Politica Italiana
Manifesto - 26.1.10
Nella fabbrica di Vendola - Luciana Castellina
La mia giornata di scrutatrice delle primarie nelle Puglie (coadiuvanti Giusi Giannelli, ex Fgci di Bari e Rosario Rappa, segretario della Fiom) comincia da Taranto, quartiere «I Tamburi», case popolari per gli operai dell'Ilva, oggi solo 12.000, giovanissimi: media d'età 31 anni, i più anziani diventati esuberi o andati in prepensionamento perché l'amianto li ha resi invalidi o già ammazzati. Davanti al seggio, una fila già lunghissima, «parecchi hanno rinunciato» mi avverte un drappello di anziani siderurgici che sosta all'ingresso. Si vota da tre ore e sono perplessi, il segretario locale di Rifondazione è depresso: «troppe facce che non ho mai visto, tante donne, mi sa che ce la mettono...», il resto lo dice con le mani. Entro, molti vecchi compagni mi riconoscono ( da queste parti, in 62 anni di militanza comunista, sono venuta tante volte ): mi abbracciano ma, quasi scusandosi, parecchi mi dicono che voteranno Boccia, perché «così ha detto il partito» ( che nonostante tutto quello che è successo è sempre il partito). Esco allarmata: vuoi vedere, mi dico, che proprio lì dove la tradizione Pci era più forte, 45% di voti finché è esistito, va a finire male? Proprio qui dove la giunta Vendola è riuscita, per la prima volta in decenni, ad imporre all'Ilva, per legge, di installare i depuratori che hanno ridotto le esalazioni del veleno da sette nanogrammi a metro cubo a uno? «Cosa vuoi - osservano sconsolati - qui ormai alla diossina si sono abituati». In Puglia è primavera. Le ultime ore della mia giornata le passo a Bari, su un divanetto nella stanza della «Fabbrica di Nichi», a sedere proprio accanto a lui, nervosissimo ed esausto. Fuori, dalle otto, hanno cominciato ad accalcarsi i compagni. Nella notte la conferma di quello che sapete già: 67% di media regionale, i sondaggi erano sbagliati. Ma per difetto. Alle urne 205.000 persone, parecchio di più che per le primarie interne al Pd su cui era stata tarata la distribuzione delle schede. Già nelle prime ore del pomeriggio dai seggi avevano chiesto che li rifornissero perché erano ormai senza, e si è ricorso alla fotocopiatrice. Il primo dato arriva alle 21 e 4 minuti, sul telefonino di Nicola Fratoianni, coordinatore della Sel (Sinistra, ecologia e libertà) pugliese: ad Armesano, comune salentino, 184 votanti, 32 voti per Boccia, 137 per Vendola. Ridiamo, il campione è troppo minuscolo. Poi la valanga: Tricase 80% per Nichi, idem a Fasano, al quartiere barese di Japigia al 90, 76 a Celleamare, a Triggiano 911 a 311, a Mola 841 a 187, a Copertino 736 a 199, a Lucera mille voti di distacco. Alle isole Tremiti finisce 64 a 4. Arriva anche il risultato del quartiere «I Tamburi», quello che attendo con più ansia: i compagni si erano sbagliati, quelle facce sconosciute e quelle tante donne hanno votato per il 73% in favore di Vendola. Alla diossina, per fortuna, non si erano del tutto abituati. Nichi comincia a sorridere. Quando chiamano, direttamente sul suo cellulare, da Altamura, annunciando un 76%, gli dice «esagerati!». Poi uno scoppio maleducato ma incontenibile: è arrivato il risultato di Gallipoli, epicentro dalemiano per ragioni di politica e di vela. 204 voti per Boccia, 683 per Niki. Fuori non sanno ancora niente. Nella stanzetta-rifugio arrivano i dati non-ufficiali, per renderli pubblici è meglio aspettare quelli ufficiali. I compagni scalpitano, la folla aumenta e preme. Alle 22,30 sappiamo già qualche media provinciale, la più sfiziosa quella di Lecce, che era stata data quasi per perduta: 61,9 per cento. In totale solo sei sconfitte: Bisceglie, ma si sapeva, è la città natale di Boccia; Manfredonia, dove si concentra lo stato maggiore del Pd; Apricena; San Pietro Vernotico, Cesarano; San Ferdinando. Bisogna prendere contatto col quartier generale del Pd. Non è corretto dichiarare senza essersi accordati prima. Proviamo un po' di imbarazzo. Finalmente Fratoianni telefona al suo collega Blasi, che coraggiosamente decide che la conferenza stampa si farà nella sede della «Fabbrica di Nichi». Ho un po' di paura dell'incontinenza della folla, ormai grossissima, quando arriverà Boccia. E invece sono tutti bravissimi, gli battono persino le mani, l'onore delle armi allo sconfitto. Che poi dirà davanti a una selva di telecamere che lo prevedeva, ma che si perdono solo le battaglie che non si fanno. I due candidati del centro sinistra si impegnano adesso a marciare uniti, Nichi dice «domattina parte un treno, deve rendere l'alleanza la più larga possibile». L'avversario adesso è Rocco Palese: lo spoglio in casa del centro sinistra non è ancora terminato che il partito della libertà scioglie i suoi tanti dubbi e annuncia che il cavallo con cui correrà sarà un pallido ex assessore di Fitto, il solo minimo comun denominatore possibile nella rissa che si è creata a destra, dove nessuno dei maggiorenti ha voluto una candidatura un po' più valida, quella dell'ex sindaco di Lecce, ex deputata e ministro di An, oggi a capo di una sua nuova formazione, «Io Sud», Adriana Poli Bortone. ( L'indomani mattina se la piglia l'Udc ). Poi il fiume delle dichiarazioni, di tutti. La più singolare quella del sindaco Emiliano che avrebbe dovuto essere l'oppositore di Nichi ma non se l'è sentita: «Possiamo vincere a marzo - dice - perché il popolo del Pd ha saputo interpretare questo momento politico legando ancora una volta il destino delle Puglie a Nichi Vendola». Evviva il popolo del Pd, dunque, ma il Pd? Rutelli fa sapere che è contento di essersene andato da quel partito per non dovere escogitare frasi di rito all'annuncio della sconfitta. Dopo la vittoria. Sono venuta nelle Puglie innanzitutto perché tornare in questa occasione al mio vecchio mestiere di inviato del manifesto era un modo per manifestare solidarietà a Vendola, ma anche perché molto curiosa di questo test, che - sia pure alterato dall'«anomalia Nichi» - poteva raccontare molte cose che vanno al di là del caso specifico; e infatti le ha raccontate. Primo: cosa è il Pd, nel concreto? Quanto è forte la sua presa sulla società? Meglio di ogni altro me lo dice Peter Giacovelli, coordinatore della Sel di Martina Franca: «qui il Pd ha quattro consiglieri comunali e uno regionale, ma non ha più la sede, si riuniscono nell'ufficio privato del consigliere regionale. Quando abbiamo dovuto incontrarci per organizzare le primarie sono dovuti venire da noi». Ecco: un'organizzazione territoriale ormai non c'è quasi più, ma ci sono centinaia di rappresentanti degli enti locali che gestiscono in prima persona i rapporti con la società. E cui fanno capo non vere clientele (talvolta anche quelle, naturalmente, sottospecie di referenti di cooperative e di servizi municipali), ma nemmeno organizzazioni partitiche, collettivi. L'allargamento della base sociale ha poi ovviamente portato dentro al Pd anche soggetti dotati di interessi, spesso consistenti, e nelle scelte, nei conflitti che si determinano, capita di sentire il loro peso. Secondo: cosa è l'Udc, il partito cui D' Alema voleva sacrificare Vendola? A guardarlo, qui nelle Puglie, mi è tornata in mente una prima seduta del Consiglio comunale di Roma, nel '75, in cui Lucio Lombardo Radice, neofita della carica, si rivolse con un bellissimo discorso sul cattolicesimo verso il banco della Dc dove sedevano, sbigottiti e senza capire molto, i tanti presidenti della Centrale del latte, dell'Azienda della Nettezza Urbana, i tanti piccoli centri di potere della capitale, insomma. Qui è ancora meno, è un corpaccio indistinto e transumante fra una sigla e l'altra, capibastone che dispongono di un piccolo patrimonio di voti (9,1 % alle ultime europee), parecchio clientelari, che decidono di volta in volta a chi dare. ( «Non i due forni - recita una battutaccia locale - ma dove si sforna»). Raccontarne le loro storie sarebbe troppo lungo: a Bari ci sono gli ex craxiani, parecchi perché qui nella «Bari da bere» degli anni '80 Bettino aveva stabilito un ponte privilegiato con Milano; a Barletta è invece un ex Pci entrato in rotta di collisione con il partito; molti ex Dc, ovviamente. Insomma, difficile paragonarli ai «ceti medi dell'Emilia rossa» di togliattiana memoria, e tanto meno alla rappresentanza del mondo cattolico cui Nichi, allievo fedele di don Tonino Bello, il purtroppo defunto grande vescovo di Molfetta, parla più direttamente. (Un povero presidente di circoscrizione, Francesco Ferrante, passato da poco dai socialisti autonomisti al nuovo Psi di Stefania Craxi, e cioè dal centro sinistra al centro destra, si è presentato al seggio chiedendo di votare. Gli è stata obiettata la sua recente appartenenza, ma lui si è indignato: io sono socialista, ha gridato. E alla fine lo hanno fatto votare per misericordia verso la confusione.). Interrogativo più difficile: perché, l'altro alleato che non si poteva perdere, l'Italia dei Valori, non voleva Vendola, sebbene gli slogan di Di Pietro siano tutti contro gli apparati dei partiti? Perché purtroppo dietro a quella sigla non ci sono solo girotondi, ma anche piccoli potentati locali che sono saliti sul carro ma non vogliono mettere a rischio i loro affari. E così hanno cercato di impedire al loro partito - senza riuscirci del tutto - di scegliere la candidatura del governatore. E infine Niki: di che fenomeno si tratta? «populismo rosso», come insinua Corto Maltese (con qualche simpatia) e qualcun altro (con antipatia)? Non è così. Intanto va detto che la sua popolarità è dovuta a corpose realizzazioni della sua giunta, in particolare quelle a favore dei giovani. Prima fra tutte l'insieme di misure che vanno sotto il titolo di «Ritorno al futuro»: borse di studio per specializzarsi in Italia o all'estero, già 10.000 concesse in cambio della sottoscrizione di un «contratto etico», un impegno - non un obbligo - a tornare a lavorare nelle Puglie. E poi i «Bollenti spiriti», laboratori urbani creati in immobili pubblici ristrutturati e avviati ad ospitare attività creative. E, ancora, «Principi attivi», una sorta di concorso per idee di nuove possibili attività produttive, una sorta di microsocietà (450, su 1.500 proposte arrivate, già finanziate) per il quale le Puglie hanno ricevuto il premio dell'Unione Europea nell' «anno (il 2009) della creatività». E, ancora, il cinema, rilanciato da una straordinaria Film Commission, che ha operato sul fronte della produzione e su quello della domanda, riaprendo sale e circuiti, e dunque promuovendo occupazione. Infine, e non è poco, le energie alternative, la prima regione in Italia in questo campo, dice con giusta soddisfazione l'assessore Losappio. Tutto questo è stato fatto non dal solo Vendola, ma insieme ad altri assessori, ovviamente anche del Pd, in particolare Minervini (che infatti ha disubbidito nelle primarie): possibile che il Pd, sparando contro Vendola, dicendo che la primavera pugliese era ormai esaurita, non si sia reso conto che azzoppava anche sé stesso? Possibile non abbia capito che era una follia barattare l'Udc, colpito proprio il giorno del voto dalla condanna a sette anni di uno dei suoi principali procacciatori di voti, Totò Cuffaro, con la straordinaria mobilitazione di giovani che si è creata a difesa della giunta e di Nichi, il solo che ha capito di cosa avevano bisogno, che non gli parla in politichese, che vince, non perché - come dice uno slogan della sua campagna - « è radicale, ma perché è radicato», innanzitutto nelle nuove generazioni? Nelle Puglie ha preso corpo un fenomeno nuovo e di grande significato, un ritorno alla politica di migliaia di giovani, i veri protagonisti di questa vittoria delle primarie. Sono cosa? «Post» di tutto: del comunismo, del moderno, del lavoro stabile, e persino, adesso, orgogliosi di essere pugliesi. È il trionfo della società civile contro la politica dei partiti? Ne discutiamo a lungo con il sociologo Franco Cassano, l'intellettuale che più si è impegnato a fianco di Nichi. Il discorso è lungo, non siamo nemmeno sempre d'accordo, un fatto è però certo: la politica tradizionale non attira più perché ha perduto la sua investitura storica. Adesso siamo nella fase di un utilissimo bombardamento del quartier generale. Poi si vedrà. Il 28 marzo si vota. Sarà una prova dura. Ma con quei 205.000 votanti alle primarie, si è messo già insieme un bel motore, ricco del 10 per cento dell'elettorato chiamato alle urne.
