Editoriale impegnativo, con il quale ci si occupa della Cassa Depositi e Prestiti, del risparmio delle famiglie, dei beni dei Comuni e di social housing.
Con l’ultima asta per la collocazione dei Titoli di Stato (soprattutto BOT e CCT) la loro redditività è intorno allo 0,5 %. Al netto delle imposte lo 0,4.
I libretti di risparmio postale ordinari danno una redditività intorno all’1% che al netto dell’imposta del 23% si riduce allo 0,77%. Una miseria.
Ma, attenzione: mentre è operazione complicata il rastrellamento dei Titoli di Stato diffusi tra investitori istituzionali italiani ed internazionali e – in misura minoritaria – tra le famiglie, più agevoli sarebbe (il condizionale è d’obbligo) una o più operazioni sui depositi “postali” e buoni fruttiferi, gestiti dalla Cassa Depositi e Prestiti Spa.
Si conosce la loro entità; è intorno ai 190 miliardi di euro, il 13 % del PIL! Cioè qualcosa di colossale che abbacina.
La C.D.P. Spa è una controllata dal Tesoro (70%) con una partecipazione azionaria del 30% di 65 fondazioni bancarie (ma le prime cinque, Monte dei Paschi, San Paolo, CRT, Cariplo, Cariverona, ne possiedono il 12,85%).
Presidente è l’on. Franco Bassanini (PD), A.D. Massimo Verazzani (area Tremoni), tra i membri del C.d.A da segnalare Vittorio Grilli (Tremonti-Draghi – Ragioneria Generale dello Stato, bipartisan) ed Ettore Gotti Tedeschi (Banco Santander, IOR, Opus Dei). Altri membri: Francesco Giovannucci (dalle prefetture), Guglielmino Nunzio (da Poste Spa, area Tremonti), Fiorenzo Tasso (Fondazione Cassa Risp. Torino), Luisa Torchia (area Bassanini), Gianfranco Viesti (area Prodi).
Dell’assetto dirigente e dei suoi equilibri se ne è occupato Adriano Bonafede (su Repubblica del 24.11.2008 e del 13.10.2009). Si suppone che tale “spartizione” potrebbe modificarsi con il rinnovo del C.d.A. del prossimo marzo, in favore dell’area Tremonti, sempre che nel frattempo non si determini una rottura tra il Ministro del Tesoro e il PdL.
Bonafede nei due articoli citati si sofferma sulle ipotesi d’impiego di tali fondi. Scorporando il tradizionale finanziamento agli enti locali (circa 50 miliardi), con le facoltà contenute in una serie di decreti può finanziare le infrastrutture, direttamente le grandi imprese, ed erogare finanziamenti anche alle piccole e medie. Può intervenire sul “social housing” – di cui ci occuperemo nella seconda parte di questa breve nota.
Per gli impieghi resta (almeno dal punto di vista statutario) il vincolo economico della redditività dei “prestiti” che deve garantire se non altro la scarsa redditività dei depositi. Questo vale nei confronti delle erogazioni agli enti locali ma anche per il resto.
In un anno – con la gestione Verrazzani – la C.D.P. Spa ha subito una drastica metamorfosi, come impresa idonea ad operare a tutto campo sul mercato. Concepita tale metamorfosi in una fase di espansione è ora di fatto inceppata dalla grande crisi la cui fuoriuscita è ancora incertissima.
E’ difficile oggi supporre che si riproduca per le infrastrutture lo schema TAV (definita dai critici come “alta voracità”) e nemmeno che vi sia una larga disponibilità al credito facile alle imprese (i Tremonti Bond rifiutati dalle banche sono il segnale di un’indisponibilità a corrispondere l’interesse fissato per una problematica redditività degli impieghi)..
La consorteria dei manovratori vorrebbe disporre liberamente dell’intero “parco buoi”, sia quello rappresentato dai sottoscrittori dei Titoli di Stato che dai titolari dei Libretti di Risparmio Postale. Tutto si può concepire, ed è certo che quest’obiettivo sta nella loro testa ma … come fare?
Ecco perché bisogna fare molta attenzione a quello che potrebbe emergere in queste settimane a partire dal cosiddetto “social housing”, come modello allargabile ad altri settori.
