Politica Italiana
Manifesto - 30.1.10
Fiat, giù dal tetto ma senza risposte - Alfredo Marsala
TERMINI IMERESE - Cosimo Varvaro è stanco, commosso. Mentre scende dal capannone della Fiat, dà un ultimo sguardo a quella che per dieci giorni è stata la sua casa. Giù ad aiutarlo ci sono i vigilantes della Fiat, che hanno fatto quel che potevano per assistere i 13 lavoratori della Delivery, che hanno trascorso all'addiaccio nove notti, al freddo, al vento, con temperature vicine allo zero. Una protesta passata quasi sotto silenzio, mentre Marchionne annunciava il dividendo per gli azionisti e Marcegaglia benediceva la chiusura di Termini Imerese. Scende Cosimo, i suoi compagni lo guardano da sopra, giù ci sono i familiari, mogli, figli. Cosimo era pronto a festeggiare ieri sera 47 anni con i colleghi, compagni con i quali ha condiviso paure, mortificazioni e speranze. «È un compleanno amaro, ma a vado a casa dai miei figli. Domani vedremo», dice con la voce spezzata. Sono stremati, smagriti, ammalati. Volevano continuare la protesta, ma amici e familiari li hanno convinti a desistere. Da Roma, via telefono, Roberto Mastrosimone (Fiom) e Vincenzo Comella (Uilm) hanno riferito che qualche risultato dalla riunione al ministero dello Sviluppo per loro era emerso. La Delivery, ditta dell'indotto che si occupa della pulizia dei cassoni per Fiat, ha revocato i licenziamenti e dopodomani sindacati e Regione siciliana concorderanno la richiesta di cassa integrazione in deroga con l'impegno alla ricollocazione nell'ambito delle soluzioni che saranno trovate per la Fiat. Li hanno definiti «gli operai sul tetto», ma hanno tutti un nome e una storia: Giuseppe Concialdi, 34 anni; Giacomo Lo Curcio, 42 anni; Giuseppe Semiti, 57 anni; Vincenzo Castronovo, 49 anni; Cosimo Varvara, 47 anni; Tommaso La Bua, 37 anni; Vincenzo Nasca, 47 anni; Giovanni Gargano, 42 anni; Angelo Fascella, 49 anni; Marco Sperandeo, 50 anni; Salvatore La Barbera, 43 anni; Mario Galfo, 47 anni; Antonio Tarantino, 43 anni. Per diversi giorni sul capannone c'erano anche Michele Balsamo, Domenico Terrasi e Agostino Picone: si sono sentiti male e sono stati trasferiti in ospedale. La Fiat ieri li aveva pure denunciati, scatenando un coro di critiche. «La denuncia sarà ritirata», assicura ora Mastrosimone. Rimane però la «macchia». Cosimo e gli altri avranno la Cig per un po', poi seguiranno le sorti degli altri 2000 di Fiat e indotto. Ieri, il Lingotto ha confermato la chiusura della fabbrica per fine 2011, dando la disponibilità a cedere gli impianti, per i quali ci sarebbero 7 manifestazioni d'interesse, tra cui quelle del fondo Cape del finanziere Simone Cimino, dell'imprenditore Gian Mauro Rossignolo e di un gruppo automobilistico cinese. Voci che a Termini Imerese lasciano quasi indifferenti. Tra molti operai c'è rassegnazione. I più stanchi sono quelli della Fiat, soprattutto chi è vicino alla pensione o chi con una mobilità lunga si metterà alle spalle le paure cominciate nel 2002, anno in cui il gruppo di Torino per la prima volta parlò di chiusura dello stabilimento. «Otto anni fa ho fatto le barricate - ricorda Giovanni, autotrasportatore - caricavo sul camion i compagni per andare a bloccare l'autostrada o gli imbarcaderi a Messina. Ma è cambiato tutto, sono stanco e oggi penso ad altro». Giovanni era il più arrabbiato quando le mogli degli operai della Delivery martedì scorso hanno bloccato l'ingresso della fabbrica, impedendo ai tir di entrare e uscire dallo stabilimento. «Mi hanno sequestrato per due giorni», blatera davanti la fabbrica, circondato dalla polizia e dai carabinieri, chiamati dall'azienda per identificare chi bloccava i cancelli. In realtà dopo il sit-in delle donne, nessun operaio ha bloccato la fabbrica, tanto che i lavoratori sono rimasti sorpresi dalla decisione del Lingotto, assunta martedì sera, di sospendere l'attività di produzione a tempo indeterminato. «Motivi di sicurezza» e «blocco delle merci», ha scritto Fiat in un telegramma indirizzato ai sindacati e a diverse autorità (Regione, comune, questura, prefettura, Asl, Inail, ispettorato del lavoro) per giustificare lo stop. «Non era mai successo: Fiat aumenta la tensione e intende mettere i lavoratori l'uno contro l'altro», dice Agostino Cosentino, operaio della Fiat. Per molti la sorpresa è arrivata quando si sono presentati ai cancelli per lavorare. «Come ti chiami... No, non sei in lista. Oggi non lavori», è la risposta che mille operai si sono sentiti dare dai vigilantes, ai quali i dirigenti hanno consegnato le liste con i nominativi di chi poteva o non poteva entrare. L'ingresso, da martedì scorso, è consentito solo agli impiegati e ad alcuni lavoratori individuati dall'azienda per partecipare a corsi di formazione per attività che in passato la Fiat affidava all'esterno ma che ha deciso di accorpare. Come quelle svolte finora dalla Delivery mail. Alla stanchezza di molti operai della Fiat fa da contraltare la rabbia delle tute blu della Bienne Sud e della Lear, aziende dell'indotto, il cui futuro è appeso a un filo. Seicento lavoratori in totale. La maggior parte di questi operai è giovane: trenta, quarant'anni. «Se Fiat chiude, noi siamo i primi a rimanere in mezzo a una strada», dice Marco, 34 anni. Sono arrabbiati alla Bienne Sud e vorrebbero spaccare il mondo. Parlano di occupazione, di sciopero a oltranza, di manifestazioni clamorose. Ma vorrebbero con loro tutti gli altri, soprattutto quelli della Fiat. «Siamo tutti sulla stessa barca - spiega Roberto, 38 anni - Non possiamo far finta di niente e aspettare la fine del 2011 quando Marchionne ci dirà: grazie, è stato un piacere, andati tutti a casa». Vogliono reagire subito. Rispetto al 2002, però, gli operai si sentono meno soli. Il governo di Raffaele Lombardo (Mpa) ha reagito, con più concretezza rispetto all'ex governatore Totò Cuffaro. «Non permetteremo che la Fiat trasformi i suoi operai specializzati in venditori di stoviglie e lampadine», ha chiarito Lombardo al tavolo con Scajola, chiudendo le porte a Ikea, il gruppo svedese che guarda con interesse all'area industriale di Termini per costruire un grande centro commerciale.
Una fabbrica da rottamare - Guglielmo Ragozzino
Sergio Marchionne non si è fatto vedere. L'incontro ravvicinato con governo e sindacati per lui era infatti di secondo tipo, di routine, insomma. Del resto, di cosa discutere? Per i padroni, Termini Imerese come stabilimento automobilistico è cancellato a partire dalla fine dell'anno prossimo, perciò non esiste più già da ora. Ci sono un po' di inconvenienti minori, duemila famiglie, tante vite mandate al macero; ma tutti sanno che si tratta di questioni trascurabili di fronte al mondo dei grandi affari. Lo ha confermato a Davos, con parole sbrigative, anche Emma Marcegaglia, la capa dei padroni: «se uno stabilimento non sta in piedi per motivi logistici e competitivi, il problema non è mantenerlo lì, è reimpiegare le forze lavoro che rischiano di perdere il posto». Lo stabilimento che non sta in piedi ha prodotto più di quattro milioni di automobili. I problemi economici e logistici non dovevano poi essere insuperabili: erano quattro milioni di problemi superati. Il fatto vero è che Fiat ha stabilito che sei impianti auto in Italia sono troppi; nel tagliarne via uno, si fa la lezione agli altri e si apre il bel gioco di tutti contro tutti che piace molto in Confindustria. Fiat fa in Italia meno di un terzo della sua produzione globale e in pratica è l'unico fabbricante italiano. Per ostacolare presenze estranee ha fatto fuoco e fiamme, ha messo in crisi governi, nel corso di decenni. Perfino Termini Imerese è il risultato di quella strategia protezionistica. Allora, in Italia il costo del lavoro era molto inferiore a quello vigente in Francia o nella Germania federale e quindi la concorrenza non doveva essere messa in grado di goderne. Oggi Polonia o Turchia offrono lavoro che costa la metà o poco più e Marchionne - come prima di lui i suoi chiacchierati predecessori - sceglie di spostarvi stabilimenti e produzioni. Persino in Serbia. L'Italia rimane così l'unico grande paese europeo con una produzione automobilistica che è un terzo delle immatricolazioni auto prodotte, seicentomila, auto vendute, due milioni. Gli altri, Germania compresa - e in Germania il costo del lavoro nell'auto è doppio di quello degli stabilimenti italiani - fanno tutto il contrario. Ma chiedere a Fiat di produrre auto diverse, adatte agli anni futuri e conquistare così i mercati, è chiedere troppo. Fiat spartirà il lavoro solito con Chrysler, secondo i patti con Barack Obama, quali che siano. Patti che avrebbero consentito di inghiottire un boccone grosso come Opel, con tutti i suoi costi di mano d'opera proibitivi, ma naturalmente non di ripensare ai casi di uno stabilimento destinato a sparire e al tempo stesso a servire da esempio, come quello, appunto, di Termini Imerese. Il governo dice di avere ricevuto sette proposte per sostituire la produzione di auto negli stabilimenti siciliani di Fiat; aggiunge che doverosamente manterrà il riserbo. Così rende noto che la discussione con Fiat ormai verte solo su quando fare una nuova rottamazione, con l'effetto solito di drogare il mercato. Per Termini, fabbrica di auto, invece le soluzioni sono escluse. Solo un tavolo tecnico, per contare i caduti.
«L'impresa irresponsabile senza politica industriale» - Sara Farolfi
Ha scritto «L'impresa irresponsabile» nel 2005, troppo presto forse, ironizza il sociologo del lavoro Luciano Gallino, dato che lì c'era già tutto: «C'era già tutta la storia che il richiamo alla responsabilità sociale d'impresa non ha davvero alcun senso. Servono politiche, leggi e incentivi e occorrono governi, regioni, amministrazioni pubbliche che sappiano mettere in piedi politiche industriali in senso ampio e che oltre a proporle sappiano poi anche imporle e guidarle». Da noi, dice Gallino, non si vede nulla del genere. Fiat è un'azienda più che assistita: non è lecito chiedere conto delle politiche intraprese quando hanno impatti occupazionali così pesanti? Le esaltazioni della responsabilità sociale lasciano il tempo che trovano, meglio sarebbero proposte di politica industriale in altra direzione, complessivamente intendo nel senso dello sviluppo di un trasporto collettivo di massa. La produzione automobilistica sarà sempre più in crisi anche perché c'è un'enorme capacità produttiva non utilizzata e Fiat è particolarmente in basso nell'utilizzo degli impianti: questo vuol dire che produrre auto in Italia sta diventando molto difficile. Gli altri paesi si muovono diversamente: concedono aiuti, ma chiedono anche contropartite. L'auto è assistita ovunque e mentre i francesi, i tedeschi e persino gli inglesi ne rilanciano la produzione, in Italia proprio non ci siamo. È il combinato disposto dalle politiche dei manager con l'assenza di politica industriale. Quali sono gli errori di Marchionne? Non so se ha fatto errori ma si è mosso in una logica che prevede di tenere molto basso il livello della produzione in Italia. C'è un aspetto spesso ignorato: le automobili non sono per niente prodotte (o lo sono minimamente) negli stabilimento da cui escono, per i tre quarti vengono fatte in giro per il mondo e poi assemblate e 'marchiate' nei vari stabilimenti. Marchionne ha spostato la produzione di auto verso est e sembra evidente che anche le auto Fiat Chrysler si gioveranno degli impianti della componentistica americana, con ricadute minime per l'Italia. Diciamo che negli ultimi due o tre anni Fiat aveva fatto sperare di meglio: ora si vede che lo sviluppo promesso dalla «cura Marchionne» non ci sarà. E il governo? Temo che il governo non abbia idea di come è fatta un'automobile, sembra brancolare nel buio. Da anni avrebbe dovuto insistere perché Fiat sviluppasse almeno una parte di componentistica in Sicilia. Termini Imerese non è uno stabilimento vecchio: il problema è che qualunque pezzo arriva da 800 chilometri di distanza. Fiat ha deciso di spostare il baricentro della componentistica verso il nord est o il nord ovest, inteso come Stati uniti, e per il centro sud le prospettive sono pessime. Con gli incentivi, dicono i sindacati, si sostiene l'occupazione altrove. È così ed è una situazione che non ha riscontro nè in Francia nè i Germania, per fare un esempio. La Francia produce oltre 2 milioni di auto in casa, e la Volkswagen ne produce più di 5 milioni. Questo anche perché i governi si sono mossi, e non da ieri. Volkswagen per esempio è strettamente legata ai Lander che sono anche «cointeressati» e detengono quote nell'industria. L'industria tedesca ha compiuto straordinarie innovazioni tecnologiche soprattutto nel campo dell'elettronica applicata all'auto, mentre noi l'abbiamo prevalentemente importata. Immagina alternative per Termini Imerese? C'è chi dice: facciamone un polo per la ricerca. Mi sembrano un po' velleitarie, qui si parla di duemila persone che lavorano, si metteranno tutti a fare ricerca? Anche il fatto di vendere gli stabilimenti ai cinesi o agli indiani non sposterebbe di una virgola i problemi suddetti. L'unica soluzione seria, ma molto difficile, sarebbe quella di sviluppare una componentistica meridionale, a Termini o nei pressi. La crisi dell'auto è una crisi di sovrapproduzione. Dove sta il futuro? In Italia ci sono più automobili per abitante che in tutto il resto d'Europa e prima o poi si scoprirà che nelle città l'auto non si può più usare perché non c'è più spazio. Questo vuol dire che una quota significativa di questa industria avrebbe dovuto convertirsi, o dovrà farlo, alla produzione di mezzi di trasporto di massa: ferrovie, treni, metropolitane e autobus. Da questo punto di vista siamo piuttosto malmessi, basti pensare che in tutto il paese abbiamo meno di 200 chilometri di metropolitana, mentre la sola Parigi ne ha 500. Gli altri paesi vanno in questa direzione? Quantomeno se ne parla. Negli Usa, che hanno una rete di trasporto di massa catastrofica perché per cinquant'anni tutto è stato lasciato nelle mani dei costruttori d'auto, dopo la catastrofe subìta sono comparsi fior di centri studi che parlano della necessità di investire in infrastrutture urbane, trasporti di massa in particolare. Sulla crisi: come ne sta uscendo trasformata l'Italia? Il problema è che, con poche eccezioni, non si è trasformata molto. La crisi doveva essere occasione per discutere di una grossa riconversione industriale verso le energie rinnovabili, il trasporto di massa, il risparmio energetico e invece non si è visto nulla. Questo è gravissimo perché le dimensioni della crisi sono tali che senza programmi di riconversione i posti di lavoro persi non li rivedremo neppure tra dieci anni.
