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Politica Italiana


 

l'Unità - 25.1.10

 

Primarie, la Puglia sceglie Nichi Vendola - Simone Collini

Nichi Vendola arriva nella sua Fabbrica, il comitato elettorale arredato a scatoloni di cartone e rosso ovunque e nonostante la cautela che si impone ha un sorriso che la dice lunga. Allora è meglio andarsi a chiudere in una stanzetta, ad aspettare almeno un po'. I seggi delle primarie si sono appena chiusi, iniziano a squillare i cellulari, inizia l'euforia dei volontari che occupano questo negozio di «materie plastiche» trasformato nel quartier generale di una campagna fortunata. Solo a notte fonda si sapranno i risultati definitivi di questa sfida che va ben oltre i confini della Puglia. Ma i primi dati che arrivano dalle città grandi e piccole dicono che Vendola è in vantaggio sul deputato del Pd Francesco Boccia, e di un bel po'. Tra i 30 e i 40 punti di distacco. Alle dieci e mezza a Taranto hanno finito di contare le schede, il governatore uscente è al 65%. In provincia di Foggia è mille voti avanti. Alla «Fabbrica di Nichi» c'è una specie di boato quando arriva il risultato di Gallipoli, dove per anni è stato eletto quello che è stato il principale sostenitore di Boccia in questa settimana di campagna, Massimo D'Alema: Vendola 684, Boccia 204. L'affluenza è stata alta, file interminabili sono rimaste ben visibili davanti ad alberghi, negozi, centri polifunzionali, parchi trasformati dalle 8 della mattina alle 9 della sera in seggi elettorali. Il dato definitivo tarda ad arrivare, ma poco importa. È alto, tra i 150 e i 200mila votanti. Ma adesso c'è soprattutto un risultato da tenere a mente, perché condizionerà le regionali pugliesi e anche i rapporti interni al Pd e tra il Pd e le altre forze politiche. Un risultato che come primo effetto ha quello di mandare in mille pezzi il «laboratorio pugliese», ovvero l'alleanza con l'Udc che doveva servire come primo passo verso una coalizione organica, di impronta meridionalista, da contrapporre a un governo targato Pdl-Lega. Boccia è alla sede regionale del partito dal pomeriggio. Quando iniziano ad arrivare i primi dati si allontana un po'. Dicono che tornerà, per una conferenza stampa congiunta che era stata preventivata per mezzanotte. Fin dall'inizio il quarantunenne economista è stato dato per sfavorito. Ha giocato la sua partita chiedendo al Pd di sostenerlo compattamente per riuscire a dar vita a un'alleanza nuova, senza risparmiarsi anche quando consiglieri, assessori e parlamentari pugliesi della minoranza del partito hanno iniziato a dire apertamente che avrebbero votato Vendola. «Oggi deve essere la giornata dell'orgoglio del Pd», dice non a caso subito dopo aver votato nella sua città natale, Bisceglie. Esce dal seggio allestito nell'Auditorium Santa Croce, parla con un filo di voce per una brutta raucedine. Comunque vada, dice, questa giornata sarà ricordata come «un momento straordinario di democrazia». È quel che si dice in questi casi e del resto Boccia, che dopo varie esitazioni ha accettato di correre alle primarie quando si è capito che era l'unica soluzione per tenere unito il partito e evitare due candidati del centrosinistra alle regionali di fine marzo: «Ci ho messo la faccia, la testa e il cuore perché credo che l'alternativa sia l'unica strada nuova che abbiamo davanti». La strada però non sarà questa bensì quella tracciata da Vendola. Il governatore uscente è andato a votare nella sua Terlizzi: «È un giorno importante per la politica - ha detto - perché col processo democratico delle primarie i partiti sono obbligati a confrontarsi con i pensieri e i sentimenti di una platea molto più vasta di quanto non siano gli apparati. Per me si tratta di una vittoria della buona politica, quella che si fa all'aperto e con tanta gente. E la democrazia non può che far bene alla salute del centrosinistra». A marzo, sarà lui a guidarlo nella sfida contro il centrodestra.

 

Il centrodestra in crisi candida Palese

Il comunicato che candida alla presidenza della Regione Puglia Rocco Palese, già assessore al Bilancio della precedente giunta di centrodestra guidata da Raffaelle Fitto è scritto in burocratese, ma rende bene lo scontro in atto: «I Coordinatori nazionali del Pdl, sentito il presidente Silvio Berlusconi, d'intesa con il Coordinamento regionale della Puglia e con il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto». Chiude l'invito a «tutte le altre forze politiche alternative alla sinistra a convergere unitariamente sulla sua candidatura». La situazione resta però fluida. Il magistrato Stefano Dambruoso, collaboratore del ministro della Giustizia Alfano, ma soprattutto Adriana Poli Bortone, non sembrano convinti a lasciare il campo libero. Il clima politico, all'interno del Pdl pugliese, anche ieri non era dei migliori. La senatrice Poli Bortone, già ministro dell'Agricoltura nel primo governo Berlusconi, sindaco di Lecce per due manati e, oggi, uscita da An, leader del movimento «Io Sud», di prima mattina esprimeva «un grande grazie al presidente Berlusconi che ancora una volta mi ha dimostrato stima ed amicizia». A stretto giro arriva un documento «unitario» a firma dei parlamentari Amoruso (che è anche il coordinatore pugliese del Pdl), Saccomanno, Pepe e Lisi, dell'europarlamentare Silvestris e di sei consiglieri regionali del Pdl che suona come una sventagliata di mitra: «Non ci sono veti pregiudiziali contro la candidatura di Adriana Poli Bortone alla presidenza della Regione» ma «a rendere illogica e inaccettabile una sua candidatura per il centrodestra sono i fatti e i comportamenti politici da lei tenuti in questo ultimo anno e mezzo». Seguono accuse: «È o non è lei che ha rifiutato di entrare nel Pdl definendolo un partito "'verticistico"? È o non è lei che alle ultime amministrative si è candidata alla Provincia di Lecce contro il nostro candidato cercando senza riuscire a farlo perdere e amministra a Brindisi, a Foggia, a Bari e a Taranto con la sinistra? È o non è lei che ha votato contro il federalismo definendolo una "schifezza"? È o non è lei che nella votazione al Senato sul "processo breve" sui singoli articoli si è astenuta (e al Senato l'astensione equivale a voto contrario) e nella votazione finale è rimasta in aula senza votare?», e via di questo passo. Seguiva un'apertura della stessa Poli Bortone al consulente del Guardasigilli: «Se il Pdl proponesse la candidatura del magistrato Stefano D'ambruoso, io, convinta della necessità di restituire alla Puglia una gestione efficiente e legale, sarei, ancora oggi, a servizio di questo progetto». E lui che ricambiava: «Ritengo che sia la senatrice Adriana Poli Bortone, sia per la sua storia politica e per i più recenti sondaggi, il candidato politico di centrodestra forse oggi più competitivo». Ma poi precisa: «Io sarei a disposizione se scelta condivisa». Poi la doccia fredda Palese.

 

Repubblica - 25.1.10

 

Puglia, Vendola ha stravinto. In 200mila al voto per le primarie - Michele Ottolino

BARI -Schiacciante vittoria di Nichi Vendola alle primarie. E' lui il candidato alla presidenza della Regione Puglia e la sfida finale sarà con Rocco Palese, il delfino del ministro Fitto scelto a sorpresa dal centrodestra qualche minuto prima dell'apertura delle urne del derby interno del centrosinistra. I risultati che arrivano dagli oltre 200 seggi sparsi in tutta la regione parlano di un successo netto e inequivocabile del Presidente della Regione, 73 per cento contro il 27. Quasi 200mila i votanti delle primarie. Numeri che superano ogni aspettativa ma che Vendola vuole già archiviare per pensare al futuro. Il primo passo è stato accogliere il suo rivale Boccia con un applauso e un abbraccio all'arrivo nella sua "Fabbrica di Nichi", in via De Rossi a Bari, dove verso le 23,30 si è celebrata la vittoria.  "Il 2009 è stato per me un anno difficile sia  per vicende personali che per questioni politiche, alcune volte mi sono sentito solo", è stato il primo commento a caldo del governatore pugliese.  "In casa del centrosinistra - ha aggiunto - il candidato alla presidenza della Regione Puglia non viene deciso a Palazzo Grazioli, ma da una porzione del corpo elettorale rilevante di 200mila elettori. Nessuno si deve sentire sconfitto. Da oggi, insieme, dobbiamo lavorare perchè l'energia messa in campo dei sostenitori di Boccia e dai miei possa diventare un unico grande cantiere, una fabbrica per la popolazione pugliese. La Puglia ha il diritto di essere il laboratorio della buona politica". Per il sindaco di Bari e presidente del Pd, Michele Emiliano " Vendola ha meritatamente vinto le primarie impartendo al nostro partito, e non a Francesco Boccia, una dura lezione che non può più essere ignorata". "Anche la più razionale delle strategie politiche non può essere calata dall'alto - ha rincarato la dose - e non può essere attuata ignorando i sentimenti di rispetto e di affetto delle persone nei confronti di quei pochi politici che nel bene e nel male sono sintonizzati con il senso comune". "Questa è la lezione - ha detto Emiliano - che tutto il Pd deve apprendere e trasformare nello spirito col quale affrontare la prossima campagna elettorale. Possiamo vincere. Possiamo vincere perchè adesso, grazie alle primarie che abbiamo fortemente voluto, abbiamo un unico candidato, forte e legittimato.Possiamo vincere perchè l'avversario, come al solito, ci aiuta candidando la protesi della protesi di Berlusconi, possiamo vincere perchè il popolo del Pd ha saputo interpretare questo momento politico legando ancora una volta Nichi Vendola al destino della Puglia". Per la regione che ha inaugurato la stagione delle primarie, è stata un'altra lezione di democrazia. Alle urne si sono presentati in più di 192mila, incuranti delle lunghe code per l'esiguità dei seggi. Le urne sono rimaste aperte dalle 8 alle 21, in un clima di festa e senza alcun incidente.

 

"Serata amara, ma la linea non cambia" - Giovanna Casadio

ROMA - "Comunque sia, ora noi vogliamo vincere le regionali". Buon viso a cattivo gioco. In questo Massimo D'Alema è maestro e glielo riconoscono anche gli amici-coltelli, quelli che oggi nella riunione di direzione del Pd sono pronti a sfoderare le armi. "Serata amara", ammette il segretario Pierluigi Bersani mano a mano che arrivano i risultati e che si delinea la vittoria di Vendola. Prevede la resa dei conti nel partito dove ribadirà: "Non rinunciamo ad allargare la coalizione all'Udc". D'Alema telefona più volte a Boccia, il candidato che avrebbe dovuto portare in dote l'Udc, al quale i Democratici avrebbero dovuto tirare la volata (e tutti, ovviamente, nel partito giurano di averlo fatto). Dice anche, il leader Maximo, che si aspetta di essere messo sotto accusa. Ma che se li aspettava i duecentomila in fila ai gazebo. Il popolo delle primarie è quasi triplicato rispetto alla disfida del 2005 e questo sembra proprio una lezione che iscritti, simpatizzanti e elettori hanno voluto dare alla nomenklatura democratica e alle sue scelte a tavolino di candidato e alleanza, alla rotta verso il centro. La vittoria netta di Vendola in Puglia è la sconfitta di D'Alema e una botta per Bersani. La linea del segretario è stata quella di puntare le fiches sul numero zero - è il ragionamento dei supporter di Veltroni e Franceschini, la minoranza interna - nel senso di ricominciare daccapo rispetto a quel Pd a vocazione maggioritaria accarezzato dai precedenti segretari. Ma, si sfoga Giorgio Tonini, braccio destro di Veltroni ai tempi della sua segreteria, "le primarie pugliesi mostrano che l'idea politica dalemiana è sconfitta, perché è la somma statica di pezzi di consenso: in Puglia sta per accadere che il candidato di un partito che ha il 2% batte quello di un partito al 30%. L'idea di Pd di D'Alema è ragionieristica". Se i veltroniani sono scatenati, Dario Franceschini usa nei commenti maggiore cautela. Innanzitutto, spiega, indipendentemente da come sono andate le cose, non si aprono le ostilità, non si aprono subito perché prima bisogna vincere le regionali. La resa dei conti insomma è solo rimandata a dopo le regionali. Un processo a Bersani non sarà fatto ora. Franco Marini, politico navigato, ex Ppi, schierato con Franceschini fino alle primarie del 25 ottobre quando vinse appunto Bersani, lancia un ammonimento: "Questa cosa pugliese non deve toccare Bersani. Io avrei votato Boccia ma non mi butto dalla finestra se vince Vendola e poi l'alleanza con l'Udc era importante per vincere in Puglia e anche con un occhio alla strategia nazionale". Il giorno dopo le primarie, la missione sarà quella di portare Casini a essere neutrale in Puglia, a non scendere a patti con il Pdl e a correre da solo. È Beppe Fioroni, altro leader popolare, in quota opposizione interna, a insistere sul punto: "A Pier Luigi di cose da cantargliene ne ho tante, ma il 29 marzo, non prima. Adesso la verità è che balliamo sul baratro, che se continuiamo a guardarci l'ombelico alla prossima volta ci arriva un calcio nel sedere e allora non ci sarà più nessuna partita. L'alleanza con l'Udc era e resta indispensabile. Ma non lo dicono Bersani, D'Alema, Enrico Letta o io. Lo dicono i nostri risultati alle europee: con i centristi apparentati con il Pdl, per il centrosinistra finisce otto a zero". Veltroni anche questa volta non parla. Oggi sarà in direzione, dove è sempre andato ma facendo scena muta. Nei giorni scorsi ha osservato solo: "Sono preoccupato". E preoccupati sono anche D'Alema e Bersani che si sentono al telefono. Giro di chiamate. Nicola Latorre, il dalemiano che lascia Bari nel tardo pomeriggio per essere oggi in direzione, non è disposto a riconoscere errori: "Da vecchio bolscevico non dirò mai che abbiamo commesso errori". Piazzato davanti alla tv a tifare Inter nel derby con il Milan, quando ancora non ci sono i definitivi pugliesi, sacrificherebbe l'Inter per una vittoria di Boccia: "Senza Francesco noi perdiamo le elezioni. Però, no alle enfasi sulla Puglia come laboratorio nazionale". Di errori in segreteria non vogliono sentire parlare. Matteo Orfini ad esempio, sostiene che un errore è stato quello di "tentare di convincere Vendola a fare un ragionamento nell'interesse di tutti e non solo del suo personale, invece lui ha risposto "non faccio passi indietro ma solo passi avanti". Questo allarma perché i destini individuali non si antepongono a quelli collettivi". "E no, l'enorme partecipazione popolare - chiosa il veltroniano Walter Verini - ha un vincitore e cioè l'idea della politica vicina ai cittadini, aperta e trasparente".

