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Politica Italiana


 

Manifesto - 29.1.10

 

Le colpe rovesciate - Enrico Pugliese

Mi capita di ascoltare le dichiarazioni del presidente del consiglio «meno immigrati meno criminalità» mentre sono in viaggio per un convegno dal titolo «Quando toccava a noi: a proposito dei fatti di Rosarno». Occasione: la presentazione di un libro, «Morte agli italiani!», sul massacro di Aigues-Mortes. Nel corso del dibattito mi risultano sempre più chiare ed evidenti le analogie tra quello che è successo a Rosarno e quello che è successo a Aigues-Mortes, in Provenza, un centinaio di anni addietro quando dieci italiani (settanta o ottanta nella vulgata storica) vennero uccisi in un pogrom. Ci sono anche differenze. Ad Aigues-Mortes c'è stato un vero e proprio massacro che per fortuna a Rosarno non è accaduto. Ma se guardiamo le parti in causa e il ruolo giocato da gruppi sociali e istituzioni, le analogie sono incredibili. A Aigues-Mortes come a Rosarno le condizioni in cui vivono gli immigrati sono di assoluta miseria e invivibilità. In ambedue i casi il livello di sfruttamento dei migranti è enorme e, non a caso, in ambedue i casi ci sono i caporali. Un'altra cosa che colpisce sono i commenti delle rappresentanze istituzionali, anche qui con analogie e differenze. Di queste la più rilevante è che noi abbiamo un governo di destra mentre il governo repubblicano francese del 1893 è progressista. Ma a fare la parte di Berlusconi ci pensa l'equivalente della nostra Lega, che non a caso si chiama Ligue des Patriotes. Inoltre gli italiani vengono rappresentati dalla stampa e dall'opinione pubblica come sono rappresentati ora gli immigrati di Rosarno. Vengono considerati degli attaccabrighe, persone che tolgono il pane di bocca ai lavoratori francesi. Così come Berlusconi oggi invita a considerare gli immigrati dei criminali potenziali o effettivi seguendo la strategia di Maroni: rovesciare causa ed effetto e imputare agli immigrati la responsabilità della condizioni in cui si trovano e di cui sono vittime. Un altro aspetto che colpisce nella storia di Aigues Mortes è l'andamento del processo: gli italiani massacrati diventano gli imputati, tant'è che i giornali parleranno del processo come dell' "affaire Giordano", dal nome di un italiano che partecipò ai primi scontri. Non solo la stampa ma anche l'autorità giudiziaria dimenticano completamente il ruolo dei sobillatori che determinarono il massacro. Ma le analogie sono anche nei piccoli particolari. A Rosarno, dove ha brillato per la sua assenza anche la sinistra, abbiamo ora una presenza coraggiosa rappresentata dal parroco, che riesce a mettersi contro i manifestanti anti-immigrati. Ad Aigues-Mortes un secolo prima si era verificata la stessa cosa. Morale della favola: capita ai nostri immigrati quello che è capitato a noi cento anni prima. La lezione che si può ricavare è che l'aver sofferto ieri come emigranti non ci aiuta ad avere solidarietà per gli immigrati di oggi. Questo è possibile solo nella misura in cui i fenomeni vengono riletti, elaborati e riproposti in una interpretazione progressista dalle istituzioni. I governanti dovrebbero lanciare messaggi sdrammatizzanti e di solidarietà. L'opposto di quello che ha fatto Berlusconi ieri.

 

«Meno immigrati, meno crimini» - Cinzia Gubbini

L'operazione è trasparente: se l'Italia ha un problema storico di criminalità organizzata interna, il discorso viene costruito partendo da un capro espiatorio esterno. Il solito capro espiatorio: gli immigrati. Ieri al consiglio dei ministri ospitato a Reggio Calabria è andata in scena un sopraffino esempio di discorso razzista. Inizia il premier Silvio Berlusconi illustrando i «risultati molto positivi» ottenuti dal governo «sul piano del contrasto all'immigrazione clandestina». La frase incriminata: «Perché poi - dice Berlusconi prima di passare la parola al collega leghista Maroni - la riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare la schiera della criminalità». Sembra di stare al bar invece che a una conferenza stampa convocata per discutere di un tema importante come la lotta alla mafia. Ma potrebbe anche sembrare il solito strafalcione berlusconiano, non è d'altronde la prima volta che il premier straparla. Invece no. Perché quando la palla passa al ministro dell'Interno si scopre che l'intera riunione del governo è stato costruito su queste premesse. «Ho distribuito stamattina ai ministri - dice Maroni - due documenti che rappresentano i risultati raggiunti dal governo nella lotta all'immigrazione clandestina e nella lotta alla mafia». Praticamente la stessa cosa. Anzi, nell'ordine delle priorità viene prima la lotta all'immigrazione clandestina e poi la lotta alla mafia. I numeri si conoscono e non sono nuovi: -74% di sbarchi a Lampedusa nel 2009, percentuale che sale al 90% partendo da maggio mese dell'entrata in vigore dell'accordo con la Libia. Si tratta dei respingimenti indiscriminati fortemente contrastati dall'Alto commissariato delle Nazioni unite dei rifugiati e sulla cui legittimità permangono fortissimi dubbi. Ma tutto questo non conta. Al contrario Maroni informa che l'accordo verrà perfezionato «perché non ci accontentiamo del 90% ma vogliamo arrivare al 100%». Il discorso va avanti su questi toni: Berlusconi annuncia che l'Italia lavora perché l'Europa si accolli i costi della vigilanza delle coste «e dei rimpatri di queste persone» (spesso in Eritrea); Maroni informa che la prossima settimana verranno consegnate alla Libia le tre ultime motovedette come da accordo; Berlusconi interloquisce: «perché questi paesi fanno da sentinelle ai clandestini che invece dall'Africa verrebbero nei paesi del benessere europeo». La spersonalizzazione di un dramma mondiale, operato in una regione che ha appena partorito i pogrom di Rosarno. Sul premier è polemica: parte Angela Finocchiaro con un'equazione che la porterà più tardi a porgere le sue scuse a Berlusconi «allora meno premier meno criminalità». Il Pd una volta tanto interviene con decisione. Parla il segretario del Pd Pierluigi Bersani: ««Una frase così ci mette fuori da qualsiasi contesto moderno. Un governo non può sempre agitare le paure, deve saper anche guidare il paese alla razionalità». Dice la sua anche Livia Turco, accusando il premier di volgarità e ricordando il contributo dei migranti allo stato sociale del paese. «Infatti Badalamenti, Totò Riina e Provenzano sono noti immigrati extracomunitari...», ironizza il presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti. Duro anche l'Idv con il capogruppo alla Camera Massimo Donadi: «L'Italia ha bisogno di leggi severe ma giuste e non di inutili slogan razzisti che alimentano il clima di intolleranza». L'uscita di Berlusconi in puro stile leghista non è usuale. Tant'è che in serata, in un'intervista a Porta a Porta il premier aggiusta il tiro: «La lotta alla criminalità - precisa - passa anche attraverso il contrasto alla clandestinità: chi viene qui e non ha un lavoro, può essere forzato a volte a consegnarsi alle organizzazioni criminali». Tutt'altro discorso, certamente condivisibile, e che contraddice la linea del governo tutta mirata a ridurre le possibilità di ingresso e soggiorno legale in Italia dei migranti (l'ultimo esempio, lo stralcio della direttiva comunitaria che permetterebbe agli stranieri di ottenere un permesso se denunciano il datore di lavoro illegale). Infatti sulla questione interviene al fondazione Migrantes della Cei: «Se è vero, come dice il premier e la nostra indagine di qualche mese fa conferma, che episodi di criminalità coinvolgono in percentuale maggiore gli immigrati clandestini, allora occorre lavorare per regolarizzarli». L'atteggiamento del Cavaliere a Reggio Calabria viene quindi interpretato come un inchino alla Lega e alla sua fetta di voti in vista delle prossime regionali. Dentro al Pdl, però, le anime sulla questione sono divise. Ancora ieri il presidente della Camera Gianfranco Fini, in occasione di un libro sull'Unità d'Italia, ricordava l'apporto positivo all'Italia degli immigrati. Tocca allora al presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, berluscones ex An a gettare acqua sul fuoco: «Ovviamente il premier si riferiva agli immigrati che vengono in Italia per delinquere». Ovviamente.

 