Disoccupati. Europa 23 milioni. In Italia 400 mila di più in 12 mesi - Ernesto Geppi
In dodici mesi in Italia sono stati distrutti 306 mila posti di lavoro e - il dato è di dicembre - il tasso di disoccupazione è salito all'8,5%. A fine dello scorso anno, secondo i dati Istat diffusi ieri, i senza lavoro erano saliti a 2,138 milioni, 392 mila in più del dicembre 2008 con uno spaventoso incremento del 22,4%. Questo dato si accompagna ad un ulteriore incremento di 25 mila unità degli inattivi (giunti a 14,8 milioni), fra i quali si annidano il lavoro nero, i disoccupati scoraggiati, che non cercano più lavoro: in un anno gli inattivi sono cresciuti di 164 mila unità. A completare il quadro, si conferma la posizione dei salari italiani, agli ultimi posti nei paesi dell'area Ocse. Non è solo l'Italia a seguitare a distruggere posti di lavoro: secondo i dati diffusi ieri da Eurostat, in Europa il tasso di disoccupazione a fine anno è salito al 10,0% nella zona euro e al 9.6% nell'insieme dei 27 stati membri, dove a dicembre il numero dei disoccupati ha oltrepassato quota 23 milioni (15,7 milioni nell'area dell'euro). In un anno i senza lavoro sono cresciuti di 4.7 milioni, di cui 2.8 nella sola zona euro. Otto paesi Ue viaggiano con una disoccupazione oltre il 10%, con Spagna, Irlanda e le ex tigri baltiche che presentano le situazioni più critiche. In tutta Europa i colpi peggiori li ha subiti la fascia più giovane della popolazione. Il tasso di disoccupazione per coloro che hanno meno di 25 anni è infatti aumentato di 4 punti percentuali in un anno nella zona euro (arrivando al 21%) e di 4,6 punti nell'insieme dei 27 paesi membri: la situazione più critica anche in questo caso si verifica in Spagna, dove l'incremento del tasso di disoccupazione degli under 25 è stato di ben 14 punti (44,5%); in Lettonia il balzo in un anno è stato di 24 punti (al 43,8%). Si conferma intanto la ben nota criticità dei salari nel nostro paese, che sono fra i più bassi fra quelli dei paesi industrializzati. Rielaborando dati di fonte Eurostat e Ocse, l'ultimo rapporto Eurispes colloca il salario medio netto annuo di un lavoratore senza carichi familiari nel nostro paese a 21.374 dollari (circa 14.700 euro), il che ci pone al ventitreesimo posto sui trenta paesi maggiormente industrializzati, il 23% al di sotto della media dei paesi dell'Europa a 15. Siamo in particolare ben lontani dalla media del Regno unito (38 mila dollari), dell'Irlanda (31 mila), dell'Olanda (31 mila), della Germania (30) e perfino della Spagna (25 mila dollari). Il tutto senza tenere conto delle differenze nel potere di acquisto, che ci vedono ulteriormente penalizzati, dato il più elevato livello dei prezzi che caratterizza il nostro paese nei vari settori dei beni di consumo, per non parlare delle abitazioni. Tenuto conto di ciò, i 19 mila dollari corrispondenti alla media delle retribuzioni portoghesi valgono senz'altro di più in termini reali dei disastrati salari italiani.
Magistrati distanti dalla società - Giuseppe Di Lello
Dai discorsi d'apertura dell'anno giudiziario in Cassazione si ricava la sensazione che ricominci a soffiare aria di collateralismo tra i vertici della magistratura e l'esecutivo. In una giornata che, ormai da anni, ha sempre segnato un passaggio difficile per i tutti governi, chiamati a rispondere dello sfascio della giustizia, il ministro Angelino Alfano e il presidente Silvio Berlusconi se la sono cavata benissimo, riportando a casa molti elogi e nessuna critica. Il primo presidente Vincenzo Carbone e il procuratore generale Vitaliano Esposito, tra una cifra e l'altra del disastro giustizia, tra una critica ai magistrati televisivi e una invocazione alle riforme condivise, hanno trovato il tempo di lodare anche il processo breve senza ricordare che, con la norma transitoria, si applicherà anche ai processi in corso, seppellendo così la altrettanto rispettabile ansia di giustizia di centinaia di migliaia di cittadini che rimarranno privi di tutela giurisdizionale. Si sono pure dimenticati di dire che le «vere» riforme sinora tentate sono state quelle a protezione del capo del governo tutte dichiarate incostituzionali, così come quelle attualmente pendenti, sempre protese allo stesso fine non certo di interesse generale. I vertici giudiziari sono sempre stati poco teneri nei confronti dell'esecutivo ma questa volta la musica sembra essere cambiata, con un assist ad Alfano che, infatti, ha colto la palla al balzo per esaltare le riforme in cantiere e attaccare l'Anm colpevole di protestare proprio contro queste ultime. Già, l'Anm da domani protesterà nelle varie corti d'appello uscendo dalle aule quando inizierà a parlare il rappresentante del guardasigilli. Da domani vedremo innanzitutto cosa diranno di diverso da Carbone ed Esposito i vari vertici delle corti d'appello, ma vedremo anche che assonanza di popolo, di forze sociali e politiche troveranno i magistrati protestatari. Speriamo bene, anche se dalla inaugurazione in Cassazione l'Anm sembra uscire abbastanza isolata, con la corrente di Mi contraria alla protesta e il troppo tiepido consenso del centrosinistra. Ogni associazione o movimento è libero di organizzare la protesta come meglio crede, ma quella dell'Anm, tutta interna all'istituzione giudiziaria e solo per le riforme di questa (separazione delle carriere, processo breve...) rischia d'essere scambiata per una manifestazione corporativa con poca presa sulla società, in una fase in cui, tra l'altro, le disfunzioni vengono imputate più ai giudici che alle carenze del sistema complessivo. Ci sarebbe stato bisogno di ricollegare la protesta dei magistrati ai problemi - anche giudiziari - delle persone, con composte manifestazioni locali nelle quali far intervenire, per esempio, un immigrato di Rosarno picchiato e non pagato, una parte lesa del crack Parmalat alla quale taglieranno il processo, una precaria della scuola licenziata, un baraccato dell'Aquila, una vittima della malasanità con il colpevole impunito per prescrizione, un familiare di un morto sul lavoro in attesa di giustizia. Un tempo, insieme ai sindacati, alle forze progressiste, si discuteva molto e molto si faceva, per l'ambiente, per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, contro la repressione delle proteste operaie e studentesche, al sud contro le mafie e il caporalato, ed altro ancora. I risultati c'erano stati: attraverso questo collegamento con i problemi delle persone la magistratura aveva riacquistato grande credibilità, come pure sembrava aver messo per sempre al sicuro la sua autonomia e indipendenza. Ora tutto ciò sembra svanito. Forse più che uscire dalle aule per vagare senza meta, bisogna tornare a incontrare i «cittadini» tanto citati nella Costituzione.
Tornano i Viola, tanti sit-in in difesa della Costituzione - Carlo Lania
ROMA - Il primo ad aderire è stato il leader dell'Italia dei valori Antonio Di Pietro che oggi pomeriggio alle 16 sarà davanti la prefettura di Milano. Poi è stata la volta della Federazione della sinistra, con Paolo Ferrero che «aderisce e appoggia con forza l'iniziativa». Infine Sinistra e libertà, il cui leader Nichi Vendola dopo aver partecipato in mattinata alla presentazione del libro dell'ex pm, oggi eurodeputato dell'Idv Luigi De Magistris, sarà presente al sit-in davanti alla prefettura della capitale. Nessuna notizia invece, almeno fino a ieri sera, dal Pd, fatta eccezione per la partecipazione a titolo individuale di Debora Serracchiani. Partiti a parte hanno garantito la loro presenza, tra gli altri, Moni Ovadia, Dario Fo e Franca Rame, Vittorio Agnoletto, Articolo 21, i Comitati BoBi, l'Anpi, l'Associazione giuristi democratici e gli operai Fiat di Termini Imerese. Ancora una volta il popolo viola chiama e ancora una volta le risposte non si fanno attendere. L'obiettivo di oggi è la difesa della Costituzione, motivo per il quale a partire dal primo pomeriggio centinaia e centinaia di persone si raduneranno davanti alle prefetture di mezza Italia dando vita a sit-in con interventi e letture. «Di fronte all'ennesimo tentativo di saccheggiare la Costituzione - scrivono sul web gli organizzatori - abbiamo soltanto due strade: o assistere passivamente al delirio distruttivo dell'establishment berlusconiano o reagire con la prontezza e la determinazione democratica che la situazione richiede. Noi scegliamo la seconda». Rispetto alla manifestazione del 5 dicembre scorso, quando centinaia di migliaia di persone sfilarono a Roma per NoBday, il modo di procedere del popolo viola non è cambiato: i politici che vogliono partecipare sono benvenuti, ma di prendere la parola non se ne parla: quello resta, almeno per ora, privilegio che spetta solo ai cittadini. «Il tema della giornata è importante e di estrema attualità, speriamo che la partecipazione sia numerosa», confida Anna Mazza, responsabile del gruppo viola di Napoli e tra le organizzatrici della giornata. In contemporanea con l'Italia, fuso orario permettendo, sit in si terranno anche a Parigi, Londra, Düsseldorf, San Francisco, Vienna e Hong Kong. Passato, anche se non del tutto, lo spontaneismo dei primi tempi, in questi mesi i viola hanno cominciato a darsi un'iniziale forma di organizzazione: è nato un coordinamento nazionale, è stato messo a punto un ufficio stampa ma soprattutto è stato allestito un tavolo di lavoro che dovrebbe portare alla presentazione di alcune proposte di legge, prima fra tutte una sul conflitto di interessi. In attesa di un meeting nazionale da tenersi probabilmente a marzo in una città ancora da scegliere. Quasi un congresso, che per i viola sarà la prima occasione per un confronto collettivo.