 

"Flavio, serve un passo indietro". Prodi coinvolto nel pressing - Michele Smargiassi

BOLOGNA - Non decide da solo. È la sicurezza con cui il sindaco annuncia alle telecamere il suo "io resto comunque" che scuote il Pd dal torpore di una troppo prudente "attesa dei fatti". No, un sindaco eletto sotto una bandiera non può rendere conto solo alla propria coscienza. La "fuga in avanti" di Flavio Delbono finisce nel tardo pomeriggio di ieri, dopo una giornata di cellulari bollenti e consultazioni intrecciate che via via salgono di grado. La gestione della patata bollente, per decisione di Pierluigi Bersani, è affidata ai vertici regionali politico e istituzionale: al segretario Stefano Bonaccini e al governatore Errani. Ma in giornata squilla il telefono anche a casa di Romano Prodi, sostenitore della candidatura Delbono. Il problema non è più rinviabile: l'annuncio del sindaco, che non vuole cedere neanche in caso di rinvio a giudizio alla strategia "dell'infamia" con cui la destra sta affondando uno dopo l'altro gli amministratori di sinistra, chiama in causa direttamente il partito: il Pd mi sostiene o no? Ma la risposta somiglia a quella anticipata da Bonaccini due sere fa in un teso direttivo provinciale finito alle ore piccole: "Il Pd deve rimanere al di sopra anche dei sospetti". Così, a ora di cena, il sindaco si convince: oggi, lunedì, correggerà la perentorietà della sua scelta. Non sarà dunque il sindaco indagato a decidere se la gravità delle accuse è sufficiente a escludere ogni ipotesi di dimissioni. Un colonnello del Pd riassume il concetto in uno slogan: "Il problema non è il quanto, ma il se". È l'espressione di un disagio cresciuto di intensità negli ultimi giorni in un partito, come lo stesso Delbono riconosce, che "non sopporta neanche i dubbi". Disagio esploso ieri perfino dentro la giunta Delbono, per bocca di uno dei suoi assessori più autorevoli, l'ex "mister Granarolo" Luciano Sita: "Sì, sono a disagio", risponde rompendo il silenzio di palazzo, "a questo punto bisogna fare una valutazione politica della vicenda, alla quale prenda parte anche Delbono, deve esprimersi qualche organo collegiale". Finora è la voce più vicina al sindaco a sbilanciarsi, ma non l'unica. Di "fiducia compromessa coi cittadini" parla Virginio Merola, che sfidò Delbono alle primarie: "se ci sarà un rinvio a giudizio bisognerà esaminare assieme le accuse della Procura e le spiegazioni che darà il sindaco, se riesce a darne". "Chiarire, chiarire, chiarire" invoca la leader dell'opposizione interna, la franceschiniana Mariangela Bastico. Il sito Facebook di Delbono ribolle di preoccupazioni non sedate dalle spiegazioni. Anche fra gli alleati ormai c'è un clima poco indulgente: "Quella frase sul rinvio a giudizio se la poteva risparmiare", esclama Silvana Mura dell'Idv, "spero sia stato un lapsus". Che dovesse ritornare sui suoi passi troppo lunghi, Delbono lo deve aver capito presto nella sua domenica solitaria che non è riuscita ad essere di riposo. Solo sette giorni fa Romano Prodi si faceva fotografare al suo braccio all'uscita della messa in Santo Stefano, loquace e generoso. Ieri l'ex premier se n'è andato a messa in San Giovanni in Monte, solo con moglie e figlio, senza fare dichiarazioni. Messaggio chiaro. Anche Delbono, del resto, ieri ha rinunciato a farsi vedere: niente inaugurazione di una mostra sulla Shoah, niente cena in Curia in onore di monsignor Ravasi, niente presenza in tribuna dello stadio Dall'Ara per la clamorosa rimonta del Bologna. Una domenica ascetica per una decisione che può cambiare una rotta troppo pericolosa per il Pd.

Brunetta, Tremonti chiede smentita. "Ora basta invasioni di campo" - Francesco Bei

Spegnere subito l'incendio, prima che diventi argomento da campagna elettorale. Isolare "l'incendiario" Brunetta, prima che scoppi una nuova lite nel governo. Ecco dunque il timbro dell'ufficialità di Palazzo Chigi: una nota per dire che l'idea del ministro della Funzione Pubblica - dare 500 euro al mese ai giovani, togliendo soldi alle pensioni d'anzianità - "con il governo non c'entra niente, non è mai stata discussa collegialmente, è una sua iniziativa personale". Un comunicato preteso da Giulio Tremonti e condiviso questa volta anche da Silvio Berlusconi, attento a non aprire un pericoloso fronte polemico in campagna elettorale. "A due mesi dalle elezioni - è il ragionamento del Cavaliere - non ci possiamo permettere di giocare sulle pensioni". Ma è sempre la rivalità tra i due economisti Tremonti e Brunetta (anzi, il ministro della Funzione Pubblica nega al collega il titolo di "economista") a spiegare il nuovo caso scoppiato nel governo. Una competizione mai sopita, anche se dall'entourage di Brunetta assicuravano ieri che tra i due "adesso il clima è assolutamente tranquillo". Il fatto che è il titolare del Tesoro sarebbe pure passato sopra l'ennesima provocazione del ministro-candidato sindaco di Venezia. Se non fosse che il portavoce del Pdl, Daniele Capezzone - che con Brunetta condivide l'impostazione liberista - ha pubblicamente avallato l'iniziativa del "più ai figli meno ai padri", dandole in qualche modo il crisma del partito. A questo punto Tremonti non poteva restare a guardare. Prima si è rivolto a Berlusconi: "Basta invasioni di campo, su queste materie decido io. E comunque abbiamo persino un comitato dentro il Pdl per discutere, senza contare che Brunetta potrebbe parlarne prima in Consiglio dei ministri. Silvio, ci devi pensare tu". Ma la smentita di Palazzo Chigi tardava ad arrivare. Così, ammaestrato dall'esperienza (altre volte infatti Berlusconi si è servito di Brunetta come testa d'ariete per bypassare i rigori tremontiani), il ministro dell'Economia decide di fare da solo. Prende quindi il telefono e affronta direttamente a brutto muso il rivale. Perché su una "materia esplosiva" come le pensioni "un membro del governo non può fare battute improvvisate". Del resto proprio il giorno prima Tremonti, parlando ad Arezzo alla convention del Pdl, aveva rivendicato a sé il merito di non aver fatto "macelleria sociale", sacrificando "le pensioni e la sanità" all'abbassamento delle tasse. Una vexata quaestio, quella della riduzione fiscale, che vede Tremonti contrapposto allo stesso Berlusconi, ma con un alleato fondamentale: Umberto Bossi. Non a caso anche il Senatùr avrebbe accolto ieri con fastidio l'uscita di Brunetta, ricordando che "le pensioni d'anzianità riguardano soprattutto gli operai del Nord e nessuno le deve toccare". Nel silenzio generale della maggioranza sulla proposta Brunetta, spiccava quindi la sonora bocciatura del Carroccio: "E' una sparata domenicale". Il vicepresidente della commissione Bilancio del Senato, il leghista Massimo Garavaglia, è stato incaricato dall'alto di stroncare un'iniziativa che "ha poco senso". E questo perché "le pensioni di anzianità, soprattutto quelle del settore privato della generazione passata, sono frutto di 40 anni di sudato lavoro. Una volta si iniziava a lavorare a 14 anni e quindi sarebbe ingiusto toccare questi diritti acquisiti". Insomma Tremonti, spalleggiato dalla Lega (e persino da Berlusconi, per una volta) ha preteso una doppia smentita. Quella di Palazzo Chigi e quella del diretto interessato. Arrivata infatti a stretto giro con una nota del portavoce brunettiano, Vittorio Pezzuto, in cui si precisavano i due punti che stanno più a cuore a Tremonti. Primo: "Qualsiasi intervento va realizzato senza aggravare in alcun modo il deficit di bilancio della spesa corrente". Secondo: "Di questa ipotesi il ministro Brunetta ne parlerà con i competenti membri del governo, a partire dai ministri Tremonti, Sacconi, Meloni e Gelmini". A partire da Tremonti, appunto.

 

