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Politica Italiana


 

Manifesto - 28.1.10

 

«Affondate le barche» - Michele Giorgio

TEL AVIV - È un'atmosfera davvero insolita per parlare del dramma che i pescatori palestinesi vivono ogni giorno nelle acque davanti alla costa di Gaza. Siamo in un caffè di Tel Aviv, all'angolo tra via Mazarik e Piazza Rabin, e ritmi brasiliani allietano la serata dei tanti che affollano il locale. Eppure l'ha scelto apposta, il capitano della Marina israeliana Ido M., 29 anni, che ci ha chiesto di non rivelare la sua identità perché è ancora un riservista. «Con questa confusione nessuno presterà attenzione alla nostra conversazione, per me sarà più semplice non essere identificato», spiega il capitano guardando negli occhi il rappresentante dell'associazione di soldati e ufficiali israeliani «Breaking the silence» («Rompere il silenzio») che ha organizzato l'intervista. Da tempo Ido M., che fino al dicembre 2007 ha avuto il comando di una motovedetta della classe «Dabur», voleva «rompere il silenzio» sul comportamento delle navi da guerra israeliane contro i pescatori di Gaza. Ma è riuscito a farlo solo dopo aver lasciato la carriera militare. «Continuo ad essere richiamato ogni anno per tre settimane ma nel mare di Gaza non vado più, mi rifiuto di farlo e il comando della Marina mi ha assegnato un incarico a terra, in un ufficio», aggiunge il capitano preparandosi a rispondere alle nostre domande. Per quanto tempo hai avuto il comando di una delle motovedette israeliane che entrano nelle acque di Gaza. Per quasi tre anni, prima e dopo il 2005, ma avevo partecipato a missioni in quella zona durante la formazione all'accademia navale. Perché fai riferimento al 2005, l'anno del ritiro di coloni e soldati israeliani da Gaza? Il comportamento e le regole di ingaggio della Marina sono cambiate dopo il ritiro, nel 2005. Prima, le violazioni (israeliane, ndr) delle acque territoriali di Gaza erano occasionali perché i pescatori palestinesi avevano la possibilità di spingersi al largo per una dozzina di miglia e gettare le reti in acque pescose. Dopo il 2005 la Marina, per ordine del governo, ha cominciato a restringere il limite di pesca portandolo a una misura minima dopo il giugno 2007, quando Hamas ha preso il potere a Gaza. Allo stesso tempo le regole di ingaggio si sono allentate, nel senso che se nel 2002 ogni intervento contro i pescatori doveva essere coordinato in ogni momento con il comando centrale, dopo il 2005 e soprattutto il 2007, ai comandanti delle unità «Dabur» è stata lasciata ampia libertà. Inoltre, se in passato ad ogni operazione (contro i pescatori, ndr) seguiva un'analisi dettagliata dell'accaduto una volta rientrati alla base, oggi questo non accade quasi più. Quali sono le regole? La principale riguarda lo spazio entro il quale restringere la possibilità di pesca per i palestinesi di Gaza. Attualmente credo che un peschereccio palestinese non possa andare oltre le tre miglia dalla costa ma, in ogni caso, questo conta fino ad un certo punto. Quando andiamo in mare ci vengono comunicati gli ordini e quel limite varia per decisione delle autorità politiche. Spesso viene ulteriormente ridotto. Noi dobbiamo farlo rispettare. L'azione delle nostre unità diventa più intensa e repressiva in due corridoi, larghi 1,5 km, nelle acque palestinesi che determinano il limite orientale e occidentale dello spazio concesso ai pescatori. In questi due corridoi, dove nessuno può entrare e le acque sono tranquille, ovviamente i pesci abbondano, specie nel periodo primaverile. I pescatori quindi tentano di penetrarvi anche solo per lanciare una rete che torneranno a recuperare piena di pesci in un secondo momento. In quei casi la Marina interviene con durezza arrestando i pescatori, confiscando le imbarcazioni, distruggendo le reti e usando anche le armi. Ma sono acque palestinesi non israeliane. Certo, tutto avviene sempre nelle acque di Gaza non in quelle israeliane. Negli anni in cui sono rimasto in servizio attivo in quella zona non c'è stato alcun tentativo palestinese di infiltrazione nelle acque territoriali di Israele e negli ultimi anni la percentuale di azioni armate palestinesi via mare non supera lo 0,1%. Ufficiali e marinai sanno di aver di fronte pescatori che dal mare traggono il sostentamento. Naturalmente, lo sanno tutti. Ne discutevate al ritorno alla base? Pochissimo, quasi niente. Quando si è parte del sistema, raramente si mettono in discussione certe politiche. Ufficiali e marinai inoltre vogliono portare a casa risultati, far vedere ai superiori che la Marina sta facendo la sua parte, sta dando il suo contributo alla «lotta al terrorismo», come l'Esercito e l'Aviazione. Anche se i risultati sono l'arresto di qualche povero pescatore e il sequestro di qualche imbarcazione. Parliamo degli arresti in mare. Come e per quale motivo avvengono. Anche in questo caso le regole valgono fino a un certo punto. A volte quando fermiamo i pescatori in mare e controlliamo i loro documenti, dal comando ci viene detto di arrestarne uno o due, senza una motivazione precisa. Li portiamo alla base di Ashdod dove vengono presi in consegna dagli uomini dello Shin Bet (il servizio di sicurezza) che ha il compito di interrogarli ma anche di reclutare collaborazionisti. Voi ne siete informati? Il nostro compito termina nel momento in cui gli arrestati mettono piede a terra ma, naturalmente, sappiamo che lo Shin Bet cerca di avere informazioni su quel che accade a Gaza, specie da quando c'è Hamas al potere, e che prova a trasformare gli arrestati in spie, minacciandoli di tenerli in carcere per anni o, al contrario, promettendo soldi e permessi speciali. Hai mai ordinato ai tuoi uomini di sparare in direzione delle imbarcazioni palestinesi? Sì, l'ho fatto e in un caso il fuoco delle mitragliatrici ha ferito un pescatore. Il più delle volte non si spara direttamente sui pescherecci ma in mare, sul lato sinistro dell'imbarcazione. In questo modo i proiettili, rimbalzando sull'acqua cadono verso destra con effetti meno letali ma non per questo poco pericolosi. So di diversi pescatori di Gaza feriti dal fuoco delle nostre armi. Una notte i palestinesi erano usciti in mare con un'imbarcazione più grande e alcune piccole barche che poi hanno formato un cerchio. I pescatori avevano anche acceso delle lampade a gasolio per attirare i pesci. Si erano però spinti fino al limite di una fascia proibita di 1,5 km e dal comando, a un certo punto, mi hanno detto di aprire il fuoco e di affondare una delle barche più piccole a scopo punitivo. Dalla mia unità, un marinaio ha lanciato degli avvertimenti in ebraico ai palestinesi, poi la mitragliatrice leggera ha fatto fuoco. Uno dei pescatori è stato colpito alle gambe. Mentre ci allontanavamo abbiamo visto i suoi compagni che cercavano di aiutarlo. Hai mai disobbedito a un ordine mentre eri nelle acque di Gaza? Sì, o almeno non l'ho eseguito come avrebbero voluto al comando. Avevamo arrestato dei pescatori. Dal comando mi hanno detto di interrogarli, ma quelli si rifiutavano di rivelarci la loro identità. Da Ashdod hanno insistito per avere quelle informazioni, ho risposto che i palestinesi continuavano a rimanere muti. Quindi mi hanno detto di andare avanti, fino a farli parlare. A quel punto ho capito che mi stavano chiedendo di usare la forza. Ho replicato che non lo avrei fatto. I minuti successivi sono stati davvero difficili. Per uscire da quella situazione ho preso da parte uno dei palestinesi, quello che parlava un po' di ebraico, chiedendogli di dirmi almeno i loro nomi. Quel mio gesto conciliante invece lo ha impaurito, forse ha pensato che lo avrei picchiato, così ha cominciato a piangere nonostante le mie rassicurazioni. Una scena che non dimenticherò mai. Perché hai deciso di raccontare tutto questo ai giornalisti? Perché bisogna rompere il silenzio, non si può tacere di fronte a ciò che accade nelle acque di Gaza.

 

Rapporto dell'Onu e non solo: accuse anche alla Turchia - Michele Giorgio

TEL AVIV -«L'era del prostrarsi davanti a tutti è finita», aveva proclamato, perentorio, il ministro degli esteri e leader dell'estrema destra, Avigdor Lieberman annunciando nelle scorse settimane a 150 ambasciatori riuniti a Gerusalemme le linee della «nuova diplomazia» israeliana. Una dimostrazione della «svolta» si è avuta ieri con le dure critiche al rapporto del giudice dell'Onu, Richard Goldstone, sull'offensiva «Piombo fuso» di un anno fa a Gaza, lanciate dai leader israeliani da diverse capitali in occasione della giornata internazionale della Memoria. Un attacco che proseguirà oggi al Palazzo di Vetro, dove Israele presenterà i risultati di una sua inchiesta su «Piombo fuso» volta a confutare le accuse di «crimini di guerra» allo stato ebraico formulate da Goldstone. L'altro fronte della «nuova diplomazia» di Lieberman rimane la Turchia - nel mirino c'è in particolare il premier Recep Tayyip Erdogan - accusata di «fomentare l'antisemitismo» con le sue critiche alle politiche israeliane contro i palestinesi. Il vice ministro degli esteri Danny Ayalon, dopo aver pesantemente umiliato all'inizio di gennaio l'ambasciatore turco a Tel Aviv, ha fatto una parziale marcia indietro. Ma le ragioni del confronto in atto con Ankara permangono. L'ufficio analisi del ministero degli esteri israeliano ha preparato un documento in cui si afferma che la lezione data all'ambasciatore turco è valsa a far capire al governo di Ankara che aveva superato la «linea rossa» nei suoi attacchi alla politica di Tel Aviv verso la Striscia di Gaza, e che in futuro le contromosse del governo di Benyamin Netanyahu potrebbero essere ben più dolorose. Non tutti ai vertici della diplomazia e della politica di Israele sembrano però condividere questa offensiva a colpi di sciabola varata da Lieberman e dal suo vice Ayalon che non risparmia fendenti a nessuno, ai nemici e pure a qualche «amico». Il quotidiano Haaretz ha rivelato ieri che l'ambasciata israeliana ad Ankara ha reagito con indignazione al rapporto dell'ufficio analisi del ministero, nel quale si accusa Erdogan di incoraggiare l'antisemitismo nel suo paese. La sede diplomatica ha respinto le conclusioni degli analisti perché «non sono a contatto con la realtà» e sottolinea che le gravi accuse rivolte alla Turchia «non sono in armonia con i fatti». Non è vero, ha scritto in un messaggio l'ambasciatore israeliano, che l'establishment turco sia contro gli ebrei, perché i termini usati da Erdogan per attaccare Israele non sono antisemiti. Il diplomatico ha anche ricordato che in passato il premier turco aveva mantenuto stretti rapporti con Israele. L'indignazione espressa, secondo Haaretz, da i rappresentanti israeliani ad Ankara, conferma le voci di dissensi nel ministero degli esteri verso la linea di Lieberman. A contestarla, almeno nel caso della Turchia, sarebbe anche il ministro della difesa Ehud Barak che vede nel governo Erdogan un alleato prezioso per gli interessi strategici israeliani. Non a caso Ankara nei giorni scorsi aveva accolto con il tappeto rosso Barak, affermando in questo modo che le potenti gerarchie militari turche vogliono mantenere e rafforzare i rapporti con Israele. Cresce nel frattempo la curiosità per la presentazione all'Onu da parte dei rappresentanti israeliani, di filmati che proverebbero la «casualità» delle uccisioni di civili palestinesi un anno fa a Gaza, smentendo le accuse di «crimini di guerra» contenute nel rapporto presentato lo scorso settembre dal giudice (ebreo sudafricano) Goldstone. Il ministro dell'informazione israeliano, Yuli Edelstein, nei giorni scorsi aveva definito l'inchiesta svolta dalle Nazioni unite un «incitamento all'antisemitismo». I documenti che presenterà Israele non sono, comunque, il risultato di indagini svolte da una commissione indipendente, come richiede il rapporto Goldstone, ma dallo stesso esercito israeliano, messo sotto accusa dal giudice dell'Onu.