(sit-in davanti la prefettura anche a Padova, dalle ore 11 - ndr)
Protezione civile modello Scelba - Alberto Burgio
Ex ungue leonem: basta un'unghia per capire con chi si ha a che fare. Il principio vale anche per un'istituzione niente affatto marginale - la Protezione civile - che, sotto il materno nome, è in realtà un vettore del più generale processo di privatizzazione autoritaria dello Stato. Che procede nella pressoché generale disattenzione, o complicità. In paesi ad alto rischio sismico e idrogeologico la Protezione civile è un fondamentale strumento di autoprotezione dei cittadini, costituito da una rete di soggetti, volontari e forze di soccorso, dotati di competenze scientifiche e operative. Con una pericolosa particolarità: dover fronteggiare emergenze e calamità naturali impone che la Protezione civile possa agire in deroga alle leggi ordinarie, tramite ordinanze e cumulando poteri normalmente sottoposti al controllo di organismi elettivi o ispettivi. Proprio per questo, si richiede la dichiarazione di stato di calamità naturale da parte dei governi, che, di norma, sono molto attenti in materia. Ma c'è un ma, che ci riporta bruscamente all'attuale fase politica, alla crisi di legittimazione dei sistemi democratici e alla risposta neo-oligarchica delle classi dirigenti. In Italia è sempre più marcata la propensione del governo di abusare delle clausole emergenzialistiche per ampliare a dismisura i propri poteri e agire di fatto al di fuori della legge. Dal 2001 a oggi la Protezione civile ha varato oltre 600 ordinanze, gran parte delle quali nulla ha a che fare con calamità naturali. Si va dalle ordinanze per «emergenza traffico», che in molte città (Roma, Milano, Napoli, Catania) hanno permesso ai sindaci di agire senza un voto dei Consiglio comunale, a quelle per i grandi eventi come il G8 previsto alla Maddalena e dirottato all'Aquila, i mondiali di nuoto e persino i funerali di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi il governo ha avuto mani libere, semplicemente perché se le è sciolte da sé, indossando le vesti dell'angelo custode della sicurezza pubblica. In taluni casi si sono mobilitate anche funzioni militari. È avvenuto nella Campania governata dalla Protezione civile per l'emergenza rifiuti, con la dichiarazione di siti di interesse strategico militare per le discariche e l'inceneritore di Acerra. A maggior ragione i poteri di ordinanza sono usati per una incontrollata gestione del territorio quando si tratta di calamità naturali. All'Aquila, con questo sistema, sono state imposte trasformazioni urbanistiche radicali come il piano C.a.s.e. E qui viene il bello. Con un decreto-legge (il 195, in discussione in senato) il governo ha istituito la Protezione civile Spa. È un privatizzazione, ma non la solita. Continua, beninteso, la rapina «modernizzatrice» delle risorse pubbliche, in linea con le ordinanze della Protezione civile che hanno già fruttato appalti per miliardi di euro (300 milioni alle imprese Marcegaglia solo per il G8 abortito della Maddalena). Ma la posta in gioco è ben altra. Il decreto amplia ulteriormente i poteri dell'esecutivo, prevedendo la figura dell'«emergenza socio-economico-ambientale», una dizione talmente vaga da permettere, per dir così, la normalizzazione dell'emergenza. Torna alla mente una legge speciale firmata da Scelba nel 1951 (VII governo De Gasperi) che, «in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e delle cose», prevedeva il conferimento dei pieni poteri al governo, compresa la facoltà di derogare alle leggi vigenti e di «requisire prestazioni personali». Come si vede, lo stato d'eccezione esercita sui nostri politici un fascino potente. E lo strumento è anch'esso in qualche modo un classico: quel processo di strisciante svuotamento del parlamento ed incapacitazione del potere giudiziario che Foucault chiamava «governamentalizzazione». Di questo si tratta. Se la democrazia è il governo delle leggi, che cos'è un sistema in cui l'esecutivo dispone delle leggi a proprio piacimento? Del resto, Berlusconi e i suoi non inventano nulla. Il modello è la Fema, l'Agenzia federale per la gestione dell'emergenza alla quale, dopo l'11 settembre, il governo Bush attribuì poteri militari talmente ampi da far parlare di un governo segreto degli Stati uniti, dotato del potere di sospendere la Costituzione, imporre un comando militare e istituire campi di concentramento. Tornando a noi, sessant'anni fa in parlamento l'opposizione fu durissima. Giorgio Amendola osservò che il governo avrebbe potuto definire calamità naturale anche «il riacutizzarsi di contrasti politici», e su questa base mettere in atto un colpo di Stato. La legge proposta dal ministro Scelba fu fermata. Torna oggi, sotto mentite spoglie, come misura preventiva contro il «riacutizzarsi dei contrasti» sempre possibili in una fase di devastante crisi economica. Insomma, la storia si ripete. Salvo che ai tempi di Scelba c'era il Pci.
Il sindaco leghista querela l'immigrato: «Non sono razzista» - Giusi Marcante
BOLOGNA - Il sindaco del comune vicentino di Montecchio Maggiore, la leghista Milena Cecchetto, ha querelato per diffamazione il presidente dell'Unione immigrati di Vicenza Ousmane Condè. Lo accusa di aver offeso la sua amministrazione definendo il suo comune «razzista». Condè è il leader dell'associazione che ha lanciato lo sciopero della spesa degli immigrati a Montecchio per protestare contro la delibera comunale, approvata a luglio, che ha elevato i parametri abitativi minimi delle case. Un provvedimento che sta creando moltissimi problemi agli stranieri che non riescono più a rinnovare il loro permesso. Lo sciopero lanciato a dicembre verrà fatto sabato 27 febbraio. Solo quel giorno sarà possibile capire quanto incidono i cittadini stranieri negli acquisti della zona ma già c'è chi, come un direttore di un supermercato, afferma che gli immigrati sono circa il 20% dei clienti. La querela non spaventa Condè, africano della Guinea Francese che nel 1998 quando era in vacanza in Italia chiese asilo politico mentre nel suo paese era in corso il golpe militare. Secondo il primo cittadino di Montecchio l'offesa sarebbe stata pronunciata di fronte ai giornalisti e riportate da alcuni quotidiani locali il 14 gennaio. «Ho detto e sono pronto a ripeterlo che questi provvedimenti creano discriminazione e divisioni tra italiani e immigrati - spiega - ci sono già molti giornalisti che mi hanno detto di essere pronti a testimoniare e alcuni avvocati che mi hanno dato la loro disponibilità». Una nuova sfida che Condè e pronto a raccogliere anche andando a raccontare in un tribunale come giudica la delibera della giunta del paesone vicentino. Il provvedimento fissa, ad esempio, un limite di due persone tra i 41 e i 60 metri quadri, di tre persone tra i 60 e i 70 mentre dieci persone sono ammesse nelle case tra i 140 e 150 metri quadri. Con il risultato, spiegano dall'Unione immigrati, che si penalizzano i nuclei familiari e non si combattono gli immobili sovraffollati. Secondo dei dati che Condè aveva fornito a dicembre sarebbero circa il 70% gli stranieri che rischiano di non riuscire a rinnovare i documenti. «Un provvedimento che produce clandestinità», sintetizza Condè. L'idea dello sciopero sta diventando quindi realtà e il 27 febbraio a Montecchio ci sarà anche una fiaccolata. Qualche giorno dopo, il primo marzo, scatterà invece lo sciopero del lavoro migrante: la protesta nata su internet che ha trovato l'adesione dell'Unione degli immigrati di Vicenza. Per quel giorno «abbiamo proposto di non mandare neanche i bimbi a scuola», anticipa Condè. Contro il sindaco Cecchetto e la sua decisione di querelare sono scesi in campo i Verdi, il Partito socialista e Sinistra ecologia e libertà. «La reazione dimostra che l'annunciato sciopero della spesa preoccupa i governanti di Montecchio molto più di quanto fosse all'inizio immaginabile e questo diventa una conferma del ruolo che ormai ricopre la comunità immigrata», scrivono in una nota.
«Non è solo becerume ma precisa strategia» - Cinzia Gubbini
Marco Aime, antropologo, insegna all'università di Genova e da anni analizza le dinamiche del razzismo in Italia. Il suo ultimo libro si intitola «La macchia della razza», ed è edito da Ponte alle Grazie. A lui chiediamo qualche considerazione su quanto accaduto l'altroieri a Reggio Calabria in occasione del consiglio dei ministri: l'equiparazione di Berlusconi tra immigrati e criminali (ha detto proprio così, e non «immigrati clandestini») e la decisione di basare buona parte della riunione di governo sulla discussione dei «risultati positivi» raggiunti con l'accordo con la Libia e lo stop agli sbarchi a Lampedusa. La frase di Berlusconi di ieri «più immigrati, più crimini» potrebbe essere interpretata come la solita boutade, lei cosa ne pensa? Purtroppo bisogna smettere di prendere queste «esternazioni» come semplici battute a effetto, ma iniziare a pensare che siamo in presenza di un governo con una forte componente razzista, nel senso letterale della parola, la Lega, che condiziona in modo determinante le politiche relativa all'immigrazione. Tutto è cominciato dicendo «i politici devono parlare come parla la gente»? Sembrava folklore, invece è becerume e nemmeno spontaneo, perché viene utilizzato a dovere, quando conviene, per finalità politiche ben precise. Non sono parole uscite di senno per caso, ma armi brandite per intimidire e far tacere gli avversari. Fortunatamente gran parte della gente non parla e non pensa come Calderoli & C. quella del popolarismo è stata una bella scusa per imbarbarire il linguaggio politico. Purtroppo manca una reazione positiva a questo atteggiamento. La sinistra sembra timida, al punto di far venire il dubbio che sia consenziente. Non basta indignarsi (e peraltro si indignano in pochi e a bassa voce). Bisogna proporre un'idea nuova di società, di convivenza che vada al di là del buonismo retorico e generico. Forse anche Hitler, sicuramente Mussolini parlavano come la gente. Il «me ne frego» fascista è l'antesignano di questi discorsi. Questo genere di linguaggio sdoganato nel mondo della politica, e dei media, quali frutti regala? Porta alla rissa, alla caciara, che è l'ambiente dove personaggi come i leghisti e i berlusconiani, Berlusconi compreso, si muovono meglio. Non avendo nessuna cultura istituzionale e pochissima cultura in genere, l'unica è smontare ogni schema civile di confronto e metterla sul piano del sopruso. Basta guardare le tecniche di interruzione e di sovrapposizione continue adottate dei talk show televisivi, per capire che dietro c'è una strategia ben precisa. I dati dimostrano che gli immigrati senza permesso di soggiorno delinquono più degli italiani. Qualche considerazione a questo proposito? Una domanda innanzitutto: in quei dati sono compresi i datori (datori forse è un termine eccessivo, visto che danno ben poco) di lavoro che sfruttano quegli stranieri che delinquono? Sono compresi i clienti «bianchi» delle prostitute «nere»? I cocainomani italianissimi che acquistano la polvere bianca da spacciatori stranieri? Il sistema della malavita funziona perché c'è un mercato e c'è una domanda e quella domanda siamo noi a renderla attiva. Se poi, con un'aberrazione giuridica come l'introduzione del reato di clandestinità, che punisce un individuo per ciò che è e non per ciò che fa, si spingono migliaia di persone nelle braccia della malavita, non possiamo poi dire: è colpa loro. È colpa nostra così come è colpa nostra il tacere, il fare finta di non vedere. Primo Levi si chiedeva se si può accusare un popolo intero di razzismo. Non tutti in Italia e in Germania erano razzisti, vero, ma molti, troppi hanno taciuto. E non sono meno colpevoli.
