaria e non fiscale a discapito della «middle class». Gli ultimi dati parlano di ben 37 milioni di americani sotto la soglia di povertà e, si prevede, la cifra salirà a 50 milioni. Stiamo vivendo un replay della politica economica instaurata durante gli anni Venti dai «Robber Barons». Le conseguenze sono la decimazione di decine di migliaia di posti di lavoro in tutti i settori, con una disoccupazione destinata a salire all'11% in futuro e una discesa vorticosa dei consumi. I governi europei invocano il ripristino di forti regolamentazioni del mercato. Qual è la posizione degli Usa? Da parte del governo non c'è alcuna intenzione né volontà di tornare a imporre nuove regole al mercato, contrariamente a quanto accade in Europa dove esiste in parte ancora un'idea di «contratto sociale». Il presidente Obama promette limiti al processo di deregolamentazione. Ci sarà un nuovo new deal? Obama adotterà delle misure correttive al sistema economico, ma sarà troppo poco e troppo tardi. Il progetto di programmazione economica promesso non è sufficiente per invertire la spirale negativa della grave situazione economica. Ritiene quindi illusorie le aspettative di chi auspicava un cambiamento strutturale della società americana con minori iniquità e più giustizia sociale? Gli Stati uniti perseguono una politica monetaria e non fiscale con massicci investimenti nel settore delle infrastrutture fatiscenti, aumento dei sussidi di disoccupazione, dell'assistenza sanitaria, dell'educazione e soprattutto una politica del pieno impiego. Ritengo che questo continuerà con Obama. E' una politica economica che risale alla presidenza di Nixon e alle misure che, nel l971, abolirono gli accordi di Bretton Woods: abbassamento dei tassi bancari per attrarre capitali esteri; interventi di aiuto alle banche e alla General Motors. Modificare questa posizione significherebbe ammettere il fallimento del sistema capitalista. Negli ultimi sessanta anni, anche se il sistema capitalista era in declino, attraverso un'economia dalla base fittizia è riuscito a incrementare in maniera esponenziale i consumi. La massa si è illusa di poter soddisfare i propri bisogni essenziali, al punto che persino le forze alternative di sinistra non potevano assumersi il ruolo anticapitalista, perché si scontrava con la percezione generalizzata, anzi globalizzata, che il sistema funzionava. In questo contesto fallimentare che può fare Obama? Il trend generale della posizione americana non sarà il new deal di Roosevelt. Richiederebbe un intervento programmatico, investendo tutti i 750 miliardi di dollari serviti per salvare le banche, nelle infrastrutture del sistema. Invece l'utilizzo delle nostre tasse serve per continuare ad oliare la politica monetaria del sistema. L'elezione di Obama rappresenta una ventata di sollievo dagli anni bui di Bush, ma un Democratico a guida del paese non è detto significhi un'opposizione radicale al sistema vigente. Perché pensa questo? I leader preposti ai dicasteri e già scelti da Obama sono gli stessi che rappresentano le posizioni di centrodestra del partito Democratico, in continuità con la deregolamentazione perseguita da Clinton. La spinta per un vero cambiamento strutturale non ha rappresentanza istituzionale, sebbene nella società civile esistano vari movimenti alternativi molto attivi. Per la sua esperienza personale lei conosce bene i sindacati, che ruolo avranno? La prospettiva dei sindacati americani oggi è quella di andare a braccetto con gli stessi datori dell'industria. Sono tornati alla vecchia posizione di collaborare con l'industria, né più né meno di quanto avveniva negli anni Venti. Si sono trasformati in «Company-Unionism», come di diceva in quel periodo. Di fatto il 40 per cento della classe operaia dello stato dell'Ohio industriale si era schierato inizialmente per Mc Cain non per Obama.

 

Liberazione – 31.12.08

 