Abbiamo riprodotto sul nostro sito l’articolo del sempre attento Adriano Bonafede (in Affari & Finanza, supplemento a La Repubblica del 2 novembre 2009). La girandola di miliardi sarebbe impressionante se non ci fosse l’inghippo.
Leggiamolo per esteso: “A ben guardare, i soggetti che rendono possibile la riuscita del complesso meccanismo che si vorrebbe mettere in moto sono i Comuni. Sono questi che devono mettere le aree gratis o quasi-gratis”. Insomma, se è troppo esposto anche a livello mediatico il modello Parmalat-Cirio si ritiene che sia percorribile il trasferimento-valorizzazione-saccheggio dei “beni comuni”, a partire di quelli di proprietà dei Comuni.
I meccanismi di questa cointeressenza pubblico-privata (anche con il meccanismo del project financing) sono stati da noi da tempo evidenziati. Ci riferiamo a livello generale al cosiddetto Piano dei 20.000 alloggi in affitto, con il quale la proprietà dell’edificato resta tutta nelle mani dell’operatore privato, a protocolli particolari come quello sperimentato a Firenze con il gruppo Baldassini-Tognozzi-Pontello e a quello recentissimo tra il Comune di Milano (promosso dall’Ass. Verga) e Comunione e Liberazione (con area comunale ceduta gratuitamente). Si tratta di un progetto molto pubblicizzato che potrebbe essere il paradigma per l’intero schema.
Mi si chiede? Ma gli amministratori dei Comuni come possono essere disposti a tanto? Ed ancora: “Ma non sono mica tutti di Centro Destra!”. Santa ingenuità e santa dimenticanza.
Il florilegio coinvolge una parte non trascurabile e bypartisan di amministrazioni comunali e addirittura, soprattutto nelle aree metropolitane, è traversale la cointeressenza..
Per la redazione di un dossier sulle vicende che coinvolgono la congrega di tanti assessori all’urbanistica con il loro contorno di geometri, architetti, esperti e consulenti si può attingere. alle pubblicazioni di Italia Nostra, ai documenti di numerosi e competenti Comitati dei Cittadini ( in Toscana la rete dei comitati promossa da Alberto Asor Rosa), ai settori di opposizione di sinistra non ancora annichiliti e ovviamente alla lettura di interessanti di atti giudiziari.
E' su questo verminaio che il sedicente social housing può germinare e svilupparsi una volta definito, come nei provvedimenti-casa del Governo, l’impianto normativo.
Non ci sottraiamo, però, ad una richiesta che non si ferma alla denuncia ma aspira a delineare una alternativa virtuosa ad un insano social housing. A nostro avviso sarebbe percorribile con alcune coordinate che di seguito sintetizziamo:
- le aree o comparti edificati di proprietà pubblica, non solo comunale ma anche demaniale, e l’edificato realizzato in social housing, devono restare pubbliche;
- il supporto finanziario dovrebbe derivare non solo dal bilancio pubblico (dello Stato e degli enti locali) destinato agli investimenti ma “anche” dal risparmio postale, dal TFR e dai Fondi Pensione, ed anche da obbligazioni garantite dallo Stato come alternativa utile ai percettori di Titoli di Stato oggi a rendita zero;
- la redditività dell’investimento sarebbe assicurata dai proventi di canoni di locazione “sostenibili”.
Va escluso lo scenario di un intervento pubblico di supporto alla crisi d’astinenza della speculazione immobiliare – che non sarebbe altro che un trasferimento gratuito e ingiusto di risorse collettive a chi non se lo merita.
Da questo scenario virtuoso le imprese di costruzioni non ne sarebbero escluse, ma senza alcuna commistione con altri interessi privati.
Detto questo resta scoperta la parte più dolorosamente sensibile, quella rappresentata dalla domanda immensa di alloggi a canone sociale da realizzate con totale sovvenzione dello Stato e/o di altri enti pubblici. Dovrebbe essere la dominante. Ma questa è un’altra storia.
Vincenzo Simoni, 3 novembre 2009.



03.11.2009














