Politica Italiana
Manifesto - 27.1.10
Dividendi d'oro e fabbriche chiuse - Loris Campetti
Il motore perde colpi e la Fiat accumula perdite nonostante il metadone della cassa integrazione distribuito a piene mani dal governo. Però si porta a casa addirittura la Chrysler, con i soldi di Obama e il sacrificio di decine di migliaia di lavoratori americani. E, si parva licet, si compra anche la Bertone. Per far quadrare i conti in rosso trasloca la produzione di Termini Imerese in Polonia e annuncia la decisione irrevocabile di chiudere la fabbrica siciliana. Altre fabbriche dell'indotto auto e di diversi settori le ha già chiuse. Marchionne pensa al mercato e alle sue leggi «oggettive». Occuparsi dei disastri sociali provocati dall'ideologia mercatista è compito della collettività. Così restituisce il sorriso alla famiglia Agnelli, che però è così numerosa, litigiosa e spendacciona da pretendere più del mercato: vuole soldi, e Marchionne a braccetto con Montezemolo come risponde? La accontenta, e mentre annuncia una perdita netta di 848 milioni di euro che secondo il più amato manager d'Italia giustificherebbe il massacro sociale, fa brindare gli azionisti, regalando loro un dividendo - il maltolto - di 237 milioni. Già in questo c'è qualcosa di immorale, è probabile che lo pensi persino l'amico americano di Marchionne, Barak Obama. Non finisce qui. 24 ore dopo l'annuncio della gratifica ai rentiers, la premiata ditta del Lingotto annuncia che in febbraio chiuderà tutte le sue fabbriche italiane per due settimane. Un gesto altamente democratico, forse, per consentire alle tute blu di riposarsi e andare in crociera alle Seychelles con i rampolli di casa Agnelli e i loro soci. Ci vorranno navi speciali per contenerli tutti, sono 30 mila per non contare gli azionisti e sempre che gli operai non decidano di portarsi anche le famiglie in vacanza. C'è poco da scherzare. Sotto accusa per queste scelte devastanti non può essere messa solo la Fiat: la latitanza subalterna del governo Berlusconi rispetto alla maggiore multinazionale domiciliata tra Torino e Detroit è il prodotto di un'assoluta mancanza di politica industriale, economica e sociale. Alla Fiat palazzo Chigi non pone alcuna condizione in cambio dei sacrifici che tutti gli italiani sono chiamati a fare per tappare i buchi del Lingotto. Non dice, Berlusconi, che non è sopportabile che alla luce di questi sforzi oltre i due terzi della produzione venga effettuata all'estero, a differenza di Sarkozy che se ne frega delle regole e dell'Europa e impone alle sue aziende di costruire in Francia. Non fa come Obama, che impone ai costruttori che salva un sistema di trasporti attento all'ambiente e ai consumi. Chi fa del mercato un'ideologia se ne frega di ingiustizie, dividendi, licenziamenti. I sindacati dei metalmeccanici hanno già indetto uno sciopero generale alla Fiat. Ma chi l'ha detto che la questione debba riguardare solo i lavoratori della Fiat e i sindacati? La Fiat, la politica economica del governo, le risposte da dare alla crisi riguardano tutti. Dovrebbero riguardare innanzitutto le opposizioni, se non vogliamo usare il termine sinistra per non far torto a nessuno. Purtroppo però, sono troppo impegnate a definire le alleanze e a scegliere i candidati per occuparsi di queste quisquilie. Si può capire.
Il dividendo dei cassintegrati - Francesca Pilla
La Fiat si ferma per due settimane, l'ultima di febbraio e la prima di marzo. Tutti gli stabilimenti, Mirafiori, Melfi, Cassino, Pomigliano, Termini Imerese e Sevel, saranno chiusi, 30 mila persone resteranno a casa e non si produrrà nemmeno un bullone. Una decisione quasi senza precedenti che apre scenari apocalittici sulla crisi e sul futuro dell'auto italiana. E anche una mossa strategica dell'ad Sergio Marchionne, pronto a bussare alla porta dello stato per raccogliere nuovi incentivi, mentre chiude stabilimenti e riduce il personale al Nord, ma soprattutto al Sud. Per la casa Torinese, infatti, lo stop agli incentivi ha causato un brusco calo di vendite che «a gennaio si stanno drasticamente ridimensionando ad un livello ancora più basso di quello registrato a gennaio dell'anno scorso». Due giorni fa Fiat ha annunciato la distribuzione degli utili agli azionisti (237 milioni di euro di dividendo) e venerdì, a Roma, è previsto l'incontro al ministero dello sviluppo con i sindacati. Duro è il commento di Gianni Rinaldini, segretario generale Fiom: «Fiat da un lato licenzia dall'altro distribuisce utili, e alla vigilia dell'incontro di venerdì utilizza un'operazione di blocco della produzione come strumento di pressione verso il governo e di risparmio per quanto riguarda la liquidità finanziaria del gruppo. È uno schiaffo in faccia alle condizioni di chi lavora». E ieri nel sud è stata un'altra giornata di tensioni con gli operai di Pomigliano che hanno minacciato di darsi fuoco e quelli di Termini Imerese a bloccare i cancelli e la produzione. Non si danno tregua le tute blu della Fiat che da settimane protestano per non perdere il posto di lavoro. Storie diverse, ma un unico filo che li lega alle strategie del Lingotto e che li spinge a non mollare. Nella cittadina vesuviana è stata un'altra giornata di barricate. Da oltre un mese infatti 38 lavoratori presidiano la sala consiliare per protestare contro il mancato rinnovo del contratto scaduto il 31 dicembre. Esausti e con poche speranza in mattinata un gruppo è salito sul tetto del comune, minacciando di darsi fuoco se la Fiat non accoglierà le richieste di reintegro. Hanno acceso un piccolo falò e portato con sè taniche di benzina, ma anche coperte e gazebo, ventilando la possibilità di spostare il presidio sul terrazzo del municipio nonostante le temperature invernali. «Siamo pronti a tutto pur di assicurarci un futuro occupazionale che ci consenta di mandare avanti le nostre famiglie», - ha spiegato un ex-dipendente Alfa mentre la sua voce veniva coperta dal rumore delle campane della chiesa di Pomigliano, suonate con dei bastoni da altri operai. Rabbia, ma anche sconforto perché la situazione è da tempo allo stallo e loro ormai sono disposti a qualsiasi soluzione: «A trasferirci in un altro stabilimento o ad aspettare il riavvio della produzione qui - hanno detto - ma quello che ci serve è la disponibilità da parte del Lingotto a tenerci in organico». Alla mobilitazione si sono uniti anche altri 55 operai precari che vedranno scadere il contratto il prossimo 31 marzo, tutti insieme hanno occupato l'ufficio del sindaco Mario Della Ratta, da sempre solidale con la battaglia dei suoi concittadini, e poi sfilato in corteo per le vie della cittadina. Eloquente lo striscione improvvisato, «Padri senza lavoro, figli senza futuro», e gli slogan urlati a gran voce, «La gente come noi non molla mai». Nel frattempo in Sicilia anche i compagni di Termini Imerese si sono fatti sentire contro l'ipotesi di chiudere lo stabilimento per il 2012. I lavoratori hanno sbarrato l'ingresso ai tir che trasportano i componenti di assemblaggio per la lancia Ypsilon. Al sit in si sono aggiunti anche le famiglie degli operai e i cittadini accorsi in solidarietà con la vertenza. L'idea è di bloccare le linee almeno fino all'incontro con al ministero. «Penso - dice Roberto Mastrosimone della Fiom Cgil - che dovremmo fermare la Fiat, almeno sino a quella data. Ma so che non tutti la pensano come me».
Vittime di Taranto. L'Ilva, il lavoro e la morte. La strage non si racconta
Ornella Bellucci
TARANTO - L'ultima volta che a Taranto si è parlato pubblicamente di morti sul lavoro è stato il 12 giugno scorso. In piazza Garibaldi, per iniziativa dell'associazione che da quella data prende il nome, in memoria di Paolo Franco e Pasquale D'Ettorre, operai caduti all'Ilva lo stesso giorno dello stesso mese del 2003. Avevano poco più di vent'anni quando sono stati sepolti dal braccio di una gru nei parchi minerali. Per loro quella piazza, simbolo della reazione civile alla routine di morti e infortuni in fabbrica, applaude: tre minuti di mani che si sfregano, piccole e grandi. Poi le parole di Fabrizia Ramondino, intellettuale scomparsa un anno fa. Nel '69, dopo aver seguito i comitati dei lavoratori in lotta all'Italsider di Bagnoli, scriveva: «Non so dire se in quei mesi gli operai abbiano imparato qualcosa da noi o se in qualche modo siamo stati loro d'aiuto. So invece che loro ci hanno insegnato molto: a vivere con maggiore consapevolezza, responsabilità, dirittura morale. A vedere dietro ogni manufatto dell'uomo, dal frigorifero al ninnolo di casa, dalla macchinetta del caffè all'ombrellone da spiaggia, il lavoro che li ha prodotti (...)». L'ultima «morte bianca» è arrivata invece l'altro ieri, questa volta all'Arsenale di Taranto, «devastato da una ristrutturazione selvaggia e dalla privatizzazione delle lavorazioni in atto da oltre dieci anni», come denuncia Giuliano Greggi delle Rdb. La prima della Difesa spa. L'urlo di Munch. Dal gazebo volto verso la lingua di cemento che unisce la città nuova alla vecchia, quel giorno hanno preso la parola in tanti. Protagonisti, testimoni di una storia che quotidianamente nei cantieri tarantini miete vittime e ammala. Appena teso sul palco lo striscione dell'associazione 12 giugno, con L'Urlo di Munch. Davanti a esso, uno dei simboli della nazione: la bandiera. Nulla che sventolasse però, il tricolore era umano: a destra del palco tre ragazzi indossavano tute da lavoro rispettivamente di colore verde bianco e rosso. Davanti a loro un pubblico attento: ai lavoratori ed ex si mischiavano cariche istituzionali, sindacali e associazioni per l'ambiente. Arrivavano anche dalla Provincia, che soffre gli stessi mali della città: dall'inquinamento prodotto dall'industria, che per un gioco di venti la investe (secondo l'Inventario nazionale emissioni e loro sorgenti nei cieli di Taranto viene riversato il 92 per cento della diossina italiana. E la fonte principale di emissione è l'Ilva), ai lavoratori che garantisce in particolare al bacino Ilva. Perché a Taranto il lavoro si concentra ancora nel siderurgico (13mila dipendenti, e 4mila lavoratori nell'indotto), come i morti (44 negli ultimi 20 anni, fonti sindacali) e gli invalidi. Ci sono poi i malati professionali, che il più delle volte hanno contratto la patologia durante gli anni di lavoro all'Italsider. Segnala l'Inail che su 10mila lavoratori che a Taranto hanno già ottenuto i benefici previdenziali per l'esposizione all'amianto, 8mila sono ex operai dell'Italsider. Cosimo Semeraro, presidente dell'associazione 12 giugno, è uno di loro. Era impiegato come elettricista alla manutenzione generale di spogliatoi e palazzine. Svolgendo quel lavoro ha contratto l'asbestosi pleurica, il cancro da amianto. Ora è in pensione, ma per ottenere il riconoscimento dell'esposizione ha dovuto penare. E non ha mollato. Quando ha visto la classe operaia sgretolarsi. Quando ha sentito il sindacato debole. Quando davanti a lui si ergevano sordi i colossi del potere. E la lotta l'ha ripagato. Ad aprile scorso, dopo anni di intoppi giudiziari, in primo grado ha ottenuto la condanna dell'allora direttore dell'Inail provinciale per occultamento e soppressione di atto pubblico. Cioè del fascicolo col quale nel '95 aveva inoltrato all'istituto la richiesta di prepensionamento. Sentenza confermata in appello il 29 settembre, ma con pena sospesa per prescrizione dei termini. Dal palco quel giorno Semeraro, non ha parlato. Oggi la testimonianza per lui ha un significato collettivo. Il lavoro della Regione. Nichi Vendola ricorda che in Italia gli infortuni sul lavoro sono circa un milione l'anno, 20mila feriti e invalidi permanenti, 1300 morti. «È un'algebra insopportabile, drammatica, eppure cancellata. La notizia di una morte sul lavoro buca il video solo se è una strage, ma ogni giorno in Italia ci sono 4 morti sul lavoro. Se si ha la sfortuna di morire uno a Barletta, uno a Trieste, uno a Genova e uno ad Agrigento, la strage non viene neppure raccontata». Oggi in Italia, dati Inail, gli infortuni si verificano prevalentemente in edilizia, in agricoltura e nella grande fabbrica. E in fabbrica colpiscono in maniera crescente i lavoratori dell'appalto. «L'Ilva per esempio è una metropoli, e quando entra qualcuno per un lavoro di breve periodo senza avere l'adeguata formazione i rischi crescono». In tre anni la Regione Puglia ha incrementato i medici del lavoro del 24%, i tecnici della prevenzione del 42% e le ispezioni nei cantieri del 30%. E ha fatto della formazione alla sicurezza un pilastro della propria strategia d'intervento. Spiega Vendola: «In un tessuto produttivo come questo, dove il 95% delle aziende sono microscopiche, l'imprenditore è un ex lavoratore la cui condizione si è evoluta. Al Truck Center di Molfetta, ad esempio, abbiamo il piccolo imprenditore che muore insieme ai suoi operai. Allora il problema è di formazione». A breve, per integrare il reddito dei lavoratori in cassa integrazione, la Regione finanzierà corsi di formazione nei rispettivi ambiti lavorativi. «Bisogna far cambiare il vento. Il vento che soffia oggi nel mondo è quello della perdita del valore del lavoro. Il lavoro ha solo un prezzo, non ha valore. Qualche tempo fa sono stato in Belgio» dice «a rendere omaggio ai caduti nella più grave strage di miniera, a Marcinelle. 262 morti, 136 italiani, 22 dei quali pugliesi». Era l'8 agosto del '56. «Mi ha accompagnato uno dei tre sopravvissuti, un uomo di 87 anni. Si è vestito da minatore, e ha portato con sé la lanterna che usava negli anni '50. Era emozionato, perché a 43 anni dalla strage, anche la sua Regione andava a rendere omaggio a quei martiri. E a un certo punto mi ha chiesto: 'Presidente, sai come mi chiamo?', l'ho guardato. 