L'anno nero dell'Italia, l'anno d'oro dell'America - Piero Sansonetti

Pare che l'espressione «annus orribilis» non fu affatto coniata dai latini ma dagli inglesi. Chiunque l'abbia inventata, mi pare che si adatti molto all'anno che si chiude stanotte. E' stato tra i peggiori che io ricordi. Soprattutto per noi italiani. Eppure, se lo si guarda da un altro punto di vista, e cioè dall'America, si trovano anche delle cose per le quali rallegrarsi. Una soprattutto: l'elezione, per la prima volta da quando esiste il mondo, di una persona di origine africana al vertice del pianeta. La vittoria di Obama alle presidenziali americane è un fatto politico così importante da oscurare tanti altri aspetti assai negativi di questi dodici mesi, compresa la feroce crisi economica. Proviamo ad analizzare senza retorica i fatti principali avvenuti nella politica italiana e nella politica mondiale. Per quel che riguarda noi italiani, gli avvenimenti fondamentali sono stati due: il ritorno al potere di Silvio Berlusconi - dopo una brevissima e non molto felice parentesi, biennale, di governo Prodi - e la scomparsa dalla scena della sinistra politica, vittima di una legge elettorale gaglioffa e un po' truffa, vittima di un'opinione pubblica in precipitosa corsa a destra, e poi vittima di se stessa e della sua incapacità di rinnovarsi. La vittoria di Berlusconi e la sconfitta drammatica della sinistra non sono due fatti collegati da un rapporto di causa ed effetto, ma sono collegati da un filo politico - lo spostamento a destra delle idee e dei valori, a livello di massa - e si intrecciano tra loro perché uno (la sconfitta della sinistra) amplifica l'altro (il ritorno al potere di Berlusconi) e lo rende devastante. La scomparsa della sinistra politica - fatto assolutamente inedito in Europa - ha prodotto sia l'aggravarsi della crisi del Pd sia la fine di ogni azione di contrasto - sul piano politico, ma soprattutto sul piano delle culture - al trionfo dell'ideologia della destra. Alcuni capisaldi della civiltà politica nata dalla Resistenza e dalla caduta del fascismo, sono stati spazzati via con un soffio. Valori assodati - come la solidarietà, il diritto uguale per tutti, la dignità delle persone che prevale sulla necessità del profitto, il garantismo, e molti altri - sono stati cancellati e sostituiti da un sistema di idee basato sulla convenienza economica, sul profitto, sulla meritocrazia, sulla rigida gerarchia sociale. L'«interesse generale del «popolo» è stato sostituito dall'«interesse generale dell'impresa». Non sarebbe stato possibile questo, probabilmente, se la vittoria - seppur travolgente - di Berlusconi fosse stata accompagnata da una affermazione della sinistra radicale. Da dove si riparte? Dalla pura e semplice riproposizione dei nostri schemi e delle nostre idee? Una strategia di questo genere può avere successo? Penso di no. E qui entra in ballo la grande novità politica del 2008, sul piano internazionale, e cioè la vittoria di Obama alle elezioni americane. Nonostante tutto se ne è parlato poco, finora. E naturalmente è difficile prevedere in qual modo il nuovo capo dell'impero saprà affrontare le grandi crisi che ha di fronte. Che sono tre: la crisi economica, la quale segna una svolta nella storia del capitalismo; la crisi della politica internazionale, evidentissima in queste ore di stragi in Medioriente; e infine la crisi della democrazia, che avvolge tutto l'occidente, dove la politica è sempre di più messa in un angolo e sostituita dall'economia e dalla «potenza» dei grandi poteri. Possiamo dire però che Obama, comunque, rappresenta una grande speranza. Arriva al vertice del mondo sulla scia della sconfitta del bushismo, che oggi diventa - con l'esplodere della crisi - il simbolo della crisi definitiva del capitalismo reaganiano. E arriva al vertice, sulla spinta di una fortissimo carisma, che rilancia il ruolo della politica, e di un programma «sociale» che si conficca come una spina nel fianco del neoliberismo che ha dominato gli ultimi 25 anni della storia dell'occidente. L'operazione che dovremmo provare ad avviare è quella di «trasferire» Obama in Italia. Cioè di sfruttare la spinta innovativa che la sua ascesa al potere comunque comporterà, in Occidente, e riprendere da lì il cammino di una sinistra, che non potrà mai essere uguale a quella degli ultimi 25 anni, e che dovrà trovare la forza di scomporsi e ricomporsi sul terreno delle idee, coniugando la propria radicalità con i nuovi strumenti della politica organizzata. Non è molto saggio continuare a sognare e inseguire le vecchie forme partito, ad assicurarsi che le divisioni tracciate negli anni 80 e 90 restino intatte, che non ci siano contaminazioni, infiltrazioni americane. Chiudersi in se stessi, perdendo ogni possibilità di contare nella società, non è una vittoria di posizioni e idee radicali. E' una resa. Aprirsi, inventare politica, dialogare col nuovo, cercare nuovi spazi, senza pregiudizi, è la scelta più radicale possibile. Battersi perché le nostre idee e i nostri valori non scompaiano insieme alla vecchia sinistra travolta dalla storia.

 

