Lettera aperta di Vincenzo Simoni sulla grande manifestazione di sabato 17 ottobre, intervento di Walter De Cesaris (la sua importanza in questa fase e quello che dovremmo fare noi dell’UI) e poi articoli dal Manifesto e dell’Unità di domenica
Lettera aperta di Vincenzo Simoni sulla grande manifestazione di sabato 17 ottobre.
Chiedo ai partecipanti dell'UI al corteo di sabato di contribuire ad un necessario ragionamento che deriva dall'enorme rilevanza di tale manifestazione. Per parte mia, ho seguito l'intera manifestazione con gli interventi relativi grazie a Radio Radicale; poi con i giornali di domenica. Espongo di seguito alcune considerazioni problematiche:
- in un intervento si è collegato con i migranti un po' tutto, l'omofobia, i metalmeccanici Fiom, gli studenti contro la Gelmini, l'Onda, i centri sociali, le occupazioni, lo scudo fiscale, le escort... - nella piattaforma esposta le rivendicazioni era tutte inserire ma solo in alcuni interventi di migranti si sono puntualizzate le questioni fondamentali che mi pare sono: i permessi di soggiorno, i
> centri di concentramento, il rapporto tra reddito nazionale prodotto dai migranti e il corrispettivo sociale per questo settore... - la questione casa è stata solo nominata e non approfondito il conflitto non sempre dispiegato ma tale da produrre spostamenti politici pericolosi sulle assegnazioni ERP, sulla concentrazione visibile di etnie in diversi quartieri non solo periferici. Vi chiedo di aprire subito un confronto collettivo, che deve produrre, prima o poi, una nostra piattaforma specifica. Come vedete non ho esposto ancora delle mie ipotesi, che vanno riferite anche ai moduli di accesso all'ERP, all'inserimento nei quartieri, al ruolo dei comitati di autogestione (da noi fondamentali) e via
> dicendo. Mi rendo conto che l'Italia è lunga; Napoli e Palermo non sono Roma, Roma non è Firenze e Bologna, e probabilmente Milano non è Torino, per non dire poi della situazione nel Veneto. Ebbene proprio questo - una visione "lunga e articolata " - è quanto, più di altri può fornire l'Unione Inquilini. Termino con la manifestazione di Sabato; la grande partecipazione, la capacità organizzativa, sono elementi che impongono il rispetto. Questo è fondamentale. Essere rispettati come una forza
materiale che non si può impunemente reprimere.
Risponde Walter De Cesaris
La manifestazione è stata molto importante: la prima (ma potrebbe, però, essere anche l'ultima) che ha visto una partecipazione così articolata: dalla CGIL fino ai gruppi più antagonisti, colorata e una presenza di ragazze e ragazzi così massiccia.
Abbiamo fatto bene ad esserci e a cercare di darci un minimo di visibilità (con uno striscione e le bandiere). Abbiamo incrociato i compagni dell'UI di Venezia, che anche loro avevano le bandiere gialle e rosse dell'UI e abbiamo fatto il corteo assieme. Piccola cosa, ma la visibilità è importante perché mette il tema della casa dentro il tema generale del cambiamento necessario e possibile.
Dobbiamo fare lo stesso anche per la manifestazione del 23 e lo sciopero generale del Patto di Base: "Contro i licenziamenti e gli sfratti" che sono (senza interventi pubblici che garantiscono il passaggio da casa a casa) una sorta di licenziamento dalla vita.
Segnalo una cosa inquietante che è il segno della meschinità dei tempi: il Manifesto che annuncia la
manifestazione del 23 a Roma è firmato RdB, Cobas, SdL. La CUB viene cancellata e le medesime RdB cancellano il termine CUB dal loro logo. Miserie del settarismo delle scissioni.
Le manifestazioni sono solo due : a Roma e Milano. Dobbiamo esserci ed essere visibili anche con iniziative fatte in altre città contro gli sfratti.