«Caro Nichi, batti un colpo» - Paolo Ferrero
Caro Nichi, colgo l'occasione di questo comune giorno di festa per porti una domanda: perché la positiva dinamica che abbiamo messo in moto in Puglia non può essere ripetuta anche nelle altre parti d'Italia? Nella tua regione, di fronte all'arroganza del gruppo dirigente del Pd abbiamo fatto fronte comune. Prima rifiutando la proposta che tu non venissi candidato e poi con il comune sostegno alla tua candidatura nelle primarie. Questo fronte comune ha vinto e il tuo splendido risultato ne è la testimonianza. In Puglia ha cioè funzionato nei fatti una coalizione di sinistra di alternativa, in grado di tenere un profilo politico autonomo dal Pd, che è riuscito, come riuscimmo nel 2005, a vincere le primarie. Una coalizione di sinistra di alternativa che ha aperto contraddizioni nel Pd proprio in quanto ha saputo agire con una soggettività propria, non subalterna o manovriera. Si è fatta una battaglia limpida, senza sotterfugi, sia sul piano politico che su quello dei contenuti e la chiarezza ha pagato. Del resto quando ci siamo visti e sentiti nelle settimane scorse proprio questo punto avevamo messo al centro. Di fronte ad un Pd che è caratterizzato da una deriva centrista, con tratti di vera e propria subalternità all'Udc, abbiamo convenuto sulla necessità di coordinare le forze della sinistra al fine di incidere positivamente nella discussione in tutte le regioni. Nella reciproca autonomia avevamo individuato la necessità di unire gli sforzi, di fare una battaglia comune, di evitare che il Pd potesse metterci gli uni contro gli altri nella ridefinizione moderata del suo asse politico. In tutta franchezza , proprio questa battaglia comune a me pare sia venuta meno. Mentre in Puglia abbiamo agito concordemente, questo non avviene nelle altre regioni d'Italia. Non ho lo spazio per fare una disanima complessiva per cui mi soffermerò solo sul caso della Lombardia, che a me pare emblematico. In questa regione Sinistra e Libertà ha deciso di sostenere Penati a candidato a Presidente proprio mentre questo ha posto un veto sulla presenza della Federazione della Sinistra nella sua coalizione. Qui ci troviamo in una situazione incredibile: il candidato del Pd decide di porre una discriminante anticomunista per far parte della sua coalizione e si caratterizza su contenuti che sono grosso modo l'opposto dei contenuti che tu hai sostenuto nelle primarie pugliesi. Sinistra e Libertà, invece di fare battaglia politica e di rompere con Penati, decide di partecipare alla sua coalizione. Mentre in Puglia la sinistra, insieme, ha ottenuto un risultato straordinario, in Lombardia Sinistra e Libertà si fa strumento del tentativo di distruzione della sinistra da parte di Penati. Caro Nichi ti chiedo quindi di battere un colpo. Se i ricatti non si possono accettare in Puglia, non debbono essere accettati nemmeno in Lombardia. Se è possibile lavorare per l'alternativa in Puglia, deve essere possibile farlo anche altrove. La primavera non la si costruisce in una regione sola.
A Venezia tutti dentro, da centristi e Idv fino a Rifondazione - Orsola Casagrande
VENEZIA - Sarà l'avvocato Giorgio Orsoni lo sfidante del ministro Renato Brunetta. Venezia domenica ha scelto il candidato sindaco del centrosinistra. Circa tredicimila i votanti, a Orsoni è andato il 46%, ma la vittoria è meno schiacciante di quanto sembra, visto che Gianfranco Bettin, ex prosindaco di Mestre sostenuto dalla sinistra, ha preso appena 1.300 preferenze in meno (35,37% dei voti). Più distaccata la terza candidata, l'unica iscritta al Pd, Laura Fincato, che ha preso il 18,62% dei voti. Nonostante la sconfitta, Bettin si è detto molto soddisfatto del suo secondo posto e ha subito sottolineato che «adesso bisogna essere tutti uniti. Ora dobbiamo lavorare per la partita vera contro Brunetta. Da domani massima collaborazione e massimo impegno di tutti per non consegnare Venezia a Brunetta e alla destra, soprattutto alla Lega». Per Orsoni l'obiettivo è puntare a una coalizione «che va dall'Udc a Rifondazione». Quindi un'alleanza allargata, «senza escludere nessuno del centrosinistra. I contatti che ho avuto con l'Udc davano la cosa per sicura nel caso della mia candidatura. Ne ho parlato anche con Casini. Da domani cominceremo a rinsaldare i legami». Soddisfatto dei risultati anche il sindaco uscente Massimo Cacciari, che sosteneva proprio Orsoni. «Lo strumento delle primarie - ha detto - tende a divenire obsoleto se non sarà normato: usato soltanto come "tappabuchi" non può avere grande attrattiva». Orsoni, 63 anni, nato a Venezia, è stato assessore al patrimonio e ai rapporti istituzionali del comune dal 2001 al 2005, nella giunta guidata da Paolo Costa. Chi invece non è per nulla soddisfatta dei risultati è stata la terza candidata, Laura Fincato, che ha ottenuto solo il 18.65%. Fincato è assessore in carica nella giunta Cacciari e anche l'unica dei tre candidati iscritta al Partito Democratico. «Il centrosinistra - ha detto - ha dato un segno di debolezza. Cinquemila persone in meno rispetto alle primarie vinte solo pochi mesi fa da Bersani sono un segno di disaffezione alle primarie e anche al centrosinistra. Ognuno deve fare una riflessione». Fincato sottolinea anche come «fra Orsoni e Bettin non c'è una grande differenza: i numeri dicono che il candidato sindaco non si può più permettere l'apertura all'Udc per poi avere i voti di Rifondazione solo in un secondo tempo». E in effetti i giochi sono già aperti. Nei prossimi giorni Orsoni farà incontri sia a sinistra che con l'Udc. Il candidato vincente era sostenuto anche dall'Italia dei Valori che ieri ha commentato, con Antonio di Pietro, la scelta definendola «una candidatura condivisa con il Pd, come è stato per le regionali in Veneto».
Energia o alchimia. I laboratori del Pd fuori dal Pd - Ida Dominijanni
Purtroppo per gli strateghi di professione, il bello della politica non sono le cose prevedibili né quelle calcolabili ma gli imprevisti incalcolabili. I quali hanno il pregio di spezzare la monotonia della ripetizione e di far fare alla scena, all'improvviso, un balzo nel tempo. La vittoria di Nichi Vendola, «scongiurata» come una jattura dalle calcolate alchimie dalemiane, era diventata prevedibile alla fine della corsa a ostacoli per le primarie. Ma imprevedibile, e incalcolabile, era l'entità della conferma del voto popolare al governatore, nonché l'energia - giovanile e non solo - che visibilmente esprime e trasmette. Dato tutt'altro che secondario, per una sinistra - moderata e radicale - malata ormai di depressione cronica. Dice Bersani, cercando di salvare capra e cavoli in un partito in cui poco o nulla sembra ormai salvabile, che «la popolarità di Vendola ha oscurato la proposta del Pd che non era contro Vendola ma lo comprendeva, e al tempo stesso si preoccupava di favorire la convergenza di tutte le forze di opposizione in un percorso alternativo alla destra», convergenza che resta comunque al centro della strategia del Pd. E' un modo molto edulcorato, nonché contorto, di riassumere la vicenda. In primo luogo perché la sottovalutazione della popolarità di un candidato è, per una forza politica, un errore non da matita rossa ma da matita blu. In secondo luogo perché la proposta del Pd «comprendeva» Vendola solo nella misura in cui lo annientava. Dal che si può trarre una prima, elementare lezione degli accadimenti pugliesi: non è lecito, in politica, sacrificare un esperimento reale e funzionante come quello del governo pugliese a un esperimento virtuale e al buio come quello dell'alleanza con l'Udc, né una persona in carne e ossa a un disegno gelido e astratto. Il fine non sempre (anzi quasi mai ) giustifica i mezzi. Tantomeno quando trattasi di un fine non tanto nobile, e di mezzi alquanto ignobili. Dopodiché ci sono le lezioni da trarre per la questione eternamente irrisolta della natura del Pd. Partito radicato contro partito leggero, sovranità dei gruppi dirigenti contro legittimazione popolare, bipolarismo su base proporzionale contro bipartitismo a vocazione (velleitaria) maggioritaria: erano, solo pochi mesi fa, i termini della discussione congressuale. Dalla quale, con la vittoria (nei congressi e nelle primarie) di Bersani, era emersa una correzione sostanziale di quel veltronismo che aveva portato alla débacle del 2008. Senonché, alla prova del laboratorio pugliese, quella correzione ha mostrato una faccia talmente ingegneristica e talmente distante dalla sensibilità della sua stessa base da produrre un'altra débacle di pari entità. E ora c'è poco da tornare ai termini, e agli schieramenti, del dibattito congressuale: ci sono casi in cui le sconfitte si sommano senza possibilità di soluzioni di riserva. O c'è un salto, o la soap finisce: per noia. Tanto più che sono i fattori circostanti, nel frattempo, a cambiare. Nichi Vendola di oggi, per esempio, non è Nichi Vendola del 2005 (il che avrebbe dovuto di per sé sconsigliare la ripetizione, da parte del Pd e segnatamente di D'Alema, del copione del 2005, prima ti ostacolo poi ti sostengo): il giovane ed eccentrico dirigente «gay, comunista e cattolico» di allora è oggi anche un uomo di governo che della sua «anomalìa» ha saputo fare un punto di forza nel rapporto empatico con quello che lui stesso chiama, non senza sporgersi rischiosamente su una retorica controversa, «il popolo», «la comunità», «il territorio». E tanto basta per far sì che più d'uno veda in lui non più un eccentrico governatore del Sud, ma un potenziale leader nazionale in grado di sfidare Berlusconi sul terreno di un populismo riveduto e corretto da sinistra. Così come Emma Bonino non è oggi la scomoda militante pannelliana che scuote l'elettorato ex-Pci ed ex-Dc con i diritti civili: è una dirigente con esperienza di governo nazionale e internazionale, che a sua volta incarna quel rimescolamento e quel rinnovamento di profili culturali e appartenenze che doveva essere la ragion d'essere del Pd, e che invece sembra intravedersi solo fuori dalle sue file. Dentro, invece, crescono i Delbono: nel fior fiore dell'Emilia rossa e della Bologna prodiana. Un caso, certo. Che assomiglia però alla sigla su una storia.
E D'Alema ammise: «Forse anche io ho sbagliato» - Micaela Bongi
Ascolta in silenzio la relazione di Pierluigi Bersani e se ne va, lasciando che la direzione del Pd prosegua senza di lui, e non perché voglia sottrarsi. Nessuno ha in animo di metterlo alla sbarra proprio nel suo giorno più nero e non perché manchi chi scaricherebbe volentieri qualche macigno, ma perché dopo le primarie ci sono le secondarie, come fino all'altroieri lo stesso Massimo D'Alema ricordava acido a Nichi Vendola. Sulla sfida dei gazebo aveva voluto mettere la faccia, l'ex premier diessino, e uscendo dal Nazareno la faccia non la nasconde. Ma alla sua smorfia contratta non aggiunge una parola. La sua «autocritica» la aveva del resto affidata a un comunicato mattutino, una frase evidentemente sofferta - «avverto anche io la mia parte di responsabilità» - per ribadire comunque, con una prosa che non ha nulla della verve dalemiana, che «il processo politico in grado di unire le forze oggi all'opposizione del governo Berlusconi per avvicinare una prospettiva di alternativa e per rafforzare una battaglia meridionalistica» era e resta una necessità. Ma «nel breve tempo di questa campagna elettorale, non siamo riusciti a rendere chiaro anzitutto ai nostri elettori la portata del confronto in cui siamo impegnati». La «parte di responsabilità» ammessa è su questo, sul non essere riusciti a far comprendere che il progetto coltivato, l'ingresso dell'Udc nella coalizione pugliese a tutti i costi, era l'obiettivo politico prioritario e forse, sembra dire fra le righe D'Alema, sarebbe stato meglio ingoiare le primarie in anticipo, per riuscire nello scopo. Ma sull'ostinazione con cui il famoso allargamento della coalizione è stato perseguito - ostinazione pagata domenica nelle urne - nessun passo indietro. Certo, ora il Pd sosterrà «lealmente» Vendola. Certo, il risultato delle primarie «conferma il legame del presidente della nostra regione con tanta parte dell'elettorato del centrosinistra, compresi gli elettori del Partito democratico». Ma appena qualche giorno fa quel «legame» costruito dal governatore, D'Alema lo aveva liquidato con disprezzo, come se fosse una camicia di forza, una prospettiva asfittica, il segno di un «fallimento»: «Vendola è rimasto inchiodato al suo ruolo locale e ha fatto un errore politico che ora può diventare un disastro», era la stroncatura affidata alla Stampa dal leader Massimo. Che dopo la batosta, in privato confida di essere rimasto sorpreso non tanto dalla vittoria del leader di Sinistra e libertà, quanto da un risultato così schiacciante. E lasciando il Nazareno mostra la faccia esibita in ogni angolo di Puglia, ma tiene i denti stretti e non aggiunge altro, men che meno quel che invece Nicola Latorre si affretta a declamare: «Con Vendola vinceremo le elezioni». Uno sforzo di immaginazione che D'Alema, invece, ancora non si concede: «Non voglio immaginare che cosa farebbe Vendola se vincesse e dovesse cercare compagnia dopo aver sfidato tutti in solitudine...», sfotteva del resto l'altro giorno. Il presidente di Italianieuropei si appresta, oggi stesso, a essere eletto anche presidente del Copasir al posto di Francesco Rutelli, magra consolazione per il mancato capo della politica estera europea sconfitto nella sua Puglia. Ma a assillarlo non sembra essere la domanda che ripetevano nei giorni scorsi anche ex diessini suoi fan - «perché lo fa? perché proprio in quella regione, dove c'è un governo che ha funzionato?». Non sono i giornali, le famose «jene dattilografe», pronte a scrivere della «sconfitta del re di Puglia», ché a D'Alema basta «non leggere i quotidiani per i tre giorni successivi al voto», saltando evidentemente a piè pari pure i commenti dei lettori, che ieri in gran numero, anche sui siti dell'Unità e di Repubblica, dimostravano di non averlo ancora capito, il grande progetto D'Alema-Casini. E' questo il punto: non lo capiscono. Durante la breve campagna per le primarie, l'ex ministro degli esteri aveva adattato a Nichi Vendola un suo must, quello del politico che deve capire quando è il momento di fare un passo indietro. Capita spesso: è facile dirlo agli altri, più difficile dirlo a se stessi. Sono sempre gli altri a non capire.