'Il mio nome è 709', ha detto. 'Perché a quel tempo in miniera non avevamo neanche diritto a un nome. Il carbone valeva più della vita umana.' Ha fatto un sospiro, poi due passi in avanti. Si è girato e mi ha chiesto: 'Presidente, non è che quei tempi sono tornati?'». Cantieri e agricoltura a rischio. Cosimo Nacci, dell'Inail di Taranto, offre invece i dati sugli infortuni in città e provincia. Tra i siti a più alta concentrazione, nell'ordine, la grande industria, i cantieri edili e l'agricoltura. «Siamo passati da 9100 nel 2007 a 8600 nel 2008. Aumentano, invece, gli infortuni in itinere e quelli a carico dei lavoratori stranieri: nella provincia ne abbiamo contati 180». Il mese in cui si rileva il maggior numero di infortuni è luglio, il giorno il lunedì, mentre per le morti il mercoledì. Quanto agli orari, gli infortuni si verificano verso le 10 e nelle prime ore del pomeriggio, le morti tra le 9 e le 10. Parole che indignano Angelo Franco, ex dipendente Italsider e padre di Paolo, uno degli operai caduti all'Ilva il 12 giugno 2003. «Mio figlio è morto di giovedì, non di lunedì o di mercoledì. Però ha ragione, guardi, è morto alle 14. Perché era ubriaco forse? Perché fumava là dentro? O perché era arrivato al lavoro stanco dopo una serata di bagordi? Non sono d'accordo. Signore, signori» domanda «c'è qualcuno tra voi che ha un figlio all'Ilva?». Dal pubblico soltanto uno alza la mano. «Ah, ecco. E suo figlio che fa? Per caso va in discoteca la domenica e poi va a morire di lunedì?». Quello scuote la testa. «Vedete, non penso». Angelo sa che la morte di suo figlio all'Ilva di Taranto è parte della storia italiana. «Stamattina nella piazza intitolata ai morti sul lavoro, c'erano solo 26 persone. Una per ogni anno che aveva mio figlio quando è morto. E questo è grave». Silenzio. È vero che gli infortuni a Taranto e provincia sono diminuiti, «ma è vero anche che oggi all'Ilva abbiamo 6mila ragazzi in cassa integrazione». Il diritto alla rabbia. «Credo si possa dire che c'è un diritto alla rabbia» dice don Ciotti «perché la rabbia è un sentimento umano, la rabbia è un atto d'amore. E noi dobbiamo esprimere questo diritto che chiede verità, che chiede giustizia. Non si può morire sul posto di lavoro, non si può morire per cercare lavoro, non ci si può suicidare perché non c'è lavoro». Silenzio. «Guardate, io ho fatto l'operaio, mio padre era operaio» dice «e sento di poter dire che questa non è una crisi economica. Questa è una crisi politica ed etica». Sul palco poi sale Patrizia Perduno, vedova di Silvio Murri, morto all'Ilva il 21 maggio 2004, col sogno di essere stabilizzato. Sotto il palco Andrea, loro figlio. Parla con un filo di voce Patrizia, stringendo in un pugno il foglio con le parole da dire. «Silvio era un ponteggiatore. Montava e smontava ponteggi altissimi. Usava le misure di sicurezza. La frase che diceva sempre prima di uscire era: 'io devo tornare a casa la sera'." Cosa che non è avvenuta quel giorno. Il ponteggio su cui lavorava con altri operai è crollato e lui è precipitato nel vuoto. È morto dopo nove giorni di coma. Continua Patrizia: «Mi rivolgo a chi ha il dovere di rendere sicuri i posti di lavoro.Non è dignitoso morire per portare lo stipendio a casa, non è accettabile morire lavorando. E non si può permettere tutto questo solo per questioni economiche». Silenzio. «Ora mi rivolgo agli operai. Rifiutatevi di lavorare in condizioni pericolose. Non è più tempo per le parole, dobbiamo agire». Morris Franchini sale sul palco con falcata sicura. Indossa un polo rossa e pantaloni beige. I capelli rasati, lo sguardo fondo. «Essere qui» dice «mi dà la stessa sensazione di quando ho assistito per la prima volta a un infortunio sul posto di lavoro. Era mattina. Stavamo facendo manutenzione a un carroponte». Morris ha 33 anni. Da 10 lavora all'Ilva come elettricista, nel Tubificio 2. «Abbiamo visto persone che correvano da una parte all'altra, e gridavano. Io e un altro ci siamo affacciati, e abbiamo visto un ragazzo esanime, senza un piede, una scena agghiacciante». Poi ci sono stati altri morti in fabbrica, anche nel suo reparto. Trema Morris e suda. «Sono un operaio dell'Ilva ma potrei essere un lavoratore di un'altra azienda, e potrei avere un altro nome. Sono colui che per la dannata legge del profitto, vale quanto un perno, una vite, un macchinario che appena si rompe viene sostituito. Sono colui al quale chiedete un voto e che poi dimenticate, tranne quando si tratta di fargli pagare tasse e crisi. Sono colui che per paura di perdere il posto di lavoro ha paura di altri come lui, li vede come nemici ai quali fare la guerra. Sì, la guerra dei poveri. Perché si sente questa cosa in fabbrica: 'Mica male quel capoturno, sai? Fai bene a non ribellarti, a chinare la testa, potresti essere spostato di reparto o messo in cassa integrazione'. Sono colui che dice 'tanto mi è andata bene molte volte stavolta non mi andrà male'. Sono io, il moderno Charlie Chaplin incatenato alla catena di montaggio sociale dove si vive per produrre, si produce per consumare, e al quale si offrono in pasto bisogni indotti e inutili. Sono colui che fa notizia perché muore e poi viene sepolto in un terribile silenzio. Ma questo silenzio deve veicolare un grido più forte. Di disperazione, di rabbia, di voglia di giustizia. Un grido per svegliare la vostra cattiva coscienza».
Seicento milioni di famiglie «vivono» con 1,25 dollari al giorno - Roberto Tesi
Da Washington, il Fondo monetario internazionale è un po' meno pessimista, ma da Ginevra, l'Ilo ha diffuso dati non certamente improntati all'ottimismo: nel 2009 i senza lavoro sono saliti nel mondo a 212 milioni, 34 milioni (di questi 10 milioni i giovani) in più rispetto al 2007, data di inizio della crisi. Si tratta di una cifra record, mai toccata prima. Di più: l'International Labour Office, nel rapporto annuale sulle tendenza dell'occupazione, sottolinea anche che nel mondo circa 1,5 miliardi di lavoratori sono in posizioni vulnerabili, pari a metà della forza lavoro, con un aumento di 110 milioni nel 2009 rispetto al 2008 e 633 milioni di lavoratori e le loro famiglie vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e altri 215 milioni vivono ai margini o con il rischio di cadere in povertà. Sulla base delle stime economiche dell'Fmi, l'Ilo stima che la disoccupazione probabilmente resterà elevata per tutto il 2010. Nei Paesi avanzati e nella Ue dovrebbe colpire altri 3 milioni di persone, mentre si stabilizzerà agli attuali livelli o avrà un lieve calo nelle altre regioni del resto del mondo. «Va evitata una ripresa senza lavoro, è una priorità politica», ha sottolineato il direttore generale dell'Ilo, Juan Somavia. «Lo stesso decisionismo politico che ha salvato le banche, ora deve essere applicato per salvare e creare lavoro e vita per le persone. Si può fare con la convergenza tra politiche pubbliche e investimenti privati». Somavia ha poi sottolineato che «ogni anno 45 milioni di giovani entrano nel mercato del lavoro globale, quindi le misure di ripresa devono essere mirate a loro». Secondo l'Ilo il tasso di disoccupazione globale è salito al 6,6% nel 2009, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto al 2007, con vaste differenze regionali(4,4% in East Asia e oltre il 10% in Europa centro-orientale), mentre la disoccupazione giovanile è salita di 1,6 punti al 13,5%, segnando il maggior aumento dal 1991. Nei Paesi sviluppati e nella Ue il tasso di disoccupazione è salito all'8,4% nel 2009 dal 6% del 2008 e dal 5,7% del 2007, con un incremento di 13,7 milioni di disoccupati tra il 2007 e il 2009, 12 dei quali nel solo 2009. Nel suo insieme l'area Ocse rappresenta il 40% dell'aumento della disoccupazione globale, pur rappresentando meno del 16% della forza lavoro. L'Fmi ha nettamente migliorato la stima di crescita dell'economia globale per quest'anno, portandola a +3,9% contro il +3,1% previsto in ottobre. Per il 2011 la crescita mondiale è prevista a +4,3%. Migliorate anche le stime per l'Eurozona (+1% quest'anno dal precedente +0,3%) e per gli Usa (+2,7% da +1,5%). Anche per l'Italia sono state riviste al rialzo le previsioni: quest'anno il Pil dovrebbe aumentare dell'1% e dell'1,3% nel 2011. Rispetto al documento diffuso in ottobre, la previsione è stata migliorata dello 0,8% per quest'anno e dello 0,6% per il prossimo.
Ruspe contro gli afghani della stazione Ostiense - Cinzia Gubbini
ROMA - Si sono rifugiati anche tra i binari. Il più lontano possibile da occhi indiscreti. Cioè quelli di chiunque. Chiunque possa passare per la stazione Air Terminal Ostiense di Roma e denunciare la loro presenza. La saga dei richiedenti asilo afghani è ricominciata. E sono ricominciati anche gli sgomberi. Le ruspe l'altro ieri li hanno scacciati da uno degli anfratti della stazione che avevano occupato per ripararsi dalla pioggia battente di questi giorni e dalle temperature gelide. Altri gruppetti resistono in alcuni micro accampamenti, ma gira voce che molto spesso dovranno andarsene anche da lì. Il luogo è più o meno sempre lo stesso, a pochi metri da quella che fu «la Buca»: tende e baracchette sorte nelle fondamenta di un palazzo in costruzione che lo scorso ottobre fece scoprire all'Italia la presenza dei ragazzi fuggiti dall'Afghanistan. Il Comune, allora, non potè far finta di non vedere: l'assessorato alle Politiche sociali inviò i pullman della Croce Rossa e 150 persone - quelle con i documenti - furono portate al centro di accoglienza Castelnuovo di Porto. Ma la storia è ripartita da zero, come è naturale che sia. L'Air Terminal è ormai da anni una delle tappe che i profughi afghani affrontano nel loro viaggio verso l'Europa. Quando partono dalle loro città devastate dalla guerra - spesso poco più che ragazzini - hanno in testa una mappa virtuale costituita da alcuni punti cardine. Posti in cui sanno di poter passare qualche mese, per poi ripartire: l'obiettivo è quasi sempre raggiungere il nord Europa. Guarda caso, non si tratta mai di luoghi «istituzionali». Ma sempre di luoghi abusivi. Considerati sicuri perché battuti da centinaia di persone, che hanno creato un solco, segnato un territorio. C'è il porto di Patrasso, la cosiddetta «jungla» di Calais (entrambi sgomberati pochi mesi fa), e c'è l'Air Terminal Ostiense. La settimana scorsa l'associazione «Medici per i diritti umani» (Medu) che da anni monitora la situazione dei profughi afghani offrendo assistenza medica e legale ha di nuovo organizzato una distribuzione di tende. Trenta a due posti, sparite in un minuto. Quella sera con una temperatura che sfiorava lo zero sotto un porticato della stazione dormivano una trentina di persone. Con tutto gli indumenti in loro possesso addosso. Avvolti in quattro, cinque coperte. A scaldarsi le mani intorno al tipico bidone. Tra di loro moltissimi minorenni. Uno dichiarava di avere 12 anni e non ne dimostrava molti di più. Dall'altro ieri nessuno dorme più sotto a quel porticato. Sono arrivate le ruspe: pare inizi il «restyling» della stazione. Tutto intorno, d'altronde, il quartiere sta cambiando faccia. Di giorno spiccano le sagome delle betoniere e delle gru che costruiscono palazzi nuovi di zecca. Sventolano le bandiere delle agenzie immobiliari. Pare che il costo di un appartamento si aggiri sugli ottomila euro al metro quadro. «Trent'anni fa non era così - racconta uno degli abitanti del quartiere che vuole rimanere anonimo e che chiameremo Bruno - qui passava il fiume, era una zona acquitrinosa e certo non di prestigio». Da qualche anno è tutto diverso, e anche per questo la presenza degli afghani è mal tollerata: «Sporcano, abbiamo seppellito quintali di immondizia», si lamenta Bruno.Bruno fa parte del gruppo di pensionati che dopo il clamore de «La Buca» offrì ospitalità per qualche settimana nel circolo bocciofilo che gestiscono ai medici di Medu per aprire uno sportello informativo. L'esperimento, racconta il dottor Alberto Barbieri, andò benissimo: «Ci permise di individuare immediatamente le situazioni più vulnerabili, e di intervenire concretamente. E' quello che ripetiamo da mesi al Comune: non basta offrire quando capita accoglienza nei centri, che tra l'altro sono pochissimi, ma aprire in questo luogo un punto di orientamento». Bruno è meno entusiasta: «Secondo me si volevano installare nel nostro circolo, tutte le mattine. Ma quando mai, mica siamo noi che ci dobbiamo fare carico di queste cose», dice mostrando il circolo nuovo di zecca fornito di ben due piste per le bocce. Medu, ovviamente, non aveva alcuna intenzione di «rubare» il circolo agli anziani del quartiere: certamente, però, da mesi chiedono al Comune di offrire uno spazio che possa fungere da punto di orientamento per i profughi e i richiedenti asilo. Ma nell'esplosione di cemento della zona, non si trovano neanche pochi metri quadrati. Dopo gli ultimi sgomberi l'assessorato alle politiche sociali ha battuto un colpo solo per dare ricovero a una trentina di persone in un centro di accoglienza. Tutti gli altri restano all'addiaccio. E almeno per una decina di loro si preannuncia una nuova cacciata. Sono quelli che vivono con le loro tende proprio alle pendici del parco che ospita il circolo bocciofilo. Qui da qualche giorno hanno iniziato a mettere le recinzioni. Da domani per loro non ci sarà più spazio: si tratta, giustamente, di un parco pubblico dove andranno a giocare i bambini e a riposare gli anziani. Bruno glielo va a dire direttamente. «Non parlarci con questo tono - risponde uno dei ragazzi afghani - Io non voglio vivere qui come un animale. Il mio paese è in guerra, il tuo lo riconosce ma non mi offre accoglienza». «Hai le tue ragioni - risponde Bruno - ma questo è il nostro circolo bocciofilo».