Muore di freddo un clochard in pieno centro a Genova

Checchino Antonini

Si chiamava Babu. «Era arrivato a Genova vent'anni fa, faceva il cameriere, aveva una casa. Era arrivato con tante speranze. Poi la perdita del lavoro, la depressione di non trovarne un altro. S'era lasciato andare. Ultimamente era spesso in compagnia di gente dello Sri Lanka, del Bangladesh o indiana, arrivata come lui, con le medesime speranze deluse». Sono stati proprio loro ad avvertire i volontari che, di solito, gli portano panini, coperte, bevande calde. Li hanno chiamati per dire che non si svegliava, che l'avevano trovato morto. Babu Raja, nepalese di 43 anni è morto ieri notte sotto i portici neoclassici del Carlo Felice, il teatro lirico di Genova a un passo da piazza De Ferrari. Da quel Palazzo Ducale nel cui bar aveva lavorato Babu. E' morto per strada nel salotto buono di una grande città europea del ventunesimo secolo. Quando il furgone dei necrofori se l'è portato via, i suoi amici hanno applaudito piangendo. A meno di cento metri, le autorità stavano tagliando il nastro della grande mostra dedicata a Fabrizio De André. Ieri sera era freddo. La colonnina di mercurio s'è fermata sullo zero ma la tramontana aumentava la percezione del freddo. Di turno, in quella parte di città, a fare il giro tra gli ultimi, i volontari della Parrocchia di S.Eusebio. Uno di loro racconta a Liberazione il dispiacere di ritrovarlo per strada, il dolore di saperlo morto. Babu alle dieci e trenta della sera già dormiva. Gli hanno lasciato qualcosa di caldo, un panino. Ma Raja aveva il diabete, vivere per strada fa male, aveva bisogno di cure. «Ma è giusto che uno muoia di freddo in una città europea nel 2010?», si domanda il volontario, coetaneo di Babu. Gli amici di Babu erano incazzati neri con i giornalisti che si accorgono di loro solo quando crepano. Accusavano i carabinieri e i netturbini che avrebbero tolto loro le coperte per cacciarli più lontano possibile dal tappeto rosso del Teatro dell'Opera. Ma l'Arma e l'azienda di nettezza urbana, l'Amiu, smentiranno a stretto giro di agenzie. Tursi, il municipio, spiega che, anzi, ci sarebbe un protocollo preciso per non rimuovere coperte e cartoni. Ma qualcuno, specie nei giorni di rappresentazione, sarebbe alquanto infastidito da quei fagotti umani che dormono vicini per resistere meglio al freddo, e dai resti delle loro esistenze. E' un piccolo giallo, forse. «Ma forse serve a non porsi la domanda che facevo - ripete il volontario - come si fa a morire così in una città del genere?». Eppure sembrava che Babu ce l'avesse fatta a lasciare la strada. per sei mesi aveva trovato un lavoro a Nervi. Aiuto cuoco nella mensa della parrocchia. «Le loro disgrazie le pagano a caro prezzo», continua il nostro interlocutore pensando ai fatti sociali ma anche privati che portano certe persone fuori da uno «stile di vita normale». Babu l'ha pagata cara. I volontari organizzati dai frati di S.Barnaba passano ogni quindici giorni, altri gruppi sono più frequenti. Un altro volontario, con cinque dei suoi cinquant'anni passati a fare servizio in strada, accetta di parlare con Liberazione . Dice che nemmeno dieci giorni fa è morto un altro ragazzo, ancora più giovane di Raja, probabilmente tossico. Dormiva in Piccapietra, a pochi passi dal Carlo Felice. «L'avevo visto tre giorni prima, stava male ma non era voluto andare in ospedale, così gli abbiamo dato una coperta in più». Della sua morte, il 17 dicembre, non ne ha parlato nessuno. L'assessora l'ha saputo dal cronista di Liberazione . «Ma c'è poco da fare - aggiunge il volontario - in questi casi non sono scelte, sono strade obbligate...». Anche l'idea del clochard romantico è funzionale a non farsi domande. Babu viveva per strada da anni. «Ma in quei mesi passati a Nervi sembrava un altro. Chissà perché è andata male?». C'è chi dice che se ne sia andato di sua volontà, chi sostiene che sia stato cacciato. Babu beveva, fegato roso dalla cirrosi e cieco da un occhio. Una volta l'avevano denunciato per usurpazione di titolo perché indossava una tuta mimetica con tanto di stellette e diceva di essere un generale. Non più di un mese fa i volontari l'hanno rincontrato per strada. Proprio ieri sera, il volontario con cui abbiamo parlato ha dormito in un ricovero d'emergenza assieme a 28 ospiti, 4 le donne: C'era il tutto esaurito. Si chiama la Casetta e si trova nel quartiere di San Fruttuoso, alle spalle del muraglione della ferrovia che costeggia Via Tolemaide. Quando l'emergenza si fa cruda, si stendono dei materassini per terra. «Io ero lì e lui era là - sospira il nostro interlocutore - sappiamo che non tutti verrebbero in un posto così. Ci vuole abilità anche per vivere ai margini. E Babu viveva ai margini dei margini. Quello del Carlo Felice, secondo gli addetti ai lavori, non è un vero gruppo, sono «persone che condividono uno spazio». Solo da poco c'è gente che dorme lì e anche nella lussuosa Galleria Mazzini adiacente sono tornati solo da qualche settimana. Roberta Papi, assessora ai servizi sociali e sanitari di Tursi, di provenienza diessina, spiega come funziona la prima accoglienza: oltre la Casetta, c'è il Masoero, l'ospizio quattrocentesco al Porto Antico, 24 letti; poi l'Archivolto di S.Marcellino. 82 posti in tutto. La seconda accoglienza funziona per chi si impegna in percorsi di reinserimento. Ma i volontari fanno i conti: a Genova, quasi 700mila abitanti, i senza fissa dimora sono relativamente pochi, forse 400. Loro, che lavorano in rete con alcuni dipendenti del comune reperibili 24 ore su 24 e altri gruppi - Caritas, S.Egidio ecc... - che applicano approcci differenti, riescono ad arrivare a poco più di cento persone a notte. Due terzi di senza casa restano fuori, la metà è proprio invisibile. E' un problema complicato, a volte la promiscuità è più sgradita della strada ma l'assessora ammette che è poco. «Non è un caso che abbia deciso di attivare 34 posti in più al Masoero e c'è l'impegno a trovarne ulteriori. Il dramma vero è che i comuni sono lasciati da soli nell'affrontare queste emergenze sociali,è stato tagliato il fondo sociale, c'è l'incertezza dell'Ici, le politiche di welfare richiedono sforzi incredibili. Spendiamo già 6 milioni e mezzo, non sono pochi». «La scorsa settimana abbiamo parlato in giunta delle proteste di alcuni cittadini che ci hanno telefonato infastiditi per la presenza dei barboni all'ingresso del teatro - dichiara la sindaca Marta Vincenzi - gridavano allo scandalo perchè si consente a queste persone di sporcare il salotto buono della città. Non uno che ci abbia invitato ad aiutarli. Questa morte è quasi un segno».

