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Politica Italiana


 

Manifesto - 24.1.10

 

La scommessa della sinistra - Matteo Bartocci

I pugliesi sono gente fortunata. Non solo perché vivono in una terra del Sud orgogliosa e bellissima. Sono fortunati perché perfino nella bassezza dei traffici di protesi, escort e cocaina hanno svelato la realtà pubblica e privata di Silvio Berlusconi trascinandolo sulle prime pagine di tutto il mondo. Azzoppandone la corsa al Quirinale più di mille proclami dell'opposizione in parlamento. Sono fortunati anche perché saranno gli unici cittadini d'Italia a poter dire la loro su chi è la persona più giusta a governarli e rappresentarli alla regione. Quelli democratici e di sinistra, certo, perché ai pugliesi di destra toccano le scelte che si fanno a Roma, alla mensa di palazzo Grazioli. La scelta dei pugliesi è tanto più importante perché il Pd, di fatto, le primarie le ha abolite. Le ha rispolverate all'ultimo minuto in Puglia solo perché i leader nazionali a partire da D'Alema non sono stati in grado di sbarazzarsi di una personalità eterodossa e di sinistra come Nichi Vendola. È un dato politico oggettivo: il Pd chiede le primarie solo contro la sinistra per allearsi con l'Udc. È una decisione che dovrebbe di per sé allarmare tutti i partitini multicolore dell'Arcobaleno e della falce e martello. Interrogare il sindacato e tante associazioni e movimenti che sperano nel centrosinistra per porre fine al «berlusconismo». Per questo l'esito delle primarie pugliesi travalica i confini regionali. Quella tra D'Alema e Vendola è una lotta politica e simbolica per l'egemonia nel centrosinistra meridionale. Anche se entrambi presentano identità monche. Il calcolo combinatorio del «dalemone» è sempre stato incapace di scalfire di una virgola il dominio berlusconiano. Anzi, l'esistenza di quel dominio su un paese percepito come naturalmente di destra è la base della brutale realpolitik dalemiana. Allo stesso modo, il calcolato personalismo di Vendola non basta a dare un respiro nazionale al suo piccolo partito e tantomeno al resto della sinistra. Tuttavia anche con parzialità e ombre, la vicenda pugliese rischia di segnare irreversibilmente il futuro della sinistra. Se Vendola perde le primarie non ci sarà un sindaco o un presidente di regione di sinistra che non sia del Pd. È la terza volta in due anni che i democratici tentano di fare tabula rasa alla loro litigiosa sinistra. Alle politiche fu un divorzio consensuale. Alle europee ci fu la tagliola dello sbarramento. Alle regionali manca solo di completare l'opera.

 

«L'alchimia delle alleanze nuoce alla buona politica» - Matteo Bartocci

BARI - Franco Cassano è uno degli intellettuali simbolo della «primavera pugliese». Cinque anni dopo la prima vittoria di Emiliano a Bari e poi quella di Vendola, continua a credere che qui si giochi una partita decisiva non solo per la regione ma per tutto il Mezzogiorno. Lo sentiamo subito prima del comizio finale di Vendola, alla vigilia delle primarie. Professore, il Pd, con la scelta di Boccia ha deciso di accantonare l'esperienza della giunta Vendola. E' così? Non è vero che il Pd si dimentica di Vendola. Pochi mesi fa al congresso regionale erano tutti favorevoli, nessuno escluso, alla sua ricandidatura. Il problema è venuto fuori dopo e molto di recente. E' stato Casini a mettere in discussione Vendola e il Pd ha accettato quella scelta prima proponendo Michele Emiliano e infine Boccia. E' una scelta che colpisce non solo chi si è schierato con Vendola ma che disattende anche il voto degli stessi elettori del Pd. Questo spiega perché Vendola dica di essere sostenuto dal popolo democratico. Chi ha votato a ottobre nei gazebo aveva anche discusso del presidente della regione. Ora però si avverte che se il partito decide una cosa poi bisogna essere conseguenti. Ma le primarie non funzionano così. Il vincolo di partito non c'entra nulla e divide anche gli stessi dirigenti democratici. Non è con la disciplina calata dall'alto che si riportano i voti del Pd su Boccia. Anche Rosi Bindi ha fatto capire che apprezza Vendola. Una contrapposizione così clamorosa con la giunta ha messo in crisi non tanto Vendola ma lo stesso Pd, che accetta malvolentieri una candidatura nata a Roma fuori dalla dinamica congressuale. Lo stesso Casini è un politico troppo sperimentato: se ha messo il veto su Vendola è perché qualcuno gli ha detto che poteva dirlo a prescindere dal sentimento degli elettori. Il Pd da questa dinamica esce a pezzi. Perché una personalità come la sua sostiene così convintamente Nichi Vendola? La giunta ha avuto molti problemi. Ma in questi cinque anni in Puglia abbiamo sempre riscontrato un'immagine di Sud diverso da quella fatta di Gomorra, rifiuti e malavita. Dalla Puglia arriva una speranza per tutto il Mezzogiorno. Qui è sembrato di nuovo possibile fare politica. E farla in modo creativo, con soggetti diversi rispetto al passato. A cominciare dai giovani, dal mondo della cultura e dalle persone più qualificate. Vendola ha capito che si doveva innanzitutto contrastare l'emigrazione dei giovani laureati. Che si doveva provare a tenerli qui per fare da lievito all'innovazione e alla buona occupazione. Qualcosa che qui non era mai stato tentato. E poi c'è stata anche una politica urbanistica rigorosa, lo sviluppo delle energie rinnovabili, la lotta all'inquinamento delle fabbriche, leggi contro il caporalato, la difesa dei beni pubblici come l'acqua, la relazione della Puglia con i Balcani e il Mediterraneo. E' una cultura politica che pur mantenendosi estranea ai grandi interessi non si è sottratta alla prova del governo. Secondo Boccia alle primarie si confrontano due progetti di Puglia diversi. Qual è il progetto di Boccia? C'è una politica che nasce sul territorio e un'altra che si limita alla tradizionale alchimia delle alleanze avulse dal territorio come in una partita a scacchi. Ma certamente questa politica non è stata discussa nel Pd. Se Boccia la voleva sostenere la doveva discutere al congresso. E' un'idea nuova nel senso che è stata elaborata altrove e nessuno ne ha mai parlato. Chi abita qui ha visto un'altra storia. Mi pare l'idea di un recupero leninista del partito senza quella cultura di origine. Non riesco ad accettare che la cittadinanza sociale e la partecipazione attiva non contino più nulla. La coscienza civile e politica del Sud ha scelto questo esperimento e chiede che continui. Le critiche sono legittime ma devono essere costruttive. Quando dice altrove immagino si riferisca a D'Alema e non a Boccia. E' stata la campagna elettorale soprattutto di D'Alema. O no? Chi pensa che i cittadini attivi siano ottusi o contino poco dimentica che fino al 2004 in Puglia venivamo da una lunga tradizione di sconfitte. Quando si è cambiato? Quando a Bari abbiamo detto basta alle decisioni non dei partiti in quanto tali ma monopolizzate dai partiti e si è candidato Emiliano. Poi sono venute le primarie e la vittoria di Vendola in regione. La «primavera pugliese» non è una stagione del passato, è una sperimentazione politica che può continuare. Certamente non è un taxi che si prende finché serve e poi lo si abbandona. Qualcuno ha pensato di utilizzarlo per poi normalizzarlo. I dirigenti politici hanno molti meriti ma non possono mai sostituire i cittadini. Spero che D'Alema rifletta sulla forma della politica. Si dice però che se Vendola è il cuore dall'altra parte c'è la ragione... Ma finché c'è stata solo la ragione hanno sempre vinto gli altri. Come si dice, la guerra è troppo importante per lasciarla ai generali. Per la politica è lo stesso. I politici da soli non bastano. Il cuore specialmente al Sud è l'unica modalità con cui il centrosinistra ha innovato e ha vinto. A parte le forme della partecipazione, quali sono gli aspetti di governo che uno spostamento al centro metterebbe più in discussione? I beni comuni, come il territorio e la difesa della pubblicità dell'acqua. Insieme al rapporto con i giovani, la difesa dell'interesse pubblico è uno dei fili più rilevanti della giunta Vendola. Quali sono invece le cose che non hanno funzionato? Sicuramente la sanità. A prescindere dagli scandali lì non c'è stata la discontinuità netta promessa nel 2005. La sanità è un sistema complesso in cui il passo decisivo è ridurre il peso dei politici nelle nomine ospedaliere. La politica deve indicare le linee generali ma non può scegliere i primari. Il punto più critico però è che l'ex assessore alla sanità Alberto Tedesco dopo le inchieste è diventato senatore del Pd. Non vorrei che chi debba fare autocritica maggiore poi attribuisca a Vendola le maggiori responsabilità. Anche nel Pd c'è una parte giovane e dinamica che deve far sentire la sua voce.

 

Venezia, l'anomalia assediata che vuole resistere - Gianfranco Bettin

Oggi si vota a Venezia per le «primarie della città» che il centrosinistra lagunare ha deciso di indire per scegliere il candidato sindaco del dopo Cacciari. Me la dovrò vedere con Laura Fincato e Giorgio Orsoni, figure rispettabili e solide, iscritte o legate al Pd. La gara è partita un po' in sordina, non tanto in città, dove ha da subito mobilitato persone, passioni, idee, quanto sulla scena nazionale. Era quasi come se, non «baruffando» sul metodo, anzi, avendo scelto per il confronto il metodo giusto, più trasparente e partecipato, Venezia non facesse notizia. Solo il manifesto, al solito, aveva già preso a parlarne. Poi, l'altro giorno, è stato Francesco Giavazzi, sul Corriere della sera, a segnalare la valenza generale delle elezioni veneziane, individuando nelle differenze tra i programmi dei candidati uno spartiacque tra diverse idee di città e nel percorso delle primarie una via per non restare inchiodati ai riti e tra i detriti delle nomenklature. Infine, è giunta, con i soliti accenti tonitruanti, la candidatura a sindaco di Renato Brunetta ad accendere ulteriormente i riflettori e a evidenziare che, nello scontro, sarà necessario mostrare una vera differenza. Da questo punto di vista Brunetta è il candidato ideale: le cose che pensa le dice in genere nella forma più radicale e, dunque, non reggono i giri di parole, i discorsi in politichese, gli inciuci. Per questo è importante che nel centrosinistra prevalga un'idea netta di città, una chiarezza di programmi e di valori che deve nascere dalle cose, dal lavoro di questi anni, dal ciclo lungo di governo locale ma, di più, dalla voglia di innovare, di ragionare anche sui limiti e sugli errori di una storia pur feconda, di entrare definitivamente nel nuovo secolo. Un secolo in cui, soprattutto a Venezia, e a Venezia come laboratorio del mondo, la salvaguardia fisica e ambientale si intreccia alla rigenerazione socio-economica, in forme già in effetti germogliate ma che possono fiorire pienamente se sostenute politicamente e valorizzate culturalmente e sostanzialmente. A parole, nel centrosinistra veneziano, c'è accordo su questa visione. Nei fatti, anche nei concreti fatti di questi giorni, c'è più di un contrasto. Il via libera dato dal Pd in consiglio comunale (e dalla Giunta regionale di Galan) a una grande operazione immobiliare e commerciale su preziosi terreni agricoli nei pressi dell'aeroporto Marco Polo, un nuovo enorme non luogo che già chiamano «Mestre 2» ne é, ad esempio, il segno recente più negativo. Sul piano strettamente politico, poi, la ricerca di un allargamento della coalizione sembra piuttosto andare, per il Pd, nel senso di un accordo diretto con l'Udc, invece che in direzione delle molte esperienze civiche cresciute in questi anni fuori dai partiti tradizionali. Con il risultato di rendere centrale la posizione di un partito che, di per sé, non avrebbe questa rilevanza e di mettere a rischio l'alleanza con una sinistra rossoverde che conta un peso elettorale almeno doppio e un tuttora inestimabile insediamento sociale. Tentare l'incontro con l'Udc è, a condizioni chiare e senza pregiudizi, veti, cedimenti sui valori e sui programmi, certo importante, specialmente nel Veneto e anche se Venezia, nella regione, è sempre stata anomala. Oggi questa anomalia è sotto assedio. Come ha scritto ieri qui Francesco Indovina, la città non merita di capitolare. Non accadrà, se immaginazione politica e visione strategica, apertura al confronto tra la nostra gente e coalizione di forze e di interessi, sapranno ricreare su basi nuove la differenza veneziana, chiunque di noi, oggi, vinca le primarie.