Rete per la Costituzione al via. Col popolo viola e i precari dell'Ispra - Carmine Fotia ACQUASPARTA (TERNI) - La tre giorni di Acquasparta, prima assemblea nazionale di Articolo 21, si è conclusa dopo settanta interventi di giornalisti, politici, esponenti del mondo sindacale e dell'associazionismo. Un caloroso battesimo della Rete per la Costituzione, come ha detto nelle conclusioni il portavoce di Articolo 21, Beppe Giulietti, riprendendo la felice definizione di Valentino Parlato che aveva parlato di una «lobby per la Costituzione». Non una difesa statica della Carta costituzionale, che non è un totem, bensì il riferimento per un'affermazione attiva dei diritti di cittadinanza. La novità risiede nel fatto che la battaglia per la piena attuazione della Costituzione («un vasto programma», come ha detto Fausto Bertinotti) non è più un affare per giuristi e specialisti del ramo, bensì si incarna nei soggetti concreti protagonisti delle battaglie di questi mesi, offrendo un terreno di incontro: dai lavoratori dell'Ispra, ai comitati contro le morti sul lavoro - forte su questi temi l'impegno della Cgil espresso da Fulvio Fammoni - dai giornalisti che difendono la libertà di poter raccontare i fatti, ai magistrati che vogliono difendere il loro ruolo di potere di controllo, ai giovani dei movimenti antimafia di Libera, dal movimento pacifista della Tavola della Pace alle associazioni per la libertà della cultura, ai giornali di Mediacoop, ai blogger in lotta contro le censure sulla Rete. Dunque, un'impostazione che non concede nulla al conservatorismo istituzionale, anzi si fa portatrice di una moderna idea di cambiamento, perché individua nei principi costituzionali inattuati o violati la cornice delle singole battaglie. Sono più moderni i lavoratori della ricerca che vogliono più investimenti in un settore cruciale per la ripresa economica o chi li nega? Sono più moderni i ragazzi antimafia che vogliono liberare il sud dal medioevo mafioso o i politici che con essi scendono a patti? I giornalisti che raccontano la realtà usando le potenzialità dell'era digitale o chi vorrebbe mettere la museruola alla Rete, come hanno sottolineato Roberto Natale, Vincenzo Vita, Paolo Gentiloni? I magistrati che, come ha detto Antonio Ingroia, vogliono affermare semplicemente l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge o coloro che ammazzano il diritto alla giustizia per difendere gli interessi di una persona - «l'anomalia italiana», oggetto di una relazione di Giulio D'Eramo e stigmatizzata come vera e propria ferita in Europa da Leoluca Orlando? La presenza del "popolo viola", di cui Articolo 21 si sente partecipe, sottolinea la necessità di dare continuità alle mobilitazioni dei mesi scorsi, dando respiro a queste nuove e straordinarie forme di autorganizzazione democratica. Altro che "antipolitica". Se le forze del centrosinistra non sono cieche e sorde non possono non vedere in queste forme di partecipazione dal basso una declinazione nuova e moderna della politica che, come dimostra la straordinaria partecipazione alle primarie pugliesi , non appena trova gli spazi travolge come un fiume in piena vecchie oligarchie, e offrirebbe sangue nuovo da immettere nelle anemiche vene dei partiti. Da Acquasparta comincia un cammino aperto a tutti. La prossima tappa sarà una manifestazione comune di magistrati e giornalisti in difesa dei poteri di controllo. E nasce un "Osservatorio sulle notizie non date", dai Tg con l'idea di produrre documentari di denuncia, a cominciare da un'operazione verità su L'Aquila. Per una continuità operativa, Articolo 21 si dà una forma organizzativa - un comitato di coordinamento - proponendosi di formare associazioni territoriali, di potenziare il sito e la Radio Web, di fare del fund raising una delle priorità.
Il treno in corsa senza freni - Marco Revelli
Chi, sulla base degli annunci mediatici della vigilia sulla «mobilitazione Sì Tav», si fosse aspettato a Torino una nuova «marcia dei 40.000», sarebbe rimasto deluso. Domenica mattina al Lingotto non c'erano «le masse» e nemmeno «le avanguardie» (se con questo si intendono le rappresentanze organizzate dei gruppi sociali più dinamici e innovativi). C'era un pezzo, tutto sommato sottile anche se abbastanza esteso, di «società politica». Di quell'aggregato, cioè, che si struttura sull'interfaccia tra ceto amministrativo e sistema degli interessi, fatto di politici di professione, associazioni di categoria, gruppi professionali, lobbies, funzionariato locale, consiglieri d'amministrazione e presidenti di partecipate, segretari di sezione, consulenti, mescolati ai deputati del centro-sinistra e a qualche sindaco di cintura. Deluso sarebbe stato, d'altra parte, anche chi avesse voluto assistere all'autentico «evento politico» che quella manifestazione era andata promettendo, e cioè al varo di quella che era stata presentata a gran voce come la prima mobilitazione davvero bipartizan nel panorama politico italiano. La discesa in campo del fronte del «fare», del grande partito trasversale del «Sì» contro i professionisti del «No», di quelli che si battono «per» e non solo «contro». Deluso perché l'«evento» è finito prima ancora di incominciare, con la defezione dell'«altra parte»: ben tre dei sei promotori (l'On. Osvaldo Napoli, il Sottosegretario ai Trasporti Mino Giachino e l' On. Walter Zanetta, tutti del Pdl), richiamati all'ordine dal loro quartier generale e disciplinatamente rientrati nei ranghi. Al curioso, avvicinatosi al Lingotto con la voglia di capire che cosa lì «si manifestasse», non è rimasto che lo sguardo sociologico. O antropologico su quell'entità («maggioranza silenziosa» si è autodefinita) manifestatasi fino ad allora solo attraverso i media, le dichiarazioni ufficiali, le veline dei Tg e adesso, finalmente, ben visibile nell'ambito conchiuso di uno spazio espositivo. Da questo punto di vista, il tratto più significativo che offrivano le sette-ottocento persone radunate nella «sala gialla» - la stessa da cui Veltroni aveva iniziato il suo viaggio verso la segreteria del Pd - era di tipo anagrafico: erano, nella stragrande maggioranza, al di sopra dei cinquanta, e forse anche di più (l'unica fila anomala all'inizio, composta tutta da ragazzi, a metà mattinata si è improvvisamente messa in movimento e, indossati gli abiti degli animatori di strada, ha dato vita a un'ironica rappresentazione mimata di un trenino in marcia verso il palco, in garbata contestazione subito bloccata dalla security). Una folla omogenea, dunque, quantomeno per età. Una sala generazionalmente uniforme. Poi però, a un'osservazione più attenta, il quadro si faceva più mosso, più articolato, come articolato è, appunto, l'agglomerato di gruppi e di forze che costituiscono oggi l'indecifrabile sostrato sociale del centro-sinistra, rivelando in filigrana il reticolo delle sue linee di frattura e di appartenenza, e gli elementi del suo composto instabile. Intanto il dualismo tra palco e platea. Quello che è sfilato sul palco, per circa due ore, era infatti l'intero repertorio dei poteri economici e amministrativi cittadini. La rappresentanza della «Torino che conta», come è stata definita su Repubblica: i presidenti dell'Unione industriale, dell'Associazione piccola industria, Camera di Commercio, Ascom (commercianti), Confesercenti, Confagricoltura, Cna (artigiani), Federazione autotrasportatori, a cui si aggiungono un paio di sindacalisti (uno Uil, l'altro degli edili Cgil) oltre, naturalmente, al Presidente della provincia di Torino Saitta e al sindaco Chiamparino che ha concluso. In platea, invece, l'altro polo della struttura sociale. Assente la borghesia torinese (viene annunciato un «messo» di Marchionne, che però non si vede). Quasi assente il mondo delle professioni liberali e dell'Università. Invisibile l'universo manageriale e tecnico, come d'altra parte indecifrabili sono tutte le appartenenze produttive degli ascoltatori. Quello che sembra dominare è un ceto in prevalenza medio-basso. A occhio e croce l'estremo residuo della vecchia base del Pci, passata attraverso tutte le metamorfosi seguite alla Bolognina lungo la trafila che dalla Cosa uno e due va al Pds, ai Ds e infine al Pd, sublimando di tappa in tappa la propria appartenenza, oltre la caduta della vecchia cultura identificante, in fedeltà alle persone, agli antichi compagni sopravvissuti «in alto», in questa o quella istituzione, in questa o quella ansa del nuovo partito. Gli «amici del sindaco», o dei numerosi capi-corrente del puzzle «democratico». Potrei sbagliarmi, ma non mi sembra che fossero molti, in quella sala, i «cittadini», nel senso proprio del termine: cioè quelli intervenuti lì in forma individuale, per informarsi e prendere posizione, in quanto «abitanti» di un territorio e singoli appartenenti a una «comunità» cittadina. Quello che prevaleva, invece, erano i piccoli gruppi. Le filiere corte delle fedeltà e delle dipendenze. Le cerchie - i «giri», direbbe Gustavo Zagrebelsky, per descrivere il reticolo oligarchico della democrazia contemporanea -, che compongono la stratificazione sedimentata di tutti i patti elettorali dell'ultimo ventennio, con la loro complicata architettura, le gerarchie e le lealtà, i giochi di scambio e le relazioni di clientela, ma anche con i residui di memoria, le risorse di fiducia, gli automatismi di esauste militanze. Si spiegherebbe così la mancanza totale dell'aspetto informativo nell'assemblea: non un numero, una cifra, una proiezione sui flussi di traffico attesi nel lontano futuro in cui l'opera dovrebbe entrare in funzione (solo il conto alla rovescia dell'architetto Virano, capo del contestato Osservatorio). Il vuoto di documentazione a sostegno delle tesi proposte, e l'assenza di argomentazioni tecniche. Si spiegherebbe d'altra parte la sostanziale passività, la mancanza di entusiasmo, di quella sala, in paziente (e un po' distratto) ascolto delle voci dal palco. Se ne esce, alla fine, sapendone poco della Tav, e delle ragioni di chi con tanta tenacia la vuole. Soprattutto del suo futuro (sarà dura convincere, con le parole ascoltate al Lingotto, gli irsuti valsusini). Ma in compenso ci si porta dietro qualche impressione in più sul presente del Partito democratico. Sulla sua natura e composizione sociale. E sono impressioni che non rassicurano, sulle sorti della campagna elettorale che in questo modo e con questo stile, di fatto, al Lingotto è incominciata.
