Politica Italiana
Manifesto - 23.1.10
Il governo delle 'ndrine - Davide Milosa
Due uomini parlano in un bar. Non in Calabria, né in Italia ma a Montreal in Canada. Parlano d'affari. Di come spartirsi al meglio gli appalti per la costruzione della Liquichimica a Saline Jonica. In quel bar, il Reggio, il cui titolare, Paul Violi, è un boss originario di Sinopoli, i due si domandano come potranno contattare Natale Iamonte. Sì perché lui, il padrino di Melito Porto Salvo, è il referente della 'ndrangheta per quella speculazione: 300 miliardi di lire per uno stabilimento costruito su un terreno franoso mai entrato in funzione. E' il 1974. Anni dopo, si scoprirà che tutte quelle società «anonyme» con sede in Lichtenstein e titolari dei sub-appalti erano solo dei paraventi per le varie cosche del reggino. Conclusione: l'opera non nasce, i soldi però arrivano, mentre il vicino scalo portuale di Saline, inaugurato in tempi record, diventa la porta d'ingresso dell'eroina dalla Turchia. Ovviamente con la supervisione di Iamonte che si prende la tangente su ogni carico. Oggi il padrino di Melito Porto Salvo è in carcere. Per anni, gli ultimi da uomo libero, si è arricchito a Desio. Eccola qua la 'ndrangheta che schiaccia la Calabria, ma poi fa affari in Lombardia e in tutto il mondo. E proprio a Milano, ad esempio, ha vissuto un tipo come Antonio Piromalli, giovane figlio di Giuseppe, detto facciazza. Lui, rampollo di una potente famiglia mafiosa, ha abitato in viale Brianza 33 a due passi dalla sede milanese della Dia in un lussuoso appartamento, sposato con una giovane maestra, e in testa il progetto di prendersi il Porto di Gioia Tauro come già fece suo zio Girolamo Piromalli detto Mommo. Nato per affiancare il V Polo siderurgico che, strano a dirsi, non ha mai visto la luce, il porto di Gioia Tauro oggi è il più grande terminal del Mediterraneo per il trasporto di containers. Sui suoi moli, oltre a buona parte della cocaina che arriva dal Sudamerica, di containers ce ne passano circa due milioni l'anno. Ovvio che la società titolare dell'appalto per la logistica possa fare un bel po' di soldi. Negli anni '90 la gara va al gruppo Conttship Italia S.p.A. I Piromalli con gli allora alleati Molè pensano di chiedere un dollaro di pizzo su ogni container. «L'estorsione del secolo», la definiranno i magistrati. Nel 2006, la palla passa al giovane Antonio Piromalli. In quel momento il goloso appalto è nella mani della All Services una cooperativa che da tempo naviga in cattive acque. I Molè e i Piromalli mettono in piedi due cordate per acquistarne il pacchetto di maggioranza. Ci sarà battaglia e alla fine la storica alleanza tra i due clan della Piana si sbriciolerà. La partita d'affari viene vinta dal giovane erede. Non tutto, però, fila liscio. E così, mentre a Milano Antonio Piromalli con i buoni uffici dell'ex dc Aldo Miccichè contatta Marcello Dell'Utri «per quella cosa sul 41 bis»», a Gioia Tauro viene ucciso Rocco Molè. Il 26 aprile salta in aria con il suo Suv Antonino Princi, imprenditore legato ai Molè. Sul piatto ci sono «quei cento anni di storia che non si possono guastare» come dice il boss Girolamo Molè e che invece si guasteranno irrimediabilmente. Dalla Calabria alla Lombardia, passando per vecchie speculazioni e nuovi presunti referenti politici. Anche questa è la 'ndrangheta. Eppure Natale Iamonte, Giuseppe e Antonio Piromalli, Rocco Molè, sono semplicemente prospettive in una partitura mafiosa molto più ampia e che giorno dopo giorno stritola la Calabria. Qui paura e omertà si accompagnano al silenzio dei media e delle istituzioni. Risultato: da un parte si ha la mafia più ricca e più potente del mondo con un giro d'affari di 45 miliardi di euro l'anno, dall'altra una regione con il tasso di disoccupazione giovanile più alto d'Europa. Numeri che fanno impressione se si pensa che la media europea dei disoccupati sotto ai 25 anni è del 17%, mentre in Calabria è del 65%. L'impunità, poi, è un sentimento che unisce tutte le cosche: da Reggio Calabria a Crotone a Isola Capo Rizzuto. Ecco spiegato perché nella regione dove l'usura e il pizzo raggiungono percentuali altissime, sono presenti solo otto associazioni antiracket. Dentro a questi numeri ci sono i clan. Sono loro gli artefici di questa rovina. Loro a sfruttare il territorio calabrese fino a prosciugarlo, loro, come raccontano gli ultime fatti di Rosarno, a trattare come schiavi i migranti di ogni nazione, loro a sposare clientele, strade preferenziali e infine loro a sparare contro il vicepresidente del Consiglio regionale Franco Fortugno, a fare strage a Duisburg. E loro, oggi, sono circa 155 cosche, alleata, in guerra, federate. Ci sono capi, sottocapi, killer. Tutti protagonisti o comparse di un esercito da oltre 7.000 affiliati, impegnati a trafficare droga, armi o rifiuti tossici, senza dimenticare i grandi appalti pubblici dalla Salerno-Reggio Calabria alla Statale ionica. A Reggio Calabria i clan sono 14 arroccati su due fronti solo apparentemente opposti: da un lato i De Stefano e dall'altro i Condello. E con i De Stefano stanno i Labate, con gli altri i Tegano e i Libri. E dietro ai nomi ci sono gli uomini, quasi sempre menti raffinatissime. Come Giuseppe Morabito, u tiradrittu, dominus dei clan di Africo o Antonio Pelle, detto gambezza, recentemente scomparso, ma per anni principe nero di San Luca. Poco più in là Platì, la mente della 'ndrangheta. Barbaro, Sergi, Papalia, Marando sono l'anima nera di questo paese a ridosso dell'Aspromonte. E' la Locride e Locri, teatro di guerra tra i Cataldo e i Cordì, oggi meno di ieri e soprattutto dopo l'omicidio di Franco Fortugno. Perché quegli spari fuori dal seggio delle primarie del Pd, il 16 ottobre 2005, rappresentano uno spartiacque, ancor più della bomba del 3 gennaio scorso al palazzo della Procura generale di Reggio Calabria. In quel momento la 'ndrangheta si sdoppia: da un lato gli affiliati, dall'altro gli invisibili, i capi occulti, veri massoni in grado di trattare sullo stesso piano con la politica e con l'impresa, quell'impresa che qui in Calabria non alza mai la voce e non denuncia. Oltre la Locride c'è la provincia di Vibo Valentia e il paese di Limbadi, regno del clan Mancuso. Potenti e ricchissimi, con base anche a Milano, attorno a loro ruota un vero comitato d'affari come ha dimostrato l'operazione Dinasty 2. Al centro dell'inchiesta un enorme investimento immobiliare favorito da un magistrato che secondo il gip ha avuto il ruolo di «garante della cosca». In Calabria quasi ogni paese ha un clan di 'ndrangheta. A Gioiosa Ionica ci sono i Coluccio, broker della cocaina in contatto diretto con i padrini di Montreal e New York. Sempre sulla fascia Ionica ci sono i Gallace-Novella di Guardavalle, i cui interessi escono dalla Calabria e arrivano nel basso Lazio attorno alla zona di Nettuno. Qui la cosca dispone di appoggi e basi logistiche dove poter organizzare anche summit di mafia come quello avvenuto nel 1999 al ristorante Scacciapensieri. E poi c'è Isola Capo Rizzuto con la sanguinosa faida tra gli Arena e Nicoscia e tutto il catanzarese dove spicca la cosca Ferrazzo di Mesoraca capace di riciclare in Svizzera oltre sette milioni di euro in due anni. Ma oltre alla geografia dei luoghi, ci sono i protagonisti di questa ragnatela che tiene assieme il traffico della droga con gli omicidi, l'impresa con la politica. Uno di questi è certamente Domenico Crea, primo dei non eletti alle Regionali del 2005 e promosso solo dopo l'omicidio Fortugno, quindi transfugo dal centrosinistra dell'allora Margherita alla nuova Dc e alla fine indagato, arrestato e ora processato per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 2008 Crea viene coinvolto nell'inchiesta Onorata società. Lui, secondo i magistrati, è un colletto bianco, uno di quelli bravi a mediare e lavorare dietro le quinte. Nelle oltre mille pagine di ordinanza a un certo punto i magistrati parlano di Sistema Crea e lo identificano in un'intercettazione. Eccola: «La sanità è prima. Come budget 7 mila miliardi, seguimi, con la sanità 7 mila miliardi, 3 miliardi 360 milioni di euro hai ogni anno sopra il bilancio della sanità. Ora si sta facendo di entrare con la sanità anche sui servizi sociali e ti prendi un'altra bella fetta di conti quindi pensa tu da 7.000 arrivi a 9.000 miliardi». Un fiume di denaro che lui gestisce in prima persone per conto di altri. «Le indagini - si legge nella relazione dell'ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Francesco Forgione - hanno fatto emergere il legame con la 'ndrina dei Morabito-Zavettieri di Africo e Roghudi, alleata dei Cordì di Locri e dei Talia di Bova Marina». E il futuro? Nei piani della 'ndrangheta ci sono due grandi partite da giocare: da un lato l'Expo 2015 e dall'altro le regionali calabresi della prossima primavera. Da qualche mese a Milano sarebbe arrivato un referente delle cosche reggine per iniziare a tessere i primi fili con le istituzioni locali, mentre per le prossime elezioni nomi e ruoli sembrano chiarirsi giorno dopo giorno. A sostenere il candidato del Pdl e attuale sindaco di Reggio Calabria Giovanni Scopelliti, saranno due politici che in passato sono stati accusati di aver stretto rapporti un po' troppo spregiudicati con le cosche.
«Siti nucleari incustoditi» deposizione shock del pm - Andrea Palladino
Il sottile filo delle dichiarazioni di Francesco Fonti - il collaboratore di giustizia che parlò dell'affondamento della Cunski a Cetraro - può portare lontano. Mercoledì scorso in commissione bicamerale sui rifiuti è stato ascoltato Nicola Maria Pace, oggi procuratore della repubblica a Brescia, ma tra il 1994 e il 1997 uno dei protagonisti delle tante inchieste giudiziarie sulle navi dei veleni. All'epoca Pace era procuratore presso la Pretura di Matera e seguiva un'indagine sul centro Itrec di Trisaia di Rotondella, dove tra gli anni '70 e '80 l'Enea gestiva l'arricchimento del combustibile nucleare. Un centro che ancora oggi non è stato definitivamente messo in sicurezza. Prima di Pace in commissione rifiuti avevano deposto Luciano Scalettari, Alberto Chiara e Barbara Carazzolo, i tre giornalisti di Famiglia cristiana che per primi contattarono, nel 2003, Francesco Fonti. Seguivano da tempo un'inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, sui traffici di rifiuti tossici verso la Somalia e in generale sulle rotte dei veleni. Fonti iniziò a raccontare ai tre giornalisti di come la 'ndrangheta avesse fin dal 1984 gestito una consistente fetta del traffico di rifiuti industriali e nucleari. Parlò di due viaggi verso la Somalia, un primo nel 1988 e un secondo nel 1993. La prima versione del racconto di Fonti non comprendeva gli affondamenti delle navi al largo della Calabria, ma puntava esclusivamente sulle rotte dei traffici. Ed è un presunto carico nucleare partito dal centro di Trisaia di Rotondella uno dei pezzi forti della prima deposizione del collaboratore di giustizia, poi ripresa e ampliata nel memoriale pubblicato da L'Espresso nel 2005. Dunque quei laboratori nucleari in Basilicata potrebbero nascondere molte storie mai raccontate sul nucleare italiano. Secondo alcuni documenti recentemente declassificati della Cia statunitense (Comprehensive report of the special advisor to the Dci on Iraq's Wmd, del 2004), da qui potrebbe essere uscito una parte del combustibile nucleare iracheno, attraverso la mediazione del colosso Techint. Un nome importante nel panorama industriale italiano, che negli impianti dell'Itrec ha oggi un ruolo centrale. La deposizione di Nicola Maria Pace doveva servire alla commissione rifiuti per verificare quella di Francesco Fonti sul presunto traffico di scorie nucleari, che sarebbe partito dagli impianti di Trisaia all'epoca gestiti dall'Enea. Ma le sue parole sono andate oltre: «La parte più importante della mia inchiesta - ha specificato il magistrato durante l'audizione - era ed è la presenza di sessantaquattro barre di combustibile nucleare e di 2,7 metri cubi di pericolosissimi residui liquidi». Materiale mai messo in sicurezza secondo il racconto di Pace. La barre di combustibile arrivarono dagli Stati Uniti una trentina d'anni fa. Si tratta di combustibile attivo, ad alta radioattività. Inizialmente le barre erano molte di più, ed una parte fu ridotta, con uno scarto liquido di diversi metri cubi. «La forma liquida delle scorie nucleari - ha spiegato Pace - è la più pericolosa». La sua inchiesta iniziata nel 1994 doveva capire perché quelle barre e quel liquido non fossero state rese inerti, secondo le procedure internazionali. Due furono le persone poi condannate nel 1997, proprio in relazione a quel materiale. Sono passati tredici anni dalla fine dell'inchiesta di Matera e, secondo il magistrato, sia le barre che il liquido sono sostanzialmente nella stessa situazione dell'epoca. C'è un progetto della Sogin - la società pubblica che ha ereditato il decommissioning dall'Enea - per la definitiva solidificazione delle pericolose scorie liquide e per lo stoccaggio della barre di combustibile nucleare. E' un progetto complessivo, con l'obiettivo di rendere sicuro il centro Itrec, la cui realizzazione è stata affidata proprio alla stessa Techint indicata nel rapporto del 2004 della Cia. La valutazione d'impatto ambientale - che risale al 2008 - era ampiamente documentata sul sito del ministero dell'ambiente, come prevede d'altra parte la normativa. Le pagine, però, due giorni prima della deposizione di Nicola Maria Pace sono sparite. La ricerca della parola chiave "Itrec" su Google fino a ieri mostrava i link alla sezione del sito del ministero guidato da Stefania Prestigiacomo, ma delle pagine originali non c'era più l'ombra. Secondo la cache di Google sarebbero state rimosse dopo il 17 gennaio, ovvero due giorni prima dell'audizione. Ovviamente potrebbe essere assolutamente un caso, una delle tantissime coincidenze che costellano la strana storia delle navi dei veleni. O forse il sito è stato riorganizzato e la documentazione sul centro Itrec riapparirà tra poche ore. Quanto sia ancora lontana la verità sul traffico di scorie nucleari lo spiegano i contorni dell'inchiesta degli anni '90. «Eravamo a Brescia, presso il corpo forestale dello stato - ha raccontato ancora Pace davanti alla commissione dei rifiuti - quando mi accorsi che di fronte c'era un camper da dove ci filmavano». Il magistrato chiese al colonnello Rino Martini che comandava il nucleo di intelligence sui rifiuti della forestale di perquisire quel camper: «Mi risposero che era meglio far finta di niente, e fu proprio il colonnello Martini, che era uomo di poche parole, al quale riconoscevo grandi capacità, a dire di non preoccuparsi». Poi morì il capitano De Grazia, che aveva ricostruito i punti degli affondamenti sospetti e dopo pochi giorni il colonnello Martini si dimise, per diventare il direttore del gestore dei rifiuti di Milano. Era il 1995, e da allora le navi dei veleni, i traffici segreti di scorie nucleari, la rete opaca e potente dei mediatori sono divenute un capitolo dei misteri d'Italia.