 

Tra Pd e Udc la Sicilia degli equivoci - Di Federico Scarcella

Totò Cuffaro oggi ha appreso da un giudice d'appello di essere un favoreggiatore della mafia. Una botta anche per gli uomini di buona volontà del Pd, che hanno spiegato al Paese quanto sia necessario accordarsi con l'Udc di Cuffaro e di Casini. La Sicilia degli equivoci ieri ha prodotto le sue chiarezze: dal 2001, data in cui Cuffaro fu eletto la prima volta, e per sette anni ancora, è stata governata da un uomo che dialogava col variegato mondo del malaffare: è stato intercettato al telefono, visto rintanarsi nei retrobottega, appartarsi negli angoli. La sentenza di primo grado era più sfumata: accusava Cuffaro di aver favorito un singolo mafioso ma non l'organizzazione. La sentenza fece esultare l'allora presidente della Regione, che pensò di festeggiare la condanna a "soli" cinque anni con un vassoio di cannoli, ma proprio quell'improvvisato e imbarazzante party gli costò le dimissioni. Questa stessa persona - oggi senatore dell'Udc, membro della commissione di vigilanza della Rai e vicesegretario nazionale del partito, unica carica a cui ieri ha rinunciato - due anni fa aveva passato il testimone all'ex amico fraterno Raffaele Lombardo, ex Udc e attuale governatore della Sicilia sotto la bandiera dello scricchiolante Movimento per l'autonomia; l'uomo che dopo essere stato eletto ha voltato le spalle a Totò e preso a braccetto qualche amico più presentabile. Lombardo è l'ultima musa del Pd siciliano, che lo sostiene con i propri voti all'Assemblea regionale, dopo che mezzo Pdl e tutta l'Udc sono passati all'opposizione. Questa è la Sicilia: una regione che bascula tra Cuffaro e Lombardo, con un Partito democratico che si danna per tenere in piedi il sistema. Quello della casa di Favara che crolla e fa due morti, quello della frana di Messina che seppellisce 37 persone, quello della Fiat di Termini Imerese che chiude, della Keller che smobilita, dell'Italtel che fa le valigie. Il sistema che lascia sui tetti 16 operai dell'indotto Fiat con le loro lettere di licenziamento in tasca; il sistema che si organizza per sgomberare i centri sociali - come è recentemente accaduto con il Laboratorio Zeta di Palermo - e lasciare per strada l'immondizia. Cuffaro, da tragediattore qual è, ha subito indossato i panni dello stoico, lasciando l'incarico che aveva nel partito e consentendo al segretario Lorenzo Cesa di affermare che il suo gesto è «più eloquente di ogni nostra parola». Un profluvio di aggettivi, del resto, era stato utilizzato in occasione dell'assoluzione di Calogero Mannino, lo scorso 14 gennaio, quando la Cassazione aveva messo la parola "fine" sulla lunga vicenda giudiziaria dell'ex ministro democristiano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, lo stesso reato per il quale Cuffaro - che di Mannino è l'allievo più riconoscente - è indagato in una seconda indagine della Dda di Palermo, sulla quale il gup dovrà pronunciarsi il prossimo 5 febbraio. Non è un mistero che in Sicilia - con l'esclusione di qualche testa calda - sono considerati due correnti interne all'area cuffariana e a quella lombardiana. Il programma politico della ex opposizione alla Regione è la rinuncia a costruire una propria identità e anche la rinuncia alla parola: passano ore dalla sentenza Cuffaro e nessuno del Pd trova qualcosa da dire, neanche far notare a Cuffaro, il quale ieri ha ribadito di rispettare le sentenze, che l'unico modo di tener conto del pronunciamento dei giudici è dimettersi, innanzitutto da senatore. Tocca al coordinatore di Sinistra ecologia libertà, Claudio Fava, sottolineare questo argomento di buon senso e aggiungere: «Cuffaro è diventato senatore della Repubblica per mettersi al sicuro dalla giustizia: è una vergogna per tutto il Paese», per quasi tutto il Paese.

 

«Banda armata». Trentasei camicie verdi alla sbarra - Paola Bonatelli

VERONA - Forse questo processo «non breve» sarà spazzato via dal decreto già approvato dal senato, o forse, visto quant'è durato - 12 anni dal primo rinvio a giudizio (1998), 14 dall'inizio dell'inchiesta - andrà in prescrizione nel 2013. Ma intanto la giudice per le indagini preliminari Rita Caccamo, del tribunale di Verona, ha rinviato a giudizio, per «costituzione di banda armata» 36 «guardie nazionali padane», a cui contesta la «pericolosità del comportamento». Certo non per l'uso della famigerata «camicia verde», quanto per le modalità di reclutamento, gli elenchi degli iscritti dotati di porto d'armi, il contenuto delle intercettazioni telefoniche. Sono quasi tutti militanti o al massimo appuntati, dato che le posizioni dei deputati, al parlamento italiano o a quello europeo, sono state negli anni stralciate. Tra i 36 però qualche nome eccellente c'è: Giampaolo Gobbo, segretario nazionale della Lega e sindaco di Treviso, il deputato veronese Matteo Bragantini - già condannato in via definitiva a due mesi per propaganda razzista, insieme al sindaco Flavio Tosi e ad altri quattro esponenti del Carroccio scaligero - e poi, ancora tra i veronesi, il consigliere comunale Enzo Flego. Ma anche Alberto Mazzonetto, consigliere comunale a Venezia, e Marco Formentini, ex sindaco di Milano. Tra quelli che se la sono cavata i ministri Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, e i deputati e/o senatori Mario Borghezio, Enrico Cavaliere, Giacomo Chiappori, Vito Gnutti, Giancarlo Paglierini, Francesco Speroni e Luigi Vascon. Il processo, che riprenderà il primo ottobre, partì nel 1996 da un'inchiesta della procura scaligera, coordinata dal procuratore Guido Papalia (oggi a Brescia) Ma a sostenere l'accusa alla riapertura del processo sarà Angela Barbaglio. Sulle dichiarazioni rilasciate ieri a seguito del rinvio a giudizio, da Gobbo (imputato cui Strasburgo negò l'immunità), che parla di «fantapolitica», a Flego (imputato), il quale sostiene che questa storia viene tirata fuori ad ogni elezione, dal ministro-candidato al governo della Regione Luca Zaia, «la giustizia dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime» fino al sostegno del Pdl con Marino Zorzato, bisogna chiarire invece che il procedimento non è andato a rilento per guasti giudiziari o per colpa delle toghe rosse, come viene insinuato. La causa sta nel tempo speso per dirimere le questioni sul conflitto tra i poteri dello Stato, cioè sull'immunità dei politici coinvolti. La Corte Costituzionale, chiamata ad esprimersi, negli anni, per ben tre volte, ce ne mise quasi cinque per rispondere al primo ricorso. L'ultima decisione, riguardante il definitivo non luogo a procedere per otto deputati, è arrivata solo nel dicembre scorso.

 

Tornano gli ostinati no Tav: «Resisteremo altri 20 anni» - Mauro Ravarino

SUSA (TORINO) - Li sentiranno fino a fondo valle, forse pure a Torino. A vederli sembrano una grande orchestra, senza il bisogno di un direttore. I campanacci dei montanari risuonano come i tamburi della Bugiard band («dedicata alle frottole che raccontano i governanti») e il battere a ritmo sul guardrail della statale è una di quelle melodie che si fissa in testa. Per nulla fastidiosa. E se ci sei in mezzo non ti accorgi nemmeno del freddo di un sabato alpino, ti fai trasportare dal fiume di gente che invade Susa, 40 mila persone per dire ancora una volta no alla Tav. Alberto Perino, leader storico, è raggiante, sale sul trattore che apre il corteo, prende il microfono: «Diranno che siamo quattro gatti», esclama con un sorriso sornione. E il primo spezzone della marcia gli risponde con un sonoro «Miao». Quella della Val Susa è una lotta radicale ma piena di ironia. «Dicevano - commenta Perino - che il movimento era diventato minoritario, che i sindaci non c'erano più. Ecco il movimento più vivo che mai, ecco i sindaci. In Francia e Spagna ci sono altre due manifestazioni. E qui c'è tutta la nostra valle. Siamo solo un po' matti e davvero ostinati. Abbiamo resistito vent'anni e vedrete che ne resisteremo altri venti». E propone una sua teoria: «In un mondo che si suicida, che devasta l'ambiente, solo i matti possono salvarlo». In testa al corteo due asini, sul dorso una scritta: «Sono sempre un po' depresso continuano a chiamarmi Chiamparino e Bresso». D'altronde, sulla manifestazione «Sì Tav» con Pd e Pdl al caldo del Lingotto (oggi, ndr) i commenti dei manifestanti non possono che essere negativi, spesso mugugni. Segue il grande striscione «La Valle che resiste» con stampati Asterix e Obelix, beniamini del movimento. Di gente ne è venuta proprio tanta, il presidio Maiero-Meyer si riempie subito. «Ci siamo mobilitati perché non vogliamo che il nostro territorio diventi preda della mafia» racconta una signora, con una bandiera No Tav al collo. Lo dice senza retorica, di 'ndrangheta la valle ha già patito (il consiglio comunale di Bardonecchia commissariato per infiltrazione mafiosa). «Oggi è una giornata importante, dobbiamo continuare in modo coeso e pacifico» spiega Giorgio, elettricista. Francesco Siro è un consigliere della Comunità montana: «Gli amministratori locali sono in maggioranza contrari. Nell'ultimo mese abbiamo votato una delibera contro la Tav sottolineando l'esaurimento del ruolo dell'Osservatorio. Ventitré sindaci l'hanno capito e si sono ritirati dall'organismo». Poco più avanti spunta Gianni Vattimo, europarlamentare Idv: «Ho sollevato al Parlamento europeo la palese irregolarità dei sondaggi geognostici. Senza il consenso della popolazione e senza informare i sindaci». Delle trivelle che hanno sconvolto l'ultima settimana al costo di 6 milioni di euro (il doppio rispetto al previsto) non c'è traccia. «Ma torneranno e vedrete noi saremo di nuovo lì a bloccarle», rassicura un ragazzo. Nel corteo che si snoda fino al centro di Susa un gruppo di bambini canta «La valle è bella non vogliamo la trivella». Altri: «No alle trivelle, col buco vogliamo solo le ciambelle». Il cielo è coperto, ma la marcia non perde l'entusiasmo. Lele Rizzo è uno degli esponenti più rappresentativi della lunga lotta, è stato il fondatore di uno dei primi comitati, quello di Bussoleno. Arriva dall'Askatasuna: «Senza mai voler mettere la nostra bandiera, a noi interessa che la valle vinca». E continua: «I presidi dei giorni scorsi non sono altro che la punta di un iceberg. Oggi è la risposta politica e la partecipazione testimonia quanto è grande il consenso». A esprimere una vicinanza diretta ai no Tav sono venuti spezzoni di tante battaglie a difesa dell'ambiente. C'è Giancarlo che la provenienza la scrive a caratteri cubitali su un cartello: Friuli, Palmanova. «La Val Susa è un esempio di civiltà. Anche da noi vogliono costruire un tunnel di 25 chilometri». Aldo arriva, invece, da più vicino, Alice Castello, vercellese, con il movimento Valledora: «Il nostro è un territorio da colonizzare, perché spesso silente. Oltre alle scorie nucleari, ogni nuova cava diventa una discarica». La manifestazione scorre rumorosa e vivace. Tutto tranquillo. Tranne una macchina carica di caschi e manganelli, avvistata dai manifestanti alla partenza: «Una provocazione, abbiamo avvisato il questore ed è sparita». In mezzo alle bandiere no Tav sono sparse quelle della Fiom. Per Giorgio Airaudo, segretario torinese, «in tempi di crisi non si capisce perché spendere soldi per un'opera non prioritaria, si deve investire su una produzione compatibile». E la Tav sarà sul tavolo delle regionali. «I due candidati, Bresso e Cota - spiega Paolo Ferrero, Prc - sono entrambi pro Tav. Certo, tra i due c'è differenza. Però l'unico accordo possibile con il centrosinistra è tecnico. A noi interessa stare nel movimento». La marcia arriva in centro che è già buio. Ma il suo ritmo si sentirà a lungo.

 

Leggi salva-premier, «a rischio anche i processi all'amianto» - Sara Farolfi

Sergio Bonetto è l'avvocato di parte civile nei processi torinesi ThyssenKrupp e Eternit. Trent'anni di esperienza sulle spalle come avvocato del lavoro - buona parte dei quali dedicati alle vittime dell'amianto - prima di pronunciare «parole grosse» ci pensa due volte, «ma questa volta è proprio il caso di dirlo, che se passa così com'è la legge sul processo breve è obiettivamente eversiva, perché non esisterebbe più un processo con una ragionevole garanzia di essere portato a termine». E la cosa paradossale - continua Bonetto - è che se ne potrebbe guadagnare in produttività: «Certo, condannando a raffica tutti i poveracci che non si difendono e lor signori invece no». La legge sul processo breve rischia dunque di insabbiare i processi per le morti sul lavoro? Non è tanto un rischio, l'attuale stesura - e speriamo che non sia definitiva - equivale a una sorta di amnistia. I processi penali in materia di lavoro hanno una caratteristica, che consiste nel fatto che spesso sono necessarie consulenze tecniche. Non c'è nessuna logica nell'individuare una tempistica obbligata, è un'assurdità. Persino nel caso Thyssen, se facciamo una consulenza, andiamo fuori tempo per tutti. I famigliari delle vittime della Thyssen hanno lanciato l'allarme: se passa la legge il processo sarà menomato e resterà solo l'amministratore delegato, l'unico con una condanna superiore a dieci anni. Un'altra delizia: il processo che si sdoppia, per alcuni è breve, per altri è un po' più lungo, e si tratta di diversi imputati in relazione agli stessi fatti. È delirante, se ci si pensa. Ma il rischio di andare oltre i termini sussiste anche per i processi più lunghi. Basterebbe convincere la Corte che è necessaria un'altra perizia e siccome le perizie non durano mai meno di 4-6 mesi, il rischio di superare i termini c'è in ogni caso e per tutti. E il caso Eternit? È un esempio di quello che ho appena detto. In teoria, trattandosi di un'imputazione per disastro doloso (oltre all'omissione dolosa di misure di sicurezza) che prevede una pena di dodici anni, non dovrebbe rientare nell'amnistia, ma è improbabile che, accusati di avere inquinato mezza Italia con l'amianto, la difesa dei due imputati non richieda al tribunale un'altra perizia. Non solo: la difesa ha indicato per ora 3500 testimoni, basterebbe che la Corte ne ascoltasse anche solo un quarto per non rientrare nei tempi previsti. Anche per la Thyssen: mancano ancora un centinaio di testi per la difesa e siamo a 55 udienze. O la corte d'assise li riduce oppure siamo a rischio. Del processo Umbria Olii, che ha richiesto tre anni solo per essere allestito, cosa ne sarebbe? C'è l'imputazione di omicidio colposo, siamo nei limiti imposti di due anni, e quindi dovrebbe sparire. Ha un'idea di quanti potrebbero essere i processi a saltare? In materia di infortunistica sul lavoro quasi tutti. E anche quelli che sopravvivono in primo grado, rischiano poi d'incartarsi in appello, dove non è infrequente per la Corte decidere di fare una nuova consulenza per controllare quella di primo grado. Il messaggio è chiaro: forse è meglio che lasciate perdere i processi perché tanto non ve li lasciamo fare. C'è un problema di lunghezza eccessiva dei processi, anche nel caso delle morti sul lavoro? C'è un problema che è dato dal carico di lavoro dei giudici e, non ultimo, dal fatto che mentre i poveracci hanno avvocati che si fanno imporre i rinvii dal giudice, chi può permettersi bravi avvocati può tirarla più facilmente per le lunghe. Circola voce tra l'altro che tra i progetti di Berlusconi ci sia anche quello di vietare ai tribunale di tagliare la lista dei testimoni della difesa. Oggi il giudice può valutare se è il caso di sentirli o no, domani potrebbe essere tenuto a sentirli tutti, e se io ti compilo la lista con l'elenco del telefono ho anche risolto il problema di fare il processo. Sarebbe stato più ragionevole tagliare i termini di prescrizione, sempre di amnistia si sarebbe trattato, ma così si ottiene lo stesso risultato scaricandone la responsabilità sui giudici. È come se avessero detto: tutti i reati si prescrivono in due o tre anni da quando comincia il processo. 'Processati di tutta Italia unitevi', questo è il messaggio che passa.