Perché il potere ha paura del web - Federico Rampini

NEW YORK - "Il nostro obiettivo è cambiare il mondo", è uno slogan di Eric Schmid, il chief executive di Google. Lo stesso Schmid che quattro anni fa, all'inaugurazione del motore di ricerca in mandarino, con l'indirizzo locale segnato dal suffisso ". cn", dichiarò: "Siamo qui in Cina per rimanerci sempre". Ora quelle due affermazioni - cambiare il mondo, rimanere in Cina - sono diventate tra loro inconciliabili. Se Google non accetta le regole di Pechino, e la censura delle autorità locali, la sua avventura cinese dovrà chiudersi. Lo scontro epico che si è aperto fra la più grande potenza di Internet e la più grande nazione del pianeta, è destinato a ridefinire nei prossimi anni l'architettura globale del web, i limiti geopolitici della libertà d'informazione, e il nuovo concetto di sovranità nello spazio online. Il precipitare degli eventi ha colto tutti di sorpresa, almeno in Occidente. Questo copione non è stato scritto né a Mountain View, il quartier generale di Google nella Silicon Valley californiana, né tanto meno a Washington nelle sedi del potere politico. Negli scenari più pessimisti elaborati dal Pentagono, quando due anni fa l'Esercito Popolare di Liberazione centrò in pieno un proprio satellite in un test di guerre stellari, fu detto che la conquista dello spazio sarebbe stata la prossima sfida tra l'America e la Cina. Nessuno aveva messo in conto quello che sta accadendo da due settimane: l'improvviso gelo tra i soci del G2 per il controllo del cyber-spazio. Eppure quando Google lanciò la sua versione in mandarino nel 2006, la censura di Stato esisteva già. Come Microsoft, come Yahoo, come Rupert Murdoch, anche il colosso di Mountain View accettò il patto con il diavolo: collaborare con il regime facendo propri i suoi tabù, interiorizzarne i limiti alla libertà di espressione, autocensurarsi con dei filtri di software automatici approvati dalle autorità locali. Sembrava logico. Google si comportava come tante altre multinazionali "normali", separava le regole universali del business capitalistico dal contesto politico locale. Come un qualsiasi fabbricante di auto o di jeans, Schmid pensò di poter chiudere gli occhi sugli abusi contro i diritti umani, e partire alla conquista del più vasto mercato mondiale. Anzi, nel 2006 la questione di coscienza per gli americani sembrava risolta una volta per tutti dalle parole ottimiste di Bill Gates: "Per quanti limiti possano mettere all'attività di Microsoft, l'avvento di Internet introduce nella società cinese un volume d'informazioni senza precedenti. La Cina sarà comunque migliore di prima, grazie a noi". Ai vertici di Google, a onor del vero, non tutti la pensavano così. Sulle condizioni dello sbarco in Cina aveva dei forti dubbi uno dei due co-fondatori dell'azienda, Sergey Brin. Per la sua biografia personale - nato nell'Unione sovietica, emigrò in America da bambino con i genitori - aveva intuito un'incompatibilità insolubile, tra la "natura" profonda del business di Google e quella della Repubblica Popolare. La casistica dei conflitti tra i regimi autoritari e la libertà online è ricca di precedenti, dall'Iran alla Birmania. Ma la questione cambia completamente quando la posta in gioco è un mercato di 330 milioni di utenti, ormai il più popoloso del pianeta. Il comunicato del governo cinese che stigmatizza Google e ribatte alle critiche di Hillary Clinton, fa esplicito riferimento alle "regole della rete cinese". Nessuno immagina che possa esistere un "Internet iraniano". Ci sono solo le barriere che Teheran frappone per l'accesso locale alla rete: che resta una, indivisa e globale. Ma l'idea che la Cina possa organizzarsi come un cyber-universo autonomo da noi, è altrettanto impensabile? In Occidente diamo ormai per scontato da anni che la superficie terrestre sia scandagliata minuziosamente da GoogleMap. Ricordo il divertimento con cui mi accorsi, quando abitavo a San Francisco, che dalle foto satellitari si poteva vedere non solo casa mia ma anche la targa della mia auto. Non appena mi trasferii a Pechino nel 2004 scoprii che intere zone della capitale cinese invece erano oscurate, a cominciare dal quartiere di Zhongnanhai dove risiede la nomenklatura comunista. Ciò che a noi appare naturale, o inevitabile, cioè che la mappatura terrestre sia fatta da un'impresa privata americana, non è accettabile a Pechino. E' un'intrusione virtuale nella sovranità: un valore per il quale gli Stati scendono in guerra da secoli. E visto da Pechino il confine che separa un colosso privato come Google dal governo di Washington, è labile. Ken Auletta, autore del saggio "Googled" (il passivo del verbo "googlare"), osserva che "poche altre tecnologie - la stampa di Gutenberg, il telefono - hanno avuto effetti sociali rivoluzionari come questo motore di ricerca, che ha sconvolto il nostro modo di produrre informazione, selezionarla, consumarla". Ma Internet essendo nato in America, tutta l'organizzazione del world wide web ha un'impronta made in Usa. Porta i segni inconfondibili di un "sistema": regole e valori nati negli Stati Uniti, per estensione occidentali, non necessariamente percepiti come universali a Pechino. Dove noi parliamo di "architettura aperta", altri capiscono "egemonia americana". La Grande Muraglia di Fuoco, è il nome che i dissidenti hanno affibbiato alla censura online della Repubblica Popolare. E' il più moderno e sofisticato apparato di controllo dell'informazione, con almeno 15.000 tecnici informatici in servizio permanente. Eppure il governo di Pechino ha avuto bisogno fino a ieri di appoggiarsi sul "collaborazionismo" di Google, Yahoo, Microsoft. I dissidenti, o anche i giovani cinesi più curiosi e dotati per l'informatica, hanno appreso ad aggirare la Grande Muraglia. Usano metodi simili a quelli degli hacker: ad esempio per dissimularsi attraverso domicili online all'estero. Sono esattamente i metodi mutuati dai cyber-pirati al servizio del governo, nelle incursioni denunciate da Google il 12 gennaio. Hanno violato la privacy della posta elettronica Gmail di numerosi militanti dei diritti umani; nonché di un grande studio legale di Los Angeles impegnato in un processo contro aziende di Stato cinesi per violazioni di copyright. E hanno profanato le email di 34 aziende hi-tech nella Silicon Valley, un grave episodio di spionaggio industriale che getta un'ombra sulla sicurezza di tutto l'impero Google. L'esperto d'informatica Holman Jenkins evoca per questa offensiva un precedente poco noto. "All'inizio degli anni Novanta ci fu un'escalation di episodi di pirateria navale nel Mare della Cina meridionale. Hong Kong, che era ancora una colonia inglese, raccolse le prove che i pirati erano in realtà al servizio delle forze armate cinesi. Era un modo per rivendicare la sovranità di Pechino su rotte di comunicazione strategiche". I cyber-pirati che la Cina ha scatenato contro Google, innescando un conflitto che ha portato fino all'intervento dell'Amministrazione Obama, starebbero facendo un gioco simile. Come il corsaro Francis Drake al servizio di sua maestà Elisabetta I contro l'impero spagnolo. In palio stavolta c'è uno spazio virtuale, perfino più strategico delle rotte marittime. La Cina punta molto in alto, se ha sentito il bisogno di intimidire Google fino a mettere in discussione la privacy dei suoi clienti industriali: tutti ormai potenzialmente spiati. I dirigenti della Repubblica Popolare possono immaginare un Trattato di Yalta del terzo millennio, con cui l'America prenda atto della loro sovranità su una parte di Internet. Se passa il loro piano, il discorso visionario di Hillary Clinton che ha esaltato Internet come "il grande egualizzatore", si applicherebbe solo al di qua della Grande Muraglia.

 

Serpico, il poliziotto eroe ora vive in una capanna - Vittorio Zucconi

Nell'alta valle del fiume Hudson, dove l'acqua del fiume che bagnerà poi Manhattan è ancora limpida, vive da eremita il vecchio che fece crollare il "Blue Wall", il muro blu dell'omertà e della corruzione poliziesca a New York: Serpico. Nel cranio porta ancora i frammenti dei proiettili che gli furono esplosi in faccia. Nel cuore l'amarezza per essere stato dimenticato ed espulso dai "fratelli" in uniforme come un rifiuto tossico. Nel nome riassume la vergogna e lo scandalo che cambiò la polizia in blu e che fece di lui un libro venduto a tre milioni di copie, un'inchiesta ufficiale devastante e un film leggendario. Lo ha scovato, nella capanna di tronchi da pioniere che egli stesso si è costruito e dove vive con la sua "ragazza" come chiama la signora di cinquant'anni che gli fa compagnia, il New York Times, mezzo secolo dopo quel 1959 nel quale Frank Serpico divenne patrolman, piedipiatti, poliziotto di quartiere a Brooklyn. Frank, che da vecchio somiglia sempre più, nella barba un po' irsuta, nel volto stazzonato da 73 anni di vita dura, nella bandana che gli avvolge la testa ancora trafitta dal dolore dei frammenti di piombo, al personaggio che Al Pacino portò sullo schermo, non è, neppure nella quiete profonda dei boschi, un uomo in pace. Serpico è ancora in guerra col mondo, come era in guerra con i gangster, i pusher, i magnaccia, i mafiosi di Brooklyn, ma soprattutto con i suoi colleghi del "Nypd", il Dipartimento di Polizia, che di quei delinquenti erano al soldo. "Ho ancora incubi - racconta - ogni volta che schiudo una porta, vedo la canna della pistola che mi sparò in faccia". Vede, soprattutto, quello che accadde dopo, mentre lui cadeva sul pianerottolo della casa di Brooklyn dove era entrato per fermare lo scambio di 10 chili di eroina, con il volto coperto di sangue. Ricorda i colleghi in blu e in borghese, quelli come lui, i detective under cover che assistono alla sua probabile agonia senza invocare nei walkie-talkie e nelle autoradio il "Codice 10-13", "agente a terra colpito" che avrebbe richiamato le ambulanze. Rivede il vecchio immigrato clandestino, un messicano, che da un appartamento vicino chiamò i soccorsi, prima che un'autopattuglia finalmente lo buttasse sul sedile posteriore, portandolo a un ospedale. Frank Serpico, il "napoletano", il figlio di un italiano arrivato da Marigliano, oggi uno dei borghi satellite più inquinati di Napoli, doveva morire, perché tutti sapevano che aveva deciso di scuotere l'albero della cuccagna, i soldi che la polizia incassava dalla malavita. "Non so che cosa sia cambiato, forse qualcosa, forse niente", dice oggi, da lontano, nella solitudine della sua log cabin, della capanna di tronchi, "Paco", come lo avevano soprannominato, dove sta scrivendo le memoria "prima che sia troppo tardi". Allora, molto sembrò cambiare, e quella schioppettata in faccia che lui si prese entrando nel nido degli spacciatori nell'indifferenza soddisfatta dei colleghi, fece finalmente tremare il "Muro Blu". Fu insediata una commissione d'inchiesta guidata dal giudice Knapp che scoperchiò, per la prima volta, il pentolone. Dozzine di agenti, di detective, di ispettori, di dirigenti, furono arrestati o radiati, permettendo ad altri di dimettersi in silenzio, per salvare quello che restava della "faccia". La Commissione Knapp cercò di distinguere fra la grande corruzione e quella spicciola, quotidiana. Disegnò due categorie di poliziotti "on the take", come si dice nel gergo, pagati dai criminali. I Vegetariani, i "grass eaters", quelli che si accontentavano di brucare le banconote infilate nella stretta di mano, di fare la spesa e di cenare gratis nei negozi e nei ristoranti per non vedere quello che accadeva nei retrobottega. E i Carnivori, i "meat eaters", i complici ingordi delle grandi organizzazioni, dei gangster, delle "famigghie", delle quali erano la protezione e la copertura. Si parlò di "centinaia di milioni di dollari" ruminati o divorati ogni anno da vegetariani come da carnivori. Il figlio dell'immigrato napoletano che "non ci stava" fu celebrato fuori, ed esecrato dentro: "avevo spezzato l'omertà". Venne promosso a detective, decorato con una medaglia che oggi tiene buttata in un cassetto, salutato davanti alle telecamere dai tromboni del potere come un eroe. E poi, appena cinque anni dopo la grande "pokazuka", la sceneggiata del risanamento, allontanato. Scomparve. Emigrò in Europa, in Svizzera, quanto di più lontano dalla sua New York si potesse trovare, vivendo con la quota di diritti d'autore sul libro che Peter Mass aveva scritto su di lui e con lui, e sul film girato da Sidney Lumet con un sensazionale Al Pacino. Ma neppure la Svizzera fece di lui un mite borghese integrato. Quando si rassegnò a tornare in patria, tornò a New York, sì, ma nello Stato, nel nord selvatico. Riprese i panni dello hippie che usava da investigatore e l'irrequietezza del ribelle che era sempre stato, anche con il "badge", con il distintivo della polizia, e la sua famosa Browing 9mm, sotto gli stracci da vagabondo. E anche dalla solitudine silvana, non avrebbe mai smesso di dar fastidio. Oggi nel suo blog ringhioso, ieri con lettere ai giorni, avrebbe continuato a irritare quella polizia dove, da bambino italiano aveva sognato di entrare. "Forse sono meno corrotti, ma sono ancora più brutali e quindi ancora più fuori dalla legge che dovrebbero far rispettare", dice e ricorda Amadou Diallo, il ghaniano di 23 anni disarmato che quattro poliziotti del Bronx abbatterono nel 1999 sparandogli 41 colpi di pistola in corpo per "malinteso", uscendo tutti assolti. Non c'è pace per lui, neppure fra i larici e gli abeti del Nord, dove la compagna lo sorprende a seguire tracce di sangue nella neve, per raggiungere animali, cervi, orsi, procioni, martore e scoprire perché abbiano sanguinato. Un matto, un maniaco, come tutti coloro che si ostinano a credere alla giustizia.