La manifestazione di sabato, secondo me, indica con grande forza che è una intuizione giusta quella di aprire la costituzione di una soggettività diretta dei migranti, federata all'UI, sul tema del diritto all'abitare.
Ciao a tutti
Walter
Manifesto - 18.10.09
La parola a San Papier - Stefano Liberti
ROMA - Un fiume in piena. Multicolore, allegro e straordinariamente variegato. Circa duecentomila persone hanno attraversato ieri pomeriggio il centro di Roma per gridare «no al razzismo, no al reato di clandestinità, no al pacchetto sicurezza», come recitava lo striscione d'apertura firmato dal «Comitato organizzatore 17 ottobre». Una manifestazione imponente, che ha visto fianco a fianco lavoratori immigrati (tantissimi, la larga maggioranza), studenti, centri sociali, le sigle più note del sindacato di sinistra (Cgil, Fiom, Rdb-Cub) e dell'associazionismo (da Emergency ad Amnesty International, dall'Arci ai Beati Costruttori di Pace), oltre a centinaia di altre realtà sociali e politiche. Decine di lingue e di scritture, manifesti variopinti, canti e balli diversi. C'erano gli studenti dell'Onda, partiti dall'Università La Sapienza con i loro immancabili canotti, con cui augurano a Maroni di fare la stessa fine che riserva agli immigrati respinti in mare verso la Libia. C'erano gli attivisti di «Veneto libero da razzismo e paura», una nuova sigla ombrello che ha riunito diverse realtà militanti della regione con lo scopo di «liberarla dalla Lega». C'erano i bengalesi dell'associazione Dhuumcatu, sempre uniti dal loro slogan storico «Noi vogliamo... permesso di soggiorno». C'erano i nigeriani di Casal di Principe e Castelvolturno, schierati contro la camorra. C'erano i guineani che chiedevano di «essere liberati dalla dittatura». C'erano, confusi tra la folla, alcuni esponenti politici venuti a titolo personale, dal segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero a quello del Partito democratico Dario Franceschini, dal leader di Sinistra e Libertà Nichi Vendola al leader storico dei radicali Marco Pannella. Tra i manifestini di San Papier, «protettore dei lavoratori migranti», e le magliette «siamo tutti clandestini», il corteo colorato e danzante ha voluto ribadire quelli che sono i punti salienti della battaglia politica anti-razzista. Un secco no quindi ai vari provvedimenti approvati dal governo Berlusconi in tema di sicurezza e immigrazione: no ai Cie, quei centri di identificazione ed espulsione in cui gli immigrati senza permesso di soggiorno possono ormai essere rinchiusi fino a sei mesi, no al reato di clandestinità, no ai respingimenti in mare. E soprattutto «regolarizzazione per tutti», e non limitata solo a colf e badanti, come ha fatto il recente provvedimento del governo. Una piattaforma assai avanzata e radicale - soprattutto nell'idea di una regolarizzazione generalizzata - in cui non si sono riconosciute alcune sigle cattoliche normalmente vicine ai migranti, come la Caritas, che alla fine hanno deciso di non aderire alla manifestazione. Una piattaforma che ha insistito molto sul legame tra razzismo e precarietà, oltre che tra razzismo e omofobia, tra le aggressioni contro gli immigrati e quelle contro omosessuali e transgender. Perché - come segnalava uno striscione decisamente indicativo dello spirito della manifestazione - «siamo tutti sulla stessa barca». «Uniti dalla fatica, divisi dalle leggi», recitava un altro striscione, dietro il quale sfilavano fianco a fianco lavoratori di origine e pelle diversa, a mettere in evidenza ancora una volta quello su cui hanno insistito gli organizzatori. Che la manifestazione di ieri si inserisce in un filone unico più generale, di cui fanno parte le mobilitazioni delle settimane scorse per la libertà di stampa e contro l'omofobia e lo