 

Lavoro schiavo - Antonio Onorati

La rivolta dei braccianti di questi giorni, continua ad essere inquadrata come un problema d'ordine pubblico dovuto all'assenza dello Stato. Ma questo non corrisponde assolutamente a quello che succede. Lo Stato, anzi gli Stati, ci sono e portano tutta intera la responsabilità. Quella - semplice da comprendere - come la costruzione di un quadro giuridico che finisce per facilitare la totale disarticolazione del mercato del lavoro e la sua facile gestione da parte di gruppi criminali. Ma una responsabilità ben più grave è quella che deriva all'Italia ed all'Unione Europea, dall'aver costruito e rafforzato con denari pubblici un modello agricolo ed agro-alimentare che, pretesamene vocato ad affermarsi sul mercato mondiale e lanciato nella competizione globale con l'illusione della sua concorrenzialità, si ritrova ad un passo dalla sua implosione sotto le mazzate delle diverse crisi che si sono accumulate nel tempo recente e, ancora più gravemente, demolito proprio dal suo interno dalle logiche che lo hanno guidato e lo guidano ancora: l'idea, sbagliata, che aranci, clementine, pomodori, zucchine, latte, pesche o mele potessero essere prodotte «con profitto» in modo industriale da un numero sempre più ristretto di aziende agricole, comunque sempre più dipendenti da fattori esterni, siano essi l'energia, i pesticidi o i concimi a monte o l'industria agroalimentare e la GDO a valle. I prezzi a ritroso, imposti prima di tutto agli impoveriti consumatori dalle grandi catene commerciali e via via fino alle aziende agricole (non necessariamente la catena è lunga, non c'è molta differenza dal prezzo pagato dalla GDO e dall'intermediario grossista del paese), che, producendo con un prezzo imposto, possono tagliare l'unico costo che controllano, quello della forza lavoro. E questo vale se nei campi c'è solo il contadino, suo figlio o sua moglie o il bracciante irregolare. Ecco l'agricoltura italiana: da 1,6 milioni di occupati nel 1992 a 850.000 nel 2009. Tra il 2000 ed il 2007 abbiamo perso il 22% delle aziende agricole, ma solo poco più de 2% della superficie agricola, infatti è aumentato il numero di tutte le aziende con una superficie maggiore di 30 ettari, cioè chi è restato si è ingrandito «per vincere la concorrenza». Sempre nello stesso periodo il reddito lordo standard (una misura estimativa) delle aziende con una superficie superiore a100 ettari è aumentato del 60%. E questo da anche l'idea perché le varie mafie investono soldi in agricoltura, non solo per riciclare o approfittare dei premi comunitari ma anche perché oltre una certa dimensione comunque - se puoi tagliare i costi di produzione, cioè i costi del lavoro - ci si guadagna bene. La situazione in Calabria, Puglia ma anche nelle piane del Lazio o nelle stalle della Lombardia o del Veneto si ripropone, con livelli d'abuso diversi ma attraverso gli stessi meccanismi, in Andalusia per le fragole (con il «contratación en origen») o in Francia, nelle Bouche du Rhone ( i contratti «OMI»). Meccanismi simili perché simile è il modello agricolo: un'agricoltura industriale risultato di mezzo secolo di politiche pubbliche. Politiche imposte oggi alla Romania, paese membro dell'Unione Europea dove un'agricoltura familiare di piccolissima scala, che è riuscita ad attraversare l'era Ceausescu viene quasi annientata dall'applicazione della PAC provocando l'esodo dalle campagne verso le serre spagnole o di Latina (Mircea Vasilescu, 2006). Politiche imposte ai paesi africani dove l'Unione Europea stessa dice: «Occorre liberalizzare i mercati agricoli sulla base di una liberalizzazione reciproca» (UE, 2007) ma poi mette tutti sull'avviso che ad esempio «L'avvenire delle esportazioni nordafricane di prodotti agricoli è compromesso...». Infatti aumentano le importazioni alimentari dei paesi africani. Quelle dell'Africa francofona in 10 anni sono aumentate di oltre l' 80% ma la quota dell'Africa negli scambi mondiali in venti anni è scesa dal 2% al 1,6% del totale. E giusto per avere un'idea di come funziona: il latte importato costa intorno ai 200 FCFA in Senegal, ma il costo di produzione locale di un litro di latte non scende mai sotto i 400 FCFA. Certo che anche in questi paesi le elite dominanti approfittano della liberalizzazione, ad esempio in Tunisia il 2% delle aziende agricole controlla più del 60% delle terre coltivate e fertili. In Marocco in 20 anni il numero totale delle aziende agricole è diminuito del 22% ma nello stesso periodo il numero delle grandi aziende è aumentato del 10% circa. E la Banca Mondiale stessa, all'origine dei duri processi di liberalizzazione e industrializzazione delle agricolture , deve riconoscere «L'agricoltura contadina, di autoconsumo ed approvvigionamento del commercio di prossimità saranno toccati duramente della rottura del tessuto sociale e delle attività economiche degli spazi rurali dove loro completano sia il reddito necessario alla famiglia che i ciclo produttivo...» (Banque Mondiale, 2002). Saranno questi deportati economici a finire nei campi di pomodori e clementine, nelle serre dove si coltivano fragole ed insalata senza terra, con le flebo di chimica. In questi paesi le politiche pubbliche imposte nell'ultimo quarto di secolo hanno prodotto il crescente processo di privatizzazione della terra e la difficoltà di mantenerne il controllo da parte dei piccoli contadini, la predazione delle risorse naturali fondamentali per l'agricoltura (acqua, foreste, fertilità, biodiversità,), taglio egli investimenti pubblici per l'agricoltura familiare e smantellamento delle protezioni del mercato interno agroalimentare, riduzione delle rese e della produzione agricole, distruzione dell'economia rurale con esodo e rottura del tessuto sociale del paese stesso, conquista del mercato interno alimentare da parte della GDO multinazionale ed il conseguente crollo dei redditi familiari rurali. Quindi siamo di fronte ad un problema globale e nazionale di politica agricola ed alimentare di cui gli Stati portano tutta intera la responsabilità. Da parte loro le organizzazioni agricole, come il Cordinamento Europeo della Via Campesina (CEVC), chiedono che la «Unione europea garantisca il rispetto da parte degli Stati delle condizioni di lavoro della manodopera agricola, in particolare stagionale, anche negando agli Stati che non rispettano gli obblighi minimi in materia di lavoro salariato stagionale agricolo i fondi di supporto all'agricoltura». La mobilitazione e la solidarietà continua. Prossimo appuntamento del Coordinamento Europeo della Via Campesina a Torino dal 29 al 31 gennaio, un incontro di lavoro, facilitato da Associazione Rurale Italiana, per licenziare la piattaforma europea sul lavoro schiavo in agricoltura.

 

Merci che puzzano - Michele Giorgio

RAMALLAH - «Il 2010 sarà un anno decisivo per ripulire i mercati palestinesi dalle merci prodotte nelle colonie israeliane che occupano le nostre terre». Lo scorso 7 gennaio, dopo aver pronunciate queste parole, il premier dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad sollevò un pacco con un marchio in lingua ebraica, rendendolo ben visibile alle telecamere delle rete televisive presenti, e lo lanciò verso una catasta in fiamme di prodotti degli insediamenti colonici sequestrati in quel periodo. In linea con la posizione del presidente Abu Mazen di rifiuto dei negoziati con il governo israeliano sino a quando la colonizzazione non cesserà completamente, Fayyad ha avviato una campagna di boicottaggio dei prodotti dei «settler» nei territori controllati dall'Anp (di fatto solo le principali città cisgiordane). Ha anche creato il «Fondo per la dignità nazionale», gestito dal ministro dell'economia Hassan Abu Libda, per «risarcire» i commercianti palestinesi che si sono visti sequestrare le merci che avevano comprato dai coloni. «Abbiamo confiscato e distrutto sino ad oggi prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici per un valore di 1.5 milioni di dollari», ha riferito Abu Libda di recente alla Camera di commercio di Nablus, aggiungendo che le colonie israeliane vendono annualmente nei Territori occupati merci per 500 milioni di dollari. Spinti anche dall'urgenza di ridare credibilità ad Abu Mazen, che ancora paga per la decisione (poi revocata) presa alla fine dello scorso anno di congelare il voto del Consiglio dei diritti umani dell'Onu sul rapporto Goldstone relativo ai «crimini di guerra» commessi da Israele a Gaza un anno fa, i dirigenti dell'Anp ora puntano sul boicottaggio delle colonie e chiedono il massimo del rigore ai commercianti, non mancando di minacciare pesanti sanzioni. Allo stesso tempo non mettono minimamente in discussione il Protocollo di Parigi - che lo scomparso presidente Yasser Arafat firmò dopo gli accordi di Oslo - che garantisce a Israele il controllo dell'economia dei Territori occupati. «L'Anp non rigetta le merci provenienti dal territorio israeliano ma solo quelle prodotte nelle colonie», ha messo in chiaro Abu Libda negando l'intenzione di boicottare Israele. La precisazione non è bastata al premier dello Stato ebraico Benyamin Netanyahu che ha prontamente etichettato la campagna dell'Anp «un incitamento contro lo Stato di Israele» nonostante riguardi solo le colonie, illegali per le risoluzioni internazionali e che continuano ad esportare in tutto il mondo con il marchio «Made in Israel». E' una nuova Intifada palestinese contro l'occupazione, fatta di boicottaggi commerciali, lotte popolari non violente, di collaborazione con le organizzazioni della sinistra israeliana più radicale e che vede anche una partecipazione dell'Anp? E' difficile affermarlo di fronte ad un governo palestinese debole, ambiguo nelle sue politiche e pesantemente condizionato dagli aiuti internazionali che garantiscono la sua sopravvivenza in cambio della «lotta al terrorismo» (Hamas). Pesa anche lo scontro tra l'Anp e il movimento islamico che spacca politicamente e territorialmente i palestinesi. Israele in ogni caso già vede la «terza Intifada». I giornali in lingua ebraica hanno riferito e commentato con preoccupazione nei giorni scorsi le proteste (non violente) contro il muro in Cisgiordania e le occupazioni (da parte dei coloni) di case arabe a Sheikh Jarrah (Gerusalemme) che mettono dalla stessa parte attivisti palestinesi, israeliani e stranieri e riscuotono crescenti consensi internazionali. L'Anp comunque non poteva più sottrarsi alle pressioni della società civile palestinese per l'adozione di misure incisive contro la colonizzazione. «Ritengo il boicottaggio delle colonie israeliane un primo passo nella giusta direzione ma non basta perché è l'atteggiamento complessivo dell'Anp nei confronti di Israele e delle sue politiche che deve mutare se i palestinesi vogliono liberarsi dell'occupazione», sostiene l'opinionista Omar Barghuti, uno dei principali esponenti della campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» (Bds) lanciata a livello mondiale per spingere Israele a rispettare le risoluzioni internazionali. A minare le fondamenta della campagna dell'Anp contro le colonie israeliane è la «mancanza di alternative», in particolare quando si parla di forza lavoro e di possibilità reali di occupazione nei Territori occupato. Secondo i dati dell'Ufficio palestinese per le statistiche, dei 529mila lavoratori in Cisgiordania 76mila sono occupati nelle colonie, in maggioranza proprio nei cantieri edili che servono ad espanderle. Tra questi diverse migliaia hanno partecipato e partecipano ancora alla costruzione del muro israeliano in Cisgiordania. «Non mi piace lavorare per i coloni che mi umiliano, ma una giornata di lavoro qui mi viene pagata anche 200 shekel (50 dollari) mentre nelle nostre città non mi darebbero più di 80 shekel (20 dollari) per lo stesso lavoro», spiega Farid Abdel Hadi, 37 anni di Ramallah, che alle 3, quando è ancora notte fonda, si mette in fila davanti ai posti di blocco militari nella speranza di superare i controlli e guadagnarsi una paga giornaliera da manovale. Farid, come altri lavoratori, assicura di essere pronto ad accettare un compenso più basso pur di boicottare le colonie israeliane ma chiede un lavoro garantito nelle centri abitati palestinesi. «Ho una famiglia da sostenere», aggiunge. Non pochi ora pensano alla costituzione di un altro fondo speciale, tale da garantire aiuti alle famiglie dei lavoratori che rinunceranno ad andare nelle colonie. L'Anp da parte sua dovrebbe spostare in questo fondo una parte dei finanziamenti che riceve da Europa e Stati uniti. «Non avverrà mai, non ci credo - taglia corto Omar Barghuti - Ue e Usa versano quei fondi proprio per controllare l'Anp, per addomesticarla, per spingerla a investire nella sicurezza e non nell'interesse dei cittadini palestinesi». Un passo volto a boicottare le colonie, non concordato con gli sponsor internazionali, afferma, «avrebbe pesanti conseguenze per Abu Mazen e i suoi uomini».