La nuova Cgil. Podda e Rinaldini, torna la strana coppia - Loris Campetti
Sono passati più di due anni dall'inizio del corteggiamento. Non può funzionare, pensarono in molti, troppo diverse le storie, e le frequentazioni. Invece «la strana coppia» esiste e ha già fatto un bel po' di strada. Oggi i segretari generali della Cgil Funzione pubblica (Fp) e della Fiom guidano - con il segretario Fisac (i bancari) Domenico Moccia, la segretaria confederale Nicoletta Rocchi, il leader dell'area 28 Aprile Giorgio Cremaschi e tanti dirigenti di categoria e Camere del lavoro - la battaglia congressuale nella Cgil con la presentazione di una mozione alternativa a quella guidata da Guglielmo Epifani. E' il risultato di tante assemblee a cui hanno partecipato iscritti e delegati metalmeccanici e dipendenti pubblici, tradizioni sindacali differenti e talvolta contrapposte finalmente a confronto. E' già un risultato straordinario, questo, che resterà oltre il Congresso. Un messaggio anticiclico in una stagione in cui la crisi e le risposte liberiste spingono verso una guerra tra lavoratori. Un anno e mezzo fa avevamo raccontato una cena con «la strana coppia». Nel menù preparato da Gianni Rinaldini (GR) e Carlo Podda (CP) c'era un progetto ambizioso: la riunificazione del lavoro a partire da due storie diverse e intrecciate. Un antipasto sostanzioso. Come primo piatto veniva servita la democrazia sindacale, da ricostruire dopo lo schiaffone dell'accordo separato sul sistema contrattuale. Piatto forte, la rigenerazione della Cgil e la sua autonomia alla luce di una mutata situazione economica, politica, sociale. Questo stesso menù è alla base della mozione. Questa volta, alla cena con i due segretari GR e CP un piatto speciale l'abbiamo proposto noi: il Congresso si svolge con due mozioni diverse e non per aree programmatiche ma sui contenuti, una novità. Ma i contenuti rischiano di passare in secondo piano, se il confronto viene dominato dall'accusa ai sostenitori della 2° mozione di «spaccare la Cgil in un momento difficile». Una risorsa trasformata in un problema, un peccato. Allora parliamo di contenuti. La vicenda terribile di Rosarno cambia le carte in tavola su questioni centrali, il lavoro, l'immigrazione, la solidarietà, le lotte. Quando è stata lanciato anche in Italia uno sciopero di migranti il 1° marzo, la Cgil è rimasta prima muta, poi arroccata sulla denuncia del rischio di «uno sciopero etnico», che divide mentre «il sindacato deve unire i lavoratori». Ma uno sciopero generale di tutti su questo punto non viene indetto. Voi cosa ne pensate, o meglio, cosa farete il 1° marzo? Rosarno, dice CP, ci parla della negazione dei diritti e della sua scarsa percezione perché passa l'idea che il lavoro non conta più niente. Parla della crisi della solidarietà. Non a Rosarno, ma in qualche situazione come la valle del Sele la Cgil si è molto impegnata al fianco dei lavoratori migranti, al nero, ridotti in schiavitù. C'è un muro da abbattere, dobbiamo cercare strade nuove senza dividere i lavoratori addirittura per colore. Ma se da queste persone viene una proposta tu che fai? Per ora non vedo nulla. Nel pubblico impiego ci sono le cooperative sociali, aggiunge CP, che lavorano a contatto e insieme ai migranti: da lì intanto deve partire un'iniziativa comune il 1° marzo, e la Fp-Cgil non si tirerà certo indietro. GR sta confrontandosi con i promotori dello sciopero che «ha il sostegno della Fiom». I metalmeccanici metteranno un comunicato in tutte le bacheche sindacali e daranno alle Rsu il mandato di promuovere iniziative comuni, coprendo ovunque lo sciopero e partecipando «dove siamo in grado». E' vero, c'è lo sciopero generale del 12 marzo promosso dalla Cgil ma un'iniziativa autonoma dei migranti è importante, soprattutto dopo Rosarno. Perciò la Fiom troverà le forme per sostenerla con l'obiettivo (Cp e GR sono d'accordo) di riunificare il lavoro. Le categorie della Cgil non bastano più a interpretare una realtà nuova, dicono i due segretari per spiegare le ragioni della mozione alternativa e lamentano la «forte chiusura» verso chi è dipinto come un reprobo che «spacca» l'organizzazione: invece di favorire e valorizzare il confronto si fa di tutto per evitarlo nei congressi di base. Se chi avanza critiche e suggerisce di imboccare nuove strade per rinnovare la Cgil viene vissuto come problema, allora il problema si chiama «democrazia»: nelle relazioni sindacali, nello strazio della rappresentanza, negli accordi separati che aprono la strada alla «dittatura della minoranza». Ma c'è un problema di democrazia nella stessa Cgil. Si rimuove l'esistenza di una profonda crisi del sindacato. GR ricorda i guasti della globalizzazione, la frantumazione del lavoro con la precarizzazione, la solitudine delle fasce più deboli - giovani, migranti) in Italia come in tutto il mondo. CP si associa e lancia l'accusa di «stalinismo» nella gestione dei congressi, denuncia il dileggio. Comportamenti irresponsabili, fuori dalla storia della Cgil, impediscono il confronto democratico (GR). La strana coppia rifiuta di commentare il fatto che in territori importanti alcuni delegati che si erano espressi per la 2° mozione sono stati costretti a ritrattare con una lettera in cui si denuncia il rischio di rottura della Cgil. Non vogliono alzare il tono dello scontro, CP e GR, ma chiedono al gruppo dirigente di cambiare strada e consentire un confronto serio sui contenuti. Le divisioni esistono, inutile negarlo. Riguardano la dicotomia di una Cgil che rifiuta giustamente di sottoscrivere la controriforma del sistema contrattuale, mentre molte sue categorie firmano con Cisl e Uil contratti che recepiscono le nuove norme contestate. Ma allora, si chiedono i due segretari, avevamo scherzato? Non è vero che si è trattato della rottura più seria dagli anni Cinquanta? Non digeriscono il contratto «unitario» dei chimici, e accusano la confederazione di non mettere in campo una politica all'altezza dello scontro. Siamo oltre l'attacco all'articolo 18 e la Cgil che fa: mette una categoria contro l'altra? Si è persino cercato di ostacolare lo sciopero unitario di Fiom e Fp. La mozione 2 propone un unico rapporto di lavoro, estendendo a tutti l'articolo 18, ridefinendo le modalità del contratto a termine. La mozione 1, invece, si limita a chiedere di far costare di più il lavoro atipico. GR: si nascondono le sedi dei congressi, si cambiano le date per impedirci di partecipare. Cercare a tutti i costi l'unanimismo segnala una crisi profonda e il mancato rispetto delle regole democratiche. Si danno alle categorie obiettivi da raggiungere a ogni costo. CP: dove non siamo presenti ai congressi la partecipazione dei votanti è doppia della media. Dove ci siamo (GR), l'adesione alla nostra mozione va oltre ogni aspettativa. Ultimo punto: chiedete a una Cgil senza più sponde a sinistra una radicalizzazione. Siete matti? A partire dalla condizione sociale, dicono GR e CP, si può modificare la sinistra. E' la politica che va rovesciata, non il sociale. Vogliono cambiare l'articolo 1 della Costituzione, cancellare il lavoro, e l'opposizione dà pessima prova di sé occupandosi solo di alleanze elettorali a prescindere dai contenuti. La cena si chiude com'era iniziata: Rosarno e lo sciopero dei migranti. La separatezza non nasce dall'iniziativa degli immigrati, si afferma invece se la Cgil li lascerà soli.
Protezione «militare» Spa. Si prepara la resistenza - Eleonora Martini
L'AQUILA - Nelle stesse ore in cui ad Haiti Guido Bertolaso si scontrava apertamente con le altre organizzazioni internazionali presenti per affermare il proprio modello di gestione dell'emergenza messo a punto col terremoto in Abruzzo - accentramento dei poteri decisionali, trasferimento in massa della popolazione di Port-au-Prince in tendopoli montate in periferia, divieto di accampamento autogestito: sono solo le prime proposte italiane - dall'Aquila partiva la protesta nazionale contro la trasformazione in Spa della Protezione civile nostrana operata a fine anno per volere dello stesso sottosegretario. L'Aquila è stata il miglior palcoscenico per la coppia Berlusconi-Bertolaso ma con l'assemblea che si è tenuta sabato - la più importante e partecipata che ci sia mai stata dal 6 aprile scorso, organizzata dal centro sociale occupato "3,32" con la partecipazione di comitati giunti anche da altre parti d'Italia -, il capoluogo abruzzese si candida a diventare il boomerang che si abbatte contro chi l'ha usato, contro chi ne ha fatto la propria «fiera delle vanità». Centinaia di cittadini e decine di comitati, associazioni, dipendenti del Dipartimento di Protezione civile e Vigili del fuoco hanno opposto il loro no forte e chiaro alla «privatizzazione delle emergenze», alla gestione militarizzata del territorio interessato, alla costruzione di una centrale di appalti che interviene tramite ordinanze, in deroga alle leggi vigenti e bypassando completamente Parlamento e enti locali, finalizzata ad ottenere «utili netti», come recita il decreto legge istitutivo messo a punto dopo sei tentativi falliti dal Consiglio dei ministri, e attualmente in via di conversione al Senato. Un'operazione con la quale «si realizza il premierato forte», «si ottiene di fatto una riforma della Costituzione italiana attraverso una legge ordinaria, accentrando nelle mani del Presidente del Consiglio il potere diretto monocratico». «Palazzo Chigi Spa», l'hanno ribattezzata i terremotati aquilani che si stanno rimboccando le maniche per tentare di ricostruire oltre alla città anche un nuovo tessuto sociale, distrutto dall'imposizione del modello B2. Tanti gli interventi, impossibile riportarli tutti, dell'assemblea organizzata anche per presentare il libro di Manuele Bonaccorsi «Potere assoluto, la Protezione civile al tempo di Bertolaso». Ma le parole dell'avvocato Antonio Valentini, che per primo ha denunciato la mancanza di prevenzione e di protezione della popolazione civile dai rischi sismici, spiegano bene i sentimenti di molti aquilani: «Non è vero che la gestione dell'emergenza a cui abbiamo assistito sia stata la migliore possibile - afferma applauditissimo - Ho sporto denuncia contro la Protezione civile perché tanti miei concittadini sono stati uccisi per imprudenza e negligenza». Intervengono i pompieri della Rdb, emozionati «per essere tornati all'Aquila non da soccorritori ma da liberi cittadini», e preoccupati per la «continua erosione di competenze e fondi al corpo dei Vigili del fuoco». Intervengono esponenti di Rifondazione comunista, parlamentari Pd, e sindacalisti Cgil del Dipartimento della Protezione civile che fanno le pulci, comma per comma, al decreto legge partorito dopo otto mesi di sperimentazione «sulla pelle degli aquilani». Ma soprattutto intervengono i comitati di Chiaiano e i tanti cittadini, non solo terremotati, per i quali Bertolaso è oramai solo «il console». «All'inizio eravamo grati alla Protezione civile per gli aiuti - raccontano alcuni aquilani a margine dell'assemblea - ma poi ci siamo sentiti un po' come gli iracheni, occupati e maltrattati». Durante tutta la gestione dell'emergenza, nelle tendopoli, hanno dovuto subire imposizioni e divieti «assurdi e incredibili a volte, come quello di non poter volantinare all'interno dei campi o di non poter consumare alcol, caffè e cioccolato in quanto eccitanti». «Con più di 40 ordinanze, e una serie di divieti mai codificati, la Protezione civile ha normato sui beni, sui corpi, su un territorio militarizzato fino all'eccesso, e non solo durante il G8». Il «console» è passato sopra agli enti locali e ha risposto picche ai consiglieri comunali che chiedevano trasparenza degli atti. Ed è stato santificato «per volontà bipartisan», come accusano dalla sinistra extraparlamentare. Non c'è strada del capoluogo abruzzese priva di volantini, manifesti, adesivi, spot pubblicitari della Protezione civile. Al contrario, sono durate solo poche ore le scritte e un paio di striscioni del tipo «Bertolaso, L'Aquila ti odia, riprendiamoci la città», comparsi sui muri aquilani alcuni giorni fa. «E adesso si popone come console di Haiti», azzarda qualcuno. Ma per gestire l'emergenza dell'isola caraibica e soprattutto la ricostruzione da svariate decine di miliardi, niente di meglio che la Spa italiana. Come incitava un titolo di Libero la settimana scorsa: «La gara al business è già partita, dobbiamo esserci».
La Stampa - 26.1.10
Questione morale. Il Pd trema - Fabio Martini
Una sequenza eloquente. Va in scena nel salone a porte chiuse della Direzione del Pd, quando chiede di parlare Cinzia Capano, bionda avvocatessa barese diventata onorevole 20 mesi fa. Dice lei: «Alle Primarie di ieri, con serena incoerenza, ho votato per Vendola e penso che oggi non sia una giornata di sconfitta per il Pd!». Una battuta che è uno schiaffo per il segretario del partito, Pierluigi Bersani, che sta ascoltando lassù alla presidenza. Ma le sorprese non sono finite, anzi le più originali devono ancora arrivare: appena la Capano finisce di parlare, una parte dei componenti della Direzione applaude quell'intervento così eccentrico, mentre chi dovrebbe opporre un diverso parere, non c'è. Massimo D'Alema, regista della campagna pugliese culminata nelle Primarie nettamente perse dal candidato del Pd, ha lasciato i locali della Direzione. Il vicesegretario Enrico Letta, grande amico dello sconfitto Francesco Boccia, ascolta e tace. Stesso atteggiamento per Nicola Latorre, plenipotenziario di D'Alema in Puglia. Assenti o silenziosi, nessuno dei sodali del leader pensa sia opportuno dare una mano al segretario. Nel giorno più difficile, lo hanno lasciato solo. E alla fine la Direzione, con procedura senza precedenti, si chiude senza il rituale ordine del giorno di approvazione della relazione del segretario. E così questo lunedì 25 gennaio, anniversario della conversione di San Paolo, finisce per trasformarsi nella giornata più complicata da quando Pierluigi Bersani è diventato il capo. A Bologna, per 50 anni città vetrina del comunismo italiano, il sindaco ha deciso di dimettersi. In Puglia il candidato «ufficiale» del Pd ha incassato la metà dei voti rispetto a Nichi Vendola. Bersani, come sempre, non sgualcisce il suo aplomb. Alle 10, appena arriva in «ditta», fa le sue calibrate dichiarazioni davanti alle telecamere. Dopodiché si trasferisce nel salone della Direzione e qui, contando sulle porte chiuse, prova a tamponare le falle. Anzitutto, c'è la ferita di Bologna. Ferita dolorosa, perché Pierluigi Bersani in Emilia ha governato (da presidente della Regione) e uno dei suoi pochi amici dentro il partito è il presidente uscente della Regione-Emilia Romagna, Vasco Errani, ricandidato per il terzo mandato e reduce da tre giorni nerissimi. Su Bologna, Bersani fa un accenno fugace («Ho parlato ieri sera con Delbono, mi ha detto di essere intenzionato a dimettersi») che però è sufficiente a sedare ogni discussione. E invece, accennando alla scelta di andare alle Primarie in Puglia, Bersani usa un'espressione ambigua («rischiosa coerenza»), ribadita nella replica: «Non siamo stati capiti», «i posteri diranno se abbiamo fatto bene o male». Bersani, nel suo linguaggio da Pci, lascia intendere di non aver condiviso fino in fondo la tattica decisa dai dirigenti pugliesi e dal suo ispiratore, D'Alema? Una cosa è certa. In due occasioni Bersani ha ribadito un concetto: «Conta quello che dico io». Concetto che dovrebbe essere pacifico per un leader eletto dalle Primarie. Ma della sua solitudine non hanno approfittato le minoranze interne. Eppure, sull'onda della vicenda di Bologna, di quella pugliese e della scelta di candidare Emma Bonino nel Lazio, delle tante mini-scissioni (Rutelli-Calearo, Carra-Lusetti-Bianchi) qua e là si torna a temere per la tenuta del partito nel caso in cui le Regionali di fine marzo dovessero andar male. Dice l'ex leader del Ppi Pierluigi Castagnetti: «Si è misteriosamente scelta la Puglia di Vendola come test per l'intesa con l'Udc, in una regione come il Lazio si è aperto alla Bonino, il personaggio simbolicamente più ostile alla Chiesa. C'è da chiedersi: se gli elettori cattolici "escono" da questo partito, cosa resta del Pd? Sì, dopo le Regionali c'è un rischio per la tenuta stessa del partito».