sciopero generale indetto dai sindacati di base per venerdì prossimo. Il fiume umano si è snodato attraverso la multi-etnica Piazza Vittorio, ha raggiunto il Colosseo e, da Piazza Venezia, si è diretto alla Bocca della Verità, dove dal palco sono intervenuti gli organizzatori e alcune personalità della cultura, dello spettacolo e del giornalismo. Sotto accusa il governo Berlusconi, invitato a più riprese ad andare «a casa» insieme al ministro per le riforme Umberto Bossi e al ministro dell'Interno Roberto Maroni. Ma non sono state risparmiate critiche neanche al presidente della camera Gianfranco Fini, che pure si è distinto negli ultimi anni per le sue aperture sul tema della cittadinanza e del diritto al voto agli immigrati. «Come può dirsi anti-razzista e solidale una persona che rimane uno degli ideatori e dei firmatari dell'orrenda legge Bossi-Fini?», ha gridato dal palco Aboubakar Soumahoro, portavoce del comitato 17 ottobre. Molti i richiami a Jerry Esslan Masslo, il ragazzo sudafricano ucciso il 25 agosto del 1989 a Villa Literno. Allora, poche settimane dopo un omicidio che scosse le coscienze, ci fu la prima grande manifestazione anti-razzista d'Italia, con migliaia di persone scese in piazza a Roma. Il corteo di ieri voleva idealmente collegarsi a quello del 1989, per evidenziare i nessi esistenti tra le due situazioni. Oggi, come allora, ci sono aggressioni contro gli immigrati. Oggi, come allora, i diritti degli stranieri sono sotto attacco. Ma, da allora, molta acqua è passata sotto i ponti: se le leggi che regolano la permanenza degli stranieri si sono progressivamente irrigidite, fino alle ultime aberrazioni introdotte sotto spinta della Lega, anche la presenza degli immigrati nel nostro paese si è strutturata. Tanto che - come ha mostrato il corteo di ieri, in cui i cittadini stranieri erano stragrande maggioranza - gli immigrati sono un ormai un soggetto politico, con la coscienza di esserlo e di portare avanti precise rivendicazioni.
Un giorno eccezionale - Enrico Pugliese
È veramente eccezionale di questi tempi, ma a volte le cose riescono ad andare meglio del previsto. Parlo della manifestazione di ieri degli immigrati e per gli immigrati: un grande successo per la sua dimensione e la sua qualità ma anche per il clima di allegria e la compostezza che l'hanno caratterizzata. Una manifestazione piena di giovani, e non solo perché l'immigrazione ringiovanisce la popolazione italiana, ma anche perché in piazza c'erano molti giovani italiani e stranieri. E poi una manifestazione particolare, non burocratica e senza passerelle di vip. Per capirlo è bastato poco. Andavo cercando la testa del corteo e non riuscivo a trovarla. Dopo l'imponente quanto inutile dispiegamento dei camion della polizia, si vedeva un modesto striscione con un po' di gente dietro, neri e bianchi, e con la scritta «Comitato 17 ottobre». Quella era la testa del corteo: gli organizzatori stavano dietro la prima linea, appunto a organizzare e non a mettersi in mostra. Tutto bene dunque? Allora perché tanto pessimismo iniziale? Di motivi di preoccupazione ce n'erano tanti. Il primo e più ovvio è stato un assordante silenzio stampa: con l'eccezione del manifesto e di pochi altri giornali, i grandi organi di informazione hanno mostrato il più totale disinteresse per l'iniziativa. Perciò nessuno, fuori dalle ristrette cerchie di lettori del manifesto o dell'Unità e dei compagni che lavorano con gli immigrati, ne sapeva niente. Se davo appuntamento a qualcuno alla manifestazione di sabato mi sentivo chiedere di quale manifestazione stessi parlando. La Cgil, che insieme all'Arci aveva con forza voluto la manifestazione, era stata lasciata sola dalla Uil e dalla Cisl di Bonanni. Quest'ultima aveva preferito farsi la sua modesta