 

Solo Tony Blair vede l'economia palestinese in crescita - Michele Giorgio

RAMALLAH - Ormai vicino alla fine del suo incarico di inviato speciale del Quartetto per il Vicino Oriente, l'ex premier britannico Tony Blair ha enfatizzato, specie in questi ultimi mesi, la «rinascita» dell'economia dei Territori occupati palestinesi, grazie, a suo dire, all'«allentamento» della pressione delle forze militari israeliane. Tenendo presente che Blair, e non solo lui, tengono chiusa in un cassetto la situazione drammatica di Gaza - isolata, devastata dall'offensiva «Piombo fuso» di un anno fa e dove non è ancora partita la ricostruzione a causa delle forti limitazioni israeliane all'ingresso di materiali per l'edilizia -, appare eccessivo anche l'ottimismo che circonda i dati economici relativi alla Cisgiordania controllata dall'Anp di Abu Mazen. Non sono state ancora rese note le ultime statistiche ufficiali ma è evidente che l'economia dei Territori occupati resta debole, paralizzata dalle strette maglie delle misure di sicurezza imposte dall'occupazione militare. La «pace economica» proposta ai palestinesi dal governo di Benyamin Netanyahu non è andata oltre la rimozione di una sessantina di posti di blocco militari in Cisgiordania. Ne rimangono operativi altri 570 (lo dicono le statistiche di Ocha-Onu) mentre le facilitazioni per i potenziali investitori locali e internazionali nei Territori occupati - annunciate alle conferenze economiche di Betlemme e Nablus - sono rimaste sulla carta. Così, se da un lato il Pil palestinese è cresciuto di un (ufficioso) 7% nel 2009, il reddito pro capite si annuncia persino più basso dei 1.284 dollari del 2008 (era a 1.621 nel 1999). Lo sviluppo genericamente indicato dal Pil non è perciò in grado di tenere il passo della crescita demografica e dell'ingresso di tanti giovani palestinesi nel mercato del lavoro. La disoccupazione nel 2008 era al 28.%5 ed è rimasta sostanzialmente immutata nel 2009 e, peraltro, il dato ufficiale non corrisponde a quello reale, decisamente più preoccupante. La causa vera dell'approfondirsi della crisi dell'economia palestinese è la difficoltà che incontrano l'agricoltura e l'industria, quindi la produzione vera, a risollevarsi, poiché questi due settori sono i più direttamente colpiti dalle misure restrittive israeliane. L'aumento del Pil palestinese infatti è dovuto soprattutto alla crescita dei servizi. Da parte sua l'Anp non riesce a svolgere una reale funzione di impulso all'economia visto che almeno un un terzo delle sue risorse sono destinate alle forze di sicurezza e una buona fetta dei rimanenti due terzi viene spesa per il pagamento degli stipendi. Non si può inoltre non tenere presente che l'Anp continua a sopravvivere soltanto grazie alle donazioni internazionali e alla raccolta dell'Iva e dei dazi doganali che passa prima per le mani di Israele. Nel 2008 l'Anp ha ricevuto 651 milioni di dollari dalla Ue, 526 dai paesi arabi, 300 dagli Usa, 283 dalla Banca mondiale e altre decine di milioni di dollari da vari paesi donatori.

 

Per Haiti: poca scena e molti aiuti - Marinella Correggia

«Cuba è disposta a cooperare sul campo con tutte le nazioni che vogliono aiutare il popolo haitiano e salvare quante più vite umane possibile, considerando che ha il personale e l'infrastruttura necessaria»: questa la disponibilità offerta dal governo cubano fi dai primissimi giorni dopo il terremoto. Cuba appare il paese più titolato a prestare soccorso agli haitiani. Non solo per la vicinanza geografica, ma per la cooperazione in atto nel paese, per la specializzazione delle sue risorse umane, il loro costo moderato e l'abitudine alle brigate internazionali di solidarietà. Negli ultimi anni la solidarietà internazionale di Cuba è stata sostenuta finanziariamente dal Venezuela nel quadro dell'Alternativa bolivariana per le Americhe (Alba) avviata appunto da Caracas e dall'Avana. Quest'alleanza regionale fondata sulla cooperazione anziché della competitività, di cui fanno parte anche Nicaragua, Bolivia, Ecuador e alcuni piccoli stati caraibici (e l'Honduras pre-golpe), ha mandato aiuti alimentari e personale civile anziché le truppe, come hanno fatto gli Usa. «Per accompagnare i nostri aiuti sono bastati due o tre soldati», ha precisato polemicamente Hugo Chavez. Il Venezuela è stato fra i primi paesi a mandare cibo, attrezzature mediche, sistemi per la depurazione dell'acqua, personale di emergenza, passando per la Repubblica Dominicana per evitare le restrizioni imposte dagli Usa all'aeroporto di Port-au-Prince. Caracas, inoltre, sta rifornendo Haiti di petrolio: «Daremo tutto il carburante di cui hanno bisogno» ha aggiunto Chavez, per l'utilizzo nelle centrali elettriche e nei trasporti pubblici. Del resto dal 2007 Haiti fa parte come gli altri paesi caraibici dell'iniziativa venezuelana Petrocaribe, per la fornitura di carburante a prezzi scontati. Quanto ai cubani, già prima del terremoto e sempre con il sostegno finanziario del Venezuela avevano aperto vari Centri di salute integrale, operato agli occhi quasi 50mila haiotiani nel quadro della Missione Milagro» e assistito oltre 100mila parti (in un paese che ha uno degli indici di mortalità infantile più alti del mondo). Così erano già 400 i medici cubani a Haiti al momento della scossa e hanno potuto iniziare subito la loro opera. Poi sono arrivati sia rinforzi medici, sia le squadre specializzate nelle emergenze, con materiali, medicine, cibo e sacche di siero e plasma. Già prima era in atto anche la collaborazione nel campo dell'istruzione, grazie alla quale erano stati alfabetizzati sul posto 160mila haitiani (Cuba ha un metodo di insegnamento veloce ed economico riconosciuto come eccellente dall'Onu). Un altro tipo di aiuto è quello promosso dal «Grupo de energias renovables» della facoltà di Ingegneria meccanica di Santiago de Cuba (in collaborazione con la ong italiana «Oltre il confine»), che da anni promuove ad Haiti la costruzione di cucine solari. Anche il movimento contadino internazionale «La Vía Campesina») sta raccogliendo fondi da canalizzare attraverso i suoi aderenti haitiani.

 

La Stampa - 24.1.10

 

Trasversali e pacifici l'onda dei No Tav - Maurizio Tropeano

SUSA (TORINO) - Numeri, tanti numeri. Servono numeri per dimostrare che il movimento No Tav non è morto, non è residuale «perché non siamo i trecento delle Termopili». Lo gridano da una settimana ma per dimostrarlo ci vuole la prova del nove. E così al bivio che separa la statale che porta verso la Francia dal presidio dell'autoporto di Susa gli occhi delle vedette No Tav che nelle notti della scorsa settimana inseguivano le trivelle adesso si illuminano ad ogni passaggio di persone e bandiere. I numeri dicono che il popolo No Tav è tornato. «Siamo i quarantamila della Valsusa contro la Tav», urla Alberto Perino, uno dei volti più noti della protesta. Le forze dell'ordine - presenza discreta per una manifestazioni pacifica - parlano di ventimila persone. Ma al di là delle cifre il segnale politico è netto e lo coglie Mario Virano presidente dell'Osservatorio Torino-Lione: «La manifestazione suggerisce a chi è a favore dell'opera di non perdere di vista la complessità della questione del consenso». Già, perché quello di ieri era veramente il popolo che si può incontrare in una festa paesana. Ci sono i «montanari imbizzarriti» come li hanno chiamati che si portano dietro i figli, i nonni, i bebè. E le proprie professioni. Operai che dopo il turno in fabbrica vanno al presidio. Impiegati comunali. E piccoli imprenditori che hanno tirato su una micro-economia di valle incentrata sul cibo. Claudio Maritano con il suo pane bio è uno di loro come il torrefattore che manda il caffè in Vaticano o i viticoltori di Chiomonte. Ci sono gli agricoltori «preoccupati dei tanti cantieri che potrebbero sorgere in aree fertili», come informava una nota della Coldiretti di Sant'Ambrogio. E poi ci sono quelli della metropoli. Anche qui famiglie, gli studenti dell'Onda, quelli di Askatasuna, gli anarchici. Una minoranza rispetto ai montanari ma integrata in quell'esperienza di democrazia partecipata che dalla Valsusa è arrivata ai No Dal Molin di Vicenza. E ci sono i politici a caccia del consenso (Rifondazione con il segretario Fererro, Sinistra Critica, i Grillini, l'europarlamentare Idv Gianni Vattimo) ma «non hanno capito che non li votiamo», spiega un manifestante quando li sente parlare dal palco di piazza del Sole di Susa. C'è anche la Fiom. Ma soprattutto ci sono di nuovo i sindaci. Senza fascia tricolore ma ci sono. Una ventina dei 24 ribelli della Valsusa. E c'è il presidente della Comunità Montana, Sandro Plano. Processato dal Pd per l'alleanza con i No Tav. L'hanno accusato di comportarsi come un imam in una chiesa e lui risponde: «Arrivo dalla Dc e al massimo sono un sacerdote in una moschea. Ma non hanno capito che l'Osservatorio non ha convinto i valsusini: restiamo contro l'opera». I democratici potranno anche commissariare il partito valsusino come sta pensando di fare il segretario regionale Gianfranco Morgando ma «di questo popolo solo il 10 per cento ci vota», precisa Plano. E dunque il problema dell'opposizione alla Tav resta: «Sarà una lotta lunga, la madre di tutte le battaglie sarà la presentazione del tracciato», urlano dal palco. Da ieri notte le vedette sono in azione. I No Tav si aspettano blitz con installazioni delle trivelle nelle stazioni di Avigliana, Bruzolo, Sant'Antonino di Susa. Trivelle che forse, per ora, resteranno nei magazzini. Scelta tattica perché ieri il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, ha ribadito che la Torino-Lione si farà. Spiega: «E' curioso che una minoranza pensi di poter bloccare un'infrastruttura di simile rilevanza. E poi chi si oppone non è una massa ma una piccola parte, fra il 2 e il 5%».

 

Pdl, un Piano-casa contro i feudi rossi - Ugo Magri

AREZZO - Cresce l'appetito del Cavaliere in vista delle elezioni. Sta mettendo al sicuro il risultato in certe Regioni chiave. E ora prepara qualche gioco di prestigio, tipo coniglio dal cilindro per colpire la fantasia collettiva e spiazzare la campagna avversaria. Tremonti mette l'Italia sull'avviso: «Credo che il presidente del Consiglio elabori idee forti nell'interesse dei cittadini...». I denari mancano, precisa subito il responsabile dell'Economia, dunque niente mance elettorali. Pare piuttosto che Berlusconi voglia rilanciare il suo piano casa, compresa la possibilità di ampliare le cubature fino al 35 per cento. Servono leggi regionali, alcuni governatori «rossi» hanno fatto orecchie da mercante, il premier darà ordine ai suoi candidati di sottoscrivere un «Patto con gli italiani»: se saranno eletti, basta con lacci e lacciuoli, i costruttori stapperanno champagne. A 64 giorni dal voto, Berlusconi lancia la carica. Tutti i dubbi strategici sono spazzati via, obiettivo non è più vincere ma stravincere. E pazienza se la spallata dovesse abbattere l'unico possibile interlocutore sull'altra sponda, quel Bersani che non può esordire da segretario Pd con una débacle. Se sarà trionfo, segnala Tremonti, seguiranno «tre anni di tregua e di pace, il tempo giusto per fare le grandi riforme». La Terra Promessa berlusconiana passa per gli accordi regionali con l'Udc perché «dopo il 28 marzo Obama ti chiamerà per complimentarsi delle tante Regioni conquistate», racconta Gasparri di aver detto a Silvio, «non per sapere quanti sono gli assessori centristi...». Così non solo il premier rinfodera i propositi di tagliare i ponti con Casini, ma ci sta facendo business. Era in dubbio l'alleanza in Calabria? Ora è di nuovo dietro l'angolo. I centristi in Puglia guardavano a sinistra? Adesso non più, salvo una miracolosa vittoria di Boccia alle primarie Pd, i seguaci di Casini convergeranno col Pdl. Può essere che salti la trattativa in Campania, ma Berlusconi non ci perderà il sonno perché «i napoletani mi amano, lì vinceremo lo stesso». Smentisce con sdegno Palazzo Chigi che il Cavaliere voglia infarcire le liste di «veline» (ci risiamo?) ma non argina la chiacchiera opposta: stavolta i candidati maschi Berlusconi li vuole giovani e aitanti. Bocciato Palese in Puglia per ragioni televisive. «Niet» sul toscano Migliore (pingue e con la barba). Pollice verso perfino sull'intellettuale Magdi Allan, in Basilicata il premier gli preferisce l'ex parlamentare Pagliuca. Uno via l'altro, ecco sistemati gli ultimi tasselli. Il Cavaliere è certo di avere già in tasca 6 Regioni (su 13 al voto), ormai punta a fare bottino pure nelle roccaforti avversarie. «Dovremo porre rimedio ancora una volta ai guasti del malgoverno regionale della sinistra», scrive Berlusconi di suo pugno. Del proclama viene data lettura al convegno in corso ad Arezzo, vero evento politico di queste ore: tutti i boss del Pdl adunati insieme su iniziativa di Gasparri e La Russa, una platea di quasi 2 mila persone, clima inconfondibile da Prima Repubblica, quei convegnoni di corrente democristiana dov'era tutto un affollarsi al tavolo di presidenza, un tripudio di notabili, di truppe cammellate, di scorte ipertrofiche, di tavole rotonde (ieri l'ha coordinata una pugnace Bianca Berlinguer, apprezzatissima dalla destra). Qualcuno vede nella kermesse aretina i primi passi di un partito adulto che vorrebbe camminare da solo, sottraendosi alla tutela di entrambi i co-fondatori. «O cominciamo a crescere, oppure saremo ricordati come le pulci che hanno volato una stagione sotto l'ala dell'aquila», è l'immagine poetica di Quagliariello. «Siamo figli dello stesso destino», gonfia orgoglioso il petto La Russa. E si discute, e si litiga come nei partiti veri. Scajola incrocia la lama con Tremonti, Baldassarri contesta le ricette del Professore sull'economia. Urso sale sul palco per cantare il peana di Fini («Lui è la qualità, Berlusconi la quantità, Silvio porta i voti Gianfranco le idee»), Ronchi invece esorta a farla finita con questa storia di Fini bastian contrario, «chi lo dice è in malafede». Il presidente della Camera spedisce pure lui una lettera, auspica che il Pdl divenga «un grande partito plurale, capace di discussioni innovative, sintesi evolutive e di un costruttivo confronto», in pratica niente pensiero unico. Il ministro dell'Economia getta acqua sul sacro fuoco degli entusiasmi, «nel partito sta crescendo un certo tasso di democrazia, ma ho l'impressione che resti monarchico». Giusto l'impressione.