"Vendola? Non è stata una sconfitta"
ROMA - Non è il giorno né delle retromarce né della resa dei conti interna nel Pd, che, all'indomani della sonora sconfitta di Francesco Boccia alle primarie, si trova alle prese con le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono e con lo spettro di un nuovo '99, l'anno della vittoria di Giorgio Guazzaloca. La minoranza attacca nella riunione della direzione ma decide di rinviare l'affondo a dopo le regionali e il vertice blinda scelte ed errori. «Siamo stati coerenti con la strategia di allargare l'alleanza ma in Puglia non siamo stati capiti», è l'unica ammissione che fa il segretario Pier Luigi Bersani e, a modo suo, anche Massimo D'Alema, convinti però che le elezioni dimostreranno che «non siamo una riserva indiana né in ridotta». Alle 10 del mattino, i big del Pd si infilano veloci nella sede per la riunione di direzione. Massimo D'Alema, l'uomo che forse più di tutti ha creduto nella Puglia laboratorio per l'alleanza con l'Udc, si è fatto precedere da una nota, nella quale rivendica le scelte e sostiene che l'esigenza di «unire le forze all'opposizione rimane di fronte a noi». Poi in direzione resta in silenzio, ascolta la relazione di Bersani e poco dopo se ne va con la mente già rivolta all'elezione di domani alla guida del Copasir. Tace anche il vicesegretario Enrico Letta, grande sponsor dello sconfitto Francesco Boccia, che alla direzione di oggi non si farà neanche vedere. A Bersani tocca l'onere di rivendicare le scelte fatte e la «coerenza» di un progetto che, se in Puglia segna una battuta d'arresto, resta valido. «Altro che schiaffi e sconfitta - reagisce infastidito - le primarie le abbiamo inventate noi e quindi sappiamo che si sostiene con convinzione chi vince. Siamo determinatissimi ad appoggiare Vendola ma la convergenza delle forze di opposizione non è un'illusione come si vede nelle scelte già fatte in dieci regioni». E, ragionano ai piani alti del Pd dopo l'annuncio di Casini di correre solo, se in Puglia non c'è stato il matrimonio con l'Udc, certo non c'è neanche rottura definitiva con i centristi. La "grana" Delbono scoppia a metà riunione, anche se nel Pd si sapeva come andava a finire. Bersani aveva lasciato al sindaco la decisione senza nascondere il «turbamento» e concordando con lui che la scelta di restare o lasciare doveva essere fatta nell'interesse della città. E nella direzione all'imbarazzo dei prodiani si aggiunge la richiesta di Livia Turco di non fare diventare lettera morta il codice etico del Pd. Nelle scelte sulle regionali, l'unica che, nella maggioranza del partito, chiede un ripensamento è Rosy Bindi che invita a tornare alla linea del congresso, cioè «allargare all'Udc ma non di sostituire l'Udc agli alleati tradizionali». D'altra parte, la minoranza, assenti Walter Veltroni e Piero Fassino, con una riunione volante prima della direzione, decide di rinviare lo scontro a dopo le elezioni regionali per dare «un contributo alla ditta», spiegherà l'ex segretario Dario Franceschini ai suoi parafrasando uno slogan bersaniano. Nessuno punta apertamente i dito contro D'Alema e solo la pugliese Cinzia Capano, schierata con Vendola come una buona fetta del pd pugliese, attacca Nicola Latorre e gioisce «per la vittoria del vero laboratorio che è quello di Vendola». Le critiche però non mancano e valgono come avvertimenti per il futuro. «Più che allargare al centro, stiamo perdendo pezzi al centro», attacca Marina Sereni alludendo ai recenti addii di Enzo Carra e Renzo Lusetti. I veltroniani fanno gli alfieri delle primarie contro «le scelte decise a tavolino» mentre Pier Luigi Castagnetti, in un botta e risposta con Franco Marini schierato con Bersani, evidenzia che «la vittoria di Vendola 73 a 27 mostra la distanza dei dirigenti» dalla gente, contestando una mancata coerenza, visto che l'appoggio a Emma Bonino nel Lazio ha spinto i dirigenti fino al punto di «ignorare l'ammutinamento dei cattolici del Pd». E Ignazio Marino spolvera una vecchia regola dei professori: «Io finora non ho capito l'intesa con l'Udc e pare che neanche l'abbiamo capito i nostri elettori. A scuola se nessuno capisce, a volte la colpa non è degli alunni...».
Eco: hanno fatto una figura da cioccolatai - Jacopo Iacoboni
Che figura da cioccolatai hanno fatto a Bari questi dirigenti del Pd...». Sono le 11,50 e Umberto Eco è nel caffè al piano terra del museo di Punta della Dogana, il gioiello restaurato da Tadao Ando tra Canal Grande e Canale della Giudecca. Il più importante scrittore italiano, con un gruppetto che lo accompagna, ha appena finito un caffè e si dirige verso l'ascensore. È a Venezia perché tra poche ore presenterà, a Palazzo Grassi, il suo ultimo libro, «Vertigine della lista». Naturalmente, non di liste elettorali si parla nel brillante saggio, ma il giorno dopo le primarie del centrosinistra la tentazione di sapere come la pensa è troppo forte. Parlare di altre, liste. E lui non si sottrae allo scambio di battute. Non è un'intervista, chiarisce, «questa chiacchierata». Nondimeno l'analisi è come al solito acuminata. «A Bari hanno fatto una figura da cioccolatai, non era difficile prevedere la vittoria di Vendola, no?», sospira mentre, giacca pesante di lana verde, scarpe robuste, bastone anti-mal di schiena alla mano, sta uscendo dall'ascensore e sale l'ultima rampa di scale che conduce al Belvedere interno. Gli illustrano l'unica opera collocata lassù, un elefante di polistirolo espanso appeso al soffitto a cassettoni, «Man on the Moon» di Mark Handforth. Non è la cosa più bella che ci sia qui dentro, ma il grande semiologo è come sempre curiosissimo. Verrebbe da chiedergli se anche i dirigenti del Pd non vivano un po' sulla luna; specie quelli che si ritengono unici professionisti della politica. D'Alema si era speso molto, professor Eco, per la candidatura di Francesco Boccia contro Nichi Vendola, il risultato non gli dà ragione, lei che impressione aveva stamattina leggendo i giornali? Mentre ridiscende le scale Eco accenna un sorriso amaro: «D'Alema non ne ha indovinata una da quarant'anni, si presenta come il più esperto di tutti, in realtà le ha sempre sbagliate tutte». Giudizio che arricchisce con un stoccata: «Non ne indovina una da quando non finì il corso di laurea alla Normale. Da lì è stato un susseguirsi di errori». In «Vertigine della lista» Eco enumera una gran quantità di liste letterarie. Spesso sono elenchi compilati per il puro, caotico gusto della cantabilità della lista. Il caos, insomma, ha un senso paradossale. In politica, però, sarebbe meglio evitarlo. Perché il Pd continua a incappare in vicende come quella pugliese? «D'Alema, è convinto di essere uno stratega, in realtà ha distrutto tutto quello che ha toccato», e mentre lo dice Eco rotea un po' nell'aria il bastone, quasi minaccioso. «Io ero tra quelli riuniti a Gargonza, e ricordo benissimo com'è andata la storia successiva. Checché ne dica, D'Alema ha grandi responsabilità anche nella caduta del governo di centrosinistra». Scorrono opere a volte solo bizzarre, altre volte toccanti. L'intellettuale che più ha studiato i meccanismi della citazione si sofferma divertito dinanzi a un grande campo di calcio verde (al posto dei giocatori, omini in divisa militare, o in abito arabo) sovrastato da un meteorite enorme, appeso al soffitto. Si chiama «A Football Match of June 14th», è opera di un cinese, Huang Yong Ping, che aveva letto due notizie disparate e le aveva messe insieme. Di nuovo il grande filo del caos della postmodernità. Mentre sta per arrivare all'ultima sala, Eco confida «è molto bello il lavoro fatto da Tadao Ando». A dispetto delle tante polemiche anti-Cacciari in laguna. C'è il tempo per un'ultima domanda, nutre qualche residua speranza nel Pd? «Lo dissi subito, fin dalla nascita, che non ci credevo, la fusione è nata fredda, e non laica. Com'è andata lo vediamo. Occorrerà trovare qualcos'altro. Io non so cosa», sospira. Non vuole parlare, invece, di come s'evolve il berlusconismo. Intorno i suoi accompagnatori stanno prenotando al molo di Madonna della Salute il taxi dell'acqua. Anche questa visita, come forse una stagione della sinistra, è finita.
Processo Eternit, battaglia sui risarcimenti miliardari - Alberto Gaino
TORINO - Sembra un'eresia definirlo un processo transnazionale, ma quello per le 2889 vittime italiane dell'Eternit, per quanto si svolga a Torino di fronte a un collegio di giudici italiani e in base al nostro codice penale, è per molti aspetti un evento giudiziario cui guarda l'Europa del diritto e delle vittime dell'amianto. Lo confermano le stesse aspettative delle parti civili, come dimostra la citazione dell'Unione Europea quale responsabile civile proposta da un avvocato di Reggio Emilia, Ernesto D'Andrea, a nome delle vittime della lavorazione dell'amianto nello stabilimento Eternit di Rubiera (Reggio Emilia) il più piccolo di quelli italiani. Per il legale «la direttiva comunitaria 477/83 sulla pericolosità del minerale per la salute e sulla necessità di bandirlo dalla produzione industriale è stata tardiva rispetto alle conoscenze scientifiche che risalgono ai primi anni del Novecento». Un altro legale, per conto di una delle quasi 3000 parti civili costituite, ha sostenuto che «lo Stato italiano ha a sua volta recepito tardivamente quella direttiva vietando l'amianto in modo assoluto solo nel 1992» e citando per questo motivo la Presidenza del Consiglio come responsabile civile. A sostegno delle tesi contrarie espresse dai legali dell'Unione Europea e dell'Avvocatura dello Stato è intervenuta la procura. Il pm Sara Panelli: «Non si può rispondere, sia pure sotto il profilo del risarcimento del danno, di un comportamento altrui. Indubbiamente gli imputati o chi per loro esercitarono un'attività lobbistica su Bruxelles per ritardare quanto più possibile l'emanazione di direttive, come quella del 1883, contrarie ai loro interessi. Ma ne dovrebbero rispondere eventualmente singoli dirigenti e funzionari, nel senso che, se dimostrate, le responsabilità di questo genere erano e sono di carattere individuale». Decideranno il presidente Giuseppe Casalbore e gli altri due componenti del collegio giudicante. Resta il fatto - da registrare - che nel gran ballo di richieste risarcitorie per complessivi 5 miliardi di euro (in testa ci sono Inps e Inail per i trattamenti pensionistici assicurati a malati ed esposti all'amianto) si inserisce quella dell'avvocato D'Andrea per un miliardo di euro. Dei due imputati, il barone belga Louis De Cartier de Marchienne ha 88 anni e sembra assistere di lontano al processo con un certo disinteresse personale, comprensibile. Ma l'Etex Group di Bruxelles, a lui collegato (secondo la procura) e per questo motivo citato come responsabile civile rischia di dover pagare economicamente parte del conto e non ci sta. Medesimo atteggiamento mostrano le società svizzere riconducibili all'altro imputato, Stephan Schmidheiny, ultima generazione della famiglia che ha posseduto l'Eternit per tre quarti del secolo scorso. Schmidheiny, adesso filantropo e ambientalista, ha risarcito con 20 milioni di euro 720 parti lese in cambio della rinuncia alla costituzione di parte civile. Una miseria a testa (poco più di 27 mila euro in media) rispetto al milione di euro che verrà richiesto al processo per ogni vittima. Intanto Becon Ag e le altre società svizzere citate come responsabili civili alzano lo sbarramento con una questione di legittimità costituzionale. Il pm Raffaele Guariniello attende l'avvio del dibattimento sapendo bene che la battaglia dei risarcimenti miliardari, qualora si arrivasse a una sentenza di condanna per i reati di disastro e omissioni dolose di norme antinfortunistiche, sarà decisiva. Altro, praticamente, non conterà, oltre alle affermazioni di principio che potranno fare giurisprudenza. Dalla prossima udienza (8 febbraio) il processo potrà essere seguito in diretta su Internet con il sistema Streaming. Un segno, forse, che la Rete percepisce di più eventi di interesse diffuso.