Poliziotti condannati - Francesca Pilla
NAPOLI - Dieci poliziotti condannati. A quasi nove anni dai fatti, sono arrivate ieri le prime condanne per le violenze compiute dalle forze dell'ordine contro i giovani che manifestavano durante il Global Forum di Napoli del 17 marzo 2001. I giudici, accogliendo in parte le richieste dei pubblici ministeri Marco Del Gaudio e Francesco De Cristofaro, hanno condannato a due anni e otto mesi di reclusione gli unici due funzionari di polizia imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene, ritenuti responsabili di sequestro di persona aggravato. Due anni e sei mesi sono stati inflitti invece a Raffaele Manna, due anni e due mesi a Damiano Tedesco, due anni a Pietro Bandiera, Michele Pellegrino, Francesco Incalza, Paolo Chianese, Damiano Avallone e Espedito Avellino. Undici sono invece i poliziotti assolti. «Una sentenza sconcertante - secondo l'avvocato Sergio Restrelli, difensore di gran parte degli imputati - che rischia di costituire un pericoloso precedente: viene ritenuta valida la tesi secondo cui in una caserma di polizia ufficiali di polizia giudiziaria in esecuzione di un ordine preciso, compiono un sequestro di persona». Diverso il parere espresso dai legali di parte civile: «Non abbiamo ricevuto ancora il dispositivo della sentenza - spiega l'avvocato Annalisa Senese - né conosciamo le motivazioni però è una prima vittoria». Una decisione, in ogni caso che farà discutere visto che la Corte di Cassazione nel gennaio del 2002 aveva scartato questa ipotesi di reato. Ma all'epoca si trattava di una decisione per la custodia cautelare ora siamo in primo grado. E l'accusa aveva evidentemente fatto due conti. «Da questa sentenza - avevano detto i pm durante la requisitoria dello scorso 16 ottobre - i cittadini attendono di sapere se è lecito, per il nostro ordinamento, essere prelevati senza titolo dagli ospedali, trasportati in una caserma e rimanere trattenuti lì per ore, inginocchiati, picchiati, insultati». Il «No Global Forum» napoletano fu in qualche modo un anticipo di quanto sarebbe poi accaduto nel luglio successivo con il G8 di Genova. Il 17 marzo del 2001 le forze di polizia caricarono violentemente i giovani no global che manifestavano contro la conferenza internazionale che si teneva nel capoluogo partenopeo. Gli scontri, violentissimi, avvennero all'altezza di via Leoncavallo, strada estremo della «zona rossa» considerata come limite invalicabile verso piazza del Municipio. Dopo gli scontri gli agenti si recarono negli ospedali per prelevare i giovani feriti e trasportarli nella caserna Raniero, dove furono sottoposti a violenze e ingiurie. Drammatiche le testimonianze rese da alcuni di loro e raccolte nel libro «Zona Rossa», prodotto dalla rete No Global: «Appena siamo entrati - ha raccontato ad esempio una ragazza - un uomo in borghese, elegante, ci ha detto "Bravi, bravi, siamo noi quelli cattivi che vi abbiamo picchiato...adesso vedrete quello che vi succede! Gli agenti ci hanno insultato, a me hanno detto: "Ti squaglio viva, puttana!". Poi hanno preso il mio amico e dopo aver insultato anche lui l'hanno portato in bagno per perquisirlo. Si sentivano senza interruzione le sue urla, ed è uscito dal bagno senza maglia, con le lacrime agli occhi, un occhio viola, pestato a sangue in faccia poi mi ha detto a bassa voce: "Mi hanno picchiato e sfondato la macchina fotografica e il telefonino"». Racconta ancora D., classificato come testimonianza numero 51. «Si è avvicinato un secondo agente che mi ha sferrato un pugno in bocca gridando: "Comunista di merda!".... "Frocio, bastardo, me la scopo io la tua donna! Anzi no, sicuramente ha le malattie" e mi ha dato un pugno nell'occhio sinistro. Mi hanno ordinato di spogliarmi, mi hanno fatto mettere a pecora per vedere se nel culo avevo qualcosa. Uno ha preso tutti i miei vestiti e li ha buttati nell'orinatoio». «Nella caserma Raniero venne predisposta la "camera delle torture"», hanno commentato ieri la sentenza i giovani del centro sociale napoletano «Insurgencia» mentre Francesco Caruso, ex deputato del Prc ed ex leader dei No global, parla di «condanne inutili grazie al processo breve».
«Decide chi lavora» - Francesco Piccioni
ROMA - Se una democrazia è davvero in pericolo, lo si vede in primo luogo sui posti di lavoro. E dall'osservatorio della Fiom Cgil, il sindacato largamente maggioritario tra i metalmeccanici, la situazione è «esplosiva». A un anno esatto dall'«accordo separato» sulla riforma del modello contrattuale (Cisl, Uil e Ugl da un lato, governo e Confindustria dall'altro), la Fiom lancia - da febbraio - una campagna di raccolta firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare che regoli la rappresentanza sindacale e la validazione degli accordi contrattuali. Lo fa in controtendenza rispetto a quel che sta combinando il governo «nel silenzio generale». «Un attacco sistematico e organico a tutta la legislazione sul lavoro» - che viene di fatto sostituita integralmente - per ridurre a nulla il potere contrattuale dei lavoratori. Il tutto è contenuto del ddl sul lavoro in discussione al Senato, lo stesso «pacchetto» in cui è compresa la possibilità di avviare al lavoro come apprendisti anche i 15enni - in pieno obbligo scolastico - considerando quell'anno come «formazione». Ben più gravi appaiono però le modifiche che la Fiom ha potuto verificare. In pratica, si prevede l'abolizione dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori (che vieta il licenziamento «senza giusta causa»); l'escamotage è il ricorso all'«arbitrato», con l'obbligo di «sceglierlo» come modalità di risoluzione delle controversie future col datore di lavoro già al momento della firma del contratto di assunzione (quando il lavoratore è debolissimo). In questo modo sarebbe impedito intanto il ricorso al giudice, mentre la «sentenza» verrebbe scritta da «arbitri» di cui è impossibile al momento individuare identità, autonomia e competenze. Un secondo punto riguarda ancora l'apprendistato, con la retribuzione che potrebbe essere decisa a livello aziendale, territoriale, regionale, riammettendo la «percentualizzazione». Un istituto che era stato superato alcuni anni fa fissando il salario degli apprendisti a «non meno di due livelli» sotto quello della qualifica corrispondente. Se si può pagare un apprendista anche meno, si apre la rincorsa ad assumere «solo apprendisti», con salari variabili a seconda del territorio o dell'azienda. Magari persino del singolo individuo. Altri dettagli saranno presto resi noti. ma il tutto avviene, dice la Fiom, in una situazione in cui non ci sono più regole condivise per la firma e la convalida dei contratti. Nel settore metalmeccanico, com'è noto, è stato siglato un accordo che esclude la Fiom. Nel settore pubblico il contratto è stato di fatto eliminato. Nell'artigianato (oltre un milione di dipendenti), il 15 dicembre è iniziata una trattativa per il rinnovo (8 euro di aumento!) senza neppure convocare la Cgil al tavolo. Soprattutto, «siamo in un paese in cui i contratti sono validi per tutti i dipendenti, ma vengono firmati da sindacati minoritari e i lavoratori non possono nemmeno votare se sono d'accordo oppure no». Su questa strada, spiegano Gianni Rinaldini - segretario generale - e Maurizio Landini, membro della segreteria, «siamo all'arbitrio, con un padrone potrebbe decidere di farsi un suo sindacato e firmare accordi solo con quello». Il vuoto legislativo in materia di rappresentanza sindacale, infatti, non permette di ricorrere al «paracadute» della legge quando non si riesce a trovare l'accordo tra le parti. A quel punto «è la controparte che legittima il suo interlocutore». Anche un signor Nessuno. La proposta di legge Fiom, quindi, prevede il diritto di eleggere Rsu anche nei posti con meno di 15 dipendenti, con voto «personale, libero, uguale e segreto»; con il proporzionale puro, su liste concorrenti e senza più la garanzia di un terzo dei delegati riservato ai sindacati «maggiormente rappresentativi». Le organizzazioni ammesse alla trattativa sui contratti nazionali debbono avere - come nel pubblico impiego - una rappresentanza certificata di almeno il 5% (ottenuta con un mix tra voti presi alle elezioni rsu e numero di iscritti che pagano regolarmente le quote); mentre i contratti aziendali vengono sottoscritti dalle Rsu. Ma il punto fondamentale, la «vera novità», è il referendum tra tutti i lavoratori per validare o annullare qualsiasi accordo che li riguardi. »Con il referendum non sono possibili contratti separati o incertezze su quale sia valido: sono i lavoratori a dire sì o no». Il riferimento è proprio alla situazione dei metalmeccanici: Cisl e Uil hanno disdettato il vecchio contratto e ne hanno firmato uno nuovo. La Fiom considera valido fino al 2011 quello «vecchio». Mentre Federmeccanica si trova in una posizione singolare: non ha disdettato il vecchio, ma ne ha siglato un altro. Cose che succedono, ma solo fuori dalla democrazia. Interessante però la reazione dei lavoratori: nonostante l'occupazione si stia drasticamente riducendo, la Fiom nel 2009 ha registrato un aumento degli iscritti, invertendo una tendenza più che decennale.
Gli operai di Termini per la quarta notte sul tetto
Quarta notte consecutiva di protesta - quella appena trascorsa - sul tetto del capannone della Fiat di Termini Imerese: i 16 operai della ditta «Delivery email», che si occupano della raccolta dei rifiuti speciali dello stabilimento siciliano del Lingotto, non si arrendono. I lavoratori hanno ricevuto nei giorni scorsi la lettera di licenziamento e da allora sono saliti sul tetto. Due giorni fa uno di loro è stato colto da malore e ricoverato in ospedale, e ieri la stessa sorte è toccata a un altro collega: anche lui si è sentito male ed è sceso. Dunque in realtà i lavoratori sul tetto sono adesso 14, mentre altri due «solidarizzano» dall'ospedale. E ovviamente c'è l'appoggio di tutti i dipendenti Fiat interni, anche loro solidali. Il lavoratore che ha avuto il malore ieri si chiama Domenico Terrasi: ha accusato un forte dolore al petto, e così è stato portato all'ospedale di Termini, dove è ricoverato con l'altro operaio che si era sentito male due giorni fa, Michele Balsamo: quest'ultimo ieri ha telefonato ai colleghi, assicurando loro che non appena starà meglio tornerà sul tetto. «Da qui scendiamo con la certezza di avere il lavoro oppure dentro le bare», ha detto Antonio Tarantino, uno dei lavoratori ancora sul tetto. «Nonostante la pioggia e il freddo andiamo avanti uniti - ha aggiunto l'operaio - Siamo imbottiti di medicinali, le famiglie sono preoccupate per la nostra salute ma non abbiamo alternative. Proseguiamo con la lotta». I sindacati stanno cercando di aprire una trattativa con la Fiat per trovare una soluzione. «È una situazione drammatica, siamo molto preoccupati», ha detto Franco Martini, segretario della Filcams Cgil nazionale, che lunedì si recherà a Termini Imerese. «Sono forme di lotta estreme - ha aggiunto Martini - gesti disperati, gli unici che, purtroppo, al momento vengono presi in considerazione. Ma sono sintomo di un malessere e di una tensione generale del Paese. È un problema che, come sindacato, ci riguarda da vicino». «Il problema della chiusura dello stabilimento Fiat coinvolge tutti i lavoratori degli appalti operanti al suo interno, circa 400 persone - ha concluso il segretario generale Filcams - È indispensabile che la gestione della vertenza riguardi l'insieme del sito produttivo, ed è per questo che le diverse categorie sindacali coinvolte stanno operando insieme». Lunedì la vertenza sarà sul tavolo del prefetto di Palermo: i sindacati gli chiederanno di «spendersi affinché Fiat proroghi la commessa alla Delivery e il personale possa tornare al lavoro». «Speriamo che la situazione possa risolversi - dice un altro operaio, Tommaso La Bua - Ma fino a quando non vedremo risultati non intendiamo sospendere la protesta». Intanto il segretario regionale del Pd Giuseppe Lupo ha chiesto all'assessore regionale al Lavoro Lino Leanza di convocare la Delivery email e i sindacati per «concedere la cassa integrazione in deroga ai lavoratori dell'indotto Fiat».