L'effetto Puglia scuote il Pd - Francesca Pilla
NAPOLI - Le uniche certezze per i democrat campani sono le primarie per scegliere il candidato alle regionali, il nome del sindaco-sceriffo di Salerno Vicenzo De Luca (che incassa l'ok di Rutelli) e la conta tra bassoliniani e non. Questo il risultato del ciclone Vendola che ha dato l'accelerazione alle consultazioni prima invocate, poi conservate in dispensa e ora riscongelate. La confusione regna sovrana, da un paio di giorni sul web circolava l'acronimo Pd, Puglia Docet, e la base in fermento chiedeva a gran voce la designazione dal basso per uscire dall'empasse che da settimane teneva al cappio il partito. Troppi veti sui nomi, eccessive le indecisioni per tenere insieme i pezzi di una coalizione «scollata», tempo sprecato a aspettare l'Udc di Casini-De Mita con la strategia dei due forni. Ieri la svolta, il segretario regionale, Enzo Amendola, sul quale pure si era puntato per risolvere il rebus «unitario», ha incontrato a Roma Pierluigi Bersani, in un faccia a faccia anche con Enrico Letta, Davide Zoggia e Maurizio Migliavacca: non si potevano più eludere le risposte. «Giovedì c'è l'assemblea regionale del Pd - ha dunque spiegato Amendola alla fine della riunione - e credo di poter dire che si va alle primarie di coalizione, che si dovrebbero tenere il 7 febbraio». Risultato? Le consultazioni si faranno in fretta e furia, ma il presidente uscente Antonio Bassolino, seppur sostenitore delle primarie, ancora deve trovare un successore da contrapporre al suo vecchio nemico De Luca. La partita è tutt'altro che chiusa, il governatore non farà l'errore di ripresentarsi, ma mette in gioco la sua storia politica, il suo passato, e soprattutto il futuro dei suoi nei gangli del potere democrat. Ma trovare un uomo spendibile e anche sacrificabile non è semplice. Ieri il delfino di Antonio, l'europarlamentare ed ex assessore all'industria Andrea Cozzolino, che era dato quasi per certo nel «Mezzogiorno di fuoco» contro De Luca, avrebbe dato forfait. L'uomo delle centomila preferenze alle europee probabilmente aspetterà momenti migliori - o sarà scelto per altri incarichi - e al momento pare non sia chiamato al «martirio». Tra i papabili restano Ennio Cascetta, l'assessore regionali ai trasporti, su cui però in pochi puntano, o l'ex assessore bassoliniano Riccardo Marrone, che d'altra parte non spicca per popolarità, nel senso che non è conosciuto. La Campania, secondo le previsioni e stando al clima, è una casella data perdente. La campagna elettorale inizierà solo alla fine di questo scontro interno al Pd, e per il momento Stefano Caldoro, il candidato del Pdl, nonché le scelte dell'Udc (che ancora non ha tratto il dado) sono un problema secondario. Di sicuro non ci sarà un'altra Puglia. La stessa Sel, a differenza di Verdi e Api, ancora tergiversa su una eventuale partecipazione alle consultazioni. «Noi preferiremmo un candidato di altro profilo e scelto tra la società civile»: il coordinatore regionale Giuseppe De Cristofaro non si azzarda a fornire indicazioni, ma evidentemente si riferisce al rettore della Federico II Guido Trombetti o al magistrato anticamorra Raffaele Cantone. Smentisce invece le voci circolate su un possibile coinvolgimento del napoletano-bertinottiano Gennaro Migliore. Dal Pd però incalzano gli alleati: «Mi sembra strano che proprio il partito di Nichi Vendola non voglia le primarie», li bacchetta Amendola. E De Cristofaro risponde: «Queste primarie, per come sono nate, sembrano più un modo per risolvere i problemi interni al Pd che una scelta democratica sul candidato». Nessuna strada in ogni caso è preclusa, e Sinistra e libertà prenderà una decisione a breve. Mentre l'Idv si è sempre detta contraria all'ipotesi delle primarie. Il coordinatore regionale Nello Formisano solo lunedì sera aveva chiesto all'ex pm Luigi De Magistris di scendere in campo. «Un'ipotesi che in questo momento e viste le condizioni non ci appare percorribile», dicono fonti vicine all'europarlamentare. Se le cose non dovessero cambiare per gli elettori campani non resta che seguire il consiglio di Vazquez Montalban: «Dividere il proprio animo nella classica disposizione democratica, apprestarsi a dire no alla merce, a tutte le merci, ma con la consapevolezza in fondo di doverne scegliere una».
La volpe del Tavoliere - Luigi Pintor
Il titolo di questo vecchio editoriale, richiamato di recente da un commento di Rossana Rossanda, è diventato lo slogan più usato dalla stampa italiana per fotografare la crisi del Pd e della politica di Massimo D'Alema. Sono passati quattordici anni ma sembra scritto oggi.
D'Alema non lo sa ma qualcuno dovrebbe dirglielo, amichevolmente. Quando appare in televisione, cioè ogni minuto e mezzo, fa ormai pensare a una parodia, a un'involontaria presa in giro di sé e degli altri. Somiglia sempre di più, con tutto il rispetto, a Peppino De Filippo. Se avessimo ancora qualche speranza che una coalizione democratica decorosa e una sinistra visibile (ultima novità) possano vincere un confronto elettorale con la destra dilagante, D'Alema riesce a togliercela senza rimedio. Occhetto era altrettanto irritante, ma meno deprimente. Se esistesse, la dirigenza del Pds dovrebbe legare l'attuale segretario, sia pure con quei guinzagli elastici che permettono un certo raggio d'azione, invece di delegargli il potere di intorbidare ogni cosa. Ma per esistere, una dirigenza non dovrebbe essere fatta a immagine e somiglianza del principale, tanti occhettini e d'alemini a seconda delle circostanze. Vien quasi da dubitare che un Pds esista, se non come area elettorale, tant'è remissivo. E infatti Veltroni o chi per lui lo scioglierebbero volentieri, e prima o poi lo faranno. Le bolognine si tirano l'un l'altra, come le ciliege, e non finiscono mai. Quando si parte col piede sbagliato si ruzzola fino a rompersi l'osso del collo, per legge di gravità. Un anno fa c'era ancora qualche possibilità di rivincita o rivalsa sullo sciagurato voto del 27 marzo. Berlusconi era caduto malamente, la destra era presa in contropiede, un sussulto democratico era pur vagamente nell'aria. Un leader politico minimamente dotato e coraggioso, una sinistra minimamente convinta, avrebbero colto l'attimo, passato il Rubicone (che poi è un fiumiciattolo), allargato il varco e espugnato Saigon. Le elezioni in quel giugno (quello passato, non quello venturo), sarebbero state una vittoria politica, anche se fossero risultate tecnicamente neutre. Ma scherziamo? La volpe di Gallipoli e gli addetti all'ingegneria e idraulica di Montecitorio sono molto più astuti di così. Hanno studiato la storia al liceo e hanno deciso di temporeggiare e logorare il nemico (come Fabio Massimo), di reclutare in ogni dove banchieri e giustizieri simbolici nonché truppe cammellate padane (come Scipione l'africano) e di giocare a sottomuro con le figurine della Costituzione nei cortili del Quirinale. Col risultato che, dopo un anno, il logoro Berlusconi risplende come un lord protettore della politica nazionale e l'imberbe Fini come punta di diamante della nuova repubblica (la III in ordine cronologico e gerarchico, la I essendo per lui quella di Salò). Ora lo scaltro D'Alema, dopo questo capolavoro di tattica e strategia, ci rassicura in interviste giornaliere e incredule assemblee che non farà porcherie ma solo democratiche intese e governi conseguenti. Ma non ci aveva scritto poco fa che questi progetti erano nostre invenzioni calunniose? Sì, ma è appunto con questi giochi di parole che si vendono i tappeti nei suk. Le farà, le porcherie, ne farà di crude e di cotte nel lungo brodo da caserma della crisi governativa e del semestre europeo. Non c'è nessun bisogno di aspettare per credere, le ipotesi di crisi bicefale, governi a mezzadria, maggioranze cumulative e trasversali, commerci costituzionali e legislativi, mascherate presidenzialiste, sono porcherie già consumate per il solo fatto d'essere formulate. Un'orgia di craxismo ritardato, un credito dispensato a piene mani alle culture di destra di ogni specie. C'è del metodo in questa follia, non è più una politica ma tutta una mentalità. Affrontare le elezioni significa ormai, per il leader minimo, una sconfitta campale. Per ritardarla sarà dunque opportuno mettere a repentaglio tutto, anche l'onore come si diceva una volta, o semplicemente il decoro. Non quello personale, che è affar suo e di ciascuno, ma quello della sinistra e della democrazia, e questo non dovremmo permetterlo. Purtroppo, accade già nella realtà di ogni giorno, non c'è di nuovo bisogno di aspettare per credere: se sbattiamo in galera gli immigrati clandestini, possiamo anche inserire questo sano principio nella Costituzione riformata.
La città «modello» e la fine di un mondo - Alberto Burgio
Il minimo che si possa dire, di fronte a questo ennesimo pasticcio fatto, a quanto pare, di uso distorto del denaro pubblico, di poca o nulla trasparenza, di intrecci impropri tra pubblico e privato, è che c'è tutto un ceto politico-amministrativo che sembra avere perso ogni contatto con la realtà. Non omettiamo la dovuta premessa: finché non vi saranno fatti accertati, il giudizio sul piano giudiziario resta sospeso. Ma il discorso politico è diverso. La piazza non usa troppe cautele, giudica in base alle prime impressioni. E l'impressione è quella di un abisso tra chi, nel Palazzo, approfitta dei propri privilegi e chi, fuori, deve fare i conti con una crisi pesante che mangia posti di lavoro e quote di salario. Milioni di persone per le quali la vita quotidiana è un rompicapo. I figli da mandare a scuola, gli anziani da accudire, le bollette da pagare. Di fronte a questo Paese, è desolante lo spettacolo di una classe politica, quando non corrotta, futile e gaudente. Ma nel caso del Pd c'è di più, e c'è di più soprattutto quando c'entra Bologna. Non occorre leggere la stampa estera per sapere che oggi il caso italiano si chiama Berlusconi: conflitti d'interesse, uso privato delle istituzioni, fuga dai processi e via elencando. Basterebbe questo per raccogliere i frutti di un'opposizione seria e coerente, che nulla conceda sul piano della moralità e del rispetto delle istituzioni. Lo stile di chi governa è tale da concedere all'avversario mille e una opportunità. Invece capita l'esatto contrario. A torto o a ragione, sembra di non poter distinguere, e il qualunquismo pare la sola attitudine obiettiva. È un dissennato suicidio politico quello al quale stiamo assistendo. E ci coinvolge tutti, nella misura in cui rischia di blindare per lungo tempo il potere di una destra brutale, fascistoide e razzista. Che l'ultimo scandalo coinvolga Bologna è particolarmente grave. Questa città, si dice, è un simbolo. È vero, e bisogna intendersi. Era la capitale dell'Emilia rossa, al tempo della prima Repubblica. Qui il Pci diede prova di una indiscutibile capacità di governo, di probità e di efficienza amministrativa. Seppe dialogare con l'impresa e con i ceti medi costringendoli a contribuire alla costruzione di una società in senso proprio civile. Una città, anzi una regione esemplare per accoglienza ed efficienza. Dove venivano sin dalla Svezia a studiare il modello di welfare. Non era la rivoluzione, era il buon governo, cemento di una intesa talmente stretta tra politica e società - qui davvero «popolo della sinistra» - che la si sarebbe detta indistruttibile. La caduta di Bologna, con la vittoria di Giorgio Guazzaloca nel '99, fu la fine di un mondo. O meglio, la sanzione ufficiale di una crisi sotterranea che aveva lentamente eroso quel blocco e ora cancellava definitivamente un tabù. Era finita la «diversità». Bologna pagava la pervicacia ideologica dei nipotini del Pci convertitisi alla teologia delle privatizzazioni. E si scopriva «normale», uguale alle altre città, non meno esposta allo spirito dei tempi. Il guaio però non fu tanto quella prima sconfitta, pur traumatica, che avrebbe potuto essere persino un toccasana. La prova di una crisi organica della «sinistra di governo» bolognese venne cinque anni dopo, con la guerra intestina tra gli aspiranti alla guida del Comune e la decisione di affidarsi a una figura esterna alla città, mortificandone la storia. Dei cinque anni di Cofferati a Bologna non vale la pena di parlare. Arbitrio solipsista è stato scritto, e basta questo. Fu, quello tra sindaco e città, un dialogo tra sordi e la decisione di Cofferati di non ricandidarsi venne accolta da tutti con sollievo. E con speranza. Non è trascorso un anno e siamo a questo disastro, che nessuno avrebbe immaginato. Ora chi se la sentisse di prevedere un successo del Pd alle prossime elezioni - quando saranno - parrebbe oggi un inguaribile ottimista. Ma il punto non è questo: è il dissennato spreco di pazienza, di fiducia, di volontà di credere e sperare nonostante tutto, che vicende come questa determinano, e dio solo sa se ce lo si può permettere. Non gettiamo la croce su nessuno, tanto meno all'inizio di una vicenda ancora tutta da chiarire. Ma una cosa è certa: Bologna, la sua gente e la sua storia si meriterebbero ben altro. E faranno di tutto per averlo.