Scuole, congelato un miliardo - Flavia Amabile
Sono pochi, anzi sempre di meno, gli italiani che credono nella scuola. Lo afferma l'Eurispes, nel Rapporto Italia 2010. Non ci credono i giovani: il 52,7% degli intervistati con un'età compresa tra i 18 e i 24 anni ha dichiarato di avere poca fiducia nei confronti dei soggetti a cui è deputata la formazione scolastica e il 10,1% non ha alcuna fiducia. Non ci crede neppure chi vota gli uomini politici al governo che hanno voluto le riforme del Ministro dell'Istruzione Gelmini. La percentuale di poca fiducia verso la Scuola si raccoglie in maniera maggiore tra gli intervistati vicini al centro-destra e alla destra (50,3% e 43,2%). Come si può credere nella scuola, quando si scopre che il ministero ha di punto in bianco deciso di congelare i crediti delle scuole. Un miliardo di lire è la somma calcolata dai sindacati. Sono fondi anticipati dalle scuole per pagare le supplenze degli anni scorsi, cifre ragguardevoli, in genere pari a cinque-sei volte le somme che il ministero dovrebbe dare per il funzionamento. Il ministero ha modificato i bilanci facendo scomparire con un atto di creatività contabile alcune voci presenti negli anni scorsi, e - di conseguenza - anche le cifre. Non solo. Il ministero ha poi avvertito le scuole: non potranno utilizzare nemmeno un centesimo dei crediti da loro vantati proprio nei suoi confronti.
Fiat, dividendo e taglio ai debiti - Gianluca Paolucci
TORINO - Il brillante andamento dell'ultimo trimestre non basta a bilanciare un 2009 che, dice Luca Montezemolo, «fortunatamente è finito». I conti del Lingotto vanno in rosso per l'intero esercizio per circa 800 milioni di euro, ma l'indebitamento si riduce drasticamente nonostante l'anno orribile, la cassa si rafforza e, per gli azionisti, arriva anche la soddisfazione di un dividendo inatteso. Si tratta di 237 milioni di euro complessivi, tolta la parte di azioni proprie in portafoglio, suddivisi in 0,17 euro per ogni azione ordinaria, 0,31 euro per ogni azione privilegiata e 0,325 per ogni risparmio. Per il 2010 è invece previsto il ritorno all'utile, per 200/300 milioni di euro a fronte di un fatturato in aumento tra il 3% e il 6%. Conti che avrebbero potuto essere migliori, nell'ultima riga, se non fossero appesantiti da una serie di «oneri atipici» relativi all'esercizio appena concluso. Ma che fanno incassare all'ad Sergio Marchionne i complimenti del presidente Montezemolo, per la capacità di generare cassa e ridurre l'indebitamento nonostante le condizioni dei mercati di riferimento e di aprire l'anno con un gruppo «in salute», con una liquidità che a fine anno si attesta a 12,4 miliardi di euro. Sul risultato netto hanno infatti influito 312 milioni di euro di costi associati alle ristrutturazioni intraprese per adeguare la struttura operativa dei vari settori nei quali il gruppo opera, 135 milioni relativi alla svalutazione degli investimenti effettuati su alcune piattaforme che saranno prematuramente mandate in pensione dopo l'accordo con Chrysler (come quelle della Croma e della 159); e il «remarketing» di prodotti (prevalentemente veicoli commerciali) destinati alla vendita nei Paesi dell'Est europeo in cui la contrazione dei mercati ha costretto il gruppo ad un ulteriore investimento per venderli altrove. I ricavi netti a livello di gruppo sono stati pari 50,1 miliardi di euro, con una flessione del 15,9% rispetto al 2008 dei record. L'utile della gestione ordinaria si è attestato oltre il miliardo (a 1,059 miliardi), contro 3,3 miliardi dell'esercizio precedente. Resta positivo, malgrado la drastica riduzione, anche il risultato operativo (359 milioni contro i 2,97 miliardi). Mentre il risultato netto passa in rosso per 848 milioni di euro contro il maxiutile di 1,7 miliardi dello scorso anno. Nell'ultimo trimestre dell'anno il fatturato ha mostrato una significativa ripresa, con un progresso del 3,6% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno a 13,6 miliardi. L'utile della gestione ordinaria è stato di 488 milioni di euro, mentre il risultato netto è stato negativo per 283 milioni contro il risultato positivo di 180 milioni dell'anno precedente. Ha tenuto anche sull'intero anno l'auto di Fiat group automobiles: il fatturato ha subito una flessione del 2,4% a 26,3 miliardi, con una forte ripresa nell'ultimo trimestre dell'anno, quando il fatturato (considerando anche Ferrari e Maserati) è salito del 23,4%. Consegnate 2,15 milioni di auto, in linea con l'anno precedente. Migliorata la quota in Europa occidentale - all'8,8% del mercato - e in Italia, salita al 32,8%. Il Brasile si conferma terra di grandi soddisfazioni per Marchionne, un mercato salito del 12,6% complessivo dove il Lingotto è leader con il 24,5% e dove auto e veicoli commerciali hanno superato per numero quelli venduti in Italia. Va peggio negli altri settori, con un calo del fatturato del 20% per Cnh, del 34,1% per Iveco e del 25% per la sommatoria di Ftp, Magneti Marelli, Teksid e Comau. Malgrado la flessione drastica dei volumi tiene in positivo la gestione ordinaria, sia per Iveco - per il quale la Cina è diventata ormai il primo mercato - sia per Cnh. Il 21 aprile appuntamento a Torino per illustrare il business plan 2010-2014.
Repubblica - 26.1.10
Quando il capo non sa vedere - Adriano Sofri
PRIMO: non infierire. Ma come si fa? Mettiamola così: ci sono due buone notizie. In Puglia si sono svolte le primarie con un'adesione sentita, e finalmente abbiamo il candidato. A Bologna il sindaco si è dimesso, che è proprio la cosa che andava fatta. Tutto bene, dunque. E ora facciamo due chiacchiere. Bersani ha ribadito lealmente il sostegno del Pd a Vendola, caldo di una così larga investitura. E ricapitolando - mi viene sempre questo verbo, mannaggia - le ragioni dell'impegno per Boccia, ha ribadito il proposito di guadagnare adesioni fuori dai confini della sinistra, dentro i quali invece è destinata a restare la candidatura di Vendola. Una prima obiezione possibile riguarda la riduzione della ricerca di consensi cosiddetti moderati all'alleanza con l'Udc. Tanto più quando non ci si misuri con tempi tagliati e fronti uniti, come sarebbe stato se Berlusconi avesse imposto elezioni politiche anticipate. L'obiezione maggiore è un'altra: e cioè che i dirigenti del Pd commettono un serio peccato di appropriazione indebita quando parlano del "proprio" elettorato, dei "proprii" suffragi già acquisiti e bisognosi di allargamento. Non mi riferisco tanto agli elettori che si sono presi da tempo una libera uscita dalle fedeltà di schieramento. Mi riferisco piuttosto alle persone, ancora tantissime, che si sentono tuttavia fedeli a un ideale, o almeno a un'idea, di sinistra e di democrazia, e stentano a riconoscerla nel Pd. Persone che dirottano il loro voto sulla costellazione di partiti e movimenti che affettano un'intransigenza eroica, o lo conservano al pulviscolo di etichette che furono già della sinistra malamente detta "radicale" e diventata extraparlamentare, dai verdi ai comunisti, o, più consistentemente, decidono che non voteranno più, con uno spirito amaro o punitivo. Si faccia un conto, come suggeriscono i politici "esperti", e ne risulterà una somma di voti superiore a quella promessa dall'alleanza con l'Udc. Il saldo diventa più allarmante se si consideri la disaffezione crescente dentro la base che si definì un po' rozzamente "lo zoccolo duro" (formula non così distante da quella borsistica del "parco buoi", e non per caso). Ogni volta che i dirigenti del Pd fanno appello alla necessità di andare oltre i "propri" elettori, stanno ingannando se stessi. Frughino bene: hanno le tasche bucate. Ognuno dei voti che presumono "loro" va riguadagnato. E non al prezzo di un sovrappiù di irresponsabilità, di rinuncia all'intenzione di governare, di demagogia: al contrario. Abbiamo intravisto sugli schermi le lunghe file di cittadini pugliesi alle primarie, e anche la folla entusiasta a festeggiarne il risultato. È improbabile che quei cittadini siano ostili per principio alle alleanze e ai ragionati compromessi: però non si rassegnano alle primarie negate per non dispiacere a Casini. Chissà quanti di quei cittadini che si sobbarcano all'impegno di una domenica d'inverno per scegliere un candidato avrebbero deciso di non andare a votare nelle elezioni "vere" se il candidato fosse stato imposto d'autorità. I dirigenti del Pd non lo vedono? Vivono altrove, e di che cosa? Massimo D'Alema ebbe un'uscita magistrale, qualche giorno fa, quando all'improvviso dichiarò, delle cose di Puglia, di non capirci niente. È un buon punto di partenza. Le primarie per la segreteria del Pd furono in fondo, per chi non fosse legato stretto alle cordate concorrenti, un apprezzabile modo per restituire autorevolezza alla leadership di un partito che l'aveva perduta, chiunque vincesse fra candidati senz'altro rispettabili. Questa ennesima intenzione responsabile portò un numero ingente di persone a votare, e non la passione per i rivali in gara. Ancora una volta, come ora in Puglia, le persone che vogliono bene all'Italia e alla democrazia e a un ideale, o almeno un'idea, di sinistra, si mostrarono disinteressate e lungimiranti, e disposte a dare una spinta - fisicamente, come si fa con una macchina che è restata col motore spento in salita - a chi aspirava a rappresentarle. Il piccolo gruzzolo in più di consensi che si registrò subito dopo (già dilapidato) non andava tanto alla corrente che era stata più votata, ma alla speranza che una leadership fosse stata investita, e facesse il suo mestiere. Quanto al merito, proprio dalla corrente di Bersani e di D'Alema ci si aspettava caso mai che fosse la più determinata e capace di recuperare l'adesione di quella larga diaspora perduta fra antipolitica, risentimento, giustizialismo e caudillismo - o pura stanchezza. Tutto precipitato nello strettissimo imbuto dell'Udc serva di due padroni, o padrona di due servi. Ma bisogna pur limitare i danni della perdita di regioni che ci appartenevano - diranno i dirigenti esperti. (Dai quali ci si aspetta che prima o poi mettano all'ordine del giorno la questione sempre più spaventosa della sistemazione personale di chi "fa politica", e della sua influenza soverchiante sulla politica da fare). Ammesso che sia il punto, e non è mai bello far politica con l'acqua alla gola, o più su, il risultato è lontanissimo dal confermarne il realismo. Se non si perderà la Puglia, sarà grazie all'insipienza della destra, che a sua volta non scherza, ma non gliene importa granché, le piace così, e grazie alla ribellione degli elettori delle primarie a una politica di partito in cui l'ottusità ha fatto a gara con la prepotenza. D'Alema, che non si tira indietro dalle proprie responsabilità, farebbe però male oggi ad ammettere semplicemente una sconfitta. Le sconfitte prevedono una misura: qui non c'è stata partita. Qui, semplicemente, uno dei contendenti "non ci aveva capito niente". E se invece ci aveva capito, e ci si è infilato lo stesso, occorre rivolgersi ai professionisti, ma della psicoanalisi o della vita monastica. Se non si perderà il Lazio, sarà grazie alla speranza suscitata da una candidata come Emma Bonino che, qualunque opinione si abbia delle sue singole opinioni, non appartiene a quel modo di praticare la politica. Parliamo di candidati a presiedere regioni, Bonino e Vendola, che starebbero comunque al proprio posto in un Partito Democratico come quello che si era immaginato, e per il quale ancora a distanza di anni e di disinganni la gente si mette in fila d'inverno, a rimetterlo in carreggiata e dare una spinta.