«Nel laboratorio Puglia la sinistra unita al voto» - m.ba.
BARI
A ufficializzare il sostegno a Nichi Vendola arriva anche Paolo Ferrero. Il segretario di Rifondazione scende a Bari alla vigilia delle primarie e saluta il suo ex sfidante all'ultimo congresso direttamente nella «fabbrica di Nichi». Il piccolo ma affollatissimo comitato elettorale di Sinistra e libertà nel pieno centro della città sembra un porto di mare. Tra una ventina di giovani e giovanissimi spuntano i baffi di Ciccio Ferrara, ex responsabile organizzazione di Rifondazione. Fervono i preparativi per il voto di domenica. Sui vari Macbook si montano i video da mandare su Internet, sui cellulari si contattano scrutatori e presidenti di seggio da mandare in tutta la Puglia. la macchina gira a pieno regime. C'è una tensione allegra. I rancori del passato tra Vendola e Ferrero sono ormai alle spalle anche se davanti alle telecamere tra i due non sprizzano sorrisi particolari: «Lo sosteniamo perché è il candidato più di sinistra e in questa situazione ha segnato positivamente un'autonomia dal Pd», dice Ferrero mentre saluta alcuni compagni di un tempo tra i volontari che lavorano senza sosta per il governatore. «Sono le cose che abbiamo sempre sostenuto in questi anni e siamo contenti che Nichi oggi le sostenga. Pensava che il Pd potesse evolvere a sinistra e invece proprio la sua terra, dove i democratici cercano l'Udc, dimostra l'opposto», commenta. L'unità a sinistra è possibile? «Per ora c'è un'analisi comune anche se ad oggi devo dire che Sinistra e libertà l'ha colta solo in Puglia - avverte Ferrero - ma la Puglia è stata un laboratorio politico per la sinistra d'alternativa e deve tornare ad esserlo dopo qualche ombra che indubbiamente c'è stata». Ferrero ce l'ha soprattutto con il Pd, che aspetta in mezza Italia le scelte di Casini per andare un po' a sinistra e un po' a destra: «Qui si parla solo di formule ma il problema sono i contenuti: nucleare, acqua pubblica, scuola, sanità». Rifondazione registra le distanze con i compagni di un tempo soprattutto in Lombardia, dove Penati insiste con il veto alla falce e martello. Ma a Bari non è escluso che per superare lo sbarramento del 4% ci si trovi tutti intorno a un tavolo per varare liste elettorali allargate tra falci e martello e Sole che ride. La riforma elettorale regionale, finora bloccata dall'ostruzionismo della destra e dalle divisioni della maggioranza in consiglio, potrebbe tornare a prendere quota proprio con la legittimazione di Vendola nell'atteso voto dei gazebo. Una soluzione sicuramente si troverà. Anche se per il governatore è difficile rinunciare al proprio nome e al proprio simbolo, col quale ha avuto il 7% alle ultime europee.
Galassia Vendola in piazza - Matteo Bartocci
BARI - Ormai anche Massimo D'Alema considera persa la battaglia delle primarie in Puglia. L'ultimo sondaggio di Piepoli dice 64% Vendola, 20% Boccia, 16% di indecisi. Il leader Massimo abbandona il campo alla vigilia del verdetto dei gazebo. L'ultimo comizio lo fa nelle campagne del foggiano insieme al candidato del Pd, che ieri mattina già denunciava brogli pro-Vendola «come nel 2005». D'Alema lascia la Puglia ma non molla la barra del timone. Parlerà oggi sull'Unità e nel fine settimana dal salotto di Fabio Fazio, ultima ridotta di Raitre. Nei dalemiani in ritirata a Roma è già scattato il Piano B: cercare il capro espiatorio nelle fila interne e lanciare l'allarme per la possibile sconfitta vendoliana a marzo per il mancato accordo con l'Udc. L'ex ministro degli Esteri non fa nulla per nascondere l'irritazione soprattutto verso le minoranze del suo partito: «Non è così che si sta insieme. Mi stupisce che ci siano personalità anche del Pd che si augurano la sconfitta di Boccia e la rottura con l'Udc». I suoi fedelissimi a Bari in privato se la prendono anche con il sindaco Michele Emiliano, giudicato troppo equidistante nella sfida col presidente uscente. La resa dei conti interna con l'area democratica di Franceschini è rinviata alla delicatissima direzione del Pd già convocata per lunedì al Nazareno. Ma la seconda disfatta dopo quella del 2005 amareggia Francesco Boccia, che dal suo sito lancia parole al vetriolo verso lo sfidante di Sinistra e libertà: «Caro Nichi, la tua è una storia di scissioni, non ti lascerò dividere il Pd». A conti fatti, se la Puglia doveva essere la cartina di tornasole per sperimentare l'alleanza con i centristi, l'esperimento è esploso. Innanzitutto dentro il Partito democratico, base e dirigenti. E poi in un sentimento diffuso e trasversale nella popolazione. Perché perfino l'ultimo comizio di Vendola a Lecce, roccaforte dalemiana, è un trionfo. La sala Tiziano - la stessa dove Boccia e D'Alema avevano iniziato la loro campagna per le primarie - è stracolma. Oltre 2mila persone, qui, sono un'enormità. Soprattutto perché rispetto alla platea di papaveri un po' canuta accorsa per Boccia una settimana fa, ad accogliere il presidente uscente ci sono moltissimi ragazzi e donne. L'intera galassia vendoliana del Salento si è presentata compatta: il mondo dell'università, circoli Arci, associazioni. Il tam tam «per una Puglia migliore» si fa strada sul Web e per le strade. Chiede soprattutto continuità di governo e il proseguimento di questa curiosa «anomalia» regionale. Un entusiasmo che in parte contagia anche i pugliesi fuori sede. Oggi arrivano a Bari i primi pullman per Vendola da Roma, Bologna e dalla Toscana. Vendola concluderà la sua campagna oggi alle 18 con un comizio a piazza Prefettura, la «piazza san Giovanni» barese. La più grande, la stessa della vittoria elettorale del 2005. Un luogo simbolo per la sinistra cittadina anche perché è qui che nel '77 fu ucciso dai missini il giovane Benedetto Petrone. Ci si aspettano almeno 10mila persone. Dopo la lettera di uno dei padri nobili della «primavera pugliese» come Franco Cassano, introdurranno il governatore l'attore Riccardo Scamarcio e Nabil Salameh, il cantante palestinese dei Radiodervish. Poi l'ultima parola prima del voto al governatore. L'ultima tappa per Vendola è la più difficile. L'incubo delle piazze piene e delle urne vuote è un fantasma che in questi giorni non ha agitato solo D'Alema. Vincere le elezioni contro la destra è impossibile senza l'appoggio di tutto il Pd, dilaniato dalle correnti congressuali e dalle giravolte di Casini. «Da lunedì dovremo lavorare tutti insieme», avvertono gli uomini del governatore, che nonostante lo scontro con D'Alema non hanno mai chiuso i canali verso il segretario regionale Blasi, i dirigenti della minoranza e soprattutto verso l'Udc locale. Ricucire e convincere sarà il compito di Vendola. Che non nasconde la soddisfazione per le difficoltà dei centristi a chiudere, proprio e soltanto in Puglia, un accordo soddisfacente con Berlusconi: «Se Vendola vince le primarie non faremo l'alleanza con il centrosinistra - avverte Casini agli stati generali dell'Udc - in quel caso l'area riformista subisce uno smacco e non faremo sconti». Uno schiaffo che complica le scelte del Pd a guida Bersani, la cui unica strategia finora è stata corteggiare i centristi. Un Udc, peraltro, che deve accentuare il suo carattere cattolico perché soffre i buoni canali di Rutelli con le gerarchie vaticane e per mondarsi di fronte ai vescovi del peccaminoso sì alla laica Mercedes Bresso in Piemonte.
(ha collaborato Federico Cartelli)
Oggi primarie: tutti contro Brunetta, sindaco part-time - Orsola Casagrande
VENEZIA - «Venezia è una città complessa e cruciale dunque merita attenzione assidua, l'esatto opposto di quanto promette di fare chi, come il ministro Renato Brunetta, si candida a governarla a mezzo tempo». Non usa mezze parole Gianfranco Bettin, candidato della sinistra alle primarie interne al centro sinistra, che si svolgeranno domani per scegliere chi sfiderà il ministro berlusconiano. «Venezia - insiste Bettin - non ha bisogno di un sindaco part-time che moltiplicherebbe le poltrone della casta di cui dovrebbe attorniarsi per reggere il compito». Venezia insomma non è città da amministrarsi a metà tempo. Gli sfidanti di Bettin alle primarie sono Laura Fincato (attuale assessore nella giunta Cacciari) e Giorgio Orsoni (che piace a una parte di Pd e all'Italia dei Valori ed è sostenuto proprio dal sindaco uscente). Le primarie saranno un confronto su idee diverse della città. Infatti i tre candidati hanno girato in lungo e in largo Venezia, Mestre, Marghera per raccontare il loro programma, che differisce su alcuni punti cruciali. Gianfranco Bettin per esempio è il solo a bocciare inequivocabilmente il quadrante di Tessera. «Che se riusciremo a vincere - dice - verrà rimesso in discussione». Tessera e Marghera, ovvero il waterfront. Per Bettin si tratta di «recuperare Marghera e non prevedere nuove occupazioni di prezioso suolo agricolo a Tessera con improbabili e datati centri commerciali, alberghieri, direzionali». Laura Fincato è nella giunta Cacciari e ha contribuito a elaborare il progetto del quadrante di Tessera che il consiglio ha approvato nei giorni scorsi. Su Brunetta la Fincato la pensa come Bettin: niente sindaci part-time. «La forza mediatica e di popolarità di Brunetta - dice - non sono in discussione. Lo è la sua pretesa di poter fare contemporaneamente il sindaco di una città così complessa e il ministro della funzione pubblica. Venezia merita un impegno a tempo pieno, di una persona che conosce bene il territorio e le sue esigenze, che abbia alle spalle un'esperienza amministrativa sulla quale costruire il futuro». Sul federalismo demaniale, in particolare sull'Arsenale, Bettin ritiene che «il comune ha il diritto e il dovere di rientrare in possesso di quello che è un bene inalienabile della città e, anzi, una sua parte fondamentale. È necessario evitarne la sostanziale privatizzazione e la prossima amministrazione deve riprendere il dettagliato progetto di riuso». Bettin parla di un progetto approvato all'unanimità dal consiglio comunale qualche anno fa ma rimasto lettera morta per il mancato ritorno del bene alla città. Anche sull'isola di Poveglia, risorsa per il turismo «eco» e giovanile e anche per la residenza studentesca, e per Sant'Andrea (snodo cruciale e di prestigio per la mobilità sull'acqua) non mancano i progetti, «attivabili - dice Bettin - appena i beni saranno disponibili, e così per i tanti altri di cui la città attende la restituzione. Perché alla città, e non allo stato italiano, appartengono da sempre». Bettin affronta anche le problematiche relative alla popolazione studentesca che di fatto vive Venezia di giorno per fuggire di notte, a causa dei prezzi improponibili degli affitti. E quelli che ce la fanno a stare a Venezia è perché pagano cifre da capogiro per un posto letto. «Il nostro programma - dice Bettin - prevede, oltre a politiche e servizi "mirati" per le nuove generazioni, la realizzazione di migliaia di nuovi alloggi in social housing, cinquemila in cinque anni tra centro storico e terraferma, destinati anche a studenti e giovani». Una risposta indiretta sulla candidatura Brunetta, Bettin la dà affrontando la questione del commissario governativo «originariamente preposto alla sola costruzione del nuovo palazzo del cinema al Lido» e al quale invece ora vengono attribuite invadenti competenze. Il sindaco uscente Massimo Cacciari non entra nel merito della candidatura di Brunetta, preferendo commentare sulle candidature in regione. «Come ho avuto modo più volte di sostenere - ha detto ieri Cacciari - ritengo essenziale per il Pd nelle prossime sfide elettorali ricercare in tutti i modi un'intesa strategica con l'area culturale-politica rappresentata dall'Udc sia a livello regionale che a livello locale». Per questo per il sindaco di Venezia, Giuseppe Bortolussi sarebbe «lo sfidante ideale nei confronti del ministro Zaia. Una candidatura, cioè, davvero popolare, che si fa preferire inoltre per la profonda competenza in materia amministrativa e fiscale».