 

Honduras. S'insedia Porfirio Lobo. I golpisti hanno vinto - Maurizio Matteuzzi

Ci mancava solo che, ieri mattina alla cerimonia in pompa magna nello stadio di Tegucigalpa, a insediare il nuovo presidente, il conservatore Porfirio Lobo vincitore delle elezioni spurie del 29 novembre, fosse il golpista Roberto Micheletti. E' stato il più presentabile Juan Orlando Hernandez, il presidente del Congresso insediatosi lunedì e Micheletti non si è visto. Ma al di là delle apparenze la sostanza non cambia. Il ritorno alla «normalità democratica» del più povero paese del Centramerica (ma anche, ahilui, uno fra quelli di maggior valore strategico per gli Usa) dopo il golpe civile-militare del 28 giugno contro il presidente costituzionale Manuel Zelaya, è un'operazione solo di facciata. Micheletti e i militari golpisti hanno vinto su tutta la linea. Se non la partita - che forse è ancora lunga - almeno la mano che si è aperta con il golpe di giugno. Zelaya, dopo oltre 4 mesi passati come «ospite» dell'ambasciata brasiliana di Tegucigalpa, non è stato reinsediato alla presidenza - neppure simbolicamente come prevedeva l'accordo-trappola del 30 ottobre scorso sponsorizzato dagli Usa -, è partito ieri per l'esilio, accompagnato da Lobo all'aeroporto. Sarà «ospite» questa volta della Repubblica dominicana, dopo l'accordo fra Lobo e il presidente dominicano Leonel Fernandez. Micheletti è restato fino all'ultimo giorno «presidente», respingendo tutte le pressioni e gli inviti a farsi da parte. Ha resistito e fatto fallire, con l'appoggio del Congresso precedente che in giugno aveva votato quasi unanime la «legalità» del golpe, l'accordo del 30 ottobre che prevedeva l'ovvio reintegro di Zelaya. E' riuscito a tenere le elezioni del 29 novembre, irrimediabilmente viziate dal fatto di essere stato organizzate e condotte da un regime e in un ambito golpisti ma che una parte della comunità internazionale ha ritenuto valide e sufficienti a spianare il cammino di rientro nella istituzionalità democratica (gli Usa, ma non il Brasile, l'Argentina e la maggior parte dei paesi dell'America latina, la Spagna e la Ue, e perfino l'Osa). Ha avuto l'amnistia generale - proposta da Lobo e prontamente votata dal Congresso martedì notte - che fa piazza pulita sia dei crimini commessi dai golpisti (denunciati ancora martedì da Amnesty, che chiede un'inchiesta seria e il castigo dei responsabili) sia quelli imputati a Zelaya («tradimento») e alla resistenza popolare anti-golpista. Ha avuto la copertura dell'amministrazione Usa che, dopo qualche tentennamento iniziale, ha lavorato a montare la trappola del finto accordo di ottobre. E, dulcis in fundo, come ultimo atto da «presidente», martedì, ha firmato il decreto con cui sancisce il ritiro dell'Honduras dall'Alba, il blocco bolivariano sponsorizzato del venezuelano Hugo Chavez a cui Zelaya aveva aderito nel 2008. Lobo forse per il momento non poteva fare altro. Di fronte a sé ha problemi enormi. Recuperare il riconoscimento internazionale, riuscire a coinvolgere il fronte della resistenza popolare al golpe (che ieri ha organizzato una grande manifestazione all'aeroporto per salutare il «presidente» Zelaya e che si pone quale unico obiettivo la convocazione di una costituente) e cercare la «riconciliazione nazionale» in un paese spaccato in due (che non è la stessa cosa dell'annunciato governo di «unità nazionale»), riattivare un'economia già asfittica che il golpe ha devastato (sanzioni, blocco degli aiuti, ecc.). Un compito improbo che il miserrimo parterre internazionale alla cerimonia di ieri allo stadio ha reso evidente. Solo tre capi di stato presenti - Ricardo Martinelli di Panama, il dominicano Fernandez e Ma Ying-jeou di Taiwan -, un vice-presidente - il colombiano Francisco Santos - e una quindicina di delegazioni di rango minore - due sottosegretari di stato Usa, Israele, Belize, Canada, Sudcorea, Marocco, Australia, India, Giappone, Libano, Malta, Santa sede, Svizzera, Turchia e Perù. I golpisti honduregni, Obama e Hillary hanno vinto la mano. Dando un colpo a Chavez e all'onda progressista dell'America latina, e sperimentando sulla cavia Honduras le nuove modalità del golpe «blando e costituzionale». Ma il costo è stato alto per l'immagine di Obama e per il futuro di Lobo.

 

Vieni al «watch party». Obama «rilancia» e fa appello alla sua base - M.B.B.

«Il primo discorso del presidente Obama sullo stato dell'Unione è alle 21 - recita il messaggino sms che ha illuminato gli schermi di tanti iPhone americani - per partecipare a un Watch Party rispondi inserendo il tuo codice postale: ti spediremo una lista con i club democratici più vicini a te». Con questo breve testo il primo presidente tecnologico degli Stati Uniti, in difficoltà dopo solo un anno alla Casa Bianca, tenta di recuperare attenzione nella base elettorale di sinistra delusa da dodici mesi di promesse mantenute in parte o per nulla. L'hanno già chiamato Obama 2.0, versione riveduta e corretta, proprio come accade con l'iPhone: dopo una anno viene venduto un modello più potente e veloce, che tenta di andare incontro alle critiche dei clienti più esigenti. Il presidente, però, deve fare i conti con critiche, a livello politico, che arrivano da sinistra e da destra, e si sono incarnate qualche giorno fa nella batosta del Massachusetts, che ha sbriciolato la maggioranza democratica al Senato. A sinistra la Casa Bianca è attaccata per l'impegno militare in Afghanistan, per la prigione di Guantanamo ancora aperta nonostante le promesse di chiuderla entro un anno, per una riforma sanitaria debole che rischia di non vedere la luce, o almeno non nella versione sognata da Obama, data la nuova situazione al Senato. Per non parlare del cambiamento climatico: un disegno di legge pro-Kyoto o pro-Copenhagen era difficile con la maggioranza dei 60 senatori, ora pare davvero utopico. Come rispondere al cahier de doleance della sinistra? Obama scommette sullo spirito «movimentista» che lo ha portato alla Casa Bianca nel 2008. Non a caso il presidente ha richiamato la sua squadra elettorale per inondare con il suo verbo twitter, facebook e qualunque altro 'social medium' a disposizione. E se non sarà al Watch Party, vada per lo schermo dell'iPhone: i tecnologi obamiani hanno già predisposto una diretta sui mini-schermi dei telefonini (alle 21 di ieri negli Stati Uniti, le 3 del mattino in Italia). Ma i giovani attivisti, per quanto amanti dei social media, vogliono anche i fatti. E di sostanza sono affamati anche i democratici più moderati, che temono più spese e più tasse a picchiare sulla classe media. Il discorso alla nazione di Obama punta proprio alla middle class, con una serie di promesse su deficit e posti di lavoro. Il primo, assicura la Casa Bianca, verrà congelato. L'occupazione, invece, risalirà (e questa è la cosa più urgente, visto che oggi un americano su 10 non ha un lavoro). Il messaggio di Obama, riveduto e corretto, prevede il congelamento delle spese per il prossimo triennio, a partire dal prossimo ottobre (a condizione che il Congresso avalli la proposta). Ad essere congelata, in realtà, sarebbe soltanto una piccola fetta del budget: 447 su 3.500 miliardi di dollari. Il blocco toccherebbe i ministeri che si occupano di casa, energia, salute e giustizia, ma non le spese militari né alla sicurezza nazionale (che dopo Natale è tornata tra le priorità del dibattito pubblico Usa). Insomma, alla fine i tagli sarebbero ben pochi. Lo ammette anche un esponente del governo, che chiedendo l'anonimato dice che i nodi del deficit «non saranno risolti» con il discorso a camere riunite, e che la Casa Bianca continuerà ad impegnarsi per il rilancio dell'economia e per porre un freno agli stipendi dorati di Wall Street. I repubblicani, forti della loro vittoria nel Massachusetts, gongolano a vedere i numeri che tentano di recuperare consensi. «Dopo la baldoria spendereccia dei democratici a Washington - sbeffeggiava un loro portavoce - questo congelamento sembra una gara a mettersi a dieta subito dopo un concorso a chi mangia più dolci».

 

La Fiat blocca Termini. «Scendete dal tetto» - Antonio Sciotto

Stabilimenti sempre più caldi alla Fiat, dopo l'annuncio improvviso - due giorni fa - della messa in cassa integrazione di tutte le fabbriche italiane per due settimane. Gli animi si sono esacerbati, oltretutto, perché la mannaia sui dipendenti è arrivata esattamente 24 ore dopo la distribuzione di un lauto dividendo agli azionisti da parte dell'amministratore delegato Sergio Marchionne. I diversi impianti sono entrati in ebollizione, ma come se non bastasse ieri mattina l'azienda ha aggiunto benzina sul fuoco: ha deciso lo stop immediato della produzione a Termini Imerese, con la messa in libertà di tutti i 1350 operai a tempo indeterminato; in pratica, ha spiegato, finché non cesseranno le proteste e l'occupazione del tetto. Senza contare, tra l'altro, che si bloccano così anche i 600 dell'indotto. Male anche il titolo in Borsa, in calo sin dal mattino, fino a raggiungere -4,8% nel pomeriggio. La direzione della Fiat siciliana ha spiegato con un telegramma il perché del blocco dell'assemblaggio della Lancia Y a Termini: «Da alcuni giorni - dice l'azienda - lo stabilimento è teatro di manifestazioni e proteste che in varie forme ne hanno disturbato l'attività lavorativa. Dal 26 gennaio ha avuto la forma di un presidio dei cancelli con blocco delle merci in entrata e in uscita. Il mancato ricevimento di componenti da parte dei fornitori blocca la produzione. Perdurando questa impossibilità di svolgere l'attività, a partire dal 27 gennaio l'azienda è costretta a sospendere dal lavoro tutto il personale, fatto salvo quello strettamente necessario per questioni tecniche e organizzative di presidio degli impianti». Lo stop alle linee, aggiuge Fiat, «sarà revocato non appena si avranno garanzie certe dello scioglimento del blocco e del ripristino delle condizioni di normalità e sicurezza, compreso l'allontanamento dallo stabilimento delle persone che in questo momento, illegalmente e arbitrariamente, ivi stazionano». Il riferimento è ai 13 operai della «Delivery Mail», appalto che cura le pulizie dei cassoni, sul tetto da 10 giorni: con altri 5 colleghi, sono stati i primi licenziati della «nuova fase» (quella iniziata con l'annuncio che Termini cesserà di fare auto da fine 2011). Blocchi e proteste non sono mancati anche negli altri stabilimenti. A Pomigliano, i 38 precari della Fiat a cui il contratto è scaduto (e non è stato rinnovato) a fine anno, hanno bloccato la circolazione. Tensioni anche a Mirafiori, dove l'annuncio della cassa - seppure i torinesi ci siano più che abituati - è arrivato come una doccia fredda: alcuni temono che si possa concretizzare la voce secondo cui Fiat avrebbe intenzione di ridurre le linee di produzione, dalle attuali quattro a solo una. Le tute blu si fanno i conti in tasca: le due settimane di cassa, da fare a cavallo tra febbraio e marzo, vogliono dire ben 300 euro in meno in busta paga. Secondo i lavoratori, poi, è un modo con cui Marchionne vuole pressare il governo a varare nuovi incentivi auto. E Marchionne, dal canto suo, ieri è volato a Detroit, dove può occuparsi della Chrysler. I ministri Scajola e Sacconi hanno spiegato di aver saputo delle due settimane di cassa solo dai giornali: Scajola ha definito la misura «inopportuna», e con Sacconi ha annunciato di voler «riavviare il dialogo». Si spera sempre. Dall'altro lato, il leader della Cisl Raffaele Bonanni parla di «ricatto»: «Ci fanno trovare 30 mila cassintegrati all'incontro del 29 gennaio con il governo». A questo punto, quindi, tutti guardano al tavolo di domani a Roma. Intanto è confermato lo sciopero di tutto il gruppo per il 3 febbraio.