Veneto balcanico. Una «polisia» secessionista - Sebastiano Canetta

TREVISO - Erano pronti ad uccidere per ammainare il tricolore dal Nord Est. Disposti a morire, pur di abolire il giogo di tasse e multe imposte dallo «straniero invasore». Sognavano il golpe venetista con tanto di martiri votati alla causa della secessione. Nel mirino della Polisia della Marca tutte le istituzioni, senza distinzioni: carabinieri, guardia di finanza e perfino i vigili urbani. Altro che "macchiette", buffoni da osteria, innocui "bravi" di paese. Non erano solo «chiacchiere e distintivo» i 14 paramilitari accusati di aver messo in piedi una vera e propria banda armata di stampo separatista. Lo dimostrano le intercettazioni telefoniche disposte dal Procura della Repubblica di Treviso che ha disarticolato gli eversori di Marca. Dai fascicoli sulla scrivania di Antonio Fojadelli saltano fuori gli «atti di guerra» dei polisiotti veneti. Una follia alimentata da piani operativi, campi di addestramento per «truppe speciali», poligoni di tiro e campagne di arruolamento per l'esercito di «patrioti» deciso a cambiare bandiera. Emergono le prove giudiziarie del delirio autonomista di sedicenti ministri degli Interni, capi di governo, giudici, ufficiali e reclute disposti a eliminare fisicamente gli «oppressori», cioè gli italiani. Viene a galla un programma perverso quanto surreale, condito con proclami, editti e documenti che incitano alla rivoluzione nel nome di San Marco. In testa il chiodo fisso dei soldi che non bastano mai: schei per stipendi e uniformi della Polisia, ma anche per pagare le odiose gabelle pretese del «governo di Roma». Alla viglia delle elezioni regionali il Nord Est fa i conti con la rivolta dello Stato delle Venethie che non si accontenta di Luca Zaia governatore. E così, archiviata l'era Galan, il Veneto scopre il sottoprodotto di un federalismo artefatto, nebuloso, urlato, su cui politicamente hanno soffiato cani e porci. Le intercettazioni della Digos di Treviso radiografano i sintomi della metastasi autonomista e provano che il «piombo» promesso da Umberto Bossi & C qui viene preso sempre sul serio. Mercoledì 20 gennaio a Treviso tutti hanno potuto leggere le intercettazioni dei polisiotti di Marca pubblicate sulla Tribuna dalla cronista Sabrina Tomé. E anche farsi un'idea dell'omertosa rete di connivenze e complicità fornite da commercianti senza scrupoli, disposti a vendere divise e cinturoni ai «partigiani» veneti. Nelle registrazioni spiccano le inquietanti conversazioni tra Sergio Bortotto (ministro dell'Interno dello Stato delle Venethie), Paolo Gallina (comandante della Municipale di Cornuda), Loris Palmerini (presidente del tribunale del popolo veneto) e Daniele Quaglia (portavoce del Life a Cornuda). Oltre a Giuliana Merotto, madre di Gallina e direttore del bimestrale Marcaperta che ha pubblicato i bandi di arruolamento della Polisia corredati del patrocinio della Provincia di Treviso guidata dal presidente leghista Leonardo Muraro. I primi segnali dell'eversione risalgono al 20 agosto 2009. Alle 9.20 del mattino si attiva un cellulare intestato al Comune di Cornuda. Al telefono Gallina parla con lo zio che vuole sapere se il «lavoro» prosegue bene. «Sempre meglio» fa sapere il capo dei vigili. E aggiunge: «Fra un po' si cambia anche polizia, quindi meglio di così. Preparati a cambiare bandiera. Non sto scherzando: non sono mica da solo, Non parlo perché vado all'osteria. La cosa è molto più vasta». Il parente esprime perplessità per una strategia quanto meno azzardata, ma Gallina lo rimprovera: «Bisogna morire per i bambini, per le future generazioni, per dare la svolta e interrompere l'incubo di questa Italia di merda. Se tutti si tirano indietro i tuoi figli faranno una vita anche peggio della tua». Per gli inquirenti è uno dei tanti tasselli del puzzle separatista dei paramilitari trevigiani. Un pezzo del mosaico eversivo che riporta anche momenti di involontaria comicità. Il 1 agosto 2009 mezzora di di conversazione tra Palmerini e Quaglia rivela grado e livello dell'organizzazione della rivolta anti-italiana. Emergono anche i primi dissidi tra il presidente del tribunale veneto e il "sindacalista" della Life. Al centro dello scontro un decreto che suona come una dichiarazione di guerra alla Repubblica con Roma capitale. Palmerini è convinto che gli "sbirri" si siano spinti oltre i confini della legalità e anche del buon senso. Rilegge al telefono il documento predisposto dall'ala militare del gruppo. «Qualsiasi atto o azione posta in essere nel territorio dello Stato delle Venezie da stati, enti, organizzazioni straniere che comprometta la sovranità del popolo veneto, sarà considerato un atto di guerra». Poi chiede spiegazioni: «Ma cosa vuol dire stranieri?». «Può essere un italiano, un austriaco o un ente greco...» risponde Quaglia. Palmerini insiste. Vuole capire il senso di una «bomba» non solo verbale: «Intendi qualsiasi atto? Tu non puoi dichiarare guerra perché uno ha fatto una pisciata non autorizzata». Segue la replica piccata del portavoce del Life: «Ma sono loro che dichiarano guerra». Il contrasto tra i due appare insanabile «Ti rendi conto che qualsiasi atto vuol dire...un vigile che ti dà una multa, secondo quello che avete scritto. Non ti sembra un po' ridicolo?» obietta Palmerini. Quaglia non si scompone: «Potrebbe essere un atto di oppressione fatto in un territorio...» A nulla serve il tentativo di Palmerini di riportare il lume della ragione nella Polisia: «Ma siete cretini? Capite cosa state dicendo? Se io pubblico questa cosa tu devi capire che se domani un tizio spara alle spalle a un poliziotto che gli ha dato una multa, è legittimato a farlo in quanto il poliziotto ha fatto un atto di guerra». Nessun problema per Quaglia. L'importante è che «prima ci sia una comunicazione a tutte le autorità italiane che sono presenti sul territorio». Avverte Palmerini: «Sì ma se questa cosa viene fuori scoppiano le bombe subito. Le mettono gli italiani e dichiareranno che siete stati voi. E con questa scusa manderanno i carri armati!». Il 5 settembre presenterà le dimissioni dal gruppo. «Parlate sempre di guerra e di armi» accusa. Altrettanto surreali erano sembrate le registrazioni del 31 luglio, quando il "ministro" Bortotto aveva contattato Giuliana Merotto per discutere la foggia delle uniformi per i «patrioti» del Veneto. Emerge l'inquietante edonismo degli eversori veneti preoccupati da modello, taglio e qualità delle divise dell'esercito di "Liberazione". «Stamattina siamo andati in una ditta e abbiamo trovato a 25 euro la camicia con tutti gli stemmi stampati sopra - racconta Bortotto - Potrebbe diventare il fornitore ufficiale, quindi ci farebbe ancora meno». E ancora: «Pantaloni neri e camicia grigia o bianca. Che ne dici?». «Bianca è delicata» avverte, da buona massaia, Merotto. Seguono scambi di opinione sui modelli in voga. Per Bortotto l'ideale sarebbero fotocopie dei bobby londinesi «con l'aggiunta del bomber durante l'inverno». Sembra la preparazione al Carnevale. Ma non si tratta di un ballo in maschera. Lo prova il verbale di intercettazione del 20 agosto 2009, quando Gallina riassume a Bortotto la conversazione con Mario Turchetto, vicesindaco di Cornuda, in buoni rapporti con un commerciante di Ponzano che vende buffetteria militare a buon prezzo. Bortotto spiega: «Per i cinturoni operativi abbiamo trovato quelli a 9 euro, come quelli che avevo io in Calabria». Unico problema: «Le tute, a 33 euro l'una, sono di un blu un po' chiaro». Poco male: «Andiamo in lavanderia da Marco, le facciamo colorare di scuro e siamo a cavallo. Le facciamo come le tute di volo degli elicotteristi della polizia» precisa Bortotto. È un delirio senza limite: «Siamo già d'accordo: se domani avessimo l'Accademia ci fornisce tutto lui. Anche il lavaggio. Siamo andati a vedere su www.forzespeciali.it e lì ci sono i cinturoni coi buchi come quelli che avevo alla Celere». Le intercettazioni della Digos proseguono per tutto agosto 2009. Così la questura di Treviso viene a sapere che il 6 settembre 2009 è previsto l'esordio in pubblico della Polisia veneta. In teoria si tratta solo di una sfilata in divisa durante una manifestazione pubblica a Cittadella, nel Padovano. Ma tra i polisiotti spunta la paura per il salto nella realtà. Risultato: Molti volontari si tirano indietro all'ultimo momento. Per primo abbandona il 23 enne Alex Cafra di Conegliano: «Mi hanno messo tutta la domenica a lavorare» si scusa con i "capi". Il giorno dopo molla un'altra recluta: un volontario trevigiano che fa sapere di avere «la nonna all'ospedale». Defezioni che colpiscono anche lo Stato maggiore della milizia secessionista. Perfino Bortotto tradisce perplessità per la prima operazione "in chiaro": «Vengo malvolentieri, solo per il gruppo, perché non credo in questa cosa qua». il 1 agosto 2009 il «ministro degli Interni» aveva però creduto all'abolizione delle multe da parte del futuro governo veneto. L'aveva confidato a un simpatizzante rivelando anche il contenuto del decreto predisposto da Quaglia. «Avete fatto bene, porco cane» risponde l'altro polisiotto che definisce lo Stato italiano «quei quattro maiali». Bortotto, galvanizzato, rincara la dose: «E' ora di finirla anche con le multe fatte da carabinieri, polizia. Non saranno più valide: tutte annullate. Illegali per legge». Stessa storia per le tasse: «Non possono più pretendere soldi dal popolo veneto» sentenzia il capo della Polisia. Il 15 settembre un simpatizzante telefona a Bortotto per chiedere se gli sconti sull'assicurazioni praticati alle polizia locali valgano anche per loro. «Faremo al più presto anche le nostre assicurazioni» promette il «ministro». Insieme alla garanzia di uno stipendio di 3 mila euro al mese. Un mese prima la Digos aveva registrato la prova di piani di addestramento militare del gruppo. Il 16 agosto 2009 Bortotto e Gallina avevano discusso di un possibile poligono di tiro individuato nella zona del monte Cimon, vicino al rifugio Posa Puner a mezza strada tra Combai e Miane: «Dovremo fare delle squadre... speciali» suggerisce Bortotto. A Gallina viene da ridere: «Ma su una baita, Sergio?».

 

La politica non sale sui tetti - Loris Campetti

Quando quest'estate il caso Innse conquistò le prime pagine dei giornali e bucò il video, fummo facili profeti nel prevedere che, con l'arrivo dell'autunno, le nebbie della «politica» avrebbero oscurato le mille lotte nate sull'esempio di quei lavoratori sul carroponte. La prima volta i gesti estremi fanno notizia, tanto più se è estate con la «politica» in vacanza. Il ritorno alla «normalità» abitua ai tetti invasi da operai che difendono il posto di in ogni modo. Non era successa la stessa cosa con la strage alla Thyssenkrupp? Grande risonanza mediatica e politica, ma chi vede oggi i 3-4 morti al giorno sul lavoro? Ci spiegano anzi che i «caduti» sono un po' diminuiti nel 2009, nascondendo l'evidenza: la crisi ha ridotto fortemente le ore lavorate e il risparmio di vite è numerico, non percentuale. Lavoro oscurato, lavoratori rimossi. Non è una scelta che riguardi soltanto i media: dov'è finito l'interesse - se non la centralità - del lavoro nelle agende di gran parte della sinistra, anzi dell'opposizione al governo Berlusconi? E se compare in qualche postilla delle agende, è inutile cercarlo nelle pratiche e nelle scelte politiche. Una conferma illuminante viene dal dibattito e dai conflitti che sulle alleanze elettorali, le scelte di candidati sindaci e presidenti di regioni. Il lavoro - le persone fisiche che si arrabattano nella precarietà e nella cassa integrazione, quelle che si incatenano ai cancelli o scalano i tetti per difendere salari, dignità e futuro, gli ex lavoratori vittime della crisi e della sua gestione - ridotti a comparse. Si può obiettare che i contenuti in generale e non solo il lavoro sono estranei ai processi politici elettorali. Un'aggravante, non una consolazione. Il criterio che muove la ricerca di alleanze da parte del Pd (e non solo) è «geografico», centrato sulla conquista del «centro» dello schieramento politico, salvo poi accorgersi, in molti casi, di essere stati da esso conquistati ed espugnati. Chi ancora ragiona sulla composizione sociale per definire le alleanze e si chiede quali siano il campo e gli interlocutori di un «blocco» antiberlusconiano, mette a fuoco i diritti civili, perdendosi per strada quelli sociali. E' vero o no che la libertà vale doppio, rispetto all'eguaglianza e alla fraternità? I lavoratori dipendenti, per non dire degli operai, meritano interesse solo in quanto «cittadini», anzi come consumatori farebbero più punti ma dentro la crisi sono piuttosto latitanti. Per fare solo un esempio, la candidatura di Emma Bonino alle elezioni regionali del Lazio è senz'altro coraggiosa, se non altro perché la città di Roma vive gomito a gomito con un sempre più invadente Vaticano. Un segnale in controtendenza. Però non si può nascondere l'imbarazzo di tanti lavoratori segnati dalla crisi a esprimere un voto a chi pensa che per uscire dalla crisi provocata dal liberismo si debbano scegliere ricette liberiste. Quella croce sulla scheda elettorale sarà sofferta per una parte del popolo dei cancelli, degli uffici, dei tetti e dei silos. C'è da sperare che non prevalga il masochismo di chi si sente «tradito», fino al punto di dare un voto di protesta a una «sindacalista», per quanto post-fascista, come la Polverini - una candidatura populista ma certamente furba. E c'è da temere il non voto. Cambiare l'interlocutore è legittimo, bisognerebbe capire se paga anche in termini elettorali. L'importante è che il giorno del prossimo scrutinio nessuno che voglia costruire un'alternativa a Berlusconi, ci inondi con le sue lacrime e le sue domande sulle ragioni del «tradimento» degli operai e dei lavoratori. Quel rancore nei confronti della sinistra è figlio di un precedente e più grave «tradimento».

 

Serrata a Termini Imprese. Oggi tavolo con il governo - Sara Farolfi

Volato a Detroit il manager, parla il presidente. Decisamente più diplomatico (o forse semplicemente più politico), Luca di Montezemolo, nel tentativo di spegnere l'incendio Fiat alla vigilia dell'incontro al ministero dello sviluppo economico. Toni più dialoganti ma la sostanza non cambia. «Il ricorso alla cassa integrazione è la diretta conseguenza del crollo degli ordini che stiamo registrando in questo mese, addirittura peggiore rispetto a gennaio 2009 quando il mercato toccò il punto più basso», dice il presidente Fiat, «le condizioni di svantaggio competitivo dell'impianto di Termini Imerese e la non economicità industriale rendono impossibile proseguire la produzione oltre il 2011». Montezemolo mette sul piatto la scelta di portare la produzione della Panda a Pomigliano - «una scelta impegnativa e coraggiosa che dimostra che Fiat ha a cuore lo sviluppo del paese» - ma, dato anche l'evolversi della vicenda dei 36 precari licenziati a fine anno, è certo che non basterà affatto a rasserenare gli animi. L'incontro di oggi tra Fiat, sindacati e governo (ma ci sarà anche il governatore siciliano Lombardo) si annuncia caldo. Soprattutto dai due presidi di Termini Imerese e Pomigliano d'arco, dove la protesta non accenna a placarsi. In Sicilia perchè l'antipasto della chiusura del sito è stato servito con il licenziamento di alcuni operai di un'azienda dell'indotto, nel napoletano perchè l'ostinazione a licenziare 36 persone non lascia presagire nulla di buono anche per la futura produzione della Panda. Infine quella che da molti è stata interpretata come una prova muscolare bella e buona: annunciare due settimane di cig a due giorni dall'incontro con il governo e il giorno dopo avere strombazzato ai mercati un sostanzioso dividendo per gli azionisti.

Prova muscolare anche a Termini Imerese dove Fiat, ha risposto alle proteste degli operai solidali con i colleghi dell'azienda dell'indotto (sul tetto da 13 giorni), sospendendoli dall'attività lavorativa. Decisamente troppo anche i metalmeccanici della Uil, solitamente meno conflittuali: «È una cosa illegittima, una serrata mascherata, perchè Fiat fa entrare alcuni lavoratori mentre per tutti gli altri la fabbrica è chiusa e questo è inaccettabile». A Termini Imerese la tensione è palpabile, scarse le aspettative sull'incontro di oggi. Dice Roberto Mastrosimone (Fiom Cgil): «Qui sta per esplodere una bomba che non risparmierà nessuno. Governo, Fiat, politica e società civile, e anche i sindacati di ci anche io faccio parte, tutti saranno corresponsabili di questo dramma sociale». Oggi al tavolo ci sarà anche la task force costituita da Scajola, ministro delle attività produttive, per sondare il terreno alla ricerca di possibili acquirenti per lo stabilimento siciliano, anche se i nomi usciti finora (Cimino, Rossignolo e gli indiani della Reva) non rassicurano nessuno. Secondo Guglielmo Epifani (segretario Cgil) «mettere in cassa integrazione 30 mila lavoratori proprio quando si deve affrontare con il governo la chiusura di uno stabilimento dimostra che l'azienda sta mettendo benzina sul fuoco». In ballo c'è anche il rinnovo degli incentivi (di cui Fiat ha bisogno assoluto nelle attuali condizioni di mercato), per i quali il governo sembra orientato a aspettare la decisione europea di inizio febbraio. Quanto alle parole di Montezemolo, il ministro Scajola le ha apprezzate ma ha detto: «Se ci saranno chiusure ci dovrà essere un lavoro comune per mantenere le realtà industriali». Secondo l'Idv però, «Scajola oggi abbaia e domani, docile docile, chiederà sicuramente il rinnovo degli incentivi per Fiat».