Prodi: "La gente mi chiede chi comanda nel Pd" - Massimo Giannini
Bastonato in Puglia. Umiliato a Bologna. Spiazzato nel Lazio. Confuso ovunque. Romano Prodi, padre nobile del Partito democratico, osserva da lontano i tormenti della sua "creatura". "Tre settimane fa ero a Campolongo, a sciare. In fila per lo skilift la gente mi fermava e mi chiedeva solo questo: ma chi comanda, nel Pd?". Bella domanda. Il Professore non ha la risposta. E per la verità neanche la cerca: "Ormai sono fuori, e quando si è fuori si è fuori...", dice l'ex premier. Non si sogna nemmeno di "sparare sul quartier generale", una delle abitudini preferite della sinistra italiana di ieri e di oggi. Proprio lui, poi, l'unico che è riuscito a battere Berlusconi due volte, anche se poi non è riuscito a governare come avrebbe voluto. Ma la domanda resta, in tutta la sua drammatica semplicità. Chi comanda, nel Pd? Il buon Bersani, fresco segretario pragmatico e onesto, ieri ha messo la sua faccia sulla sconfitta pugliese e sul pasticcio bolognese. Ma il suo limite, in questa prima fase di gestione del partito, è stato un esercizio timido e intermittente della leadership. Quello che nella campagna elettorale delle primarie nazionali era stato il suo miglior pregio (la sana realpolitik emiliana, la forza operosa e tranquilla, la capacità di rassicurare gli elettori) nella campagna elettorale per le primarie è diventato il suo peggior difetto. Molte parole di buon senso, ma pochi messaggi che trascinano. Molte iniziative diffuse sul territorio, ma poca "gestione" delle partite locali complesse. Così, a tratti, ha alimentato il sospetto di lasciarsi "etero-dirigere": dalla "volpe del tavoliere" in Puglia, dalla Bonino nel Lazio, da Casini un po' ovunque. Ieri, in direzione, nessuno l'ha processato per questo. La minoranza veltroniana e franceschiniana non ha infierito, ed ha evitato di ricadere nel vizio tafazziano preferito dal centrosinistra: il regolamento dei conti. Ma in conferenza stampa Bersani era solo, a fronteggiare le domande dei cronisti. Dov'era Massimo D'Alema, che in Puglia ha tentato con l'Udc l'ennesimo esperimento di laboratorio, spazzato via con le provette neo-centriste e gli alambicchi neo-proporzionalisti dai 200 mila elettori che hanno tributato un plebiscito a Nichi Vendola? E dov'era Enrico Letta, che il 4 gennaio in un Largo del Nazareno ancora deserto per le vacanze di Capodanno annunciò il no alle primarie e la candidatura unica di Francesco Boccia? Non pervenuti. E così l'impressione, che è di Prodi ma non certo solo di Prodi, è che alla fine il partito sia in realtà "sgovernato", e un po' in balia di se stesso. Il Professore non lo dice, e "per correttezza" (come ripete in continuazione) si guarda bene dal dare giudizi sulle strategie politiche di questi ultimi mesi e sulle scelte del segretario. Lui, tra l'altro, Bersani l'ha anche sostenuto e votato alle primarie. Ma il Pd è pur sempre il "suo" partito. Lo ha sognato e alla fine fondato. Vederlo ridotto così, oggi, gli fa male. "Sa cosa mi dispiace, soprattutto? È vedere che ormai sembra sempre più debole la ragione dello stare insieme...". Come dire: quello che manca è il vecchio "spirito dell'Ulivo", quel mantra evocato ossessivamente fino a due anni fa, a volte quasi come un esorcismo, che spinse e convinse i vertici di Ds e Margherita ad uscire dalla casa dei padri, e a fondere i due riformismi, quello di matrice laico-socialista e quello di matrice democratico-cristiana. Non che nelle stagioni passate quello "spirito" abbia soffiato così impetuoso. Ma è vero che oggi appare impalpabile. Quasi svanito, come dimostrano le piccole e ingrate diaspore di queste settimane, dalla api rutelliane e agli altri "centrini" cattolici. Dov'è finito il progetto? Dov'è finita "l'unità" che gli elettori invocano da anni? Di nuovo: Prodi non ha la risposta. Si limita a riproporre le domande. E con lui se le ripropone l'eroico "popolo del centrosinistra", che si mette diligente in fila, con un euro in mano, in ogni fredda domenica in cui la pur esecrata "nomenklatura" chiama: quale autodafè deve ancora accadere, prima che le magnifiche sorti e progressive del grande "partito riformista di massa" si riducano in rovine fumanti? Per il Professore, stavolta, c'è un dolore nel dolore. La spina nel cuore si chiama Bologna. Nelle dimissioni di Delbono c'è anche un po' di debacle prodiana. Era stato l'ex premier, a lanciare "l'amico Flavio" verso la candidatura a sindaco. Per forza, oggi, la sua uscita di scena brucia due volte. Prodi prova a girarla in positivo: "Prima di tutto, analizziamo la dimensione del problema. Di cosa si sta parlando? Non si distrugge la vita di un uomo, come è accaduto in questi giorni, per una storia come quella, per una manciata di euro...". E se gli fai notare lo "scandaletto", i due bancomat e il "cha-cha-cha della segretaria", il Professore non arretra. "Certo, doveva essere più accorto. Ma in questi giorni nessuno si è limitato a dire questo: gli hanno dato del delinquente, invece. Hanno parlato di limite etico travolto. Eppure altrove, per altri amministratori locali di centrodestra che ne hanno combinate di tutti i colori, nessuno ha gridato allo scandalo, e si a' mai sognato di chiedere le dimissioni. Allora queste cose le vogliamo dire sì o no?". Appunto, le dimissioni. Proprio a Bologna, che già era uscita un po' malconcia dall'era Cofferati. "Ma anche le dimissioni, vede, confermano la differenza di stile di Delbono: ha compiuto un atto di responsabilità verso la città. Ora sarà più libero di dimostrare la sua innocenza, della quale sono non sicuro, ma sicurissimo. Non era obbligato a dimettersi, ma l'ha fatto. Ha messo il bene comune sopra a tutto, prima delle convenienze personali. Chi altri l'avrebbe fatto? La Moratti, forse?". E ora? Che ne sarà di Palazzo Accursio? Nei boatos, che riecheggiano sotto i portici del centro storico e nei conciliaboli del Bar Ciccio, c'è solo un nome che rimbalza, per la successione a Delbono. Ed è proprio il suo: Romano Prodi. Possibile? Il Professore ridacchia, e quasi sibila in uno slang emiliano che si fa più stretto: "Ma non ci pensi neanche un momento... Gliel'ho già detto: in politica o si sta dentro, o si sta fuori. E io dentro ci sono già stato anche troppo. Mi riposo, leggo, studio molto, faccio le mie lezioni qui in Italia e in Cina. E sono sereno così". Ma il Pd, Professore: che ne sarà del Pd? "Non lo so, speriamo bene...". Di più non gli si estorce, all'uomo che tuttora molti continuano a considerare un possibile "salvatore della patria", per Bologna e non solo. "Eh no - conclude lui - salvatore della patria no! Va bene una volta, va bene due volte, ma tre volte proprio non si può. Grazie tante, ma abbiamo già dato...".
Quel manager pagato più di 4 milioni per garantire il giro dei fondi neri
Emilio Randacio
"Io sono arrivato quando il contratto Paramount con Agrama - ripercorre i rapporti l'ex ad di Mediatrade - era finito ed era da rinnovare. Ho incontrato varie volte Gary Marenzi, che era il capo delle vendite internazionali di Paramount. Marenzi si lamentava molto del fatto che in passato si fosse dovuto passare per intermediari. Io detti la mia disponibilità affinché in futuro non si passasse più attraverso intermediari. Poi, purtroppo la cosa non si risolse". Pace, chiamato a sanare i conti aziendali, viene misteriosamente stoppato. Eppure, anche l'alto manager americano, Marenzi, "si lamentava molto per i rapporti tra Bruce Gordon (altro manager Paramount, ndr) e Agrama, credo sospettasse un accordo di tipo economico fra di loro". Perché, viene chiesto dai magistrati, ci fu questo atteggiamento? "Mi è stato spiegato che Agrama - ricorda ancora Pace - era un distributore amico e che nel caso specifico di Paramount riusciva a farci avere il prodotto a prezzi più competitivi". Di fronte alle sue perplessità, un altro indagato di questa inchiesta, Daniele Lorenzano, "mi fece arrivare pressioni importanti... mi specificò semplicemente che questo signore doveva lavorare. In ogni azienda ci sono persone più o meno vicine al gruppo". Un "raccomandato", insomma, a cui si dovevano garantire comunque affari (40 milioni di dollari all'anno dice l'inchiesta), anche se questi, alla fine si dimostravano in perdita per l'azienda per cui lavorava. Nel giro di poche settimane, però, anche Pace smette di combattere contro i mulini a vento, e decide di assecondare le richieste di Agrama. Il motivo? Sempre denaro, che questa volta, però, sarebbe finito direttamente nelle tasche, personali, dell'allora amministratore delegato di Mediatrade. "Sapevo - ricorda Pace - che Lorenzano veniva pagato regolarmente da Agrama. Fu Agrama a dirmi che questo tipo di consulenze era prassi comune per le persone nella mia posizione in Mediaset". La "morbidezza" di Pace, la capacità di adattarsi alle situazioni, sono state decisamente ben ricompensate, visto che in totale, fino al gennaio del 2001, quando si è dimesso da Mediatrade, Pace ha ottenuto sul conto cifrato dell'Ubs "Teleologico", oltre 4,5 milioni di euro. Una sorta di commissione sui diritti che la stessa società controllata da Mediaset, acquistava grazie alle mediazioni del potente Agrama. Per ammissione di Pace, quel denaro, "scudato nel 2003", è servito anche per comprare una tenuta da circa 3 miliardi di vecchie lire a Capalbio.
Roma contro Venezia. Sono Giochi all'italiana - Corrado Zunino
ROMA - Venezia "venti venti", con il suo nome civettuolo, contro Roma 2020. La sfida olimpica è partita il 2 ottobre scorso, quando i baroni del Comitato olimpico internazionale scelsero Rio de Janeiro per il 2016 umiliando Obama con la sua Chicago. Per il quadriennio successivo Venezia bruciò tutti, a metà di quel pomeriggio: "La nostra sarà una candidatura per il Nord-Est, l'area più produttiva ed europea del Paese", disse Massimo Cacciari, sindaco del Pd, appoggiandosi al governatore del Pdl Giancarlo Galan. Replicò, sorpreso, Gianni Alemanno: "Solo Roma può vincere nella competizione mondiale". In 105 giorni, tolte di mezzo con un soffio le candidature glamour di Bari, Palermo e della Romagna, la competizione nazionale per ospitare l'evento più importante al mondo - le Olimpiadi, ecco, con i suoi tre miliardi di euro di ricavi sul territorio da distribuire in un arco di nove anni - è diventato uno scontro. Politico, affaristico, sportivo, nell'ordine. E le cannonate più potenti devono ancora arrivare. È Venezia che alza i toni, perché ha compreso come per il Coni, il Comitato olimpico nazionale guidato da undici anni da Gianni Petrucci, già ci sia un vincitore: Roma. Cacciari, entrato per tre volte nel mondo della politica sportiva romana, ne è uscito gelato. La prima volta, lo scorso 20 novembre, il sindaco di Venezia scoprì sui giornali che Petrucci, insieme al segretario generale Raffaele Pagnozzi, aveva visto in un incontro riservato e segreto il sindaco di Roma, Alemanno. Insieme ai due membri Cio più influenti, Mario Pescante e Franco Carraro. Voleva approfondire la candidatura olimpica. "In quell'occasione consigliai ad Alemanno di circondarsi di uomini di respiro internazionale", conferma oggi Pescante, vicepresidente del Cio che nel 2013 potrà convogliare sull'Italia molti dei 115 voti del Comitato olimpico. Poi, nell'incontro riparatore, a Roma, l'11 dicembre, Cacciari e il suo staff scoprirono che senza neppure aprire il dossier il Coni aveva assunto una posizione: "Non può esistere una candidatura del Nord-Est, la candidate city può essere solo Venezia e voi siete troppo piccoli, avete troppi problemi e poche strutture per vincere". Galan ha arrotolato i rendering del progetto e Venezia 2020 ha ripreso a lavorare, a cercare alleanze. Aveva allestito per prima una squadra, le aveva assegnato una sede prestigiosa in Fondamenta Santa Lucia e un primo budget, si era inventata un logo e il suo ponderoso dossier annunciava un costo di 2,7 miliardi per i Giochi in Laguna. Così, nonostante il vento contrario, il sindaco uscente Cacciari annunciava la partenza di un "road show" in camper per coinvolgere tutto il Nord. Si stava allestendo, si è allestito di fatto, un altro conflitto del Nord contro la capitale, la Lega contro il ceppo storico di An. Per tagliare ogni speranza agli ostinati veneziani, Gianni Petrucci, sempre con Pagnozzi al suo fianco, venerdì 8 gennaio ha organizzato una trasferta (riservata, segreta) a Mestre e a brutto muso ha detto a Cacciari: "Togliete questa candidatura olimpica di mezzo, ritiratevi". Di fronte alla sorpresa del sindaco e presidente del comitato promotore, il prudente Petrucci, uomo di tessuto politico democristiano, ha tirato fuori inediti toni duri: "Non vi faremo passare neppure dalla Giunta, decido io chi si candida. E se sprecherete denaro e tempo, poi non venite a lamentarvi". Cacciari ha salutato. Quindi ha convocato lo staff dicendo: "Non sarà un burocrate dello Stato a fermarci, andiamo avanti". E' un affare serio, la candidatura olimpica. E si sta arroventando. Alemanno, forte del vantaggio Coni, del leggendario precedente del '60, ha mantenuto il fair play. Ha incassato l'appoggio di Provincia e Regione (entrambi di centro-sinistra), i progetti di Rutelli, motore della candidatura romana sconfitta nel '97, e ha lanciato un'alleanza con Napoli, che potrebbe ospitare gli eventi velici e partite di calcio. Venezia ha creato un asse col Nord-Ovest affidando al sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, gli avvertimenti a Petrucci: "Venezia è un'icona e questo può essere un elemento di forza, una novità da valutare, un segnale a un'area produttiva del Paese. Il Coni valuti senza dare nulla per scontato". Cacciari sa che potrebbe affidare le sorti della candidatura - il Coni deciderà a fine aprile, in mezzo ci sono le elezioni amministrative - all'asse della destra Zaia (possibile governatore)-Brunetta (possibile sindaco) e sa che la presenza di tre ministri veneti (Brunetta, Sacconi e potenzialmente Galan) potrebbe far saltare gli equilibri romani costruiti sul triangolo Petrucci-Letta-Alemanno. Per questa mattina, giorno di presentazione di una parte del dossier di Roma, Cacciari ha convinto 130 tra deputati e senatori di Veneto, Friuli e Trentino a scendere nella capitale per fare lobbying pro-Venezia. Vorrebbe tanto arrivare a uno show down a "Porta a Porta" con i modellini dei progetti in studio: "E vinca il migliore". Ecco, i dossier. I dossier di due candidature comunque forti. Venezia, accantonata l'idea di centrare l'Olimpiade su una Marghera senza Petrolchimico, ha scelto la terraferma di Mestre per ospitare il 60% degli eventi e in particolare il quadrante di Tessera, terre vergini attorno all'aeroporto "Marco Polo". A Tessera si allargheranno i 320 mila metri quadrati del Villaggio olimpico e il centro media, si costruirà uno stadio da 80 mila posti riducibili a evento finito, più due nuove arene al chiuso. Dopo molte insistenze, per garantire a Venezia il fascino dell'Olimpiade nella città storica, il comitato guidato dal manager Federico Fantini, già Benetton e Infostrada, ha ipotizzato il passaggio della maratona a fianco di piazza San Marco e ha scelto il Lido per golf, ciclismo, vela e nuoto in acque libere. Quindi ha chiesto l'aiuto a due città di tradizione sportiva come Treviso e Padova affidando il calcio a stadi lontani come Udine e Verona (ma anche San Siro). Bello il progetto di viabilità integrata tra metro, treni leggeri, alta velocità, tapis roulant e subway (nel senso che si viaggia sotto la laguna). "Il centro dei Giochi crescerà a tremila metri dall'aeroporto, ci si potrà muovere a piedi, una cosa mai vista nella storia delle Olimpiadi", dice Fantini, I problemi sono due: nella storia olimpica non ha mai vinto una città con meno di 100 mila abitanti (Venezia ne ha 60 mila) e dei 26 impianti previsti, due terzi sono da costruire. Oggi, però, tocca a Roma presentare il suo dossier compatto, cinquant'anni dopo la corsa scalza sui sampietrini di Abebe Bikila. Il Parco olimpico graviterà, infatti, su quattro punti: il Foro Italico insieme allo Stadio olimpico per il nuoto, il tennis e il calcio, i 60 ettari delle vicine caserme di Tor di Quinto per il villaggio (servono 10.500 letti, c'è già l'accordo con il ministro della Difesa La Russa), l'Aqua Acetosa per l'hockey su prato e lo stadio Flaminio (che raddoppierà, arrivando a 40 mila spettatori) per il rugby. Tutto sarà collegato dal Tevere, solcato da battelli che consentiranno di evitare gli spostamenti in auto. Poi, Roma prevede due siti importanti in periferia: Tor Vergata per il basket, la Nuova Fiera per gli sport minori indoor e un velodromo temporaneo. Quindi, offre due grandi idee archeologiche: il tiro con l'arco al Circo Massimo e il ciclismo e la maratona ai Fori imperiali. "Non finanzieremo speculazioni, sarà un progetto ecologico e compatibile", dice Alemanno, scottato da "Roma 2009", mondiali di nuoto con 17 piscine sequestrate, il cantiere Tor Vergata mai finito e 34 indagati. Alitalia ha già abbracciato il progetto Roma, la Coni servizi è pronta al business, la Protezione civile offrirà il suo commissario ad hoc per i piani in deroga e le leggi a corsia preferenziale. Il 5 marzo si consegnano i dossier, dopo Pasqua sapremo chi sfiderà Tokyo, Istanbul, Madrid.