Blair sull'Iraq: rifarei la guerra - Paolo Gerbaudo
LONDRA - Sei ore d'interrogatorio e decine di domande che hanno trovato una risposta secca. «Sono cosciente della responsabilità storica, ma non provo alcun rimorso». Messo di fronte alla Commissione d'inchiesta sulla guerra in Iraq, l'ex primo ministro responsabile di aver condotto il suo paese in una guerra illegale, non lascia trasparire alcun segno di pentimento e difende a spada tratta la propria alleanza con Bush e un conflitto che «ha migliorato la vita degli iracheni». Dopo le rivelazioni scottanti fatte da diverse figure di punta negli ultimi giorni - tra cui quella di Lord Goldsmith, rappresentante dell'avvocatura generale dello stato che ha ammesso che la guerra era illegale, pur avendo dato a suo tempo il via libera - ecco «il giorno del giudizio» di Tony Blair. L'ex primo ministro arriva di prima mattina al Queen Elizabeth Conference Center, dove lo attendono i membri della Chilcot Inquiry. Entra furtivamente da un'entrata di servizio, gabbando trecento persone che agitano cartelli che gli danno del bugiardo. Seduto nell'aula in attesa dell'interrogatorio, il suo sguardo è quello di quando era primo ministro, sornione e magnetico. Ma il viso è scavato e teso, comicamente allungato. Tanto da farlo somigliare a quello ritratto sulle maschere indossate dai manifestanti. Parte l'interrogatorio e Blair cerca di apparire spigliato, le mani che si muovono soavemente a dare sostegno alle sue spiegazioni arzigogolate. Ma in altri momenti fa fatica a nascondere l'impaccio. Come quando nei momenti d'interruzione dell'interrogatorio fiume si alza dalla sedia e con la coda degli occhi controlla la platea, con la testa leggermente chinata verso avanti a protezione. Quasi temesse l'arrivo di un paio di scarpe volanti, come quelle lanciate al suo amico ed alleato George Bush, o un urlo da parte di quei familiari dei caduti che sono riusciti ad ottenere uno dei 50 posti alle spalle del leader laburista. «Viste le informazioni che erano a mia disposizione, non ero disposto a correre il rischio di lasciare in mano ad un paese pericoloso armi di distruzione di massa» afferma Blair ai «saggi» che puntano a ricostruire i giorni in cui fu decisa l'entrata in guerra del Regno Unito. Ammette di aver garantito con un anno di anticipo all'alleato americano che sarebbe stato al suo fianco «nel caso in cui si fosse reso necessario l'uso della forza». Ma cerca di ritagliarsi un ruolo di grande diplomatico che fino all'ultimo minuto ha cercato di trovare soluzioni alternative alla guerra e che ha provato a convincere Bush che fosse necessaria una soluzione al conflitto in Palestina per placare la rabbia del mondo arabo. Le domande gli vengono poste cortesemente, ma non mancano di accendergli sul volto un'espressione di leggero fastidio. Si ferma due secondi. Riflette. Poi con eloquenza le schiva o le rigira, muovendo la discussione verso altri binari - l'atmosfera internazionale dopo l'11 settembre, il suo ruolo come inviato del quartetto in Medio Oriente e la minaccia posta dall'Iran - un tema ricorrente durante la deposizione, quasi a suggerire che Ahmadi Nejad, rappresenti una minaccia di fronte alla quale sarebbe legittimo procedere ad una invasione come quella lanciata contro l'Iraq. Al centro della sua difesa studiata nei minimi dettagli il clima maturato dopo l'11 settembre, quando «ci rendemmo conto che se i terroristi avessero potuto avrebbero ucciso non solo 3.000 ma anche 30.000 persone». A quel punto «il calcolo del rischio cambiò drasticamente» sostiene Blair. L'unico punto in cui i membri della commissione, che annovera molte persone che a suo tempo sostennero l'entrata in guerra, sembrano metterlo alle corde è sul dossier del settembre 2002 che sosteneva che l'Iraq possedesse armi di distruzione di massa (mai ritrovate) e che servì come giustificazione per l'entrata in guerra. «Non me ne occupai molto a quel tempo» - svicola Blair scaricando tutte le responsabilità sul Joint Intelligence committee, l'organo di coordinamento dei servizi segreti di Sua Maestà. «Immaginate se le armi di distruzione di massa ci fossero state veramente. Che cosa avrebbero detto di me se non avessi agito?» ha chiesto Blair alla commissione Chilcot. «Io penso che non fosse possibile prendersi questi rischi». Fa un passo indietro sull'intervista rilasciata l'anno scorso alla Bbc in cui disse che anche se non ci fossero state armi di distruzione di massa, bisognava attaccare l'Iraq per effettuare un cambio di regime. Ma mantiene il suo giudizio positivo sulla guerra, grazie alla quale «milioni di iracheni ora stanno meglio di quando stavano sotto Saddam». Fuori dal Queen Elizabeth Conference Center, poche centinaia di manifestanti sono rimasti per tutta la durata dell'audizione urlando «arrestate Tony» o «Blair al tribunale dell'Aia» e leggendo l'elenco degli iracheni e dei britannici che hanno perso la vita «per colpa di Blair». Asla, 20 anni di Oxford, è venuta qui con Jessica, 21 anni di Manchester. Le due amiche sono cresciute assieme nel movimento contro la guerra e non si potevano perdere questo evento. «Alla grande manifestazione del febbraio 2002, io avevo appena 13 anni» dice Asla. «Questa audizione è una cosa importante, tuttavia è solo un piccolo passo perché venga fatta giustizia sull'Iraq» afferma Jessica. «Il movimento contro la guerra ha perso pezzi» si lamenta John guardando le poche persone venute a manifestare. «Questa era l'occasione per farla pagare a Tony Blair, ma la gente ha perso ogni fiducia in queste proteste e se ne rimane a casa». Alle 5 di pomeriggio, terminata la deposizione, Tony Blair esce di volata dal centro conferenze mentre i manifestanti gli urlano all'unisono «vergogna». Blair li schiva con la stessa noncuranza con cui li aveva evitati all'arrivo e la medesima freddezza con cui ieri ha schivato una ad una le domande poste da una commissione che incaricata di ricostruire perché la Gran Bretagna sia entrata in guerra contro l'Iraq, sembra quanto mai lontana da ottenere la verità.
«L'attacco fu illegale, ma non farà la fine di Pinochet» - Paolo Gerbaudo
LONDRA - Davanti al Queen Elizabeth conference center, dove Tony Blair ha deposto di fronte alla Commissione di inchiesta sulla guerra in Iraq, i manifestanti hanno affisso su un cartello un mandato d'arresto, per chiedere che l'ex premier sia processato dalla Corte penale internazionale dell'Aia (Cpi). Dopo che diverse testimonianze alla commissione Chilcot hanno confermato ufficialmente l'illegalità dell'attacco all'Iraq, si sono rincorse le speculazioni sull'eventualità che un giorno Blair possa finire alla sbarra. Ma per il professore Robert Cryer dell'Università di Birmingham, autore di testi su guerra e diritto internazionale - un «processo a Tony Blair è altamente improbabile». Blair processato all'Aia: possibile dal punto di vista del diritto internazionale? La Cpi, istituita dallo Statuto di Roma, di cui la Gran Bretagna è firmataria, ha teoricamente giurisdizione sul crimine di aggressione che è quello che si configura per Tony Blair. Tuttavia questa giurisdizione è sospesa perché i paesi firmatari non si sono ancora messi d'accordo sulla sua definizione. Anche se un accordo su questo punto arrivasse nei prossimi mesi, non avrebbe valore retroattivo. Quali passi dovrebbero essere intrapresi per un procedimento all'Aia? La via principale è una richiesta da parte del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia la Gran Bretagna è membro permanente con potere di veto in questo organismo, e non tollererà mai una cosa del genere. La Cpi può anche procedere di sua iniziativa ma deve avere l'approvazione del tribunale che si occupa delle indagini preliminari, e pure questa opzione mi sembra difficilmente praticabile visto che al momento la giurisdizione sul crimine di aggressione è sospesa. Alcuni esperti tra cui Sir Geoffrey Bindman sostengono che sarebbe pure possibile processare Tony Blair nelle corti del Regno Unito. Ne dubito fortemente, perché qualche anno fa la camera dei Lord ha emesso una sentenza in cui ha definito il reato di aggressione, un crimine che non viene coperto dalla giurisdizione nazionale. A meno di una sentenza in senso contrario sarebbe estremamente difficile per un giudice giustificare l'apertura di un processo. Ultima opzione che viene considerata è il fatto che Tony Blair venga arrestato e processato in un altro paese in cui si trovi in visita per i suoi impegni, come successe a Pinochet. Di fatto solo una manciata di paesi contempla nel proprio codice penale il reato di aggressione contro un altro paese: in Europa l'unico paese è la Germania. Mi sembra alquanto difficile che un giudice di un paese terzo riesca a dimostrare di avere la giurisdizione per dare vita ad un tale processo.
Atene, lacrime e sangue - Pavlos Nerantzis
ATENE - Al Forum mondiale di Davos, il «caso greco» è stato al centro delle discussioni. Tutti si rendono conto, infatti, che la crisi economica ad Atene rischia di avere effetti negativi nell'intera zona dell'euro e potrebbe scompaginare l' architettura del patto di stabilità, elaborato a Maastricht e formalizzato a Dublino. Ieri il commissario europeo agli affari monetari, Joaquin Almunia, ha cercato di calmare gli animi, ribattendo alle voci secondo le quali la Grecia potrebbe uscire dalla zona euro. Ma l'allarmismo persiste e ogni giorno viene smentita una notizia riguardante il «caso greco». Giovedì scorso, il quotidiano Le Monde ha scritto che diversi paesi della zona euro, come Francia e Germania, stanno elaborando un piano di emergenza per salvare la Grecia dal tracollo finanziario. La notizia è poi stata smentita al pari di un'altra, pubblicata sui quotidiani greci, secondo la quale Atene pensa di chiedere un prestito a Pechino. «La solidarietà è possibile, e ci sarà. Un piano di salvataggio è impossibile e non ci sarà», ha detto Almunia. Di fatto, la Grecia - con un deficit così alto, che alla fine del 2009 era arrivato al 12,7% del Pil, con un debito pubblico che è salito al 113,4% del Pil, con una competitività bassissima e con dei dati finanziari «inattendibili» forniti in passato - si trova in una gravissima situazione economica. L'Ecofin (il Consiglio economia e finanze), nella sua ultima riunione, ha approvato il piano di risanamento, presentato dal ministro dell'economia Jorgos Papacostantinou, ma non è affatto certo che Atene ci riuscirà. Il ministro dell'economia greco ha garantito che nel prossimo anno ci sarà una stabilizzazione del debito pubblico che inizierà a ridursi a partire dal 2012, mentre per quanto riguarda il deficit, per portarlo sotto il 3% del Pil entro il 2012 si dovrà tagliarlo del 4% quest'anno e del 3% nei due anni successivi. «Ma fino che punto saranno sufficienti le misure previste per rispettare i parametri di Maastricht?» è la domanda che si pongono analisti sia in Grecia che all'estero. Il piano di risanamento prevede la riduzione delle spese statali, incluse quelle militari, un parziale congelamento dei salari con un taglio del 10% degli incentivi, il blocco delle assunzioni escluse quelle nei settori della sanità, dell'istruzione e della sicurezza, una ampia riforma fiscale che miri a ridurre l'economia sommersa; ma lo stesso Papacostantinou, rendendosi conto che è molto difficile far calare il deficit sotto il 3%, non ha escluso ulteriori tagli di spesa e incrementi delle tasse. Anche perché Atene, oltre la solidarietà, «non ha chiesto né si aspetta» un'assistenza finanziaria dall'Ue. Tutto ciò nel momento in cui la borsa di Atene continua a calare vertiginosamente, la gente silenziosamente per il momento soffre il carovita e l'austerità e agenzie di rating, come la Moody's, prevedono la morte lenta della Grecia e del Portogallo, spiegando che un tale rischio potrebbe verificarsi, visto che i due paesi destinano una maggiore quota di ricchezza per ripagare il debito, e gli investitori chiedono un premio a fronte delle obbligazioni detenute. A parte questo, il governo socialista deve fare i conti con i giochi speculativi del mercato. Lo dicono sotto voce a Bruxelles, lo ha sottolineato lo stesso premier greco che a Davos è passato all'offensiva. «La Grecia è un anello debole che la speculazione ha preso di mira per un attacco alla zona euro», ha dichiarato Jorgos Papandreou, aggiungendo con tono autocritico che «il peggiore deficit è il deficit di credibilità». Fino che punto i greci, che percepiscono gli stipendi più bassi d'Europa, riusciranno a sopravvivere a questa crisi è un'altra domanda che si pongono gli analisti. Il governo socialista, grazie alla sua vittoria trionfale, nei suoi primi cento giorni non ha avuto problemi. Da due settimane, però, lo sciopero degli agricoltori che hanno bloccato tutte le strade principali del paese, protestando per la crisi che sta colpendo il settore, rischia di provocare il collasso generale. Non a caso, anche quegli strati sociali che in passato erano solidali con gli agricoltori - i quali esigono una nuova politica dei prezzi, il versamento immediato dei sussidi non pagati e nuovi aiuti -, questa volta sono schierati contro coloro che «arbitrariamente chiudono le strade, dando un colpo di grazia a un'economia già in crisi profonda».
La Stampa - 30.1.10
Allarme 'ndrangheta: "I boss si preparano ad alzare lo scontro" - Guido Ruotolo
Quella messa in atto dalla 'ndrangheta in queste prime settimane di gennaio è una «strategia della tensione»: «Divenuta sempre più potente grazie agli enormi profitti illeciti accumulati, non intende più subire passivamente le leggi e le sanzioni dello Stato e manda messaggi graduati e chiari in tal senso: non spara nel mucchio, ma colpisce in modo mirato chi osa affrontarla». E' uno dei passaggi dell'intervento che il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro, leggerà stamani, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario alla presenza di Renato Schifani, presidente del Senato. E' inquietante l'analisi del procuratore generale sull'«eccezionalità degli eventi susseguitisi nel mese che volge al termine»: la bomba del 3 gennaio davanti al portone della Procura generale; l'auto con armi ed esplosivi trovata nel giorno del Capo dello Stato a Reggio Calabria. E infine la lettera minatoria al pm antimafia Giuseppe Lombardo. «E' di tutta evidenza - è la tesi di Di Landro - che la 'ndrangheta ha innalzato lo scontro a livelli inusitati, evidentemente non riconoscendo più il primato della legge e dello Stato, nei confronti del quale si pone come antagonista con le sue feroci sanzioni, quali gli attentati dinamitardi o la morte. A ben riflettere nell'ottica perversa della criminalità organizzata tutto ciò è stato inevitabile». Secondo il procuratore generale, «il cambiamento di clima in alcuni uffici giudiziari, con una logica più incisiva nell'affrontare il fenomeno mafioso, non poteva non suscitare le reazioni di questi giorni». Insomma, la bomba, le armi, la lettera minatoria rispondono alla necessità di replicare alla svolta degli uffici giudiziari che prima, evidentemente, non portavano avanti una strategia antimafiosa del tutto efficace. Perché la criminalità organizzata vuole colpire la procura generale? «L'innovazione imperdonabile apportata da quest'ufficio - dice il procuratore generale Salvatore Di Landro - è costituita dall'aver dichiarato espressamente e di aver dimostrato anche inusualmente che non intende essere il "ventre molle" del sistema giudiziario quale forse si era ritenuto nell'immaginario mafioso: forse un Ufficio dove si riteneva di poter "aggiustare i processi" con patteggiamenti ormai grazie a Dio non più consentiti, o un Ufficio di revisione "tout court" delle pene o peggio delle responsabilità». Una denuncia forte quella di Di Landro, che provocherà certamente uno scossone in un distretto giudiziario che soprattutto in passato (ma in parte anche oggi) è stato al centro di una stagione di veleni interni alla magistratura stessa. Del resto la denuncia di Di Landro trova una conferma dall'arrivo in città degli ispettori mandati dal Guardasigilli Angelino Alfano. Giovedì, il capo degli ispettori, Arcibaldo Miller, ha sentito proprio il procuratore generale Di Landro si può ipotizzare sul comportamento di alcuni sostituti generali sulle confische dei beni o sulla revisione delle posizioni processuali di alcuni imputati. Nel suo intervento che leggerà stamani, il procuratore generale Salvatore Di Landro lega la lettera minatoria al sostituto procuratore antimafia Lombardo alla bomba del tre gennaio scorso.Spiega: «La 'ndrangheta colpisce questa Procura generale che si propone nella veste inusitata, ad avviso della 'ndrangheta, di organo di giustizia rigoroso; quel sostituto che osa colpire tra l'altro i santuari più reconditi e lucrosi del malaffare, sequestrando beni per decine di milioni di euro».