 

La Stampa - 25.1.10

 

L'avvocato cacciariano sarà l'anti-Brunetta - Jacopo Iacoboni

VENEZIA - Nella storica sezione Pci di San Polo - quella dove Enrico Berlinguer nel '74 volle incontrare l'allora astro nascente dei ragazzi operaisti, Massimo Cacciari, «quel ragazzo fa strada, deve solo parlare meno difficile» - campeggia ancora il quadrone con Lenin che indica Marx. E alle spalle il murale «il potere nasce dalla canna del fucile». Ma è ormai modernariato politico, e anche in questa ridotta si parla di Brunetta, e del futuro sfidante, Giorgio Orsoni, il vincitore delle primarie del centrosinistra col 46% (Bettin, secondo, al 35, la Fincato al 18). Per capirci, la presidente del seggio, la compagna Claudia Visser, alle sette di sera ironizza, «sa, hanno mobilitato le truppe cammellate delle chiese... poi certo, da noi votano tanti anziani, vecchi compagni, ma vince Orsoni». Il partito s'è mosso per questo avvocato che ha ereditato lo studio del grande borghese Feliciano Benvenuti, ex assessore al bilancio della giunta di Paolo Costa, presidente dello Yachting Club, e buon amico del Patriarca Scola, capace di allargare la coalizione all'Udc. E ora che a sera arrivano i dati, tutti gli fanno arrivare questo messaggio: collaboriamo per non lasciare questa città a Brunetta. Lui in serata commenta «è andata anche meglio del previsto, vinco anche in tante sezioni molto di sinistra». Ha già Brunetta nel mirino, «Venezia non può avere un sindaco da week end, e poi qui Brunetta non è mai stato davvero amato. E' un personaggio un po' così, fa annunci bislacchi... Dice che vuole portare il Comune a Palazzo Ducale, ma lo sa che senza Palazzo Ducale il sistema dei musei veneziani collasserebbe? Dice che vuole dare 500 euro ai bamboccioni, e il suo governo lo smentisce. Dice che farà la legge speciale per Venezia, ma a parte il fatto che io l'ho detto da mesi, e lui dal governo poteva farla, perché non ha lavorato in quella direzione? Comunque lo sfido: io sto scrivendo una proposta di legge speciale, vediamo se darà una mano, al di là dello schieramento politico». Insomma, uno spettro si aggira sulle primarie: Renato Brunetta. Senza di lui sarebbe stato difficile portare comunque alle urne, in una domenica gelida, tredicimila persone. Lo capisci anche dagli sfottò che leggi su scritte, santini, manifestini. "Yes week end". "Dopo Eolo e Mammolo, arriva Gondolo". "Vuoi come sindaco una bionda o Brunetta?" (spot di Laura Fincato, la sfidante arrivata terza). Persino Gianfranco Bettin, il candidato della sinistra-sinistra, il più critico dei tre verso lo schema di intesa coi centristi incarnato da Orsoni, ammetteva: «Io resto convinto che a Venezia si può vincere anche senza l'Udc, che qui varrà il 3, il 4, il 5%, mentre la sinistra vale tra il 10 e il 12. Detto questo è ovvio che cercheremo il massimo di accordo per non dare questa città in mano a Brunetta». Bettin, per anni lo storico pro-sindaco di Cacciari, è lucido: «Brunetta, in un modo o nell'altro, gli entusiasmi li ha accesi. Anche nel nostro campo. E' lui che ha fatto partire la macchina elettorale del Pd». Massimo Cacciari, che in tanti hanno sperato fino in fondo potesse sentire la sirena della sfida con Brunetta, continua a ripetere «ho tutte le scatole pronte per il trasloco, venite a vedere». A sera la luci del palazzo dove abita, facciata tinta di giallo, a San Tomà, sono accese. Orsoni, sussurra qualcuno, è troppo debole, il sindaco-filosofo s'inalbera: «Ma che ne sanno?! Giorgio è una persona strapreparata in materia amministrativa e finanziaria, ha grande esperienza, è stranoto in città, educato e nient'affatto arrogante: penso sia un candidato che va benissimo». E Brunetta? «Contento lui... Io penso, e glielo dissi, che è un pazzo a tentare». Orsoni ieri se n'è rimasto sereno a Fondamenta de' Tolentini. Non scalda le folle, né gli scrittori (da Tiziano Scarpa a Alessandro Baricco, hanno firmato appelli pro Bettin), ma è evidente che sa di cosa parla, conosce Venezia, e nessuno ha disistima di lui. Incassa la telefonata di Pier Ferdinando Casini, «ottimo risultato, Brunetta con te perde». Il sostegno di democratici come Enrico Letta. Il viatico di Flavio Zanonato, «Giorgio è l'unico che può battere Brunetta». E, giura Cacciari, lo batterà: «Il centrodestra, con l'allargamento del centrosinistra all'Udc, perde al primo turno». Tra parentesi, è chiaro che l'avvocato anti-Brunetta, se succederà al sindaco-filosofo, dovrà governare dialogando in modi totalmente trasversali. Le partite d'affari sono tante, la sublagunare da 650 milioni, il Quadrante di Tessera (tra 650 e il miliardo), il nuovo Lido (600 milioni), lo smantellamento della chimica velenosa a Marghera. O di quel che ne resta. Ieri, chiacchierando con qualcuno dei lavoratori messi in cassa integrazione alla Alcoa e alla Vynils, uno di loro confidava: «Sa quanti miei colleghi operai hanno votato alle primarie? Uno su tre, forse meno». E a Mestre centro, operaia e piccolo borghese, indovinate chi ha vinto, Bettin, l'amico dei no global, il sodale di Beppe Caccia e, a suo tempo, di Luca Casarini? No, ha vinto il mite Orsoni. Cronache dalla fine di un'ideologia.

 

Vince Vendola, sconfitto il Pd - Carmine Festa

BARI - Il popolo delle primarie ha scelto. Nichi Vendola è il candidato del centrosinistra alle Regionali di primavera. Il governatore uscente ha battuto al voto lo sfidante Francesco Boccia, deputato del Pd. Vendola ha conquistato la candidatura con uno scarto percentuale di 73 a 27. Questa la tendenza emersa fin dall'inizio dello scrutinio nella notte. Lo scontro tra i due era già stato proposto agli elettori pugliesi nel gennaio di cinque anni fa e ieri la seconda sfida ha confermato le preferenze degli elettori del centrosinistra. Sono stati oltre 190 mila i pugliesi sostenitori della coalizione che hanno affollato i duecento seggi aperti in tutta la regione, con un'alta affluenza, il doppio del 2005. Le urne sono rimaste aperte dalle otto del mattino alle nove di sera. Ai votanti si chiedeva l'adesione alle tesi del centrosinistra e un contributo almeno di un euro. Le code sono continuate a lungo anche dopo l'orario di chiusura. I seggi erano collocati non in sedi di partito ma in gazebo, circoli e anche in alberghi, con qualche possibile imperfezione nelle operazioni di voto. In Salento, per esempio, un giornalista dell'emittente Telerama ha provato a votare in quattro seggi diversi. Ci è riuscito in due. Ma oltre qualche errore, il dato elettorale non lascia spazio a dubbi. La scelta degli elettori che ha premiato Vendola si è imposta ovunque. A Bari il presidente uscente della Regione Puglia ha conquistato circa il 75 per cento delle preferenze. A Taranto, dove Francesco Boccia ha svolto il ruolo di commissario liquidatore per tirare fuori la città dal dissesto finanziario, il deputato del Pd non è andato oltre il 35 per cento dei voti. A Fasano, nel Brindisino, paese natio del senatore Pd Nicola Latorre, vicinissimo a Massimo D'Alema, Nichi Vendola ha vinto le primarie con l'85 per cento delle preferenze. A Manfredonia, altra roccaforte del Pd e terra del deputato Michele Bordo, il governatore uscente si è imposto conquistando il 70 per cento dei voti espressi dai milleottocento votanti. Vendola è arrivato ieri sera nel suo quartier generale della campagna elettorale, «la fabbrica di Nichi», a Bari, poco dopo le ventidue. Quando il risultato non era ancora definitivo il governatore uscente si è subito sbilanciato parlando di nette vittoria: «Il risultato delle primarie chiude una fase del Partito democratico e apre la strada al riformismo pulito del centrosinistra». A chi gli ha chiesto se il trionfo così netto sullo sfidante avesse potuto rendere più difficile il percorso verso l'allargamento della coalizione, il presidente uscente della Regione ha risposto: «Abbiamo tutti quanti il medesimo obiettivo e tutti quanti spenderemo parole, atteggiamenti, percorsi per rendere questa alleanza la più larga possibile. L'obiettivo è quello di un compromesso con le forze che si riconoscono a sinistra e coloro che si considerano moderati». Vendola ha poi speso due parole per Rocco Palese, il candidato del centrodestra che lo sfiderà a marzo: «Stimo Palese, soprattutto il suo spirito combattivo, ma il centrodestra fuori dall'ambito leccese non riesce a promuovere uno straccio di classe dirigente». Comunque il Pd ha scelto. Ora tocca agli altri partner della coalizione e soprattutto all'Udc che aveva giurato: mai con Vendola. Ma ora Vendola c'è.

 

Marino: "Altroché Udc. Anche Nichi entri nel nostro partito" - Antonella Rampino

ROMA - Ignazio Marino, sono un record i dati per l'affluenza alle primarie in Puglia, alla fine sarà comunque larga la vittoria di Nichi Vendola su Francesco Boccia. Però il Pd pugliese è stato nel caos per un mese e, nel 2010, si sono ripetuti ostacolando Vendola gli stessi errori commessi già nel 2005. Massimo D'Alema aveva fatto di tutto per evitare la consultazione e per spingere il governatore della Puglia a ritirarsi, la vittoria di Vendola è adesso una sua sconfitta? «Io credo che la vittoria sia della democrazia, sostengo da mesi e mesi che la via maestra nello scegliere un candidato deve essere quella delle primarie, vere e sempre. E' stato questo il motivo per cui decisi di candidarmi alla segreteria del Pd: le primarie consentono di dimostrare col programma quali sono gli impegni con l'elettorato. E' quanto accaduto in Puglia con Vendola per l'ambiente, l'acqua, i diritti civili». E D'Alema? «La visione di Massimo D'Alema è diversa dalla mia. Ma le persone non scelgono sull'emotività o secondo le indicazioni che vengono dalle segreterie dei partiti in nome delle geometrie politiche. I cittadini scelgono in base alle risposte che si propongono ai loro problemi». Dunque quello di D'Alema è stato un errore? «Dal mio punto di vista la scelta doveva essere quella delle primarie sin dall'inizio». Non è puro politicismo sostenere che si doveva candidare una personalità gradita all'Udc, come se in un partito federale, quale il Pd dice di essere, le alleanze in una regione si potessero proiettare necessariamente su scala nazionale? «Ritenevo, e la vittoria di Vendola mi dà ora ragione, che il Pd debba essere una cerniera del centrosinistra, che la linea politica debba essere un progetto, una visione che spieghi cosa si vuol fare nel Paese di qui a cinque anni. E si può fare con chiarezza solo ponendosi davanti alle questioni. Il nucleare, per esempio: il no di Vendola è anche il mio. L'acqua: Vendola vuole l'acquedotto pubblico, ed stata altrettanto chiara la sua posizione sui diritti. Se si chiariscono le posizioni, se si dice cosa si vuol fare sulle questioni concrete poi è più facile riportare all'entusiasmo il popolo di sinistra. Ed è più facile anche discutere di alleanze con altre forze politiche. Partendo dai programmi, tutto diventa più nitido, e le alleanze non sono per una poltrona o un assessorato». Oggi si discuterà del caso Puglia nella direzione nazionale del Pd. E ci si aspetta un regolamento di conti interno. «Nella riunione dirò che è necessario restare uniti e cercare di vincere: soprattutto nelle regioni dove c'è stata a lungo indecisione, come il Lazio e la Puglia. Adesso abbiamo Bonino e Vendola, due candidati di grande statura, e dobbiamo lavorare tutti con grande decisione perché si vinca. Io non vivo la politica come luogo di sopraffazione ma come periodo temporaneo di servizio rispetto agli obiettivi che un Paese sui pone per essere modernizzato. Ma in Puglia, tra Vendola e Boccia, lei per chi avrebbe votato? «Sono stato in silenzio sinora perché l'onorevole Boccia era il candidato del Pd. Ma se si confronta il mio programma e quello di Vendola sono sovrapponibili, c'è un'assoluta assonanza, anche sui diritti civili. Vendola dovrebbe stare nel Pd. Sarebbe molto utile, lo stimo molto: rafforzerebbe nel Pd la capacità di riflettere sui temi critici della modernità».

 