 

L'Alcoa ha deciso: chiude il 6 febbraio. Blocchi e operai incatenati

Costantino Cossu

CAGLIARI - Il prossimo 6 febbraio gli impianti Alcoa di Fusina in Veneto e di Portovesme in Sardegna si fermeranno. Lo ha annunciato una nota arrivata da Pittsburgh, sede della multinazionale americana dell'alluminio. La comunicazione ufficiale è di ieri, ma la decisione è stata presa l'altroieri a Roma, subito dopo il fallimento del negoziato al ministero dello sviluppo. Alcoa ha detto «no» alla proposta del governo, formalizzata la scorsa settimana con un decreto legge, che abbatte i costi dell'elettricità. Per l'azienda, infatti, il provvedimento è a rischio di nuove sanzioni da parte dell'Ue per aiuti di Stato. Alcoa ha già subito una multa di quasi 300 milioni di euro da Bruxelles per precedenti provvedimenti in materia tariffaria varati dal governo italiano. Alcoa non dice di volere chiudere: si dichiara pronta a riavviare la produzione quando da Bruxelles arriverà il disco verde al decreto, si parla di sei mesi, e se verificherà la possibilità di «fermare gli impianti - dicono da Pittsburgh - in maniera ordinata e corretta». Ma già dallo scorso 11 gennaio è scattata la cassa integrazione e sulla reale volontà dell'azienda di mantenere aperti i due stabilimenti italiani i dubbi ormai sono fortissimi. Ora comunque la palla passa a Palazzo Chigi, dove per il 5 febbraio è fissato un incontro tra il governo e i vertici dell'Alcoa. Intanto a Portovesme la tensione è molto alta. Quando l'altroieri la notizia del fallimento della trattativa al tavolo ministeriale è rimbalzata in Sardegna, un gruppo di operai si sono incatenati ai cancelli della centrale Enel, poco lontana dallo stabilimento Alcoa, mentre chi presidiava l'ingresso della fabbrica s'è trasferito ai cancelli Enel per bloccare i rifornimenti di materie prime necessarie a far marciare la centrale. Ieri mattina gli operai incatenati sono stati fatti sgomberare dalla polizia e ieri pomeriggio c'è stata un'assemblea. «La motivazione portata da Alcoa per bloccare la produzione - dicono le rappresentanze sindacali di fabbrica - è chiaramente un pretesto. Il ministero dello sviluppo ha accontentato l'azienda con un provvedimento di riduzione dei costi energetici inattaccabile dalla commissione europea». L'assemblea ha chiesto un incontro a Palazzo Chigi prima di quello già convocato per il 5 febbraio. Sul caso intervengono anche le segreterie nazionali di Fim, Fiom e Uilm, che giudicano inaccettabile la fermata degli impianti a Fusina e a Portovesme e la conferma della cassa integrazione. «E' l'ennesimo atto unilaterale - dicono i sindacati - da parte di un'azienda che smentisce costantemente gli impegni presi. La trattativa è fallita per la completa indisponibilità di Alcoa ad apprezzare gli ulteriori vantaggi ottenuti con l'ultimo decreto sull'energia, vantaggi che soddisfano completamente le richieste avanzate dalla multinazionale». «La fermata degli impianti non sarebbe altro - dicono Fim, Fiom e Uilm - che l'avvio della chiusura definitiva della produzione di alluminio primario in Italia».

 

Congresso Cgil. La mozione Due si «autosospende»

Si rischia la rottura tra le due mozioni che si contrappongono al Congresso della Cgil: la causa è una decisione sulle regole congressuali presa nella notte di lunedì dalla Commissione di garanzia. La mozione Due - «La Cgil che vogliamo» - quella che ha tra i firmatari i segretari di categoria Moccia (Fisac), Rinaldini (Fiom) e Podda (Fp), ha denunciato ieri lo «strappo» consumato in Commissione: l'organo di garanzia - spiega un comunicato - «ha assunto una delibera che modifica radicalmente le modalità di elezione dei delegati da sempre usate in Cgil, falsando irrimediabilmente il risultato finale del congresso». Le regole sono state cambiate rispetto al peso attribuito allo Spi (categoria dei pensionati) riguardo al numero di delegati che può inviare al Congresso. Lo Spi conta la metà degli iscritti alla Cgil, ma non è composto da lavoratori attivi e ha differenti regole relative alle tessere e all'iscrizione: dunque fino ai passati congressi, si era stabilito che una metà dei suoi delegati fosse «devoluta» alle camere del lavoro, che poi avrebbero a loro volta soppesato la divisione dei delegati in base ai risultati congressuali ottenuti nelle singole categorie. In questo modo, insomma, si riequilibrava il peso degli attivi sui pensionati. Al contrario, la Commissione di garanzia ha deciso che per l'attuale Congresso, i delegati dovranno essere assegnati in base ai risultati ottenuti nelle varie Spi territoriali: dunque il pallino torna praticamente ai pensionati, e le categorie sono destinate a perdere peso. Si sa tra l'altro che lo Spi è categoria al momento abbastanza assestata sulla mozione Uno, quella che ha come primo firmatario Guglilemo Epifani. Per protesta, i componenti la Commissione di Garanzia della mozione Due hanno deciso di autosospendersi, e hanno indetto una assemblea, dopodomani in Cgil, «per assumere tutte le iniziative necessarie a ripristinare trasparenza e legittimità nelle procedure congressuali».

 

Arriva il condono edilizio - Carlo Lania

ROMA - In piena campagna elettorale per le regionali il governo gioca la carta del condono edilizio. La nuova sanatoria per chi ha compiuto abusi edilizi è contenuta in tre emendamenti al decreto Milleproroghe in discussione in commissione Affari costituzionali al Senato. Una sanatoria che se da una parte riapre i termini per regolarizzare gli abusi compiuti entro il 31 marzo del 2003 (data di scadenza dell'ultimo condono varato sempre da un governo Berlusconi), estendendolo anche alle aree protette, dall'altra si prepara a condonare preventivamente gli abusi futuri, concedendo alle Regioni di autorizzare attraverso il piano casa ulteriori ampliamenti volumetrici in deroga ai piani regolatori. Un vero e proprio via libera alla speculazione e allo scempio ambientale, utile al governo anche per far cassa contando sui ricavi derivanti dalla nuova sanatoria. «Il combinato disposto degli emendamenti al Milleproroghe prevede la devastazione dell'intero territorio nazionale, dalle città, ai centri storici fino addirittura alle aree vincolate», denuncia il senatore dell'IdV Felice Belisario. Di decisione «irresponsabile» parla invece la responsabile Ambiente del Pd, Stella Bianchi. I tre emendamenti sotto accusa sono a firma del relatore del decreto e dei senatori del Pdl Carlo Sarro e Vincenzo Nespoli, e arrivano all'indomani della tragedia di Favara e quando sono passati solo pochi mesi dalla tragedia di Messina. Il primo degli emendamenti in questione fa slittare al 31 dicembre 2010 il termine fissato in precedenza per gli abusi compiuti entro la fine del mese di marzo del 2003. Gli altri si occupano invece di cancellare i limiti previsti per la regolarizzazione di abusi edilizi compiuti ai danni «di beni ambientali e paesistici» preoccupandosi di rendere retroattiva la norma, in modo da far rientrare nella sanatoria «anche agli abusi edilizi realizzati entro il 31 marzo del 2003» e concedendo agli interessati come nuovo termine per la presentazione della domanda di sanatoria il 31 dicembre del 2010. Prevista inoltre la sospensione di tutti i procedimenti sanzionatori già avviati, sia di natura penale che amministrativa «anche in esecuzione di sentenze passate i giudicato». Alle regioni, infine, è consentito di concedere ampliamenti volumetrici «anche in deroga alle norme e agli strumenti di pianificazioni vigenti in materia territoriale e urbanistica». Difficile, per ora, quantificare quante potranno essere gli abusi edilizi interessati dal nuovo condono. Stime ancora approssimative parlano di almeno 15 mila abitazioni nella sola Campania. Di certo attraverso il condono il governo può contare su un duplice risultato: accattivarsi il consenso degli elettori quando mancano 60 giorni alla chiamata alle urne, e fare cassa contando sugli introiti derivanti dalla regolarizzazione. «Il condono non è però l'unica nefandezza contenuta nel Milleproroghe», prosegue Belisario. «Cito solo la proroga dei tagli alle poltrone nei consigli comunali e provinciali che non si applicheranno prima del 2011 e un mini-condono sulle affissioni elettorali abusive che vale per il passato e addirittura per il prossimo futuro». Per Stella Bianchi, invece, «a stupire è l'assoluta indifferenza di fronte a tragedie come terremoti e alluvioni e al loro dolorosissimo tributo di vittime». Duro anche il commento di Angelo Bonelli: «Gli emendamenti pro-cemento trasformano di fatto il piano casa nell'ennesimo condono edilizio», spiega il presidente dei Verdi. «Negli ultimi quindici anni in Italia sono spariti più di tre milioni di ettari verdi sostituiti in gran parte da cemento e asfalto. Così si massacra il territorio favorendo la cementificazione selvaggia e mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini».

 

Berlusconi cede il forno all'Udc - Matteo Bartocci

ROMA - Si può dire che Berlusconi fa il D'Alema. Oppure raccontare di un Silvio servitore di due padroni: Fini e Pierfurby Casini. In ogni caso, il premier prova a rimettere mano alla partita delle regionali ma i pezzi sulla scacchiera non sono più i suoi. Dopo le pretese di annientamento contro i reprobi dell'Udc, per tutto il giorno il Cavaliere ha provato a corteggiarli nelle regioni più importanti rimase in sospeso: Puglia, Calabria e Liguria. Ha ricevuto tre risposte diverse e comunque su tutti candidati non «suoi». Si dilunga con Lorenzo Cesa a Montecitorio per chiedergli di sostenere il candidato a Genova Sandro Biasotti ma l'Udc per tutta risposta anticipa l'annuncio ufficiale dell'accordo con il candidato del Pd Claudio Burlando e col «finiano» del Pdl Giuseppe Scopelliti in Calabria. «Due forni» più chiari che mai. Resta il terzo, forse il più importante, quello pugliese. A confronto delle divisioni del Pd quelle nel centrodestra fanno tremare i polsi. Berlusconi torna a palazzo Grazioli e incontra i vertici del Pdl in parlamento insieme ai ministri Fitto e Alfano per un vertice misto regionali-leggi ad personam. Poco dopo, è ridotto a un appello pubblico ai due candidati anti-Vendola in campo a Bari: il forzista vicino al ministro Fitto Rocco Palese e l'ex An Adriana Poli Bortone candidata dal suo movimento Io Sud, Udc e Mpa. A entrambi rivolge le stesse identiche parole che D'Alema aveva lanciato a Vendola una settimana fa: serve un «passo indietro» per «costruire una larga alleanza di centrodestra da contrapporre al governatore di sinistra Vendola». Con Palese, capogruppo in consiglio regionale, ha gioco facile. Il siluro a Fitto arriva subito. Pochi istanti dopo l'appello del premier infatti arriva il deferente dietrofront del candidato: «Sono in campagna elettorale e vado avanti. Naturalmente Berlusconi sappia di avere la mia piena e totale disponibilità in ogni momento e per qualsiasi soluzione qualora dovesse servire a rendere quanto più ampia possibile la coalizione di centrodestra e a portarla alle elezioni con un unico candidato condiviso da tutti». L'ex sindaca di Lecce invece fino a ieri mattina aveva escluso qualsiasi compromesso su un terzo nome. «Ne sarei mortificata: mi dovrebbero spiegare perché non dovrei essere io», ha detto all'Unità. Un passo indietro? «Pensarlo significa non conoscermi. Non mi ritirerei mai». E invece a pensarlo sarà lei, perché dopo l'appello di Berlusconi i toni si fanno più morbidi e prudenti. E' ben possibile infatti che come fatto per il veneziano Galan le si offrano ancora posti di governo nel rimpasto successivo alle regionali. Il tempo stringe: «Poli Bortone ci penserà. Noi aspettiamo fino a domani», avverte Ignazio La Russa lasciando palazzo Grazioli. Le probabilità che Poli Bortone rinunci per ora sono scarse. E Casini ha fatto capire in lungo e in largo a Berlusconi che è l'ex sindaca di Lecce la sfidante più accreditata contro Vendola. E quindi o il Pdl la incorona come ha fatto l'Udc, oppure gli altri nomi circolati in queste ore sono perdenti o inconsistenti. Girano le voci più diverse. Dal capo della Confindustria locale Nicola De Bartolomeo fino al magistrato Stefano Dambruoso e al direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Giuseppe De Tomaso. Qualcuno rispolvera perfino Francesco Divella, deputato del Pdl, ex amministratore unico dell'acquedotto pugliese con Fitto, cugino dell'industriale della pasta Vincenzo Divella un tempo molto amico di D'Alema e Latorre. Divella pare abbia declinato l'offerta ma i ponti telefonici tra palazzo Grazioli, la Poli e l'Udc nella notte non mancano. Ciò che conta di più però è che sul terreno delle regionali il Cavaliere corre in salita fin dall'inizio. Al Nord ha capitolato di fronte alle richieste della Lega non solo in Veneto e Piemonte ma anche ai veti sull'Udc in Lombardia e Liguria. Al Sud invece ha subìto ovunque le scelte di Fini e Casini. Nel Pdl «non c'è nessuna tregua armata, solo la consapevolezza che il più grande partito del centrodestra ha il dovere di porsi il problema delle sfide del futuro», confessa il finiano Ronchi. Già, il dopo Berlusconi. E' a quello che guardano i possibili delfini e alleati presenti e futuri. E' per quello che si apprestano obbedienti, tutti, al salvacondotto giudiziario. E qui il sì di Casini che sta all'opposizione e dialoga col Pd è fondamentale per non parlare di strappi della maggioranza.