 

I padroni della crisi. Chiude Davos senza risultati - Galapagos

Da domani, tutti a casa: anche per quest'anno il Word economic forum di Davos viene archiviato senza risultati concreti. Come lo scorso anno, quando i potenti del mondo si trovarono a fronteggiare una crisi tremenda senza un straccio di azione coordinata. Ora il peggio sembra alle spalle, ma non c'è ottimismo: «crescita modesta» sostiene Trichet. E, ancora una volta, tutti in ordine sparso. L'unica novità è la «provocazione» lanciata da Obama sulle banche, accusate di essere troppo grandi per lasciarle fallire senza disastrose conseguenze sul sistema sociale. Di qui una proposta netta: occorre tornare a una separazione tra banche commerciali e banche d'affari, Insomma, bisogna evitare commistioni, relazioni incestuose. Ma come è stata accolta la proposta di Obama? E come si concilia con la posizione alternativa dell'Europa che insiste, invece, per un rafforzamento patrimoniale delle banche? Diciamo che un po' si concilia, ma i governi prendono tempo e, come ha suggerito Sarkozy «rinviamo ogni decisione al G20». Il presidente francese non ha tutti i torti: i parametri patrimoniali delle banche europee sono molto più alti di quelli degli istituti statunitensi o asiatici. E questo, indubbiamente pone problemi di concorrenza. In altre parole, per frenare le dimensioni eccessive delle banche, sarebbe necessario una immediato aumento del patrimonio, una forte iniezione di capitale di rischio. Banche a parte, si è discusso anche di crisi e di «exit strategy». Tutti d'accordo che in alcuni paesi (Cina, in testa) la ripresa sembra decollata, ma - in particolare nei vecchi paesi industrializzati - non si avvertono segnali forti di avvio della ripresa. Il problema centrale rimane il lavoro: i piccoli sussulti fatti registrare dai Pil di tutto il mondo non sono sufficienti a riassorbire la disoccupazione. E i minori salari si riflettono in bassi consumi e, di conseguenza, bassa crescita. Senza la possibilità per quasi tutti i paesi di alleggerire la pressione fiscale, visto lo stato pietoso di quasi tutti i conti pubblici. Un segnale preoccupante, ieri, è arrivato dagli Usa: in dicembre gli ordinativi di beni durevoli sono cresciuti di appena lo 0,3%. Al tempo stesso è stato rivisto al ribasso il dato già brutto di novembre, mentre su base annuale gli ordinativi sono precipitati del 20,2%, la più forte caduta di sempre. Risultato: le borse europee, che in mattinata guadagnavano oltre un punto percentuale, hanno ripiegato e sono andate in rosso con perdite superiori all'1,5%. Così come le borse statunitensi, a un paio di ore dalla chiusura. Un intervento importante, ieri, a Davos è stato quello del presidente della Banca centrale europea, che nel corso di una tavola rotonda ha esordito affermando: siamo ancora tutti sotto stress. Sia l'Europa che gli Stati uniti. Poi ha continuato ricordando che per l'Fmi, il deficit della zona euro nel 2009 sarà del 6% e negli Usa del 10%. Quindi abbiamo tutti grossi problemi. Ma il Patto di stabilità e crescita ha funzionato, anche se facciamo sempre richiami al suo rispetto. Abbiamo avuto la capacità di resistere alla destabilizzazione delle finanze pubbliche». Per il presidente della Bce, «ogni paese ha avuto i suoi problemi che deve risolvere individualmente». E comunque i problemi accusati dalla Grecia «non sono diversi da quelli affrontati da altri Paesi industrializzati». Trichet ha anche insistito sul fatto che all'interno della zona euro c'è una varietà di specificità economiche, come avviene anche negli Usa. «Dobbiamo tutti ricordare che la Grecia non è la Finlandia, che la Spagna non è la Germania. C'è diversità in questa vasta zona economica che è grande come gli Usa e dove del resto il Missouri non è come la California». Parlando del ruolo delle banche, Trichet ha affermato che «devono essere più trasparenti. Il loro maggiore problema è ristrutturare i bilanci ed essere nella posizione di fare il loro lavoro che è finanziare l'economia reale. Devono farlo con tutti i mezzi possibili». Per rafforzarsi patrimonialmente, le banche «devono mettere da parte i loro utili e non distribuire larghi dividendi o bonus». Il primo ministro greco George Papandreou ha invece lamentato che c'è un attacco speculativo contro il suo paese e contro l'euro. Invece Zapatero (che per 10 minuti non è riuscito a parlare per la mancanza di un interprete) ha garantito che la Spagna non lascerà la zona euro. La Cina è pronta ad adattare la sua politica monetaria «più flessibile in funzione delle circostanze», ha promesso il vicepremier cinese Li Keqiang per rispondere alle accuse di chi sostiene che lo yuan è sottovalutato. Insomma, tutti in ordine sparso.

 

I potenti senza egemonia che impoveriscono il mondo - Joseph Halevi

Quest'anno, alla riunione mondana di economia nella ricca ed esclusiva cittadina svizzera di Davos non corrisponderà il contraltare del forum di Porto Alegre, segno della fine del movimento no global proprio quando pratica e ideologia della globalizzazione sono entrate in crisi. Del resto i no global non hanno mai voluto fare un'analisi del capitalismo mondiale e oggi il Brasile di Lula non è più interessato a proseguire sulla linea della denuncia, visto che è cambiato sia il suo peso nel panorama internazionale che la sua situazione interna. Il fattore principale - se non esclusivo - del mutamento della posizione concreta di Brasilia si chiama Pechino. La Cina traina il Brasile, come il resto dell'America Latina - non il Messico, legato a doppio filo agli Usa, che invece è perdente - grazie alla grande domanda di materie prime e prodotti agricoli. Il Brasile è stato ripescato assai rapidamente dalla recessione che lo ha investito al momento dell'esplosione della crisi mondiale, a fine del 2008. La molla è stato il rilancio cinese, varato nel novembre di quell'anno, con Pechino che piazzava ordinativi di materie prime ovunque. Oggi il capitalismo agrario (carne e soia) e delle società minerarie - che fanno un tutt'uno con gli interessi finanziari - guidano l'economia brasiliana, con Lula come autista. Senza Porto Alegre, il ballo in maschera di Davos fa risaltare il potere senza egemonia delle stesse forze che hanno provocato la crisi. La situazione è chiara: disoccupazione galoppante e crolli industriali da Grande Depressione (negli Usa, nel 2009, le vendite di beni durevoli sono diminuite del 20,2% rispetto al 2008; in Italia ci saranno in marzo 30 mila cassintegrati nella sola Fiat). Se i paesi colpiti da questi fenomeni fossero attraversati sia da forti e organizzate tensioni sociali, sia da sfide intellettuali - non solo alle politiche economiche, ma anche alle strutture di classe - il panorama sarebbe diverso e la dislocazione del ruolo che nel passato ricopriva «Porto Alegre» sarebbe avvenuta in modo naturale. Ma oggi succede il contrario. Gli agenti della crisi avocano a sé stessi, senza opposizione, anche il diritto di precedenza e monopolio nella critica. E' il caso dell'intervento del presidente francese Sarkozy a Davos, mentre a casa lui e il suo governo continuano a privatizzazione e finanziarizzare l'economia, all'insegna della deflazione salariale. Tuttavia «potere» non significa egemonia nel senso programmatico del termine. Nessuno dei convenuti ha la più vaga idea di cosa fare davvero. Lo scontro sulle banche tra l'Europa e gli Usa riflette principalmente uno scontro tra differenti capitali monopolistici. In Europa le banche sono più capitalizzate, quindi molto meno in crisi rispetto a quelle statunitensi. Tuttavia, se queste ultime mirassero a raggiungere i livelli europei perderebbero notevoli quote di mercato. Ciò che unisce i partecipanti non sono le prospettive, inesistenti, ma che queste devono essere ricercate solo all'interno del dogma della deflazione salariale e della moltiplicazione ad infinitum dell'esercito industriale di riserva. Tanto si sbranano tra di loro, come in Italia ha dimostrato l'infamante pogrom dei nuovi ebrei africani a Rosarno. Se questo è possibile è perché «non c'è più il socialismo come sfida politica ed intellettuale». Lo dice John Kay sul Financial Times del 27 gennaio. Assolutamente da tradurre e leggere.

 

Sempre più Obama - Marco d'Eramo

Mercoledì notte abbiamo ritrovato lo straordinario oratore che avevamo conosciuto durante la campagna elettorale: chiaro, misurato, convinto. Per il suo primo discorso sullo Stato dell'Unione, davanti alle Camere riunite, il presidente degli Stati uniti Barack Obama ha dato il meglio di sé e ci ha ricordato - ove ce ne fosse bisogno - l'abisso che lo separa dal suo predecessore, George Bush jr., che per otto anni, nella stessa occasione, ci aveva ammannito insopportabili spataffiate della più bolsa e - sì - maligna retorica. E che differenza di sincerità! Quando mai si è sentito Bush ammettere rovesci e difficoltà, come invece ha fatto Obama? Il modello retorico a cui si è ispirato - non si sa se in modo conscio o inconscio - il redattore del suo testo è stato l'orazione funebre che lo storico greco Tucidide mette in bocca al signore di Atene, Pericle, per i caduti nel primo anno di guerra del Peloponneso (431-404 a. C.), in cui Pericle riconosce tutte le difficoltà del conflitto, ma rivendica la fierezza politica di essere ateniese. L'orazione tucididea di Pericle è per noi ammantata di tristezza perché quella guerra finì assai male per Atene. Anche dal discorso di Obama trasuda un elemento tragico, che era del tutto assente dai suoi interventi elettorali. Quasi una vena di disperazione. Perché la presidenza Obama si è presentata da subito come un test sulla capacità del capitalismo americano di autoriformarsi, nello stesso modo in cui la sua vittoria elettorale era stata letta come la capacità di autoriformarsi del sistema politico Usa, in grado di tirare fuori dal cilindro un Obama dopo aver sfornato per due volte un Bush. Quest'autoriforma del capitalismo Usa sembrava resa non solo possibile, ma necessaria dalla crisi finanziaria ed economica che lo aveva colpito e ne aveva minato l'egemonia mondiale. Però, come si è visto in seguito, né i banchieri di Wall street, né il sistema avevano alcuna intenzione di autoriformarsi: aspettavano solo che passasse la nottata, con i contribuenti a fornire «un letto per la notte», secondo la famosa poesia di Bertold Brecht. E appena la notte è sembrata trascorsa, tutto è ricominciato esattamente come prima. E Obama non è riuscito a realizzare nessuno, o quasi, dei cambiamenti che aveva promesso. La resistenza alle riforme è risultata persino superiore a quella immaginata dallo stesso Obama che sull'argomento non si era mai fatto eccessive illusioni, come ha ricordato mercoledì («non ho mai detto che cambiare sarebbe stato facile»). In un certo senso l'accidentato percorso del primo anno di Obama ricorda gli estenuanti, sempiterni dibattiti della sinistra extraparlamentare sulla possibilità o meno di cambiare il sistema dal suo interno. Per farlo, Obama si è attorniato di insiders sia della politica - come il suo capo dello staff Rahm Emanuel -, sia della finanza - come i suoi responsabili economici Larry Summers e Tim Geithner. Ma questi insiders sono tanto inside da essere incapaci di modificare l'ambiente in cui operano. L'esito finale è una generale perdita di credibilità da parte di Obama, che ora una maggioranza (sia pur lieve) di americani considera come uno capace di fare splendidi discorsi, ma incapace di far seguire poi i fatti alle parole. E qui emerge il secondo elemento di drammaticità del suo discorso: come può infatti un discorso dimostrare che un politico non è solo un grande parlatore? Il discorso sullo Stato dell'Unione conteneva dunque in sé la propria impossibilità logica (come posso dimostrare a parole che non produco solo parole?) che si traduceva nella sensazione che Obama dava di sbattere contro un muro, così chiara nell'implicita ammissione che si celava dietro la promessa (la minaccia?) «We do not give up. We do not quit.» («Noi non cediamo. Noi non molliamo»). Messaggi del tipo «Teniamo duro», «Tirem innanz» sono sempre indice di una situazione difficile. E questa difficoltà è patente nel contenuto del discorso. Non cambi l'asse della tua proposta politica se non sei in difficoltà: dopo aver lottato per un anno sulla riforma sanitaria, ora dici che il problema numero uno è la disoccupazione e dedichi ai posti di lavoro cinque volte il tempo che dedichi alla sanità. Elenchi una lunga lista di misure, disegni legge, finanziamenti che avevi però già tutti - o quasi - proposto in precedenza. Riprendi i vecchi temi della campagna, come i «lavori verdi», ma con una pericolosa apertura alle trivellazioni petrolifere al largo e alle «nuove tecnologie nucleari pulite». L'atto di politica estera finora più rilevante della tua presidenza è l'aver triplicato il corpo di spedizione in Afghanistan da meno di 30.000 a più di 100.000 effettivi. Eppure sorvoli sull'argomento, che spacca il paese, soffermandoti sul ritiro completo dall'Iraq (non è ancora avvenuto). Con un discorso è impossibile superare il mare che separa il dire dal fare. Ecco perché i più equilibrati tra gli osservatori Usa pensano che sia stato «un buon discorso, ma senza un impatto duraturo», come dice Josh Green di The Atlantic. Perché il muro contro cui sbatte la testa Obama è eretto non solo e non tanto dal paranoico ostruzionismo dei repubblicani, quanto dal coacervo di interessi rappresentati dai propri compagni di partito democratico. Sia chiaro infatti una volta per tutte: la riforma sanitaria è impantanata non perché un repubblicano ha vinto un seggio in Massachusetts e ora democratici hanno 59 senatori invece di 60 (su 100), ma perché tra i senatori democratici ve ne sono alcuni che si situano più a destra di Attila. È altresì contro il muro democratico, e non contro quello repubblicano che rischia d'infrangersi la disciplina che Obama vuole (con un anno di ritardo) imporre alle banche. Così, di fronte alla domanda che ci ha martellato in questi ultimi tempi: le difficoltà incontrate sposteranno Obama più a destra o più a sinistra? la risposta data dal presidente Usa - e non poteva essere altrimenti - è che le difficoltà hanno spostato Obama più a obama. Nel momento in cui tutto il suo progetto rischia di franargli addosso, in cui i parlamentari democratici minacciano di rivoltarsi per salvarsi la pelle ed il seggio, l'unica risposta che Obama può dare è quella di essere più sé stesso, più fautore del cambiamento ma anche più bipartisan, più deciso ma più pronto al dialogo, insomma affidarsi ancora alla ricetta che l'anno scorso l'aveva fatto trionfare. Parafrasando il titolo del New York Times: alla ricerca della magia perduta.