Tutti divisi in Lombardia. Il Prc pensa ad Agnoletto - Matteo Bartocci
Il patto d'acciaio Formigoni-Lega in Lombardia spappola le opposizioni. Dopo il divorzio consensuale con i radicali di Cappato e Bonino, il candidato per il «pirellone» di Pd, Idv e Sel Filippo Penati (che è anche il coordinatore della segreteria Bersani) insiste con il veto verso Rifondazione e la falce e martello. Che dal canto suo da un lato rafforza gli appelli a Sinistra e libertà per l'unità (vedi lettera di Ferrero a Vendola sul manifesto di ieri) dall'altro già si predispone a una corsa in solitaria sotto il nome dell'ex europarlamentare Vittorio Agnoletto. La questione è sul tappeto e ieri è stata affrontata dalla segreteria a via del Policlinico. Ferrero ha da tempo proposto al Pd una «desistenza» anche in Lombardia come ha già fatto in Piemonte con Mercedes Bresso. Un accordo tecnico e non politico anti-Formigoni che il braccio destro di Bersani - dopo le rotture del passato alla provincia di Milano - per ora non ha intenzione di concedere. Il Prc teme il quorum al 3 per cento previsto dalla legge regionale per le forze non coalizzate (soglia inesistente invece per le coalizioni, in cui si possono eleggere consiglieri anche con l'1,5%). E ha chiesto a Sinistra e libertà di resistere alle offerte del Pd come Rifondazione ha fatto in Puglia su Vendola fin dal primo momento. «Un centrosinistra forte non esclude nessuno ma non si possono scaricare su Sinistra e libertà i problemi di Rifondazione con Penati», mette le mani avanti Tino Magni, coordinatore regionale di Sel (Sd ed ex Fiom). «Non ho nessuna preclusione verso nessuno - insiste Magni - ma non accetto chi dice che se il Prc non ci sta allora non deve esserci anche Sel. Noi stiamo lavorando da tempo a un programma alternativo a Formigoni, se altri vogliono fare la desistenza va bene ma noi non abbiamo nessuna responsabilità». Certo è difficile immaginare la corsa in Lombardia come una lotta per vincere. Tuttavia è la prima regione italiana e l'anno prossimo si vota a Milano. E' in piena crisi industriale. Ed è qui che è nata la Compagnia delle opere, un gigante che in Italia e nel mondo nel nome della sussidiarietà fattura quasi 70 miliardi di euro (la Fiat ha chiuso il 2009 della crisi a quota 50). Di questi, ben 5 dipendono dalle scelte amministrative della giunta guidata da quindici anni da Roberto Formigoni. Anche l'Udc sbattuta fuori dal Carroccio, dopo tutto questo tempo deve decidere il da farsi. Il partito di Casini si riunirà a Roma giovedì ma è quasi inevitabile una corsa solitaria. I nomi più accreditati sono cattolici ultradoc come Savino Pezzotta e Buttiglione. A sinistra la questione non è ancora chiusa ma lo sarà a giorni. Sull'argomento però già abbondano interpretazioni diverse. Tante che si può perfino ipotizzare il classico gioco del cerino che precede una «rottura». Una parte consistente di Rifondazione insiste non da oggi per la scelta solitaria fuori dal centrosinistra. Mentre le varie anime di Sinistra e libertà sul territorio non sempre concordano sul rapporto da tenere verso il Pd. Tuttavia l'«effetto Nichi» galvanizza una lista-movimento azzoppata dalle europee e dalle uscite di Verdi e socialisti. A Bari è quasi scontato un simbolo «Sinistra per Vendola» che raccoglierà il meglio della primavera pugliese. Ed è impossibile, anche con lo sbarramento del 4 per cento in vigore da queste elezioni , che qui il Prc possa correre sotto il nome del leader uscito dopo il congresso. Il «polo rosso» vagheggiato nelle settimane scorse si è scongelato prima di nascere. Si ridurrà a qualche bicicletta rosso-verde dove la necessità impone: forse in Toscana, forse in Calabria. Tuttavia proprio l'originalità delle primarie pugliesi dovrebbe far riflettere un po' tutti. Perché se è forte la tentazione di dipingere Vendola come «il Berlusconi rosso» (Repubblica) o lo stellone della sinistra italiana (Mussi sul manifesto di ieri), forse proiettare subito il leader di Sel sulla scena nazionale è un errore. Il presidente uscente ha (stra)vinto non tanto o non solo per la sua indubbia popolarità o per la sua campagna innovativa. Ha convinto soprattutto per alcune scelte chiare alla guida della regione e perché ha reso esplicite le contraddizioni del Pd. Locale e nazionale. E' dal travaglio democratico che rinasce la candidatura di Vendola. Uno scontro molto concreto e non solo su poltrone, assessori e strapuntini. Se si vuole replicare quel modello e quella vittoria, dunque, è bene che tutto ciò che si muove a sinistra del Pd mediti a fondo. Altrimenti anche i piccoli o grandi timonieri rischiano il piccolo cabotaggio.
Il velo, un affare di stato - Anna Maria Merlo
PARIGI - I sei mesi di lavoro della missione parlamentare sulla «pratica del velo integrale» si sono conclusi ieri in un clima teso e confuso. I 32 deputati, presieduti dal comunista André Gerin, hanno finito per votare in extremis il testo conclusivo, redatto da Eric Raoult (Ump, maggioranza) che propone una «risoluzione» solenne del parlamento, cioè una dichiarazione non vincolante di condanna del velo integrale «contrario ai valori della repubblica», che sperano sarà votata all'unanimità da tutte le forze politiche. La missione propone anche una legge che imponga il divieto del niqab nei servizi pubblici (uffici e di fronte alle scuole), trasporti compresi. Gli undici parlamentari socialisti hanno rifiutato di partecipare al voto finale, anche se alcuni erano presenti, denunciando un dibattito «inquinato» dalle riunioni sull'identità nazionale in corso nelle Prefetture, iniziativa del ministro dell'immigrazione Eric Besson che si va trasformando in una stigmatizzazione dei francesi di origine straniera, musulmani in testa. A sinistra molti contestano l'aver trasformato un fenomeno marginale in Francia in un affare di stato (1900 donne portano il niqab, secondo il governo, per lo più gruppi radicali). Ma anche destra molti hanno minacciato fino all'ultimo di non votare il testo, perché chiedevano di più: una dichiarazione favorevole a una legge come proposta dal capogruppo dell'Ump all'Assemblea, Jean-François Copé, che vuole un drastico divieto del volto coperto (con una serie di eccezioni che non temono il ridicolo: casco integrale per i motociclisti, mascherine anti-batteri per i malati, maschere di carnevale), con multa di 750 euro per chi lo infrange. Il presidente Sarkozy, dopo aver affermato a giugno che «il burqa non è il benvenuto in Francia», lunedì sera nelle due ore di dibattito televisivo di fronte a undici «veri francesi» scelti da Tf1 (la prima rete, privata), ha evitato di parlare del velo integrale. Ma ieri si è recato al cimitero militare di Notre Dame de Lorette, nel Pas de Calais, dove di recente ci sono stati atti di profanazione di tombe di soldati musulmani, per dire che non lascerà «stigmatizzare i cittadini francesi di religione musulmana», perché «la libertà di coscienza e di culto sono libertà fondamentali» così come «la laicità, la garanzia di autonomia dello stato». Sarkozy e la missione parlamentare cercano ora, dopo mesi di polemiche strumentali in vista delle regionali di marzo, di calmare gioco e dare ai musulmani qualche garanzia. Ma lunedì sera Hassen Chalghoumi, l'imam di Drancy, cittadina della periferia di Parigi, è stato aggredito nella sua moschea. Secondo una versione, un commando di una cinquantina di uomini ha fatto irruzione nella moschea minacciando l'imam, accusato di essere «l'amico degli ebrei» (ha ricevuto di recente Richard Prasquier, il presidente del Crif, il Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia) e di essersi schierato a favore di una legge che vieta il burqa. Un'altra versione afferma che il gruppo di uomini chiedeva all'imam di dichiarare pubblicamente che le sue posizioni non rispecchiano quelle dei fedeli di Drancy. La prudenza delle conclusioni della missione non è servita a calmare gli animi. Il presidente dell'Assemblea, Bernard Accoyer, a cui è stato consegnato il testo, ha affermato che «l'obiettivo è che cessi questa pratica». Ma per una legge bisognerà comunque aspettare dopo le regionali di marzo. C'è unanimità a condannare il burqa, a destra come a sinistra, ma ci sono divisioni, a destra come a sinistra, sull'eventuale legge. Il principale timore della maggioranza è che una legge di divieto venga poi bocciata dal Consiglio costituzionale o dalla Corte europea dei diritti umani. «Suonerebbe come una sconfitta della repubblica» scrive la missione parlamentare.
Il rapporto Goldstone «incoraggia l'antisemitismo». L'offensiva di Tel Aviv
Michele Giorgio
GERUSALEMME - Lo hanno annunciato i media israeliani. Oggi il capo dello stato Shimon Peres dalla Germania, il premier Benyamin Netanyahu dalla Polonia, il ministro degli esteri Avigdor Lieberman dall'Ungheria e il ministro dell' informazione Yuli Edelstein dagli Stati Uniti, pronunceranno una condanna durissima e senza appello del giudice sudafricano Richard Goldstone e del suo rapporto sull'offensiva «Piombo fuso» contro Gaza, approvato nei mesi scorsi dal Consiglio per i diritti umani dell'Onu. La data non è casuale. L'attacco a Goldstone avviene proprio nella Giornata Internazionale della Memoria, in cui si commemorano milioni di ebrei sterminati dai nazisti. E', di fatto, una «punizione» esemplare per il giudice dell'Onu che ha accusato Israele (ma anche il movimento islamico Hamas) di aver compiuto «crimini di guerra» durante l'offensiva di un anno fa a Gaza (circa 1.400 palestinesi uccisi, tra cui centinaia di civili). Edelstein è stato fin troppo esplicito. «Non è un collegamento semplice (tra il rapporto Goldstone e la Giornata della Memoria, ndr) ma dobbiamo imparare la lezione da ciò che è accaduto», ha detto il ministro: «Rapporti di questo tipo rinforzano l'antisemitismo e incoraggiano chi nega la Shoah». Parole dure da digerire per Goldstone, stimato giudice internazionale che in passato ha indagato nei Balcani e in Ruanda. Ma anche infamanti, perché Goldstone è un ebreo che mantiene rapporti stabiliti con varie istituzioni in Israele e non ha mai nascosto le sue simpatie per il sionismo. Da alcuni mesi però è trattato come un «traditore» e «antisemita» per la sua inchiesta su «Piombo fuso». Ma la demolizione del giudice dell'Onu non si limiterà alle dichiarazioni che i leader israeliani faranno nella Giornata Internazionale della Memoria. Edelstein ha ribadito che Israele non formerà la commissione di inchiesta per accertare le accuse di crimini di guerra - come chiede il rapporto Goldstone - ma anzi, il governo Netanyahu trasmetterà all'Onu un documento con i risultati di un'inchiesta interna su «Piombo fuso» condotta non da una commissione indipendente ma dalle stesse forze armate israeliane, messe sotto accusa dall'indagine delle Nazioni Unite. Israele, secondo i media locali, sarebbe in grado di mostrare immagini filmate che smentirebbero alcune delle accuse di crimini contro i civili palestinesi formulate da Goldstone. L' Onu ha dato tempo fino al 5 febbraio a Israele e anche a Hamas per rispondere al rapporto del giudice internazionale nel quale si chiede alle due parti di condurre inchieste indipendenti in merito ai crimini denunciati. Il rifiuto di Israele di accogliere questa richiesta dovrebbe indurre il Consiglio di Sicurezza a rinviare il caso alla Corte criminale internazionale dell'Aja, ma Tel Aviv sa che gli Stati Uniti bloccheranno tutto con il loro diritto di veto. Nel frattempo Israele, con un rapporto di sette pagine preparato dall'ufficio analisi del ministero degli esteri, si prepara a lanciare un'offensiva diplomatica anche contro il premier turco Recep Tayyip Erdogan, che «indirettamente incoraggia e incita all'antisemitismo» con le sue critiche alla politica del governo Netanyahu verso i palestinesi.