 

Bersani: "Non ci chiuderanno in una riserva indiana" - Federico Geremicca

BARI - Dice: «Io so cosa vorrebbero: chiuderci in una sorta di riserva indiana. Immaginano che alle prossime elezioni noi si sia già contenti di vincere in tre o quattro regioni, così che loro possano tenerci imprigionati lì, deboli e controllati. Ma se è questo quello che immaginano, rifacciano i conti, perché non andrà così e nella loro riserva indiana noi non ci finiremo». Sarà che la mattinata è cominciata com'è cominciata - e cioè con le prime pagine dei quotidiani che stampano l'ennesima inchiesta giudiziaria su Silvio Berlusconi, con tutto quel che segue - fatto sta che Pier Luigi Bersani sembra essersi davvero stufato: e in questo colloquio - a tre mesi dalla vittoria nelle primarie di ottobre - il leader Pd sfodera una durezza inusitata. Sulle questioni delle riforme e della giustizia, per esempio: a proposito delle quali lascia intendere che l'approvazione al Senato del cosiddetto «processo breve» ha segnato un punto di non ritorno nei rapporti con la maggioranza di governo. «Continuo a ricevere inutili sollecitazioni a non cedere su questo o su quello. Ringrazio, ma risparmino la fatica: già al Congresso spiegai che, al punto cui si era giunti, non era immaginabile che il Pd potesse far da sponda a qualunque tipo di legge minimamente sospettabile di esser varata per risolvere i problemi del nostro premier. Oggi è ancora peggio, rispetto a due o tre mesi fa. E poiché forse in giro c'è qualche equivoco e si immagina che il Pd possa barattare l'archiviazione del "processo breve" con un voto favorevole alla legge sul legittimo impedimento, vorrei essere chiaro: noi non voteremo mai, in nessun caso e per nessuna ragione, un singolo e isolato provvedimento in materia di giustizia che riguardi il Cavaliere e non sia inserito in un chiaro processo di riforma. Mai e per nessuna ragione. Loro andranno avanti lo stesso? Possono farlo. Ma sappiano che, a maggior ragione se si trattasse di leggi costituzionali - che se non approvate con una maggioranza dei due terzi permettono un referendum - noi siamo pronti al referendum. L'abbiamo già fatto e l'abbiamo già vinto». Non era cominciato così, il viaggio del nuovo leader dei democratici. Ma come per una sorta di maleficio - e alla stessa maniera, in fondo, di quanto capitò a Veltroni - ha dovuto arretrare nella trincea: passando da una seppur prudente disponibilità al confronto ad un atteggiamento assai sospettoso verso qualunque invito al dialogo giungesse dagli emissari berlusconiani. Soprattutto quando l'oggetto del dialogo avrebbe dovuto essere - o dovrebbe essere - l'immunità del Cavaliere: «Berlusconi è ancora in tempo a farlo, certo - dice Bersani -. Ma già in questi quindici anni e passa, se fosse stato uno statista, avrebbe dovuto alzarsi in Parlamento e dire "me li risolvo da solo i miei problemi giudiziari, vi tolgo dall'imbarazzo". Soprattutto quando era - come oggi - al governo di Palazzo Chigi. Non ci ha mai nemmeno pensato. Affari suoi. Noi del Pd, però, possiamo e dobbiamo decidere degli affari nostri: e la decisione è non intorbidire il percorso. Se noi dessimo strada a un qualunque provvedimento che, seppur spacciato per riforma, servisse solo a garantire l'immunità del presidente, noi imbratteremmo la parola riformismo, e se ne riparlerebbe tra vent'anni. Il nostro percorso è un altro: ed io certo non lo sporco con robe così, a prescindere da Di Pietro e compagnia bella». Ridislocare le truppe più indietro nella trincea, guardarsi dal fuoco amico che arrivava da sinistra, ridare un'organizzazione più classica al Pd e intanto andare incontro alla trappola delle regionali: dire che dall'avvio a qui siano stati tempi facili per Bersani, sarebbe dire una bugia. E se il leader dei democratici preferisce non commentare la brutta vicenda in cui è finito il sindaco di Bologna, delle elezioni - invece - parla eccome. Perché è vero che si tratta di un voto-trappola con esiti impossibili da eguagliare (cinque anni fa il centrosinistra vinse in 11 delle tredici regioni che tornano alle urne), ma è proprio da qui che nasce l'orgoglioso discorso sulla «riserva indiana»: e l'amara constatazione che il difficile lavorio di preparazione non sia stato capito e raccontato per quel che è. «Ci sono due cose che mi hanno veramente stufato - dice Bersani -. La prima è sentir ripetere che staremmo facendo intese qui e lì in maniera subalterna a questo o a quel partito; e la seconda è che il nostro agire non avrebbe una logica. Allora io vorrei ricordare che in 8 delle 9 regioni nelle quali la situazione è già definita, i candidati-presidente saranno espressione del Pd. E in quanto alla logica, stiamo semplicemente provando a seguire la linea annunciata in congresso: accorciare le distanze tra le forze d'opposizione parlamentare. Sapendo che non è facile, perché Casini ha la sua strategia e l'Idv le sue radicalità». Poi ci sono, naturalmente, il Lazio e soprattutto la Puglia, dove il Pd e il suo giovane candidato - Francesco Boccia - sembrano avviati alla sconfitta contro il ciclone-Vendola nelle primarie di oggi. Dice Bersani: «Se lei mi chiede se in queste due regioni c'è stato un percorso lineare, io le rispondo di no. Ma nel Lazio venivamo da dove venivamo, c'erano difficoltà e io comunque considero un colpo di reni aver puntato, alla fine, su Emma Bonino. Quanto alla Puglia, ci possono anche esser stati dei nostri errori, ma ci siamo trovati di fronte a un problema grosso e inatteso: la posizione assunta da Nichi Vendola. L'importante sarà tornare uniti dopo le primarie: perché il vero obiettivo non è superarci tra noi ma battere anche in Puglia il centrodestra». Pena finire nella riserva indiana cui pensa Silvio Berlusconi...

 

La memoria inutile - Barbara Spinelli

La memoria, che in Italia non è mai diventata musica di fondo della politica come nelle nazioni che con tenacia hanno lavorato sul proprio passato (parliamo in modo speciale della Germania, ma l'esame di coscienza fu approfondito anche in Sud Africa, unendo la sete di verità al bisogno di riconciliazione), è raramente trattata, dalla nostra classe dirigente, come qualcosa che aiuta a capire perché un male è nato, perché si perpetua mutando le forme, perché i rimedi non l'hanno curato ma anzi aggravato. La memoria in Italia rischiara poco il passato e per nulla il presente: è una memoria ancillare, e quasi sempre emiplegica. Ancillare, perché asservita a questa o quella forza politica oltre che a effimere contingenze. Emiplegica, perché chi la strumentalizza fa salire in superficie solo i frammenti di passato che gli permettono di evitare, e tradire, l'esame di coscienza. Come nel malato emiplegico, una parte della memoria storica resta immersa in un sonno scuro che consente ai ricordi di restare selettivi e che impedisce il giudizio storico. Verso la storia, parecchi politici e giornalisti hanno uno strano atteggiamento: da una parte ammettono che non possono scriverla loro, essendo troppo coinvolti nel presente. Dall'altra pretendono di dirla in prima persona, fingendo olimpiche distanze che non possiedono. Il direttore del Tg1, nel celebrare i dieci anni della morte di Craxi, accampa precisamente tale pretesa: «È arrivato il momento ­ dice ­ di guardare alle vicende di Craxi con gli occhi della storia». Il ricordo degli anni di Bettino Craxi non è l'unico esempio di memoria tradita. Anche il terrorismo italiano è ricordato con metodi poco corretti, anche la storia del fascismo o di Salò. A partire dal momento in cui la memoria è maneggiata alla stregua di domestica, quel che finisce col prevalere è una visione dei mali italiani radicalmente distorta. Il male che la coscienza impone di esaminare non fu un male in sé: in fondo, lo divenne perché vinto dalla Storia. In molti casi fu perfino nobile, non meno del suo avversario. Il conflitto non è fra ragione e torto, fra giustizia e crimine, ma fra chi ha vinto e chi ha perso. In Italia si è ragionato così su Salò, e anche sul terrorismo. Prima di rientrare da Parigi a Roma per presentarsi alla giustizia, Toni Negri sostenne che il terrorismo era «superato perché vinto», e per questo non era più «di attualità». La lotta armata di per sé non era condannabile. Lo stesso accade per la memoria di Craxi. La sua battaglia politica è considerata grande e bella, se non fosse per Mani Pulite che gli strappò la vittoria e macchiò questa compatta bellezza. Ovvio, in queste condizioni, che le colpe siano tutte esterne al soggetto («L'inferno, sono gli altri», dice Sartre) come spesso succede nella memoria dei vinti che non guardano dentro di sé, perché inebriati dall'esperienza della vittima. La memoria selettiva e ancillare ci restituisce in tal modo un Craxi grande statista, soprattutto un modernizzatore, il cui nobile progetto fallì a causa, essenzialmente, dei magistrati. Per riscoprirlo è raccomandato non solo di separare la politica dai fatti di corruzione, ma di estromettere i fatti di corruzione lasciando che resti, del leader, solo la luce. Le inchieste giudiziarie cadono nelle ombre del corpo politico emiplegico. Nietzsche parlava di memoria antiquaria, che ammobilia «con pietà o furia collezionista» un nido familiare chiuso, impenetrabile dall'esterno, conservatore del passato. Altra cosa la memoria critica, che guarisce trasformandoci: memoria faticosa, perché gli uomini tendono a «darsi un passato da cui si vorrebbe derivare, in contrasto con quello da cui si deriva». Senza dubbio il leader socialista fu un politico con encomiabili progetti iniziali: unificare le sinistre, rafforzando la componente socialista dell'unione e banalizzando, alla maniera di Mitterrand, l'ingresso dei comunisti nel governo; liberare sinistre e sindacati da formule errate come la scala mobile; legare il Psi al dissenso nei paesi comunisti. La sua opera di modernizzatore fu, secondo molti, la sua più grande virtù. Modernizzazione che tuttavia riuscì solo in parte. Che fu a un certo punto abbandonata, autonomamente. Che si spezzò non solo perché fortemente avversata dai comunisti ma perché Craxi smise di volerla, prepararla, attuarla. L'azione di Craxi fu in realtà un singolarissimo impasto di intuizioni giuste e coraggiose, di spregio profondo della politica, di intreccio tra politica e mondo degli affari, di uso spregiudicato di mezzi finanziari illeciti. La corruzione non fu un dettaglio inessenziale di tale azione ma un suo torbido elemento costitutivo. Era moderno il politico che si crea spazi di potere con l'aiuto di potentati economici, e in cuor suo ritiene inefficace la via virtuosa. Il motto degli esordi craxiani fu: primum vivere, prima di tutto urge vivere e sopravvivere. In un'intervista a Eugenio Scalfari, il 3-5-90 su Repubblica, Craxi non nasconde la crisi abissale della democrazia e dei partiti: la società italiana si era irrobustita per conto proprio, dice, mentre il ceto politico era restato una chiusa corporazione, incapace di rinnovarsi. E a Scalfari che gli chiede perché, Craxi replica: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi». In fondo non sono diversi i due discorsi tenuti alla Camera durante Mani Pulite, il 3 luglio '92 e il 9 aprile '93. Due discorsi che descrivono la corruzione di un intero sistema politico. Questo dice la chiamata di correo del '92: «Tutti sanno che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale.(...) Non credo che ci sia nessuno in quest'aula (...) che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alzò, e l'atto mancato resta la vergogna dei politici e di una classe dirigente. Una vergogna che in assenza di memoria critica s'è estesa. A Scalfari, Craxi aveva detto: «Non ci sono più ideali, si gestiscono interessi». Oggi, gli interessi particolari sono diventati ideali e il loro conflitto con la politica una cosa normale per tanti. La modernizzazione di Craxi fallì dunque molto prima di Mani Pulite, a causa del malaffare in cui i partiti, compreso il suo, nuotavano. Fallì perché il Pci si oppose per anni all'alternanza, preferendo compromessi con la Dc che preservavano lo status quo. Fallì per l'immobilità in cui Craxi stesso sprofondò: il primum vivere divenne brama del vivere per vivere, di arraffare frammenti del presente e del potere, di non progettare più nulla. Il socialismo italiano naufragò per colpa dei socialisti, non dei magistrati: e naufragò perché più di altri aveva suscitato sì vaste attese. Perfino alcuni successi del capo socialista andrebbero narrati in maniera meno edulcorata, censurata. Sigonella non fu un atto di autonomia verso l'America, ma la misera messa in libertà d'un gruppo terrorista (i palestinesi di Abu Abbas) che aveva ucciso proditoriamente, sull'Achille Lauro, un anziano americano in sedia a rotelle, Leon Klinghoffer, solo perché ebreo. Anche in economia Craxi non fu modernizzatore. Lo spiega bene Salvatore Bragantini, sul Corriere del 14 gennaio: sotto la guida sua e dei successori «il nostro debito pubblico è volato dal 60% al 120% del Pil; (...). Nell'escalation del debito ebbe il suo bel peso l'aumento dei costi delle opere pubbliche dovuto alle tangenti, scoperte grazie a Mani Pulite». Oggi, censurare tanta parte del passato è utile soprattutto a Berlusconi e alla sua offensiva contro la giustizia. Se il duello è tra vincitori e vinti, e non tra buongoverno e governo corruttibile, si tratta di contrattaccare e vincere finalmente la guerra. Oggi ci si difenderà dai processi, ma restando al potere anziché fuggendo come latitanti. Stefania Craxi lo ha detto chiaramente, il 3 gennaio alla televisione: «La storia di Craxi si ripete con Berlusconi. Gli italiani allora non credettero a Craxi, ma a Berlusconi, oggi, credono». A questo serve la politica della memoria in Italia: a perpetuare la melma in cui ci troviamo, senza mai cominciare l'esame di coscienza che da essa ci libererebbe.