 

Iran. Prime esecuzioni per le proteste

Due uomini sono stati impiccati all'alba di ieri a Tehran. Le prime esecuzioni di persone legate alle proteste popolari (foto) seguite alle contestate elezioni di giugno che videro la conferma del presidente Ahmadinejad. I due, secondo l'agenzia Irna, erano stati riconosciuti colpevoli dal Tribunale rivoluzionario islamico di essere «nemici di Dio», di appartenere a «gruppia armati» e di aver tentato di rovesciare la repubblica islamica. Si chiamavano Mohammad Reza Ali-Zamani e Arash Rahmanipour. Ali-Zamani era accusato di essere un membro della Assemblea del Regno dell'Iran, legato all'ex shah di Persia Reza Pahlevi. Secondo l'agenzia, durante il processo ha confessato. Questo gruppo ha confermato che l'uomo aveva militato nelle sue fila negando peraltro le accuse per cui è stato condannato e un suo ruolo nelle proteste di piazza. Secondo attivisti per i diritti umani, Ali-Zamani sarebbe stato arrestato prima delle proteste e il suo avvocato ha detto che le confessioni sono state estorte «perché la sua famiglia era stata minacciata». Nelle manifestazioni anti-governative sono morte 30 persone (più di 70 per l'opposizione) e migliaia sono state arrestate di cui 200 continuano a restare in prigione. Le Corti islamiche ne hanno condannato a morte nove che sono in attesa dell'appello. Le autorità iraniane accusano l'Assemblea del Regno dell'Iran per l'attentato a una moschea di Shiraz, in cui nel 2008 morirono 12 persone. Le prime esecuzioni capitali potrebbero esacerbare le tensioni e alimentare nuove proteste dell'opposizione in vista dell'anniversario della Rivoluzione islamica in febbraio. Dura reazione Usa: «il regime è sempre più isolato e ha toccato il punto più basso».

 

Clinton apre ai taleban: la pace si fa coi nemici - Matteo Bosco Bortolaso

LONDRA - Tendendo la mano ai taleban, l'Afghanistan e la Comunità internazionale scommettono che la guerra a Kabul e dintorni è destinata a durare oltre un decennio. Un conflitto il cui corso deve cambiare, ha detto ieri il premier britannico Gordon Brown aprendo i lavori della Conferenza internazionale sull'Afghanistan convocata nella capitale britannica. La svolta passa per i taleban, in primis quelli cosiddetti «moderati»: a loro il presidente Hamid Karzai ha offerto la possibilità di rientrare nella politica del paese, chiamandoli «fratelli disillusi» e sottolineando due condizioni: «non essere legati ad Al Qaeda o altre reti terroristiche» e «rispettare la costituzione». I taleban sono stati invitati a partecipare alla Loya jirga, il consiglio degli anziani che riunisce le tribù afghane e che potrebbe «far scoppiare la pace» nel paese asiatico. Costo dell'operazione: 140 milioni di dollari, ha stimato il capo della diplomazia londinese, David Miliband. I taleban sembrano rifiutare l'offerta, ma ci sono tre fattori che potrebbero preludere al cambiamento. Primo. I soldati di Nato e Stati Uniti sono di più rispetto a qualche mese fa, e l'obiettivo è proprio mettere i taleban con le spalle al muro: trattate o saranno bombe, droni teleguidati, marine. Secondo. Le Nazioni Unite, poco prima della conferenza, hanno annunciato di aver cancellato cinque nomi dalla «lista nera» che sanzionava Al Qaida e taleban. Il messaggio è chiaro: noi vi stiamo concedendo qualcosa, ora tocca a voi. Terzo punto. È probabile che ci siano trattative già aperte con i taleban tramite l'Arabia Saudita. Il re Abdullah, in passato, aveva mandato in Afghanistan un inviato per aprire negoziati segreti con gli studenti del Corano. Allora non si arrivò ad alcun risultato. Non è un caso che Karzai ieri abbia auspicato che proprio re Abdullah possa giocare un «ruolo prominente» nel riportare la pace. Ricostruzione. L'obiettivo della conferenza era fissare un punto di svolta: finora la guerra è andata male, bisogna ripartire con un approccio diverso. Il tandem Londra-Washington ha proposto una serie di programmi civili da affiancare al rinnovato impegno militare. Milioni di dollari che serviranno, ad esempio, a convertire le colture d'oppio - risorsa economica fondamentale per i taleban - ad altro uso. Si punterà sui governatori locali, anche perché i centri di potere di Kabul sono spesso corrotti. Ci saranno azioni specifiche per migliorare la condizione della donna e i diritti umani. A Londra sono stati ufficialmente presentati i due proconsoli che si occuperanno dell'offensiva civile, che dovrebbero essere il contraltare dei generali che finora hanno cercato di prendere le redini del paese. La Nato ha dato pieni poteri a Mark Sedwill, già ambasciatore britannico a Kabul. Le Nazioni Unite, invece, hanno scelto Staffan De Mistura, diplomatico svedese di lungo corso con radici italiane. Un'altra svolta dovrebbe arrivare dalla prigione di Bagram: l'inviato uscente dell'Onu, Kai Eide, ha chiesto di censire i detenuti della «Guantanamo dell'Afghanistan», magari iniziando il processo voluto da Barack Obama per il carcere cubano. Il passaggio di testimone. La Conferenza ha tentato di fissare un traguardo per completare questo processo di «afghanizzazione». Le valutazioni sui tempi, comunque, non sono tutte uguali. Karzai, intervistato dalla Bbc prima della conferenza, ha detto che le forze internazionali dovranno stare nel paese almeno per altri cinque-dieci anni. E gli aiuti che il resto del mondo versa a Kabul dovranno continuare per almeno quindici anni. Più ottimista, naturalmente, il ministro degli esteri britannico, David Miliband. Nella conferenza stampa finale, il responsabile del Foreign Office ha detto che il testimone potrebbe essere passato di mano nel giro di tre anni, mentre gli afghani potrebbero riprendere il controllo del loro paese. Barack Obama, da parte sua, auspica da diverse settimane che, dopo il rinforzo di 30 mila uomini, i soldati possano iniziare a ritirarsi nel 2011, e magari abbandonare la «modalità invasione» entro il 2013. Come mai questa girandola di numeri e date che non coincidono? Come è immaginabile i politici occidentali hanno pressanti scadenze elettorali che li costringono a fare promesse che possano stare entro l'orizzonte del loro mandato, o non troppo distante. Exit strategy? «Non si tratta di exit strategy, ma di assistere ed essere partner degli afghani» ha detto il ministro degli esteri Clinton, presagendo le critiche che i repubblicani stanno già affilando negli Stati Uniti. «La pace non si fa con gli amici» ha proseguito l'ex first lady rispondendo a chi le chiedeva una buona ragione per trattare con gente poco raccomandabile come i taleban. Gli avversari vanno «affrontati», in tutti i sensi, sostiene pragmaticamente la Clinton. Il dipartimento di stato, lontano dall'ideologia da crociata di Bush, aspetta quindi di vedere che succederà alla Loya jirga, il consiglio degli anziani dell'Afghanistan.

 

Tutti gli scogli della trattativa - Emanuele Giordana

Negoziare con i taleban. Già, ma con chi? L'idea del negoziato non è una novità della Conferenza di Londra. Viene in realtà da lontano, perché Karzai ci pensa da almeno quattro anni e non l'ha mai abbandonata, anche se i taleban hanno sempre risposto picche, così come hanno fatto ancor prima che la conferenza prendesse avvio: liquidata come una «perdita di tempo». Ma Karzai come la pensa? Intanto i suoi punti fermi: per beneficiare delle risorse che Londra metterà a disposizione e dunque per tornare alla vita civile, non bisogna aver avuto legami con Al Qaeda e bisogna accettare la nuova Costituzione afgana. Il che già escluderebbe tutta la filiera di comando dei taleban, perché mullah Omar per primo, avendo addirittura sposato una figlia di bin Laden, i contatti con Al Qaeda li ha avuti eccome. Ma un approccio pragmatico potrebbe proprio fare un'eccezione per la gerarchia in turbante. Anche se non per tutti. La rete ad esempio che fa capo alla famiglia Haqqani (padre e figlio), che controlla parte della frontiera orientale del paese, diverse aree in Afghanistan e che può contare su salde amicizie e sicuri santuari in Pakistan, dovrebbe essere esclusa. Ma gli Haqqani hanno pur sempre avuto rapporti con l'Arabia saudita, i suoi finanziamenti, i suoi servizi segreti. Più facile però accordarsi con personaggi del calibro di Gulbuddin Hekmatyar, signore della guerra ed ex mujaheddin che signoreggia su parte del Nord e dell'est afgano e che ha con i taleban, in realtà, solo un'alleanza tattica. A quanto si dice con lui le trattative sono in corso da tempo. Poi, appunto, c'è mullah Omar che, se ha ospitato Osama, si è sempre dichiarato contrario al jihad globale propugnato da Al Qaeda e che ha sempre cercato di far apparire i suoi guerriglieri come l'anima di un movimento di liberazione nazionale, più sul modello di Hezbollah o di Hamas. Ma anche mullah Omar ha i suoi punti fermi, resi noti alla fine 2008 con un vero e proprio piano negoziale che non è mai stato preso in considerazione: prevedeva l'uscita di scena dei soldati della Nato ma si poteva arguire che Omar avrebbe accettato un calendario e non per forza avrebbe chiesto il ritiro come precondizione, come dicono di solito i suoi proclami. Omar pensava anche a un rimpiazzo con peacekeeper forniti da paesi musulmani, un'ipotesi che avrebbe un suo senso. Poi chiedeva un'amnistia (e forse basterebbe estendere quella che è già legge dello stato), l'inquadramento delle sue milizie nell'esercito nazionale e la condivisione del governo di Kabul. La parte più spinosa del piano ma un'ipotesi ormai non più così fumosa. Le cose comunque si muovono. Esistono una mediazione saudita e una turca, un fondo con soldi veri a disposizione di Karzai, la benedizione della comunità internazionale a negoziare e il progetto di una «loya jirga», la grande assemblea tribale, che, guidata dal monarca saudita, potrebbe forse, in primavera, potrebbe vedere la partecipazione dei taleban. Quali dei taleban, si vedrà.