Esorcisti unitevi - Norma Rangeri
Esorcisti di tutto il mondo uniamoci contro Emma Bonino, l'abortista assassina. Il grido d'allarme non è l'ultima follia di monsignor Milingo, ma il vellutato inizio della campagna politico-editoriale contro «L'abortista fai da te che vuole prendersi il Lazio» (Libero). Nella città del papa si è aperta una guerriglia di religione contro la profondità del male incarnato da una donna abitata dallo spirito maligno («Scatta l'ora del diavolo», (Il Foglio). Che i vescovi si preparino al combattimento, o, in alternativa, si armino i nuovi comitati civici in memoria di quelli di Gedda. Le vecchie foto degli anni '70, con la militante radicale del Cisa (centro italiano sterilizzazione e aborto) mentre sta facendo abortire una donna con il metodo sicuro dell'aspirazione (anziché il medioevale raschiamento), vogliono suggerire agli spin-doctor dell'avversaria, Renata Polverini, l'uso del termine assassina, «perché le donne si rivolgevano a lei per uccidere il figlio che portavano in grembo». E Polverini si è messa già in riga: «Se la foto è vera, mi dispiace». Si accomodi anche il Bossi più truce, quando il leader leghista tuonava contro la donna radicale che voleva «una società senza famiglia, di vecchi dove al ricambio generazionale subentra l'immigrazione». I linguaggi sanguinolenti, gli insulti e le diavolerie hanno diffuso il panico nelle stesse file del centrodestra, allarmate dalla possibilità che per fermare la bomba laica Bonino si scateni davvero un referendum, pro o contro il Vaticano e la Chiesa. Con il rischio di perderlo. Uscire sconfitti dalle elezioni del Lazio è un rischio che non si può correre perché in gioco, più che il sacro c'è il profano, più che il diavolo c'è l'immensa torta della sanità, un fiume di denaro pubblico che gonfia i patrimoni delle cliniche di imprenditori buoni amici della destra e della sinistra editoriale. Stupiscono alcuni improvvisi ripensamenti di commentatori, prima entusiasti della combattente Bonino, poi severamente dubbiosi su «un'abortista», una «ultra-laicista», scomoda presenza in questa competizione politica. Schierate le truppe di carta (quelle televisive scaldano i motori), le gerarchie cattoliche seguiranno, come già fecero quando, nelle elezioni del 2000, il cardinale Ruini si voltò verso Storace mollando il pio Badaloni. L'attacco alla donna, alle sue battaglie sull'aborto, sulla pillola, sulle coppie di fatto, sul testamento biologico, in sostanza sulla libertà delle persone, porta il segno del maschio celodurista avvolto dai sacri paramenti con cui si veste il disprezzo maschile contro una donna che non ne ha timore. Mentre sembra di esser tornati ai tempi dei feti esibiti quarant'anni fa dal Movimento per la vita, sorprende l'afasia del partito democratico. Di fronte alla violenza dell'attacco, a parte qualche voce isolata, le donne del centrosinistra tacciono e l'affanno del Pd (di cui la candidatura di Bonino è lo specchio) finora ha prodotto solo un imbarazzante silenzio.
Haiti, Mosca teme l'egemonia Usa - Geraldina Colotti
L'Assemblea Generale dell'Onu ha approvato ieri una dichiarazione che prevede un «aiuto rapido, sostenibile ed adeguato» alle vittime del terremoto di Haiti che, il 12 gennaio, ha provocato almeno 75mila morti , 200mila feriti, e lasciato senza casa oltre un milione e mezzo di persone. Secondo l'Onu, le squadre di soccorso internazionale hanno ritrovato 121 persone ancora vive sotto le macerie - un record per questo genere di catastrofi - ma bisogna sospendere le ricerche. Ancora ieri, però, tre donne ancora vive sono state estratte dalle macerie. Malgrado la paura di nuove scosse - a Cuba, l'attrezzatissimo centro di rilevazioni sismologiche ha registrato 910 repliche dal 12 gennaio - la priorità è adesso quella della ricostruzione. Qualche negozio ancora in piedi ha riaperto i battenti, e molti lavoratori della capitale hanno potuto riscuotere l'assegno di stipendio per l'apertura della Banca centrale. Ai commercianti che hanno avuto il negozio distrutto, è stato invece chiesto di svuotare i magazzini prima dell'intervento dei bulldozer. Secondo le stime fornite dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), solo nella capitale Port-au-Prince sono però circa 500.000 i senza-tetto. Il ministro dell'interno haitiano, Paul Antoine Bien-Aime, ha assicurato che verrà ultimata al più presto la costruzione di nuovi «villaggi» intorno a Port-au-Prince, in grado di accogliere circa 400.000 persone Gli aiuti hanno cominciato ad arrivare nel paese devastato. Quattro aeroporti, fra cui quello della capitale, sono nuovamente agibili, sia ad Haiti che nella vicina Repubblica dominicana. Le forze militari Usa - ha dichiarato il capo del comando militare regionale Southcom, Douglas Fraser, controllano quello di Jacmel, nel sud di Haiti, e quelli di San Isidro e di Barahoma, dall'altro lato della frontiera. E per controllare il flusso di centinaia di voli internazionali che trasportano aiuti, gli Stati uniti hanno inviato anche una torre di controllo. Un protagonismo che ha urtato la Francia e fatto fremere anche la Russia che ieri, per bocca del suo ministro degli esteri, Sergei Lavrov, si è augurata che gli Usa non usino l'aiuto umanitario per trarre vantaggio dalla situazione. Sulla distribuzione degli aiuti, il caos - come ha dichiarato il presidente di Haiti, Réné Préval- continua a imperare, e il business della ricostruzione fa gola a molti. Per le ong, «la copertura sui media diventa troppo spesso il fine stesso delle loro attività», ha denunciato ieri la rivista Lancet. Secondo un primo bilancio realizzato dal presidente della Repubblica dominicana, Leonel Fernandez, per permettere ad Haiti di ricostruirsi, occorrerebbero aiuti per 10 miliardi di dollari e, a dirigere gli sforzi dei donatori, dovrebbero essere soprattutto Usa, Canada e Brasile. La conferenza di Montreal, il 25 gennaio, a cui parteciperà il ministro degli affari esteri francese Bernard Kouchner, dovrebbe servire ad allentare le tensioni con la Francia e, nelle dichiarazioni del capo della diplomazia canadese Lawrence Cannon, a trovare un orientamento comune tra i principali partner nella ricostruzione. E mentre i paesi dell'Alba - l'alleanza bolivariana per i popoli dell'America capeggiata da Cuba e Venezuela - teme un'invasione militare nordamericana di Haiti, anche commentatori meno severi riconoscono comunque che gli Usa hanno interessi molto importanti, soprattutto per quel che riguarda i flussi migratori. «Bisogna liberare Haiti dalla dipendenza», ha detto ieri il leader dell'Onu Ban-Ki-moon. Ma intanto, gli Usa hanno inviato quasi 16.000 soldati e il contingente aumenterà di altri 10.000 uomini. E lunedì prossimo, a Bruxelles, i ministri degli esteri dei 27 ratificheranno la decisione, messa a punto ieri nel Comitato politico e di sicurezza della Ue, di inviare oltre 300 euro-gendarmi, tra cui circa 120 carabinieri e 400 militari spagnoli, per rafforzare la forza di pace dell'Onu Minustah.
Obama un anno dopo: Guantanamo è ancora lì - Matteo Bosco Bortolaso
NEW YORK - Barack Obama si è ritrovato al compleanno dei suoi primi dodici mesi di mandato sommerso dalle critiche. La riforma sanitaria traballa dopo il voto in Massachussetts, che gli ha sfilato la maggioranza in senato. Guantanamo - il simbolo dei soprusi degli Stati uniti di George W. Bush - continua a rimanere aperto e funzionante. Il presidente aveva promesso che avrebbe chiuso il carcere nella baia cubana entro un anno dal 22 gennaio 2009, due giorni dopo il suo insediamento. Un anno è passato, e Guantanamo è ancora lì. Come ha detto il ministro per la sicurezza nazionale Janet Napolitano «ci vorrà più tempo del previsto». «Non potremo rispettare la data fissata perché è molto difficile raccogliere informazioni sui detenuti per trasferirli». La Napolitano, un'italo-americana, ha detto che diversi paesi, Europa in testa, hanno cooperato, ma per smistare i prigionieri, molti dei quali senza accuse formali, «ci vuole tempo». Nella prigione cubana rimangono al momento 196 detenuti (un anno fa erano circa 250). Per molti di loro, circa un centinaio, è stata avviata una procedura di trasferimento in altri paesi in vista di un possibile rilascio. Molti sospetti, è risaputo, sono stati tenuti rinchiusi nella prigione senza capi di imputazione precisi, e spesso sottoposti a torture come il waterboarding, la simulazione d'annegamento. Circa metà dei prigionieri vengono dallo Yemen, un fronte sottovalutato dagli Stati uniti, che hanno preferito concentrarsi sull'intervento in Afghanistan (e in Iraq, sotto Bush). Secondo una revisione del ministero della giustizia di Washington, i detenuti più pericolosi sono una cinquantina. Per loro è prevista una detenzione sine die e forse un processo, ma non è detto: molte confessioni sono state estorte con la tortura, e questo indebolirebbe non poco i capi di accusa. L'idea degli uomini del presidente è di trasferire il nocciolo della popolazione carceraria in una prigione di massima sicurezza in Illinois. Anche in questo caso, però, i tempi sono lunghi ed incerti, anche perché molti politici si sono opposti alla decisione. Qualcosa, comunque, si muove verso la smobilitazione di Guantanamo. Recentemente è stata annunciata la scarcerazione di tre detenuti. Il ministro degli esteri dell'Autorità nazionale palestinese, Riyad al-Malki, ha detto che la Spagna accoglierà un detenuto palestinese. Il dipartimento di giustizia americano, invece, ha fatto sapere che due detenuti algerini, verranno trasferiti in Algeria. Sono Hasan Zemiri e Adil Hadi al-Jazairi Altri detenuti saranno portati in tribunale - una manciata trasferiti a New York per quello che potrebbe diventare il processo del secolo - oppure davanti alle commissioni militari indipendenti. Per ora si prevede di portare a giudizio almeno una trentina di presunti terroristi, di trasferirne all'estero un centinaio, e di spostare i più pericolosi in Illinois. A macchiare ulteriormente l'immagine di Guantanamo c'è il mensile Harper's, che ha raccontato di due sauditi e uno yemenita rinchiusi nella prigione, considerati finora suicidi. In realtà, secondo la ricostruzione di ex agenti di custodia, si tratterebbero di uccisioni deliberate o, nella migliore delle ipotesi, di un «incidente» sul lavoro. I tre sarebbero morti durante una serie di duri interrogatori condotti in un «blocco segreto» della prigione, battezzata «Camp No». Alla morte dei detenuti - Salah Ahmed al Salami, Talal al Zahrani e Mani Shaman al Utayabi - il comandante di Guantanamo annunciò che i tre si erano suicidati in un atto di «guerra asimmetrica». Secondo Harper's, l'episodio spiegherebbe tra l'altro perché gli Stati uniti sono riluttanti a rilasciare Shaker Aamer, l'ultimo britannico di Guantanamo che ha detto di essere stato parzialmente soffocato sotto tortura quella stessa sera del 2006. Nonostante le critiche della sinistra americana e a livello internazionale, non bisogna pensare che l'opinione pubblica degli Stati uniti sia compatta nel chiedere la chiusura del carcere. E' l'errore che molti hanno fatto, all'opposto, sulla riforma sanitaria. Su Guantanamo, secondo i numeri di un sondaggio della Gallup del novembre 2009, due terzi degli americani sarebbero contrari alla chiusura (e, soprattutto, al trasferimento dei detenuti sul suolo statunitense).