 

Obama: "Corte suprema in mano alle lobby" - Maurizio Molinari

New York - Barack Obama accusa la Corte Suprema di «aiutare i lobbisti», il Congresso apre un'inchiesta su Goldman Sachs e la Casa Bianca richiama in servizio David Plouffe, l'architetto della vittoria elettorale del novembre 2008, preparandosi ad un anno sulle barricate. L'offensiva dei democratici contro lobbisti e grandi banche per riprendere l'iniziativa sul fronte dell'economia dopo lo smacco subito con la sconfitta in Massachusetts vede in primo piano il presidente americano che ha sfruttato il discorso settimanale alla nazione - trasmesso via radio e diffuso con un video su Youtube - per lanciare un duro affondo contro la recente sentenza della Corte Suprema che consente alle grandi corporation di versare finanziamenti politici senza limiti. «E' una sentenza che indebolisce la nostra stessa democrazia» ha tuonato Obama, accusando la Corte Suprema di Washington di aver «smentito oltre un secolo di giurisprudenza» consegnando una «grande vittoria ai lobbisti e ai gruppi che difendono interessi particolari». «La Corte Suprema rende possibile l'affluenza di una illimitata quantità di danaro delle lobby nella nostra democrazia al fine di convincere gli eletti di votare secondo i loro interessi» ha aggiunto Obama, rigettando la convinzione dei giudici che si sia trattato di una decisione motivata dalla necessità di non limitare la libertà di espressione. «Difficile pensare a qualcosa di più devastante per l'interesse dei cittadini», ha concluso Obama, ribadendo il valore della legge McCain-Feingold che invece aveva stabilito argini precisi al finanziamento delle campagne elettorali. L'attacco diretto del presidente alla Corta Suprema conferma il momento di alta tensione a Washington e coincide con quanto sta avvenendo a Capitol Hill, dove la sottocommissione del Senato per le indagini ha deciso di appurare se Goldman Sachs, la banca d'affari più influente di Wall Street, abbia commesso degli illeciti nella gestione dei mutui subprime che portarono alla crisi finanziaria del settembre 2008. A guidare l'indagine è Carl Levin senatore del Michigan molto vicino alla Casa Bianca, che spiega la decisione di occuparsi di Goldman Sachs con la necessità di «appurare fino in fondo cause e conseguenze della crisi più seria dell'ultimo secolo». Poiché le iniziative della sottocommissione sono top secret è impossibile sapere se i vertici della banca saranno chiamati a deporre sotto giuramento ma secondo alcune indiscrezioni i sospetti verterebbero attorno a una speculazione da oltre 40 miliardi di dollari avvenuta fra il 2006 e il 2007. Il passo di Levin apre un nuovo fronte di pressione sulle grandi banche di Wall Street che si affianca all'offensiva messa in atto dalla Casa Bianca proponendo una riforma destinata a limitare drasticamente l'uso degli strumenti finanziari a rischio come ad impedire l'aumento esponenziale delle dimensioni delle istituzioni finanziarie. Se Obama rilancia la doppia sfida contro le grandi banche di Wall Street e i lobbisti è per tentare di recuperare la fiducia degli elettori che, secondo gli ultimi sondaggi post-Massachusetts, sarebbe scesa sotto la soglia critica del 50%. L'indice di RealClear assegna al presidente il 49,4% di favorevoli contro il 44,9 di contrari, per Gallup i due campi sono appaiati al 47% mentre secondo Rasmussen Obama sarebbe addirittura sotto di 11 punti. A confermare che la Casa Bianca si prepara a una dura campagna di lungo termine, guardando al voto di novembre per il rinnovo del Congresso, c'è la decisione del presidente di richiamare in servizio David Plouffe, l'architetto dell'elezione del 2008 che dopo la vittoria decise di non entrare nell'Amministrazione e tornare a Chicago. Ora invece la Casa Bianca fa sapere che non può più fare a meno di Plouffe che avrà «un ruolo ampio come consigliere esterno del presidente per coordinare la strategia in vista delle elezioni per Camera, Senato e governatorati».

 

Falsi allarmi, milioni in fumo - Francesca Paci

D'accordo, la conferenza internazionale sull'Afghanistan che giovedì ospiterà a Londra i ministri degli Esteri di mezzo mondo è un target potenzialmente molto appetibile per i terroristi, tanto che le autorità britanniche hanno innalzato il livello d'allerta da «sostanziale» a «grave», preparandosi implicitamente a un attentato «probabile» seppure non «imminente». Ma le centinaia di falsi allarmi che inceppano ogni giorno il regolare funzionamento di uffici, stazioni, aeroporti? La valigia fatta brillare il 2 gennaio nel parcheggio dello scalo Madrid-Barajas come il trolley trovato una settimana dopo al Galilei di Pisa? Il bacio ardente degli innamorati di Newark? Il caciocavallo sospetto dei cugini Rionero sottoposti all'esame del Dna appena sbarcati a Chicago per Natale? Nelle ultime tre settimane, da quando l'aspirante kamikaze Umar Faruk Abdulmutallab è stato bloccato in extremis sul volo della Delta-Northwest Airlines diretto a Detroit, gli 007 inglesi, americani, tedeschi, indiani, non hanno mai abbassato la guardia, fendendo spesso colpi alla cieca nel tentativo di prevedere l'imprevedibile. La sicurezza ha un prezzo, ripetono i governanti. E' fisiologico, insomma, che nelle maglie della rete di controllo finisca la telefonata anonima che venerdì scorso annunciava un ordigno a bordo del Boeing turco della Sun Air, immediatamente «vivisezionato» a Salonicco. Non c'è da stupirsi che il 14 gennaio scorso l'aereo della compagnia olandese Arkefly sia atterrato d'emergenza a Dublino perché un passeggero sosteneva d'aver nascosto una bomba tra i sedili né che giovedì lo scalo Franz Josef Strauss di Monaco sia stato evacuato dopo la scoperta d'un portatile positivo al test degli esplosivi. Eppure tra costi psicologici, sociali, economici, il conto dell'allarme attentati sembra lievitare senza tregua. Alla fine del 2007 il Regno Unito aveva speso in attività anti-terrorismo 2,5 miliardi di sterline che tra il 2010 e il 2011 dovrebbero salire a 3,5 miliardi, tre volte tanto l'investimento di dieci anni fa. «Spesso i servizi segreti si contraddicono, annunciando per esempio una minaccia sensibile ma improbabile e finiscono per annullare la differenza tra il pericolo reale e quello semplicemente temuto» osserva Tim Stevens, esperto dell'International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence del King's College di Londra. Se un attentato riuscito come quello dell'11 settembre 2001 si porta via, insieme alle vittime, 95 miliardi di dollari, i falsi allarmi, assai meno esosi, bruciano però altrettante certezze. E' come la storia dell'«al lupo, al lupo», continua Stevens: «La maggior parte della gente non si fida più, pensa che l'intelligence sia composta da perfetti incompetenti, con il risultato che il rischio percepito è inversamente proporzionale a quello annunciato dai telegiornali». Nella difficoltà d'interpretare il potenziale offensivo dei terroristi, oltre che la loro identità, gli 007 mettono le mani avanti e annunciano l'imminente secondo attacco a Londra, un blitz a Bali nelle prime settimane del 2010, il dirottamento di un aereo indiano per mano di Al Qaeda a ridosso del 26 gennaio, il Giorno della Repubblica. Ai governanti il compito di riempire gli scali di body scanner da 150 mila euro l'uno. «Gli attentati e la conseguente dinamica della prevenzione, insegnano che il vero prezzo pagato è psicologico, c'è sì un impatto sul bilancio pubblico ma l'economia generale ne risente in maniera minima» spiega Paola Subacchi, economista internazionale di Chatman House. Vale a dire mercati prosperi a fronte d'individui gravati da perquisizioni, controlli, ritardi, ore perdute tra un metal detector e l'altro, con grande soddisfazione dei terroristi che puntano a minare le fondamenta d'un sistema di vita. Secondo Leonard B. Weinberg, professore di scienze politiche all'Università del Nevada e direttore della rivista «Democracy and Security», alla lunga gli effetti più evidenti saranno sulla compattezza sociale: «Se il sospetto verso la popolazione musulmana dovesse continuare a crescere, le tensioni potrebbero diventare problematiche, ma, come nel caso del costo monetario, dipende da quanto a lungo questa situazione si protrarrà». Il tempo, chiosa la Subacchi, non è necessariamente sinonimo di denaro sprecato: «I controlli rallentano il movimento dei passeggeri ma non limitano affatto il flusso di capitali, anzi. L'allarmismo ha messo in moto un'industria che impiega persone e nuove tecnologie, un business redditizio». La guerra asimmetrica ha le sue regole, comprese quelle che obbediscono al mercato.

 

Repubblica - 24.1.10

 

Primo piano, sorrisi e librerie. E i politici scoprono le videolettere - Carmine Saviano