 

La Stampa - 29.1.10

 

L'Italia rassegnata - Ferdinando Camon

Ho ospite in casa un amico straniero, un francese. Passiamo giornate e serate insieme. E guardiamo la tv. Il suo sguardo ha cambiato il mio. Lui, straniero, guarda con eccitazione notizie delle quali io, italiano, neanche m'accorgo. A Favara è crollata una casa, due bambine sono morte, carabinieri e magistrati si son riuniti per vedere se c'è qualche problema: il crollo è colposo? è colpevole? ci sono case nuove non assegnate? perché? ci sono responsabilità? Ieri sera trapelava che non c'era nessun indagato. Perché? Bisogna vedere a chi spettava la sicurezza a suo tempo, a chi il controllo degli edifici, a chi l'assegnazione degli alloggi. Per me, italiano, è tutto normale. È stato così nel passato, lo è nel presente, lo sarà nel futuro. Non ho mai pensato di lasciare ai miei figli un'Italia senza mafia, senza camorra e senza 'ndrangheta. Mafia, camorra e 'ndrangheta qui sono e qui resteranno. Edilizia e mancati controlli formano un binomio fisso. Morte di inquilini e nessun indagato è la prassi. Sud e disgrazie vanno insieme. Dal Sud diranno: come Nord ed evasione. Ma certo, hanno ragione. Ma l'amico straniero mi fa mille domande: se una casa è legalmente abitata e crolla, invece di cercare se ci sono dei colpevoli, non bisognerebbe cercare chi sono? Gli edifici hanno un costruttore: costui non resta agli atti? Gli edifici sono stati collaudati? Il collaudatore risulta agli atti? Provo a dirgli: ma a Perugia i collaudi non si trovavano... Lui osserva: un documento che non si trova, o non c'è o è nascosto. Fa un ragionamento elementare, che sta al terremoto di Perugia come i pareri di Perpetua al problema di don Abbondio. E cioè: per fare un edificio pubblico si bandisce una gara, affidata la costruzione non si permettono varianti, stabiliti i tempi non si ammettono ritardi, finiti i lavori si passa al collaudo, e il collaudatore non deve spartire interessi col costruttore. Sono cinque punti. Ne è stato infranto qualcuno a Perugia? Il sospetto è: tre, quattro, a volte tutti. Più uno: anche i tempi della ricostruzione urgente sono stati scavalcati. Il tg procede, va sulle case abusive di Ischia. Arriva la squadra dello sfratto, e si scatena l'inferno: non solo la famigliola insediata nella prima casupola da buttar già, ma altre trecento persone organizzano barricate: pietre, bottiglie, spranghe, bastoni. Il vicequestore finisce al pronto soccorso. Domanda: ma è una sola casa abusiva? No, seicento. Costruite in una notte? No, da tempo. Mesi? No, dieci anni. Prima che faccia un'altra domanda, lo precedo: in tante città ci sono case abusive vecchie di mezzo secolo. E non solo al Sud. Risultano al catasto? No. Risultano alle foto aeree? Sì. E perché non sono censite? Non lo so. Pagano l'Ici? Mai pagata. Noi italiani non vediamo queste illegalità, perché non sono rare, sono normali. Ognuno di noi ha una quindicina di amici, va al cinema con loro, con loro in pizzeria. Sa benissimo quanti e quanto evadono. Se una famiglia ha quattro case, son quattro prime case, intestate a padre, madre, figlio, figlia. Applicano una morale condivisa da gran parte degli italiani: lo Stato non mi riguarda, io ho soltanto la mia famiglia, sono onesto se faccio l'interesse della mia famiglia. Se un padre ha dei problemi con le tasse, la famiglia lo ama di più. Tutti son convinti che mafia, camorra e 'ndrangheta non verranno mai distrutte, perché chi dovrebbe distruggerle spartisce i loro interessi. Se cambi governo, il nuovo governo subentra al precedente anche negli interessi. Siamo rassegnati. Ad Haiti son cadute le case dei poveri, perché eran fatte male, le case dei ricchi sono ancora in piedi. Noi italiani lo abbiamo capito in due giorni. Qui in Italia abbiamo lo stesso problema da mezzo secolo, ma la rassegnazione ci rende ciechi.

 

I cittadini complici - Luca Ricolfi

Qualche giorno fa, a Favara, in provincia di Agrigento, due sorelline hanno trovato la morte per il crollo di una casa fatiscente. A Giampilieri nel Messinese, pochi mesi prima, un'alluvione aveva provocato una frana, la distruzione di molte case, 31 morti. In Abruzzo il terremoto dell'anno scorso ha causato più di 300 morti anche perché troppi edifici, compresi quelli pubblici, erano usati nonostante violassero le più elementari norme di sicurezza. Andando a ritroso con le cronache, di episodi di questo genere ne ritroviamo purtroppo tantissimi, e infatti i giornalisti si sono ormai abituati a classificarli come «tragedie annunciate». Viste da questa angolatura le vicende di questi giorni non fanno che certificare una situazione purtroppo ben nota. Una frazione considerevole del nostro territorio è a rischio idrogeologico, una frazione non trascurabile delle nostre abitazioni è abusiva (e spesso a rischio proprio per il luogo in cui è stata edificata), una frazione tutt'altro che piccola dei nostri edifici pubblici - a partire dalle scuole - viene utilizzata nonostante si sappia da anni che mette in pericolo la vita di chi ne usufruisce. Fin qui, è terribile dirlo, niente di nuovo. E tuttavia, sottotraccia, la cronaca di questi giorni ci fornisce anche qualche chiave interpretativa sul perché nulla cambi, sul perché le tragedie continuino a ripetersi, sul perché non impariamo mai nulla dall'esperienza. Una parte della risposta è tanto ovvia quanto sconfortante: per rimettere in sesto il nostro territorio - case, edifici pubblici, fiumi - ci vorrebbero somme enormi (Bertolaso qualche mese fa azzardò: 25 miliardi), risorse che semplicemente non ci sono. Ma una parte della risposta è più inquietante: se nulla cambia è anche colpa nostra, delle nostre scelte e delle nostre cecità. E quando dico «nostra» intendo sia dei cittadini sia dei politici che li governano. Per capire perché basta riflettere su due fatti, entrambi balzati alle cronache in queste ore. Il primo è la ribellione di una parte degli abitanti di Ischia contro l'ordine di abbattimento di una casa abusiva e a quanto pare anch'essa a rischio. Il secondo è l'analisi del bilancio del Comune di Favara (dove il crollo di una casa ha appena fatto due vittime). Ebbene la rivolta degli abitanti di Ischia (dove le case a rischio demolizione sono parecchie centinaia) illustra nel modo più chiaro che una parte del problema deriva dal patto tacito che lega cittadini e amministrazioni locali: la disponibilità dei politici a «chiudere un occhio », a concedere deroghe, proroghe e condoni da sempre si tramuta miracolosamente in voti. E' anche per questo che, dopo le disgrazie, tutti invocano rigore, ma appena lo Stato, timidamente, prova a far rispettare le leggi, in tanti si ribellano, protestano, remano contro, chiedono condoni, eccezioni e sanatorie. Quanto al bilancio di Favara, dove mancano i soldi per le bollette della luce ma non per le spese di rappresentanza, esso è solo la punta dell'iceberg. Innumerevoli inchieste mostrano che è la Sicilia nel suo insieme, naturalmente con le dovute eccezioni, a fare un uso dissennato del denaro pubblico (vedi il servizio di Laura Anello). E i risultati delle inchieste sono, purtroppo, pienamente confermati dalle stime macroeconomiche. Il peso della spesa pubblica discrezionale rispetto al reddito prodotto, che è del 15% in Lombardia, tocca il livello record del 45% in Sicilia (più che in qualsiasi altra Regione), il tasso di spreco nell'erogazione dei servizi pubblici, che in Regioni come la Lombardia, il Veneto o l'Emilia Romagna non raggiunge il 10%, in Sicilia si aggira intorno al 50% (e così in Calabria, Basilicata e Sardegna). In concreto significa che si potrebbe spendere molto di meno, perché i medesimi servizi potrebbero essere prodotti con la metà dei quattrini che si impiegano oggi. In breve, a me pare che le cronache di questi giorni ci consegnino anche una lezione. Con 1800 miliardi di debito pubblico è impensabile che lo Stato trovi, d'un tratto, i soldi per la messa in sicurezza dell'Italia. Qualcosa lo Stato centrale può fare (e in parte sta già facendo, nel caso degli edifici scolastici), ma molto dipende anche da noi, dove «noi» significa noi cittadini, ma significa anche i nostri politici, soprattutto locali. Noi dovremmo smetterla di fare i rigoristi quando gli oneri (ad esempio una demolizione) toccano agli altri, salvo diventare anarchici quando toccano a noi. Ma i politici che dissipano il denaro pubblico dovrebbero rendersi conto che la festa è finita. Qualsiasi cosa si voglia fare - e rimettere in sesto il territorio è certamente una delle cose da fare - le cosiddette risorse, cioè i quattrini, potranno saltare fuori solo ristrutturando radicalmente la spesa pubblica discrezionale, ossia riducendo gli sprechi. Secondo una stima prudente gli sprechi nella Pubblica Amministrazione ammontano a 80 miliardi di euro l'anno: basterebbe recuperarne un quarto per fare molte delle cose che periodicamente invochiamo.

 

Bindi: "Chiamparino non lo capisco proprio" - Carlo Bertini

ROMA - Io che dovrei essere quello più entusiasta a vedere riacceso il verde dell'Ulivo noto che è più circostanziato il disagio per la situazione in cui versa il Pd che la soluzione indicata». Arturo Parisi non esulta di fronte alle parole di Sergio Chiamparino, che ieri ha attaccato la gestione di Bersani proponendo di dar vita a un Nuovo Ulivo dopo le regionali. E anche Rosy Bindi è tranchant: «I toni usati da Chiamparino sono duri, inopportuni e la sua proposta è incomprensibile. Il progetto del Pd è valido, semmai ciascuno deve fare la propria parte per realizzarlo». Se i giudizi di due ulivisti della prima ora come Parisi e Bindi sono questi, si può ben capire con che spirito sia stata accolta dal resto dei democratici l'uscita del sindaco di Torino. Tra i peones del Pd alla Camera il brusio più velenoso è che «guarda caso questa disponibilità di Chiamparino a fare il leader viene preannunciata un anno prima dello scadere del suo mandato di sindaco». Bersani, con molto fastidio, ha dovuto spendere almeno due frasi sulle bacchettate di un pezzo da novanta come il sindaco-presidente dell'Anci: «Ma lasciamo stare! Parliamo di cose concrete, di lavoro, di crisi industriali». Aggiungendo ai tiggì solo un'asserzione, «noi del Pd discutiamo, ma quando c'è da combattere siamo uniti», che è parsa più che altro un auspicio. Anche Dario Franceschini è rimasto allineato e coperto, «sempre generoso, Sergio, e sempre in buona compagnia», alludendo allo schiaffo di Romano Prodi su «chi comanda nel Pd». A spiegare questa ritrosia nell'apprezzare critiche da lui condivise, è un fedelissimo di Franceschini, il toscano Giacomelli, che prima di buttare la cicca nel posacenere del cortile della Camera, si lascia scappare un frammento di storia recente: «Certo, se Sergio si fosse schierato con noi al congresso, con Dario che fa il capogruppo, ora sarebbe stato uno dei nostri leader...» Eh sì, perché il peccato originale di Chiamparino è proprio quella scheda bianca nelle urne delle primarie, che gli vale la freddezza di Dario e il sorridente silenzio di Walter Veltroni in Transatlantico. Altrimenti il suo "de profundis" del Pd avrebbe avuto ben altra eco, se non altro perché rievoca i boatos ricorrenti che non escludono nessuno scenario se le regionali andassero male, neanche eventuali scissioni dei "pasdaran" veltroniani. Proprio lui, Walter, ieri si è prodotto in una citazione sibillina su Facebook, presa nientemeno che da Mourinho, sul fatto che «in Italia è impossibile innovare, si può solo resistere». Incassando una selva di appelli dai suoi fan su internet per resuscitare con un suo movimento lo spirito del Lingotto. E Bersani gli ha riservato una battuta agrodolce, «speriamo che Mou non abbia ragione perché se fosse così saremmo di fronte a un curioso problema...». Punzecchiature, che fanno da cornice al clima di sconcerto in cui versa il truppone dei Democratici, costretto a stare unito in campagna elettorale sotto i colpi del fuoco amico. Enrico Letta si mette una mano sulla bocca quando gli si chiede del Chiampa, i bersaniani si rifanno alle bordate di Stefano Fassina contro «nuovi cantieri e nuovi soggetti politici» che fanno solo «perdere altro tempo». E se Casini è il convitato di pietra in tutti i dibattiti interni al Pd, per la Bindi c'é solo «un cantiere aperto», quello con l'Udc, sul quale vale la pena di «continuare a lavorare» a condizione che non «si rimetta in discussione il bipolarismo». Perché risulta «incomprensibile che l'Udc al Nord si allea con noi in Piemonte contro la Lega, e poi fa un'alleanza organica col Pdl in Calabria e Campania, dove la politica della Lega ha determinato danni come in tutto il Sud».

 

"Porto mio fratello a morire in Belgio"

CATANIA - «Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perchè ha bisogno di cure 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d'accordo». Così Pietro Crisafulli annuncia «un viaggio della morte» per suo fratello Salvatore, 45 anni, paraplegico, entrato in coma nel settembre del 2003 in seguito a un incidente stradale e risvegliatosi nell'ottobre del 2005. Lo porterà in Belgio per fargli praticare l'eutanasia visto che «da sette anni promettono un piano ospedaliero personalizzato a casa per lui, che non è stato mai realizzato». Pietro Crisafulli, «deluso dai governanti e dalla Chiesa», in passato è stato già protagonista di clamorose forme di protesta come l'annuncio di «staccare la spina» degli strumenti che tenevano in vita sua fratello Salvatore perchè, anche quello volta, si era «sentito tradito dalla politica». Si era anche schierato apertamente «per tenere in vita Eluana Englaro». Un caso, però, che lui ritiene non paragonabile con l'ipotesi di eutanasia per suo fratello:«la mia non è una battaglia per la morte - afferma - ma per la vita». «Io farò tutto questo - aggiunge - e camminerò con la testa alta perchè ho combattuto per la vita di mio Salvatore. Lui non morirà di stenti, di fame e di sete, ma se ne andrà via dormendo». La disperazione della famiglia si è acuita dopo che un altro dei fratelli Crisafulli, Marcello, è rimasto ferito in un incidente stradale e non può aiutare l'anziana madre a curare Salvatore. Sul caso la Commissione parlamentare d'inchiesta sul Sistema sanitario nazionale ha avviato un'istruttoria e ha attivato un'ispezione dei carabinieri del Nas. Il presidente della Commissione d'inchiesta del Senato, Ignazio Marino, si chiede se «sia stato effettivamente» Salvatore Crisafulli a «comunicare tale scelta o se non sia frutto solo della disperazione ed esasperazione della famiglia per l'assenza di assistenza che denunciano». «Ho sempre affermato il diritto di autodeterminazione e l'opportunità di una legge su testamento biologico in Italia - osserva Marino - ma sono altrettanto saldamente contrario all'eutanasia. Inoltre - conclude - credo che se la morte è decisa da qualcun altro non si possa chiamare eutanasia ma piuttosto omicidio». Il vice presidente della commissione d'inchiesta sul Ssn, Laura Bianconi ha chiesto al ministro della Salute Ferruccio Fazio di attivarsi «prontamente con il Governatore Lombardo, perchè si faccia chiarezza su questo ulteriore e gravissimo caso che coinvolge la sanità siciliana e che denota una totale mancanza di rispetto per i cittadini meno fortunati». Pietro Crisafulli conferma intanto la sua intenzione: «domenica partirò con un camper e porterò mio fratello in Belgio per fargli praticare l'eutanasia». Poi torna ad accusare «la politica, dal premier al presidente della Regione Siciliana, di avere promesso senza mantenere». «Adesso - aggiunge - il governo se vorrà dovrà intervenire in extremis, come ha fatto con Eluana Englaro, per salvare la vita di Salvatore».