Fatti non parole - Francesco La Licata
Certo, ha fatto effetto vedere il governo al gran completo, per la prima volta nella storia patria riunito nella sede sociale della 'Ndrangheta, all'ombra degli enormi Bronzi di Riace, icona della «Calabria buona». Un effetto rassicurante che fa da contraltare allo smarrimento dei giorni precedenti. Quando i padroni del territorio inviarono due segnali inquietanti, prima con la bomba contro la Procura Generale di Reggio Calabria e poi con l'intimidazione addirittura nel giorno della visita ufficiale del Capo dello Stato, accorso a testimoniare la vicinanza dell'intero Paese col popolo di Calabria, con le forze dell'ordine e con i magistrati. Ed è altrettanto rassicurante ascoltare il lungo elenco di progetti e buoni propositi illustrati dal governo, insieme con la dichiarata ferma volontà di ingaggiare battaglia dura nei confronti di una illegalità ormai prossima a toccare i limiti della tollerabilità. I mezzi d'informazione hanno sintetizzato il programma del governo in un pacchetto che dovrebbe contenere una decina di punti da realizzare. Appunto, da realizzare. Ciò vuol dire che, da questo momento in poi, a tappe forzate - perché i tempi lunghi danno ossigeno alle mafie - governo e Parlamento dovranno rendere concrete contromisure quelle che finora sono soltanto buoni propositi. La linea illustrata dai ministri sembra dare precedenza assoluta alla strategia di aggressione ai patrimoni mafiosi. Sarà costituita un'Agenzia governativa che si assumerà l'onere di catalogare, razionalizzare i beni illeciti, anche quelli ancora non confiscati ma in fase di sequestro. Nello stesso tempo, li dovrà amministrare (sostituendosi ai custodi designati dai tribunali) per darli, alla fine, in gestione dopo un'accurata istruttoria. Su questo punto il governo, il ministro dell'Interno in particolare, ha dichiarato tutta la disponibilità a bruciare le tappe per «chiudere» in un paio di settimane. È, questo, l'unico punto fermo del pacchetto, dato che il resto è affidato ai tempi dei dibattiti parlamentari non sempre in sintonia con le necessità emergenziali e con le interpretazioni in materia di giustizia, come dimostrano le vicende legate a parlamentari (o anche esponenti governativi) inquisiti o condannati eppure ancora intoccabili. Guai se si dovesse entrare nel groviglio dell'ostruzionismo e del dibattito stucchevole che ha caratterizzato lo scontro totale sulla giustizia (intercettazioni, processo breve e lodi vari). Di ritardi se ne sono registrati già di gravi: il testo unico delle leggi sulla mafia, per esempio. Se ne parla da anni e non sarebbe un'operazione improba: sarebbe bastato dedicare all'argomento lo stesso tempo concesso ad emergenze meno pregnanti per gli interessi della maggioranza dei cittadini. La tracciabilità dei flussi finanziari, altro punto del pacchetto: è emergenza recente? Assolutamente no, visto che, prima dell'esplosione finanziaria della 'ndrangheta, avevamo assistito - per anni - allo strapotere economico di Cosa Nostra. Ricordiamo perfettamente l'ostruzionismo delle banche quando il giudice Giovanni Falcone cominciò a chiedere l'accesso ad alcuni conti. Questa volta, oltre che fare in fretta, sarà necessario sorvegliare attentamente. E ancora: l'accertamento fiscale ai soggetti sottoposti a misure di prevenzione. C'è bisogno di attendere la condanna? Con buona pace dei garantisti, non si intravede nessuna limitazione alle libertà nell'accertare se un sospettato di mafia, intanto, ha pagato le tasse. La stazione unica appaltante, infine. L'esperienza dice che si può fare in fretta: in alcune Regioni è stata già sperimentata, con risultati alterni. Perché, come per ogni legge, ciò che serve è che se ne controlli, poi, l'applicazione. Gli altri punti, che riguardano soprattutto la razionalizzazione dell'azione di contrasto, sinceramente sono sembrati riedizioni del vecchio ritornello del «coordinamento delle forze dell'ordine», puntualmente tirato in ballo ogni volta che accadeva la tragedia di turno. Oggi si chiama «desk interforze provinciale». Insomma, dopo gli annunci, si attendono i fatti. Un buon esempio di concretezza è arrivato dalla Confindustria che ha deciso di espellere gli imprenditori che pagano il pizzo e non denunciano. Una bella scommessa, che rompe col passato per abbracciare una prassi già collaudata con risultati incoraggianti in Sicilia.
Il doppio equivoco di vescovi e Palazzo Chigi - Marco Castelnuovo
L'equazione di Berlusconi «meno clandestini, meno crimini» è rimbalzata talmente tanto che ieri è intervenuta pure la Cei: «Dai nostri dati risulta che la percentuale della criminalità tra italiani e stranieri è analoga se non identica», ha detto il segretario generale Mariano Crociata. Chi ha ragione? Per scoprirlo, è necessario innanzitutto fare alcune distinzioni. La prima riguarda gli stranieri regolari e irregolari: è certamente vero, come dice la Cei (e il Viminale conferma nel suo ultimo rapporto) che il tasso percentuale di reati commessi da stranieri regolari è di poco più alto rispetto a quello commesso dagli italiani. È circa dell'1,3% contro lo 0,75% dei cittadini italiani. Hanno dunque ragione i vescovi nel sostenere che non c'è alcuna correlazione tra l'incremento del numero degli stranieri e il numero di reati, tanto che i primi continuano a crescere, mentre i crimini, come ha annunciato anche recentemente il ministro Maroni, per fortuna calano. Berlusconi però non si riferiva genericamente agli immigrati, ma più precisamente ai clandestini. Sono loro, a ben guardare i dati, a fare la differenza: circa l'80 per cento dei reati degli immigrati infatti sono commessi da irregolari. Il dato si desume anche dalle denunce. Quelle a carico degli stranieri sono il sei per cento, percentuale proporzionata alla popolazione residente straniera. Peccato però che la cifra fa riferimento a tutti gli stranieri, clandestini compresi, che si stima siano più di un milione: una cifra arrotondata per difetto e in continua espansione, mentre i regolari sono circa quattro milioni. Insomma un quinto degli stranieri compie i tre quarti dei crimini. Possibile? Sì, ma anche qui bisogna introdurre una distinzione sulla tipologia dei reati commessi. Innanzitutto va chiarito che tra coloro che oggi si trovano in condizione di clandestinità, solo il 30% è entrato in modo irregolare nel nostro territorio. Gli altri si «sono trovati clandestini» dopo che il loro permesso di soggiorno è scaduto. Viceversa, molti clandestini sono diventati regolari grazie alle varie sanatorie che si sono succedute negli anni. Le condizioni di disagio e la mancanza di lavoro sono i fattori che più spingono gli immigrati a commettere reati: e più queste condizioni sono estreme più è facile «ingrossare la schiera della criminalità», come dice il premier. E allora, vediamo che tipo di reati gli stranieri compiono. Praticamente non rapinano banche (il 3 per cento delle denunce), né uffici postali (6 per cento). Mentre all'estremo opposto ci sono i borseggi (70%). È di mano straniera circa metà delle rapine nelle abitazioni, il 19% delle estorsioni, il 29% delle truffe e frodi informatiche. All'interno di queste percentuali, bisogna poi suddividere tra regolari e non. Ci sono alcuni crimini commessi quasi esclusivamente da irregolari (i furti, ad esempio) ed altri, invece, che vengono in parte compiuti anche da regolari (contrabbando, estorsioni, violenza carnale). Infine, i numeri sui detenuti. Ha detto il ministro della Giustizia Angelino Alfano lo scorso 20 gennaio alle Camere nel presentare lo stato della Giustizia in Italia che ci sono nel nostro Paese 65.067 detenuti, di cui 24.152 stranieri, ovvero il 37,1 per cento. Detto così, è una cifra abnorme, rispetto al 6 per cento di stranieri residenti. Va però considerato che il 30% degli immigrati finisce in carcere per infrazioni legate alla loro condizione di irregolari. E questo al netto del reato di clandestinità introdotto lo scorso agosto che benché abbia visto già 12.500 denunce, stenta a vedere le prime condanne. Un terzo dei clandestini è in prigione per trasgressione delle leggi in materia di immigrazione (14,7%), false dichiarazioni sull'identità (4,2%), resistenza a pubblico ufficiale (3,8%), falsità di privati in atti pubblici e atti falsi (3,4%). Inoltre, la motivazione dell'arresto degli stranieri è spesso legata a piccoli reati per i quali è prevista una pena detentiva di breve durata, e alla mancata concessione di misure alternative alla pena detentiva, che invece sono usualmente concesse agli italiani.
Polemica sulla caccia, la rivolta degli animalisti contro la legge - Antonella Mariotti
TORINO - È iniziata la grande protesta contro l'articolo 38 «stragista», secondo gli animalisti, della legge dell'Ue che permette la caccia tutto l'anno. Subito dopo l'approvazione in Senato dell'articolo che elimina i limiti di tempo alla stagione venatoria, il mondo animalista è insorto: dalle associazioni internazionali, come Wwf, Greenpeace e la Lipu-Birdlife con Legambiente, fino agli Animalisti italiani, agli Amici della terra e poi l'Enpa, Fare verde, Lav, Lida, Memento naturae, No alla caccia, Oipa, Associazione vittime della caccia e Vas e, infine, i gruppi su Facebook che minacciano proteste e marce per le città contro chiunque sostenga la caccia. Tutti contro i senatori che - accusano le associazioni - hanno preso una «decisione vergognosa. E ora inizia la mobilitazione per «una battaglia epocale alla Camera». Questa legge - sostengono - mette a rischio tutti i volatili. Saranno giorni molto intensi, i prossimi, anche all'interno della maggioranza. Il sentimento animalista è trasversale e per la salvezza dell'allodola si possono formare alleanze pronte a dividere anche i governi dai numeri più solidi. Ieri il ministro all'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha gridato al «colpo di mano»: «Correggeremo alla Camera questa legge. L'idea della caccia libera per divertimento è un qualcosa che definirei una barbarie culturale che pensavo appartenesse al passato». E domani in Abruzzo parte la prima protesta dal vivaio del Corpo forestale di Collecorvino, a Pescara: ci sarà «una passeggiata ecologica per disturbare i cacciatori». Lo slogan sarà: «Referendum abrogativo subito». «I cacciatori non hanno mai rispettato le leggi - sostiene Walter Caporale, presidente dell'Associazione animalisti italiani onlus -. In Abruzzo, con la compiacenza dell'assessore alla caccia e di un pugno di consiglieri, non sono mai state rispettate neanche le ordinanze del Tar. Anzi si è depositato, discusso in Commissione e approvato un progetto di legge incostituzionale. Tutto in una settimana». Ma ieri, mentre il tam tam anti-caccia chiamava alla rivolta, da Bruexelles arrivava una precisazione dei cacciatori: «La legge italiana ha recepito la direttiva europea secondo cui il prelievo venatorio deve essere controllato, programmato e coordinato. I clamori mossi contro questo atto del governo è un sistema italico di dire no da parte di cui non condivide questa visione». Così Giovanni Bana, vicepresidente della Federazione delle associazioni di caccia e conservazione della fauna selvaggia dell'Ue (Face) con sede a Bruxelles. «L'Italia - ha precisato - si adegua alla direttiva europea sugli uccelli - la 409 del 2 aprile 1979 - che ci consentirà di eliminare ogni contenzioso con la Commissione europea e con la Corte di giustizia dell'Ue». C'è poi da sottolineare che ogni decisione sulla stagione venatoria dovrà passare dall'approvazione dell'Ispra, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Una considerazione però che non soddisfa - chiarisce il Wwf Italia - sottolineando che «solo un italiano su 10 è favorevole alla caccia: lo dice un sondaggio dell'Ipsos commissionato da noi e altre associazioni. Del resto i cacciatori sono solo 800 mila, anche se sono una lobby molto potente». Per la Lipu poi la Ue non c'entra. Anzi: «Gravissima è l'assenza dall'articolo 38 di uno degli elementi chiave delle richieste comunitarie: il divieto esplicito di caccia nei periodi di riproduzione e migrazione degli uccelli». Cento associazioni (anche culturali, e di fotografi) hanno scritto a Berlusconi perché fermi l'articolo 38 «proprio nell'Anno della Biodiversità».