 

«Silvio rischia il botto» - Valentino Parlato

Il 14 gennaio, Giulio Andreotti ha compiuto 91 anni. Un buon motivo per fargli gli auguri e parlare un po' con lui. Mi riceve nel suo studio di Palazzo Giustiniani. È seduto, rannicchiato, nella sua poltrona davanti a un tavolo ingombro di libri e riviste, dove è difficile trovare un posto per prendere appunti. Come sempre molto gentile. Gli ricordo che, nei primi anni del manifesto, stampammo un indice delle firme, che gli mandai scrivendo, «sia pure in ordine alfabetico, Lei è la prima delle nostre firme» e lui mi rispose con un gentile biglietto: «Se aveste fatto una graduatoria in ordine di attacchi, sarei stato egualmente il primo della lista». Lo stile è l'uomo. Comincia l'intervista. Molto andreottiana, cauta e raramente con risposte non possibiliste. Lei, con i suoi settanta anni di storia politica, come valuta la situazione presente? C'erano problemi che ci preoccupavano molto e che si sono dissolti. Viceversa ci sono cose, fatti, che abbiamo trascurato e che, invece, si rivelano importanti. Per esempio? Fatti della vita quotidiana, ordinari, ma che poi diventano importanti, decisivi. In politica non basta l'analisi. Bisogna avere intuito. Ma Lei ha detto che in una normalità, piuttosto semplice, c'è qualcosa di preoccupante. Cosa? Noi politici non riusciamo ad avere un contatto, una comunicazione con i giovani. Lasciamo un vuoto che può essere pericolosissimo. I partiti. Oggi, salvo la Lega, non ci sono più. Quelli organizzati e un po' burocratici certamente no. Però ci sono aggregazioni che pesano, anche se, in più di un caso, le persone rappresentative contano più di quel che resta dei partiti. Ma Lei non pensa che viviamo una sorta di populismo privatistico? Quel che resta dei partiti è una sommatoria di interessi personali? Non è una novità che ci siano aspirazioni personali. È umano. L'importante è che non siano assolute e che si collochino in un quadro obiettivamente utile alla nazione. Sì, ma una volta i partiti riuscivano a produrre una sintesi di questi particolari. Penso al Pci e alla Dc. Perché la Dc, partito forte e popolare, non c'è più? In parte perché il suo ruolo era di antagonismo: venuto meno il comunismo con sede generale a Mosca, vien meno questa antitesi e la Dc non c'è più. Lei dice: finito il Pci finisce pure la Dc. Non riduce il ruolo della Dc? Non credo. Non bisogna dimenticare quella stagione storica, di forti, prevalenti, antagonismi totalizzanti e internazionali. Tornando al passato. Il compromesso storico di Berlinguer è fallito, ma era una cosa seria, possibile? A me pare di sì. L'essenziale era che non fosse solo forma, tattica, come non lo era. Ma non è riuscito. Forse troppe realtà erano contro, a ripensarci. Torniamo al presente. Questo Popolo delle libertà ha una sostanza o solo un leader? Risponderei al 50 per cento. C'è una sostanza, una parte della società, ma senza il traino, senza il fascino personale del leader probabilmente non ci sarebbe. Non avrebbe sbocco. E quando il fascinoso leader non ci sarà più? Siamo tutti mortali. Le successioni appartengono alla vita. Può darsi che spunti qualche nuovo gioiello nella nostra politica. Fini? Certamente Fini non è personalità mediocre. Però bisognerebbe che si autonomizzasse. Che desse più rilievo alla sua personalità rispetto al gruppo. Che cosa pensa dell'Udc di Casini che vuol fare la politica dei «due forni»? Ma ci sono ancora «i forni»? I forni? Due o tre? Non so. È cane e coda. Bisogna avere orecchie e occhi aperti. Il mondo cammina. Secondo Lei l'Udc non ha orecchie e occhi aperti? La situazione non è chiara. C'è confusione. Berlusconi preme per il presidenzialismo. Dobbiamo procedere verso una repubblica presidenziale? Si tratta di vedere come e in che misura, ma preme la presenza di un soggetto rappresentativo, contro il rischio di spinte diverse che rischiano confusione e sterilità. Ma Lei è favorevole a una Repubblica presidenziale? Sostanzialmente sì... nel senso... Da parte sua mi stupisce. Capisco, ma è necessaria, specie oggi, la presenza di un'autorità autorevole. Lei ha avuto diverse grane con la giustizia, ma è stato un imputato molto corretto e disciplinato. Ha mai pensato a una legge ad personam per salvaguardare Giulio Andreotti? No, avrebbe significato chiedere una ciambella di salvataggio. Mi sentivo obiettivamente, nei fatti, molto forte. Ripensando al suo passato c'è qualcosa che rifarebbe e qualcosa che non rifarebbe? Avere un po' più di cautela. Ho sempre avuto fiducia nei miei interlocutori. Ora non penso che avrei dovuto avere più sfiducia, ma certamente un po' più di senso critico e di cautela. Ma qualche errore nella sua vita l'avrà fatto? Non penso di aver commesso errori sostanziali. Non ho mai avuto la pretesa di essere il centro dell'universo. Pensa a Berlusconi? Berlusconi ha indubbiamente meriti, ma considerarlo onnipotente, divinizzarlo da vivo è cosa che non si fa. Ma adesso che bisognerebbe fare? Non ho idee nuove. Penso che sia utile avvicinare il popolo, l'opinione pubblica ai problemi concreti. Ho la sensazione che oggi ci sia una divaricazione molto pericolosa. Divaricazione tra chi? Tra l'opinione pubblica in generale e i problemi che ci pesano addosso. Una divaricazione tra politica e popolo? In parte sì. Il popolo è una complessità e nessuno può pretendere il monopolio della rappresentanza. Berlusconi pretende il monopolio della rappresentanza. Che lo pretenda, proprio, non lo so. Certamente ho la sensazione che lui - anche perché finora gli è andata bene - abbia acquisito un senso di onnipotenza. E questo può essere un grave rischio. Per tutti e anche per lui. Un'ultima domanda. Lei ha sempre diffidato del senso di onnipotenza, del protagonismo esagerato. Tutto il contrario di Berlusconi, che appare come un totale contrario del personaggio di Andreotti. Che dice? In senso assoluto non sono d'accordo. Ma certo Berlusconi ha una caratteristica, un senso di sé, che io non ho. Lui pensa che qualunque sua iniziativa andrà bene e finora è stato così. Però è rischioso. Il giorno che facesse il botto, sarebbe tremendo. Pericoloso.

 

Graffiti romani - Alessandro Portelli

Sui muri del Museo della Liberazione di via Tasso a Roma, in occasione del 27 gennaio, insieme alla scritta «Olocausto propaganda sionista» più croce celtica è apparsa un'altra scritta anch'essa di ovvia matrice fascista, che dice: «Ho perso la memoria». Allo stesso modo della vicenda recente del furto della scritta «Arbeit macht frei» ad Auschwitz, questa scritta mi pare un esempio da manuale di come cancellazione della memoria ed eccesso di memoria siano la stessa cosa: uno che si ricorda di avere perso la memoria o che si affanna a farne sparire i segni è uno che la memoria se la porta cucita addosso, non riesce a liberarsene, e nel suo darsi da fare per rimuoverla non fa che richiamarla ossessivamente. Basterebbe questo per poter dire che la giornata della memoria, con tutto il sovrappeso di liturgie e di cerimonialità che gli si è incrostato addosso, è comunque ancora portatrice di senso. Se non altro, serve a dire a fascisti, nazisti e razzisti che non ci dimentichiamo di loro, di quello che hanno fatto, di quello che stanno facendo e di quello che sono capaci di fare. Se noi pensiamo alla memoria solo come a un deposito di fatti appartenenti al passato, allora la giornata della memoria è davvero un cerimoniale ripetitivo e stanco. Ma se riconosciamo la memoria come la rielaborazione incessante del nostro rapporto attuale con il passato e con la storia, come a una faticosa ricerca di senso, allora questa giornata non può essere la stessa da un anno all'altro, ma deve entrare in relazione con quello che stiamo vivendo, servire da strumento interpretativo per il presente. E allora, - in una città che ha accolto il sindaco con camicie nere e grida di «Duce, Duce», che ha accompagnato con saluti romani l'inizio della campagna elettorale per le regionali della candidata Pdl Polverini, in un anno culminato con la caccia al nero di Rosarno - serve a ricordarci che alla Shoah non si è arrivati tutto d'un colpo. In Italia come in Germania il genocidio è stato l'orizzonte a cui tendevano un'infinità di passi e tappe intermedie - leggi, schedature, esclusioni, manipolazioni e corruzioni del senso comune, silenzi, indifferenze, opportunismi, guerre. La storia non si ripete mai identica e non immagino un ripetersi della catastrofe nelle stesse forme e luoghi di allora; ma i segni quotidiani intorno a noi vanno in direzione di un altro abisso la cui forma non riusciamo a immaginare. Ma che non per questo siamo meno responsabili di fermare finché siamo in tempo. Perciò dobbiamo ringraziare gli autori di queste scritte perché, in tempi di razzismo anti-immigrati, anti-rom, anti-rumeni e anti-gay, ci ricordano che non si dà razzismo senza antisemitismo e che le forme più arcaiche di questo grado zero, modello e matrice di tutti i razzismi sono vive, vegete e postmoderne, Perché la memoria non serve a pacificare e farci sentire tutti buoni, ma a di disturbare le coscienze: le coscienze degli eredi e dei complici dei massacri, che negano memorie che non possono sopportare, ma anche le coscienze di quelli che credono che tutto questo appartenga a un passato che non ci riguarda più, a una «barbarie» che non ha niente a che fare con le moderne radici dell'Europa - un passato sia pure da deprecare ma da chiudere col rituale «mai più» per poi ricominciare a occuparci di altro. E soprattutto, questa giornata serve a respingere gli inviti interessati di chi, dalla stessa parte di questi graffitari orrendi, ci invita a minimizzare e a tacere. Direi che dobbiamo fare proprio il contrario: bisogna parlare, e parlare chiaro - tanto alla sinistra esitante, quanto a quella destra che ha cercato una rispettabilità corteggiando la comunità ebraica. Deve farci capire se queste schifezze stanno ancora nel suo ambito e nel suo bacino elettorale, se le tollera o addirittura le va a cercare, o se ha il coraggio di rompere e di rifiutarle non a parole ma con fatti concreti. Come finora non ha fatto.

 

Il bancomat e l'orecchino - Ida Dominijanni

Antonio Di Pietro è di bocca buona, quando nella comune «indecenza» dei comportamenti traccia la discriminante fra uomini del centrodestra e uomini del centrosinistra nel fatto che, trovati con le mani nel sacco, i secondi si dimettono mentre in primi se ne infischiano e restano inchiodati alle poltrone: a noi elettrici di centrosinistra pare una discriminante debole, anzi patetica. Sergio Cofferati mostra di non aver capito nulla della posta in gioco, quando infila sul caso Delbono lo stesso ridotto della privacy che sul caso Berlusconi infilarono i vari Franceschini e Bersani, e invita a distinguere «fra piano della privacy e piano giudiziario». Il diritto alla privacy, per gli uomini pubblici, è secondo ai doveri di etica pubblica. E quanto al piano giudiziario, ci sono fatti penalmente non rilevanti che sono rilevantissimi politicamente, e viceversa (una distinzione che il Pd, peraltro, farebbe bene a tenere a mente sempre). Nel caso Delbono, come in tutti i casi precedenti che vanno sotto il titolo generico di sexgate, l'(eventuale) irrilevanza penale non esenta né i protagonisti né gli spettatori dal giudizio di una piena rilevanza politica. Politicamente, non penalmente, è impresentabile un amministratore che assume la propria compagna come segretaria, mescolando indebitamente - lui sì - privato e pubblico, e la trasferisce ad altro e inferiore incarico con una lettera di comando quando se ne separa. Tutto il resto - ferie mascherate da trasferta, bancomat prestati e revocati, pressioni per tacere e quant'altro -, per quanto penalmente rilevante, viene perfino dopo la miseria di questo comportamento di un uomo pubblico - intellettuale, di sinistra e con tutti gli altri crismi del cittadino perbene - nei confronti di una donna e di una lavoratrice. Che questo non appaia lapalissiano a destra e a manca, e che l'uomo in questione pensasse di poterne uscire indenne, è solo il segno di due fatti altrettanto lapalissiani. Primo, il Berlusconi-gate è solo la punta di una miseria del maschile più vasta e trasversale, il che spiega, ex post, le molte e trasversali complicità di cui il premier si è avvalso nei mesi scorsi, nonché la sicurezza con cui sapeva di poter contare su trasversali e profondi meccanismi di identificazione nel suo modello di virilità. Secondo: come nel Berlusconi-gate, anche nel caso Delbono l'illusione dell'impunità (politica, non penale) maschile si infrange sulla parola femminile. Come scrivemmo già allora, le donne parlano: mogli o amanti o prostitute, in tempi di post-patriarcato non c'è più da contare sul loro silenzio-assenso. Le relazioni fra i sessi sono nude, come il re: domandano una certa cura e una certa responsabilità, o nessuna subalternità femminile è più disposta a rivestirle di ipocrisia per salvare la faccia a questo o a quello. Che gli uomini (politici) non se ne rendano conto, è un indice non secondario della loro distanza dalla realtà. Ciò detto, resta sempre da esercitare l'arte delle distinzioni. Nel caso Berlusconi c'era un sistema di «intrattenimento dell'imperatore» tramite mercificazione femminile e corruzione della rappresentanza, che nel caso Delbono non c'è come non c'è nel caso Marrazzo, dove a essere in gioco sono comportamenti e vicende singolari. Nel caso Berlusconi c'è stata la denuncia pubblica e politica di quel sistema da parte di Veronica Lario, mentre nel caso Delbono c'è una donna ferita che ha consegnato le sue confidenze agli avversari politici del suo ex compagno prima di confermarle in procura. Nel caso Berlusconi c'è la rivendicazione esplicita dell'uso del sesso come protesi del potere (l'autoglorificazione del «leader con le palle», la televendita del «piacere della seduzione» e quant'altro), che nel caso Delbono si spegne nel malinconico ritiro dalla scena pubblica e nel caso Marrazzo nel contrito ritiro in convento. Berlusconi è rimasto dov'era, Delbono e Marrazzo (nonché il vicepresidente della Regione Puglia) si sono gentilmente e doverosamente fatti più in là. Per noi spettatori l'esercizio è appena iniziato. Non perché altri analoghi casi ci aspettino - ma non si sa mai - , ma perché già questi bastano e avanzano a dare materia per ripensare da capo termini come privato e pubblico, personale e politico, penale e morale, di un lessico politico ormai palesemente inadeguato a dire il presente. Il quale ci regala intanto i suoi segnali inequivocabili di insofferenza all'eterna Italietta delle morali doppie e triple, dei vizi privati e delle pubbliche virtù, delle debolezze della carne nascoste sotto il tappeto. Non è l'orecchino trasgressivo di Nichi Vendola a fare scandalo ma il bancomat clandestino di Flavio Delbono.