Inquadratura fissa, primo piano e sguardo in camera. Il più delle volte una parte della propria libreria in bella mostra. Modi affabili e sorrisi. E' questa la scenografia di massima delle video lettere che i politici italiani inviano ai propri elettori. Un modello comunicativo che si diffonde sempre più. Dall'ultimo messaggio di Nichi Vendola a Massimo D'Alema passando per le letterine di Natale di Sandra Lonardo in Mastella e di Antonio Di Pietro. In tempi di politica-spettacolo un modo semplice ed economico per manifestare la propria esistenza. Un modo che, grazie a YuoTube, è alla portata di tutti. Nichi Vendola ha scelto le videolettere come mezzo privilegiato di comunicazione con gli elettori. Sul canale ufficiale di Youtube dell'attuale governatore della Puglia ce ne sono molte. Da quella dell'8 dicembre in cui spiega i motivi della propria ricandidatura fino a quella, intimista, del 21 gennaio. Destinatario: Massimo D'Alema; oggetto: armistizio in vista delle primarie: "Caro Massimo sono stato iscritto alla FIGC fin dal 1972. Tu sei sempre stato per me un punto di riferimento. Se ho commesso degli errori è stato per la mia terra e per il mio popolo". E anche la storia politica di D'Alema è segnata da uno spot-messaggio lanciato ai cittadini italiani prima delle regionali del 2000. Un impegno, mantenuto, a lasciare la presidenza del Consiglio in caso di sconfitta del centrosinistra. Attraverso le video lettere si stabiliscono punti programmatici e si indicono manifestazioni. Piccoli vademecum che ogni militante può scaricare e guardare quante volte vuole. Come il messaggio lanciato in rete da Pierluigi Bersani ad mese dalla sua elezione a segretario del Pd, in cui invitava i democratici ad "accendere i riflettori" sulla crisi economica. O la lettera che gli organizzatori del No B Day hanno fatto circolare in rete a poche ore dalla manifestazione del 5 dicembre. E poi l'archetipo delle video lettere politiche italiane, i nove minuti in cui Silvio Berlusconi annunciava, il 26 gennaio del 1994, la sua discesa in campo. Immagini a cui sono state dedicate decine di saggi di comunicazione politica e migliaia di pagine di quotidiani e riviste. Un modello di comunicazione molto diffuso nel centrodestra italiano. Nell'attuale governo, quasi tutti i ministri hanno una pagina su Youtube da dove lanciano indicazioni ai cittadini e spiegano i provvedimenti adottati. Molto seguito il canale di Mariastella Gelmini, con più di un milione di visualizzazioni. E il video più cliccato è quello in cui il ministro dell'Istruzione si rivolge direttamente agli studenti. Meno frequentato, ma con molto materiale, lo spazio youtube del governo Italiano: conferenze stampa e qualche messaggio ad hoc del presidente del Consiglio. Grande uso dei video messaggi anche nei maggiori comuni italiani. Massimo Cacciari, sindaco di Venezia, dialoga in rete con i propri cittadini sottolineando spesso i problemi dei giovani stretti tra crisi economica e crisi della scuola. E Il primo cittadino di Milano, Letizia Moratti lancia online dei veri e propri sondaggi d'opinione sui problemi della città. A Roma molto seguite la web tv della provincia, con messaggi del presidente e degli assessori, e quella del sindaco Alemanno. E di pochi giorni fa la video lettera dell'intero gruppo consiliare del Pd milanese in cui i senatori venivano invitati a non approvare il disegno di legge sul processo breve. Spesso le video lettere sono il detonatore di polemiche a non finire. Gli ultimi due casi eclatanti nei giorni della vacanze natalizie. Il 22 dicembre 2009 Sandra Lonardo, il presidente del Consiglio Regionale della Campania sottoposta al divieto di dimora in regione, invia ai media i suoi auguri di Natale: "Sono esiliata da due mesi. Ma pregherò per tutti, sono una persona perbene". O la lettera  del giorno seguente in cui Antonio Di Pietro si rivolgeva a Gesù Bambino sottolineando la sua indisponibilità per le riforme perché "con il diavolo non si può dialogare". All'estero una buona parte della comunicazione politica è fatta da messaggi diretti in prima persona ai cittadini. Quattro milione di visite per il canale Youtube di Downing Street, aggiornato quasi quotidianamente con gli interventi di Gordon Brown. O la tv online di Nicolas Sarkozy, molto attiva durante la campagna elettorale del 2007. E, naturalmente, grande risonanza mediatica hanno i messaggi di Barack Obama, visti la bellezza di 144 milioni di volte. Tra i più visti quello del 4 novembre scorso, ad una anno dall'elezione. Poi Kremlin, il canale del Cremlino passando per quello della presidenza della Repubblica Italiana recentemente istituito. Neanche il sacro disdegna Youtube. La web tv del Vaticano è una delle più seguite, e cliccatissimi i canali della Diocesi di Milano - con gli interventi del cardinale Tettamanzi - e di quella di Napoli dove in primo piano c'è un video sulla pagina Facebook del cardinale Crescenzio Sepe.

 

Il Pd, un partito senza fissa dimora - Ilvo Diamanti

Il clima d'opinione è grigio. Economia e lavoro. Politica. Anche la fiducia nel premier e nel governo, passata la benefica onda emotiva prodotta dall'aggressione a Milano, un mese fa, si è ripiegata. Senza, peraltro, che l'opposizione ne abbia tratto vantaggio. Il Partito Democratico, in particolare. Nelle stime elettorali naviga intorno al 30%. Un po' sotto, per la verità. È sceso, rispetto a qualche mese fa. L'elezione di Bersani l'aveva rafforzato. Ragionevole e competente, guardato con simpatia anche dagli elettori di centrodestra. Poi, la sospensione delle ostilità interne: non c'erano più abituati gli elettori del Pd. Così la nave del Pd aveva ripreso il suo viaggio. Oggi, all'avvio della campagna che conduce alle elezioni regionali di fine marzo, sembra essersi incagliata di nuovo. Senza una rotta. Senza una bussola. Le stesse primarie per scegliere i candidati stanno frenando il Pd. Ciò è significativo, visto che le primarie sono, al tempo stesso, "mito e rito fondativo" (la formula è di Arturo Parisi) del Partito Unitario di Centrosinistra. L'Ulivo di Prodi, dapprima, e, quindi, il Partito Democratico di Veltroni. Diversi modelli di un comune progetto politico e istituzionale: maggioritario e bipolare. La risposta di centrosinistra al modello imposto da Berlusconi. Oggi le primarie sembrano, invece, un'arena dove regolare i conflitti interni al partito e alla coalizione. Perlopiù, un ostacolo di fronte ai disegni del gruppo dirigente del partito. D'altronde, è difficile ricorrere alle primarie se si privilegia l'alleanza con l'Udc. Che ha fatto del proporzionale una ragione di vita. E che, comunque, non avrebbe una base elettorale adeguata a imporre i propri candidati in una consultazione popolare. Più in generale, è arduo cogliere una strategia coerente nelle scelte del Pd, in questa fase. Quasi dovunque il partito appare diviso. In contrasto al proprio interno e con i dirigenti centrali. Spesso incapace di decidere. Nel Lazio si è piegato - senza discussioni - all'autocandidatura della Bonino. Non proprio in accordo con l'intenzione di accostarsi alle componenti cattoliche moderate e all'Udc. In Puglia, invece, oggi le primarie celebrano lo scontro - più che il confronto - tra Vendola e Boccia (trainato da D'Alema). Divisi su molti temi. Non ultimo l'intesa con l'Udc. Anche a Venezia la scelta del candidato sindaco avviene in un clima acceso. Da vicende personali e dalla questione del rapporto con i moderati. Insomma, le primarie, invece di mobilitare e unificare gli elettori del Pd e del centrosinistra intorno alla ricerca di un candidato comune, si stanno trasformando in una resa dei conti. Il Pd nazionale non sembra, peraltro, capace di regolare le scelte assunte in ambito regionale. Semmai, le complica ulteriormente. Somma le proprie divisioni a quelle locali. Rischia, così, di affermarsi un "modello balcanizzato", come l'ha definito Edmondo Berselli. Ciò avviene perché il Pd resta sospeso in una zona d'ombra. A metà fra la tentazione - implicita e inconfessa - di rifare il "partito di massa" fondato sulle appartenenze e sull'apparato. E l'imperativo - esplicito - di costruire il "partito dei cittadini", maggioritario e bipolare. Il percorso congressuale ha accentuato questa incertezza. Dapprima, la lunga sequenza dei congressi a livello territoriale ha mimato il "partito di iscritti". Le primarie, poi, hanno evocato il modello americano, che coinvolge elettori e simpatizzanti. Bersani è stato eletto da entrambi i modelli di partito. Avrebbe potuto, sfruttando la legittimazione conquistata, imprimere una svolta chiara al Pd. Indicare un progetto, definire un programma, con obiettivi chiari. Ai "suoi" elettori, anzitutto. Fin qui non l'ha fatto. Anche se continua a riscuotere ampia fiducia personale, mentre il Pd perde consensi. Una contraddizione significativa. Riflesso dell'incerta identità del Pd, ma anche di una leadership personale ancora incompiuta. Bersani, infatti, è simpatico a molti, non solo a sinistra, anche perché le sue parole non fanno male. Non segnano confini netti. Non marcano appartenenze né differenze chiare. Nello stesso Pd, dove emergono posizioni diverse e talora contraddittorie, ad esempio: sui temi della giustizia e dell'immunità. E ciò lascia trapelare il dubbio che le decisioni importanti vengano prese altrove, da altri. I soliti noti. Magari è una scelta meditata. Ha deciso di non decidere, di lasciare in sospeso le scelte strategiche, in vista di tempi migliori. Per non tradurre le divisioni interne in fratture. Ma allora meglio dirlo apertamente, per non passare da debole. In-deciso. Insomma, il Pd oggi è un partito in grado di aggregare il 30% dei voti. Ma non dà speranza. Gli riesce difficile allargare i propri consensi. (E perfino tenere quelli che ha). Da solo ma anche attraverso alleanze. Perché non dice chi è, cosa intende fare e insieme a chi. È un ibrido. Forse: un equivoco. Un partito di massa senza apparato, con una debole presenza nella società e un ceto politico resistente. Al centro e in periferia. Un partito americano provincialista. Senza territorio ma condizionato dalle oligarchie locali. Un partito americano all'italiana. Parla un linguaggio difficile da capire. Anche perché non ha un vocabolario e neppure un sillabario. Non sa gridare uno slogan che risuoni forte nell'aria. Non ha una bandiera riconoscibile, dai sostenitori e dagli avversari. Le parole che usa hanno perso il significato di un tempo. Come il "riformismo". Oggi che le riforme le vogliono tutti. A partire dal premier e dal centrodestra, che pensano alla giustizia, al "legittimo impedimento" e al presidenzialismo. Il Pd: quali riforme vuole? E quali "non" vuole? Detti la sua agenda. Dica due o tre cose "memorabili". Che restino nella memoria. Le primarie che si svolgono a partire da oggi e le elezioni di marzo, per il Pd, sono un'occasione importante. Importantissima. Da non perdere. Per non perdersi definitivamente. Ma chi lo guida deve tracciare un orizzonte. Che vada oltre i prossimi tre mesi. Per non rischiare che il Pd venga percepito come un partito provvisorio. Soprattutto dai suoi elettori.

 

La vedova Almirante tifa Polverini, e in sala rispuntano i saluti romani

Chiara Righetti

ROMA - T-shirt nera, mento all'insù e braccio teso. Il cinema Gregory, a due passi da San Pietro, è gremito per la convention elettorale di Storace a sostegno di Renata Polverini candidata alla presidenza della Regione Lazio. Quando arriva l'ospite d'onore, donna Assunta Almirante, vedova del fondatore del Movimento sociale, sembra quasi un tuffo nel passato. A fare il saluto romano un gruppetto di militanti, che si alzano in piedi al grido: "Giorgio, Giorgio". Pochi, al punto che Beatrice Lorenzin, portavoce del comitato Polverini, può commentare: "Saluti romani? Non li ho visti. Questa è la Destra di Storace, che ha già fatto un'operazione all'interno della sua lista" (il riferimento è alla lettera con cui Adriano Tilgher, tra i fondatori di Avanguardia nazionale e responsabile per il programma della Destra, ha annunciato la decisione di non candidarsi). Insomma: "Siamo alleati. Piuttosto, andate a chiedere a Tinto Brass come pensa di rappresentare il "lato B" della regione". Ma non basta a placare la bufera sulla Polverini, che ha definito donna Assunta "straordinaria". Per il segretario del Pd laziale Alessandro Mazzoli, quei saluti sono "gesti brutti, preoccupanti, che confermano il sostegno alla Polverini di certi ambienti". "Sulla scia di Alemanno, la segretaria Ugl ha radunato l'estrema destra, una compagnia poco raccomandabile", aggiunge Riccardo Milana, coordinatore del Pd romano. Da ieri lo è anche della campagna elettorale di Emma Bonino, ma la sua nomina ha già scatenato una guerra interna fra le correnti del partito. Milana, sponsorizzato da dalemiani e popolari, trova a sbarrargli la strada l'ex segretario Morassut, della mozione Franceschini, che definisce la sua nomina "sbagliata". Su tutte le furie anche la mozione Marino e l'area Letta, che invoca un chiarimento nella direzione del partito. Beghe post-congressuali del Pd laziale che non sono bastate a guastare il primo bagno di folla di Emma Bonino, che ieri, a braccetto con Nicola Zingaretti, ha inaugurato la campagna elettorale con la visita a due mercati rionali. Oggi sarà a Porta Portese e allo storico circolo Pd di via dei Giubbonari, nel cuore del centro storico. Una vicepresidente del Senato sorridente, informale, che arriva in tassì e si ferma a lungo fra i banchi del mercato a stringere mani, incassare richieste e complimenti: "Dacce pane e lavoro, pane più che altro". "Sei più bella dal vivo che in televisione". Trovando il tempo di smorzare le polemiche, in primis sulla candidatura di Brass: "Delle liste del Lazio in realtà non abbiamo ancora discusso. Ma lui ci ha sostenuto in molti momenti difficili e questo non ha mai fatto scandalo, anzi". E sulla foto, più volte pubblicata da Libero, che la ritrae nelle lotte abortiste degli anni 70: "Rivendico quella campagna, gli strumenti di nonviolenza e disobbedienza civile che hanno permesso di sottrarre molte donne all'aborto clandestino". Ma la foto? Sorride: "Nulla di segreto. È solo un po' vecchia".