Terrore nelle notti afghane. Le operazioni segrete Usa - Anand Gopal
KABUL - In una gelida notte dello scorso inverno, nella città afghana di Khost, un giovane impiegato del governo di nome Ismatullah sparì. L'ultima volta che lo avevano visto era nel bazar con un gruppo di amici. La famiglia lo cercò per giorni, gli anziani contattarono i comandanti taleban della zona, venne coinvolto anche il governatore, che ordinò una retata contro le gang che ogni tanto prendevano qualcuno al bazar per poi chiedere il riscatto. La caccia non diede risultati. Passarono la primavera e l'estate e quando tutti ormai disperavano arrivò alla famiglia un biglietto dalla Croce Rossa, nel quale Ismatullah succintamente raccontava di trovarsi a Bagram, un carcere americano distante più di 200 km, che a rapirlo all'uscita dal bazar erano stati i soldati americani e che non sapeva quando sarebbe stato liberato. Negli ultimi anni i pashtun dei villaggi afghani hanno cominciato a perdere fiducia nel progetto americano. Molti di loro possono indicare il momento preciso di questo cambio di atteggiamento, quasi sempre un momento nel cuore della notte. Nelle segrete pratiche americane i sospettati di solito vengono arrestati nel buio e poi spediti in una delle prigioni nelle basi militari, spesso sulla scorta di sospetti debolissimi e senza informare le famiglie. Questo modo di procedere è ancora più temuto e odiato dei raid aerei. Così gli afghani si stanno lentamente rivoltando contro quell'esercito che solo pochi anni fa avevano salutato come liberatore. Il 19 novembre 2009, alle tre del mattino, un forte scoppio svegliò gli abitanti di un quartiere residenziale alle porte di Ghazni, nel Sud dell'Afghanistan. Una squadra di soldati americani sfondò il cancello della casa di Majidullah Qarar, portavoce del ministro dell'Agricoltura. In quel momento lui si trovava a Kabul, ma i suoi parenti erano in casa. Due si fecero avanti e furono colpiti in pieno. I soldati, quasi tutti barbuti e pieni di tatuaggi, entrarono in casa, si fecero strada gettando a terra abiti e suppellettili, forzarono le porte chiuse e finalmente trovarono l'uomo che cercavano: Habib-ur-Rahman, un programmatore di computer, dipendente del governo. Era il responsabile della traduzione di Microsoft Windows dall'inglese al pashtun in modo che in tutti gli uffici governativi si potesse usare quel software. Aveva passato qualche tempo in Kuwait. Il traduttore afghano che accompagnava i soldati americani spiegò che una soffiata aveva denunciato Rahman come membro di Al Qaeda. Trascinarono lui e un suo cugino, scalzi, fino a un elicottero poco lontano e di lì a una piccola base Usa per l'interrogatorio. Due giorni dopo il cugino venne rilasciato, ma di Rahman non si è più saputo nulla. Qarar ha messo in campo tutto il suo potere, invano. Gli americani, alla domanda sul perché avessero ucciso due membri della famiglia, hanno risposto con un comunicato in cui spiegavano che «i due morti erano militanti nemici che avevano mostrato intenzioni ostili». Al di là dell'innocenza o colpevolezza di Rahman, è il modo in cui è stato catturato ad aver lasciato una scia di odio e rabbia. «Dovevano proprio uccidere i miei cugini? Distruggermi la casa? - chiede Qarar -. Sapevano dove Rahman lavorava. Non potevano venire di giorno con un mandato di cattura? L'avremmo costretto a consegnarsi. Io sono andato molte volte in tv a convincere la gente ad appoggiare il governo e gli stranieri, ma avevo torto. Perché devono agire così? Non m'importa se adesso mi licenziano, questa è la verità». Le catture notturne sono solo il primo passo del processo detentivo americano in Afghanistan. I sospettati vengono mandati in una delle prigioni delle basi militari Usa sparse per il Paese. Ufficialmente queste sono nove, costituite da una serie di celle separate da pareti in compensato, di solito usate per gli interrogatori. Diciassette dei ventiquattro ex detenuti che ho intervistato sostengono di essere stati maltrattati o in viaggio o in quei luoghi. Medici, funzionari governativi e la commissione indipendente per i diritti umani in Afghanistan hanno confermato dodici di queste denunce. Uno di quei detenuti, Noor Agha Sher Khan, ex ufficiale di polizia di Gardez catturato una notte del 2003, racconta la sua storia: «Mi hanno interrogato tutta la notte, ma io non avevo nulla da dire». Agli occhi degli americani appariva sospetto perché aveva fatto occasionalmente da autista a un comandante che le forze Usa avevano arrestato per presunti legami con i ribelli. Nell'interrogatorio l'avevano incatenato al soffitto con gli occhi bendati. Ogni tanto gli aizzavano contro un cane. Gli avevano anche fatto ingollare dodici bottiglie d'acqua: «Due mi tenevano la bocca aperta, gli altri versavano. Sono svenuto. E poi ho vomitato». Continuarono così per un certo numero di giorni. Quattro mesi dopo fu liberato con una lettera di scuse delle autorità americane: l'arresto era ingiusto. La segretezza è la regola, in questi siti di detenzione di cui però Croce Rossa e altre organizzazioni umanitarie conoscono l'esistenza. Meno segreta è la stazione finale per la maggior parte dei detenuti: la prigione militare di Bagram, ribattezzata «la Guantanamo di Obama». Ospitata in un vecchio hangar sovietico privo di finestre, consiste di due file di celle simili a gabbie, immerse in una luce bianca. Le guardie camminano su una passerella sopraelevata, dalla quale controllano i prigionieri. Nel 2009 c'erano 900 detenuti. Abusi continui, nello stile del carcere iracheno di Abu Ghraib, hanno segnato i primi anni. Abdullah Mujahed, per esempio, un comandante della milizia Tajik che aveva guidato un'insurrezione contro i taleban, nel 2003 fu catturato dalle forze Usa con l'accusa di avere legami con i ribelli: «A Bagram avevamo mani e piedi incatenati per giorni, gli occhi bendati. Per 13 giorni e notti non ci hanno permesso di dormire». Una guardia gli frustava le gambe ogni volta che si assopiva. Un giorno i soldati lo caricarono su un aereo ma si rifiutarono di dirgli dov'erano diretti. Arrivò in una prigione, dove l'aria era spessa e umida. Mentre camminava in mezzo a due file di gabbie, i prigionieri cominciarono a gridare: «Questa è Guantanamo! Siete a Guantanamo!». Ci rimase poco: gli americani riconobbero che l'avevano scambiato per un omonimo e lo liberarono. C'è una prigione ancora peggiore di Bagram, segretissima, dove neppure la Croce Rossa ha accesso. E' così temuta che i prigionieri la chiamano «il buco nero». E' lì che venne portato Noor Muhammad, un medico che nella città di Kajaki gestiva una clinica aperta a tutti, taleban compresi. «Ero in una cella in cemento, senza finestre - racconta -, in isolamento assoluto, con la luce sempre accesa». Per portarlo agli interrogatori lo prendevano per il collo, gli rifiutavano acqua e cibo. Lo accusavano di aver curato taleban, lui replicava: «Sono un medico, il mio dovere è curare tutti». Finirono col rilasciarlo. E lui, adesso, ha paura degli americani come dei taleban. Tutti sullo stesso piano.
Repubblica - 30.1.10
La cura immaginaria - Giuseppe D'Avanzo
ROMA - Modesto esercizio definitorio: di che cosa parliamo, quando parliamo di «riforma della giustizia»? Non certo della giustizia, come "servizio", la prestazione che uno Stato ha il dovere di offrire ai cittadini e, i cittadini, il diritto di avere dallo Stato. Quel "servizio", e non da oggi, è un arnese arrugginito. Non serve a nessuno. Né al cittadino né allo Stato. Né al «presunto innocente» né alla vittima del reato. Né a una strategia di fiducia reciproca tra i cittadini o tra il cittadino e lo Stato né allo sviluppo economico del Paese (i ritardi della giustizia "costano" a imprese e consumatori 2,3 miliardi di euro, ogni anno). Nel 2008, dopo il fallimento della XIV legislatura, Berlusconi si presenta agli elettori con un ambizioso programma: restituire efficienza alla giustizia italiana. Da allora, a ogni sortita pubblica, il suo ministro, Angelino Alfano, annuncia contro le lentezze e l'impotenza della machina iustitiae mirabilie e successi a portata di mano. Anche nell'inaugurazione dell'anno giudiziario non ha lesinato «consigli per gli acquisti». Dovunque intervenga, le frasi del guardasigilli suonano sempre più o meno così: «Entro l'anno... entro pochi mesi... già la prossima settimana... approveremo... la riforma del processo penale, la riforma del processo civile, misure di efficienza di rango non legislativo, interventi sul sistema carcerario, una riforma della magistratura ordinaria, una riforma delle professioni del comparto giuridico economico...». Sistematicamente, nonostante i numeri predominanti della destra in Parlamento, il catalogo propagandistico dei trionfi finisce confinato nel registro delle buone intenzioni destinate all'inerzia. Non si scorge nessuna riforma di sistema. Nessuna correzione. Nessuna cura. Non vedono la luce neppure provvedimenti a basso impatto economico come la revisione delle ottocentesche circoscrizioni (sono 165, potrebbero diventare 60). O l'introduzione della posta elettronica per l'esecuzione delle notifiche (cinquemila cancellieri ne consegnano brevi manu agli avvocati 28 milioni ogni anno). O una depenalizzazione dei reati minori che consenta di riservare il processo penale, che costa molto, alle questioni di maggiore allarme sociale. O il rinnovamento della professione forense: «più avvocati, più cause» e gli avvocati in Italia sono 230mila, 290 ogni 100 mila abitanti, contro 4.503 magistrati giudicanti in un rapporto avvocato/giudice strabiliante che demolisce il processo civile. Inutile dire della riforma di un processo penale, al tempo stesso obeso e avvizzito, che ibrida tutti i difetti dei possibili modelli (inquisitorio, accusatorio) trasformandolo in un gioco dell'oca interminabile e incoerente. Gli atti dell'indagine non valgono per dibattimento (in coerenza con la logica del processo accusatorio) però le garanzie del dibattimento sono state estese alle indagini preliminari (in contraddizione con la logica accusatoria). Così oggi l'indagine ? e non il processo ? è un dibattimento anticipato mentre il rinvio a giudizio, più che essere una valutazione della necessità di un dibattimento, è diventato una sentenza sull'istruttoria (sul lavoro del pubblico ministero). Il processo ne è soffocato. La sovrabbondanza di assillanti formalismi lo disintegrano in una rosa di microprocessi. Giudizio sull'inazione (archiviazione). Giudizio sui tempi dell'azione. Giudizio sulle modalità dell'azione (misure cautelari). Giudizio sulla completezza delle indagini e sul fondamento dell'azione (udienza preliminare). Un processo, in cui ogni atto può generare un microprocesso, che richiede avvisi, notifiche, discussioni, deliberazioni e consente ripetute impugnazioni, non potrà avere mai una «ragionevole durata». Figurarsi se può essere «breve» come vuole, per amore di se stesso, Silvio Berlusconi. In un esercizio definitorio, si può essere allora tranchant: quando il governo dice che, con la «riforma», vuole restituire efficacia, equilibrio e ragionevolezza all'amministrazione della giustizia, sappiate che mente a gola piena. Quando parla di «riforma della giustizia», Berlusconi, il suo ministro, la maggioranza alludono o si riferiscono a un obiettivo preliminare: un provvedimento-salvacondotto che assicuri l'immunità al capo del governo. Oggi, all'esame del Parlamento non c'è alcuna proposta di riforma sistemica, ma «processo breve», «legittimo impedimento», intercettazioni telefoniche, una riforma del processo che vieta ai pubblici ministeri di «cercare» notizie di reato, lavoro che viene assegnato al poliziotto non più alle dipendenze delle procure, ma del ministro dell'Interno. Alla luce del sole, l'esecutivo lavora soltanto a espedienti che possano proteggere l'Eletto dalla legge, per il passato e il presente, e metterlo in sicurezza per il futuro. La «riforma della giustizia» può attendere. Quel che accadrà è trasparente come un cristallo. Berlusconi non metterà mai la machina iustitiae in condizione di funzionare meglio nell'interesse del cittadino, fino a quando una nuova Costituzione, nel suo interesse, restaurerà «la legittimazione della politica» («finalità positiva» anche per alcune oligarchie del centro-sinistra) ridefinendo a vantaggio dell'Esecutivo i poteri della magistratura. Per dirla con un oligarca della destra, «il premier va messo in grado di governare tutelandolo dall'ordalia delle procure politicizzate, e la volontà popolare va protetta insieme a lui» (Denis Verdini). Non c'è altra intenzione dietro le parole di Alfano quando dichiara: «I giudici sono soggetti soltanto alla legge e la legge la fa il Parlamento». Traduciamo. Il diritto si appresta a diventare soltanto legge e la legge soltanto potere, strumento di un'avventura del potere. «La "forza di legge", di per sé ? scrive Gustavo Zagrebelsky guardando alla storia ? non distingue diritto da delitto. Affaristi, avventurieri, ideologhi fanatici e perfino movimenti criminali, organizzati con tecniche efficaci per la conquista spregiudicata del potere, hanno preteso legittimità per le loro azioni alla stregua di leggi fatte da loro stessi, per mezzo del controllo totale delle condizioni della produzione legislativa. Con la conseguenza che i poteri, ch'essi venivano attribuendosi, potevano certo dirsi legittimi nel senso di legali, essendo al contempo scientificamente qualificabili come usurpazioni, cioè poteri autoproclamati e autoconferiti» (Intorno alla legge). È quel che accadrà in Italia, nei tre anni che chiuderanno la XVI legislatura?