 

Sardegna, il Prc con Soru. Col simbolo - Walter Falgio

Cagliari - Rifondazione comunista in Sardegna appoggerà il candidato presidente Renato Soru alle prossime consultazioni regionali con liste proprie e proprio simbolo. Lo ha deciso il Comitato politico isolano del Prc-Sinistra Europea tracciando un bilancio positivo sul lavoro svolto durante la legislatura, chiusa anzitempo per la prima volta nella storia dell'autonomia, in seguito alle dimissioni del presidente della giunta. Secondo Rifondazione si è operato bene «nelle politiche di governo e pianificazione del territorio, per la progressiva riduzione delle servitù militari, per il sostegno all'occupazione, le garanzie di accesso e sviluppo dei diritti allo studio, salute, casa, riforma e semplificazione dell'apparato amministrativo». Anche Paolo Pisu, consigliere regionale vicino all'area politica del segretario Ferrero, ritiene il sostegno a Soru una strada obbligata: «Dobbiamo puntare a unificare tutto il centrosinistra e a ricostruire l'alleanza». Tuttavia il bilancio sull'azione di governo del presidente e della giunta non è solo positivo. Ci sono luci e ombre: «Un limite che ha causato incomprensioni è stato lo scarso coinvolgimento nelle scelte di sindacati, parti sociali, altre istituzioni». Come, per esempio, il Consiglio regionale: «Il Piano Paesaggistico - continua Pisu - è uno strumento così importante che non può essere delegato interamente ed esclusivamente alla giunta». La questione del ruolo e dell'autonomia del Consiglio rispetto al decisionismo del presidente è stata sollevata più volte durante la legislatura in maniera trasversale. E ultimamente ripresa da chi, soprattutto a sinistra, rifiutava l'etichetta di "cementificatore" solo per aver bocciato l'emendamento al Piano paesaggistico sulle zone interne proposto da Soru. Al di là delle divergenze, l'esigenza di riunire le forze a sinistra per affrontare in modo compatto la campagna elettorale più stretta della storia sarda, è molto sentita. Il commissario del Partito democratico sardo, Achille Passoni, inviato nell'isola dal segretario Veltroni per sanare i contrasti tra sostenitori e oppositori interni a Soru, è fiducioso. Dopo aver incontrato il presidente della Regione dimissionario e la segretaria del partito auto sospesa, Francesca Barracciu, il senatore proprio oggi ha avuto un faccia a faccia con Antonello Cabras. Il risultato di questo incontro sarà decisivo per ricomporre i cocci di un Pd sardo letteralmente spaccato. Cabras è uno dei leader dell'area interna al partito che si è opposta a una serie di scelte di Renato Soru. Tra le quali quella di candidarsi alla segreteria del Pd. Cabras esigeva una distinzione tra ruolo politico e ruolo istituzionale che nel caso di un presidente - segretario non sarebbe stata rispettata. Un altro motivo di rottura tra Soru e Cabras è emerso nel momento di decidere se svolgere le primarie per la scelta del candidato presidente della Regione. Il primo era contrario e deciso a ricandidarsi, il secondo favorevole all'apertura delle urne nelle sezioni di partito. Oltre a Rifondazione Soru ha incassato anche il sostegno non del tutto scontato dell'Italia dei Valori. Ultimamente Antonio Di Pietro aveva criticato il presidente uscente per il conflitto di interessi ed era intervenuto a proposito dell'indagine della magistratura, che vede coinvolto anche Soru, sull'appalto per la pubblicità istituzionale della Regione Sardegna da 60 milioni di euro. Sciolto il nodo Pd la situazione interna al centrosinistra sardo dovrebbe orientarsi verso una soluzione con anche il recupero dei socialisti. La direzione regionale del Partito ha deciso a larga maggioranza di mantenersi nello schieramento di centrosinistra in vista delle elezioni regionali bocciando la proposta avanzata da una parte dell'assemblea di tentare un accordo con il centrodestra. I socialisti hanno chiesto di incontrare Passoni. Il 15 e 16 febbraio dunque i sardi torneranno alle urne, dal primo gennaio entrerà in vigore la par condicio e il 17 gennaio scadrà il termine per la presentazione delle liste per gli otto collegi circoscrizionali e per il collegio unico regionale per i candidati alla presidenza. Il Pdl intanto ha deciso di proporre come sfidante di Soru, Ugo Cappellacci, commercialista vicinissimo a Berlusconi, coordinatore region ale di Forza Italia, ex assessore regionale e attuale assessore alle Finanze al Comune di Cagliari. Il neo candidato è stato ricevuto dal presidente del Consiglio nella sua casa in Costa Smeralda per stabilire la linea da adottare in campagna elettorale. «Quella di Cappellacci è una scelta imposta ai sardi dal padre-padrone Berlusconi. Non poteva essere altrimenti», commenta Pisu.