Repubblica - 23.1.10
Quelle mani tese verso di noi e la paura quando sale la rabbia - Michelle Hough*
PORT-AU-PRINCE - Sto guardano le mie email alle 7,30 del mattino. Ci sono richieste da giornalisti per interviste e visite alle distribuzioni di aiuti. La notizia di questi giorni è: perché non arrivano abbastanza aiuti a Haiti? La risposta è: arrivano. Caritas, tra gli altri, ha portato cibo, acqua, tende, coperte, taniche d'acqua e capsule igienizzanti a oltre 22.000 persone, da quando è scoppiato il terremoto. Nei prossimi giorni daremo cibo, acqua e altri generi di prima necessità a 50,000 persone. Il problema è che ci sono tre milioni di persone a cui servono aiuti. Tre milioni di persone che vivono in un paese dove le strade sono danneggiate e bloccate da macerie, dove l'aeroporto è piccolo e il porto non funziona pienamente, e dove molti palazzi nel capitale e fuori, inclusi quelli del presidente, dei ministeri più il cattedrale, le scuole e le case, sono crollati. Aggiungete a questo che Haiti sta su un'isola e che gli aiuti devono essere portati con gli aerei e le navi. Un enorme problema. Sto pensando all'incubo logistico del consegnare così tanti aiuti a così tante persone nel modo più sicuro e veloce in un paese devastato da un terremoto, quando inizia a tremare la terra con forza. Corro in un angolo del cortile della Caritas dove sto lavorando ma se il palazzo crollasse mi schiaccerebbe. Una seconda scossa forte in due giorni - non contando tutte le piccole scosse di ogni giorno. Per la prima volta del mio arrivo in Haiti ho paura. Mi rendo conto che, dopo più di una settimana di molto lavoro e pressioni, poco sonno e cibo è ora di tornare a Roma. Parecchi colleghi qui non rimarranno più di due settimane perché il lavoro è pesante è il peso psicologico del post-terremoto è grande. Ma gli haitiani che hanno perso i cari e che stanno vivendo per strada non hanno la scelta di andare via. Mercoledì scorso siamo andati a Léogane. Viaggiavamo sul retro di uno dei camion dei caschi blu dell'Onu, insieme ai nostri scatoloni e alle tende. Mentre attraversavamo Port-au-Prince c'erano persone che sollevavano le mani per chiederci di scendere, ci urlavano dietro. Volevano sapere perché non gli davamo aiuto. Ho visto la cattedrale in pezzi per la prima volta. Palazzi, negozi, tutti crollati. Ci sono ancora persone là sotto. Sembra incredibile che ci siano ancora montagne di detriti. Quelli che sono sopravvissuti cercano di solo di tenersi in vita. Solo una settimana fa non avrei mai immaginato che mi sarei trovata in una città con decine di migliaia di migliaia di cadaveri sotto le macerie. Vorrei che li potessero seppellire, in parte perché possano avere un po' di dignità ma anche perché i loro cari ne hanno bisogno. Finché restano lì sotto sono sicura che molte famiglie rimangono convinte che possano ancora essere salvati. Lo stato delle strade e del traffico significa che per fare i 30 chilometri fino a Léogane ci vogliono due ore e mezzo. Fa caldo sul retro del camion e mi devo coprire per non bruciarmi. All'arrivo scarichiamo il camion. C'è gente che ci aspetta e lentamente ne arrivano sempre di più. Centinaia, forse migliaia. Mi monta un po' di ansia per la quantità di persone che si protende verso di noi. A un certo punto mi trovo sola, separata dai miei colleghi e circondata da un gruppo di persone che chiede cibo. Ho quasi paura, alla fine riesco a tornare nel punto di distribuzione. Le cose migliorano un po' nel parcheggio che i caschi blu dell'Onu hanno recintato, ma c'è ancora tensione nell'aria, tanta che sembra si possa arrivare alla rivolta. Scoppiano un paio di tafferugli, c'è gente che cerca di scavalcare il muro per arrivare alla distribuzione. Sembrano disperati per quello che abbiamo: tende, teli di plastica, capsule per la sterilizzazione dell'acqua, coperte, taniche d'acqua. I caschi blu argentini sono bravissimi a mantenere l'ordine con fermezza e gentilezza. Portano la gente in un unico flusso all'interno del parcheggio, e li accompagnano fuori. Devono mandar via alcuni. E a un certo punto dobbiamo interrompere la distribuzione perché fuori sono scoppiati incidenti. Un altro viaggio di due ore e mezzo alla volta di Port-au-Prince. Mentre cala la notte, alcuni accendono i fuochi. Anche se ci sono oltre trenta gradi, per loro qui è inverno. Le notti sono fredde, soprattutto se dormi all'aperto.
*responsabile comunicazione Caritas Internationalis
Haiti, esplode la rabbia: "Dateci aiuto"
PORT-AU-PRINCE - Decine di sfollati hanno manifestato a Port-au-Prince contro il presidente haitiano Renè Preval accusandolo di non fare nulla per sfamare i terremotati in attesa di aiuti. Il bilancio ufficiale è arrivato a oltre 100.000 vittime, un ragazzo di 22 anni è stato estratto vivo dalle macerie a 11 giorni dal sisma, mentre il governo ha dichiarato ufficialmente chiuse le ricerche. La protesta. "Abbiamo fame, abbiamo sete. Abbasso Preval. Evviva Obama", hanno urlato i manifestanti fuori dalla stazione di polizia da il governo presieduto da Preval ha stabilito la sua base operativa dopo il sisma del 12 gennaio scorso. E' intervenuta la polizia che ha respinto i dimostranti. Il presidente haitiano ha affermato che il suo governo insieme con i partner internazionali sta facendo il possibile per assistere le centinaia di migliaia di sopravvissuti. "Non stiamo qui seduti a fare nulla. - ha detto Preval - Sono consapevole della portata del problema e della sofferenza della gente". Le vittime. E' di 111.499 morti e oltre 190mila feriti il bilancio ufficiale delle vittime: lo ha reso noto il ministero degli Interni haitiano, che in precedenza aveva parlato di circa 75mila persone decedute. Undici giorni dopo il sisma una squadra di soccorso israeliana ha tirato fuori dalle macerie un giovane di 22 anni, immediatamente ricoverato in ospedale dove si trova in buone condizioni; l'uomo era rimasto sotto un edificio crollato nei pressi del palazzo presidenziale. Secondo le autorità sanitarie militari statunitensi il numero di morti potrebbe raggiungere i 200mila, sebbene il responsabile sul campo, generale Ken Keen, abbia definito la stima una "ipotesi di lavoro"; l'Onu da parte sua ritiene che nel sisma siano state coinvolte tre milioni di persone. Le ricerche. Il governo haitiano ha dichiarato terminata la fase di ricerca delle persone scomparse. Negli undici giorni in cui le squadre di soccorso hanno scavato tra le macerie sono state tratte in salvo almeno 132 persone, secondo le cifre fornite dall'Onu. Gli aiuti italiani. Fra le varie operazioni di intervento umanitario, a Léogane - una delle città più colpite dal sisma, lungo la costa occidentale - è arrivato il team di emergenza di Intersos per approntare una prima accoglienza in campi attrezzati di persone sfollate. In attesa dell?arrivo delle forniture inviate con la portaerei Cavour, che è in viaggio verso Haiti, grazie alla collaborazione della cooperazione italiana, Intersos ha allestito ripari per 200 persone con una tendopoli. "La gente, le famiglie si concentrano in campi spontanei, nelle aiuole, nei piccoli parchi o sotto qualche tettoia pubblica rimasta in piedi - racconta Marco Rotelli, capomissione Intersos - Non c'e tensione, ma non tarderà ad arrivare. E' la decima notte da passare all'aperto, sotto teli, lamiera, assi di legno di fortuna?. Intersos aderisce al coordinamento di Ong Agire che, insieme ad altre associazioni e all'Onu, sta raccogliendo fondi.
La filastrocca del complotto - Giuseppe D'Avanzo
È "una persecuzione e, come sempre, prima delle elezioni", dice Berlusconi come da copione. C'è qualcuno che ancora può credere che i tempi di un'indagine possano essere regolati sull'agenda politica? Niccolò Ghedini, il chierico per eccellenza, finge di crederlo e lo suggerisce. È il primo a uscire allo scoperto. Ghedini indossa molte maschere nel teatro di Silvio Berlusconi. È l'avvocato delle difese corsare che proteggono il presidente del consiglio negli affari milanesi. È il soprintendente, controllore e coordinatore, di un multiforme sistema legale - nazionale e internazionale - che si preoccupa di rappresentare trasversalmente gli interessi di imputati e testimoni che potrebbero mettere nei guai, da Bari a Los Angeles, il capo del governo. È il parlamentare che ispira, sulle questioni di giustizia, i lavori della Camere. È il ministro di giustizia effettivo, anche se in via Arenula non ci mette mai piede: Angelino Alfano è solo l'attor giovane in scena e si può essere Guardasigilli anche da Palazzo Grazioli o Villa San Martino. Di Ghedini sono le sofisticherie, le furberie, i mostri disseminati - senza risultato, finora - nei codici e nelle procedure per evitare al Cavaliere processi e sentenze. L'avvocato di Padova ha imparato da Berlusconi un'arte affabulatoria, con il tempo diventata monotona. Ricordate? Al Cavaliere capitò di negare - e con sdegno - di aver riformato a uso proprio il falso il bilancio e le rogatorie. Me lo imponevano le norme europee, disse. La pretesa di negare quel che tutti sanno e ricordano è la strategia abituale di Berlusconi e Ghedini. La si può rappresentare così: in pubblico, respingere ogni evidenza con un assalto istrionesco e idrofobo appena una toga si avvicina al Cavaliere (seguirà tempesta mediatica dei giornali della casa e la claque dei Tg obbedienti). In tribunale, in assenza di giudici pieghevoli, difesa a istrice, asfissia ostruzionistica, infiniti cavilli perditempo. In parlamento, leggi ad personam. Dinanzi all'opinione pubblica, denuncia dell'aggressione giudiziaria. Lo spettacolo va in scena anche ieri sera quando diventa ufficiale che il pubblico ministero di Milano ha concluso le indagini sui metodi di Mediatrade ipotizzando per Silvio Berlusconi l'appropriazione indebita delle risorse di Mediaset (quotata in Borsa). Il fabulario di Berlusconi e Ghedini prevede a questo punto l'evocazione (noiosissima) di un complotto politico: i pubblici ministeri colpiscono ora "perché si sta riformando la giustizia e a marzo si vota per le regionali". Dimentica, l'avvocato mille maschere, che addirittura da ottobre 2009 si sa che quell'indagine è di fatto chiusa. Ghedini ne conosce il merito, le fonti di prova, gli atti, i documenti, le testimonianze, i tempi e l'impianto organizzato dall'accusa, ma gridare all'accanimento investigativo è sempre una buona medicina per non affrontare i fatti. I fatti? Dove sono i fatti? Quali sono? È il secondo passo, rituale come una filastrocca precostituita. Dice Ghedini: "Le contestazioni mosse hanno dell'incredibile sia per il contenuto sia per gli anni a cui si riferiscono, periodo in cui Silvio Berlusconi non aveva la benché minima possibilità di incidere sull'azienda". Anche una superficiale verifica smaschera il gioco. L'affarismo societario nascosto in Mediatrade affiora con una domanda: perché un gigante come Mediaset rinuncia a trattare i diritti televisivi direttamente con le majors per affidare la faccenda a un egiziano diventato cittadino americano, Frank Agrama? Il pubblico ministero ritiene di avere dimostrato che Agrama acquistava i diritti e poi li rivendeva alle società di Berlusconi "a prezzi enormemente gonfiati". A Los Angeles li comprava a cento. A Milano li rivendeva a mille. E la differenza tra cento e mille restava all'estero e Agrama si preoccupava, molto curiosamente, di "restituire" i profitti su conti nella disponibilità di manager Mediaset, in Svizzera, nel Principato di Monaco, alle Bahamas. Possibile che Berlusconi si facesse truffare come un sempliciotto da quell'americano? O non è il caso di pensare che quell'Agrama sia un socio occulto di Berlusconi? Purtroppo per Ghedini, come per la corruzione di David Mills, nell'inchiesta oggi conclusa appaiono testimoni che, cittadini di un altro mondo dove mentire è pericoloso e indecente, la raccontano tutta. Come Bruce Gordon, responsabile della vendite della Paramount. Dice Gordon: "In Paramount le società di Agrama sono indistintamente indicate come Berlusconi companies e l'esposizione creditoria come Berlusconi receivables". Gordon dice che l'ascesa al governo di Berlusconi non ha mutato di una virgola quella situazione. "Agrama - ricorda Bruce Gordon - ci diceva che continuava a riferire a Silvio Berlusconi sulle negoziazioni per l'acquisto dei film anche dopo la sua nomina a presidenza del consiglio". Dunque, non esistevano gli affari di Agrama, ma soltanto quelli di Berlusconi. Che poi il Cavaliere governasse un paese, che importa? Questo il quadro (ipotetico, beninteso). Questi i fatti che - certo - possono essere controversi ed è per questo che si fanno i processi: in un processo leale (quindi, giusto), "la difesa è una forza che resiste all'accusa e non che sfugge all'accusa". Ma nonostante sia il suo mestiere, Ghedini disprezza la discussione del merito. Provoca, protesta, deplora, inventa paesaggi sublunari preferendo lavorare alla malfamata immunità ora che il "processo breve" è stato approvato al Senato e il legittimo impedimento lo sarà alla Camera. È una fenomenologia (o una commedia?) che non ha nulla di nuovo. Come nulla di nuovo s'annuncia nel "discorso agli italiani" che Berlusconi minaccia nella notte.