 

La Stampa - 28.1.10

 

Obama: "Io non mollo, rilanciamo il sogno" - Maurizio Molinari

Washington - «Non molliamo, io non mollo, rilanciamo in avanti il sogno americano». Parlando per oltre un'ora di fronte al Congresso riunito a Camere congiunte, il presidente americano Barack Obama ammette le difficoltà del momento ma ribadisce la determinazione a battersi per creare occupazione, risollevare l'economia e fare degli Stati Uniti «una nazione seconda a nessuno nell'energia rinnovabile». «Il cambiamento non è arrivato abbastanza in fretta» dice, facendo autocritica sugli errori compiuti nel presentare le sue politiche di riforma. «Ho fatto campagna per il cambiamento, so che ci sono molti americani che oggi dubitano sulla possibilità di cambiare o che sia io a poterci riuscire, ma non ho mai detto che sarebbe stato facile». E ancora: «Il mio governo ha subito delle sconfitte nell'ultimo anno, in alcuni casi meritati, ciò che mi fa continuare a battermi è lo spirito di determinazione e ottimismo del popolo americano». L'autocritica dunque non significa gettare la spugna: «Per quanto difficile possa essere, per quanto duro il dibattito possa divenire, è il momento di essere seri nel risolvere i problemi che da un decennio frenano la nostra crescita». A cominciare dalla necessità della riforma sanitaria che al momento appare arenata a Capitol Hill a causa delle divisioni fra democratici e dell'opposizione dura dei repubblicani. «Non abbandonate la riforma, non adesso che è così vicina» chiede, incalzando deputati e senatori ma l'aula che lo ascolta reagisce svelando le divisioni: i democratici applaudono in piedi, i repubblicani restano seduti a braccia conserte. All'opposizione che oramai dispone di 41 seggi su 100 al Senato - ovvero il quorum di minoranza che consente l'ostruzionismo - Obama dice a chiare lettere: «Dire di no a tutto può servire a fini politici di medio termine ma non significa possedere leadership». In più occasioni Obama plaude alla Camera, dove i democratici hanno una salda maggioranza, e incalza il Senato, dove i repubblicani ora hanno voce in capitolo, facendo capire che l'anno che inizia lo vedrà duellare a Capitol Hill. E lo stesso vale per la Corte Suprema. «Avete rovesciato un secolo di diritto togliendo i limiti ai finanziamenti elettorali delle corporation» afferma il presidente rimproverando i cinque giudici seduti davanti a lui per la sentenza di pochi giorni fa, con il conservatore Samuel Alito che reagisce scuotendo il capo in segno di evidente disappunto. Nel complesso due terzi del discorso sono dedicati alle «devastazioni dell'economia» ed alla necessità di «rispondere alle ansie dei cittadini» a cominciare dal lavoro. Per questo 30 miliardi di dollari saranno dati alle banche regionali per sostenere piccole e medie aziende, spingendole ad assumere, e 8 miliardi andranno allo sviluppo di treni ad alta velocità e nuove autostrade, altra fonte di posti di. Non ci saranno aumenti di imposte invece per chi guadagna meno di 250 mila dollari mentre Obama vuole tassare le grandi banche «perché se possono permettere i bonus milionari possono anche sostenere i contribuenti che le hanno salvate». E' un Obama tutto all'attacco quello che entra nelle case di milioni di cittadini in diretta tv: punta a una nuova generazione di centrali nucleari, trivellazioni off-shore, energia rinnovabile, il raddoppio dell'export in cinque anni e la sigla degli accordi di libero commercio con Sud Corea, Panama e Colombia. E per aiutare la «Sandwich Generation» stretta fra le spese per i figli e per gli anziani promette non solo la riforma sanitaria ma anche più fondi pubblici per l'educazione dei minori e facilitazioni fiscali per gli studenti universitari. L'illustrazione del programma è minuziosa e Obama la dissemina di messaggi agli elettori incerti che hanno abbandonato i democratici nelle ultime elezioni in Virginia, New Jersey e Massachusetts. A chi gli rimprovera eccessi di spesa pubblica prima ricorda «che il deficit in trilioni l'ho trovato al mio arrivo» e poi preannuncia il congelamento della spesa governativa - ad eccezione di sicurezza, sanità e previdenza - a partire dal 2011 con la nascita «per ordine esecutivo» di una commissione bipartisan sul debito bocciata dal Senato. E rivolgendosi ai suoi elettori del 2008 aggiunge: «Non sono un ingenuo, non ho mai pensato che bastasse eleggermi per inaugurare una stagione di pace, armonia e cooperazione bipartisan». Come dire, sapevo che la strada sarebbe stata in salita. Nell'ultima parte del discorso Obama affronta i temi internazionali. Rivendica la scelta strategica della lotta contro Al Qaeda che ha portato nell'ultimo anno alla «eliminazione o cattura di centinaia di suo affiliati, inclusi molti leader». Promette impegno per avviare la transazione dei poteri in Afghanistan nel luglio 2011. Dichiara che «la guerra in Iraq sta finendo» con l'avvicinarsi in agosto del ritiro di tutte le truppe combattenti. E ammonisce l'Iran: «Se continueranno a ignorare l'obbligo di sospendere il programma nucleare non deve esserci dubbio: affronteranno conseguenze in crescendo». E da oggi il presidente è subito «on the road» per promuovere le sue riforme. Prima tappa a Tampa, in Florida.

 

Haiti, 15enne salvata dopo 2 settimane

PORT-AU-PRINCE - Una ragazza di 15 anni è stata estratta viva dalle macerie da un gruppo di soccorritori francesi a due settimane dal terremoto che ha devastato Haiti. La ragazza si trovava nel College St Gerard di Port-au-Prince. Un cugino ha spiegato che Darlene Etienne aveva appena iniziato a studiare nella scuola quando è avvenuto il disastro e ha aggiunto: «Pensavamo fosse morta». La ragazza è stata portata subito in un ospedale da campo. Era effettivamente molto debole, il che lascia pensare che fosse lì da 15 giorni«, ha dichiarato il comandante Samuel Bernes, portavoce della Protezione civile francese, precisando: «Era in una nicchia circondata dal cemento», nel Carrefour-Feuilles, al centro della capitale. I vicini stavano scavando tra le macerie quando hanno sentito una voce. La ragazza ha solo detto «grazie» ai suoi salvatori. «Era completamente disidratata» e «non era in condizioni di uscire da sola», ha spiegato il comandante Bernes, annunciando che è stata trasferita nell'ospedale organizzato nel liceo francese. «Parla, dice di essere felice», ha spiegato il medico colonnello Michel Orcel, che l'ha visitata. «Ha 15 anni, è viva e ha tutta la vita davanti», ha aggiunto, spiegando: «È in uno stato di disidratazione molto avanzata. Per ora bisogna calmarla, tranquillizzarla, stabilizzarla». Sono circa 135 le persone ritrovate in vita sotto le macerie dal sisma del 12 gennaio, che ha già fatto «quasi 170.000 vittime», secondo il presidente di Haiti René Preval. Martedì pomeriggio un uomo di 31 anni è stato estratto dalle macerie dall'esercito americano nel centro di Port-au-Prince, senza che fosse possibile determinare da quanto tempo fosse imprigionato. L'uomo avrebbe infatti potuto rimanere incastrato durante una delle numerose scosse che nelle ultime due settimane hanno colpito Haiti. I saccheggi nelle strade della capitale sono ormai sistematici, e vengono affiancati da chi tra le macerie cerca legno e metallo, oppure chi recupera la merce dal proprio negozio distrutto, prima che i bulldozer entrino in azione. Resta stabile anche il malcontento degli sfollati - oltre un milione secondo le ultime stime - radunati a migliaia sotto il sole cocente nei campi di soccorso. Ovunque sorgono cartelli, in lingua francese, inglese o spagnola, che recitano: «Abbiamo bisogno di aiuto, cibo, acqua e medicine». Il governo ha annunciato lunedì di avere installato 400.000 tende, che possono ospitare tra le cinque e le dieci persone ciascuna. L'Alto commissario per i diritti umani dell'Onu, Navy Pillay, ha lanciato l'allarme sulla minaccia rappresentata dai leader delle gang criminali evasi dalle carceri del Paese - nel complesso gli evasi sopravvissuti al crollo delle prigioni sarebbero oltre 6.000 -, dai trafficanti di uomini, dalle esecuzioni sommarie di presunti ladri. E l'Unicef denuncia che la «situazione attuale ad Haiti favorisce i trafficanti di bambini».

 

Il coprifuoco di Reggio Calabria - Guido Ruotolo

REGGIO CALABRIA - Il corso, la via dello struscio. Benetton che chiude, i saldi che arrivano a offrire sconti del 70%. Sarà la pioggia e il clima spettrale, ma quella che dovrebbe essere una vigilia di festa di una città che per la prima volta si accinge a ospitare il Consiglio dei ministri - che varerà il Piano straordinario di contrasto alla mafia - in realtà sembra una giornata di lutto, che celebrerà con il coprifuoco l'arrivo di Berlusconi e dei ministri. Strade chiuse intorno alla Prefettura, vietato parcheggiare, tombini sigillati, percorso blindato dall'aeroporto al centro. Qualcuno la chiama fibrillazione, altri tensione. In realtà a prevalere sembra essere la paura, la paura per quello che potrebbe ancora accadere in questo gennaio da dimenticare, dopo la bomba alla Procura generale, l'auto-santabarbara fatta ritrovare nel giorno di Napolitano in città, la lettera minatoria con proiettile a uno dei pm antimafia. Paura, fibrillazione e tensione scandiscono il tempo di questa guerra di liberazione che si sta combattendo contro la 'ndrangheta e per la legalità. Strana Reggio Calabria, che la guerra l'ha vissuta anche in epoca recente. L'ultima, quella che si è conclusa nel 1991, ha contato mille morti ammazzati. Guerra di mafia, resa di conti interni al potere criminale. Ogni angolo di strada aveva il suo mazzo di fiori, per ricordare una vittima. E poi i mille «caduti» di questi anni, vittime di blitz, maxiprocessi e centinaia di secoli di condanne. E adesso che a guidare la procura è un «palermitano», Giuseppe Pignatone, tutte quelle «eccellenze» individuali (dagli investigatori ai sostituti procuratori, dai giudici dell'Appello a quelli che si occupano di confische dei beni) sono diventate ingranaggi di una stessa macchina virtuosa. A Reggio non ci sono i mille morti ammazzati da piangere, regna una «concordia» tra le famiglie ma c'è un clima da spavento. Magistrati e investigatori concordano sul punto: «E' la prima volta che vengono attaccate le istituzioni: la magistratura con la bomba alla Procura generale e la lettera al pm Lombardo; lo Stato con l'auto zeppa di armi ed esplosivi ritrovata nel giorno del Presidente della Repubblica a Reggio». In questi giorni si è molto discusso su una certa pratica di comportamenti compiacenti tra un magistrato inquirente e il suo avvocato, che è anche il legale dei mafiosi che contano. Pratica interrotta dal nuovo procuratore generale della città, Salvatore Di Landro. E poi c'è il discorso sul sequestro e la confisca dei beni che alla 'ndrangheta sta procurando non poche difficoltà. Ma bastano questi due possibili moventi per spiegare la bomba 'ndranghetista alla procura generale? E l'auto con le armi fatta ritrovata nel giorno di Napolitano che rapporto ha con la bomba e la lettera minatoria al pm Lombardo? Domande senza risposte, che alimentano il clima di paura. C'è un fermento e, in assenza di nuovi pentiti, la sensazione che la mappa delle famiglie, delle alleanze, della presenza delle cosche sia tutta da aggiornare. La percezione degli investigatori è un cambiamento radicale: «E' come se in città si fosse creato un vuoto di potere, dopo gli arresti eccellenti degli ultimi capi latitanti (all'appello manca un Tegano, ndr) e che a Reggio sono entrate le cosche della Piana, i Piromalli di Gioia Tauro e gli Alvaro di Sinopoli». La città dolente oggi è silente. La sua rabbia, Reggio l'ha sfogata negli anni neri dei Moti e dei tentativi golpisti (i primi Anni Settanta) nei quali l'eversione fascista ha trovato come alleati gli uomini della 'ndrangheta. Oggi non c'è una società civile di opposizione alla mafia. Sì, Libera e i beni confiscati, il «museo della 'ndrangheta» aperto in un villone di Croce Valanidi che fu di una famiglia mafiosa, gli imprenditori coraggio che denunciano il pizzo. Tutto vero, ma sotto la questura, quando hanno catturato gli ultimi boss dei De Stefano, o sotto la caserma dei Cc con il «Supremo», Pasquale Condello, ammanettato, non c'erano i cittadini in festa (come a Palermo). La maledizione di questa terra è anche la solitudine delle persone perbene, dei magistrati o delle forze dell'ordine che lavorano e che rischiano la vita. La sezione reggina dell'Anm si è molto risentita per via di un articolo di un inviato di un quotidiano nazionale che ha accennato anche all'esistenza di magistrati non proprio lodevoli. Il prefetto di Reggio, Luigi Varratta, adesso parla di «sofferenza e nervosismo della criminalità organizzata». E' vero, è l'altra faccia di Reggio, oggi. E' come se i due eserciti in guerra in realtà non conoscessero la vera forza dell'avversario. Ed è un problema di non poco conto.