 

Al Senato l'ok al nucleare, prevede «siti strategici in territorio italiano» - Gemma Contin

Nucleare già nel 2009. Cioè domani. Quando lo ha detto l'estate scorsa Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico, i più non lo hanno preso sul serio. Scarne reazioni anche pochi giorni fa, quando Silvio Berlusconi nella conferenza di fine anno ha confermato che il suo governo avvierà accordi per produrre energia con l'uranio arricchito. In prima battuta, ha detto il Cavaliere, «attraverso accordi esteri» con la Francia di Sarkozy, nonostante l'incidente nello stabilimento di Tricastin, lo scorso 8 luglio, con oltre 100 operai contaminati, e con la Bulgaria negli impianti di Belene, finanziati con i soldi della Bnl e la partecipazione dell'Enel. Subito dopo, ha annunciato il premier, «si procederà anche con la costruzione sul territorio italiano di nuove centrali nucleari e con la riattivazione di quelle chiuse». Anche qui, pochi gli hanno dato retta. E invece c'è quando Berlusconi va preso molto sul serio, perché il suo disegno di riforma del Paese ha elementi di pericolosità, non solo sociale politica e democratica, ma anche strutturale, che possono mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Esagerazioni? Si sappia allora che nel collegato alla Finanziaria che prevede «Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese nonché in materia di energia», già votato dalla Camera e in corso di esame alla X Commissione del Senato (atto S.1195), il governo sta varando una serie di norme, surrettiziamente infilate nel cosiddetto "ddl anticrisi", che preparano il terreno e anticipano "strutturalmente" la reintroduzione del nucleare in Italia. Nel disegno di legge, stralcio della legge 133 approvata il 6 agosto, dopo gli articoli "civetta" su «Distretti produttivi e reti di imprese», «Riforma degli interventi di reindustrializzazione», «Riordino del sistema degli incentivi», «Internazionalizzazione delle imprese», «Proprietà industriale» e «Iniziative a favore dei consumatori», ecco finalmente il "nocciolo duro" della questione. L'articolo 14 recita: «Delega al governo in materia nucleare»; il 15: «Energia nucleare»; il 16: «Misure per la sicurezza e il potenziamento del settore energetico»; il 17: «L'agenzia per la sicurezza nucleare»; il 18: «Misure per l'efficienza del settore energetico»; il 19: «Funzionamento dell'Ispra»; l'articolo 20: «Istituzione dell' Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile - Enea». Fermiamoci qui, anche perché il disegno di legge riparte poi con altre questioni, oltre che con la fissazione della «Tutela giurisdizionale» (art. 24) che restituisce alla competenza esclusiva «del giudice amministrativo e del tribunale amministrativo regionale del Lazio, con sede in Roma, tutte le controversie, anche in relazione alla fase cautelare e alle eventuali questioni risarcitorie... concernenti il settore dell'energia», stabilendo inoltre che tale competenza esclusiva «si applica anche ai processi in corso... e l'efficacia delle misure cautelari emanate da un'autorità giudiziaria diversa è sospesa fino alla conferma, modifica o revoca da parte del Tar del Lazio». Allertati da tale concentrazione di poteri giurisdizionali nelle mani del solo tribunale amministrativo romano, chiunque e ovunque accenda controversie o commetta reati a sfondo "energetico", ritorniamo alla questione primaria, ovvero ai sette articoli "incriminati". Il primo paragrafo dell'articolo 14 dice: «Il governo è delegato ad adottare, entro il 30 giugno 2009, uno o più decreti legislativi... per la disciplina della localizzazione di impianti di produzione di energia elettrica nucleare nonché dei sistemi di stoccaggio dei rifiuti radioattivi e del materiale nucleare nel territorio nazionale, e per la definizione delle misure compensative da corrispondere alle popolazioni interessate». La delega è esercitata attraverso la «possibilità di dichiarare i siti "aree di interesse strategico nazionale" soggette a speciali forme di vigilanza e protezione»; «previsione delle modalità che i produttori di energia elettrica nucleare devono adottare per la sistemazione dei rifiuti radioattivi e dei materiali nucleari