 

Atenei, slitta il taglio dei corsi - Flavia Amabile

Sul taglio dei corsi inutili e sull'abolizione delle lauree brevi per il momento Mariastella Gelmini preferisce rinviare. La lettera è di due giorni fa, il ministro dell'Istruzione la manda alle università per dare le «Indicazioni operative» sull'offerta formativa, ovvero come regolarsi in pratica nel definire i corsi per il prossimo anno accademico. Una lettera molto attesa, inviata a quattro giorni dalla scadenza del termine di legge che gli atenei hanno per definire l'organizzazione dei corsi dell'anno successivo. Fin dalle prime righe il ministero ammette un certo ritardo nell'adozione del provvedimento promesso che avrebbe dovuto ridurre il proliferare di corsi negli atenei e decretare la fine delle lauree brevi. Il provvedimento era stato annunciato a luglio. A settembre il ministro Gelmini aveva promesso che sarebbe stato approvato per la fine di ottobre. Per fare in modo che le università sapessero che cosa si stava preparando aveva anche inviato loro una lettera alle dove esprimeva con grande chiarezza la sua contrarietà alla formula del «3+2» e all'eccessiva varietà di corsi. Nella lettera di due giorni fa si ammette che «il predetto D.M. è in corso di adozione». Dunque ancora nulla di fatto a cinque mesi dal primo annuncio. E si decide che poiché il decreto significherebbe «per diversi Atenei una riprogettazione complessiva della propria offerta formativa» si preferisce far slittare di un anno la sua applicazione. E' il risultato di un braccio di ferro durato tutto l'autunno e quest'inizio d'inverno tra università e ministero. A fine novembre, infatti, la CRUI, la conferenza dei rettori, pubblicava una nota ufficiale per spiegare tutte le sue perplessità sul decreto in adozione, proponeva un ammorbidimento degli interventi chiesti dal ministro Gelmini e un rinvio per studiare una soluzione diversa. In realtà al ministero contano sull'effetto-minaccia dell'annuncio oltre che sull'effettiva adozione del provvedimento. E sanno che la situazione è molto confusa. Alcune università ancora non si sono adeguate alle modifiche previste dal decreto 270 adottato quando ministro era il predecessore della Gelmini, Fabio Mussi. anche lui aveva introdotto criteri più stringenti per tenere aperto un corso di laurea. Concedeva alle università due anni di tempo per mettersi in regola e ha permesso un taglio del 20% dei corsi. La metà delle università si è messa in regola soltanto da poco e quindi si è cercato di evitare un doppio cambiamento che avrebbe provocato ancora più confusione, come spiega il ministero nella lettera di due giorni fa. Il giro di vite sui corsi di studio della Gelmini insomma è in salita ma in difficoltà anche la riforma dei ricercatori approvata lo scorso anno. Due giorni fa un emendamento dell'opposizione ha ribaltato ancora una volta la situazione stabilendo che almeno il 60% della metà delle risorse che derivano dai pensionamenti deve essere impiegata nell'assunzione di ricercatori universitari a tempo indeterminato, figura che alcune università avevano deciso di cancellare e che anche il ministro Gelmini ha chiarito di voler abolire. Maggiori dettagli li trovate qui. Ma il ministero è in ritardo anche con i concorsi da ricercatore ancora non indetti. «Sono concorsi banditi anche due anni fa - denunciano i precari della ricerca dell'Apri - e di cui si è persa ogni traccia a causa dei clamorosi ritardi del Ministro Gelmini. Concorsi Speriamo ci possa essere una maggiore attenzione verso i giovani ricercatore, a cominciare anche dalla promessa di nuovi 4000 ricercatori finora ampiamente disattesa».

 

In trincea da solo contro tutti - Maurizio Molinari

Washington - Incalzato dalla disoccupazione che cresce e dall'economia che arranca, contestato dai leader del suo partito e irriso da quelli repubblicani, con la riforma della Sanità impantanata, i sondaggi in costante calo e tradito dalle roccaforti liberal come il New Jersey e il Massachusetts, Barack H. Obama sfrutta i 71 minuti dello Stato dell'Unione per sfidare a viso aperto tutti gli avversari. Con toni e termini che evocano la campagna vinta nel 2008 e aprono quella che si concluderà il 3 novembre con il voto per il rinnovo del Congresso. Lasciandosi alle spalle un 2009 nel quale ha invano tentato di governare Washington ricorrendo al pragmatismo, Obama affronta il 2010 rispolverando l'approccio lincolniano che lo aveva fatto vincere. Portiamo avanti il sogno americano e rafforziamo una volta ancora la nostra Unione». La svolta è fotografata dal cambio di equilibrio nella West Wing, dove è in calo il finora onnipotente capo di gabinetto ex clintoniano Rahm Emanuel mentre torna in auge David Plouffe, l'architetto del «The Change We Can Belive In» (Il cambiamento in cui possiamo credere), la formula che portò alle urne milioni di giovani e che Obama ha ripetuto alla fine del discorso sullo Stato dell'Unione, dopo averla tenuta in soffitta per dodici lunghi mesi. L'impronta di Plouffe sul discorso scritto dallo «speechwriter» Jon Favreu e ritoccato più volte da Obama la si è vista nell'impostazione come nei contenuti. L'impostazione è quella di un leader che va incontro, da solo, a tutti gli ostacoli che l'America ha di fronte. Obama incalza entrambi i partiti. Ai democratici dice: «Vi ricordo che abbiamo ancora la più ampia maggioranza delle ultime decadi e la gente si aspetta che governiamo, non che ci diamo alla fuga». Come dire, niente scuse. E ai repubblicani aggiunge: «Dire di no a tutto può essere utile nei giochi politici di corto termine ma non significa possedere qualità di leadership». Ovvero, non basta stare alla finestra. Sul piano dei contenuti, l'avversario che Obama indica alla nazione in diretta tv è il Senato di Washington ovvero l'aula dove i repubblicani grazie alla vittoria di Scott Brown in Massachusetts hanno tolto ai democratici la supermaggioranza di 60 seggi - su 100 - potendo contare oggi su 41 voti che gli consentono di bloccare leggi e nomine. La sfida al Senato è l'ossatura del discorso in un alternarsi di affondi politici, ironie feroci e battute in slang popolare. Obama rimprovera al Senato di fare resistenza sulla nuova legge sull'occupazione, sulla riforma finanziaria per porre limiti alle grandi banche, sulla task force anti-debito, sul taglio delle emissioni nocive, sugli sgravi fiscali agli studenti. E in ogni occasione mette in rilievo come invece «la Camera ha già votato» o «ha già deciso». Sono le premesse per una campagna elettorale nella quale Obama si prepara a additare la minoranza repubblicana al Senato, e forse anche la debolezza dei democratici, come responsabili del ritardo delle riforme. E' una strategia di pressing sugli avversari, esterni e interni, sulla quale la Casa Bianca punta per riuscire a centrare l'obiettivo che più ha a cuore: la nuova Sanità pubblica. Non a caso è per discutere di questo che Obama tende la mano ai leader del Congresso: «Vorrei avere ogni mese incontri con democratici e repubblicani». L'intento del presidente è di passare i prossimi 11 mesi in trincea a Capitol Hill dando vita ad un confronto a tutto campo con il Congresso destinato a trasformare il voto di novembre in un referendum sul suo operato. Forse non è un caso che Plouffe, secondo il tam tam di Pennsylvania Avenue, sta già rimettendo mano ai nomi dei candidati per scegliere volti più nuovi, obamiani, anziché democratici vecchia maniera. In tale cornice gli attacchi frontali, e con accenti populisti, alle grandi banche «che devono pagare una tassa, alle lobbies degli «interessi particolari » e alla Corte Suprema colpevole di «rovesciare un secolo di finanziamento alla politica» sono le avvisaglie di una campagna lunga e dura, dalla quale il presidente punta a uscire con un Congresso a lui assai più affine. La scelta di andare all'attacco contro tutti ricorda, secondo il politologo E. J. Dionne, quanto fece il repubblicano Ronald Reagan nel 1982 riuscendo a risollevarsi con successo da un primo anno di brutte sorprese e sondaggio in calo. Resta da vedere se Obama riuscirà a centrare lo stesso risultato: sulla carta è una scommessa tutta in salita, complicata dalle due guerre in corso e dalle minacce di Al Qaeda, mentre lo scontento della classe media per la disoccupazione resta la mina più difficile da disinnescare.

 

Repubblica - 29.1.10

 

Alle cosche 112 miliardi di dollari l'anno. Italia al primo posto nel G5 delle mafie - Marco Panara

DAVOS - Nel G5 della criminalità l'Italia è in testa. Abbiamo la mafia più potente e, per volume d'affari dell'economia criminale, siamo il secondo mercato del pianeta, dopo gli Stati Uniti e prima del Giappone e della Cina. Nella classifica delle grandi mafie globali, quelle italiane prese nel loro complesso sono al posto numero uno. Seguono la mafia cinese, la Yakuza giapponese, la mafia russa e le mafie sudamericane. Insieme questi cinque sistemi criminali, ciascuno formato da diverse organizzazioni, si spartiscono cifre che sono nell'ordine delle migliaia di miliardi di dollari realizzati su vari mercati. Quello degli Stati Uniti da solo viene valutato 310 miliardi di dollari, quello italiano 112, quello giapponese e cinese rispettivamente 84 e 83. Traffici di droghe e di uomini, di farmaci e di oggetti contraffatti, di armi, di prodotti chimici, di rifiuti tossici, traffici di tutti i tipi. Per la prima volta i numeri e i sistemi di relazioni che sono alla base di questi immensi affari illeciti sono stati messi insieme, con una analisi indipendente realizzata dal Global Agenda Council on Illicit Trade promosso dal World Economic Forum. Il Council è composto da 18 studiosi ed esperti di vari paesi che partecipano al progetto non in rappresentanza delle loro organizzazioni ma a titolo personale. Il presidente è Sandro Calvani, italiano, direttore del Centro di Ricerca delle Nazioni Unite sulla Criminalità Internazionale e la Giustizia, a Davos nella sua qualità di presidente del Coucil on Illicit Trade. I numeri sono impressionanti. Le stime dicono che in ogni giorno ci sono almeno 2 milioni e 400 mila persone che sono oggetto di traffici illeciti. Una parte sono i "nuovi schiavi" impiegati nella pesca, nelle costruzioni, nelle fabbriche, nel sesso, per un giro di affari annuale  di 32 miliardi di dollari. Poi c'è il "contrabbando" di esseri umani, l'organizzazione dell'immigrazione clandestina, che vale 10 miliardi di dollari l'anno e c'è il traffico di organi. La droga è la fonte di finanziamento di molti altri affari illeciti, con i suoi 400 miliardi l'anno di proventi, in parte impiegati nella corruzione, nel finanziamento del terrorismo e di altri business illeciti, come per esempio la contraffazione, che vale 200 miliardi di dollari l'anno per i prodotti della moda e cd musicali e cinematografici e altri 75 miliardi per i medicinali. Nella gestione di questa ragnatela di affari le mafie hanno cambiato natura, le vecchie specializzazioni si sono affievolite, gli ambiti territoriali si sono allargati e anche l'organizzazione si è trasformata: è meno piramidale e più orizzontale, invece del vecchio capo cartello al quale riferiva l'intera organizzazione ora prevalgono organizzazioni più piccole, "i cartellini" come vengono chiamati in America Latina. Spiega Calvani: "Mafia, camorra e 'ndrangheta hanno il monopolio dell'importazione di stupefacenti in Italia e sono leader assoluti nella distribuzione di prodotti contraffatti in Europa e nell'area del Mediterraneo, controllano il traffico est-ovest e quello nord-sud, hanno la rete e grandi capacità di collegamento tra i produttori e i mercati. Dominano il settore delle contraffazioni "perfette" quelle che nemmeno i produttori degli originali riescono a distinguere, grazie a collegamenti con artigiani e fabbriche nel sud est asiatico. Sono rapidissimi nel riciclaggio di denaro sporco in affari leciti, spesso immobiliari o commerciali, in Italia e all'estero". Non c'è un vero sistema di alleanze internazionali, i rapporti più forti le mafie italiane li hanno con quelle latino americane, con le quali collaborano e investono nel business della droga. "La novità del rapporto del Council on Illicit Trade è che mette insieme per la prima volta tutti i tipi di traffico illecito, con l'obiettivo di sensibilizzare le opinioni pubbliche e di favorire un coordinamento che è diventato fondamentale", continua Calvani. "Le faccio due esempi: l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha varato una serie di iniziative per contrastare i medicinali contraffatti, molte delle quali potrebbero essere replicate anche per contrastare le merci contraffatte e i prodotti pirata, ma chi si occupa di un settore spesso non sa quello che avviene nell'altro. L'altro esempio riguarda l'intersettorialità del crimine. Un motoscafo veloce che parte da Miami per andare a ritirare la droga in Colombia non parte vuoto ma porta armi che lascia nelle isole dei Caraibi e quindi in quella operazione sono coinvolti due diversi tipi d traffico".