adunata una settimana prima all'insegna di slogan del genere «la sicurezza come risorsa». Non bisogna mai dire «meglio soli che male accompagnati», ma confesso in questo caso di averlo pensato. Faccio subito ammenda e mi auguro che la Cgil, con la sua forza e il suo radicamento tra gli immigrati, apra con rinnovata energia a più intensi rapporti unitari con le altre confederazioni su questo terreno. Anche perché sulle parole d'ordine della manifestazione - in particolare l'opposizione al razzismo e l'estensione del permesso di soggiorno a tutti i lavoratori e non solo a colf e badanti - esse hanno mostrato di essere d'accordo. D'altronde è ragionevole supporre che qualche amico cislino, anzi più di uno, fosse presente tra i manifestanti. E anche il Padreterno ha dato una mano alla riuscita della manifestazione: per tutto il pomeriggio c'è stato un cielo plumbeo ma non ha mai piovuto. Nel corteo di organizzazioni cattoliche che fanno lavoro di base tra gli immigrati ce n'erano tante. Chi sa, forse il Padreterno non sta solo dalla parte della Cisl e delle grandi organizzazioni che pretendono di aver l'esclusiva della solidarietà. Ma non si tratta solo di miracoli. A una analisi più approfondita si può capire che le premesse per la riuscita c'erano. Alla Conferenza nazionale sull'immigrazione della Cgil della settimana scorsa (dove fu lanciata l'adesione alla manifestazione) un nutrito gruppo di giovani immigrati, dirigenti e operatori sindacali provenienti da tutte le regioni italiane hanno dato grande prova di competenza e radicamento affrontando le questioni che riguardano gli immigrati come lavoratori. Era davvero impressionante sentire questi giovani immigrati parlare dei problemi della fabbrica (e degli immigrati in fabbrica) dell'edilizia (e degli immigrati nell'edilizia) e così via senza alcuna retorica o genericità. E le tantissime organizzazioni che operano nel campo dell'immigrazione sono maturate anch'esse in questi anni, acquistando sapere e legittimità. L'ormai lunga esperienza di lavoro ha portato chi ci lavora a conoscere i problemi reali degli immigrati e a recepirne le esigenze. Se venti anni addietro, ai tempi di Villa Literno, c'era un orientamento più aperto e disponibile del governo e dell'opinione pubblica, ora c'è una maggior forza e capacità autonoma degli immigrati nel sindacato e nelle altre associazioni. Sono stati loro e quelli che lavorano con loro a rendere possibile il successo della manifestazione.
l'Unità - 18.10.09
«No al razzismo», duecentomila in piazza - Mariagrazia Gerina
«Noi 'volliamo' permesso di soggiorno», intonano. In italiano, tamburellato, scandito con ritmo africano, come una litania infinita. Lo scandiscono da anni. «Casa, lavoro, libertà di culto e soggiorno per tutti, non solo per chi pulisce le case e cambia i pannoloni». E poi: «No al razzismo, no al reato di clandestinità». Sono cento, duecentomila. Una fiumana, che, partita alle 14.30, puntuale, a sera ancora continua a scorrere per le vie di Roma, da piazza Venezia alla Bocca della Verità mentre dal palco una donna minuta, Edda Pando, grida: «Abbiamo riempito questa città, abbiamo dimostrato che questo paese ha un memoria, noi siamo la sua memoria e siamo anche il suo futuro, siamo la società che vuole cambiare questa Italia». Visi neri, occhi scuri stanno ad ascoltarla. È la loro voce quella che dal palco arringa, interroga, accusa, incalza. Questo paese che «ha conosciuto la tragedia collettiva dei migranti, come mai tira fuori tutto questo accanimento nei confronti dei migranti, nei confronti dei gay, nei confronti dei musulmani, come mai milioni di noi vengono discriminati e non commettono reato come sarebbe il falso in bilancio o corrompere i giudici per poi coprirsi con il lodo, questo degrado