irraggiati»; «previsione che la costruzione e l'esercizio di impianti per la produzione di energia elettrica nucleare e di impianti per la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi... siano considerati attività di preminente interesse statale "soggette ad autorizzazione unica" rilasciata su istanza del soggetto richiedente con decreto del ministro dello Sviluppo economico»; «previsione che l'autorizzazione unica sia rilasciata a seguito di procedimento unico a cui partecipano le amministrazioni interessate nel rispetto dei principi di semplificazione» (silenzio assenso, ndr); «l'autorizzazione deve comprendere la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza delle opere, l'eventuale dichiarazione di inamovibilità e l'apposizione del vincolo preordinato di esproprio dei beni; l'autorizzazione unica sostituisce ogni provvedimento amministrativo, concessione, nulla osta, atto di assenso o atto amministrativo comunque denominati». L'articolo 15 precisa: «Con delibera del Cipe (comitato interministeriale per la programmazione economica, ndr) su proposta del ministro per lo Sviluppo economico, sentito il ministro dell'Ambiente e le Commissioni parlamentari competenti, sono definite le tipologie degli impianti per la produzione di energia elettrica nucleare che possono essere realizzati sul territorio nazionale». All'articolo 16 si stabilisce tra l'altro che «con atto di indirizzo strategico del ministro dello Sviluppo economico e del ministro dell'Economia sono ridefiniti i compiti e le funzioni della società Sogin Spa (Società gestione impianti nucleari, ndr) prevedendo... il conferimento di beni o rami d'azienda a una o più società operanti nel settore energetico»; «al fine di accelerare e assicurare l'attuazione dei programmi per l'efficienza e il risparmio energetico, il ministro dello Sviluppo economico... predispone un "piano straordinario" entro il 31 dicembre 2009». Segue l'elencazione di tutte le forme con cui le amministrazioni comunali e gli enti locali potranno aggirare i vincoli paesaggistici, urbanistici, i piani regolatori, le norme antiabusivismo, le concessioni demaniali, consentendo inosservanze su varianti, vincoli, destinazioni d'uso di terreni e fabbricati, cubature, distanze di rispetto, valutazioni di impatto ambientale e via derogando. E arriva, in fondo, anche l'articolo 17, per l'istituzione dell'Agenzia per la sicurezza nucleare: «L'Agenzia svolge le funzioni e i compiti di autorità nazionale per la regolamentazione tecnica, il controllo e l'autorizzazione ai fini della sicurezza delle attività concernenti "gli impieghi pacifici dell'energia nucleare", la gestione e la sistemazione dei rifiuti radioattivi e dei materiali nucleari, la protezione dalle radiazioni, nonché le funzioni e i compiti di salvaguardia degli impianti e dei materiali nucleari». L'Agenzia «è composta dalle strutture dell'attuale Dipartimento nucleare, rischio tecnologico e industriale dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) e dalle risorse dell'Ente per le nuove tecnologie, l'energia e l'ambiente (Enea)», con un dotazione di personale di 100 unità provenienti per metà dall'uno e per metà dall'altro, entrambi svuotati nella vecchia versione dei compiti precedenti e ripristinati in due omonime nuove strutture con altre e ridimensionate attività. In tutto ciò, «l'agenzia è la sola autorità nazionale responsabile per la sicurezza e la salvaguardia nucleare». Sarà un «organo collegiale composto dal presidente e da quattro membri nominati con decreto del Presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio su delibera del Consiglio dei ministri. Il presidente del Consiglio designa il presidente dell'Agenzia, due membri sono designati dal ministro dell'Ambiente, gli altri due membri sono designati dal ministro dello Sviluppo economico... Il presidente e i membri dell'Agenzia sono scelti tra persone di indiscussa moralità e indipendenza, di comprovata professionalità ed elevata qualificazione e competenza nel settore della tecnologia nucleare». Meno male! Si avverte però un'insopportabile puzza di bruciato. Resa più acre dalla mancanza di un'opposizione ambientalista in Parlamento.