 

Chiamparino all'attacco: "Bersani va a zig zag" - Carlo Bertini

Nella gestione delle candidature Bersani ha camminato a zig zag, senza dare la sensazione di tenere la barra dritta: la scelta della Bonino, nome eccellente, è stata imposta più che proposta, su Vendola abbiamo subito prima un veto di Casini e ora lo sosteniamo. E poi ricordiamoci che le coalizioni costruite a fini puramente elettorali rischiano di funzionare a metà perché non sono mai la somma aritmetica dei voti»: Sergio Chiamparino è appena atterrato a Fiumicino, sale in automobile e riceve una telefonata che un'ora prima gli avrebbe fatto risparmiare questa trasferta nella capitale: il vertice con i comuni e le regioni a Palazzo Chigi è saltato e quindi il presidente dell'Anci non è propriamente dell'umore giusto. Malgrado ciò, il sindaco di Torino non vuole fare solo la parte del «borbottone» e lancia una sua proposta per il dopo-partita: «Il giorno dopo il voto, apriamo un cantiere con un confine flessibile da Casini a Vendola, un tavolo dove non vi sia una leadership preassegnata, né all'Udc, né al Pd. Ma un nuovo soggetto politico, come fu l'Ulivo, in cui tutti si mettano in gioco per costruire una coalizione in grado di battere il centrodestra». Ma lei se la sentirebbe di mettersi in gioco per portare la croce della leadership di questa ipotetica creatura? «Io per ora faccio il sindaco. E' chiaro che sono disposto a impegnarmi se si aprisse un percorso di questo genere in cui credo fermamente. Ma è presto per fare giochini su chi fa cosa». Questo un domani. Ma dopo quello che è successo in Puglia, nel Lazio, in Umbria e a Bologna, dove è il difetto del Pd, nel manico o nei potentati locali? «C'è un problema a monte: questo è un partito nato per aggregazione di correnti che ancora lo governano e che portano a frantumazioni localistiche. Ma la giusta costruzione di coalizioni ampie ha subito un ritmo sincopato: in Piemonte ha seguito una strada lineare e comprensibile al nostro elettorato, in Puglia ha dato l'impressione che prevalessero delle alchimie politiche un po' astratte. Da noi c'è stato il tentativo di determinare un cambio di cavallo, ma l'intelligenza collettiva, Udc inclusa, ha fatto prevalere il disegno che chi vuole allearsi col centrosinistra si allea con la Bresso che ha ben governato». Invece in Puglia il bilancio è stato disastroso. O no? «Si poteva arrivare allo stesso risultato senza questi passaggi che creano malessere e disaffezione negli elettori. Se si riteneva che Vendola non avesse ben governato lo si poteva sfidare con un altro candidato, una scelta lacerante ma comprensibile. Ma dire non va bene perchè devo fare un'altra alleanza, ai cittadini sembra una cosa distante. Vorrei capire ora: quale è il giudizio del Pd su Vendola? Una settimana fa non andava bene e ora lo appoggiamo? Insomma, alleanze che appaiono costruite su logiche politiciste non convincono e non mordono». Come si tradurrà nelle urne questa disaffezione verso il Pd? «Non temo esiti traumatici, secondo me avremo un risultato sufficiente, tipo sette a sei, ma sarebbe una sconfitta perdere tutte le regioni importanti, come il Piemonte o il Lazio. Bisogna convincere tutti ad andare a votare perché, fatti come quelli di Bologna non aiutano e il rischio vero è l'astensione». E se il Pd riuscisse a galleggiare, servirebbe uno scatto in avanti. «Se andrà come ho detto, il Pd deve lanciarsi nella costruzione di una vasta coalizione discutendo idee, programmi e leadership. La lezione delle regionali è che bisogna essere protagonisti delle scelte nella costruzione delle candidature, dei programmi e delle leadership. Se la coalizione è frutto di accordi tra partiti, ognuno dei quali sta chiuso nei suoi confini per raccattare un voto per sé a scapito di chi gli sta vicino, la forza della coalizione rischia di essere inferiore alla somma dei partiti che la compongono. Quindi non penso a un Cln, ma a un cantiere in cui chi decide di partecipare alla costruzione della casa comune deve essere ben disposto a ristrutturare il proprio appartamento».

 

Repubblica - 28.1.10

 

Il flop della Maddalena: dal G8 all'abbandono - Paolo Berizzi e Fabio Tonacci

LA MADDALENA - C'era una volta l'isola che doveva essere e non è più. C'è ora la Maddalena usa e getta. Prima tirata a lucido in abito da festa e poi, dopo il G8 fantasma traslocato all'Aquila, lasciata sola con il suo sogno infranto e i suoi cocci da raccogliere. Trecentotrenta milioni investiti - presi in larga parte dal bilancio e dai contributi per la Regione Sardegna - e neanche un posto di lavoro. A casa, da tre giorni, anche i 23 guardiani maddalenini che sorvegliavano le belle e incompiute cattedrali sul mare. Dove adesso regnano l'abbandono, l'incuria e il degrado. Di chi è la colpa del flop? Sono le due mega-opere costruite nell'ex Arsenale e nell'ex ospedale militare: una, la grande area dove si sarebbe dovuto svolgere il vertice dei grandi del mondo - andata in gestione per 40 anni a prezzo di saldo alla Mita Resort di Emma Marcegaglia, l'unica che da questa storia ci ha davvero guadagnato e guadagnerà - ; l'altra, l'hotel cinque stelle plus, costato, solo quello, 75 milioni, 742 mila euro a stanza e però nessun imprenditore ne vuole sapere. Uno scenario desolante che Repubblica ha documentato con un video esclusivo e con una serie di immagini. Un viaggio dentro una delle più grosse "incompiute" nella storia delle opere pubbliche (progettata, appaltata, eseguita e consegnata in poco più di un anno). E sulla quale sono aperte due indagini. Cosa ha lasciato in eredità alla Maddalena il G8 mancato? Quanto è costato? Chi ci ha speculato trasformando quello che doveva essere un volano per la stagnante economia dell'isola - già penalizzata da mezzo secolo di monocultura militare - in un affare per pochi? Quale futuro avranno le strutture tirate su in fretta e furia che ora languono nel silenzio generale e nell'imbarazzo di molti? Ci sono fantasmi che producono fantasmi. E i fantasmi costano. Anche solo per tenerli in vita. Era il 23 aprile 2009 quando Berlusconi annunciò lo spostamento del G8 nell'Abruzzo colpito dal terremoto. Nove mesi e 327 milioni dopo (tanto sono costati, stando ai dati della Protezione civile, i lavori alla Maddalena) la scena sull'isola "scippata" - come ripetono i 12mila abitanti e il sindaco Pd Angelo Comiti - è desolante. Il problema non sono i cantieri ancora aperti (sul lato est dell'ex Arsenale) e le ruspe che lavorano per ampliare un'area che Berlusconi aveva candidato ad ospitare una decina di incontri internazionali (finora ci hanno fatto solo il vertice italo-spagnolo). E nemmeno la nuova corsa contro il tempo per la Louis Vuitton Cup, a maggio, che tutti aspettano come un cerotto per curare le ferite. Il problema è che le strutture che dovevano accogliere Obama e gli altri sette capi di Stato versano, oggi, in condizioni penose. "Dopo il danno la beffa, e ora i danni", chiosa l'assessore provinciale all'ambiente Pierfranco Zanchetta. Entri nella hall dell'albergo 2, quello che avrebbe ospitato Barack Obama e la delegazione americana. Cammini sul pavimento di marmo bianco intarsiato che i potenti della terra non hanno mai calpestato. Piove dentro. L'acqua scende dal tetto dove hanno costruito la piscina. Il vento e le infiltrazioni hanno provocato danni: parti di soffitti crollati, tubi e cavi a vista perché i pannelli che li contenevano sono venuti giù. Dei tappeti disegnati da Antonio Marras - lo stilista sardo che ha curato tutti gli interni delle aree ospitalità dell'ex Arsenale militare - tra un po' si avrà traccia solo sull'ambizioso catalogo delle opere della struttura della missione G8 (affidata all'ingegner Mauro della Giovampaola). Lo stesso vale per i quadri fotografici "navali" di Luca Cittadini. Pareti scrostate per l'umidità, calcinacci, attrezzi lasciati lì in attesa che qualcuno li riprenda in mano: così appare oggi la hall dell'hotel con vista sulla darsena che può ospitare 700 barche. "Lo stato di queste strutture è una delle tante vergogne e ora qualcuno dovrà risponderne" dice Pio Palazzolo, memoria storica dell'isola e già componente del Comitato paritetico per le servitù militari in Sardegna. Accanto alla hall c'è un edificio che doveva essere un teatro. Le porte sono scardinate, così come quelle della "Casa sull'acqua" - o sala conferenze - la strabiliante scatola di vetro posata sul mare progettata dall'architetto Stefano Boeri. Il vero gioiello dell'ex Arsenale, costo, comprensivo dell'area delegati, 52 milioni e 100. "Gli edifici vanno usati, altrimenti deperiscono", ragiona Boeri. Dice di aver lavorato - assieme a 1600 operai impiegati giorno e notte - "per garantire una doppia vita a queste strutture: per il G8 e per il dopo G8. Ma io non ci vado da un mese... Com'è la situazione adesso?". Magari quello che chiamano hotel Obama, al centro dell'Arsenale, in futuro ospiterà flussi ininterrotti di convegnisti e di ricconi che approderanno qui coi loro megayacht. Ora però ha un aspetto desolante. Comunque lontano dall'aggettivo "affascinante" usato da Vasco De Cet, dirigente della Mita Resort. A piano terra la zona spa è completamente abbandonata: tutto, gli hammam, le saune, la grande vasca idromassaggio al centro della sala, parquet e vista mozzafiato sul mare, i lettini per i messaggi, quelli della zona relax, i bagni, gli spogliatoi, tutto è in balia del freddo e dell'umidità. Poi c'è la "stecca", un edificio basso e lungo e stretto, tipo striscia. Dovevano essere piccoli appartamenti. Ma i pavimenti non ci sono ancora, un colpo di maestrale ha scoperchiato una parte del tetto e chissà con l'aria che tira che fine faranno gli intarsi in finto marmo - in realtà polistirolo - che decorano gli angoli delle pareti esterne. A che cosa servirà questo paradiso di cemento, pietra e vetro costruito alla velocità della luce? Centocinquantamila metri quadrati e un futuro incerto: la Louis Vuitton Cup a primavera, e poi? "Io spero che diventi un polo nautico e multifunzionale, così com'era stato pensato", dice ancora Boeri, "ottimista" ma forse non fino in fondo. Il vero problema, però, l'opera che davvero preoccupa di più, è l'ex ospedale militare. Sedicimila e 800 metri quadri trasformati in un hotel di lusso. Facciata bianca che corre lungo la strada, con il mare di fronte ma non accessibile perché nessuno ha pensato di fare un accesso all'acqua cristallina, una banchina, una spiaggia. Un'opera da 75 milioni, 101 camere costate ognuna 742 mila euro. Spettrale. Una scatola vuota - questa sì riscaldata tutto il giorno e illuminata di notte con livide luci violette che sbattono sulla facciata. Nessuno lo vuole l'hotel. Il bando di gara, il 23 settembre 2009, è andato deserto. "A quale imprenditore conviene prendersi una struttura così, con questi costi e con tutte le pecche che presenta? Bertolaso promise che sarebbe stata fatta una nuova gara - stringe le spalle l'assessore Zanchetta - e che c'era una catena alberghiera interessata. Ma, ad oggi, tutto tace". Intanto è cresciuta l'erba davanti alla facciata che a prima vista ricorda un po' la Casa bianca. C'è un guardiano. Potrebbe restare lì a lungo. Se e fino a quando qualcosa si muoverà. Chi ha il dovere politico di prendere in mano il "pacco" dell'hotel e levare le castagne dal fuoco? "La proprietà è ancora della Marina militare (a differenza dell'ex Arsenale già ceduto alla Regione) - informa il sindaco Comiti - Potrebbero anche decidere di riprendersela loro e farci qualcosa. A meno che a breve diventi anche questo della Regione". I costi. Tutto iniziò il 28 maggio 2008 e tutto finì, con la bella favola spezzata, il 31 maggio 2009. "Volevamo rilanciare quest'isola, farla decollare come una Davos mediterranea - dice l'ex presidente della Regione Renato Soru - e invece, se va bene, ci ritroveremo con un grande villaggio turistico avulso dalla città". E se invece andasse male, visto che l'aria non sembra delle più elettrizzanti? "Non ci voglio nemmeno pensare. Siamo sardi e non permetteremo che queste opere, costate uno sproposito, molte anche inutili, rimangano lì a marcire dopo che il governo ha avuto la non brillante idea di dirci che eravamo su Scherzi a parte". Il non-G8 alla Maddalena è costato 327 milioni (il conto finale era 377 ma 50 sono stati risparmiati dopo il trasferimento all'Aquila). 209 milioni sono stati spesi per demolire, bonificare (era pieno d'amianto, 22 milioni solo per questo) e ristrutturare l'Arsenale. Dice Soru: "Il colmo è che sono costruzioni compiute e inutilizzate. Nella fretta è stato speso più del necessario, e nella fretta è stato svenduto - praticamente regalandolo alla Mita Resort - l'Arsenale. La Regione, proprietaria della struttura, è stata tagliata fuori, e oggi è totalmente immobile". La Mita Resort, dunque. Alla società di Emma Marcegaglia è andata di lusso. La base di gara per l'assegnazione della gestione dell'Arsenale prevedeva una quota minima una tantum di 40 milioni (da versare sul conto del soggetto attuatore, responsabile per conto di Bertolaso per contratti e pagamento dei lavori) e la proposta di un canone annuale di concessione destinato alla Regione Sardegna. Si è presentata solo la Mita Resort: 41 milioni una tantum e canone da 600 mila euro l'anno alla Regione spalmato su 40 anni (50 mila euro al mese). In tutto 68 milioni. Niente male come affitto per 30 anni più 10 (indennizzo post-trasferimento all'Aquila). Che cosa ci faranno ancora all'Arsenale non è dato sapere (a parte la Louis Vuitton). "Questa struttura a regime potrà ospitare più di 5mila persone, sarà uno snodo cruciale per la nautica da diporto", promette il manager Vasco De Cet. C'è ancora molto da capire qui alla Maddalena. Come è andata davvero l'assegnazione degli appalti? Il carabinieri del Ros, su ordine della procura di Firenze, hanno avviato un'indagine ancora aperta. Un altro problema sono i soldi stanziati per lavori che non sono stati ancora eseguiti. Sugli isolotti di Razzoli e Santa Maria, che fanno parte dell'arcipelago-parco naturale, ci sono due fari della prima metà dell'800 che dovevano essere recuperati. Novecentomila euro di spesa ma i fari sono ancora lì come prima. Una storia su cui sta indagando la Guardia di Finanza di Olbia-Tempio Pausania. Chiarissima è invece la situazione per i maddalenini che speravano, con le opere del G8, di trovare un lavoro. A fronte del maxi-investimento, oggi, non c'è nemmeno un assunto. Gli unici che avevano avuto uno stipendio (molto precario) erano i 23 guardiani della Nautilus, una subappaltata per la sorveglianza dell'Arsenale. Domenica notte sono stati liquidati con una stretta di mano da De Cet della Mita Resort. Che faranno, adesso? Sono ancora accampati fuori dai cancelli, al freddo e con le tende sollevate dalle raffiche di vento. Dicono che non se ne andranno. Ma il piatto resterà vuoto. "Con opere da 330 milioni, in proporzione, si dovevano creare almeno 500 posti di lavoro. E invece niente". Luigi Plastina, guardiano licenziato, dorme da una settimana in tenda con la moglie, un forno da campeggio e l'acqua sotto i piedi. "Questo è il mio G8".