"Noi, l'avanguardia dei valligiani che vogliono il treno" - Maurizio Tropeano

SUSA - L'altra Valsusa si muove con imbarazzo, qualche paura e molta disorganizzazione. E' la prima volta che i Sì Tav montanari si mettono in mostra e poco importa se oggi sono ancora in pochi. «Ma speriamo che questa sia una scintilla», spiega Patrizia Ferrarini. La galaverna battezza il debutto di quella che si considera l'avanguardia della maggioranza silenziosa che anche in Valle vorrebbe il supertreno ma «per battere i No vogliamo tutto, subito e adesso», spiega Salvatore Cudezzo, autista. Quello slogan racchiude la madre di tutte le richieste: incentivi fiscali, convenzioni e lavoro per la valle adesso, prima dell'avvio del grande cantiere del 2013. Il motivo? «Perché altrimenti noi non riusciamo più ad andare avanti», spiegano in coro Cudezzo e un gigante che preferisce farsi chiamare con il soprannome, Danielone. Piazza del Mercato di Susa. Alle otto del mattino si presentano i due autobus che porteranno un centinaio di persone alla manifestazione organizzata al Lingotto dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. «Peccato che non sia bipartisan ma abbiamo deciso di andarci lo stesso: non vogliamo avere padrini politici», spiega Michele Cribari, portavoce del consorzio di imprenditori che ha promosso l'iniziativa. E' la prima volta che ci mettono la faccia anche se c'è un regista che ha studiato la scenografia. Prima di partire spuntano bandiere bianche con le scritte rosse come quelle dei comitati di protesta ma invece del No c'è la scritta «Sì Tav» e il nome dei paesi di residenza. Fa freddo e Francesco Mannarino sfoga tutta la sua rabbia: «Sono stufo di andare a lavorare a Milano per mille euro al mese per cercare di non morire di fame. Basta con queste proteste. Voglio lavoro». Lavoro, prima di tutto. «E basta con questi no Tav: sono tutti pensionati o hanno un posto fisso e nessun problema di reddito», fa eco Vincenzo Mammone. Cudezzo racconta di aver litigato ieri sera su Facebook con un No Tav, ma «non ho paura perché chiedo e voglio è solo una cosa: lavorare». Da due mesi è a casa. Danielone è disoccupato da più tempo ed è anche molto arrabbiato: «Se sono qui oggi non è perché mi hanno pagato come sostengono quelli là, ma perché non riesco più ad andare avanti». Salgono ordinati sui due autobus messi a disposizione dal neonato Consorzio che raggruppa 93 imprese di valle. Che cosa si aspettano da quelli del Lingotto? «Qualcosa che avrebbe dovuto arrivare prima di adesso. Attenzione per le imprese e per i nostri lavoratori», spiega ancora Cribari. In viaggio dipingono una situazione che ricorda la grande depressione: disoccupazione, miseria, paura. La Tav è come la manna, il miracolo che può ridare speranza: «Ma qui deve partire subito qualcosa, altrimenti la Valle muore», spiega Fiorella. «E' già morta», risponde Grazia. Sono sedute in seconda fila in questo autobus granturismo che sta viaggiando sulla A32: «Siamo qui perché ci aspettiamo da chi governa di avere qualcosa subito senza aspettare l'avvio della Tav». L'autobus imbocca la tangenziale in direzione Lingotto. Valter Nurisso e Anzio Dezorus raccontano di essere andati fino ad Ancona e Bari per lavorare, perché «qui fatichiamo un giorno e dieci restiamo a casa. Non ce la facciamo più». La Tav, dunque, come ultima risorsa «perché porta lavoro così come lo ha portato il cantiere di Pont Ventoux, dove hanno lavorato anche i valligiani e quelli che arrivavano da fuori andavano a rifocillarsi nei bar e nei ristoranti». Per loro non esiste un altro modello di sviluppo, anche se vogliono che la Tav «rispetti l'ambiente e la salute». Al parcheggio del Lingotto sono accolti come eroi: fotografi, telecamere, giornalisti. Sono arrivati in anticipo e aspettano in silenzio l'avvio delle danze. Sono loro i protagonisti ma vengono ingoiati dalla nomenclatura politica ed economica. Cribari dal palco chiederà ancora attenzione. Si spengono le luci. Si torna in valle, «rinfrancati - precisa Ferrarini - e con una sensazione positiva».

 

Memoria per tutti - Flavia Amabile

Mercoledì sarà la giornata della Memoria. Si ricorda la Shoah, ma molti altri sarebbero i genocidi e i massacri da ricordare. Li elenca il circolo culturale Excalibur:

  • Il genocidio del popolo armeno, un milione e mezzo di uomini, donne, vecchi e bambini scientemente eliminati dal governo turco nel 1915;
  • i dieci milioni di pellerossa massacrati dagli americani nel corso del XIX secolo a cui si aggiungono le vittime indigene della colonizzazione europea e cristiana delle Americhe per un totale di circa 100 milioni di morti;
  • i quattordici milioni di africani prelevati dalla loro terre e resi schiavi dagli americani per essere utilizzati come animali da lavoro. A questi si aggiungono le vittime dell'Apartheid in Sud Africa;
  • i sette milioni di morti in Ucraina dal 1935 al 1937 a seguito delle carestie provocate intenzionalmente dal regime stalinista in quello che era considerato il granaio d'Europa;
  • i quattro milioni di civili vittime dei bombardamenti terroristici alleati in Italia e Germania;
  • i tre milioni di civili massacrati per vendetta dall'Armata Rossa in Prussia, Slesia e Pomerania sul finire del secondo conflitto mondiale;
  • le vittime dei bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki, inferti dagli Americani al solo scopo di testare i nuovi ordigni, quando il Giappone aveva già avviato le trattative per la resa;
  • i tre milioni di vittime civili dell'Armata Rossa nell'occupazione sovietica dell'Afghanistan a cui si aggiungono i morti civili dell'attuale occupazione americana;
  • i due milioni di cambogiani (su sei di abitanti) morti nel loro Paese trasformato dai Khmer Rossi in un immenso campo di concentramento e di sterminio;
  • le vittime decedute per fame e torture nei gulag comunisti di tutto il mondo (compresa la Cina con la quale l'Italia e l'Occidente intrattengono ottimi rapporti d'affari), stima oscillante fra i 200 e i 300 milioni di persone;
  • i desaparecidos, vittime della repressione anticomunista dei regimi filoamericani in Argentina e Cile e le migliaia di scomparsi per mano dei regimi golpisti in Grecia e Turchia negli anni '70;
  • i massacri in Ruanda, Etiopia, Congo e nel resto dell'Africa centrale per motivi tribali. In questi Paesi, una volta autosufficienti, manca il cibo, ma non le armi fornite a piene mani dagli occidentali che condizionano e sostengono i peggiori regimi dittatoriali per il controllo dei ricchi giacimenti minerari;
  • le vittime innocenti, i massacri, le torture, le donne al rogo, perpretati dai cristiani durante il medio Evo nel periodo della cosidetta "Santa Inquisizione" e nel corso delle Crociate;
  • le teste mozzate della Rivoluzione Francese e le stragi in Vandea in nome della "libertà" e dei "diritti umani";
  • le vendette partigiane in Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale;
  • le più recenti vittime civili dei bombardamenti americani e della Nato in Bosnia, Iraq e Afghanistan.

 

Duro Bertolaso: troppi show per le tv

PORT-AU-PRINCE - Sta bene il 24enne estratto vivo dalla macerie dopo 11 giorni. Il cassiere dell'Hotel Napoli Inn ha raccontato di essere sopravvissuto bevendo Coca Cola. «Mi sento bene - ha detto dal suo letto di ospedale Wismond Exantus Jean -. Ho avvertito la scossa il 12 gennaio ma poi sono svenuto. Non ho mai pianto, ho solo pregato». Con l'ultimo salvataggio, il numero delle persone estratte vive dalle macerie è così salito a 132. Intanto coninuano le diffoltà nella distribuzione di aiuti ai sopravvissuti. Le truppe delle Nazioni unite hanno sparato colpi d'avvertimento e lanciato gas lacrimogeni per riportare la calma durante una consegna di aiuti a centinaia di haitiani. La distribuzione di cibo, olio di soia, acqua e radio in un ex aeroporto militare era iniziata in tranquillità, con due lunghe file di haitiani. In seguito, piccole schermaglie sono andate degenerando tra le persone in attesa, che per la maggior parte non avevano ancora ricevuto alcun aiuto dopo il devastante sisma del 12 gennaio, e la folla ha cominciato a precipitarsi caoticamente verso gli aiuti. I caschi blu brasiliani hanno quindi sparato in aria e lanciato gas lacrimogeni. Il bilancio delle vittime del devastante sisma si aggrava con il trascorrere delle ore. Il New York Times riporta che il ministro haitiano della Cultura e della Comunicazione, Marie-Laurence Jocelyn Lassegue, ha affermato che finora sono stati recuperati e sepolti oltre 150mila morti. Un giorno dopo il bilancio ufficiale che parla di 112.226 morti, il ministro ha detto anche che almeno 250mila persone sono rimaste senza tetto, mentre 200mila residenti di Port-au-Prince hanno abbandonato la capitale e si sono trasferiti nelle province limitrofe. Non è comunque chiaro come il governo haitiano sia giunto a queste stime, osserva il quotidiano statunitense. Nel corso della giornata di ieri il bilancio delle vittime è salito prima da 111mila a 120mila, e poi da 120mila a più di 150mila senza che siano state fornite spiegazioni dettagliate. Il capo della protezione civile italiana, Guido Bertolaso, si trova a Port-au-Prince da due giorni. Dopo aver visto la distruzione della capitale haitiana ha fatto un'analisi molto critica sulla situazione degli aiuti: «Gli americani tendono a confondere l'intervento militare con quello di emergenza», ha detto nel corso del programma "In mezz'ora", su Raitre. Rispondendo alle domande di Lucia Annunziata, ha spiegato: «Manca una capacità di coordinamento, utile per non disperdere gli aiuti che sono stati inviati. È stato fatto uno sforzo impressionante, encomiabile, ma non c'è una leadership. Serve un uomo, serve un Obama che gestisca delle emergenze». Ed anche «Clinton che scarica le cassette della frutta« non è servito. «Sarebbe stata la svolta se lui avesse gestito l'emergenza in prima persona, invece se n'è andato». La «tecnica d'intervento» ad Haiti applicata dagli Usa, secondo Bertolaso, è quella già usata in passato a Goma, Ruanda e Cambogia. «Troppo spesso, una volta arrivati sul luogo di un disastro, si pensa subito a mettere un grande manifesto con lo stemma della propria organizzazione, a fare bella figura davanti alle telecamere, piuttosto che mettersi a lavorare per portare soccorso a chi ha bisogno», ha concluso Bertolaso. La replica dell'Onu. «Non condivido assolutamente quello che dice Bertolaso» riguardo alla situazione degli aiuti umanitari ad Haiti. Lo ha detto Roberto Dormino, uno dei capi della logistica Onu ad Haiti, a Radio Capital.«Col terremoto dell'Aquila sono potuto confluire centinaia e centinaia di migliaia di militari, potevano essere requisiti tutti i mezzi pubblici. Qui che facciamo confluire? A Port-Au-Prince non c'è nulla. Non ci sono né strutture né mezzi - ha spiegato - Qui non c'è un parco veicoli che può essere utilizzato. Non c'è un taxi, né una macchina o un camion. Più di tanto non si può fare. Il governo non esiste, le frontiere sono aperte. E' tanto facile dire è patetico Se le nazioni unite fossero state in Italia quando c'è stato il terremoto avremmo fatto la stessa cosa che ha fatto Bertolaso. Qui invece arrivano solo persone ma mancano le macchine».

 

Il Pentagono non ci sta. "Ma quale show? La priorità è portare aiuti"

Maurizio Molinari

New York - Rispettiamo tutte le opinioni, anche quelle più critiche nei nostri confronti, ma Guido Bertolaso dovrebbe sapere che non sono i militari a guidare le operazioni di aiuto ad Haiti». La risposta di Washington al titolare della Protezione civile, che ha lamentato la carenza di una «guida civile» agli aiuti Usa, arriva da José Ruiz, portavoce del Comando Sud delle forze Usa nel quartier generale di Miami. «Sin da quando il governo degli Stati Uniti ha deciso di aiutare Haiti i militari hanno avuto solamente un ruolo di supporto logistico», esordisce Ruiz, sottolineando come «a dirci cosa dobbiamo fare è anzitutto il governo di Haiti, poi l'Agenzia Onu per lo sviluppo internazionale e quindi l'UsAid» ovvero l'agenzia federale statunitense che coordina gli interventi all'estero. «La catena di comando attraverso la quale operiamo è molto chiara - spiega Ruiz -. Sulla base delle richieste che ci vengono presentate mettiamo a disposizione navi, elicotteri, mezzi su ruote e personale al fine di eseguire operazioni di raccordo civile». Non si tratta dunque di uno «show militare» né di «interventi patetici» o di «un'invasione», come nei giorni passati alcuni portavoce di Parigi avevano suggerito, ma di una «operazione umanitaria nella quale gli Stati Uniti mettono a disposizione della comunità internazionale i mezzi che possiedono». Chiamare in causa direttamente Washington per quanto sta avvenendo ad Haiti è dunque un errore e un'ulteriore conferma in questo senso viene da Dan Warr, portavoce della Guardia Costiera impegnata ad Haiti, che replica a Bertolaso dicendo: «Qui ci occupiamo solo di portare aiuti a chi ne ha bisogno e in questi giorni la priorità è di riattivare i porti perché senza l'accesso dal mare abbiamo molti limiti». Al fine di rispondere alle critiche provenienti da alcune capitali straniere, il governo americano ha aperto a Port-au-Prince un «Media Center» per illustrare i dettagli delle operazioni di soccorso. «Ciò che a noi più preme è fare ciò che serve alla popolazione civile, farlo in fretta e soprattutto nel migliore dei modi possibili, in raccordo con le autorità locali e con l'Onu» sottolinea Ruiz, pur ammettendo che «in situazioni come questa è possibile che vengano commessi degli errori». A rispondere a Bertolaso è anche Roberto Dormino, uno dei responsabili della logistica dell'Onu ad Haiti, che a Radio Capitol ha detto di «non condividere assolutamente quello che dice», perché «qui non c'è nulla, non ci sono strutture né mezzi, più di tanto non si può fare, è molto facile dire che l'intervento è patetico ma le condizioni sono molto diverse dall'Aquila, dove uno Stato esisteva».