"Format comprati in Usa a prezzi gonfiati per creare fondi neri per il Cavaliere" Emilio Randacio
MILANO - Una società quotata in borsa, con migliaia di azionisti e sottoposta alle rigide norme del mercato, utilizzata come il salvadanaio di casa. Il direttore generale di Mediaset, Giovanni Stabilini, che anziché vigilare sui conti aziendali, "disperde e occulta il denaro ricevuto, provento del delitto di appropriazione indebita ai danni di Mediaset spa", gestisce i liquidi attraverso triangolazioni "sul conto corrente di cui era titolare (Soriso presso Banca Syz & Co di Ginevra)", e successivamente tenta di farli sparire versandoli sul conto "Pallas", sempre a Ginevra, foraggiandolo anche attraverso "versamenti in contanti". Il destinatario finale? Silvio Berlusconi. Un "sistema di frode", quello che sono convinti di aver scoperto i magistrati De Pasquale e Spadaro analizzando le operazioni finanziarie di Mediaset, addirittura "utilizzato dalla fine degli anni '80". Meccanismo piuttosto semplice, nella sintesi, mascherato da complessi bonifici girati tra istituti di credito di mezzo mondo. Fininvest prima, Mediaset poi, acquistavano a "prezzi gonfiati" i diritti di programmi televisivi prodotti dalla major americana Paramount. Telefilm e serial famosissimi poi trasmessi sui canali del Biscione, arrivavano in Italia a prezzi che l'accusa, oggi svela, essere stati fuori mercato. A giustificare tutto, ecco che in scena entra il mediatore di origini egiziane, Frank Agrama. Amico personale di vecchia data di Berlusconi, titolare di società in mezzo mondo, di fiduciarie ad Hong Kong, di conti bancari in Svizzera, Agrama è dal 1976 che è in affari con il Cavaliere, e sulla sua scrivania negli uffici di Los Angeles, a testimoniarlo campeggia una foto che li ritrae sorridenti insieme. I due si conoscono dai tempi di Telemilano, la prima avventura nell'etere dell'attuale presidente del Consiglio. Che gli affari con Agrama non fossero propriamente convenienti per Mediaset, prima dei magistrati, lo avevano già sostenuto alcuni manager chiamati alla fine degli anni '90 a riequilibrare i conti del gruppo. Erano stati loro i primi che avevano provato a stoppare le mediazioni di Agrama, considerandole decisamente "salate". Ma direttamente dai vertici aziendali, erano arrivati ordini precisi e tassativi: il ruolo di Agrama, non si tocca. È un "amico del Dottore", si sente rispondere un giorno del 2001 il manager Roberto Pace dall'allora presidente Fininvest. Quando di Dottore, in "ditta", ce ne è uno solo: ovvero il fondatore dell'azienda. Il cambio di rotta ha prodotto i suoi frutti anche a questi manager, fino ad allora meticolosi. Secondo l'accusa, gli ex responsabili della direzione acquisti di RTI spa, Gabriela Ballabio, di Mediatrade, ovvero lo stesso Pace, e di Fininvest prima e Mediaset dopo, Daniele Lorenzano, avrebbero ottenuto il loro tornaconto. Una parte della "torta" sarebbe spettata anche a loro, su conti svizzeri, lontani dal fisco italiano. E ora, tutti e tre, rischiano un processo per appropriazione indebita. La differenza con il reale prezzo dei format televisivi ("il 45%", sostengono oggi i magistrati), finiva su conti "di società di comodo dello stesso Agrama". Qui, per capire esattamente i destinatari, il percorso a ritroso si è decisamente complicato per gli inquirenti. Solo grazie a faticose rogatorie (le autorità Usa hanno misteriosamente stoppato un imponente sequestro effettuato direttamente dall'Fbi negli uffici di Agrama), la procura si è convinta di aver ricostruito gli "utilizzatori finali" di questi soldi. Il denaro "successivamente veniva depositato presso l'Ubs di Lugano nella disponibilità di fiduciari". Lo schema fin qui descritto, era già emerso dai pochi atti resi necessariamente pubblici dalle attività di indagini svolte in questi tre anni dalla procura di Milano. Il passaggio successivo, frutto degli esiti delle rogatore e di indagini blindate, fino a ieri invece si poteva solo intuire. Ora, si scoprono i ruoli centrali proprio di Stabilini, ma anche del banchiere italo-svizzero Paolo Del Bue. Entrambi indagati per riciclaggio, sarebbero stati loro a permettere al Cavaliere di riottenere su altri conti, il denaro delle sovrafatturazioni dei diritti cinematografici, per creare fondi neri. Del Bue, in particolare, scorrendo l'atto di accusa, avrebbe assecondato la spartizione del denaro sottratto a Mediaset, "ricevendo tramite la Bankers Trust di New York e occultando su conti di Banca Arner Sa, fondi per un ammontare di un milione di dollari". I soldi, nella schema finale tracciato dai magistrati, uscivano dalle casse Mediaset, raggiungevano i conti di Agrama, poi, stornati dell'effettivo valore, in parte restavano nelle mani del mediatore egiziano, e in parte rientravano nella disponibilità del fondatore di Mediaset, assecondato dai suoi stessi manager. Ma il denaro, anche in questa circostanza, sfuggiva agli azionisti e soprattutto al fisco. Questo meccanismo, spinge la procura di Milano a sostenere nelle sue conclusioni come Frank Agrama sia, in realtà, nientemeno che il "socio occulto di Silvio Berlusconi".
La Stampa - 23.1.10
L'ira di Silvio: questa è un'altra mascalzonata - Amedeo La Mattina
Una mascalzonata, una vera mascalzonata». E' stata la prima reazione di Silvio Berlusconi. È sbottato due giorni fa, quando uno dei suoi avvocati gli ha comunicato che il pm di Milano Fabio De Pasquale stava chiudendo le indagini sulla compravendita dei diritti televisivi da parte di Mediatrade e che suo figlio Piersilvio era stato tirato dentro l'inchiesta. Per il premier è l'ennesima prova di una «persecuzione politica» e di una «giustizia ad orologeria» perchè l'iniziativa della procura milanese arriva alla vigilia di un'importante e delicata campagna elettorale, quella per le regionali, e all'indomani dell'approvazione al Senato in prima lettura del processo breve. E come ha osservato Niccolò Ghedini, parlamentare Pdl e avvocato del premier, si tratta «dell'ennesimo procedimento, che non potrà che risolversi in una declaratoria di insussistenza dei fatti» e che avviene «proprio quando si stanno discutendo le riforme della giustizia». E ciò «non può non destare una straordinaria indignazione». In sostanza si tratta di una ritorsione, un modo per influire sui fatti politici e condizionare le urne. Ma questo effetto distorsivo non si verificherà: secondo il presidente del Consiglio il risultato sarà di far diminuire la fiducia nella magistratura, delegittimarla. E' l'ennesima dimostrazione che ci sono dei «plotoni di esecuzione» pronti ad attenderlo nelle aule dei tribunali. Ecco perché il legittimo impedimento, a suo avviso, è un provvedimento sacrosanto. Ora Berlusconi è pronto a fare agli italiani «un intervento forte», spiegare che questa è la prova provata delle persecuzione nei suoi confronti. Ieri, a margine del Consiglio dei ministri, ha confidato la notizia in arrivo da Milano. Al ministro che lo ascoltava ha detto di essere addolorato perché è stato messo in mezzo anche suo figlio Pier Silvio. «Se la prendono anche con la mia famiglia. Ogni volta che ci sono delle elezioni questi signori delle procure mi fanno un bel regalino.... Ma adesso potrò dire come stanno le cose. Dirò tutto quello che non ho detto». Per la verità non è chiaro ciò che potrebbe dire oltre a quello che ha già detto. Intanto ieri non ha dichiarato nulla ufficialmente. Ha fatto parlare il suo avvocato Ghedini e Mediaset ha fatto un comunicato per dire che Confalonieri e Pier Silvio Berlusconi sono totalmente estranei alla vicenda. «Non c'è più la pur minima garanzia - sostiene il ministro Sandro Bondi - che ci sia una procura neutrale. C'è da aspettarsi di tutto in campagna elettorale. Il presidente Berlusconi è totalmente innocente ma certi magistrati non si fermano nemmeno di fronte all'evidenza». Per Bondi, dopo la chiusura dell'inchiesta sui diritti tv, non ci può essere nessuno che può ancora credere che alcuni pubblici ministeri siano interessati a celebrare la giustizia, applicare le leggi e ricercare la verità. «Di questo passo, muore il senso della giustizia e scompare definitivamente la fiducia dei cittadini nella magistratura. L'unica speranza - aggiunge il coordinatore del Pdl - è che maturi, anche da parte della sinistra, la consapevolezza della necessità e urgenza di una riforma che restituisca imparzialità, dignità e fiducia all'amministrazione della giustizia nel nostro Paese». Sono passate appena 24 ore dallo scontro tra l'Anm, che considera il processo breve «una resa dello Stato ai criminali», e il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Lo scontro si fa sempre più rovente e sicuramente questo altro episodio verrà usato da Berlusconi per fare la «vittima» in campagna elettorale, dicono a sinistra. Sicuramente, replicano dal Pdl, il premier riuscirà a trasformare la sua «indignazione» in una maggiore carica, moltiplicando i consensi per i candidati del Pdl alle regionali. «Vedrete - spiega uno degli organizzatori della campagna elettorale - il presidente non parlerà d'altro in giro per l'Italia. Non si fa intimidire, non verrà fermato come è successo a Craxi». Tra l'altro in piena campagna elettorale, cioè il 25 febbraio, arriverà la decisione della Corte di Cassazione sulla sentenza di condanna in primo e in secondo grado dell'avvocato inglese Mills. E negli stessi giorni la Procura di Milano che ieri ha chiuso l'indagine per la compravendita dei diritti televisivi potrebbe formalizzare il rinvio a giudizio per Silvio, Pier Silvio Berlusconi e Felice Confalonieri. Ma il Cavaliere confida di essere molto tranquillo, fiducioso che la Cassazione accetti la tesi della difesa di Mills secondo cui la prescrizione è già intervenuta. E questo tirerebbe fuori il premier dal reato di corruzione. Anche di questo Berlusconi ha parlato l'altro giorno a pranzo all'Hotel de Russie con Gianfranco Fini, i coordinatori e i capigruppo del Pdl. «Ci conto molto sulla Cassazione», ha spiegato il presidente del Consiglio. «Se la sentenza va nella giusta direzione cambierebbe tutto il clima politico». E lui nelle piazze e in televisione potrebbe gridare agli italiani di essere un innocente perseguitato ingiustamente dalle «toghe rosse».
Finita luna di miele Usa-Cina - Francesco Sisci
PECHINO - Se non è la fine del breve matrimonio del G2 tra Usa e Cina comunque il crescendo di botta e risposta sulla questione del motore di ricerca statunitense Google pare proprio la fine della loro luna di miele. Ieri Pechino ha respinto con durezza le accuse lanciate dal segretario di stato americano Hillary Clinton contro la mancanza di libertà su Internet in Cina prendendo spunto dalla minaccia di Google di uscire dal paese asiatico dopo un tentativo di pirateria informatica cinese. Il portavoce del ministero degli esteri di Cina Mao Zhaoxu in una nota ha negato le imputazioni americane e ha "sollecitato gli Usa a rispettare i fatti e smettere di usare la cosiddetta libertà di internet per rivolgere accuse senza fondamento contro la Cina". I fatti, secondo Pechino, sono che la questione di Google riguarda una complessa trattativa commerciale tra il governo e il gigante informatico, non la politica o la censura. Google infatti, quando le condizioni gli erano favorevoli, aveva accettato di essere in Cina secondo le regole cinesi. Più diretto e meno diplomatico è stato quanto ha scritto il popolare quotidiano Tempi Globali rivolto al pubblico cinese. "La cosiddetta libertà di internet americana è libertà sotto controllo americano", ha detto il giornale riferendosi al fatto che anche il governo statunitense, come quello cinese, cerca di esercitare forme di gestione della rete. "Ci sono idee balzane in America che rendono la libertà di internet una politica di stato da predicare in altri paesi," ha aggiunto Tempi globali. Qui la questione di Google si divide e si complica in Cina: c'è un impatto di politica di governo e di relazioni tra popolo cinese e americano. Sulle questioni di governo, funzionari cinesi hanno invitato a smorzare i toni, avvertendo che vi sono complesse questione bilaterali ancora da chiudere: la vendita di armi americane a Taiwan, la visita del Dalai Lama a Washington, entrambe osteggiate da Pechino, la questione del deficit commerciale americano verso la Cina. Tutte questi sono grossi problemi che rischiano di incrinare i rapporti ma che in realtà dovrebbero avere trovato dei modi di gestione che accontentano le parti. Più delicato è invece l'appello della Clinton sulla libertà di internet, che sembra riecheggiare appelli alla libertà di opinione lanciati dall'Occidente verso l'Urss oppressore. Solo che i cinesi di oggi non sono i cittadini sovietici di ieri. Secondo esperti di internet cinesi, i quasi 400 milioni di utenti del web di qui non si fidano del loro governo, che cerca di intromettersi nelle loro vite virtuali in rete, ma non si fidano nemmeno di altri governi, come quello americano, che ritengono ugualmente colpevoli di invasioni nella privacy dei cittadini. Ai tempi dell'Urss, molti cittadini sovietici si fidavano più degli appelli americani alla libertà che delle promesse di Mosca, ma in Cina è il contrario, se messi alle strette i cittadini si fidano più di Pechino. "Molta gente pensa: se Google era un vero paladino della libertà, perché fino ad adesso ha accettato le censure imposte dal governo cinese? Perché pensava che gli convenisse e ora pensa che non gli conviene più - spiega un esperto cinese - Perché ancora non ha abolito queste censure e non è uscita dal mercato cinese? Perché sta conducendo una trattativa commerciale con Pechino. Se le cose stanno così quali sono i veri fini di questa dichiarazione della Clinton? E comunque come non ci si può fidare delle censure di Pechino così non ci si può fidare né di Google né della Clinton". In effetti, c'è stato un impatto profondo nelle relazioni bilaterali, secondo Shi Yinhong, professore di relazioni internazionali all'Università del popolo di Pechino. "La Cina aveva ammesso che ci sono aree dove si possono fare dei passi avanti, e poi la Clinton ha presentato i suoi commenti in pubblico paragonandoci a Egitto e Arabia saudita ha detto Shi - Perciò penso che il discorso sia la cosa meno diplomatica le Clinton abbia detto da un anno a questa parte". D'altro canto la Cina vorrebbe mettere una pietra sulla vicenda. Molti commenti anti americani su internet sono stati eliminati e i più morbidi tra i cinesi notano che in fondo Egitto e Arabia saudita sono fedeli alleati degli Usa.