 

Marchionne vola a Detroit: "Nessun ricatto, il governo sapeva" - Salvatore Tropea

TORINO - Un ricatto? Un messaggio trasversale? Sergio Marchionne non si mostra né sorpreso né offeso. Da Detroit, dove è arrivato ieri per occuparsi dell'altra "metà della luna" chiamata Chrysler, fa sapere che "non c'è niente che non sia stato già annunciato con largo anticipo, quando abbiamo ripetuto che senza gli incentivi ci sarebbero state conseguenze sulle fabbriche". L'ultima volta lo ha detto al cda e agli analisti lunedì scorso, quando probabilmente la nuova ondata di cassa integrazione era stata già decisa. Lo ripete dall'America e non sembra intenzionato a fare marcia indietro anche se ci tiene a sottolineare che "la Fiat non cerca lo scontro col governo e con il sindacato". Ma questo esordio del 2010 lascia temere che niente sarà più come prima. Qualcosa si è rotto e sarà complicato rimettere assieme i cocci anche se in serata John Elkann tenta di stemperare il clima: "Non lasceremo Torino e l'Italia. Qui c'è la nostra testa, qui c'è il nostro cuore". La cassa integrazione è la goccia che ha fatto traboccare il vaso non solo nei rapporti con Roma: è una misura che il sindacato interpreta come un segnale di guerra e che riaccende il fronte di Termini Imerese e quello di Pomigliano d'Arco. A Torino danno per scontato che l'incontro di domani non aggiungerà nulla di nuovo. Questa è la convinzione del Lingotto. "Non ho mai detto che sarei andato a Roma, non era previsto" ha ribadito Marchionne appena due giorni fa e a Detroit, dove conta di stare almeno una settimana secondo un piano di lavoro ormai collaudato che alterna la sua presenza tra Torino e l'America, non ha certo cambiato idea. La cassa integrazione, che per la prima volta dal novembre 2008 coinvolge contemporaneamente tutti gli stabilimenti del Gruppo, ci sarà. Al Lingotto non fanno mistero che essa sia la risposta ai ritardi del governo sul rinnovo degli incentivi. Anzi la considerano una misura indispensabile per fronteggiare la caduta della domanda o, più esattamente, per coprire il buco di ordini che si sta creando dal 31 dicembre data della fine degli incentivi. Forse il governo non ci ha creduto, rinviando una decisione già presa in altri paesi europei, esclusa la Germania. Ma questo non cambia il ragionamento dell'ad della Fiat. E che tradotto nei fatti è il seguente: "In assenza degli incentivi, in Italia, si perderanno 300mila auto: il mercato da 2 milioni scenderà a 1,7 e poiché a soffrirne saranno le vetture piccole l'impatto sarà più pesante sulla Fiat". A Torino calcolano che la perdita possa essere attorno alle 150mila auto e avvertono che la caduta è già in atto. In attesa del rinnovo il flusso degli ordini è prossimo allo zero, si smaltiscono quelli accumulati in dicembre. Se e quando il mercato tornerà alla normalità sarà una corsa al recupero. E per il Lingotto questa altalena si sarebbe potuta evitare. Ma ci sono le elezioni alle viste e, in Italia, tutto tende a drammatizzarsi secondo una liturgia alla quale il manager italo-elvetico-canadese, ripete, di non voler partecipare. Non è un ricatto la cassa integrazione è non lo è nemmeno la "linea dura" adottata per Termini Imerese. "Non c'è nulla da aggiungere a quanto detto" insiste Marchionne. E se non fosse chiaro spiega che la Fiat "in futuro non pensa di utilizzare lo stabilimento siciliano per nessuno dei suoi business". La ragione? Anche questa è stata chiarita più volte: "Non è mai successo che qualcuno abbia annunciato la chiusura di un impianto con trenta mesi di anticipo". E a chi gli chiede se non possa esserci un ripensamento, ufficiosamente ma non tanto, risponde: "Se dovessi pagare tutti i dipendenti fino alle pensione e a produzione zero ci guadagnerei". Commentando che "tutto questo è ridicolo". Ma poiché il fronte si è allargato c'è anche Pomigliano d'Arco a rendere sempre più tesi i rapporti tra il Lingotto e le parti sociali. L'argomento ha dominato anche nelle telefonate intercorse per tutta la giornata di ieri tra le due sponde dell'Atlantico. E rimane un tema caldo perché, anche se non lo si dice apertamente, tutti sanno che, dopo la "cura" che due anni fa è costata alla Fiat 250 milioni, Marchionne si aspettava di più dallo stabilimento campano. E se oggi ha accettato di sostituire l'Alfa con la Panda lo ha fatto per evitare guai peggiori. Certo, non pensa di fare il bis di Termini, ma non sembra disposto a concessioni: "Ho portato via la produzione della Panda a un impianto come quello di Tichy, in Polonia, che ha vinto il World class manifacturing per l'alta qualità dei processi produttivi, ma non intendo essere costretto a passare i miei fine settimana in trattative snervanti per un sabato lavorativo in più o per qualche altra forma di flessibilità". L'ad della Fiat sa anche di dover pagare un prezzo per la scelta di Pomigliano: "Mi costerà l'apertura di una discussione con i sindacati polacchi di Solidarnosc e sarebbe ben singolare se dovessi fare altrettanto in Italia".

 