Corsera - 26.1.10
Arrivano i negozi di avvocati. Consigli legali «low cost» - Dario Di Vico
L'esperienza dei «negozi del diritto» conta in Italia ormai due anni di vita. Ne sono nati un po' dappertutto con i nomi più svariati. Dal più conosciuto Alt, «Assistenza legale per tutti» sviluppatosi con la tecnica del franchising, alla «Casa del diritto» fino al «Negozio giuridico» e a «Il Parere». Si tratta quasi sempre di locali con ampie vetrine situati al piano terra, si entra direttamente dal marciapiede e rovesciano già dall'arredamento i canoni estetico-formali tipici degli studi legali. I mobili Ikea al posto di quelli classici in palissandro. Anche nei rapporti con la clientela il cliché viene sovvertito: la consulenza iniziale - quella che gli avvocati chiamano «pronto soccorso» - non si paga del tutto oppure è fatturata a prezzi minimi ed è possibile ottenere un preventivo delle spese che si dovranno sostenere per arrivare fino in fondo al contenzioso. L'avvocato milanese Cristiano Cominotto, uno dei fondatori di Alt, sostiene che la formula ha destato l'interesse non solo degli utenti ma anche di centinaia di avvocati, probabilmente in cerca di un posto di lavoro. All'Ordine degli avvocati di Brescia - competente in questo caso su Milano - l'iniziativa non è piaciuta neanche un po' e ha censurato, con una delibera, i promotori di Alt per «violazione del divieto di accaparramento della clientela», bocciando lo slogan «prima consulenza gratuita ». Dal canto suo l'Antitrust ha reagito versus Brescia aprendo un'istruttoria sull'ipotesi di «intesa restrittiva della concorrenza » e il verdetto è atteso per i prossimi mesi. Ma al di là dei giudizi delle autorità competenti la vicenda dimostra da una parte la vitalità del settore e dall'altra il travaglio per trovare una via condivisa che porti alla modernizzazione. Le lenzuolate dell'allora ministro Bersani avevano portato all' abolizione dei minimi tariffari ma in concreto ad usufruire della liberalizzazione sono stati i grandi clienti con alto potere negoziale (le banche, per esempio) e non i singoli cittadini. Da qui l'orientamento prevalente in questa fase a reintrodurre i minimi, anche come misura per evitare il dilagare dei negozi low cost. Un'altra novità da segnalare riguarda l'affermarsi di società di marketing e consulenza per gli studi professionali. Il loro obiettivo è affiancare avvocati e commercialisti per definire il posizionamento di mercato dei loro studi e conseguentemente quali servizi offrire. Il tutto supportato da tecniche commerciali e di comunicazione (pubblicità, brochure, newsletter). Dice Giulia Picchi della milanese Marketude: «Il caso tipico è quello dello studio che lavorando principalmente su grandi volumi resta fagocitato dal lavoro che c'è. E per uscire dal vicolo cieco ci chiede un aiuto per salire di gamma, per offrire al mercato servizi più pregiati». Si tratta di criteri ampiamente utilizzati dalle imprese ma che con tutta evidenza fanno a pugni con la cultura storica dell'avvocatura e generano quindi reazioni di rigetto. La pubblicità esasperata, poi, fa sobbalzare i puristi e i casi- limite non mancano. A Milano un negozio giuridico faceva distribuire davanti alle uscite della metro volantini raffiguranti «L'urlo» di Munch, promettendo consulenza legale a prezzi imbattibili. È evidente che iniziative come questa danno ragione a quanti accusano gli studi low cost di drogare il mercato utilizzando la «persuasione occulta» al posto del più tradizionale e rispettoso passaparola. La conclusione che se ne può trarre è che anche nei servizi professionali il rapporto qualità/ prezzo si impone. Secondo un' indagine della rivista TopLegal anche le imprese chiedono parcelle competitive e nuove formule di remunerazione. Ma anche in questo caso si tratta di un dialogo tra sordi. I sostenitori della tradizione italiana e dell'assoluta insindacabilità delle competenze e i fautori di un sistema anglosassone che equipari gli studi in tutto e per tutto alle imprese restano ognuno sulle proprie posizioni. E intanto la Crisi non perdona e intacca pericolosamente mercato e chance delle professioni.
Berlusconi, visita specialistica per decidere l'accusa a Tartaglia - Marco Galluzzo
ROMA - È una prassi normale, succede anche per gli incidenti automobilistici più comuni. Una prognosi ospedaliera può influire sull'entità di una condanna penale, logico dunque che alla perizia medico legale presentata dalla vittima se ne affianchi un'altra, terza, decisa da altri medici, su incarico dell'autorità giudiziaria e a tutela dell'imputato. È accaduto anche al presidente del Consiglio, che ieri mattina, a seguito dell'aggressione subita il 13 dicembre scorso in piazza Duomo, è stato visitato al San Raffaele da due medici specialisti individuati dai magistrati che conducono l'inchiesta a carico di Massimo Tartaglia per lesioni pluriaggravate. Come annunciato nei giorni scorsi la perizia medico legale si è svolta al San Raffaele, l'ospedale in cui il capo del governo ha ricevuto le prime cure dopo l'aggressione e in cui è rimasto ricoverato per cinque giorni. La prognosi fissata per il Cavaliere, dallo staff medico della struttura sanitaria, è stata alla fine di 90 giorni, più di quanto inizialmente preventivato e comunicato. Il premier è arrivato al San Raffaele poco dopo le 11 e ha lasciato la struttura un'ora dopo. La visita cui è stato sottoposto è durata poco meno di mezz'ora. Insieme al capo del governo, oltre alla sua scorta, anche il legale e deputato Nicolò Ghedini. Al termine della visita è stato lo stesso Cavaliere a rivolgersi ai giornalisti che lo attendevano: «Non voglio rilasciare dichiarazioni». La relazione medico legale dei due consulenti della Procura sarà depositata al massimo fra un paio di settimane. Dovrà determinare se 90 giorni di prognosi, nel caso delle lesioni subite dal presidente del Consiglio, sono un periodo di tempo congruo, per i danni subiti. I risultati serviranno alla Procura della Repubblica per formulare l'esatta ipotesi di reato nei confronti di Tartaglia. I due consulenti nominati dal procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, sono i professori Carlo Goy, dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università di Milano e Federico Biglioli, primario maxillo- facciale all'ospedale universitario San Paolo oltre che segretario della Società Italiana per lo Studio e Cura delle Paralisi Facciali. Il professor Antonio Farneti, docente di medicina legale all'Università degli Studi di Milano ha assistito alla perizia, insieme al medico Alberto Zangrillo, per conto del capo del governo, così come Maurizio Dalla Pria, neurologo e psichiatra forense, scelto da Tartaglia. Oltre a visitare il premier i consulenti della Procura hanno raccolto tutta la documentazione clinica disponibile. Nella prognosi con cui Berlusconi è stato dimesso si parla di problemi di iperalgia al viso e alla mimica del sorriso. Fra le lesioni subite dal capo del governo, e curate al San Raffaele, l'infrazione del setto nasale, la rottura di un dente (per cui si è reso necessario nei giorni successivi un impianto nuovo), una ferita interna alle labbra per cui sono occorsi alcuni punti di sutura. La visita dei due specialisti, ancorché doverosa e imposta dalla prassi, si è svolta comunque anche in un clima di diffidenza. Diffidenza che non è certo nuova nei rapporti fra il Cavaliere e la procura di Milano e che nel caso specifico sarebbe stata aggravata da alcune, chiamiamole così, sensazioni: le modalità delle comunicazioni scritte, alcune chiacchiere private dei magistrati interessati alla vicenda, hanno prodotto il sospetto, nello staff del premier, che le toghe accompagnino un atto doveroso con una buona dose di preventiva incredulità verso la prognosi di 90 giorni. Sensazioni, ovviamente non ufficiali...
Europa - 26.1.10
Il laboratorio Veneto - Pier Paolo Baretta
In Veneto e a Venezia il Pd ed i votanti alle primarie scelgono, senza tanti clamori mediatici, Giuseppe Bortolussi (assessore al comune di Venezia e noto responsabile dell'associazione artigiani di Mestre) per la presidenza della regione. E per il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni (ex assessore a Venezia, professore universitario e stimato avvocato della città). Entrambi parlano oltre i confini del centrosinistra, pur raccogliendo i consensi dell'intero schieramento. È la strada giusta da seguire per la imponente sfida elettorale contro Zaia e Brunetta; due ministri in carica, e già questo la dice lunga di quanto il centrodestra ha intuito la portata nazionale della competizione. A Venezia l'eredità positiva del lungo ciclo di governo del centrosinistra ha bisogno di essere preservata, ma per farlo bisogna rinvigorirla e ...riconquistarla. I grandi problemi aperti tra sviluppo e salvaguardia, tra crisi industriale, scelte infrastrutturali e gestione della mobilità, configurano bene il ruolo nazionale e internazionale della città, che certamente sarebbe penalizzata dall'estemporaneo tentativo di Renato Brunetta di fare il sindaco del fine settimana, e che alla presentazione della sua candidatura è già circondato dai leghisti Zaia e Zaccariotto (presidente della provincia di Venezia), pronti a "fare le veci" del ministrosindaco part time. Proprio questa "esondazione" della Lega ci dice perché è in Veneto che si gioca la vera partita. Il Veneto è una delle più importanti regioni d'Europa. La misura del successo della Lega rappresenterà una ipoteca per i futuri equilibri politici del centrodestra nel quale è oggettivamente aperta la, pur lenta, guerra di successione. È su questo punto strategico che si misura il fallimento politico della pur robusta classe dirigente veneta del Pdl, che, privata della propria autonomia, subisce la candidatura di Zaia, mentre esprime un giudizio nettamente negativo sulla prospettiva che la Lega al potere comporterà. La linea del contenimento del danno da parte del Pdl viene affidata alla congiunturale competizione per un voto in più e alla iniezione romana di Brunetta. Ma, la verità è che il malessere del "soldato" Galan non si è tradotto in alcuna vera iniziativa politica e quella che sta venendo meno è la credibilità e la autorevolezza politica della classe dirigente berlusconiana del Veneto. Anche per questo le competizioni veneziana e regionale misureranno la capacità della coalizione riformista, di centrosinistra, di rappresentare i ceti popolari e produttivi che oggi costituiscono, in tutto il paese, ma al Nord soprattutto, il cuore del "blocco sociale" che consente alla coalizione Pdl-Lega di conservare l'immeritato consenso. È in quest'ottica che è importante che i candidati del centrosinistra parlino ad un elettorato ampio che si aspetta messaggi concreti, semplici e rassicuranti sul proprio destino. Infine, gli altri competitori, Gianfranco Bettin e Laura Fincato a Venezia e Laura Puppato in Veneto, sono persone autorevoli e rappresentative che portano il valore aggiunto di professionalità sperimentate e sensibilità care a molta parte dell'elettorato. Tutto ciò consente un lavoro programmatico e di squadra che potrà essere portatore di positive sorprese in una campagna elettorale che si presenta dura, ma affascinante.



26.01.2010