Tremano i signori del dollaro - Maurizio Molinari
New York - Timothy Geithner fa trapelare dissensi sulla riforma bancaria della Casa Bianca e Ben Bernanke non è più sicuro della riconferma: tremano le poltrone del ministro del Tesoro e del capo della Federal Reserve per effetto del terremoto politico innescato dal successo repubblicano in Massachusetts. Un terremoto che si è fatto sentire anche a Wall Street, dove ieri l'indice Dow Jones ha perso il 2,12%, male anche il Nasdaq a - 2,67%. All'origine di quanto sta avvenendo a Washington c'è ciò che dice Barbara Boxer, senatrice democratica della California, affermando che «in Massachusetts abbiamo perso perché la gente pensa che il governo stia dalla parte delle banche e di Wall Street» i cui due volti di maggior spicco sono proprio Geithner e Bernanke. L'opinione della Boxer, un'obamiana di ferro, è a tal punto diffusa fra i democratici a Capitol Hill che il capo dei senatori, Henry Reid, si è affrettato a far sapere che «la riconferma alla guida della Federal Reserve di Bernanke non è sicura» entro la data limite del 31 gennaio. Il motivo è l'esito di una votazione nell'assemblea dei senatori democratici che ha visto 13 su 59 dirsi contrari al rinnovo del mandato di Bernanke, che venne nominato alla Fed da George W. Bush ed è considerato l'artefice della ritrovata vitalità di Wall Street dopo la crisi finanziaria. Dall'Ohio, il presidente Barack Obama ha ribadito la «fiducia a Bernanke» riconoscendogli il merito di aver «contribuito a evitare la recessione» ma resta da vedere se nell'aula del Senato al momento del voto i democratici lo sosterranno o se per raggiungere il quorum di 60 seggi la Casa Bianca dovrà chiedere aiuto alla minoranza repubblicana, che ne ha 41. Se Bernanke improvvisamente non è più certo della riconferma, a vacillare ancor più è la poltrona del ministro del Tesoro che ha fatto trapelare forti dissensi con il piano esposto da Obama per limitare attività finanziarie e dimensioni della grandi banche. Alti funzionari vicini a Geithner hanno fatto sapere che il piano di misure di Obama «minaccia di indebolire la competitività delle grandi banche» oltre a prevedere restrizioni alle operazioni di mercato, ad esempio nel caso degli hedge fund, che «non vanno all'origine delle cause della crisi». Ad avvalorare l'esistenza di dissensi con il presidente c'è il fatto che Obama ha varato le misure contro le banche su suggerimento dell'ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker ovvero un consigliere economico rimasto in ombra nell'ultimo anno proprio a causa dei dissensi con Geithner. Volcker rimprovera a Geithner la tolleranza verso il perdurante e massiccio uso da parte delle banche dei derivati finanziari che innescarono la crisi dei mutui subprime. Nel tentativo di gettare acqua sul fuoco Larry Summers, direttore del consiglio economico della Casa Bianca, ha concesso un'intervista alla Cnbc assicurando che il piano anti-banche «era pronto da molte settimane», «non è stato influenzato dal voto in Massachusetts» ed è «stato varato all'unanimità» dai maggiori consiglieri del presidente. Ma ad avvalorare l'impressione che premiando Volcker, Obama abbia voluto smentire Geithner c'è il deputato democratico dell'Oregon, Peter DeFazio, secondo cui «è arrivata l'ora che il ministro se ne vada perché è lui che si oppone al ridimensionamento delle banche troppo grandi per cadere». E Barney Frank, influente presidente della commissione Finanze della Camera e deputato del Massachusetts, aggiunge: «Se abbiamo la riforma bancaria che serviva da tempo il merito è di Paul Volcker». A conferma dell'influenza dell'82enne ex capo della Fed, Volcker si è recato a colloquio a Capitol Hill con i leader repubblicani del Senato per discutere l'iter del passaggio della riforma bancaria svolgendo mansioni che sarebbero dovute in teoria spettare al titolare del Tesoro.
Corsera - 23.1.10
Si apre l'era dei cyber-preti
CITTÀ DEL VATICANO - La Chiesa intera guardi a internet con entusiasmo e audacia e i sacerdoti diventino navigatori della Rete, partecipino ai social network e portino la parola di Dio nel grande continente digitale. È questo l'appello di Benedetto XVI lanciato in occasione della 44esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni sociali. Per Benedetto XVI si apre una «nuova era», quella dell'evangelizzazzione del web. «Lo sviluppo delle nuove tecnologie e, nella sua dimensione complessiva, tutto il mondo digitale rappresentano una grande risorsa per l'umanità nel suo insieme», ha sottolineato Ratzinger nel messaggio reso noto in Vaticano, alla vigilia della giornata delle Comunicazioni Sociali. I sacerdoti, ha aggiunto, si trovano dunque «all'inizio di una storia nuova» e sono chiamati ad un ruolo di «animatori» di «comunità che si esprimono ormai, sempre più spesso, attraverso le tanti voci scaturite dal mondo digitale». Anche in questa frontiera, ha affermato il Papa, «deve emergere che l'attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è una cosa del passato e neppure una teoria erudita, ma una realtà del tutto concreta e attuale». I sacerdoti - ha insistito Benedetto XVI - devono offrire agli uomini che vivono questo «nostro tempo digitale», anche non credenti e soprattutto giovani, «i segni necessari per riconoscere il Signore». Solo così la «Parola di Dio», ha spiegato, «potrà prendere il largo tra gli innumerevoli crocevia creati dal fitto intreccio delle autostrade che solcano il cyberspazio e affermare i diritto di cittadinanza di Dio in ogni epoca».
Cuffaro condannato a 7 anni in appello
PALERMO - Salvatore Cuffaro è stato condannato in appello a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall'avere agevolato la mafia e rivelazione di segreto istruttorio. L'accusa aveva chiesto una condanna a otto anni. Il 18 gennaio 2008 in primo grado l'ex presidente della Regione Sicilia, ora senatore dell'Udc, era stato condannato a cinque anni in quanto era stata esclusa l'aggravante mafiosa. Per quanto riguarda gli altri imputati, Giorgio Riolo è stato condannato a otto anni (riconosciuto il concorso esterno e non più il favoreggiamento aggravato) e Michele Aiello a 15 anni e sette mesi. «L'ho detto prima e lo ripeto anche adesso che avrei rispettato la sentenza con serenità e lo farò anche adesso». È stato il primo commento alla sentenza di Salvatore Cuffaro. «So di non essere mafioso e di non avere mai favorito la mafia. Da cittadino avverto la pesantezza di questa sentenza, che però non modifica il mio percorso politico», ha aggiunto il senatore Udc. «La corte ha rivalutato il materiale processuale con una meditazione ulteriore che è poi l'essenza del processo di secondo grado», ha commentato il procuratore generale Daniela Giglio, che ha sostenuto l'accusa al processo d'appello. In primo grado Cuffaro era stato anche condannato anche all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione che però sarebbe scattata solo in caso di conferma del giudizio anche in appello. A Cuffaro la procura contesta il reato di violazione del segreto istruttorio accusandolo di aver fatto sapere al boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro, attraverso un suo amico ed ex assessore comunale Udc alla sanità, Domenico Miceli (condannato a 8 anni), che nell'abitazione del boss erano state installate microspie e bruciando in questo modo l'inchiesta. Cuffaro avrebbe appreso dall'ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, poi eletto deputato regionale, dell'esistenza di microspie sistemate dagli investigatori del Ros nell'abitazione di Guttadauro. La procura sostiene anche che Cuffaro si sarebbe incontrato nel retrobottega di un negozio di Bagheria con Michele Aiello, imputato nello stesso processo con l'accusa di associazione mafiosa e ritenuto un prestanome del boss Bernardo Provenzano. La versione di Cuffaro è che l'incontro con Aiello riguardava il tariffario regionale, in quanto Aiello all'epoca era proprietario di una clinica di Bagheria all'avanguardia per la cura dei tumori.
I Bertinotti si lasciano - Andrea Garibaldi
ROMA - Si dicono addio Fausto Bertinotti e la signora Gabriella detta Lella? Quarantacinque anni dopo il matrimonio in Chiesa, 47 dopo il fidanzamento a Varallo Pombia (Novara), lui giunto ai 70 e lei un po' di meno? Il pettegolezzo sulla separazione della coppia ha girato per un pomeriggio. Poi, tardi, è intervenuta lei a smentire, sorriso sulle labbra, all'agenzia Ansa: «Macché fine di un matrimonio, sono a casa con i miei nipoti. Se vuoi ti passo mio marito che te lo conferma... ». Poi: «È una storia costruita ad arte da una persona che vuole screditarmi, mi odia. Quella persona era presente a una serata dove sono stata invitata e dove ho mangiato tre piatti di pasta, altro che digiuno perché triste». Ma c'è un momento di crisi? «Siamo nell'ambito del privato. Quale coppia non litiga e non ha attraversato momenti difficili?». Una delle dame dei salotti romani, Guia Sospisio, conferma che qualcosa di incrinato esiste: «È successo da pochissimo. Sono sicura che tra 15 giorni tutto sarà rientrato. È una situazione legata a differenze caratteriali, a malintesi, a incomprensioni, in particolare riguardo all'atteggiamento sul figlio Duccio. Direi che la colpa è dello stress dopo il superlavoro». Può entrarci un tradimento? «Ma per carità! Sono innamoratissimi». Tutto nasce dal sito Dagospia, che racconta il party di compleanno, sabato, di un noto giornalista romano. Fra gli invitati Fausto e Lella, ma arriva solo lei. Roberto D'Agostino, il creatore di Dagospia, è presente, la vede «sola e funerea », lancia la notizia dell'abbandono. D'Agostino, di solito, non sbaglia. Un altro amico di famiglia, Carlo Rossella, presidente di Medusa, dice: «So che Lella è in partenza per il Nord Africa con un gruppo di amiche. Tutte donne ». La coppia è sempre apparsa ferrea. Lui veste con addosso i colori dell'autunno. Lei con tinte pastello. Assieme, in tanti anni, sono passati dalla Fiat 500 a rate agli agi dell'appartamento di Montecitorio, alle amicizie importanti, Lucia Annunziata, Mario D'Urso, Valeria Marini. Non sarebbe questa la prima frattura. Dichiarò una volta Lella: «Fausto è stato molto corteggiato, ma non sono mai stata gelosa perché so che alla fine nessuna l'avrebbe retto: non è tutto oro ciò che luccica». Più di una volta Fausto sarebbe uscito di casa, per poi tornare. Motivo principale dei litigi, l'educazione di Duccio, oggi quarantenne. Sempre Lella: «Io volevo dargli delle regole, lui pretendeva di essere autorevole senza autorità». Duccio si occupa di musica reggae, ha dato a Lella e Fausto tre nipoti. Un anno fa Lella ha dichiarato: «Consiglio a Fausto pensione e marmellatine. Lo vedo stanco. Speriamo di poter stare finalmente un po' insieme».
Assessore lombardo costruisce muro anti immigrati
MILANO - Un muro, di una ventina di mattoni, davanti all'ex scalo ferroviario di Porta Romana in piazzale Lodi. Lo ha eretto venerdì mattina Stefano Maullu, assessore regionale alla Protezione civile, Prevenzione e Polizia locale e responsabile delle politiche elettorali del Pdl per la Lombardia. Maullu parla di un gesto «simbolico» per protestare contro l'assenza di Ferrovie dello Stato nella messa in sicurezza dell'area. «Ho scelto di intervenire in modo così deciso - osserva Maullu in una nota - per tutelare gli interessi dei cittadini, da lungo tempo costretti a convivere con una situazione di potenziale pericolo e di grande imbarazzo per l'intera città». La scelta «di murare parzialmente l'accesso all'ex scalo ferroviario - prosegue l'esponente del Pdl - vuole dimostrare che se si vuole mettere in sicurezza l'area è sufficiente un po' di buona volontà, della calce, qualche mattone e un paio d'ore di lavoro. La proprietà in un anno non è riuscita a farlo: e questo è a dir poco scandaloso». Se qualora la proprietà continuerà «a non adempiere ai propri obblighi - chiosa Maullu - spetterà alla civica amministrazione provvedere alla messa in sicurezza di queste aree, alla chiusura di eventuali varchi e all'abbattimento degli edifici in condizioni non idonee, addebitando poi i costi alle stesse Ferrovie dello Stato». Nell'estate del 2008 era stata annunciata la messa in sicurezza di tutta l'area dell'ex scalo di Porta Romana, per evitare che si creassero nuovi insediamenti. Ma i residenti continuano a lamentarsi per l'occupazione abusiva degli edifici abbandonati delle Ferrovie. «Dopo il sopralluogo da me effettuato il 13 gennaio, mi sono sentito in dovere di dare una precisa risposta ai cittadini milanesi», ha dichiarato Maullu, parlando di «situazione imbarazzante per le condizioni igienico-sanitarie e di degrado in cui versano gli occupanti di quattro depositi ed ex uffici delle Ferrovie dello Stato». Per accedere al perimetro è sufficiente varcare il cancello aperto su viale Isonzo, a pochi passi dall'ingresso della fermata Lodi della linea metropolitana 3: appunto il varco «murato» da Maullu.