 

La Stampa – 31.12.08

 

Israele apre a una tregua di 48 ore

ROMA - Israele ha avvertito che l’offensiva contro Hamas nella Striscia di Gaza potrebbe richiedere «un’azione di lunghe settimane» mentre l’ operazione «Piombo fuso» è entrata nel suo quarto giorno. Il monito del premier Ehud Olmert, arrivato poche ore prima della riunione a Parigi dei ministri degli Esteri dell’Ue per promuovere un cessate il fuoco, ha chiarito che quella che si è appena conclusa è «solo la prima di diverse fasi» dell’attacco, una fase caratterizzata da incessanti raid aerei contro obiettivi del movimento islamico. Alla riunione di Parigi l’Italia è rappresentata dal sottosegretario, Vincenzo Scotti. Finora sono almeno 363 i palestinesi morti nell’offensiva su Gaza, 1.700 i feriti. Tra le vittime più recenti due sorelline di 4 e 11 anni alla guida di un calesse trainato da un asino decedute a Beit Hanun, nel nord della Striscia, per un razzo israeliano esploso a poca distanza. A questo punto l’offensiva potrebbe essere sospesa, se la diplomazia riescirà a strappare un cessate il fuoco, ma anche proseguire sotto forma di un intervento di terra. Olmert ha incontrato il presidente Shimon Peres, al quale ha confermato che «attualmente ci si trova nella prima di diverse fasi già approvate dal gabinetto per la sicurezza». Altri esponenti di governo, i ministri Meir Sheetrit, Benjamin Ben Eliezer e Shaul Mofaz, hanno escluso una sospensione delle ostilità in questa fase. L’aviazione israeliana ha già colpito quasi 400 obiettivi a Gaza, fra cui «una moschea utilizzata come centro di attività terroristica». Si profila un’emergenza umanitaria per il milione e mezzo di palestinesi di Gaza, anche se Israele ha autorizzato il passaggio di un centinaio di camion di aiuti. Oggi per la prima volta razzi Qassam sono piovuti nei dintorni del villaggio beduino di Rahat, il punto più a est di Israele mai raggiunto dagli attacchi dei miliziani palestinesi. Altri razzi sono caduti su Kiryat Malachi e Kyriat Gat, nel Neghev occidentale. Intanto il presidente Hosni Mubarak ha avvertito che l’Egitto manterrà chiusi i valichi di frontiera con Gaza fino a che l’Autorità Nazionale Palestinese non riguadagnerà il controllo sull’enclave. I vertici della Difesa israeliana vogliono chiedere al premier Ehud Olmert di mettere in moto un’iniziativa diplomatica per una tregua di 48 ore con Hamas, prima che diventi necessaria per iniziare un attacco di terra contro la Striscia di Gaza. Lo scrive sul suo sito il quotidiano «Haaretz», che cita fonti della difesa, secondo cui la tregua non dovrebbe essere necessariamente unilaterale. L’obiettivo della tregua sarebbe quello di verificare se Hamas abbia intenzione o meno di porre fine al lancio di razzi contro Israele. Il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, si incontrerà con il ministro degli Esteri, Tzipi Livni, e della Difesa, Ehud Barak, per valutare la proposta della presidenza francese dell’Ue per un cessate-il-fuoco provvisorio nella Striscia di Gaza. Lo ha riferito un alto funzionario governativo israeliano. Sono cominciati nuovi bombardamenti da parte di velivoli israeliani sulla linea di confine tra Striscia di Gaza e Egitto, nella zona del valico Rafah. Il ministro della difesa israeliano Ehud Barak ha detto di essere «favorevole» a una proposta di tregua di 48 ore nella Striscia di Gaza. Lo ha riferito il suo portavoce all’agenzia francese Afp.

 

Buoni giorni – Massimo Gramellini

Vi auguro un felice 2010. Quanto al 2009, qualcuno dice che sarebbe meglio scavare una trincea e passargli sotto il più in fretta possibile. È il primo anno che ci fa paura ancor prima di cominciare. Gli indovini dell’economia prevedono che sarà terribile e, considerato quanto ci prendono, questo è l’unico indizio di ottimismo. Sarà un momento brusco di passaggio, che premierà chi saprà resistere e cambiare, adeguandosi meglio degli altri al mutamento di realtà. Quel che avevo da dirgli e da dirvi si trova all’interno del giornale, affidato a due pagine di oroscopi. Il Buongiorno, invece, stavolta mi piacerebbe lo faceste voi. Provando a formulare tre desideri. Il primo per voi stessi, il secondo per la persona che amate di più e il terzo per il mondo. Non conta quanto siano grandi, basta che vi riempiano il cuore. Metteteli negli spazi qui sotto e credeteci, almeno mentre li scrivete. Ora entriamo pure nella tormenta del 2009 col bavero alzato e le parole coraggiose di George Bernard Shaw: «La missione di ogni uomo consiste nell’essere una forza della natura e non un grumo agitato di guai e di rancori che recrimina perché l’universo non si dedica a renderlo felice».