culturale è il cancro del paese, è la malattia, non la soluzione», pungola memoria e coscienza un ragazzo venuto dalla Costa d'Avorio, Aboubakar Soumahor, che fa l'operaio ma parla da leader a un movimento che sente alle spalle l'America di Obama («Negli anni cinquanta i neri dovevano cedere il posto ai bianchi sull'autobus, oggi salgono non solo sul pullman ma anche alla Casa Bianca»), e anche in Italia conta già vent'anni di storia. E anche i suoi eroi. «Jerry Essan Maslo 1959-1989» e «Abba 1989-2009», recitano i cartelli con le foto di due giovani africani uccisi a vent'anni di distanza. Li portano per le vie di Roma altri ragazzi, venuti dal Ghana, dalla Costa d'Avorio, dall'Eritrea, dalla Somalia, dal Bangladesh. E arrivati da troppo poco tempo in Italia per sapere chi sono. Che importa? «Sono fratelli». Fratelli, simboli di un movimento che prende nome dalla manifestazione di oggi («Comitato 17 ottobre», si sono voluti chiamare gli organizzatori). E che oggi, per le vie di Roma, mentre scorreva vastissimo dal Colosseo all'Altare della Patria, si è scoperto moralmente più forte anche della paura. «Abbiamo sfilato per le strade di questa città? Avete avuto paura? Avete temuto per la vostra sicurezza?», chiede Edda. La domanda che la folla dei duecentomila consegna al paese. Insieme ad una verità che dovrebbe essere semplice: «La vita di un essere umano non equivale a un permesso di soggiorno». «Si alla regolarizzazione di tutti e tutte». «No al razzismo, al reato di clandestinità e al pacchetto sicurezza». La piattaforma è tutta lì sugli striscioni che aprono un corteo dove sventolano le bandiere dell'Arci, della Cgil, dei Cobas, dell'Arcigay, ma di cui i migranti vogliono essere protagonisti. «I politici devono stare dietro, di vetrine voi ne avete già tante», corrono a riprendere il segretario del Pd, Dario Franceschini, che, all'altezza del Colosseo, a sorpresa, si unisce al corteo, raggiungendo Jean Leonard Touadì. «Questa per i diritti degli immigrati è una nostra battaglia, culturale prima ancora che politica, accoglienza, rispetto delle differenze, il popolo italiano non può perdere questi valori», spiega la sua adesione. «Perché allora il Pd non ha aderito alla piattaforma?», lo insegue un «giovane comunista». «Lo scorso sabato ho partecipato a una manifestazione della Cisl per gli immigrati, in tutti i luoghi dove si manifesta contro il razzismo noi ci siamo», risponde Franceschini. Un immigrato gli domanda: «Possiamo fare un lodo per gli immigrati? O la sinistra sta con gli immigrati o che sinistra è?». Il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero gli va incontro: «Ciao segretario». «Ci sono alcune battaglie che continuiamo a condividere», spiega Franceschini a chi gli domanda se quella stretta di mano è preludio a future alleanze. «Con Rifondazione siamo alleati in quasi tutti i comuni italiani», si schermisce. Paolo Ferrero (Prc), Nichi Vendola (Sl), Marco Ferrando (Pcl), Guglielmo Epifani (Cgil), sfilano attenti a non primeggiare. «Il governo vuole alimentare una guerra tra poveri», denuncia Ferrero. «In Italia - dice Vendola - c'è un clima che fa paura, un clima di crescente inciviltà che, d'altronde, ha accompagnato l'ascesa al governo delle destre ed un lessico ispirato ad un certo degrado culturale». «Troppo razzismo nei sotterranei della società», denuncia Epifani, e poca «consapevolezza dei rischi che corre una società che ha paura e fobia del diverso». È l'opposizione che fuori e dentro il parlamento prova a dare una risposta a quello che sta succedendo nel paese. Ma nel corteo, è un'altra forma di rappresentanza, senza mediazione, senza mediatori, che irrompe. Quella delle migliaia di comitati, associazioni, coordinamenti di immigrati, che cominciano ad avere voce e