Repubblica - 27.1.10
Giustizia, la legge diventa "ad familiam". Impedimento esteso anche ai coimputati - Liana Milella
ROMA - Da legge "ad personam" a legge "ad familiam". Estesa pure ai coimputati. Per sospendere il processo non solo per Berlusconi ma, giusto quando l'inchiesta Mediatrade marcia verso il dibattimento, anche al figlio Pier Silvio e a Confalonieri. Udc in allarme, Quirinale preoccupato. Ma il Cavaliere ha buon cuore e le sue teste d'uovo giuridiche sono pronte ad "allargare" il legittimo impedimento. Questione di ore per la modifica. Che oggi passerà il vaglio della consulta Pdl per la giustizia. Vogliono il "concorso di persone", quindi udienze sospese quando il premier, i ministri (e loro vorrebbero pure i sottosegretari), hanno impegni istituzionali. Certificati dagli uffici. Udienze bloccate fino a sei mesi visto che il testo di Enrico Costa, il capogruppo Pdl in commissione giustizia relatore del ddl, già prevede la novità del "legittimo impegno continuativo". Di sei mesi in sei mesi il processo non si farà più, almeno per 18 mesi, tanto dura la legge-ponte proposta dal leader dei centristi Casini per far retrocedere Berlusconi dallo "sterminio", come lo chiamano le toghe, del processo breve. E proprio nell'Udc si respirava ieri sera forte preoccupazione. Ecco Michele Vietti, autore della sua versione di impedimento e in attesa delle modifiche, dire: "Se fanno i furbi e pensano di far passare un tir sul ponte tibetano, il ponte crolla e tanti saluti". L'aveva battezzato così Vietti, per lui il legittimo impedimento per coprire il premier fino al nuovo lodo Alfano costituzionale, era un esile "ponte tibetano". Che adesso rischia d'essere gravato da un peso troppo forte. Anzi, dalle prime indiscrezioni sugli emendamenti, da molti pesi. Tant'è che i tecnici del Quirinale seguono con apprensione lo sviluppo legislativo alla luce di quanto è accaduto al lodo Alfano. Firmato da Napolitano, è stato bocciato dalla Consulta. E ora, il legittimo impedimento, come teme l'Udc, si sta trasformando in un nuovo lodo varato con legge ordinaria, addirittura con una copertura più ampia del primo che sospendeva i processi solo per i quattro più alti presidenti. Qui rientrano il premier, i ministri, e utilizzando la dizione "membri del governo" si vorrebbero comprendere vice ministri e sottosegretari. Perché non sospendere i futuri processi su Nicola Cosentino e Guido Bertolaso? Meglio dentro che fuori, devono aver ragionato. Anche se la Costituzione, cui rinvia il testo non ancora presentato lodo costituzionale, all'articolo 96 parla solo di ministri e non fa cenno ai vice e ai sottosegretari. Per cui l'estensione sarebbe un'innegabile forzatura. Una nuova legge "salva casta". Una "prerogativa", com'è scritto nel testo, che passa per legge ordinaria e rischia i fulmini della Consulta. Costa, l'alter ego di Niccolò Ghedini in commissione Giustizia, la difende. "Principio sacrosanto" dice. Ne segue e ne tratta le modifiche. Per esempio quella di inserire puntigliosamente i riferimenti di tutte le leggi che parlano di impegni del premier in modo da non saltarne neppure uno. Non solo i singoli appuntamenti nazionali ed esteri, ma "ogni attività comunque connessa alle funzioni di governo". Con il certificato degli uffici della presidenza, e su richiesta di parte, "il giudice rinvia il processo ad altra udienza". Via dunque ogni valutazione discrezionale del giudice, perché la legge diventa imperativa. Le toghe "devono" prendere atto degli impegni e rinviare. Se passa anche il "concorso di persone" quel rinvio varrà per tutti i coimputati. E quello che era nato, nella mente di Casini e Vietti, come un istituto processuale, diventa di fatto una super immunità che comprende, tra attività prima e dopo ogni singolo impegno, una maxi sospensione indeterminata e continuativa. In questa versione dirompente, il legittimo impedimento "salva casta" è destinato a diventare un'occasione di scontro nella partita delle riforme costituzionali. Che Berlusconi vuole accelerare, tant'è che oggi se ne riparla in un vertice del Pdl, mentre il ministro per la Semplificazione Calderoli studia il coté elettorale e il Guardasigilli Alfano quello della giustizia. Compresa la via da scegliere tra lodo e immunità. Su cui arriva un niet definitivo da Bersani. "L'immunità è una legge che non ci riguarda. Finché io resterò segretario non è e non sarà mai potabile per il Pd" dice il segretario che quindi apre la porta a un inevitabile referendum "pesante" per Berlusconi. È un niet che potrebbe spingerlo a rifare solo il lodo Alfano dove giocare la sua faccia, senza proteggere la casta.
Regionali, in Puglia Casini apre al Pdl
ROMA - "Io subisco insulti dal Pdl, ma non ne ho mai rivolti a loro. Il dialogo è aperto con tutti, ci mancherebbe che non lo sia con il Pdl, che in questi anni è stato con noi all'opposizione in Puglia". Sembra proprio una mano testa al centrodestra quella del leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini. Parole che arrivano dopo la scelta dei centristi di candidare Adriana Poli Bortone in Puglia. Creando una situazione che mette in difficoltà il Pdl che, invece, schiera Rocco Palese. Casini, però, fedele alla politica dei due forni, si mostra conciliante. Sfumata l'intesa con il centrosinistra, ammicca alla parte opposta: "In Puglia il dialogo è aperto con tutti e ci mancherebbe che non lo fosse con il Pdl, che in questi anni è stato come noi all'opposizione in consiglio regionale" dice Casini intervistato su Canale 5. Ed ancora: "Il nostro non è candidato qualunque, e davanti a un Vendola che con il suo populismo è forte, la Poli Bortone è l'unica che può batterlo. Il Pdl dovrebbe riflettere, in questo caso credo che non ci sia un candidato più forte. Invito tutti a una riflessione pacata, vediamo se si può realizzare una convergenza sulla Poli Bortone. Io sarei disponibile, ben venga" . Se a questo si sommano le indiscrezioni che raccontano dei timori del Cavaliere in Puglia e della sua tentazione di ricucire con Casini, il quadro che si delinea offre motivi di preoccupazioni a Vendola e allo schieramento che lo sostiene. "In Puglia ha perso D'Alema, ha perso Bersani ma entrambi si sono mossi con linearità per evitare una deriva populista. Va dato atto a questi due leader politici che, pur avendo perso, hanno saputo essere coerenti fino fondo e hanno avuto la forza di difendere le loro ragioni" continua Casini. Che rivendica la "coerenza cristallina" del suo partito e pianta un paletto preciso sulle alleanze: "Il Piemonte? Noi non andiamo con la Lega e non saremo mai abbinati dove è presente la Lega". Poi arriva anche l'affondo alle primarie. A Casini la consultazione popolare proprio non piace. "Se ci fossero state le primarie, De Gasperi avrebbe presieduto un governo fondamentale per la storia della Repubblica? Le primarie non necessariamente scelgono il migliore, ma danno spazio a un'idea della politica populista e plebiscitaria, attraverso una pseudo evocazione democratica" taglia corto il leader dell'Udc.
La vanità e le colpe - Vittorio Zucconi
"Chiarito tutto", come si affrettano a dire i diplomatici addetti ai rammendi dopo la gaffe di Bertolaso, la collera della Clinton e la sconfessione pubblica inflitta da Berlusconi al suo pupillo, rimane la sensazione che questo incidente scoppiato sulle rovine di Haiti sia stato soprattutto una tragica occasione perduta. Perduta non dai protagonisti del battibecco transatlantico per stare zitti e lavorare in silenzio, essendo questa una zuffa verbale fra Roma e Washington che non raggiunge certamente la gravità politica del caso Sigonella o la brutalità arrogante della tragedia del Cermis. Perduta dai disgraziati e incolpevoli haitiani che devono assistere alle liti degli chef e dei cuochi in cucina attorno alle pentole mentre fuori si muore di fame. È evidente che Guido Bertolaso, il deificato responsabile della Protezione Civile italiana, non si sia reso conto che, impartendo lezioni da generale a quattro stelle in visita al fronte e bocciando come "patetici" i soccorsi americani, abbia dimostrato di non aver capito il salto gigantesco politico, di qualità e di responsabilità, che esiste fra una catastrofe pur tremenda, ma interna a una nazione, come l'Aquila e un evento che ha travolto un popolo e ha toccato il mondo. E che lasciato quasi dieci milioni di persone nelle condizioni degli abitanti di Berlino, di Dresda, di Tokyo o di Hiroshima alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Nella "lectio magistralis" alla disorganizzazione americana, che pure esiste e che i testimoni sul posto confermano magari dimenticando che non esiste alcuna struttura civile o militare alla quale appoggiarsi e tutto va creato da sottozero, "Super Guido" ha trascurato che proprio gli americani sono coloro che si sono mossi per primi e che stanno facendo di più, per gli haitiani. Se Haiti avesse dovuto aspettare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, o una incisiva operazione dell'eterno cavaliere inesistente, dell'Unione Europea, starebbe ancora aspettando anche quel poco che la 82esima divisione aereotrasportata americana, gli elicotteri della portaerei nucleare Vinson, e la nave ospedale Comfort, hanno portato, essendo le piu vicine. Appellarsi all'Onu, che è sempre il santo dei disperati e che tutti sanno bene essere un sacco vuoto riempito soltanto, se ne hanno voglia, dagli Stati membri, è un vecchio espediente, una foglia di fico appiccicata a posteriori, come lo sono state le risoluzioni per l'invasione dell'Afghanistan, e, a piatti ormai rotti, per l'Iraq, dove furono coperture ad azioni volute e organizzate da Washington. L'Europa, non come nazioni singole alcune della quali, Italia inclusa, si sono dimostrate generose e sensibili, ma come entità collettiva, ha brillato ancora una volta per la propria inesistenza. I leader politici e d'opinione, soprattutto i francesi e purtroppo anche Bertolaso senza rendersi conto che egli rappresentava in quel momento il governo italiano, si sono affidati al collaudato scaricabarile sui prepotenti "yankee" e all'immancabile accusa implicita di neocolonialismo pasticcione. Un riflesso scontato da parte dei governi nazionalisti e costituzionalmente anti Usa, come Castro, Chavez o il boliviano Morales ai quali, con squisita malizia femminile Hillary Clinton ha accostato anche l'Italia di Berlusconi, ma che Washington non poteva accettare da un governo che anela alle pacche sulle spalle del "grande alleato" e si spertica in elogi e professioni di fede verso la Casa Bianca, chiunque, repubblicano e democratico, pallido o abbronzato, la occupi. Il rischio, mentre Silvio deve chiedere scusa a Hillary per quel suo "inopportuno" rappresentante con il tono dello scolaro bacchettato dalla signora maestra ed evitare che il battibecco diventi una bocciatura che Berlusconi non può permettersi, è naturalmente che passi sullo sfondo della patetica - questa sì - gag, il fatto che la macchina dei soccorsi non funziona, Haiti è passata dalla fase del soccorso d'urgenza a quella, ancora più improba anche se meno televisivamente efficace, della ricostruzione, mentre nessuno, in questo Bertolaso ha ragione, comanda e controlla l'armata dei soccorritori né amministra le centinaia di milioni che sono affluiti e affluiranno nelle casse di tanti rispettabili diversi, dalla Croce Rossa all'Unicef, da Medici Senza Frontiere a Save The Children. Senza mai dimenticare che, disgraziatamente, gli avvoltoi umani volteggiano. Attorno alle rovine di New Orleans, lo Fbi e il Fisco americano, scoprirono 5 mila false organizzazioni di soccorso create soltanto per sifonare le elemosine dei generosi. La militarizzazione e il governatorato di Haiti, alla maniera dei MacArthur in Giappone, dei Montgomery in Germania o dell'Amg, il Governo Militare Alleato dell'Italia liberata, è praticamente e politicamente impossibile, anche se gli Haitiani sarebbero in larga parte ben felici di diventare il 51esimo stato unito. La rivolta dell'America Centrale e Latina, oltre che degli Europei, sarebbe immediata e furibonda. L'unica soluzione, se l'Onu si scuotesse dal proprio benevole torpore e se l'Europa, oggi sotto presidenza spagnola, scoprisse di esistere, sarebbe di stare zitti, organizzare senza grancassa un'amministrazione controllata di fatto, prendendo tutti i Bertolaso, i generali, i volenterosi del mondo, raccogliendoli sotto una tenda per fissare catena di comando, responsabilità di ordine pubblico, leggi d'emergenza, assegnazione di fondi, censimenti e catasti di quanto rimane, sotto la protezione militare americana, l'unica in grado di farlo, ma senza le apparenze indigeribili dell'occupazione. Per questo, la foglia di fico Onu sarebbe indispensabile. O si dimenticano le ideologie, le vanità e le permalosità o, come è sempre accaduto, ben presto si dimenticherà Haiti.