 

Nuove assunzioni in azienda? Sì ai giovani, no agli over 45 - Federico Pace

Più contratti temporanei e meno posizioni a tempo indeterminato. Più giovani che lavoratori "maturi". Meno inserzioni sui giornali, più rapporti privilegiati con le università e crescente ricorso ai database aziendali. Il mercato del lavoro del 2010, che vedrà in particolare l'entrata di figure commerciali e tecniche, sembra un convalescente ancora indeciso se sentirsi sollevato per i deboli segnali di "ripresina" o continuare a preoccuparsi, cartella medica in mano, per le possibili ricadute. Nonostante la "malattia" però, nonostante la crisi che tiene ancora quasi tutte le economie in agitazione, nei prossimi mesi ci saranno in Italia realtà aziendali che cercheranno di incrementare la propria forza lavoro. A dirlo è l'indagine "I trend occupazionali delle imprese italiane" realizzata da Gidp, l'associazione di direttori del persone, che ha ascoltato un focus group di 143 responsabili delle risorse umane in particolare di medie e grandi imprese. Soprattutto multinazionali, ma anche imprese a conduzione familiare e public company. Operatori dell'industria meccanica e del commercio, dell'informatica e del bancario. Ebbene, il 68 per cento di loro dice che, in qualche modo, farà nuove assunzioni durante l'anno iniziato da poco. Un segnale confortevole se si considera che l'occupazione nelle grandi imprese a novembre dell'anno scorso, come reso noto appena ieri dall'Istat, è diminuita dello 0,1% rispetto a ottobre, e dell'1,9 per cento rispetto a novembre 2008. L'età che conta. Ma qual è il profilo delle persone che riusciranno a entrare (o rientrare) in azienda? Le grandi imprese che assumeranno nel 2010 apriranno le loro porte soprattutto a figure professionali con un'età compresa tra 25 e 34 anni. Proprio a questo segmento generazionale, che è stato tanto tormentato dalla crisi, saranno indirizzati i tre quarti dei nuovi contratti di lavoro. Anche gli under 25 avranno qualche chance (l'11 per cento). Un poco di spazio troverà anche la generazione di mezzo (i 35-44enni). Quasi nulle invece le opportunità per chi ha superato i 45 anni (vedi tabella). Alta formazione e minori costi. Il fenomeno per Paolo Citterio, presidente di Gidp, si spiega soprattutto con il fatto che oggi chi esce da facoltà tecniche è "molto più preparato dei colleghi usciti dalle facoltà universitarie negli anni 90". L'appetibilità di queste figure viene anche accentuata dal fatto che "alcune conoscenze e competenze dei tecnici che oggi lavorano, non sono state rinforzate ed aggiornate dalle loro aziende in termini di formazione per una miopia economica, che li ha fatti sì risparmiare in investimenti per la formazione, ma li ha resi più deboli verso la concorrenza più agguerrita e preveggente". Se è di conforto pensare che le imprese nei prossimi mesi ricorreranno a quella "generazione perduta" che più di altre ha sofferto per la crisi, desta preoccupazione però il destino degli over 45 che vengono quasi esclusi da ogni nuova possibilità. Citterio non nasconde che a pesare è l'attenzione ai costi, accentuata dalle difficoltà economiche: "Un neolaureato al primo impiego costa 30.685 euro a un'impresa meccanica, la meno remunerativa rispetto agli altri gruppi merceologici, mentre la media di un costo di un impiegato dell'industria metalmeccanica è pari a 49.155 euro" (leggi l'intervista). Sopratutto commerciale. Ma in quali aree si concentreranno le nuove assunzioni nelle imprese? Dalla base ai vertici dell'organizzazione, i direttori del personale guarderanno soprattutto all'area commerciale. Un sesto dei nuovi dirigenti assunti andrà a rinfoltire le file della divisione commerciale, marketing e comunicazione. Richiesti, ma in misura minore, saranno anche quelli della produzione e dell'amministrazione, controllo e finanza (vedi tabella). Simili proporzioni anche per i quadri (vedi tabella). Ancor più accentuata la quota (il 28 per cento) per le figure impiegatizio-operative che vedranno aprirsi opportunità anche nell'amministrazione e nella divisione dell'IT (vedi tabella). Contingenza e percorsi. C'è grande attenzione tra gli operatori quando si parla di nuove assunzioni. Angelo Donato, direttore risorse umane di Librerie Feltrinelli che prevede un incremento del 9 per cento del personale, spiega che "la contingenza attuale ha penalizzato le vendite, questo è innegabile ed è un dato comune alla maggior parte delle imprese in Italia e all'estero. La nostra politica commerciale e il nostro modello organizzativo ci hanno consentito di tenere comunque la rotta. In termini occupazionali abbiamo mantenuto un livello sostanzialmente stabile". Per l'anno che è iniziato da poco, fa riferimento a inserimenti soprattutto di "personale nei punti vendita, in particolare con maggiore frequenza addetti alla vendita/repartisti e addetti alle casse. Inserimento di figure di potenziale che, dopo un adeguato ed intensivo percorso di formazione che oscilla tra gli otto e i dodici mesi, possano ricoprire ruoli di vice direzione di punto vendita e, in prospettiva, di direzione" (leggi l'intervista). Seppure prevale l'area commerciale nelle selezioni, ci sono chance anche per figure in altre divisioni. "Abbiamo piani di inserimento di nuove risorse - spiega Giuseppe Dallone, Hr manager di Lg Electronics - in tutte le business units e per ogni tipo di mansione". Tra i profili ci sono project engineers, sales engineers, key account managers, sales managers, category e product managers, e customer relationship managers. Ma anche a figure in area amministrazione, risorse Umane ed IT (leggi l'intervista). Angelo Alfieri, direttore risorse umane di Sofinter, annuncia che per il 2010 il gruppo prevede "ricerche principalmente nel settore del project management e nelle tecnologie applicative e a queste si aggiungeranno alcune ricerche mirate nel settore finanziario, fiscale e della garanzia di qualità" (leggi l'intervista). Temporanei sù, stabili giù. Se si guarda alla tipologia contrattuale, i direttori del personale, che potevano dare fino a un massimo di tre risposte a questa domanda, hanno evidenziato una certa prevalenza per forme temporanee: il 38 per cento ha indicato il tempo determinato. "In relazione all'attuale situazione del mercato - spiega Vincenzo Vaccari, human resources director del Fomas Group (leggi intervista)- privilegiamo i contratti a tempo determinato lasciando quindi il massimo spazio alla flessibilità organizzativa". Un altro 31,5 per cento quando pensa a un nuovo impiegato pensa al passaggio attraverso gli stage e tirocini, mentre il 16,8 fa riferimento a contratti temporanei tramite agenzia e un altro 13,3 pensa ai contratti di collaborazione a progetto. Quanto invece alle opportunità "stabili", il 35 per cento dei direttori del personale ha fatto riferimento ad assunzioni con contratto a tempo indeterminato. Canali: meno giornali e più database e fiere. Ma dove andranno cercate queste offerte? Per lo più le imprese ricorreranno al database interno. Quattro aziende su dieci ricorreranno a quel grande bacino di profili che si è andato formando nel tempo attraverso le candidature spontanee. Un altro terzo passerà per le società di recruiting, alle inserzioni web e alle agenzie per il lavoro. Poco più di un quinto (il 22,4) farà riferimento ai contatti personali. Le grandi imprese che assumeranno nel 2010 faranno poco ricorso, e questo un poco desta sorpresa, alle inserzioni sui quotidiani nazionali (vedi tabella). Insomma in qualche modo prevarrà la multicanalità. Per Damiano Cagna, group HR Manager di Pietro Fiorentini (leggi intervista), "le fonti da cui provengono i profili sono molteplici, in particolare la Fiera Incontro che si tiene ogni anno a Vicenza ci ha dato importanti soddisfazioni. Il mondo universitario con il quale abbiamo contatti continui e visite presso i nostri plant, laureandi che si impegnano a stages presso di noi finalizzati alle loro tesi di laurea. Non prevalgono, anche se non esclusi, i canali classici come gli annunci e gli head hunters".

 

Doppio incarico, salvi 12 deputati. Tre poltrone per il leghista Molgora

Carmelo Lopapa

ROMA - Vita facile per i doppiopoltronisti di Montecitorio. Sono dodici, deputati e amministratori di grandi comuni e province. Da ieri e fine al termine della legislatura potranno continuare a dividersi serenamente tra incarico di sindaco o presidente negli enti locali e il mandato parlamentare. La giunta per le elezioni della Camera ha dichiarato a maggioranza (8 voti contro 3) compatibili i 9 onorevoli-amministratori targati Pdl e i 3 leghisti. Chiudendo una volta per tutte l'istruttoria aperta nel 2008. A beneficiarne, politici disposti a dividersi in due pur di non mollare. In un caso addirittura in tre. Perché nel drappello c'è anche un tripoltronista, caso sembra senza precedenti. Si chiama Daniele Molgora, nel giro di 18 mesi è stato capace di farsi "nominare" deputato del Carroccio alla Camera, designare sottosegretario all'Economia al fianco di Giulio Tremonti e infine eleggere presidente della Provincia di Brescia. Ai componenti della giunta delle elezioni che lo hanno convocato e interpellato per verificare se sussistessero i presupposti per dichiarare l'incompatibilità, ha risposto che no, non sussistono. Il motivo: da capo della giunta provinciale di Brescia deciderà in autonomia quando convocarla e lo farà nei giorni in cui sarà libero da impegni parlamentari. Tralasciando il terzo ingombro, il posto nel governo. E nel tentativo di fugare ogni dubbio, ha pure prodotto in giunta i dati sulla sua presenza in aula a Montecitorio. E Brescia sembra essere proprio la capitale dell'intraprendenza in politica, dato che anche il primo cittadino, il piediellino Adriano Paroli, è deputato. Ma se il leghista "fantuttone", il sindaco bresciano e gli altri dieci colleghi deputati l'hanno potuta spuntare è grazie al vuoto normativo esistente. Presidenti di Province e sindaci di città con più di 20 mila abitanti sono ineleggibili se non si dimettono 180 giorni prima del voto, ma la norma non sancisce l'incompatibilità qualora il deputato diventi successivamente sindaco di un grande comune o presidente della Provincia. E i dodici appartengono a questa categoria: eletti negli enti locali dopo l'inizio della legislatura del 2008. Oltre a Molgora e Paroli, hanno ottenuto il via libera della giunta i pidiellini Maria Teresa Armosino, presidente della Provinica di Asti, Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, Edmondo Cirielli, quello della omonima legge sulla prescrizione, presidente della Provincia di Salerno, Nicola Cristaldi, sindaco di Mazara del Vallo, Antonello Iannarilli, presidente della Provincia di Frosinone, Giulio Marini, sindaco di Viterbo, Antonio Pepe, presidente della Provincia di Foggia, Marco Zacchera, sindaco di Verbania. E infine altri due leghisti, Ettore Pirovano, presidente della Provincia di Bergamo e Roberto Simonetti della Provincia di Biella. Sotto la Prima Repubblica i doppi incarichi non esistevano, sebbene la norma fosse la stessa. Lo "strappo" autorizzato al sindaco di Palermo Diego Cammarata nel 2004 ha dato la stura alla moltiplicazione delle poltrone. Ognuno dei dodici ha opposto in giunta (guidata da una maggioranza di centrodestra) le proprie controdeduzioni. Il presidente Maurizio Migliavacca (Pd), pur riconoscendo le questioni di opportunità che farebbero propendere per la incompatibilità, sostenuta dal vicepresidente Pino Pisicchio (Api), ha preso atto del vuoto normativo. Passaggio ai voti, col risultato finale di 8 a 3. In favore della compatibilità i sei della maggioranza, l'Udc Domenico Zinzi ma anche il democratico Pietro Tidei (Migliavacca si è astenuto). Contro, oltre a Pisicchio, i pd Nannicini e Lenzi. Anche su questo fronte, dunque, il Pd si è spaccato. Un mese fa, ad essere "graziati" erano stati altri 18 deputati con doppio incarico ma societario, tra loro Lucio Stanca (Pdl), ad di Expo 2015, e Matteo Colaninno (Pd). "Il parlamentare deve rassegnarsi a fare quello e basta, per 13 legislature era stato così - fa notare Pisicchio - La soluzione è affidare alla Corte Costituzionale il compito di giudicare le incompatibilità, sottraendolo alla giunta che non è affatto organo terzo". Marco Follini, senatore Pdl, ha già raccolto firme bipartisan per un ddl che mettere nero su bianco le incompatibilità. Ma giace in un cassetto.