"Io con Berlusconi, macché complotto". La D'Addario smentisce Panorama
Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini
BARI - Nessun complotto. «Su quella notte con Silvio Berlusconi ho raccontato tutta la verità». Patrizia D'Addario passa al contrattacco smentendo categoricamente l'ipotesi di una macchinazione contro il premier avanzata sul numero di Panorama oggi in edicola. «Leggo - dice la D'Addario in un comunicato trasmesso dal suo avvocato, Maria Pia Vigilante - che sarei al centro di questo complotto ai danni del presidente del Consiglio e che per questa ragione avrei ricevuto un compenso. Apprendo anche di indagini su questo fantasioso complotto architettato da me ed altri non meglio specificati soggetti. Non mi resta che smentire ancora una volta tutti gli aspetti di tale teorema nonché augurarmi che la magistratura faccia chiarezza su tutta la vicenda nel più breve tempo possibile per fugare ogni dubbio». La dichiarazione della D'Addario arriva poche ore dopo una nota ufficiale della procura di Bari che smentisce - seppur con un ostico lessico tecnico-giuridico che ha fatto storcere il naso a qualche magistrato - l'esistenza di un'indagine, per lo meno nei termini in cui la racconta il settimanale. «In merito alla notizia di stampa apparsa su Panorama - si legge nel documento - e relativa alla pretesa ipotesi di accordi fraudolenti miranti ad una calunniosa rappresentazione processuale, con conseguente iscrizione nel registro degli indagati di magistrati, politici, giornalisti o professionisti, questa Procura smentisce che vi siano iscrizioni di notizie di reato aventi tale contenuto». Ma Panorama conferma tutto parlando di «riscontri autorevoli e conferme granitiche» sulla presenza dell'inchiesta e ricordando come «nell'articolo non si sostiene dell'avvenuta iscrizione nel registro degli indagati di magistrati, politici o giornalisti ma che questi soggetti "compaiono a vario titolo" nell'inchiesta». Intanto però la bolla è scoppiata. Ieri il procuratore capo Antonio Laudati era a Roma per l'inaugurazione dell'anno giudiziario ma tra i suoi sostituti c'era grande fermento, che è continuato anche dopo la pubblicazione della nota. È cosa risaputa da tempo dell'esistenza di un'indagine seria e delicata sulle fughe di notizie. Così come non era un mistero che, dopo le denunce dell'ex convivente della D'Addario, Giuseppe Barba (detto "Pinuccio Spaghetto") - pregiudicato barese accusato di essere stato lo sfruttatore di Patrizia - le indagini si erano concentrate proprio su Patrizia e sulla sua vita privata. Al momento però non ci sarebbero stati riscontri alle dichiarazioni dell'uomo. Sarebbero in corso, invece, alcuni approfondimenti su alcuni incontri della D'Addario nei giorni precedenti al 31 maggio quando fu respinta dalle guardie del corpo di Berlusconi, in campagna elettorale a Bari, e decise di raccontare la sua storia. La vicenda ha già avuto ripercussioni politiche ed è entrata nella campagna elettorale. In mattinata il governatore Nichi Vendola ha ironizzato: «È nota l'ingenuità del presidente del Consiglio, quindi se qualcuno ha ordito un tale complotto bisogna sentirsi solidali nei confronti di un uomo che nonostante sia uno degli uomini ricchi e più potenti continua a coltivare un grado di ingenuità così spinto». Immediata la risposta del candidato del Pdl, Rocco Palese: «Vendola si vergogni: non si può fare ironia su cose così serie».
Flop delle politiche anti-traffico e le città soffocano tra le auto - Antonio Cianciullo
ROMA - L'altra faccia dello smog è la paralisi. Le arterie delle città sono intasate, la congestione aumenta, gli ingorghi ci rubano tempo e salute. Lo stop di Milano rende visibile il collasso del traffico che minaccia la nostra vita quotidiana: la mobilità in auto si è trasformata nel suo opposto nell'indifferenza generale. Nel 1991 in Italia eravamo a 501 automobili per ogni 1.000 abitanti. Lo smog era già un problema molto grave e gli urbanisti avevano avvertito: macchine più pulite non bastano, bisogna rilanciare il trasporto pubblico. Mentre grandi città del centro Europa (da Zurigo a Stoccolma, da Friburgo a Copenaghen) seguivano questi suggerimenti e allentavano la morsa degli ingorghi, nei nostri centri urbani il nodo del traffico continuava a stringersi. Nel 2006 siamo arrivati a 598 macchine ogni 1.000 abitanti. Peggio di noi solo Stati Uniti (760), Lussemburgo (659), Malesia (640) e Australia (610). La media dei 27 Paesi dell'Unione si attesta a quota 463. Non va meglio nelle città. A New York ci sono 20 macchine ogni 100 abitanti, a Copenaghen 27, a Madrid 32, a Berlino 35, a Londra 36, a Los Angeles 57, a Milano 63, a Roma 76. È una bulimia di possesso che paghiamo cara anche in termini di spazio oltre che di salute. Legambiente ha calcolato la superficie occupata dalle 820 mila auto dei milanesi e dalle 800 mila auto dei pendolari: sono 16 milioni di metri quadrati. L'equivalente di 2.250 campi di calcio: il 10 per cento del territorio cittadino sacrificato a un oggetto che resta inutilizzato per la maggior parte del tempo. A fronte dello strapotere dell'auto, in tutta Italia le isole pedonali languono (0,35 metri quadrati per abitante), le zone a traffico limitato si sono rimpicciolite perdendo il 10 per cento in 12 mesi (da 2,38 metri quadrati a 2,08 metri quadrati), il traffico inghiotte due settimane di vita all'anno costringendo le macchine a un'andatura analoga a quella di un atleta in corsa: si va dai 20 chilometri orari di Palermo ai 26 di Torino. E per chi prende il mezzo pubblico la velocità quasi si dimezza: 12 chilometri all'ora a Roma, 15 a Genova. «Per capire il perché basta confrontare Roma e Vienna», spiega Marcello Panettoni, presidente di Asstra, l'associazione delle aziende di trasporto pubblico locale. «A Vienna ci sono 600 chilometri di corsie preferenziali e i mezzi pubblici viaggiano a 20 all'ora. A Roma ci sono 109 chilometri di corsie preferenziali e i mezzi pubblici viaggiano a 12 all'ora». Serve un'altra prova? Prendiamo l'uso dei mezzi pubblici nel 2009. «Complessivamente - continua l'esperto di trasporto pubblico - è sceso del 15 per cento, ma nelle tratte protette non c'è stata flessione e spesso si è registrato un aumento. La terapia anti-ingorgo è semplice: dare ossigeno ai mezzi pubblici. Peccato che in Italia si faccia il contrario. Nelle ultime due finanziarie non c'è stato un euro sugli investimenti». In Francia nel contratto di servizio delle aziende di trasporto è previsto l'80 per cento per l'oggi, le spese di gestione, e il 20 per cento per il domani, gli investimenti strutturali. In Italia il futuro vale zero. E infatti l'età media dei mezzi si sta avvicinando ai 9 anni, contro i 6,5 dei maggiori paesi europei. Risanare il sistema a livello nazionale comporterebbe un investimento annuale di un miliardo di euro. Ma eviterebbe spese da congestione calcolate in 10 miliardi di euro solo nelle principali città. In Italia, secondo l'Aci, il "disastro traffico" costa 30 miliardi all'anno in termini di ore di lavoro perse, ricoveri ospedalieri, turisti in fuga, danni al patrimonio artistico. «Il rilancio del mezzo pubblico è la medicina principale, ma non vanno dimenticate le alternative come il car sharing», aggiunge Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane di Legambiente. «E per la bici, che da ferma occupa un decimo dello spazio di un'automobile parcheggiata, bisogna uscire dalla logica della riserva indiana: le piste ciclabili non bastano, le due ruote devono riconquistare la strada».
Corsera - 30.1.10
Il declino di un Leader - Sergio Romano
La Commissione britannica che ha interrogato Tony Blair per sei ore sul suo ruolo nella guerra irachena del marzo 2003 non è un tribunale e non pronuncerà sentenze. Non sarebbe facile, comunque, dimostrare che Blair e Bush si erano accordati nel Texas per una guerra da farsi a tutti i costi, indipendentemente da qualsiasi tentativo negoziale. Ma il giudizio politico non ha bisogno di scranni, parrucche e banco degli imputati, secondo le liturgie della giustizia britannica. La vera punizione, molto più grave di una semplice sentenza, è la fine di una brillante carriera. Nel 2007, quando lasciò l'elegante casa georgiana di Downing Street, Blair mise in scena la propria partenza con l'abilità di un grande regista e iniziò da allora, con disinvoltura, due nuove carriere, abitualmente incompatibili. Sfruttò la fama conquistata negli anni precedenti per diventare conferenziere, guru di strategie mondiali, promotore di nobili cause, consigliere di un grande gruppo bancario, impresario di se stesso e della propria personale fortuna. Ma non rinunciò alla politica e trasferì le sue ambizioni dal campo nazionale a quello internazionale. Divenne inviato del Quartetto (l'organismo quadripartito incaricato di negoziare la soluzione della questione palestinese) e lasciò intendere che avrebbe accettato volentieri, dopo la ratifica del Trattato di Lisbona, la presidenza dell'Unione Europea. L'avrebbe ottenuta, forse, se gli impegni privati non fossero stati più numerosi delle sue visite a Gerusalemme e nei territori occupati, se il suo ruolo nella questione palestinese non fosse stato pressoché invisibile e se non avesse atteso qualche giorno, dopo lo scoppio della guerra di Gaza, prima di fare una frettolosa apparizione televisiva sui luoghi della crisi. È probabile che la sua deposizione di ieri, di fronte a una commissione d'inchiesta sulla guerra irachena, sia l'epilogo di una carriera costruita sull'immagine e sulla comunicazione piuttosto che sulla buona gestione della Cosa pubblica. I cantori della «terza via» dovranno fare qualche esame di coscienza. I sostenitori della guerra irachena dovranno leggere attentamente la deposizione di Blair e chiedersi se quel conflitto fosse davvero necessario. E noi tutti dovremmo chiederci se la società moderna non sia destinata a essere vittima delle sue illusioni. Eleggiamo i nostri leader nella speranza di essere governati da uomini che si sono dedicati alla buona amministrazione della Cosa pubblica. E scopriamo prima o dopo di avere scelto personalità attraenti, grandi maestri della comunicazione, ma incapaci di separare, nella loro vita, il pubblico dal privato. Non esiste soltanto un caso Blair. Esistono altri casi che vale la pena di ricordare brevemente. Il più recente è quello di Nicolas Sarkozy nella vicenda giudiziaria che ha visto un ex primo ministro, Dominique de Villepin, sul banco degli imputati per una imbrogliata vicenda di tangenti, conti segreti e rivalità politiche. Quando decise di costituirsi parte civile nel processo contro Villepin, Sarkozy voleva regolare i conti con un uomo di cui era stato amico e ministro. Voglio credere che lo abbia fatto nella convinzione di essere stato ingiustamente calunniato. Ma ha proclamato Villepin colpevole ancora prima dell'inizio del processo e ha dimenticato di essere capo dello Stato, presidente del Consiglio superiore della magistratura, custode e garante della legalità nazionale. Ha preferito considerarsi parte offesa e fare una battaglia personale. L'assoluzione di Villepin, quindi, non sconfigge soltanto l'uomo, ma anche e soprattutto il presidente. Se il pubblico ministero, come sembra, ricorrerà in appello contro l'assoluzione, molti francesi giungeranno alla conclusione che Sarkozy continua a ignorare le esigenze del suo ruolo pubblico. Le disavventure giudiziarie del suo predecessore sono più tradizionali. Terminato il suo secondo mandato, Jacques Chirac deve difendersi in un'aula di tribunale dall'accusa di avere utilizzato le risorse del Comune di Parigi, negli anni in cui fu sindaco, per rafforzare i quadri del suo partito. Si parla, in altre parole, di finanziamenti illegali, una categoria con cui gli italiani hanno grande familiarità e che molti considerano, tutto sommato, perdonabile. Ma l'immagine di Chirac sarebbe migliore se l'ex presidente non abitasse, dopo la fine del mandato, nell'appartamento parigino di Rafik Hariri, il ricco uomo politico libanese ucciso a Beirut: un'amicizia, quella tra Chirac e Hariri, che ha spesso suscitato sorrisi e sospetti. E veniamo infine al caso di Gerhard Schröder, cancelliere tedesco dal 1998 al 2005, grande amico di Vladimir Putin, autore insieme all'amico russo di un progetto per la costruzione di un grande gasdotto che correrà sotto il mare del Nord e garantirà alla Germania una posizione privilegiata nel grande mercato europeo dell'energia. Ho sempre pensato che Schröder abbia fatto in tal modo gli interessi del suo Paese e dell'Europa. Ma ha fatto contemporaneamente anche i suoi personali interessi. Con una disinvoltura superiore a quella di Blair, non ha perso un giorno, dopo la fine del suo mandato, per passare dalla Cancelleria tedesca alla presidenza del consorzio costituito per la costruzione del gasdotto. Non esiste quindi soltanto un caso Blair. Esiste anche il problema di una generazione politica che sembra avere perso di vista la separazione tra ciò che è pubblico e ciò che è privato. Qualche lettore potrebbe osservare a questo punto che non ho parlato dell'Italia. Risponderò che ne parliamo tutti i giorni. Oggi ci siamo concessi un giorno di vacanza e parliamo dei casi altrui.