Ha aiutato la figlia malata a morire, assolta - Enrico Franceschini
LONDRA - E' una sentenza che potrebbe modificare la legge sul suicidio assistito. Come minimo, è una decisione senza precedenti, uno di quei casi che pongono l'opinione pubblica davanti a un brutale dilemma: cosa avrei fatto, se in quella giuria ci fossi stato io? Kay Gilderdale, una ex infermiera cinquantacinquenne di Stonegate, East Sussex, è stata assolta con formula piena dall'accusa di avere aiutato la figlia Lynn, affetta da un male incurabile, a togliersi la vita. Non solo: dopo che la giuria ha pronunciato il verdetto di "not guilty", non colpevole, il giudice ha apertamente rimproverato in aula la pubblica accusa, sostenendo che la donna non avrebbe dovuto mai essere processata: "Cosa ci fa questa imputata in tribunale?". Sua figlia Lynn, che soffriva di encefalomielite mialgica da ben 17 anni, aveva più volte detto alla madre che non ce la faceva più a sopportare il suo male. Stamane i giornali pubblicano lettere e pagine dal suo diario in cui la ragazza descrive la sua graduale caduta in un abisso di dolore sempre più atroce. "Voglio morire", aveva ripetuto più volte alla madre, che alla fine l'ha aiutata a realizzare la sua volontà, utilizzando morfina e altri medicinali. L'ex infermiera era rimasta a lungo in preda a un terribile dubbio, incerta se rispettare il desiderio della figlia e porre fine alle sue sofferenze o rifiutarsi per averla comunque vicina. "Ti senti il cuore strappato dal petto", ha detto al processo, "perché l'unica cosa che vorresti è farla stare meglio, farla sopravvivere". Lynn aveva tentato già una volta il suicidio, senza successo, e aveva dichiarato nella sua scheda medica che non voleva essere rianimata e tenuta in vita artificialmente, nel caso fosse entrata in coma. Tecnicamente, la madre era accusata di tentato omicidio, perché secondo l'accusa non era chiaro se a uccidere la ragazza fossero stati i farmaci presi autonomamente dalla stessa Lynn o quelli che le aveva somministrato la madre. "La sua scelta di morire è stata comunque pienamente consapevole", ha concluso il giudice. Kay ha lasciato il tribunale in lacrime, dopo che parenti, amici e pubblico presente in aula hanno applaudito la sentenza di assoluzione. Un verdetto opposto a quello emanato pochi giorni fa da un altro tribunale britannico, che ha invece condannato un'altra madre, Frances Inglis, a nove anni di carcere, per avere ucciso con un'overdose di eroina il proprio figlio, anche lui malato terminale, sofferente di gravi lesioni cerebrali. In quel caso, forse perché il figlio era più giovane, forse perché non aveva avuto l'opportunità di esprimere chiaramente la propria volontà di morire, il giudice era stato dell'avviso che l'imputata andasse condannata, sebbene non alla pena massima prevista, che sarebbe stata di quindici anni di carcere. "Nessuno ha il diritto di prendere la legge nelle proprie mani e di mettere fine a una vita umana", aveva dichiarato il magistrato. Ma ora, alla luce della sentenza di assoluzione per Kay Gilderdale, la Gran Bretagna dibatte se sia necessario cambiare appunto la legge che vieta e punisce il suicidio assistito.
La Stampa - 27.1.10
Bersani rilancia l'alleanza con l'Idv - Carlo Bertini
ROMA - Il giorno dopo che in Puglia il popolo del Pd ha premiato Nichi Vendola con percentuali schiaccianti, bocciando di fatto la ragione suprema di allargare la coalizione all'Udc, Bersani rilancia in pompa magna l'alleanza con Di Pietro alle regionali in tutta Italia. «Sono contento di poter dire che, a questo stadio, in 11 regioni su 13 abbiamo realizzato una convergenza che è una base solida per costruire una coalizione che duri nel tempo». Un incontro di un'ora tra i due leader su liste e candidati, che lascia soddisfatto anche Di Pietro, disposto ad allearsi con l'Udc ove sia possibile e a fare accordi col Pd ovunque «come compimento di un lungo percorso» che guarda avanti. Al di là delle apparenze, la tempistica dell'annuncio non segna un cambio di linea del Pd: l'incontro con Di Pietro era deciso da una settimana e Bersani non ha ritenuto di dover cambiare programma, mettendo pure in conto gli attacchi della destra e qualche facile ironia della opposizione interna, del tipo «così sembra aver sposato la linea di Veltroni». In realtà, in una giornata come quella di ieri, funestata dal Bologna-gate e dalla staffilata di Prodi consegnata a Repubblica («non si sa chi comanda nel Pd»), il caso che più ha acceso gli animi dei Democrats, è stato però quello dell'Umbria, dove oggi l'assemblea regionale del Pd dovrà sciogliere il nodo primarie sì, primarie no. Veltroni e Franceschini non fanno mistero di ritenere che le primarie non si possono evitare, il loro candidato Mauro Agostini è pronto a gesti clamorosi e batte il Transatlantico per difendere il principio che «non sono accettabili soluzioni frutto di improbabili caminetti». Nella sede del partito Bersani è impegnato a dirimere la querelle insieme al coordinatore della segreteria Migliavacca, al segretario regionale dell'Umbria, Bottini e altri esponenti locali. Mentre alla Camera è tutto un susseguirsi di capannelli con Veltroni e Franceschini attorniati dalla Melandri (che sentenzia «questa è la nostra linea del Piave») da Verini, Soro, Tonini e altri deputati di «Area Democratica». L'unica che non esclude «una soluzione condivisa» è Marina Sereni, vicecapogruppo, umbra e fassiniana doc, accusata sottovoce dai suoi stessi compagni di corrente di «voler sabotare le primarie». Prima di tornarsene al Senato, Tonini fa notare che «dopo quello che è successo in Puglia sarebbero dei pazzi ad aprire una crisi pure in Umbria». E infatti in serata trapela che Bersani ha consigliato a tutti di evitare forzature e di far tenere le primarie tra Agostini e la candidata di maggioranza Catiuscia Marini. Ma uscendo da quell'incontro nella sede del Pd, il segretario umbro Bottini, dato come possibile candidato «condiviso», dice che per le primarie ormai «siamo andati lunghi» coi tempi e reagisce stizzito alla notazione che, secondo lo statuto nazionale, sarebbe illegittimo scegliere il candidato bypassando le primarie: «Noi siamo dei politici e non dei giudici». Insomma, la faccenda si mette male e potrebbe finire con un ricorso della minoranza al comitato dei garanti. Ma anche se le grane non mancano, in Umbria, come in Calabria e in Campania (dove il 7 febbraio si dovrebbero svolgere le primarie), Bersani resta ottimista («Si illudono se credono che vinceremo solo nelle tre regioni rosse»). Ed evita di replicare al fuoco di fila degli attacchi della destra che, con Gasparri, Cicchitto e Bonaiuti, lo accusa di «aver scelto lo scontro frontale» e di essersi «rimesso nelle mani di Di Pietro».
Velo integrale. Anche l'Italia imporrà il divieto - Maria Corbi
ROMA - L'Italia come la Francia: mai più donne velate. E' il ministro Mara Carfagna a promettere un provvedimento in tempi brevi: «Il velo integrale non è una libera scelta delle donne, ma un segno di chiara oppressione». Non ha dubbi, incertezze la ministra delle Pari Opportunità che vuole rendere «pari» anche le donne immigrate in Italia insieme al burqa. Ministro, a quando una legge italiana per vietare il velo integrale? «Spero che la decisione francese possa servire da spinta anche per l'Italia dove alla Camera in commissione Affari costituzionali si sta discutendo una proposta di Souad Sbai, presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia e deputata Pdl, che va a modificare la legge 172 del 1975, che vieta l'uso di indumenti, come i caschi e i passamontagna, per esempio, che rendono impossibile l'identificazione delle persone. Occorre inserire burqa e niqab visto che la giurisprudenza negli anni, derogando dalla legge, li ha giustificati perché legati a pratiche devozionali». Tempi lunghi... «Mi auguro di no. Penso che, anche nell'ambito della legge sulla cittadinanza, ci saranno norme adeguate che vietino di indossare il burqa nei luoghi pubblici, e che magari si decida di negare la cittadinanza a chi costringe la moglie a velarsi. Solo così ci potrà essere vera integrazione». Qualcuno potrebbe obiettare che il velo è un simbolo religioso come lo è per i cattolici il crocifisso. «Non scherziamo. Sono cose imparagonabili. Il burqa non è un simbolo religioso, come hanno riconosciuto anche autorevoli autorità religiose dell'Islam, bensì un atto di sopraffazione dell'uomo sulla donna. Un modo, come dico spesso, per renderla una minorenne a vita. Vietare il burqa è un modo per aiutare le giovani immigrate a uscire dai ghetti dove vorrebbero costringerle». Pensa di avere un appoggio trasversale in Parlamento? Sesa Amici, del Pd, ha già messo le mani avanti dicendo che non c'è fretta e bisogna procedere con prudenza e, soprattutto, senza nessuna preclusione ideologica, visto che tocca direttamente la vita intima delle donne... «Sono d'accordo sulla prudenza per non provocare rivendicazioni identitarie. Ma credo che di fronte al dovere di tutelare le donne non ci possano essere divisioni politiche. E confido in quell'unità che ha permesso di varare le leggi sulla violenza sessuale e sullo stalking». Anche nel Pdl qualcuno non sembra entusiasta dell'idea. Fabio Granata sostiene che è un falso problema che riguarda un numero irrisorio di persone in Italia. «Anche se ne riguardasse una sola il problema esisterebbe, perché l'imposizione di burqa e niqab riporta indietro la lancetta dell'emancipazione delle donne nel nostro Paese. E fino a che anche solo una donna dovrà accettare un matrimonio combinato, il velo o il potere assoluto del marito, non ci potrà essere integrazione». Il burqa, è la conclusione del rapporto francese, offende i valori nazionali del Paese. E' d'accordo anche per l'Italia? «Sono d'accordo, se per valori nazionali si intendono le conquiste di libertà e di civiltà». Se venisse varata la legge anti burqa anche in Italia potremmo avere un effetto paradosso, di donne che non saranno più prigioniere solo di un velo ma di pareti domestiche. Potrebbero, per esempio, rifiutarsi di andare anche in un ospedale. Come pensate di fare? «In Francia il rapporto suggerisce l'adozione di una disposizione che "assicuri la protezione delle donne costrette" a indossare il burqa. Potremmo adottare una soluzione del genere anche noi e possiamo iniziare potenziando i centri di accoglienza che già accolgono e proteggono molte donne immigrate. Si possono fare molte cose. Si devono fare. Presto».
Le donne che vogliono il velo - Flavia Amabile
C'è chi ha fatto le valigie ed è andata via, e chi ha deciso di restare e combattere con ogni mezzo. La guerra del niqâb ha almeno cinque anni in Italia, partita dal comune di Azzano Decimo in provincia di Pordenone con un tentativo del sindaco leghista di approvare il divieto bloccato da prefetto, Tar e Consiglio di Stato. Il sindaco ha replicato con un'ordinanza ora in vigore. Altri otto comuni hanno seguito l'esempio, fra cui Treviso e Alassio. Nel frattempo la guerra ha assunto carattere nazionale con proposte di legge depositate in Parlamento da Lega e Pdl. Ieri è bastato un annuncio arrivato da Parigi che la Francia vorrebbe vietare il velo integrale in pubblico a far riaccendere gli animi. Ad essere diviso non è solo il mondo politico ma gli stessi musulmani in Italia. Da un lato c'è Souad Sbai, deputato del Pdl ma anche presidente dell'Associazione Donne Marocchine in Italia. Come deputato ha presentato una legge per vietare burqa e niqab. E che anche ieri ha ricordato che lo stesso imam dell'Al-Azhar, una delle principali autorità religiose dell'Islam sunnita, è contrario. «Ha detto anche lui che non si tratta di un fatto religioso, è venuto dopo l'Islam e non c'entra nulla con la religione se non in qualche comunità tribale. Anche se fosse un dettame reigioso, la donna col burqa non può lavorare, partecipare alla vita politica ed economica di un paese e neppure vedere la sua faccia». Dall'altra ci sono loro, le donne velate in Italia, convinte del loro velo e decise a non farselo togliere da una legge. Quante sono? Forse nessuna, o comunque pochissime, quelle che indossano il burqa, vale a dire il tradizionale abito che ingabbia del tutto il volto delle donne. Alcune centinaia quelle che invece escono in niqab, che copre il volto lasciando scoperti soltanto gli occhi. Due settimane fa hanno dato vita a una petizione al Presidente della Repubblica e alle principali cariche istituzionali che hanno spedito ai politici di ogni schieramento per chiedere di non dare via libera al divieto, perché loro il niqab hanno scelto di indossarlo e vogliono continuare a farlo. «Non siamo state per nulla 'obbligate'», scrivono nella petizione. «Al contrario, molte di noi hanno conosciuto il marito dopo la conversione all'Islâm, quando già indossavano l'hijâb. Le nostre famiglie generalmente ci hanno almeno al principio ostacolate in tutti i modi». Fra le ideatrici della petizione c'è Mujahida Cristina Lacquaniti, torinese. Lo dice chiaramente: «Può sembrare strana questa nostra scelta di continuare, nonostante tutto, a difendere il nostro velo, eppure indossando il nostro niqâb rivendichiamo ciò che siamo. Per noi è una questione di fede. Il divieto ci costringerebbe a rimanere in casa o a emigrare come già tante altre nostre sorelle hanno fatto negli ultimi anni. C'è chi è andata nel Paese d'origine del marito e chi si è trasferita nel Regno Uito dove c'è maggiore libertà. Per difendere il nostro diritto, che dovrebbe essere garantito dalla Costituzione, siamo pronte a batterci con ogni mezzo».