 

Obama torna alla squadra vincente - Maurizio Molinari

New York - Barack Obama prende le redini di un partito democratico in ebollizione e affida a David Plouffe la regìa della campagna elettorale per il rinnovo del Congresso in novembre. Plouffe è stato l'architetto della vittoria alle presidenziali del 2008, fu lui a creare dal nulla la raccolta dei finanziamenti online che stracciò ogni record sorprendendo i repubblicani come anche ad organizzare una rete capillare di volontari in ogni Stato al fine di sfidare i repubblicani nelle loro stesse roccaforti. Nella notte della vittoria Obama gli rese omaggio nel discorso del Grant Park di Chicago ma poche ore dopo Plouffe, classe 1967, era già un ex, avendo deciso di non seguire Barack alla Casa Bianca per restare in Illinois al fine di occuparsi di lavoro e famiglia (aveva appena avuto una figlia). Nell'ultimo anno Obama gli aveva affidato la gestione di «Organizing for America», il network per tenere assieme un esercito di 13 miloni di fan, ma dopo la cocente sconfitta in Massachusetts ha deciso di richiamarlo in pieno servizio, affidandogli il compito di evitare un tracollo elettorale in novembre a favore dei repubblicani. L'incontro fra i due è avvenuto nello Studio Ovale poco prima che chiudessero i seggi in Massachusetts - a conferma che la Casa Bianca aveva avuto sentore del terremoto in arrivo - e pochi giorni dopo Plouffe ha pubblicato sul Washington Post un articolo-manifesto sulla campagna elettorale per assegnare tutti i 435 seggi della Camera, 36 senatori su 100 e 36 governatori su 50. «Il voto di novembre non sarà un incubo per i democratici - ha scritto Plouffe - ma i democratici devono fare ciò che il popolo americano gli ha chiesto di fare a Washington». È questa la ricetta concordata con Barack: scongiurare nuovi Massachusetts riprendendo in fretta l'iniziativa politica sui grandi temi. Plouffe sarà così a fianco del presidente, assieme al vice Jim Messina, per spingere senatori e deputati ad accelerare il varo della riforma della sanità, per spronarli a varare misure per l'occupazione e per incarnare un «cambiamento che deve essere anche nell'etica personale» dei singoli eletti. Ma soprattutto Plouffe avrà l'incarico di vagliare nomi e profili dei candidati sotto la guida del Presidente, che sarà in cabina di regìa proprio come avvenuto durante la campagna del 2008. La convinzione di Plouffe è che in Massachusetts «gli elettori non hanno votato contro Obama ma hanno ripudiato un candidato come Martha Coakley quantomeno scadente». «Perfino un candidato mediocre probabilmente sarrebbe riuscito a vincere in Massachusetts», afferma Plouffe recapitando un insidioso siluro alla leadership del partito incaricata di designare i candidati. Ciò significa che sarà Plouffe ad avere d'ora in poi l'ultima parola su chi rappresenterà il partito in quali collegi, andando a rivestire il ruolo che nel 2006 ebbe Rahm Emanuel consentendo ai democratici di Nancy Pelosi di infliggere una dura sconfitta ai repubblicani. Il primo a comprendere cosa sta per avvenire è stato proprio Rahm Emanuel, oggi capo di gabinetto di Obama, dichiarando al New York Times che «la politica ha dei cicli» ed ora dunque tocca a lui abbassare il profilo per lasciare campo libero al ritorno di Plouffe. Poi è stato Robert Menendez, presidente del comitato elettorale dei senatori democratici, ad affrettarsi ad assicurare a Plouffe la sua «completa collaborazione» dando «il benvenuto all'iniziativa presa dalla Casa Bianca» di assumere un ruolo di primo piano nella campagna elettorale. Ciò che Plouffe ha in mente è affiancare la «selezione dei migliori candidati» con una campagna nazionale che rilanci il tema del «Change» - cambiamento - che ha fatto vincere i democratici nel 2006 e 2008, pur nella convinzione che «le elezioni di Midterm in genere garantiscono alcuni progressi al partito che l'anno prima ha perduto la sfida per la Casa Bianca». Sul fronte opposto i repubblicani si dicono sicuri di poter duellare con Plouffe «in ogni Stato», come dichiara il combattivo deputato della Virginia Eric Cantor secondo cui «è a portata di mano un cambio di maggioranza alla Camera» ovvero la conquista il prossimo 3 novembre di almeno 40 seggi avversari.

 

Corsera - 25.1.10

 

L'esplosione del laboratorio - Massimo Franco

È la nemesi di chi vede le primarie come la «vera» e unica fonte di legittimazione dei vertici del Pd; e insieme l'esplosione del «laboratorio pugliese» messo su da Massimo D'Alema e Pier Luigi Bersani per lanciare l'alleanza con l'Udc. In apparenza è tutto facile, perché ci sono vincitori e vinti. Ma nell'analisi di quanto è accaduto ieri, fattori locali e nazionali si mescolano. Così, si può affermare che la vittoria netta del governatore uscente Nichi Vendola riapre i giochi congressuali; e che hanno prevalso le nomenklature locali sui diktat nazionali del segretario Bersani, affiancato e quasi sovrastato da D'Alema. Ma forse l'aspetto più eclatante delle elezioni primarie è che si siano svolte, abbiano mobilitato quasi 200 mila persone, e siano state vinte contro la volontà e le indicazioni dei vertici del Pd. Significa che continuano ad esistere non uno, ma due partiti. Quello ufficiale si è imposto nel congresso d'autunno. Ha una vocazione governativa e vede nell'Udc l'interlocutore naturale della propria strategia alternativa a Silvio Berlusconi: un progetto prima che di sfondamento al centro, di smantellamento progressivo del bipolarismo in sintonia con Pier Ferdinando Casini. Anche per questo maneggia con diffidenza lo strumento delle primarie: lo considera congeniale ad un rafforzamento del bipolarismo, non al sistema che Bersani e D'Alema pensano di fare emergere dalla trattativa fra gruppi dirigenti. Questo Pd emerge dalla prova di ieri come il grande sconfitto. E non soltanto perché Vendola vuol dire il naufragio del matrimonio di interesse con l'Udc. Il problema è che la segreteria nazionale, e soprattutto D'Alema, avevano innalzato la Puglia al rango di laboratorio delle strategie future. Doveva diventare la vetrina di un centro-sinistra plasmato da Roma secondo i canoni di una liquidazione progressiva dell'identità abbozzata negli ultimi due anni. L'operazione subisce un altolà che ha del clamoroso. Dopo avere riproposto il bis del primo scontro nelle primarie, avvenuto nel gennaio del 2005 proprio fra Vendola e Francesco Boccia, con la vittoria anche allora di Vendola, la Puglia riconsegna lo stesso risultato. Con un paradosso in più. Il governatore ha issato la bandiera dell'identità storica del Pd, lasciata cadere con miopia dai suoi custodi. Ed ha vinto a dispetto della guerra spietata che i presunti maggiorenti gli hanno fatto; e nonostante gli scandali politici che sporcano la Puglia. Ritenere però che questo segni la rivincita postuma dell'Unione prodiana sarebbe fuorviante. Più che la nostalgia di un progetto bocciato dagli elettori alle politiche del 2008, si assiste alla difficoltà di riempire quel vuoto. Quanto è accaduto sembra rivelare un'incomprensione radicata, di più, un rifiuto per operazioni a tavolino che l'elettorato non è disposto ad avallare. E' vero che rappresenta un concetto ambiguo e oggi incontrollabile, nel limbo dopo il tramonto dei governi di Romano Prodi e della segreteria di Walter Veltroni. Ma è altrettanto evidente che non esistono più neppure quelle macchine oliate dell'ex Pci in grado di mobilitare e orientare i consensi. L'illusione di sostituire il «partito liquido» con le solide radici degli apparati locali è andata a sbattere contro una realtà più sfibrata e insieme arrabbiata. La sinistra non ha identità di riserva. E le primarie rimangono una fonte di legittimazione discutibile eppure condivisa: più forte di qualunque scomunica più o meno larvata.

 

D'Alema: hanno lavorato contro di me - Maria Teresa Meli

ROMA - «Già so quello che scriveranno ora i giornali, che ho perso io, ce n'erano alcuni soprattutto che non aspettavano altro, che hanno sferrato un'offensiva ostile nei miei confronti. Ma anche nella politica c'è chi ha lavorato contro di me». Sul calar della sera Massimo D'Alema è alle prese con un risultato che non gli fa male, ma malissimo. Uno strappo nella tela che ha tessuto per stringere dei rapporti con l'Udc. Ma la popolarità di Vendola l'ha avuta vinta. Gli elettori del centrosinistra pugliese hanno ritenuto che questo governatore valesse più del progetto politico accarezzato da D'Alema. E così è accaduto, come ha ammesso lo stesso ex premier, che un pezzo del Pd abbia votato per Nichi: «È come se una squadra tifasse per la squadra avversaria». Ma è successo. Eppure l'ex premier è convinto di aver fatto quello che andava fatto. Il che lo ha portato a buttarsi in questa avventura pugliese pur sapendo che rischiava di perderci la faccia. Vendola lo ha accusato di far da «balia» a Boccia. E, naturalmente, D'Alema ha negato. Ma in quell'affermazione del governatore pugliese c'è un fondo innegabile di verità. Perché se D'Alema non fosse andato in Puglia il risultato del candidato del Pd sarebbe stato ben peggiore. Del resto, D'Alema aveva capito che le primarie non si potevano non fare. Principalmente per due motivi. Primo, «perché una parte del nostro popolo le voleva e negargliele sarebbe stato come consentire a Vendola di avere una sfera di influenza su una fetta del nostro elettorato ». Secondo, «le primarie sono l'unico modo perché il Pd possa appoggiare Vendola alle elezioni regionali, perché è il candidato che è uscito vincente da una consultazione condivisa, in cui ognuno si è impegnato a sostenere il vincitore ». La Puglia, croce e delizia, dell'ex premier. Lì, in un ristorante di Gallipoli, tra un pescetto e l'altro, ha convinto Buttiglione a prender parte al ribaltone che fece cadere Berlusconi nel '94. Lì ha vinto quando ha deciso, nel 2001, di rinunciare all'ombrello del proporzionale, al contrario di quanto avevano fatto tutti gli altri leader, e di sfidare Alfredo Mantovano, sostenuto dal Cavaliere. Azzardo altissimo: se avesse perso, sarebbe rimasto a casa, altro che Parlamento. E quindi ancora lì in questi giorni si è messo a far politica come un militante qualunque. E ad un certo punto, preso dall'entusiasmo, si è lasciato andare ad una confidenza ad altissimo rischio: «Io non ho mai perso un'elezione, non ho mai perso un congresso... Aspettiamo di vedere come va a finire e poi ne riparliamo». Confidenza, quando si dicono gli scherzi della politica, consegnata allo stesso giornalista a cui, nel 2000, aveva detto, a proposito delle elezioni regionali dopo le quali sarebbe stato costretto alle dimissioni: «Vinciamo 10 a 5, e se siamo fortunati 11 a 4». Andò a finire come andò a finire. Ma D'Alema non per questo si arrese. Né lo fa ora, per quanto non nasconda di essere sotto botta e ammetta di non aver capit o a p p i e n o quel che stava accadendo in Puglia. Domani, salvo sorprese per lui molto amare, verrà eletto presidente del Copasir. Non una poltronissima, è vero, occupata prima di lui da Francesco Rutelli ed Enzo Bianco. Ma è da quella postazione, in cui per dovere d'ufficio D'Alema dovrà vedere spesso il sottosegretario Gianni Letta, che l'ex premier può tentare un'altra avventura ancora: cercare di essere il terminale del centrosinistra nel confronto tra maggioranza e opposizione. A meno che non decida di ritirarsi dall'agone. Almeno per un po'.