Europa - 23.1.10
Il lavoro dell'obbligo - Luigi Bobba
Non si contrasta la dispersione scolastica mandando i quindicenni a lavorare. L'assolvimento dell'obbligo di istruzione in apprendistato - approvata l'altro giorno con un emendamento in commissione lavoro della camera - è una risposta sbagliata, poco meditata e affrettata a un problema vero. È vero che sono quasi 130mila in Italia i giovani al di sotto dei sedici anni che non frequentano né la scuola, né la formazione professionale né si trovano in condizione lavorativa. Una piaga sociale che il paese stenta a superare. Come si è dimostrato in questi ultimi sei anni, dopo l'avvio della sperimentazione dei percorsi triennali di formazione professionale che dal 2006 concorrono anche all'assolvimento dell'obbligo, al crescere dell'offerta formativa si è andata fortemente contraendo la platea dei giovani in dispersione. Oggi sono quasi 150mila i giovani che assolvono all'obbligo attraverso la formazione professionale, quintuplicando l'utenza che nel 2003 era di soli 30mila ragazzi. Nelle regioni in cui si è maggiormente investito in formazione e si è strutturato un sistema stabile e qualificato i risultati di forte contrazione della dispersione sono arrivati. Il Veneto, il Piemonte, la Lombardia hanno fatto progressi rilevanti nel consentire l'accesso a questi percorsi di assolvimento dell'obbligo di istruzione. Nel Lazio, tra il 2003 e il 2007, la dispersione è calata dal 16 al 12 per cento. La strada giusta è quindi aumentare l'offerta formativa. Tuttavia, il governo sta facendo l'esatto contrario: ha tagliato sia nel 2009, sia nella Finanziaria del 2010, 40 milioni di euro di trasferimenti alle regioni per la realizzazione dei percorsi di assolvimento dell'obbligo nella formazione professionale riducendo di oltre il 16% lo stanziamento erogato. Da un lato viene evocato il problema della dispersione, dall'altro si sta facendo di tutto per ampliarlo. Dal punto di vista dei contenuti formativi il provvedimento presenta non minori contraddizioni. Innalzare i saperi e le competenze dei giovani in modo da costruire solide basi professionali per il loro futuro lavorativo è una sfida particolarmente impegnativa per l'Italia visti i bassi livelli di apprendimento che vengono di anno in anno registrati dall'Ocse- Pisa. L'elevazione dell'obbligo di istruzione e l'allargamento alla formazione professionale degli strumenti per conseguirlo non sono stati meri provvedimenti burocratici, ma la via concreta per innalzare i saperi e le competenze (come specificato dal decreto ministeriale 139/2007) linguistiche, logico- matematiche, tecnico-scientifiche, storico-sociali, cercando di mettere tutti i giovani nella condizione di affrontare con adeguatezza le sfide poste dalla globalizzazione dei mercati e dall'economia della conoscenza. È difficile immaginare che le imprese, in genere di piccole e piccolissime dimensioni, che operano con contratti di apprendistato possano dotarsi di una organizzazione, una progettualità formativa e figure professionali per assolvere a questo compito. Tanto più, sembra sbagliato immaginare che questa sia la strada adeguata per migliorare le competenze se si guarda a come oggi la stessa piccola impresa sta svolgendo il proprio compito formativo. Le statistiche ci dicono, infatti, che solo il 17% delle imprese che attivano contratti di apprendistato svolgono la formazione standard che è costitutivamente prevista per questi contratti; si tratta nella maggior parte dei casi di 120 ore in affiancamento con un tutor. Se una piccolissima parte di imprese oggi assolvono al loro compito formativo standard come si può immaginare che possano far apprendere quei saperi e competenze che la legge indica per i percorsi dell'obbligo? Il rischio è che si butti all'aria ogni standard di apprendimento codificato e si assuma un apprendimento addestrativo tipico di ogni attività lavorativa semplice (perché di queste si tratta in riferimento ai giovani di questa età) come elemento di riferimento, ignorando che nella società della mobilità del lavoro queste forme di conoscenza sono assolutamente inadeguate anche in ragione del fatto che rendono difficoltoso ogni possibile accesso alla formazione continua per insufficienti requisiti di base. Infine, c'è un problema giuridico. In Italia nel dicembre 2006 è stato innalzato l'obbligo scolastico a 16 anni e, contestualmente, alla stessa età l'ingresso al lavoro. Infatti, nell'emendamento approvato, non ci si preoccupa di verificare il conflitto di norme che si viene a creare, non abrogando o modificando quanto previsto dal comma 622 dell'articolo 1 della legge 27 dicembre 2006, legge finanziaria 2007, nel quale si innalza l'obbligo d'istruzione a 16 anni e si prevede che l'età per l'accesso al lavoro sia contestualmente elevato a 16 anni. Infatti, la natura di contratto di apprendistato a causa mista, in quanto prevede l'alternanza lavoro-formazione, non può essere scambiata con il diritto all'istruzione e questo sostanzialmente per due motivi. Il primo, se è pur vero che la formazione nel contratto di apprendistato costituisce un elemento essenziale dello stessa, non preclude e anzi non si sostituisce all'adempimento dell'obbligo formativo. In secondo luogo l'istruzione è un diritto al quale si accede gratuitamente, realizzando il principio costituzionale di cui all'articolo 34, mentre, il contratto di apprendistato, prevede una retribuzione per il giovane apprendista, che è esclusa per chi adempie all'obbligo scolastico, perché, pur ammettendone lo scopo peculiare, l'apprendista svolge un vero e proprio lavoro, al contrario dello studente. Insomma una norma astratta, pasticciata e inefficace, che deve essere radicalmente modificata.
l'Unità - 23.1.10
D'Alema: «Puglia, quante calunnie: con Boccia vogliamo battere questa destra» - Simone Collini
Vedo che tutti danno per scontato che a vincere le primarie sarà Vendola". Massimo D'Alema sfoglia i quotidiani mentre l'auto corre verso Foggia per l'ennesima iniziativa a sostegno del deputato Pd Francesco Boccia. Un po' sorride delle "verità preconfezionate nelle redazioni dei giornali, che non sempre riflettono quello che avviene nella società". Un po' storce la bocca quando incappa in qualche "calunnia": "Vogliamo vendere l'acquedotto pugliese a Caltagirone, facciamo costruire qui le centrali nucleari... ma come si fa? Idiozie di questo genere sono il segno di una degenerazione della lotta politica all'interno del centrosinistra. I cui effetti sono soltanto quelli di favorire la destra". Il confronto con la destra è a fine marzo, ma ora la sfida è tra Boccia e Vendola: valeva la pena, per allargare l'alleanza all'Udc, entrare in rotta di collisione col governatore uscente? «Non è questo il punto. Il problema è l'anomalia della situazione pugliese, di cui troppo spesso ci si dimentica». E sarebbe? «Vendola è stato eletto nel 2005 da una coalizione che non esiste più. Udc e Idv sono stati entrambi all'opposizione per cinque anni. Un problema oggettivo, non creato dalla malvagità di D'Alema o del Pd. Da mesi abbiamo chiesto a Vendola di affrontarlo, avviando una discussione. Io stesso glielo chiesi, prima dell'estate. Ma invece di fare quello che sarebbe stato doveroso, Vendola si è autocandidato a nome del popolo. È stata una forzatura populista. Tutto il problema pugliese nasce da lì». È astioso, le ripeterebbe Vendola. «Non è questione di astio, ma di ricordare fatti che purtroppo sono totalmente rimossi dalla cronaca degli eventi. Quella che rivolgo a Nichi è una critica politica. Ha pensato di risolvere i problemi con il suo carisma personale, mettendo i partiti con le spalle al muro. Ma questa è un'idea della politica che ritengo sbagliata». E fissare come priorità l'accordo con l'Udc è una politica giusta? «Non si tratta solo di costruire un'alleanza con l'Udc. L'obiettivo che ci poniamo in Puglia è costruire un'alleanza anche sociale maggioritaria. Nel senso che contenga, oltre alle forze del mondo del lavoro e dei giovani, anche le imprese, le forze moderate, la società civile, nell'ottica di una battaglia meridionalista. È un tema molto più complesso, perché si tratta di consolidare una maggioranza democratica che si opponga al governo Berlusconi, contro il patto Pdl-Lega che danneggia il Mezzogiorno». Parla di una battaglia meridionalista con l'Udc contro il governo, ma i centristi fanno sapere che non si alleeranno col Pd in Puglia se dovesse vincere Vendola e stanno chiudendo accordi con il Pdl nel Lazio, in Calabria e probabilmente anche in Campania. «Se le cose dovessero andare in questo senso sarebbe molto negativo. Sarebbe grave se una forza politica che in Parlamento è schierata all'opposizione, e che in particolare ha caratterizzato la sua opposizione in chiave meridionalista in contrapposizione alle scelte del governo, poi si ritrovasse alleata col centrodestra nella maggioranza delle regioni meridionali. E noi dovremo dirlo con chiarezza in campagna elettorale, senza fare sconti a nessuno. Ma anche per questo acquista un grande valore, anche emblematico, la partita in Puglia». Sicuri che sia stata la scelta migliore, candidare una figura non di primo piano come Boccia? «Abbiamo voluto fare un investimento sul futuro della Puglia. E mi dispiace il tono di sufficienza a cui ricorre Vendola. Capisco che si tratta di un candidato che ha dieci anni meno di lui. Ma Boccia non è uno che abbia bisogno della balia, come ha detto Vendola. Mentre altri parlano tanto di ricambio generazionale, noi lo pratichiamo con un quarantenne che però è già stato assessore al Comune di Bari e l'uomo che il governo Prodi ha mandato a risanare i conti del Comune di Taranto. Capisco che di questo non si sia voluto parlare, che si è preferito mettere in scena un conflitto tra caro Massimo e caro Nichi». «Caro Massimo», le dice appunto Vendola parlando dell'«affetto» nei suoi confronti: siamo al piano dei sentimenti? «Noi ci occupiamo di politica. Il mio principale sentimento è cercare di creare una coalizione in grado di battere Berlusconi». Anche Beppe Grillo è sceso in campo per Vendola, che ne pensa? «Posso dare un consiglio a Nichi. Leggo certe dichiarazioni che sono il viatico verso la sconfitta certa. Nel senso che se Vendola dovesse vincere le primarie sull'onda di quegli argomenti, le regionali le perderebbe senza il minimo dubbio». Perché Grillo l'ha paragonata a Caino, con Vendola nei panni di Abele? O perché sostiene che se vince Boccia e l'alleanza con «Casini-Caltagirone» ci sarà l'esproprio dell'acqua pubblica? «Sono calunnie, accuse ridicole, come appunto quella che vogliamo vendere l'acquedotto pugliese a Caltagirone. Stupidaggini senza né capo né coda. Non solo perché non lo vogliamo fare ma anche perché non è che il candidato presidente diventa il padrone della Puglia. Questa è roba tremenda, ma per Nichi. Dà la sensazione di due modi diversi di affrontare le primarie. Noi le facciamo per vincere le elezioni. Dall'altra parte c'è chi le fa contro di noi. Ma se hai vinto contro di noi, dopo, con quegli altri perdi. Perché voglio vedere il giorno dopo le primarie dire: adesso per cortesia voi delinquenti e sporcaccioni che volevate vendere l'acquedotto mi date una mano per vincere le elezioni... Sarebbe complicato». È una calunnia anche dire che solo se vince Vendola si avrà la certezza che in Puglia non si faranno centrali nucleari? «Io penso che fare oggi le centrali nucleari in Italia, con una tecnologia ormai superata, è una scelta enormemente costosa e che non ha senso. Ma mi domando come si possa pensare che se il candidato presidente è Boccia anziché Vendola si faranno le centrali nucleari. Nichi farebbe bene a prendere le distanze da idiozie di questo genere». La minoranza locale del Pd non sta facendo campagna per Boccia, molti dicono apertamente che sosterranno Vendola, e Vassallo va spiegando che non c'è nessun vincolo perché stando allo Statuto Boccia non è il candidato ufficiale del vostro partito. Che ne pensa? «Che hanno una strana idea di partito. È come se uno gioca in una squadra e tifa perché vinca l'altra. Non è un grande spirito, non è un bel modo di stare insieme». C'è chi sostiene che Emiliano non si stia impegnando abbastanza. «Non è vero. Ho personalmente partecipato a diverse iniziative organizzate dal sindaco di Bari a sostegno di Boccia. Sono voci malevole messe in giro per creare confusione tra i militanti del Pd».



23.01.2010