 

Corsera – 31.12.08

 

Il tentativo dell’Unione

Forse è un miracolo, perché una volta tanto potrebbe succedere che l'Europa riesca ad ottenere un importante risultato politico in Medio Oriente, magari approfittando della transizione americana dovuta al passaggio dei poteri tra Bush e Obama, che si insedierà il 20 gennaio. Se accadesse davvero, bisognerebbe ringraziare il decisionismo del presidente francese Nicolas Sarkozy. Che ieri, nell'ultimo vertice ministeriale della sua presidenza europea, potrebbe essere riuscito a ottenere un cessate il fuoco, seppur limitatissimo, nella guerra che contrappone gli estremisti islamici palestinesi di Hamas allo stato di Israele. La visita che il ministro degli Esteri Tzipi Livni farà a Parigi nei prossimi giorni potrebbe garantire il sigillo sulla temporanea interruzione del conflitto. È d'accordo, sulla tregua-lampo, il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak, che pur essendo il militare più decorato di Israele è assai scettico sull'efficacia di un'invasione terrestre, e non sarebbe contrario neppure il dimissionario premier Ehud Olmert. Ma lo stato ebraico si vedrebbe costretto a decidere mentre missili, ben più velenosi e a lunga gittata dei rudimentali Qassam, hanno raggiunto persino la città di Beersheva, che dista quasi quaranta chilometri dai confini di Gaza. Cessate il fuoco forse possibile, grazie alla reattività di Parigi, all'impegno dell'Europa e alla disponibilità di Israele. Diciamo subito che l'Italia ha partecipato al vertice voluto da Sarkozy non con il ministro degli Esteri Franco Frattini, ma con un sottosegretario. Frattini ha molte giustificazioni, perché ieri doveva tenere la sua relazione alle commissioni Esteri della Camera e del Senato. E chi ne ha seguiti i lavori, ha colto appieno il puntiglio del capo della nostra diplomazia, non tanto quando ha spiegato la posizione del governo italiano, ma quando ha illustrato quella dei più importanti interlocutori della regione, con i quali aveva parlato. Tutto bene. Ma una presenza a Parigi avrebbe giovato all'immagine del nostro Paese impegnato più di altri ad offrire il proprio contributo per risolvere la gravissima crisi di Gaza.

 

L’idea dei soldi come manna – Giovanni Sartori

Il 2009 sarà il primo anno - temo - di una tempesta economica perfetta. Una tempesta perfetta destinata a durare finché non torneremo a capire come nasce il denaro, cosa fa ricchezza. Grazie a una scuola che non è più magistra vitae, i giovani non lo sanno di certo. Per loro è come se piovesse dal cielo come la manna. Per loro il denaro ci deve essere e basta. Ma è così, purtroppo, anche per i non-più-giovani. Nell’ottica di quasi tutti la ricchezza c’è, così come c’è l’aria o il mare. Se manca è perché è maldistribuita e perché se la mangiano i ricchi. E nemmeno i ricchi, o quantomeno gli straricchi, ne sanno di più. I Berlusconi del mondo sanno benissimo fare i soldi per sé; ma perché i soldi ci siano, e come e da cosa zampillino, non è un problema che li interessi. L’economia come scienza ha cominciato a deragliare con la sua politicizzazione diciamo di sinistra: una politicizzazione che la induce ad anteporre il problema della distribuzione della ricchezza al problema della creazione della ricchezza e, in questo solco, anche a confondere i due problemi. Ed è questa confusione che ha allevato una opinione pubblica graniticamente convinta del fatto che la ricchezza ci sia (come ci sono, che so, le piante), e che il guaio sta in come viene distribuita, cioè maldistribuita. Ora, che la distribuzione della ricchezza sia per lo più iniqua, moralmente inaccettabile e spesso anche economicamente dannosa, è un fatto. Un fatto che però non autorizza a confondere tra la grandezza della torta e la sua divisione in fette. Perché non è in alcun modo vero che la ridistribuzione della ricchezza produca ricchezza. Anzi, se la mettiamo così, è più probabile che produca povertà. In prospettiva — e la prospettiva ci vuole — fino alla rivoluzione industriale del primissimo Ottocento l’economia è stata prevalentemente agricola, e quindi una economia di sostentamento. Dopo la lunga stagnazione medievale il primo accumulo di ricchezza avviene con il commercio e con le città marinare (per esempio, Venezia) nelle quali è fiorito. Ma la ricchezza prodotta dalla società pre-industriale fu ricchezza da consumare (in palazzi, chiese e, s’intende, in bella vita per i pochissimi che ne disponevano), non ricchezza da accumulare per investimento, e quindi ricchezza in denaro da investire nel processo economico. Pertanto fino alla rivoluzione industriale, che è poi la rivoluzione della macchina che moltiplica a dismisura il lavoro manuale, l’uomo è vissuto in grande povertà. Il tepore del benessere si affacciò, nel contesto dello Stato territoriale nel suo complesso, soltanto nel corso dell’Ottocento. Ma sino al Novecento, talvolta inoltrato, l’uomo occidentale non ha conosciuto la società opulenta, la cosiddetta società del benessere. Che da noi è durata soltanto una cinquantina d’anni. Per dire come si fa presto a diventare viziati. Come e quando usciremo dalla gravissima recessione nella quale siamo peccaminosamente incappati nessuno lo sa. Il punto da capire sin d’ora è che il diritto a qualcosa sussiste solo se c’è la cosa. Il diritto di mangiare presuppone che ci sia cibo. E il «diritto ai soldi» presuppone che i soldi vengano creati.


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