 

Duello rosa nel Lazio. Gli italiani preferiscono (di poco) la Polverini

Renato Mannheimer

Le prossime elezioni regionali saranno particolarmente importanti nel determinare gli sviluppi dello scenario politico del Paese. Il loro esito servirà a ridelineare i livelli di consenso tra le varie formazioni politiche, con un conseguente rafforzamento o meno della coalizione di Governo. Sin qui, i sondaggi suggeriscono una conferma o una crescita del seguito per il centrodestra. Anche se, nelle recenti esperienze passate, le regionali hanno per lo più punito l'esecutivo in carica: il risultato ci dirà se questo trend sarà smentito. Trattandosi poi dell'ultima volta in cui siamo chiamati alle urne prima di un lungo periodo di tregua elettorale (e di auspicabile attenuazione, quindi, della continua campagna elettorale che caratterizza oggi il dibattito tra i partiti), i risultati delle amministrative saranno decisivi anche nella formazione delle priorità programmatiche e di riforma per l'azione di governo e dell'atteggiamento che verrà assunto dall'opposizione. Una delle regioni su cui si è più accentrato il dibattito in queste settimane è costituita dal Lazio. Sia perché la vicenda Marrazzo ha colpito ed emozionato non poco, sia perché le due principali contendenti, Bonino e Polverini, sono figure di grande rilievo, che godono di ampio seguito, al di là dei confini della regione. Lo scontro che avverrà nel Lazio riveste di conseguenza, più di quanto accada per altri contesti, valenze e significati simbolici di carattere generale, tale da renderlo significativo e rilevante sul piano nazionale. Per questo, può rivestire un certo interesse stimare ciò che accadrebbe se, anziché il Lazio, il confronto tra Bonino e Polverini riguardasse tutto il Paese e, di conseguenza, tutti noi fossimo chiamati a scegliere tra le due candidate. Il risultato emerso da un sondaggio condotto al riguardo - che domandava appunto a tutti gli italiani la loro scelta tra le due leader- è quello di una sostanziale parità, con un lievissimo vantaggio per la Polverini. Entrambe le candidate appaiono largamente sostenute dagli elettori degli schieramenti politici di riferimento, con, però, alcune aree di dubbio, se non di dissenso. La Polverini verrebbe votata, a livello nazionale, dal 77% della base del Pdl, ma «solo» dal 67% di quella della Lega (ove quasi il 17% dichiara che si orienterebbe invece verso il sostegno alla Bonino). La candidata radicale ottiene tra gli elettori del Pd il 72% dei voti, con una quota non piccola (quasi il 20%) che afferma invece che, pur non votando per la Polverini, si rifugerebbe nell'astensione o nel voto nullo. È anche significativo il fatto che gli elettori dell'Udc si dividano praticamente a metà, con un maggior sostegno, comunque, per la Polverini. Nell'insieme, questi risultati riproducono in buona misura lo scenario attuale dell'intero Paese. Fortemente connotato dal confronto tra i due grandi aggregati rappresentati dagli opposti orientamenti politici. Con la presenza, però, di ampie zone di incertezza (e dunque di possibile mobilità di voto) all'interno di ciascuno. Si tratta di segmenti di elettori meno convinti e, in certe situazioni, disponibili financo a prendere in considerazione il voto per il candidato dello schieramento avversario. Sono meno presenti quando è in campo Berlusconi (o qualche altro leader nazionale), ma subito emergenti se si tratta di altri candidati. In questo stesso quadro va spiegata l'esistenza, nei risultati di questo come di molti altri sondaggi, di un altissimo numero di rispondenti indecisi o astenuti potenziali: si tratta, in questo caso, di quasi un quarto degli intervistati. È un indice abbastanza efficace del generale livello di perplessità - se non di disorientamento - presente nel Paese, anche in vista della scelta da prendere in occasione di queste elezioni.

 

Liberazione - 24.1.10

 

Antisemitismo andata e ritorno

Il 27 gennaio del 1945 i soldati sovietici liberavano gli ultimi prigionieri del campo di concentramento di Auschwitz. Il progetto pianificato e realizzato dai nazisti aveva portato allo sterminio di sei milioni di ebrei e alla scomparsa della presenza della cultura ebraica da intere regioni dell'Europa. Oggi che in quella data si celebra il "Giorno della memoria", quel passato non può tornare. Ma questo non significa che altre forme di razzismo, specie contro rom e immigrati non dominino ancora la scena anche nel cuore dell'Occidente. Questo mentre l'antisemitismo torna a manifestarsi sotto altre forme in diverse parti del mondo

 

«Ecco perché non abbiamo bisogno di retorica, ma di una memoria vivente»

Guido Caldiron

Interrogare la memoria di Auschwitz per capire il presente, per cogliere i meccanismi che possono condurre una società di massa a costruire dei capri espiatori su cui indirizzare il proprio malessere e le proprie frustrazioni. Un'indagine che riguarda razzismo e antisemitismo e la loro diffusione nell'Europa del Novecento come in quella di oggi e nel resto del mondo, a cominciare da quei paesi musulmani dove l'odio antiebraico è affermato pubblicamente con la scusa del conflitto israelo-palestinese. Questo il percorso di studio di Georges Bensoussan, uno dei maggiori storici europei della Shoah. Nato in Marocco nel 1952 in una famiglia ebraica, Bensoussan è professore di storia a Parigi e responsabile editoriale del Mémorial de la Shoah della capitale francese. Tra le sue opere vanno ricordate L'Ideologie du rejet (Manya, 1993), Histoire de la Shoah (Puf, 2006), L'eredità di Auschwitz. Come ricordare? (2002) e Il sionismo. Una storia politica e intellettuale (2007), entrambi per Einaudi. Nel corso del 2009 sono inoltre stati pubblicati Genocidio. Una passione europea (Marsilio, pp. 400, euro 21.00) e Israele un nome eterno. Lo Stato d'Isreale, il sionismo e lo sterminio degli ebrei d'Europa (Utet, pp.204, euro 22.00), due volumi che analizzano rispettivamente le origini culturali e politiche della Shoah nell'Europa dei secoli precedenti e in quella del Novecento e il ruolo che il genocidio e lo Stato di Israele hanno assunto nella definizione dell'identità ebraica di oggi. Lei è uno dei maggiori storici europei della Shoah, alla vigilia del Giorno della memoria del 27 gennaio può aiutarci a capire il significato di una tale ricorrenza: come fare un buon uso della memoria, senza trasformarla in un elemento museale che non susciti più un vero interesse nelle persone? Intanto evitando che si tratti di una "memoria morta". Quella di Auschwitz e della Shoah, come di tutti i genocidi della storia, deve essere una memoria vivente, una lezione politica che ci consenta di porci ancora oggi la domanda fondamentale che ancora ci deve interrogare: "Come è stato possibile che una società moderna e sviluppata come quella dell'Europa tra le due guerre mondiali abbia prodotto tutto ciò?". Nel momento in cui si ci interroga sui meccanismi che possono generare un tale crimine si entra nel campo di una "memoria vivente" nel senso che possiamo cercare di capire se nella società in cui viviamo oggi saremmo in grado di fermare un'evoluzione verso il clima che ha reso possibile il genocidio degli ebrei. Perciò la memoria di Auschwitz ci serve soprattutto a cogliere ora e nella nostra società i segnali che possono condurre a simili processi di morte e barbarie. La Shoah non è infatti solo il risultato dell'antisemitismo cresciuto in Europa nei secoli precedenti, ma anche della società di massa e del peso che vi hanno assunto la biopolitica e la tecnologia. Quanto all'attualità di questa riflessione, come è accaduto che le radici tutte europee dell'antisemitismo si siano diffuse a livello internazionale, anche in paesi dove non esisteva una tradizione razzista simile a quella che ha invece caratterizzato per secoli l'Europa cristiana? In effetti nei luoghi dove oggi l'antisemitismo fa parte a vario titolo del dibattito pubblico, penso in particolare al Medioriente e al mondo musulmano, non esisteva una vera e propria teologia anti-ebraica ben strutturata e stratificata come quella che è esistita invece per secoli nel mondo cristiano. Lo sviluppo di questo nuovo antisemitismo è piuttosto recente, data dal XIX secolo ed è frutto in particolare di due fattori. Il primo è la chiusura e la replica su se stesso che ha attraversato progressivamente il mondo musulmano che nel corso degli ultimi due secoli ha imputato all'Occidente il suo malessere e il ritardo nel suo sviluppo sociale e politico. Il secondo è il considerare gli ebrei, anche le folte comunità che vivevano in tutti i paesi arabi prima di venirne cacciate dopo la nascita di Israele, come rappresentati della cultura occidentale che si voleva rifiutare. In questo contesto la creazione di uno stato ebraico, tra l'altro vincitore militarmente dei suoi vicini arabi, non ha fatto che bloccare definitivamente questa situazione sul piano simbolico. Infine c'è da dire che una parte dei "materiali culturali" dell'antisemitismo cristiano sono stati importati nel mondo arabo dai pellegrini, dai missionari europei e dai diversi ordini religiosi cattolici che sono stati a lungo molto presenti in diversi paesi arabi e del Medioriente. Ecco il percorso che ha condotto l'antisemitismo ad occupare il ruolo che occupa oggi nelle società arabe e musulmane. L'antisemitismo è cresciuto, nell'Europa del primo dopoguerra su un fondo di crisi sociale e economica: condizioni che si possono ripetere? E' quasi banale sottolineare come in tutte le situazioni di crisi emerga questa tendenza a concentrare le proprie paure e le proprie ansie su un determinato "capro espiatorio". Ma perché questo processo si metta in moto c'è bisogno anche di un altro elemento oltre a una condizione di crisi: c'è bisogno di un pensiero complottista, vale a dire di una costruzione simbolica e culturale che presuppone che dietro a ciò che si vede nella realtà ci sia qualcosa e qualcuno che agisca nell'ombra, non visto. Coloro che tirano le fila non visti sono i veri responsabili di tutte le disgrazie di cui siamo vittima, spiegano i sostenitori di questa idea "del complotto". E nella storia occidentale è capitato più volte che fosse agli ebrei che si attribuisse la responsabilità del malessere collettivo e e che fosse chiesto loro di fare da capri espiatori della crisi della società. Oggi qualcosa del genere si produce ancora ma non è più agli ebrei che viene imputata la responsabilità del "complotto" ma allo stato di Israele che per una parte almeno dell'opinione pubblica internazionale starebbe impedendo all'umanità di essere libera e felice. Con questa affermazione non si rischia però di impedire che si esprima una legittima critica alla politica israeliana, trasformando tout court "l'antisionismo" in "antisemitismo"? Su questo punto, che considero davvero delicato, vorrei essere molto chiaro. La critica a questo o quel governo di Israele o alle sue scelte politiche non può essere in alcun modo considerata come una manifestazione di antisemitismo. Così, allo stesso modo i governi di Israele non possono invocare una sorta di impunità per le loro decisioni che li porrebbe al di sopra di qualunque giudizio e critica. Detto questo, personalmente credo però che quando si parla di antisionismo si dovrebbero chiarire i termini: infatti mi sembra che si dicano antisionisti coloro che negano la stessa legittimità dell'esistenza di Israele, la sua creazione nel 1948 e il suo successivo riconoscimento internazionale. Da questa posizione consegue che se Israele scomparisse domani le cose per tutto il Medioriente, o forse per il mondo intero, andrebbero molto meglio. Ecco, l'antisionismo nega la legittimità stessa a esistere dello Stato ebraico, non la sua politica o le sue scelte. E le due cose mi sembrano davvero molto diverse tra loro. Le ripetute affermazioni negazioniste del presidente iraniano Mahmud Ahmandinejad come si inseriscono in questo quadro? Definirei la retorica espressa a più riprese da Ahmadinejad come una "retorica genocida". Quando il presidente iraniano dice che bisogna "cancellare o sradicare lo stato di Israele", che è "venuto il momento di liberarsi di questo cancro che uccide il Medioriente" non fa solo riferimento a dei cliché antisemiti o antisionisti, ma fa esplicitamente appello alla distruzione di quello stato e all'eliminazione fisica di chi ci vive. E come immaginare questa "cancellazione" se non attraverso un massacro o in genocidio? In realtà penso che Ahmadinejad dica a voce alta e in modo violento ciò che una parte del mondo arabo-musulmano pensa. Vale a dire che lo stato di Israele è illegittimo e prima o poi dovrà scomparire dalla carta geografica. Lei è anche uno storico del sionismo, come si è arrivati alla definizione da parte di alcuni paesi presenti alle conferenze Onu sul razzismo, prima a Durban nel 2001 e poi a Ginevra nel 2009, del sionismo come "ideologia razzista"? Su quali basi storiche può essere fatta tale affermazione? Semplicemente non esistono basi storiche per dire una cosa del genere. Ascoltando coloro che sostengono queata tesi ci si rende subito conto che non poggia su alcuna argomentazione di carattere storico. Personalmente ho letto una grande quantità di documenti e ho ascoltato molti interventi pronunciati a sostegno di quest'idea, ma non ho mai trovato alcuna traccia storica che la possa sostenere. Si tratta di una pura menzogna che si pensa di poter fare passare per verità storica solo perché la si continua a ripetere: il fatto che I protocolli dei Savi di Sion siano stati tradotti in decine di lingue e diffusi in tutto il mondo non fa di questo falso antisemita un documento storico. Ad affermare che il sionismo è un'ideologia razzista sono degli ideologi e non degli storici, perciò le loro idee vanno trattate come posizioni politiche, per quanto aberranti, non certo come dati frutto della ricerca storica.

 

La costruzione dell'immaginario antisemita

Francesco Germinario, ricercatore della Fondazione "Luigi Micheletti" di Brescia e da anni attento studioso delle culture razziste e di destra ha pubblicato lo scorso anno da Laterza il bel saggio Fascismo e antisemitismo. Progetto razziale e ideologia totalitaria (pp. 118, euro 15,00), mentre alla vigilia del 27 gennaio Utet propone il suo Costruire la razza nemica. La formazione dell'immaginario antisemita tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento (pp. 382, euro 18,00), un libro importante che raccoglie in una storia sistematica i molti contributi che l'autore ha dedicato alla genesi dell'immaginario antisemita, cercando di «individuare alcuni percorsi anche sotterranei che conducono ad Auschwitz», nel «quadro della storia culturale del continente europeo».