 

Corsera - 29.1.10

 

Veltroni «ribelle invisibile». «Io, Garabombo del Pd» - Maria Teresa Meli

ROMA - «Io sono come Garabombo», parola di Walter Veltroni. L'ex segretario del Pd si paragona al protagonista di uno dei romanzi dello scrittore peruviano Manuel Scorza. Un personaggio che ha il dono dell'invisibilità e che sfrutterà questa sua capacità per spingere i comuneros alla rivolta. Chi siano i comuneros in questo caso e, soprattutto, chi siano i latifondisti non è dato sapere, ma il paragone sfuggito a Veltroni è interessante. Per ora, comunque, l'ex leader del Partito democratico preferisce rimanere invisibile perché non è tipo da aprire fronti interni proprio mentre il Pd si accinge a una lunga e difficile campagna elettorale. Dopo le Regionali ci sarà tempo e modo di farsi avanti. Al momento Veltroni si limita ad affacciarsi su Facebook per fare sue le parole dell'allenatore dell'Inter: «Mourinho sugli allenatori: in Italia è impossibile innovare, si può solo resistere». Pier Luigi Bersani, che si sente chiamato in causa, preferisce non polemizzare e se la cava con un laconico e quanto mai generico: «Se fosse vero sarebbe un problema, ma speriamo che non sia come dice Mou». Dunque, Veltroni in questa fase preferisce restare dietro le quinte. Chi invece ha optato per il massimo di visibilità è Sergio Chiamparino. Ben tre interviste, a Stampa, Riformista ed Espresso, per lanciare un avvertimento a Bersani e prendere le distanze dalla sua gestione del partito. Il sindaco accusa il segretario di aver proceduto «a zig, zag» e gli intima: «Dopo le Regionali abbandoni le alchimie di Palazzo e cominci a cercare un leader in grado di sfidare la destra nel 2013, in un campo largo che va da Casini a Vendola». Frase da cui si arguisce facilmente che secondo Chiamparino non può essere certo il segretario a occupare quel posto. Ma c'è di più il sindaco di Torino lascia intendere di poter giocare lui, invece, quella partita. Una partita per cui, comunque, serve «un nuovo Ulivo», perché il progetto del Partito democratico «è fallito». Parole pesantissime, quelle di Chiamparino, tanto più se si pensa che vengono pronunciate in una fase in cui i maggiorenti del Pd sembravano aver siglato una tregua in vista delle elezioni regionali. Ma anche questa volta Bersani preferisce evitare la polemica: «Noi siamo una forza democratica, discutiamo all'aria aperta, ma quando ci sarà da combattere non mancherà nessuno». Rosy Bindi, invece, non ci sta e attacca il sindaco di Torino: «Le sue affermazioni sono inopportune e incomprensibili». Arturo Parisi, al contrario, è ben contento dell'uscita di Chiamparino: «E' una voce che avanza una proposta alternativa per dire che la condizione attuale non è convincente». Insomma, non c'è mai pace per questo Pd dell'era bersaniana. Nicola Latorre, uno che usa l'accetta e non il cesello quando pronuncia le sue dichiarazioni, vede «tanti avvoltoi all'orizzonte». «Sono lì che volano - dice il vice capogruppo al Senato - e forse sperano di creare un'atmosfera negativa attorno al partito per prendersi qualche rivincita alle regionali». Il dalemiano Latorre, però, è convinto che queste attese andranno deluse. E in cuor suo ne è convinto anche il segretario che punta a conquistare almeno sette delle tredici regioni in cui si vota a fine marzo. Con un risultato del genere - è il suo ragionamento - voglio vedere chi potrà prendere la parola per attaccarmi. Pubblicamente, però, Bersani mantiene il «low profile » e alle volte appare sin troppo accomodante con avversari interni ed alleati esterni. Il segretario ha spiegato ai suoi collaboratori che in questa fase non può fare altrimenti, ma che una volta superato l'ostacolo delle Regionali prenderà in mano la situazione: «So perfettamente quello che sta succedendo, ma per il momento preferisco agire così ». E nell'attesa del dopo voto non gli resta che difendere la politica da lui seguita finora, alleanze con l'Udc incluse. In questo gli dà ampiamente una mano Massimo D'Alema che dell'intesa con i centristi di Pier Ferdinando Casini ha fatto il suo cavallo di battaglia: «L'Udc - sottolinea il neo-presidente del Copasir - resta opposizione e questo aiuta una prospettiva nuova per il Paese».

 

«D'Addario indagata per complotto». Ma la Procura di Bari smentisce

BARI - L'escort barese Patrizia D'Addario e una dozzina di persone (tra cui magistrati, politici e giornalisti) sarebbe indagate dalla procura della Repubblica di Bari per «avere ordito un complotto contro Berlusconi». Lo scrive il settimanale Panorama nel numero in uscita venerdì, del quale ha dato un'anticipazione. Ma nella serata di giovedì arriva la smentita da ambienti giudiziari della Procura di Bari secondo cui non sarebbero in corso indagini. Al vaglio, invece, degli inquirenti baresi, le «fughe» di notizie, probabilmente diffuse da pubblici ufficiali che avrebbero fornito ai giornalisti gli interrogatori secretati dell'imprenditore barese Giampaolo Tarantini, coinvolto in inchieste sugli appalti di forniture sanitarie, e che aveva presentato Patrizia D'Addario, ed altre ragazze, al premier in occasione delle feste nella residenza del Presidente del Consiglio. Ma la direzione di Panorama, in relazione a quanto attribuito a «fonti giudiziarie baresi» rispetto all'anticipazione del settimanale, conferma integralmente il contenuto dell'articolo in tutte le sue parti. Alla direzione di Panorama, inoltre, non risulta alcuna smentita da parte dell'ufficio della Procura della Repubblica di Bari. L'INCHIESTA - E allora ecco il contenuto dell'articolo del settimanale della famiglia Berlusconi. Secondo i risultati dell'inchiesta - seguita personalmente dal procuratore, Antonio Laudati, e alla quale sono applicati i pm Giuseppe Dentamaro e Teresa Iodice, scrive il settimanale - la D'Addario «sarebbe stata selezionata e successivamente «consegnata» a Tarantini. Selezionata affinché portasse a termine la missione di compromettere la reputazione del presidente del Consiglio, mettendolo politicamente in difficoltà». Panorama afferma che «a breve, nei confronti di alcuni giudici che avrebbero partecipato a quello che appare come un vero e proprio complotto ai danni del premier dovrebbe scattare un procedimento parallelo» che sarà affidato alla procura di Lecce. Nella vicenda «un ruolo non secondario lo avrebbero recitato alcuni giornalisti, ai quali sarebbero state passate notizie allo scopo di alimentare il clima a sostegno della tesi di D'Addario. Alcuni articoli sarebbero stati persino utilizzati per indirizzare le indagini». Il settimanale aggiunge che per questo filone «sarebbero già pronte le richieste di misure cautelari per diversi personaggi, compresi alcuni appartenenti alle forze dell'ordine». Al vaglio dell'inchiesta, infine - sempre secondo quanto scrive Panorama - ci sono anche accertamenti patrimoniali sulla D'Addario («sarebbe risultata intestataria di numerosi conti correnti, direttamente o attraverso prestanome») e in particolare «alcuni movimenti di denaro di entità rilevante» come un trasferimento in Qatar nel febbraio 2008 di un milione e mezzo di euro fatto «fisicamente» dalla stessa escort.

 

Europa - 29.1.10

 

Primarie, fatica sprecata - Guido Moltedo

Perché alle primarie va tanta gente, e invece alle urne, ormai da anni, è così alto il tasso di astensionismo? Elettori diversi, motivazioni diverse, certo. Ma non ci sarà dell'altro? Non ci sarà una sottovalutazione del potenziale energetico che è nelle primarie? Non ci sarà forse una dissipazione da parte dei gruppi dirigenti di un "carburante" prezioso per le prove elettorali che poi seguono le primarie stesse? Osserviamo l'ultimo caso. La Puglia. Neppure un minuto dopo la prova di straordinaria partecipazione ai seggi pugliesi, il confronto ha preso la piega seguente nel quartier generale piddino: invece di analizzare, innanzitutto, quel che è successo, ci si è divisi sul cui prodest del fenomeno. Quasi una resa dei conti tra i predicatori delle primarie e i fautori del primato del "partito" e della sua organizzazione gerarchica. Con i primi a sostenere che gli oltre duecentomila pugliesi hanno detto un no alla prospettiva d'intesa con Casini, e i secondi a ribadire che non hanno affatto inviato alcun messaggio "politico" se non quello di voler avere voce in capitolo nella scelta dei candidati. Tra questi Paolo Gentiloni che su Europa, due giorni fa, ha polemizzato con chi ha visto il voto pugliese in chiave anti-Udc. Pure lui, che è più sensibile di altri leader alle nuove forme della politica, si arrovella su un aspetto che riguarda la "cucina", perdendo di vista il tema più ampio e profondo che raccontano le lunghe file di domenica scorsa in Puglia. D'altra parte, anche questa volta, come nelle precedenti edizioni, i custodi stessi della mistica delle primarie si sono limitati a esaltarne l'aspetto puramente metodologico. Nessuno ha osservato che le code ai seggi significano anche altro: donazione di soldi (che non sono solo benedetti e puliti finanziamenti, ma anche il segno di una partecipazione davvero motivata), indirizzi postali e di posta elettronica, numeri di telefono. E a tutto questo non è mai seguito un ragionamento pubblico e comprensibile sulla destinazione dei fondi raccolti, né tantomeno la costituzione di una banca dati centrale che raccolga quei nomi e attivi una qualche forma di organizzazione per metterli in relazione e in rete tra loro e con la "testa" del partito. Sono ormai milioni di nomi. Milioni di dichiarazioni di disponibilità a rimboccarsi le maniche. Milioni di persone disponibili a essere interpellate. Né ci si è peritati di far eseguire uno studio demoscopico del popolo delle primarie per capire chi è, che cosa vuole, ed elaborare e calibrare in seguito messaggi politici consequenziali, per coinvolgerli e motivarli. Adesso che Umbria e Campania hanno deciso di seguire la via pugliese, è il caso di affrontare il tema in modo diverso. Innanzitutto osservando più attentamente e non solo scimmiottando l'esempio americano. Sia per capire come uscire da un'occasionalità capricciosa con cui si continua a ricorrere al metodo delle primarie e come strutturarle in modo credibile, sia per cogliere i benefici più duraturi che esse offrono al di là della conta dei voti nella giornata in cui si celebrano. È importante capitalizzare l'energia che genera la campagna che precede il giorno della conta ma anche quel che può sedimentare dopo. Peraltro, i partecipanti alle primarie sono in genere "opinion leader" nel loro ambiente di vita, in grado di fare il loro privato "porta a porta", un contagio vitale, se valorizzato, nelle campagne elettorali. Dell'impareggiabile corsa presidenziale di Barack Obama rimarrà impresso a lungo il suo talento impareggiabile, ma il nucleo centrale del suo "miracolo" consistette proprio nella capacità di costruire, elaborare, far funzionare e mettere a profitto una quantità enorme di contatti che hanno esaltato le sue capacità comunicative. Infatti, anche da presidente continua a disporre di quell'immenso patrimonio di risorse umane, curate e coccolate con assiduità e attenzione. La lezione americana serve anche a mettere a fuoco un altro tema molto dibattuto sull'onda del voto in Puglia. Nel merito può anche aver ragione Gentiloni quando sostiene che gli elettori pugliesi non erano animati dall'assillo di un referendum sul sì o no all'Udc. Si può aggiungere che la stragrande preferenza indirizzata nei confronti di un uomo come Vendola e con la sua biografia politica, non indica necessariamente una richiesta di spostamento a sinistra dell'asse del Pd. Vendola, più che l'esponente della sinistra estrema, incarna il rappresentante migliore di quella "radicalità" di cui sente il bisogno una parte consistente dell'elettorato di sinistra e di centrosinistra, specie quello astensionista. Radicalità non è sinonimo di estremismo. Ma capacità di disegnare una sagoma della propria fisionomia politica molto netta e fortemente distinguibile da quella dei competitor. Se si osservano le posizioni di Barack Obama si nota che sono improntate a realismo e, talvolta, a moderazione. Eppure, egli ha raggiunto un livello sensazionale di popolarità proponendosi come il garante di un'agenda politica di cambiamento. Cambiamento non rivoluzione. E, nelle primarie, ha messo nell'angolo Hillary non perché ci fosse una chissà quale diversità nei programmi, ma perché la Clinton sembrava ossessionata più dai machiavellismi e dai giochi di potere che dall'interlocuzione con la base e con gli elettori. Di Hillary non disturbava il suo "centrismo" ma la manovra e la ricerca continua della mediazione. Di Obama piaceva e tuttora piace la sensazione della priorità, sempre, dell'ascolto e del discorso diretto rispetto alle alchimie della politica. Gli elettori capiscono e apprezzano la differenza.

 




Data notizia29.01.2010

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