leader. Bridget, nigeriana, 35 anni, da venti in Italia. Qui ha studiato, qui lavora. Fa l'assistente sociale. «Io sono clandestina», ha scritto sulla maglietta rossa. Anche se clandestina non lo è più. Dal 2003 è diventata cittadina italiana. E ora lotta per gli altri. Con l'associazione delle donne nigeriane, con la diaspora africana, sull'onda di Obama «per modificare l'immagine del nero e dell'immigrato». Per lei nell'Italia degli anni '90 non è stato facile ma ora è peggio. «Vent'anni fa c'era almeno la possibilità nel tempo di inserirsi, adesso no, non riesci nemmeno a rinnovare il permesso di soggiorno». L'Italia - dice - è peggiorata perché si è messa a discriminare tra i diritti degli altri e quelli degli immigrati, che sono tagliati fuori dal welfare, «non hai diritto alla casa, non hai diritto a niente, se perdi il lavoro diventi clandestino». «E adesso denuncia anche me», in corteo sfilano tante, tantissime magliette disegnate da Staino per l'Unità. Elisa, diciannove anni, capelli biondi, occhi azzurri, ha fatto in tempo a comprarla allo stand di piazza della Repubblica prima che il corteo partisse. «Bella vero?», la mostra. «Sono qui perché ci tengo», dice. A cosa? «Alla libertà», risponde. «In Italia non ci sono leggi che tutelano i diritti di tutti, loro, gli immigrati, fuggono dai loro paesi e se li rimandiamo indietro respingiamo la loro aspirazione alla libertà». Ci sono anche quelli che l'italiano ancora non lo parlano. Come Collins, 23 anni, scuro come l'ebano, viene dal Ghana. È partito questa mattina da Castelvolturno come gli altri ragazzi con cui sfila in corteo. Vive in Italia da un anno. Abbastanza per capire che per lui non sarà facile. Ha chiesto asilo. Glielo hanno negato. «Questo è il mio problema, niente asilo, niente permesso di soggiorno, niente lavoro». In Ghana ha studiato ingegneria. Lavoro? «Solo in nero, in campagna, a raccogliere pomodori», risponde Robert , 35 anni, 3 figli, del Ghana, anche lui partito da Castelvolurno: «Sono qui - dice - perché lo stato italiano non mi ha riconosciuto, ho chiesto asilo non me l'hanno dato, permesso di soggiorno nemmeno, c'è solo lavoro in nero per noi». «Ho quattordici anni, sono una seconda generazione ma soprattutto sono africana e sono orgogliosa», grida Fatima, una cascata di treccine nerissime e una grande rabbia per il paese dove i suoi sono venuti a vivere vent'anni fa e dove lei è nata. «Ma in queste condizioni - dice -, in un paese così, sentirsi italiana non è facile...». «Casa lavoro libertà di culto e soggiorno per tutti», recitano i tazebao volanti appesi al collo. «Noi venuti qui in Italia, pulire loro casa, cambiare pannoloni, ma noi possiamo fare anche altri lavori, ma non è per questo che siamo venuti qua e non è democrazia dare permesso di soggiorno solo a chi pulisce casa e cambia i pannoloni agli italiani, questo è uno schifo di legge», spiega al megafono Goni, che viene dal Bangladesh, 29 anni, un figlio, da 6 anni in Italia, da due anni senza più permesso di soggiorno. «Perché solo le badanti? Perché non gli edili o gli operai? Questo è razzismo», scandisce un ragazzo che parla un italiano perfetto ma ha i tratti magrebini. «Sono venuto in Italia a due anni, ne ho ventidue, sono italiano, vorrei esserlo anche per lo Stato». In tasca per ora ha un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Con quello studia, storia a Venezia, e lavora per mantenersi. Ma non è la stessa cosa che avere la cittadinanza italiana. Quella non ce l'hanno né lui che il 25 aprile era in piazza con i partigiani a leggere le lettere dei condannati a morte della resistenza italiana né suo padre che lavora alla Fincantieri, né sua madre. «E' un paradosso, io in questo paese non posso nemmeno votare».



19.10.2009