 

"Arbeit macht frei". Quel misterioso furto dell'insegna di Auschwitz - Matteo Alviti

Berlino - Scomparsa. Un'insegna in ferro battuto lunga cinque metri sparita nel nulla, in una gelida e nevosa notte di dicembre. Niente di particolare, non fosse che quei quaranta chili e più di metallo, piegati a comporre l'infame frase "Arbeit macht frei", il lavoro rende liberi, hanno un "peso specifico storico" altissimo, e il loro furto, lo scorso 18 dicembre, è stato un colpo al cuore della memoria della Shoah. «Una profanazione» per usare le parole di Pawel Sawicki, portavoce del museo di Auschwitz-Birkenau. Il furto della «pietra tombale di più di un milione di ebrei», per il premier israeliano Benjamin Netanyahu. E, aggiungiamo, delle altre vittime, migliaia di polacchi, rom e militari sovietici. Alla polizia, che si era messa subito alla ricerca dei colpevoli, erano bastati poco più di due giorni per ritrovare l'insegna che accoglieva gli internati ad Auschwitz, vicino Cracovia, oggi nel sud della Polonia. I cinque balordi autori del furto l'avevano segata in tre parti, per trasportarla più agevolmente e dare meno nell'occhio. La scritta era già stata danneggiata al momento del furto: mancava la I di frei, lasciata a terra nella neve, e una parte era stata piegata. Attualmente i responsabili materiali del furto sono in custodia a Cracovia. Su di loro c'è poco da sapere, a parte che hanno tra i 25 e i 39 anni e che nel loro passato ci sono precedenti penali per reati vari, compreso il furto. Nessuno di loro, ha specificato la polizia polacca dopo l'arresto, può essere collegato direttamente con la galassia neonazista, che pure in Polonia ha il suo "bel" seguito. Hanno agito per «motivi criminali», non politici, e sono incriminati per furto e danneggiamento di un bene patrimonio dell'umanità. Chi si nasconde, allora, dietro al furto? Chi ha commissionato il lavoro ai cinque, promettendo, pare, una ricompensa di 20mila zloty, poco meno di 5mila euro? Ad oggi mancano ancora alcuni tasselli fondamentali per completare il puzzle, ma una pista corposa c'è. Le indagini, come era prevedibile, hanno portato subito fuori dalla Polonia. Un po' più a nord, in Svezia, dove vive il controverso possibile mediatore del furto, che per conto suo si presenta come un benefattore, poco credibile. E dove forse si nasconde anche il compratore finale. Che potrebbe però essere anche un facoltoso simpatizzante nazista britannico, già collezionista di numerosi macabri cimeli. La storia per certi versi è paradossale, considerato che l'unico incriminato, il mediatore, si è autodenunciato in un'intervista a un giornale popolare presentandosi come eroe. «Siamo orgogliosi di aver aiutato la polizia a ritrovare l'insegna, non abbiamo nulla da nascondere». Anders Högström - ex leader del Fronte nazional socialista svedese fino al 1999 e oggi membro di un'organizzazione, Exit, che aiuta neonazi "pentiti" ad abbandonare la scena - ripete con convinzione di essere stato, con un amico, determinante per le indagini. Ma le sue indicazioni sui possibili colpevoli e su un eventuale compratore disposto a pagare centinaia di migliaia di euro devono essere apparse sospette. Contro di lui la giustizia polacca vuole infatti emettere un'ordine di cattura internazionale per istigazione al furto. Quella del 34enne Högström - già processato in passato per commercio illegale e furto di oggetti d'antiquariato - è una figura piena di ombre. Lo testimoniano anche i dubbi dei suoi stessi collaboratori. Secondo alcuni l'uscita dalla scena neonazista sarebbe stata una copertura, una sorta di doppio gioco, come lascia pensare il fatto che abbia ricevuto molte meno minacce di altri. Il ruolo di Högström dovrà essere chiarito. Ma la situazione del neonazismo svedese è comunque preoccupante. A differenza di altri paesi nordici, come la Danimarca e la Norvegia, in Svezia il neonazismo non aveva attecchito nella società. Oggi però il vento pare essere cambiato: politici di estrema destra dibattono in televisione con gli avversari e i sondaggi danno i neonazisti Svedesi democratici (Sd) sopra alla soglia di sbarramento del 5%. Già nelle elezioni del prossimo autunno Sd potrebbe entrare in parlamento, dove l'estrema destra non siede dal 1991. Ci sono diversi indizi, ha scritto la stampa svedese, che i proventi del furto sarebbero andati a finanziare l'estrema destra locale. Poco prima della fine dell'anno un portavoce dei servizi segreti, Säpo, aveva confermato l'esistenza di indagini su possibili attentati orditi dai neonazisti contro il parlamento e la residenza del premier Reinfeldt. E che queste azioni avrebbero potuto essere collegate alla vendita della scritta all'ingresso di Auschwitz. Oggi l'insegna in ferro battuto è ancora in fase di restauro. I responsabili sperano di poter completare il loro lavoro al più presto, per poter ripristinare la scritta originale - attualmente sostituita da una copia - in occasione delle celebrazioni per il giorno della memoria, che in Germania si festeggia dal 1996. Sessantacinque anni dopo la liberazione, il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau è ancora il simbolo più forte della memoria della Shoah. Lo dimostra, per assurdo, anche il furto dello scorso dicembre. Ma ancora di più sono le centinaia di migliaia di visite che il memoriale riceve ogni anno a testimoniare l'interesse per quel buco nero della civiltà che furono i 12 anni di regime nazista, e la solidarietà con le vittime del Reich. L'anno appena passato ha fatto segnare un record: 1,3 milioni di visitatori da tutto il mondo. Mai così tanti nei 62 anni di storia del centro della memoria. E se la speranza che in futuro niente di simile possa accadere è riposta nelle nuove generazioni, pensare che di quel milione e passa di visitatori più di 800mila erano ragazzi può forse aiutare a essere ottimisti. Nonostante Rosarno.

 

L'Europa e Auschwitz oltre il Muro

Ripercorrere con la telecamera il viaggio compiuto da Primo Levi nel 1945 all'indomani della sua liberazione dal campo di concentramento di Auschwitz. Un viaggio - poi raccontato ne La tregua - durato quasi un anno e durante il quale l'autore de I sommersi e i salvati , per tornare alla sua casa di Torino, attraversò Polonia, Ucraina, Moldavia, Romania, Ungheria, Slovacchia, Austria e Germania. A oltre mezzo secolo Davide Ferrario e Marco Belpoliti hanno ripercorso nel 2006 i passi dello scrittore, che aveva osservato l'Europa in macerie dell'immediato dopoguerra, in un'altra fase decisiva per il Vecchio continente, quella successiva alla caduta del Muro di berlino. Il risultato è uno straordinario documentario, La strada di Levi che ha però il passo e l'atmosfera di un vero road-movie, che viene ora proposto dall'editore Chiarelettere insieme a Da una tregua all'altra. Auschwitz-Torino sessant'anni dopo , un volume curato dallo stesso Belpoliti insieme a Andrea Cortellessa che raccoglie anche testi di Mario Rigoni Stern, Lucia Sgueglia, Massimo Raffaelli e Davide Ferrario (Dvd e libro, euro 24.00). Film e libro ripercorrono oggi il viaggio dello scrittore (nelle immagini del disfacimento dell'impero sovietico, del disastro di Chernobyl, dei raduni neonazisti, dei paesi da cui partono i migranti che fuggono nelle nostre metropoli) e danno un senso a quella che Andrea Cortellessa definisce come «la geografia di Levi»: a un tempo dello spazio e dell'anima.

 

Dizionario ragionato della Shoah e dei campi

Come accadde? Come fu possibile? E come fu condotto il programma dell'eliminazione prima morale e poi fisica di milioni e milioni di uomini in Europa? E qual era la causa di questo programma? Sono queste soltanto alcune delle domande a cui intende rispondere Le parole dei lager , il "Dizionario ragionato della Shoah e dei campi di concetramento" pubblicato da Leoncarlo Settimelli (Castelvecchi, pp. 190, euro 14,00). Uno strumento agile, pensato soprattutto per le giovani generazioni che, spiega Settimelli, corrono il rischio di pensare che la Shoah sia «il frutto della pazzia sanguinaria di un Fuhrer e della sua corte di gerarchi», non capendo «fino in fondo perché il popolo ebraico fu la vittima principale, il nazismo il suo aguzzino e una parte del popolo d'Europa (non solo tedesco) il suo complice». Per evitare la musealizzazione della memoria Settimelli propone così una sorta di piccola enciclopedia che raccoglie in ordine alfabetico le informazioni necessarie per comprendere quanto accaduto e chi ne fu protagonista. Un volume utile per capire un evento che ha segnato il Novecento in maniera indelebile e che «le voci di questo dizionario - spiega ancora l'autore - possono chiarire e illuminare con rapidità di consultazione, come in un libro dei libri che condensi migliaia e migliaia di pagine, notizie, luoghi, eventi». A completare il testo ci sono poi cronologia, filmografia, discografia e bibliografia che possono aiutare ad approfondire quanto già descritto da Settimelli nelle voci del suo dizionario.

 

Quando gli alleati scelsero di non salvare gli ebrei - Guido Caldiron

«L'Olocausto non fu fermato prima perché anche le democrazie occidentali furono percorse al loro interno da una fortissima ondata di antisemitismo, che impedì ai governi di prendere misure concrete in soccorso degli ebrei. Perfino negli Stati Uniti, si tentò di far passare le notizie sullo sterminio per semplice propaganda e la questione ebraica come un problema locale. E poi come avrebbero reagito le altre minoranze se si fosse intervenuti solo in favore degli ebrei? La guerra andava combattuta, ma in nome della sicurezza nazionale e non certo per sottrarre gli ebrei al loro destino». Professore emerito di Storia all'università di Wisconsin-Madison, Theodore S. Hamerow pone alla base del suo Perché l'Olocausto non fu fermato. Europa e America di fronte all'orrore nazista , pubblicato in questi giorni da Feltrinelli (pp. 496, euro 28), uno dei quesiti centrali che da sempre accompagnano la riflessione storica sulla Shoah e la Seconda guerra mondiale. Perché chi sapeva non intervenne? E perché il genocidio degli ebrei, che avrebbe in seguito rappresentato quasi la cifra dell'intero conflitto e della stagione internazionale tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, turbò così poco la coscienza di un'opinione pubblica che avrebbe solo pochi anni dopo, specie negli Stati Uniti, aderito massiciamente al clima della guerra fredda e all'anticomunismo più radicale? La risposta ai quesiti posti dallo storico ha meno a che fare con i meccanismi dell'intelligence applicata alla guerra e alla stessa dinamica militare del conflitto, - in altre parole, non si devono cercare spiegazioni nella difficoltà a immaginare una strategia militare che avrebbe potuto mettere in crisi la macchina della morte dei nazisti - che con la storia della società americana. Hamerow non ha dubbi: l'Occidente scelse di non intervenire perché una parte non marginale della propria opinione pubblica condivideva perlomeno i pregiudizi antisemiti che il sistema ideologico del nazismo aveva eletto a forma di governo prima e di sterminio poi in Germania. Europa e Stati Uniti erano stati scossi da una forte ondata di antisemitismo dopo la crisi di Wall Street. «Doveva esserci una qualche trama, un qualche disegno, una qualche cospirazione all'origine della Grande depressione. E così sempre più gente cominciò a credere che dietro la trama, il disegno o la cospirazione si celassero l'astuzia e l'avidità ebraiche», spiega lo storico. Del resto erano quelli gli anni in cui uno degli inventori dell'industria automobilistica moderna, Henry Ford esprimeva pubblicamente la propria ammirazione di Adolf Hitler e pubblicava una versione modernizzata dei Protocolli dei Savi anziani di Sion . A New York marciava il Ku Klux Klan ma anche i nazisti americani che giuravano fedeltà al Fuhrer e alla bandiera a stelle e strisce. Per questo, molto probabilmente gli Usa non sostennero presso gli alleati la necessità di un intervento militare che potesse impedire il genocidio. «E' ormai noto che la notizia dello sterminio sistematico degli ebrei ad opera dei nazisti circolava in Europa e negli Stati Uniti fin dal 1942. Eppure ci vollero tre lunghi anni prima che si ponesse fine alla barbarie del genocidio. Nel frattempo, nessuna azione militare specificamente finalizzata a sabotare la macchina nazista dell'orrore. Nessuna iniziativa diplomatica esplicitamente rivolta a fermare la mano degli aguzzini. Anzi, l'accoglienza di rifugiati ebrei in fuga dalla Germania fu resa ancor più difficile e le porte delle frontiere si chiusero per loro quasi ermeticamente», sottolinea infatti Hamerow che per realizzare questo volume si è basato su un vastissimo e rigorso lavoro d'archivio.

Il bilancio non potrebbe essere più amaro e spinge lo storico ad affermare che Hitler, pur sconfitto militarmente, in un certo senso ha vinto «perché è riuscito a spazzare via gli ebrei dall'Europa»: ciò che il nazismo si era prefisso.

 




Data notizia25.01.2010

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