Se lo Stato laico invade le identità - Michele Ainis
C'è una domanda che sale subito alle labbra, ora che la Francia s'avvia a vietare il burqa nei principali luoghi pubblici: sarebbe giusto importare ai nostri lidi il medesimo divieto? Sarebbe in sé desiderabile? E c'è un principio costituzionale sul quale possa fondarsi quel divieto? Quest'ultimo profilo chiama in causa la laicità delle nostre istituzioni, che a propria volta la Consulta (nel 1989) ha eretto a principio supremo dell'ordinamento giuridico italiano. E tuttavia, per una volta almeno, meglio non affidarsi troppo alle parole, sia pure quelle scolpite sulle tavole di bronzo della legge. Nel panorama contemporaneo s'incontrano Costituzioni che si proclamano espressamente laiche (in Francia, in Russia, in Turchia), altre che viceversa s'aprono con l'invocatio dei (in Irlanda, in Grecia, in Svizzera, in Germania), pur essendo - talvolta - più laiche e liberali delle prime. D'altronde nel Regno Unito l'esistenza di una chiesa di Stato non offusca la laicità di quell'ordinamento, mentre la superlaica Francia spende palate di quattrini per finanziare il clero. Il fatto è che la laicità, come la democrazia, si lascia declinare in mille guise. Per misurarla bisogna valutarne le concrete applicazioni, più che le dichiarazioni di principio. Il modello francese è tra i più intransigenti nel vietare i simboli d'appartenenza religiosa, e infatti dal 2004 oltralpe c'è una legge che impedisce d'indossare a scuola non solo il velo islamico, ma pure la kippah o una croce un po' troppo vistosa. Proviamo allora a soppesare gli argomenti a favore o contro tale soluzione. E proviamo a farlo - giustappunto - laicamente, senza preconcetti ideologici né tanto meno religiosi. Primo: la sicurezza. Se ti copri fino ai piedi con un vestito afghano, come potrò esser certo che non nascondi sotto il burqa qualche chilo di tritolo? E come farò a identificarti, se del tuo volto posso vedere solo gli occhi? Preoccupazione legittima, ma allora per simmetria dovremmo proibire anche il passamontagna, il casco dei motociclisti, la maschera di Paperino a Carnevale. Dovremmo impedire la circolazione ai signori troppo intabarrati, con questo freddo poi, come si fa. No, non è la sicurezza l'alibi di ferro per importare quel divieto, lo prova il fatto che esso non s'estende ad altri tipi di mascheramento. E del resto consentire il burqa non significa consentire d'incollarlo al corpo con il mastice, se un poliziotto ti chiede di sollevarlo per guardarti dritto in faccia, tu comunque hai l'obbligo di farlo. Secondo: la tutela delle islamiche rispetto alla prepotenza del gruppo cui appartengono. Difatti il burqa evoca un atto di sottomissione, la condizione della donna come figlia di un dio minore. Vero, due volte vero; ma siamo certi che sia giusto proibirlo anche quando chi l'indossa abbia deciso spontaneamente di vestirsene? Non c'è forse l'ombra di un imperialismo culturale in tale atteggiamento? Non puzza un po' di Stato etico, non è paternalistica l'idea che i pubblici poteri debbano liberare gli individui dai condizionamenti sociali o familiari? E perché allora non vietare pure il battesimo ai minori, la circoncisione dei bambini ebrei, la prima comunione? No, l'identità - di singolo e di gruppo - è sempre il frutto di una scelta, mai di un'imposizione; è questione culturale, che va aggredita quindi con strumenti culturali, non attraverso il bastone della legge. Sempre ammesso che sia desiderabile forgiare una società omogenea come un plotone militare. Ci aveva provato Mao Tse-tung, ordinando ai cinesi d'indossare tutti la medesima divisa. La nostra idea di laicità è l'opposto, muove dal diritto di vestirci un po' come ci pare. Un Carnevale che dura tutto l'anno.
Disastro diplomatico - Boris Biancheri
Più che una gaffe, è stato proprio un piccolo disastro. Cosa abbia indotto un uomo lucido ed esperto come Bertolaso, che ha delle situazioni di emergenza e dei modi di affrontarle una esperienza impareggiabile e che conosce anche bene il mondo della politica e le sue esigenze. Cosa lo abbia spinto a rilasciare quelle dichiarazioni critiche sul modo in cui viene condotta l'assistenza a Haiti e a riferirsi in particolare in modo leggermente beffardo a un eccesso di graduati americani, non credo che lo capiremo mai. A caldo, il Segretario di Stato americano Clinton aveva reagito con un po' di ironia qualificandole con una espressione tipicamente americana come «chiacchiere da dopo partita». Sperava probabilmente che la cosa sarebbe finita lì. Ma così naturalmente non è stato e il battibecco ha fatto presto il giro del mondo. La Clinton ha detto successivamente di essere stata profondamente ferita da queste critiche, un'espressione davvero inconsueta nel linguaggio diplomatico. E' dovuto dunque intervenire con fermezza prima il nostro ministro degli Esteri, poi, con ancora maggior autorevolezza, il presidente Berlusconi, per smentire le affermazioni del Sottosegretario Bertolaso e affermare senza mezzi termini che la risposta internazionale al tragico sisma di Haiti è stata rapida e l'intervento americano particolarmente generoso e significativo. Che la cosa abbia molto irritato gli americani, non sorprende. Nessuno ama essere criticato in pubblico, soprattutto quando le critiche si riferiscono al modo in cui si cerca di fare un'opera umanitaria in condizioni obiettivamente difficili e ancor più se chi critica ha fatto, per parte sua, ben poco. In questa operazione, poi, gli americani si erano veramente impegnati a fondo e continueranno ad esserlo in futuro. Il presidente Obama ne aveva fatto subito, molto esplicitamente, un impegno suo personale e di tutto il Paese: lo richiedeva infatti l'opinione pubblica, lo richiedevano evidenti ragioni di prossimità geografica e il ruolo generale che gli Stati Uniti hanno in quella regione. Forse Obama si è anche ricordato delle critiche piovute a suo tempo sul capo del suo predecessore George Bush per l'insufficienza e i ritardi degli aiuti alle popolazioni colpite dal tifone Katrina e gli strascichi polemici che a lungo sono seguiti. Fatto è che stavolta l'intervento americano è stato davvero pronto e massiccio, anche, ma non solo, al fine di mantenere una parvenza di ordine pubblico in un Paese privo di qualsiasi struttura funzionante, un problema questo che era stato avvertito subito come altrettanto impellente quanto quello di prestare soccorso a chi era restato sotto le macerie. A dire il vero, l'entità della presenza americana aveva fatto alzare un poco le sopracciglia anche a qualche commentatore d'oltralpe: ma i francesi, si sa, sono fatti così e si era trattato solo di riferimenti indiretti e non certo di fonte ufficiale. Le dichiarazioni di Bertolaso, tra l'altro, hanno suscitato la reazione non solo degli americani ma anche dell'Onu, che si è sentita tirata in causa come diretto responsabile del coordinamento degli aiuti internazionali. In un incontro tenuto ieri a Montreal tra i maggiori donatori per preparare una prossima conferenza per gli aiuti a Haiti, il portavoce delle Nazioni Unite ha detto infatti ai giornalisti che, dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio Italiano, non c'era più ragione di commentare le critiche fatte da Bertolaso. Si è trattato dunque di una tempesta in un bicchier d'acqua? Non è stata una tempesta, forse, ma un po' d'acqua fuori dal bicchiere ne è caduta. Degli apprezzamenti critici rilasciati da un membro di governo straniero, che oltretutto ha una competenza specifica nella materia di cui parla e che quindi suonano verosimili, qualche segno lo lasciano. In questo caso si trattava di un tema particolarmente delicato e in un momento sensibile per l'amministrazione Obama. Il caso ha voluto poi che quelle dichiarazioni siano venute a coincidere con una visita del ministro Frattini a Hillary Clinton con un'agenda densa di temi significativi e importanti per entrambi i Paesi, come la preparazione della prossima conferenza di Londra sull'Afghanistan, gli sviluppi della situazione in Iran e le possibili sanzioni, le conseguenze sul piano energetico e via dicendo. Non hanno turbato né turberanno i nostri rapporti con gli Stati Uniti, e l'incontro, a quanto si sa, non ne ha risentito, ma si è creato un circo mediatico che tutti avrebbero preferito evitare. Se Bertolaso si fosse imbarcato sulla nostra portaerei Cavour con le duecento tonnellate di aiuti italiani, sarebbe arrivato a Haiti tra 10 giorni e forse, a freddo, ai suoi commenti nessuno avrebbe fatto attenzione.
No, disastro nei soccorsi - Lucia Annunziata
E' vero: gli Stati Uniti sono la nazione che più si è impegnata a fornire aiuti ad Haiti. Ma il fatto che siano i maggiori protagonisti dell'operazione, vuol dire anche che fanno tutto bene? Le parole di Bertolaso, capo della Protezione civile italiana, rappresentante cioè di un governo «amico», hanno causato una reazione del tutto spropositata. A meno che non vi si legga il monito che nessuno può criticare gli Usa. Cosa ha detto, dopo tutto, Bertolaso? Che gli aiuti ci sono, ma che non arrivano alla popolazione in fretta, come dovrebbero arrivare. Ha detto che gli Americani hanno una grande struttura militare, che però non è adatta a gestire una emergenza post disastro. La domanda è: le affermazioni di Bertolaso sono false? Non è forse quello che tutti i nostri inviati scrivono e ci fanno vedere da Haiti tutti i giorni? E' forse normalizzata Port-au-Prince? Avete visto da qualche parte tendopoli? E' normale che quindici giorni dopo il sisma la principale piazza della città - non un piccolo quartiere nel dedalo delle viuzze - ospiti una massa di migliaia di persone senza tende e senza regolare distribuzione di acqua e cibo? Sono invenzioni di Bertolaso le critiche di Sarkozy, il collasso del governo locale, e quello delle Nazioni Unite? E sarà un caso che le sue parole siano state ampiamente riprese anche da altri media internazionali, specie quelli inglesi? Se queste affermazioni hanno avuto tale eco, non è certo per la importanza del personaggio (ci perdoni Bertolaso), ma forse perché hanno toccato un nervo scoperto. Sì, è vero che anche l'Europa sta facendo poco e male (baronessa Ashton, se ci sei batti un colpo!) e che molte critiche dovremmo farle anche a noi stessi. Ma gli Usa sono ad Haiti in maniera così massiccia non perché sono più bravi degli Europei, ma perché da un secolo sono il vero governo dell'isola. Dal 1915, anno del primo sbarco di marines sull'isola, fino ad oggi, Haiti è di fatto un protettorato americano. Ed è proprio nella consapevolezza di questa storia che Obama si è mosso (parole sue). Tra i presidenti Usa che si sono molto occupati di Haiti c'è anche Bill Clinton. Un impegno - anche quello - generosissimo, ma non necessariamente con successo: se si va a consultare Foreign Policy si potrà leggere l'autocritica su quegli anni scritta da David Rothkopf, l'uomo che guidava la agenzia clintoniana per la ripresa economica di Haiti. Oggi Clinton ha avuto da Obama l'incarico di seguire l'emergenza Haiti. Purtroppo è innegabile che ci sia andato una sola volta. Indicare oggi dunque alcune mancanze di questo intervento non significa svilirne la generosità, ma capirne la complessità. A proposito: Clinton è anche marito di Hillary Clinton. Siamo certi che un segretario di Stato americano è al di sopra di ogni sospetto - ma non credo di sbagliare se dico che se si fosse trattato di un caso italiano avremmo indicato in questo intreccio un conflitto di interessi.
Aperti veri colloqui sul Tibet - Francesco Sisci
PECHINO - Pechino ha riaperto ieri gli spinosi e controversi colloqui con emissari del Dalai Lama, il dio re tibetano. Martedì erano infatti attesi nella capitale cinese Lodi Gyaltsen Gyari, praticamente il braccio destro del Dalai Lama, e Kelsang Gyaltsen più altri tre delegati del governo tibetano in esilio, secondo quanto ha reso noto il loro quartier generale a Dharamsala in India. Diversamente dal passato i tibetani finora non hanno fatto dichiarazioni alla stampa né alcuno aveva fatto trapelare di contatti dopo che gli ultimi colloqui si erano conclusi in un disastro nel 2008, ai tempi delle olimpiadi di Pechino. Il silenzio stampa dei tibetani e il fatto che i cinesi abbiano accettato di parlare pur non pressati da alcuna scadenza politica interna o internazionale, getta una luce positiva sulle prospettive di oggi. A far riaprire i contatti pare abbia contribuito anche la rivolta degli Uiguri di Urumqi del luglio scorso. Allora gruppi organizzati di uiguri, la minoranza della regione cinese del Xinjiang, massacrarono a colpi di machete circa 200 cinesi han (l'etnia maggioritaria in Cina). La violenza e crudeltà di quella protesta provò a Pechino che tutto sommato i tibetani sono più miti e ragionevoli. Colloqui tra Pechino e il Vaticano procedono da anni e hanno registrato significativi passi avanti mantenendo un assoluto silenzio stampa e politico sui contenuti. Questa riservatezza è considerata da Pechino garanzia di serietà negli scambi diplomatici. Oltre però il prudentissimo ottimismo di oggi ci sono le enormi differenze tra le parti. Il Dalai Lama e Pechino non sono d'accordo nemmeno su cosa intendere per "Tibet" e per "autonomia". Secondo Pechino "Tibet" è l'attuale regione autonoma del Tibet, che però, secondo il Dalai Lama è meno della metà del territorio rivendicato, il "Tibet storico", grande circa un quarto di tutta la Cina. Per autonomia poi Pechino intende il regime amministrativo attuale, sostanzialmente molto dipendente dalla capitale. Gli uomini del Dalai Lama pensano alla autonomia offerta negli anni '50 da Mao, cosa che secondo Pechino appartiene invece al passato e alla storia. Immutata nel tempo resta però la fede dei tibetani nel Dalai Lama, ma Pechino non si arrende allo stato dei fatti religiosi. Nei giorni scorsi l'agenzia ufficiale Nuova Cina ha annunciato un faraonico piano di sviluppo per il Tibet che dovrebbe portare la regione himalayana ad raggiungere il livello di ricchezza media pro capite del resto del paese entro il 2020. Ciò significa un enorme piano di costruzioni di infrastrutture che di fatto integreranno sempre di più il Tibet con il resto della Cina. D'altro canto al di là del Dalai, la comunità tibetana è molto divisa. Ci sono profonde frizioni fra quelli di Dharamsala, in esilio dal 1959, e i tibetani in Tibet, anche se talvolta possono essere uniti dalla comune opposizione a Pechino. Inoltre la setta "eretica" degli Shugden, che conta forse fino a 800mila seguaci, ha introdotto una ulteriore divisione tra i lamaisti tibetani. Detto questo Pechino vuole una soluzione con il Dalai Lama anche per non rimanere prigioniera dei gruppi che a Lhasa costruiscono la loro carriera politica ed economica agitando la bandiera della guerra all'insurrezione. In altre parole Pechino che vuole la pace e lo sviluppo in Tibet, ha due avversari. Uno è il gruppo intorno al Dalai Lama che vuole lo scontro duro con Pechino sperando che dal pandemonio generalizzato esca fuori qualcosa di positivo per loro. L'altro è il gruppo dei funzionari della repressione di Lhasa, che possono mantenere e promuovere il loro potere tenendo viva la fiamma o il fantasma di una rivolta anti cinese in Tibet. I due gruppi hanno quindi interessi di fatto convergenti. In teoria allora potrebbe esistere un punto di equilibrio tra Pechino e il Dalai Lama, ma certo la Cina non è disposta a concessioni sulla sua interpretazione di "Tibet" o di "autonomia". Questo crea spazi nuovi e molto delicati per un compromesso che per essere vero e autentico avrà bisogno di tempo e attenzione. Intanto, è improbabile che arriveranno passi risolutivi nel breve periodo. Con la fine dell'anno lunare cinese alle porte, il 13 febbraio, i cinesi avranno per ora il mandato solo di studiare e capire quali sono le vere intenzioni della controparte.