La metamorfosi del Lingotto - Massimo Giannini

"No al ricatto della Fiat!" grida in coro la politica, di fronte all'annuncio di due settimane di Cassa integrazione in tutti gli stabilimenti di quella che fu la Real Casa dell'automobile italiana. E una volta tanto risulta quasi difficile dar torto ai demagoghi di Palazzo, che si illudono di risolvere i problemi di uno dei più importanti settori produttivi del Paese "drogandolo" di tanto in tanto con un'iniezione di incentivi pubblici. Diciamolo subito: l'azienda ha palesemente sbagliato la sua tattica. La politica sta clamorosamente sbagliando la sua strategia. E tutt'e due sembrano non aver compreso fino in fondo com'è cambiato il profilo e il ruolo di una grande impresa nel pianeta globale. La Fiat ha sbagliato la sua tattica. Lunedì scorso il consiglio di amministrazione ha annunciato i dati di consuntivo 2009 e le stime di previsione 2010. Per l'anno passato la Fiat chiude con una perdita netta di 848 milioni, i ricavi scendono del 15,9%, il fatturato dell'auto cala del 3,5%, il risultato operativo si riduce a 719 milioni e l'indebitamento netto a 4,4 miliardi. Per l'anno nuovo le prospettive non sono incoraggianti. Il Cda ipotizza una flessione del 12% dei mercati europei, e "senza il rinnovo degli incentivi" prevede ricavi inferiori ai 2,5 miliardi, un utile della gestione ordinario inferiore di 400 milioni e un indebitamento che torna sopra quota 5 miliardi. Posta in questi termini, la questione della rottamazione assomiglia a una "pistola" carica, depositata sul tavolo della trattativa con il governo. Ma intanto, nonostante un "anno devastante in modo impensabile" (come Sergio Marchionne ha definito il terribile 2009) il consiglio annuncia con soddisfazione il "ritorno al dividendo": 0,17 euro per le azioni ordinarie, 0,325 per le risparmio, per un totale di 237 milioni. "Lo dovevamo ai nostri azionisti", dice l'amministratore delegato. Legittimo: profitti e dividendi sono l'essenza del capitalismo. E un sistema migliore per far crescere l'economia il mondo non l'ha ancora inventato. Ma solo due giorni dopo, di fronte all'ambiguità del governo sugli incentivi e alla rabbia del sindacato su Termini Imerese e Pomigliano, la "pistola" del Lingotto spara il colpo a sorpresa della Cassa integrazione. Almeno 300 euro in meno nella busta paga di tutti i lavoratori Fiat: tanti, per un salario medio di 1.200 euro al mese. Troppi, per un'azienda che il mercoledì chiede un sacrificio ai suoi dipendenti, mentre il lunedì aveva annunciato un regalo ai suoi azionisti. C'è dunque un errore nei tempi: per correttezza, una comunicazione così "asimmetrica" dal punto di vista sociale (e persino morale) doveva essere evitata. Ma c'è anche un errore nei modi: con la politica, e con le organizzazioni sindacali, non si può solo fare a sportellate. Si deve cercare il confronto, prima di arrivare allo scontro, come si ostina a ripetere Luca di Montezemolo. Qui non è in discussione il diritto di una grande impresa privata di ricorrere a un ammortizzatore sociale previsto dalla legge vigente. È anche probabile che la Cassa integrazione sia necessaria, visto che il mercato dell'auto a gennaio si è fermato (la gente non compra, perché aspetta gli incentivi) e che in queste condizioni la Fiat entro febbraio si gioca il suo intero portafoglio-ordini. Ma la vita delle persone che lavorano non può diventare uno "strumento" negoziale nella partita con il governo sulla rottamazione. E ancora: qui non è in discussione nemmeno il diritto di una grande impresa privata di rivedere la dislocazione dei suoi impianti, in funzione della loro efficienza e della loro produttività. Per intenderci: la Fiat ha ragione quando sostiene che a Termini Imerese conviene paradossalmente pagare i dipendenti senza produrre automobili. È una verità amara: in questi casi, davvero, il mercato è sovrano. Ma la Fiat ha torto se rifiuta a priori ogni ipotesi di vendita di quell'impianto, anche a un centesimo, o di investirci qualcosa in presenza di un eventuale progetto alternativo di riconversione industriale. La stessa cosa si può dire di Pomigliano d'Arco: la Fiat ha ragione quando denuncia l'antieconomicità e l'improduttività di quell'impianto, ma ha torto se rifiuta a priori la sfida di trasferire in quello stabilimento la produzione della Panda (oggi localizzata in Polonia) a condizione di ottenere un livello di flessibilità organizzativa pari a quella di Melfi (dove si produce la Punto). "Abbiamo imparato un sacco di cose nel 2009", ha assicurato Marchionne dopo il cda dell'altro ieri. Ma quando liquida tutti i problemi dicendo "chiudiamo", dall'altro capo dell'Oceano, dimostra che qualcosa deve ancora imparare. La politica ha sbagliato la sua strategia. Non ha senso continuare a impostare il problema degli incentivi con la solita solfa dei millenari "favori alla Fiat". Non perché i governi non gliene abbiano fatti: viceversa, soprattutto nella Prima Repubblica gliene hanno fatti fin troppi. Ma la rottamazione aiuta un intero mercato, non una singola azienda. Finanzia il consumatore, non il produttore. E in ogni caso quello che manca e che serve disperatamente a questo Paese è una politica industriale. In quali settori vogliamo che l'Italia sia forte e presente, nei prossimi vent'anni? Come possiamo alimentare e sostenere un adeguato volume di investimenti, pubblici e privati? Quali innovazioni legislative si richiedono, per la ricerca, la formazione e la contrattazione collettiva? Di tutto questo la politica non si occupa. Non è in grado di elaborare ricette. Su Termini Imerese il governo di Roma e la Regione Sicilia non propongono terapie da due anni. Nel frattempo, Palazzo Chigi si limita a dosare il "metadone" degli incentivi. La via più semplice, perché non richiede scelte politiche impegnative e oltre tutto serve a imbrigliare le aziende in una vecchia logica consociativa. Ma anche la via più fragile, perché quando le dosi finiscono il mercato non regge, e magari l'azienda si rifà sull'unico "fattore" produttivo che gli è più facile comprimere: il lavoro. Ma c'è un elemento di fondo, che sfugge tanto alla Fiat quanto alla politica e che ora condiziona fortemente il rapporto che li contrappone. Quell'elemento si chiama globalizzazione. Abbiamo salutato tutti, com'era logico e giusto, lo "sbarco" della nostra casa automobilistica negli Stati Uniti. La trionfale "operazione Chrysler" ha segnato l'inizio di una nuova era, per il gruppo del Lingotto. Il successo di Marchionne in America ha avviato il passaggio da una dimensione "locale" a una proiezione globale. Ma oggi il processo è in pieno corso, e non è ancora compiuto. La Fiat non è più un campione nazionale, è già un'azienda trans-nazionale, ma non è ancora un gruppo multi-nazionale. Marchionne, ormai, passa più tempo a Detroit e nel mondo, di quanto non ne passi a Torino. Dal suo punto di vista, una fabbrica in Sicilia o in Campania vale tanto quanto una fabbrica in Wisconsin o in Missouri. Nel 2009 gli impianti brasiliani (750 mila vetture prodotte) hanno superato quelli italiani (722 mila vetture prodotte). Sul totale della produzione automobilistica, il valore aggiunto creato in Italia raggiunge i 7 miliardi, contro i 61 della Germania, i 19 della Francia e i 13 miliardi della Gran Bretagna. La stessa cosa vale per gli occupati, la cui quota italiana è infinitamente minore di quella degli altri mercati. Per la prima volta, oggettivamente, l'Italia non è più il centro del mondo per la Fiat. Questo cambia radicalmente i livelli e i piani di interlocuzione politica, industriale e sindacale. Mentre Scajola e Sacconi sbraitano contro "il ricatto" e la Cgil e la Fiom gridano allo scandalo per la cassa integrazione, Marchionne neanche li sente. Da ieri è già nei suoi uffici nel Michigan, a occuparsi di Chrysler. Viene in mente, parafrasato, un film con Leonardo Di Caprio: prova a prenderlo. O, più banalmente, torna utile uno slogan che circola nella blog-sfera: "Marchionne, un canadese che vive in Svizzera, produce auto a Detroit, ama le fabbriche polacche e fa i grandi numeri in Brasile". Altro che "italian job": queste sono le public company del pianeta globale, bellezza. Ma se questa è la realtà, a Torino abbiamo un problema. John Elkann fa bene a ripetere che "il cuore e la testa" del gruppo restano lassù, al Lingotto. Ma i fatti dimostrano il contrario. E questo, se non è ancora un problema per la Fiat, presto può diventarlo per l'Italia.

 

Corsera - 28.1.10

 

Milano. Giro nella città avvelenata: i picchi al bar e nel metrò - Gianni Santucci

MILANO - «Guarda che roba, io qua ci lavoro tutto il giorno». Il vigile si avvicina, sbircia sul display, scuote un po' la testa. Il valore della centralina portatile è a 108. E sale, mentre al semaforo si fermano un autobus e un paio di vecchi camion diesel, di quelli che trasportano terra e sputano fumo scuro. Lo strumento si aggiorna a 124, due minuti dopo segna 132. Lo smog reale è questo. Più alto, più aggressivo, più acre rispetto al valore «piatto» che le agenzie per l'ambiente delle Regioni calcolano sulla media delle 24 ore. Milano alle tre e mezza di pomeriggio, piazzale Lotto, snodo della circonvallazione, traffico intenso: le polveri sottili sono una volta e mezza sopra la soglia di 50 microgrammi per metro cubo che dovrebbe proteggere bronchi e polmoni. «Mi bruciano anche gli occhi», dice il vigile. Lo smog reale è una serie di impennate e discese. È la micropolvere sospesa nell'aria che si respira davvero, minuto per minuto, aspettando ai semafori, pedalando tra le auto, portando i bambini a scuola. Si può misurare con la centralina Aerocet 531 dell'azienda Met One, presa a noleggio ieri dal Corriere. I picchi di inquinamento che si incontrano nel traffico cittadino vengono «riassorbiti» nelle medie ufficiali, quelle che considerano anche le ore notturne. Se martedì il valore della centralina dell'Arpa era 93, ieri (nonostante il vento) camminando per Milano il Pm10 era ben più alto, mai sotto la soglia di 110. Prima verifica in piazza del Duomo, isola pedonale, i valori si aggirano sul 100. In via Dante, avvicinandosi alle strade trafficate, si sale a 120. In piazzale Loreto, intorno alle 12, si arriva a 130. Scendendo le scale del metrò alla fermata Cairoli, sul mezzanino, il Pm10 schizza fino a 250: cinque volte sopra il limite di legge. «Il principale effetto dell'inquinamento sulla salute è quello a lungo termine - spiega Giovanni Invernizzi, allergologo e responsabile del Laboratorio per la ricerca ambientale della Società di medicina generale (Simg) -, ma i picchi di esposizione hanno effetti a brevissimo su categorie sensibili, come i cardiopatici e gli asmatici». Una persona sana può avvertire fastidi al naso e agli occhi. «Ma molti studi scientifici - continua Invernizzi - dimostrano che passare un'ora con le polveri sopra i 100 microgrammi comporta reazioni che favoriscono l'asma. Senza allarmismi, le persone a rischio devono conoscere questi effetti e prendere precauzioni». Attraversando la città, la centralina offre indicazioni su luoghi protetti (l'interno di un ufficio con un buon condizionamento) e rischi inaspettati: fumare una sigaretta all'aperto può far salire il Pm10 a 250, pur se in un'area ristretta e per breve termine. In un bar con le piastre accese, e non ben pulite, l'aria può essere asfissiante. Intorno alle 16 in piazza Scala, di fronte al Comune, le polveri si mantengono al doppio del limite. Entrando a Palazzo Marino, «casa» del sindaco Moratti, scendono di poco e oscillano, a seconda delle sale e dei corridoi. Solo al secondo piano, per pochi minuti, rientrano nel limite di legge.

 

Inquinamento, le dieci proposte degli ambientalisti per sconfiggerlo

MILANO - Nella giornata in cui in città è tornato il sole, (purtroppo) battendo sul tempo l'altrettanto desiderata pioggia, Italia Nostra e Legambiente, insieme ad alcuni consiglieri comunali di Milano e all'ex assessore all'ambiente Edoardo Croci, hanno presentato una lista di dieci proposte concrete per diminuire da subito l'inquinamento in città dove da oltre 15 giorni il Pm10 supera la soglia di allarme. Il problema è serio e le cifre sui danni alla salute, fornite da Luca Carra di Italia Nostra, sono allarmanti: «Centocinquanta morti all'anno come effetto immediato per l'inquinamento da smog e 800/1000 circa da malattie croniche». L'ex assessore comunale all'Ambiente Edoardo Croci aggiunge: «È di due anni in meno l'aspettativa di vita di un milanese». Cosa fare? Ecco dunque una lista di dieci proposte concrete per diminuire da subito l'inquinamento nel capoluogo lombardo. LE PROPOSTE - 1) Estendere l'ecopass a tutti i mezzi che accedono ai Bastioni, previa informazione ai cittadini; 2) applicare una low emission zone in tutta la provincia e oltre; 3) al terzo giorno di superamento della soglia d'allarme: car pooling ai 67 varchi dalle 7,30 alle 9,30 con almeno due persone per mezzo, divieto di circolazione di giorni per i mezzi pesanti in tutta la città, blocco circolazione fine settimana dalle 10 alle 18, validità giornaliera del biglietto atm da un euro; 4) ridurre la velocità a 80 km/ora sulle strade e 90 km/h sulle autostrade nei giorni di superamento dei limiti di qualità dell'aria; 5) depennamento dall'agenda del tunnel Linate-Rho; 6) potenziamento della ciclabilità, estensione del bike sharing e stazioni di bicilette in tutte le principali stazioni ferroviarie; 7) intervento straordinario sule potenziamento dei mezzi pubblici; 8) riscaldamento: riduzione da 14 a 12 ore giornaliere nei 1500 immobili comunali, fare rispettare il divieto regionale di riscaldamento negli spazi comuni dei condomini; 9) rimuovere gli ostacoli burocratici e facilitare gli investimenti di risparmio energetico; 10) moratoria su tutti i parcheggi con posti a rotazione, a partire da quello di sant'Ambrogio. Per Edoardo Croci è anche l'occasione per commentare le affermazioni del sindaco Letizia Moratti che in una lettera al Corriere della Sera aveva, tra l'altro, affermato che l'inquinamento è diminuito rispetto agli anni precedenti e che la situazione è peggiore in altre città d'Italia. «La minimizzazione del problema non è coerente con la politica che il Comune di Milano ha seguito in questi anni. Dire che le altre città stanno peggio non serve, visto che il problema è grave e ha conseguenze immediate. Serve che l'impegno ci sia», ha spiegato. Infatti, secondo Croci, «quest'anno è mancato un segnale, che mi sarebbe piaciuto fosse stato l'eliminazione delle deroghe all'Ecopass che lo indeboliscono, cosa che invece negli altri anni era stato dato». Dati alla mano Croci, boccia anche la proposta della Lega Nord di intervenire contro lo smog con le targhe alterne: «Il provvedimento delle targhe alterne, così come quello delle domeniche a piedi, non serve». «Le targhe alterne sono inefficaci. Lo dice uno studio del Comune stesso con l'Agenzia mobilità e ambiente, che ha analizzato tutti gli episodi di targhe alterne che ci sono stati nel decennio, dove si evidenzia che non hanno avuto impatto», ha detto Croci. «Bisogna stare attenti a utilizzare strumenti che siano efficaci, credibili, testati e anche non gravati da un costo sociale eccessivo», ha aggiunto, rilanciando invece un possibile rafforzamento dell'Ecopass. «Bisognerebbe approfittare dell'emergenza - ha concluso - per testarne un potenziamento».

 




Data notizia28.01.2010

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