Medici ubriachi e in posa con il mitra. Scandalo sui soccorritori di Haiti
MILANO - A pochi passi da loro probabilmente si respira ancora l'odore della morte. Dopo il terribile terremoto che ha sconvolto Haiti è scattata la solidarietà internazionale e squadre di soccorso sono partite alla volta dell'isola caraibica. Tra queste c'era anche la loro, quella di un gruppo di medici portoricani accorsi per dare manforte ai colleghi che abitualmente operano nel Paese. Fin qui nulla di male. Se non fosse che, forse per stemperare la tensione, a margine dei loro interventi a favore dei feriti hanno trovato anche il modo di brindare, scherzare e perfino di assumere atteggiamenti goliardici mettendosi sorridenti in posa per alcune foto ricordo con fucili e mitra prestati loro dai soldati che presidiano il territorio. Una situazione al limite del buon gusto, tanto più che quegli scatti sono poi stati pubblicati su Facebook. Dalla messa online delle immagini all'esplosione di un vero e proprio scandalo il passo è stato davvero breve. Le foto non sono passate inosservate e sono state subito riprese da quasi tutti i media latinoamericani. Grande eco hanno avuto anche negli Stati Uniti, dove la notizia risulta la più cliccata tra quelle del portale della Cnn. In patria, a Portorico, la cosa ha creato notevole imbarazzo, soprattutto negli ambienti istituzionali. «Quelle immagini sono di una crudezza ed insensibilità incredibile», ha reagito il presidente del senato portoricano, Thomas Rivera, che ha assicurato ad una radio locale che verranno prese le misure del caso. Le foto mostrano vari medici che, ridendo, bevono, fumano, brandiscono armi prestate loro da soldati dominicani e perfino una sega, presumibilmente per amputare arti. Altre foto mostrano haitiani seminudi con arti amputati. Secondo la denuncia di una giornalista locale, le immagini, almeno un migliaio, sono state postate su Facebook dal gruppo 'Salvemos a Haiti (Senado de Puerto Rico)'. Dopo lo scandalo che ne è seguito, fanno sapere i media latinoamericani, sarebbero state ritirate. Sono però tuttora presenti sui siti web di molti blog e siti informativi online.
Licenziati via fax dalla sera alla mattina
MILANO - Una settantina di operai con famiglia, quasi tutti extracomunitari, lasciati a casa da un giorno all'altro con un semplice fax, senza cassa integrazione né liquidazione, e senza spiegazioni. Questa la denuncia dei lavoratori, che da giorni organizzano presidi davanti alla sede Dhl di San Giuliano Milanese: si tratta di dipendenti della cooperativa Padana Servizi, che per anni hanno lavorato esclusivamente per il corriere internazionale. Il 18 gennaio Dhl, dalla sera alla mattina, ha comunicato che di loro non c'era più bisogno. Il corriere dice di non avere colpe e di avere soltanto tolto un appalto nell'ambito di una normale riorganizzazione del lavoro. Anche la cooperativa dice di non avere responsabilità se, persa la commissione, ora non ha più lavoro da dare ai suoi soci. Più di sessanta lavoratori sono rimasti, però, senza un impiego e per questo manifestano. Una protesta proprio nel giorno in cui l'Istat comunica i nuovi numeri sulla disoccupazione in Italia, salita a dicembre all'8,5%, il dato peggiore da 5 anni a questa parte.
Via libera al primo campo di mais ogm - Giuseppe Sarcina
MILANO - Il mais Ogm può essere coltivato in Italia. Subito, senza bisogno di attendere altre norme. Con questa clamorosa sentenza, il Consiglio di Stato, cioè il più alto organo della giustizia amministrativa, stravolge il percorso istituzionale sull'apertura ai semi biotech. Solo la settimana scorsa, il 21 gennaio, la Conferenza Stato-Regioni aveva deciso di rinviare l'approvazione delle «linee guida per la coesistenza tra colture convenzionali, biologiche e geneticamente modificate». Nessuno ancora sapeva che due giorni prima, il 19 gennaio, i giudici avevano accolto il ricorso di Silvano Dalla Libera, agricoltore e vice presidente di Futuragra, un'associazione di 500 proprietari terrieri pro Ogm. A questo punto il quadro giuridico rischia di diventare, se è possibile, ancora più confuso. Da una parte il dispositivo del Consiglio di Stato è chiaro: il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali ha novanta giorni di tempo per concedere a Silvano Dalla Libera (e poi a tutti quelli che vorranno) l'autorizzazione a seminare i terreni, scegliendo tra le sementi di mais (e sono decine) già approvate dall'Unione europea. Dall'altra parte Luca Zaia, titolare del suddetto ministero, afferma in una nota che «il procedimento in questione è connesso a un iter normato dal decreto legislativo 212/2001 che stabilisce il previo parere di una Commissione tecnica la quale, non avendo a disposizione le prescrizioni tecniche sulla modalità di coltivazione delle colture Ogm ancora in corso di definizione, difficilmente esprimerà un parere positivo». Semplificando il ministro fa sapere che farà il possibile per vanificare la sentenza. Anche l'ex ministro Gianni Alemanno, oggi sindaco di Roma, autore della circolare alla base del contenzioso giudiziario, sostiene che «Zaia è in grado di produrre un nuovo atto» e dunque il Consiglio di Stato «non aprirà la strada agli Ogm». Sull'altro fronte si vive l'atmosfera di una grande rivincita. Negli ultimi mesi i l bloccobiotech (con Confagricoltura in testa) è apparso piuttosto isolato di fronte a un vasto schieramento che va da Coldiretti alle associazione dei consumatori. La sentenza è già una bandiera per Futuragra. E il personaggio del giorno, il vicepresidente Dalla Libera, sta già preparando i trattori per trasformare parte dei suoi 25 ettari a Vivaro (Pordenone) in piantagioni di mais Ogm. «Abbiamo cominciato questa battaglia tre anni fa, con una richiesta collettiva firmata da circa 400 agricoltori, dal Friuli al Piemonte - dice Dalla Libera -. Tutti i ministri ci hanno detto di no, da Pecoraro Scanio ad Alemanno. E allora ho deciso di andare avanti con un ricorso individuale, prima al Tar del Lazio e poi al Consiglio di Stato. Ci hanno dato ragione e adesso sono pronto. Aprile è il mese giusto per seminare ed è il termine entro il quale ci dovranno dare l'autorizzazione». Il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, legge la sentenza anche in chiave politica: «Si sblocca così l'impasse che caratterizza la vicenda del nostro Paese. Sono anni, infatti, che non si provvede a disciplinare la materia rinviando il problema. Con un ostracismo ideologico che richiama quel "no" al nucleare che tanto è costato al sistema Paese». Il blocco anti-Ogm risponde sullo stesso piano. La Coldiretti guidata da Sergio Marini prospetta addirittura la promozione di un referendum, «per difendere il sacrosanto diritto della stragrande maggioranza dei cittadini e degli agricoltori di mantenere i propri territori liberi dagli organismi geneticamente modificati». Un'idea che piace anche a Carlo Petrini, presidente di Slow Food Internazionale: «Questa sentenza è un altro tassello di una politica dei fatti compiuti. Ma non ci sono ancora sufficienti certezze per introdurre sul territorio italiano la coesistenza tra le colture biologiche e quelle biotech. Se le cose non cambiano si può anche pensare a costruire un comitato per un referendum». Le associazioni sono in allerta. La Vas (Verdi ambiente e Società) propone un ricorso in Cassazione. Mario Capanna, presidente della Fondazione Diritti Genetici, chiede, come Alemanno, l'intervento di Zaia: «Basta un semplice pronunciamento del ministro per chiudere questa brutta pagina».
Rivincita della sexy supplente. I giudici: vittima degli alunni - Giuseppe Guastella
MILANO - «Scarsa attendibilità dei racconti» degli studenti, ragionamenti viziati «sul piano della logica», «ricostruzioni di fantasia» e non c'è «una benché minima prova che nella scuola si siano verificati atti osceni ai danni di minori». I giudici della Corte dei conti della Lombardia ribaltano la sentenza di primo grado con la quale a Monza, ma in sede penale, fu condannata nell'ottobre 2007 a 2 anni e 10 mesi di carcere una giovane supplente di matematica per aver compiuto atti sessuali in aula con tre ragazzi di scuola media. I giudici contabili hanno prosciolto la donna dall'accusa di aver danneggiato l'immagine della scuola. Nell'autunno 2006, la vicenda tenne banco su giornali e tv tanto che la supplente dovette tornare in Molise e fu poi costretta a rifugiarsi dai parenti in un'altra regione per salvarsi dai commenti salaci dei compaesani e per evitare i giornalisti che la inseguivano. Oggi 37enne, la donna era stata denunciata dai genitori di cinque studenti che l'accusavano di aver avuto, durante le ripetizioni di matematica in una scuola media statale della Brianza, atti sessuali con i loro figli. Un'insegnante di educazione fisica era entrata per caso nell'aula e aveva sorpreso un ragazzo in mutande, due con i pantaloni aperti e altri due seduti sui banchi. La supplente, che era al suo primo incarico, era appoggiata schiena al muro. Dichiarò di essere stata vittima dei ragazzi. Dopo la condanna, è finita davanti alla Corte dei conti per una richiesta di risarcimento del «danno all'immagine» subito dalla scuola e quantificato in 4.446,27 euro, pari a dieci volte quanto percepito per 17 giorni di lavoro. Con una sentenza che apre un singolare contrasto tra magistratura contabile e magistratura penale, i giudici nella loro «autonomia di giudizio» prosciolgono l'accusata e muovono critiche severe al processo penale, non ancora passato in giudicato (è atteso l'appello). Nelle motivazioni della sentenza, la Corte (relatore il presidente Antonio Vetro, Luisa Motolese e Luigi Caso, giudici) esamina punto per punto fatti e testimonianze raccolte. Ad esempio, si sottolinea tra l'altro come uno dei «corposi argomenti» su cui si basa la condanna penale è la presunta e sospetta «insistenza» con la quale la supplente avrebbe chiesto alla collega di educazione fisica, la materia successiva alla sua nell'orario, di poter dare ripetizioni ai 5 ragazzi. Insistenza mostrata anche dagli alunni. «Ragionamento che riposa su un dato errato», commentano i giudic i contabili. «L'insegnate si limitò a dire che gli studenti avevano bisogno di ripetizioni, mentre furono questi ultimi, e non lei, (...) ad insistere per rimanere con la supplente». I minori, inoltre, subito dopo i fatti, «davano risposte (scherzi tra loro, ndr.) che nulla avevano a che fare con presunti atti sessuali», salvo modificare la versione successivamente in una «fantasiosa» ai danni dell'insegnate forse «per evitare qualsiasi conseguenza» per loro stessi. I giudici dubitano dell'attendibilità dei racconti dei ragazzi. Propendono per una «bravata» degli studenti e non escludono si siano spogliati «per mettere in difficoltà una supplente giovane, inesperta », non in grado di «tenere a bada dei ripetenti privi del benché minimo rispetto per l'istituzione scolastica e meritevoli di una esemplare sanzione disciplinare». Infine, bacchettano la Procura della Repubblica presso la Corte dei conti, che avrebbe «acriticamente avallato le conclusioni del giudice» penale. Questi, «a sua volta, ha basato il proprio convincimento esclusivamente sui racconti di alcuni studenti, senza alcun riscontro probatorio, ma anzi in presenza di fatti che contrastavano in modo stridente le morbose e fantasiose narrazioni dei minori». La docente ha solo la colpa, non grave, di non aver subito denunciato il fatto al preside, anche se a farlo fu immediatamente l'altra professoressa.



30.01.2010