 

Corsera - 24.1.10

 

Il candidato italiano - Ferruccio De Bortoli

C'è una carica alla quale il Paese può legittimamente aspirare. È quella di presidente della Banca centrale europea. Il Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, presidente del Financial stability board, è tra i candidati. Il mandato dell'attuale numero uno della Bce, il francese Trichet, scade l'anno prossimo. Ma i giochi si fanno ora. Molto dipenderà dalla scelta di chi dovrà prendere il posto del vice presidente, il greco Papademos, che si congeda a maggio. I candidati sono due: il lussemburghese Mersch e il portoghese Constancio. Se dovesse prevalere quest'ultimo, apparirebbe difficile portare alla presidenza nel 2011 un altro rappresentante latino. Chissà perché persiste questo pregiudizio, che non riguarda però i francesi. Il caso greco non aiuta. Favorito è il governatore della Bundesbank, Axel Weber. La cancelliera Merkel lo appoggia, anche perché preoccupata dallo stato precario degli istituti di credito tedeschi. I nostri, al confronto, stanno decisamente meglio. Questa considerazione potrebbe incoraggiare la scelta di Draghi. La Germania nel '97 si oppose, finché fu possibile, all'ingresso della lira nell'Unione monetaria, affermando che il neonato euro sarebbe stato sfiancato dall'alto indebitamento italiano. Il nostro debito rimane elevato, purtroppo vista anche la bassa crescita, ma quello tedesco non scherza e in valore assoluto lo ha quasi raggiunto. L'avessero saputo all'epoca i Kohl e i Waigel, sarebbero arrossiti dalla vergogna. Altri tempi. Dunque, il debito italiano non è più una buona scusa per dire di no a Draghi. Che non è nemmeno una colomba, come dicono i tedeschi per indebolirne la candidatura. Le votazioni a Francoforte sono segrete, ma i suoi colleghi governatori lo sanno. Certo, aver lavorato per la banca d'affari americana Goldman Sachs può apparire oggi discutibile. Il sostegno a Draghi è l'occasione, specialmente dopo il fallimento delle candidature di Mauro al vertice del parlamento di Strasburgo e di D'Alema al «ministero degli Esteri» europeo, per dimostrare agli altri e a noi stessi che l'Italia, Paese fondatore dell'Unione, non è né distratto né assente. E soprattutto non esprime nei contatti internazionali una sconveniente doppiezza. I rappresentanti di altri Paesi, quando si tratta di promuovere per una carica internazionale persone che hanno il loro stesso passaporto, dimenticano rivalità e differenze. Noi no, noi spesso godiamo, a destra come a sinistra, della bocciatura europea del nostro acerrimo avversario. Tempo fa, Giulio Tremonti, che va giustamente fiero del relativo buono stato di salute delle banche italiane rispetto a quelle di altri Paesi, promosse, come presidente dell'Aspen Institute, una lunga riflessione sulla mancanza di spirito e di interesse nazionale. E fece bene. La storia è piena di stranieri chiamati in Italia per battere il vicino. E casi recenti, non più militari per fortuna, sono significativi. Si scelsero i francesi, per esempio, per dirimere le dispute in Mediobanca, o gli spagnoli per risolvere (?) l'infinita partita di Telecom. E s'invocò l'interesse nazionale per non dare l'Alitalia ad Air France (che l'avrà soltanto fra un po'). Riusciremo a ritrovare orgoglio e spirito nel sostenere la candidatura di Draghi? Si può anche perdere, anzi è probabile che ciò accada. Ma perdendo uniti si ha il rispetto degli altri e si accumulano crediti per il futuro; perdendo divisi si suscita solo compassione e si scivola nell'irrilevanza.

 

Polemica Dylan Dog, la Roccella replica: «Male interpretata. Non ho letto la storia» - Alessandro Trevisani

MILANO - «Forse ha letto le prime quattro pagine, il mio è un fumetto sulla necessità di accettare la malattia, non certo un inno al superuomo». Roberto Recchioni è perplesso per la polemica suscitata dal sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, che venerdì sul Corriere della Sera ha criticato i contenuti del numero 280 di Dylan Dog, Mater Morbi, in edicola questo mese: a disegnarlo Massimo Carnevale, a scriverlo proprio Recchioni. «Ambiguo difendere l'eutanasia come atto di pietà», ha detto il sottosegretario, «gli intellettuali dovrebbero chiedersi: perché inseguiamo il mito del corpo sano e della perfezione e rifiutiamo la malattia e la sofferenza?». Recchioni non ci sta: «Quella della Roccella (che fu portavoce del Family Day del 12 maggio 2007, ndr) è una critica perniciosa: si è soffermata sulla prima reazione di Dylan Dog, che è in ospedale malato di un male oscuro che lo trascina fino al confine con la morte». Ma la trama, argomenta Recchioni, dice molto di più: «C'è un personaggio che citando Wittgenstein dice che la cosa peggiore da fare con le malattie è ribellarsi. Se non accetti la malattia, se ti ostini a rifiutare questa cosa che è parte di te, allora sì che non puoi più vivere. L'accettazione della sofferenza è un cardine della storia». «Sono felice che lo sceneggiatore Roberto Recchioni smentisca i miei timori rispetto al messaggio dell'ultimo numero di Dylan Dog, "Mater Morbi" - replica la Roccella - perché la mia paura è proprio che cresca nella cultura un rifiuto del corpo imperfetto e della persona malata. È sul dibattito giornalistico nato intorno al racconto che sono stata interpellata dal Corriere, e in particolare sulle interpretazioni fornite dall'Unità e dal Secolo. Se quegli articoli fornivano interpretazioni sbagliate o ideologiche, tutto il dibattito ne ha ovviamente risentito. E sono contenta di scoprire che erano "superficiali". Come avevo chiarito a chi mi ha interpellato, non avevo ancora letto la storia: la leggerò adesso e ne scriverò. Mi farà molto piacere se Recchioni si vorrà poi confrontare con me direttamente». Il Fatto Quotidiano, L'Unità, Il Secolo d'Italia e venerdì Liberazione hanno indugiato in questi giorni sul canovaccio di Mater Morbi: malattia, terapie intensive, sofferenza, dilemmi etici della medicina. Del resto Recchioni, romano classe '74, ha scritto la sceneggiatura rifacendosi alla sua esperienza di malato che dalla nascita è costretto a un continuo andirivieni negli ospedali. Un percorso che lo ha condotto a una serena presa di coscienza: lui, che oltre a sceneggiare è anche disegnatore, si è ritratto in una vignetta in un letto di ospedale, mentre si domanda «Perché a me?», e una voce fuori campo gli risponde: «E perché non a te?». «Però non mi interessa 'vendere' la mia malattia», si schermisce il cartoonist, «ciò che conta è dire che il fumetto parla continuamente di cose serie, eppure non c'è attenzione per questo mezzo di comunicazione». Recchioni si batte da tempo per la valorizzazione del fumetto sul suo blog, Dalla parte di Asso Merrill, che è fra i più letti in assoluto in Italia (Wikio lo colloca al 281° posto). «In Italia il fumetto sta chiuso in un ghetto che non comunica col resto dei media», prosegue Recchioni. «Ogni volta che c'è polemica pare la prima volta che il fumetto è diventato 'serio'. Certo, stavolta abbiamo toccato un nervo scoperto, ma Dylan Dog da sempre si confronta con le tematiche sociali». E Mater Morbi è un concentrato delle riflessioni di Recchioni. A pagina 97 Dylan scrive nel suo diario: «Cosa succede quando il male è una parte di noi? Ignorarlo o rifiutarlo è inutile o dannoso». Ma poche pagine prima Recchioni fa dire a Dylan: «Sono convinto che chiunque sia in possesso delle sue facoltà mentali debba essere anche padrone del proprio destino.. specie se quel destino è fatto di atroci sofferenze», pensa l'eroe in giacca e camicia, ma poi manifesta la sua perplessità a staccare la spina se non si ha chiara la volontà del malato: «Chi sono io per mettere in dubbio i miracoli?».

 

l'Unità - 24.1.10

 

Primarie Puglia, l'ora della verità. Il vincitore della sfida si decide nei gazebo

Simone Collini

Il cigno nero se ne sta acquattato in qualche vicolo fuori mano, pronto a saltar fuori sul più bello, stanotte, o a ritornarsene dal nulla da cui è venuto per dar ragione a quelli che dicono che non esiste. Ecco, la passione e le pressioni e la tensione sono così forti, da queste parti, che per parlare delle primarie pugliesi è meglio uscire dalla "Fabbrica di Nichi", è meglio non fermarsi troppo alla sede regionale del Pd, è meglio allontanarsi dalle piazze dei comizi di chiusura e trovare un posto non troppo battuto dal vento freddo, tirare fuori il cellulare e prenderla da lontano, tipo dal Lago di Ginevra, dove Nicola Piepoli è andato a trascorrere il fine settimana. "È a Bari? Bellissima città, lo sa che ci sono nato?" Ci sarà anche nato ma ha contribuito a rendere ancora più incandescente il clima. "Io? E perché mai?" Il suo sondaggio, l'hanno tirato fuori, quelli di Nichi Vendola. "E allora?" E allora Francesco Boccia dice, aspetti che leggo, dice "in quale paese serio si buttano sul tavolo e sui giornali sondaggi falsi", dice che "un sondaggio è vero se viene comunicato al dipartimento editoria della presidenza del consiglio" e che al Pd si sono informati e non avete comunicato niente. "È così, infatti". Ma allora ha ragione a dire che sono "numeri palesemente falsi"? "Ma che percentuali hanno dato, quelli di Vendola?" 64% per lui, 20% Boccia, 16% indecisi. "È questo, sì, la comunicazione la facciamo lunedì, il risultato me lo ricordo perché mi ha sorpreso. Mi è sembrato troppo prudente. Mi aspettavo Vendola all'80%". Piepoli ride. Al Pd la vicenda ha fatto un altro effetto, hanno sondaggi che danno i due sfidanti testa a testa, spiegano che un conto è una domanda telefonica su due persone così diverse per popolarità, un conto è mobilitare il voto organizzato. "Che vuole che le dica, i sondaggi mostrano un risultato probabile. Può benissimo vincere Boccia. Sarebbe un cigno nero". Un cigno nero? "Sì, anche se la presenza di cigni neri è improbabile". Di nuovo ride. E allora è meglio tornare dalle parti di chi considera la vicenda maledettamente seria. "Chi vota Vendola, sa che vota una storia passata, una coalizione più piccola, non a guida Pd, con un tentativo anche evidente di dividere il Pd", dice Francesco Boccia mentre fa la spola tra Monopoli, Bari e Lecce. "Il Pd unito ci consente di costruire una nuova coalizione, di governare la Puglia di domani e anche di consentire al centrosinistra di dimostrare che si può battere questa destra populista». Un aggettivo non usato a caso, visto che una delle cose che il Pd rimprovera a Vendola è essersi "autocandidato" quando si è reso conto di non riuscire a incassare il sostegno di due forze che sono state per cinque anni all'opposizione della sua giunta come l'Udc e l'Idv. "Va dicendo che l'ha candidato il popolo. Macché. Lo dico con grande franchezza. L'altro che dice di essere candidato del popolo è Berlusconi". Vendola fa spallucce: "Io il populismo lo combatto, efficacemente, non scappando dal popolo ma andando incontro al popolo". Si dice "sereno" ma al di là di tutti i ragionamenti sul futuro della Puglia e sul portare a termine l'opera cominciata, sa che per lui e per una sinistra già rimasta fuori dal Parlamento, privata dei rimborsi elettorali per le europee, lacerata da divisioni e fuori dai vertici istituzionali praticamente a tutti i livelli di governo, la sfida di oggi rischia di essere o l'estremo appiglio a cui aggrapparsi per ripartire o la batosta finale. "Il problema non è quella sinistra che non riesce a capire me", dice rivolgendosi agli sfidanti mentre incassa gli applausi, le strette di mano e le pacche sulle spalle mentre passa da un'iniziativa all'altra. "Il problema è non capire il significato di questa mobilitazione popolare, di questo affetto. Che non è mica frutto del fatto che abbiamo una platea di gente con l'anello al naso e che io sono un incantatore di serpenti, ma riguarda la coerenza dentro la politica, riguarda la capacità della politica di essere costruzione di cantiere di futuro. Siccome in Puglia abbiamo fatto questo, questo la gente lo sa". E' inutile parlargli di percentuali che fanno la differenza tra la vittoria e la sconfitta e coalizioni più o meno larghe e strategia delle alleanze. "A me interessano le sigle di partito, ma prima di esse mi interessa l'associazionismo, il volontariato, i soggetti sociali in carne e ossa". Sguardo ispirato, sorriso. "Con loro continueremo il sogno di un Puglia migliore". A questo punto si potrebbe parlare dei pullman di studenti fuori sede che arrivano "per votare Nichi", di Dario Franceschini che viene per un paio di iniziative a sostegno di Boccia mentre gli esponenti locali della minoranza Pd annunciano apertamente che voteranno Vendola, di Enrico Letta che a Taranto dice che la coalizione su cui potrebbe contare a marzo Vendola "aiuterebbe il centrodestra nella vittoria" e che quindi è oggi è meglio "dare un dispiacere a Berlusconi" facendo vincere Boccia, delle inevitabili ripercussioni che il risultato delle primarie avrà sul Pd, di quelli che dicono che il sindaco di Bari Michele Emiliano si sarebbe potuto impegnare di più, dei circoli del Pd che votano documenti a sostegno del governatore uscente, di Riccardo Scamarcio che chiude insieme a Vendola la campagna da una parte e Franco Califano che la chiude insieme Boccia dall'altra. Si potrebbe parlare di questo e di tanto altro ancora ma a questo punto bisogna spiegare anche cosa succede oggi. Duecento seggi allestiti in alberghi, parchi, centri polifunzionali, gazebo, niente sedi di partito. Trecentomila schede stampate, con sopra soltanto i nomi dei due sfidanti, niente simboli di partito. Votanti previsti, tra i cento e i centocinquantamila. Tremila militanti, la metà schierata da una parte, la metà dall'altra, che giocheranno il ruolo degli scrutatori e dei rappresentanti di lista. Nove seggi in tutta Bari, che così è più facile individuare chi prova a fare il furbo, uno solo nei comuni più piccoli. In questi ultimi basterà un documento di identità, nel capoluogo bisogna anche portare il certificato elettorale e dimostrare che si appartiene a quella precisa circoscrizione. Paura di brogli? Manco a dirlo. Ufficialmente, bisogna contrastare il pericolo infiltrazioni da parte della destra. Che comunque, a sentire ognuno due sfidanti, preferirebbe che a vincere fosse l'altro. Qualche numero per finire. Alle primarie del Pd del 25 ottobre scorso votarono 160 mila persone. Cinque anni fa, una sfida come quella di oggi finì con Vendola che incassò 40.358 voti e Boccia 38.676. Perse per 1682 voti. A "Nichy" sbagliarono anche il nome sulla scheda. Oggi nel Pd nessuno lo sottovaluta.

 




Data notizia24.01.2010

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