Corsera - 27.1.10
Licenziata per una fetta di formaggio. Ma il giudice condanna Mc Donald's
MILANO - «E' solo una fetta di formaggio». Il pronunciamento del giudice di Leeuwarden, nel nord dei Paesi Bassi, passerà probabilmente alla storia: è con questa frase, infatti, che il magistrato ha sancito la sconfitta del colosso della ristorazione veloce Mc Donald's, che nei mesi scorsi aveva licenziato una propria impiegata ritenuta colpevole di avere danneggiato la società aggiungendo, appunto, una fetta di formaggio al panino preparato per un collega. Un gesto compiuto probabilmente in buona fede ma che è stato considerato una violazione delle regole interne della catena americana di fast food che prevedono appunto il divieto di trattamenti di favore nei confronti di amici, famigliari o degli stessi colleghi. La commessa che si era resa «colpevole» dell'arricchimento «indebito» del panino destinato ad un altro lavoratore come lei - sostanzialmente un semplice hamburger era stato trasformato in un cheeseburger e quindi per l'acquisto sarebbe stato necessario pagare una somma maggiore, seppure se di pochi centesimi - non era stata semplicemente richiamata. Il suo capo l'aveva messa direttamente alla porta, interrompendo con cinque mesi d'anticipo il contratto a tempo determinato che la legava alla società. Non aveva voluto sentire ragioni e per questo la ragazza aveva poi deciso di rivolgersi alla magistratura ordinaria. Il giudice ha approfondito il caso e alla fine ha ritenuto davvero spropositata la misura del licenziamento per una violazione di così lieve entità. Secondo il tribunale, un semplice avvertimento sarebbe stata una misura più che sufficiente per quella che evidentemente è stata giudicata solo una violazione della policy interna e non un vero danneggiamento nei confronti dell'azienda. Al punto che Mc Donald's è stata condannata a risarcire la propria ex dipendente con una somma di circa 4.200 euro, ovvero la somma corrispondente ai cinque mesi di lavoro persi.
Inquinamento, 57 città fuorilegge - Gianni Cantucci, Armando Stella
«Non credo che allargare le braccia sia una risposta». Solitario (o quasi), in una delle regioni più inquinate d'Europa, due giorni fa il sindaco di Vicenza, Achille Variati, s'è preso la sua responsabilità. E domenica ha bloccato la circolazione. Lo stesso hanno fatto i primi cittadini di Pordenone, Cordenons e Porcia: auto ferme nei centri cittadini da sabato, perché le polveri nell'aria avevano superato i limiti per tre giorni di seguito. Milano e Lombardia invece non prevedono blocchi d'emergenza, anche se l'inquinamento non scende sotto i limiti ormai da 14 giorni. In Emilia Romagna, lo scorso 7 gennaio, sono ripartiti i «giovedì del polmone»: blocco preventivo del traffico esteso alla maggior parte delle auto. Nella lotta allo smog, le città italiane avanzano in ordine sparso. In assenza di un piano d'azione nazionale, atteso da anni e ancora in «fase di stesura», ognuno lotta con i propri strumenti. Con la certezza che, quegli strumenti, non bastano. Perché, tra le 88 maggiori città italiane, 57 l'anno scorso hanno sballato i limiti di inquinamento previsti dalle leggi europee. Le città più inquinate. Storicamente gennaio è un mese nero per lo smog. Le città più sofferenti in quest'avvio di 2010 sono Milano, Padova e Vicenza, che hanno superato per 18 giorni i 50 microgrammi per metro cubo di polveri sottili. Quella soglia non andrebbe superata per più di 35 volte nell'intero anno. Il conto è facile: in meno di quattro settimane, queste città hanno già bruciato oltre la metà del «bonus» concesso per dodici mesi. Niente di nuovo, almeno per il «catino» padano, chiuso dalle montagne e tra le più sfortunate regioni d'Europa per il naturale ricambio d'aria. Il meteo, quest'anno, quanto sta influendo? «L'aria fredda è più densa e più pesante- risponde Sergio Borghi, direttore dell'Osservatorio meteorologico Milano-Duomo -, quindi tende a ristagnare maggiormente. Un po' di mobilità potrebbe arrivare da venti settentrionali o da correnti calde dalle zone adriatiche». Arriveranno, queste correnti? «Per i prossimi giorni- spiega l'esperto - è possibile un po' di dinamismo, ma probabilmente non sufficiente a portare grossi benefici». La classifica delle città più inquinate nel 2009 è stata messa a punto nel rapporto Mal'aria di Legambiente: Napoli al primo posto (156 superamenti), seguita da Torino (151), Ancona (129) e Ravenna (126). Milano è a 108 giorni di aria irrespirabile, Venezia a 60. Ma il quadro complessivo del bacino padano è drammatico: tutti i capoluoghi della Lombardia e dell'Emilia Romagna sono fuori dal limite di legge, 7 su 8 in Piemonte, 6 su 7 in Veneto. «A fronte di questo disastro - spiega Andrea Poggio, vicedirettore di Legambiente - continuiamo ad ascoltare annunci e vediamo politiche di incentivo che non hanno nessuna ricaduta». Esempio: l'incentivo di 200 euro per l'acquisto di nuove bici: «A cosa è servito, se in città le biciclette non si possono usare? Non abbiamo guadagnato neanche un "ciclista". Quei soldi andavano dati ai Comuni per creare piste ciclabili. Bisogna superare l'equazione infrastrutture uguale autostrade». Buone pratiche e troppe auto. In dieci anni Bolzano ha alzato la percentuale di mobilità ciclistica dal 5 al 20 per cento. Nel centro di Milano, il bike sharing del Comune ha raccolto oltre 12 mila abbonati in poco più di un anno. Quasi un quarto dei taxi in Lombardia sono ecologici (auto ibride o a metano/gpl) grazie agli incentivi regionali, che però non sono sufficienti per tutti i tassisti che vorrebbero convertirsi alla macchina «verde». «Deve passare il concetto che ognuno può fare qualcosa», ripete il sindaco di Vicenza, Variati, richiamando il «valore formativo» delle domeniche a piedi, ormai abbandonate dalla maggior parte degli enti locali italiani. Spostando lo sguardo al contesto più generale, si scopre però che molti sforzi rischiano di naufragare. Roma, ad esempio, ha un tasso di motorizzazione tra i più alti al mondo: 76 auto ogni 100 abitanti, oltre il triplo di New York (20). Secondo le stime di Legambiente, gli abitanti dei capoluoghi, in media, fanno appena un viaggio e mezzo a settimana con i trasporti pubblici; le zone a traffico limitato diminuiscono invece che aumentare (da 2,38 metri quadri per abitante del 2008, ai 2,08 metri quadri del 2009); la velocità media delle auto nelle città non supera mai i 25 chilometri orari. Significa congestione. E smog. Il monito dell'Europa. La Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione contro l'Italia per «il persistente superamento dei valori limite di inquinamento». La nuova direttiva del 2008 concede però agli Stati la possibilità di una proroga se dimostreranno di poter rientrare sotto le soglie entro il 2011. Una prima richiesta di moratoria da parte dell'Italia è stata bocciata a settembre. Entro marzo dovrebbe arrivare il verdetto sulla seconda richiesta: se sarà negativo, il fascicolo potrebbe passare alla Corte europea. L'ipotesi peggiore è quella di pesanti multe. Il documento della Commissione chiarisce, almeno in parte, di chi sono le responsabilità per l'aria avvelenata in Italia. Per la pianura padana, ad esempio, la Commissione considera «le condizioni climatiche avverse» come elemento di oggettiva difficoltà. Il punto critico però è un altro: l'Europa riconosce l'impegno della maggior parte delle istituzioni locali, ma a settembre ha chiarito che «senza misure nazionali i soli provvedimenti regionali non bastano». Come dire: le città, quantomeno, dimostrano buona volontà. Ora tocca al governo.
Europa - 27.1.10
Lazio, in palio c'è la sanità - Maria Antonietta Farina Coscioni
Che tipo di campagna elettorale si gioca e si praticherà nel Lazio, è ben rappresentato da quanto Libero va pubblicando in questi giorni, l'aggressione tentata nei confronti di Emma Bonino, candidata alla presidenza della regione. Lo scandalo che non c'è, si potrebbe definire l'aver riesumato che trent'anni fa Bonino e i radicali combatterono la piaga dell'aborto clandestino e di massa, e per questo vennero anche arrestate e finirono in carcere. Uno spiare, quello di Libero, dal buco della serratura quando la porta è spalancata. Le fotografie "scandalo" pubblicate dal quotidiano di Maurizio Belpietro mostrano Emma che pratica un aborto con il metodo Barman: la «cui semplicità del metodo è veramente rivoluzionaria e ne consente l'apprendimento da parte di chiunque, come è avvenuto non solo in Francia, ma in Cina per esempio, in cui le statistiche danno una percentuale di complicazioni più bassa tra gli aborti praticati da personale paramedico che tra quelli praticati da medici veri e propri». «O in America, dove Karman (che non è medico) ha messo su delle free-clinics in cui praticano soprattutto donne che hanno già abortito, e che non hanno alcuna esperienza medico-sanitaria...». Il virgolettato, sembrerà incredibile, non è di Emma, ma dell'attuale sottosegretaria del governo Berlusconi Eugenia Roccella: parte di un'introduzione al libro Aborto, facciamolo da noi, curato dalla stessa Roccella (Napoleone editore). Si può cambiare idea, naturalmente, non è il primo né l'unico caso; ma per tornare alla campagna per la regione Lazio, la posta in gioco è ben riassunta da Libero di qualche giorno fa, un articolo intitolato: "Il mondo cattolico adesso trema. A rischio finanziamenti per 500 milioni". Laddove c'è un'imprecisione: non credo sia il mondo cattolico a tremare; piuttosto, quel pianeta che, clericale o para-clericale, teme sia messo in discussione quel formidabile apparato di potere (e di guadagni, di "roba"), garantito all'ombra dell'assistenza e della sanità. Gli interessi in questo mondo dei proprietari di Libero, la famiglia Angelucci, sono noti: un intreccio industrial-editorial-politico, che usa e ancor più userà, tutti gli strumenti a disposizione pur di conservare e mantenere la rendita di potere e affaristica conseguita. L'utilizzo dei giornali come strumento di pressione non è una novità. È emblematico quanto si legge nella relazione di minoranza di Maurizio Turco alla domanda di autorizzazione a procedere nei confronti di Giampaolo Angelucci, parlamentare del Pdl, per quel che riguarda l'inchiesta condotta dalla procura di Velletri sulle attività della Casa di cura San Raffaele: «Dall'esame della documentazione pervenuta, risulta che di meccanismi opachi si fosse accorto l'assessore regionale alla sanità, l'ex deputato Augusto Battaglia. Costui evidentemente in qualche misura aveva cercato di contrastare il fenomeno ma poi era stato rimosso dall'incarico, anche a seguito di pesanti campagne di stampa alla cui orchestrazione gli Angelucci avrebbero partecipato...»; e ancora: «Agli atti risulta anche una telefonata di Battaglia ad Angelucci nella quale l'assessore lamenta l'ingiustizia di un articolo apparso su Libero. Successivamente, su indicazione dell'Angelucci, il vice-direttore di Libero chiama Battaglia e gli offre la possibilità di controbattere. Questo episodio in particolare non ha rilevanza penale ma denota la capacità di infiltrazione dell'Angelucci nella politica sanitaria laziale...». È da credere, possiamo star sicuri, che telefonate di questo tipo con Emma Bonino non ci sarebbero state, né ci saranno. E dunque, ecco che si cerca di correre ai ripari. Come si sa, come si può. E il modo è quello riassunto nella frase inglese: "When the shit hits the fan". Si cerca di gettare fango nel ventilatore: nella speranza che schizzi e sporchi tutti. Allora, cominciamo col dire che la sanità assorbe in Lazio qualcosa come circa 11 miliardi di euro, l'80 per cento del bilancio regionale: un mondo fatto di ospedali religiosi, cliniche private, centri universitari, strutture accreditate, laboratori di analisi e riabilitazione; migliaia di ammalati, di loro famiglie e di dipendenti da gestire: soldi, clientele. Una "torta" enorme, come rivela la quantità di scandali, inchieste e arresti di cui periodicamente si viene a conoscenza. Bonino presidente della regione Lazio è dire "basta" a questa fittissima ragnatela di interessi consolidati, lo stesso mondo di "Lady Asl", quell'Anna Iannuzzi protagonista di uno dei più grandi scandali della sanità in Lazio; e che ha prodotto un buco di nove miliardi di debito che ancor oggi stiamo pagando. L'ex assessore alla sanità Augusto Battaglia, che per aver "osato" contrastare gli affari della famiglia Angelucci, dopo un lungo braccio di ferro si vide revocata la delega e rimosso, oggi non nasconde la sua inquietudine: «Vedo troppi vecchi squali della sanità aggirarsi attorno alla candidata del centrodestra»; e si capisce meglio il perché degli attacchi mossi a Emma Bonino, e per conto di chi sono mossi.



27.01.2010














