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Politica Italiana


 

Manifesto - 6.2.10

 

Un brutto futuro - Galapagos

Chi paga il processo di accumulazione? Semplice: i lavoratori. Altra domanda: chi paga il risanamento conseguente alle crisi? Più facile rispondere alla domanda inversa: il capitale - in particolare quello finanziario - dalle crisi esce sempre in piedi. A pagare sono ancora una volta i lavoratori. Prima con la disoccupazione, poi con il risanamento dei conti pubblici. Perché c'è chi si è mangiato le risorse dello stato lasciando vuote le casse. La crisi finanziaria dei paesi Ue del Mediterraneo è esemplificativa. Ma anche paesi considerati forti come Francia e Italia tremano e fanno traballare anche l'euro al quale, negli anni scorsi, per una ideologia monetaria distorta, molti si erano aggrappati nella speranza di stabilizzazione. «Non c'è più un centesimo in cassa», sentiamo ripetere sempre più spesso. La conseguenza di questa affermazione è che viene richiesta e accettata una politica di rigore, di tagli alla spesa pubblica di allungamento dell'età della pensione, di blocchi salariali che non si concilia con le condizioni socio-economiche di paesi che avrebbero bisogno, al contrario di politiche espansive, di intervento pubblico sostitutivo dei fallimenti del privato. E le ricette sono le solite: flessibilità e privatizzazioni. Insomma, il capitale non fa eutanasia, ma cerca di sopprimere il suo antagonista. Le lotte nelle fabbriche italiane di questi giorni (ma non dimentichiamo quello che è accaduto in Francia nei mesi scorsi) si inseriscono in questo contesto: le imprese rivendicano finalità sociali che poi in casa loro non applicano. La parola d'ordine un po' dappertutto è una sola: prendi i soldi e scappa a produrre nei paradisi dove il costo del lavoro è più basso e i diritti negati. In questo è l'emergenza sociale, la crescita esponenziale degli homeless negli Usa e della povertà relativa e assoluta in tutti i paesi. Il tutto è aggravato dalla mancanza di lavoro. Una persona su dieci nei paesi più avanzati ne è priva. Servirebbe un intervento dello stato per creare lavoro e non l'elemosina (in Italia) degli 800 euro di Cig. «Le casse sono vuote», ma non si indaga mai su chi le ha svuotate, sulle responsabilità di un sistema distorto che crea bolle finanziarie e repentine esplosioni che minano la stabilità. «Il capitalismo è il miglior sistema possibile»: andate a dirlo ai 15 milioni di disoccupati Usa che assieme al lavoro rischiano anche di perdere la casa (a 3 milioni è già stata pignorata). Andate a dirlo ai lavoratori dell'Alcoa, a quelli dello stabilimento di Termini Imerese (costruita con soldi pubblici e sempre rimasta una fabbrica di assemblaggio) ai precari dei call center attaccati a poche centinaia di euro al mese che gli danno tuttavia dignità come lavoratori e speranza per il futuro. Il futuro è senza speranza se non si cambia parecchio. Soprattutto nell'egemonia della finanza.

 

Buoni utili, ma pochi. La Glaxo licenzia e chiude la ricerca - Orsola Casagrande

Cinquecentocinquanta lavoratori, soprattutto ricercatori, rischiano di rimanere a casa. La doccia fredda è arrivata ieri a Verona: la Glaxo Smith Kline ha annunciato di voler chiudere il centro ricerche veneto. E' stato Francesco Crespi, Rsu di Glaxo, a riferire la notizia. «La multinazionale ci ha comunicato lo smantellamento del centro di ricerca veronese sostenendo che rientra in un piano di tagli di circa 4000 posti di lavoro in tutto il mondo, metà dei quali nel settore ricerca e sviluppo». Dopo lo shock iniziale, i sindacati si sono subito mobilitati. «La notizia - ha detto Crespi - ci è stata data all'improvviso, in una giornata in cui avevamo organizzato una manifestazione contro il ventilato progetto di outsourcing. Il centro ricerche - ha aggiunto - era il fiore all'occhiello non solo per Verona, unica realtà italiana nella ricerca farmaceutica». Per Filcem, Femca e Uilcem «è inaccettabile la decisione della Glaxo». La multinazionale ha motivato questa chiusura con il mancato raggiungimento degli obiettivi negli utili, che in un anno di crisi come il 2009 hanno toccato l'11% rispetto al previsto 14%. Per una differenza così piccola si lasciano a casa 550 persone, tutte laureate ed espressione dell'eccellenza, cui vanno aggiunti un centinaio di lavoratori nella produzione. L'azienda ha garantito il mantenimento dell'occupazione fino alla fine dell'anno. «Solo nel 2009, per citare gli ultimi fatti - ricorda il segretario generale della Filcem del Veneto, Stefano Facin - ha ottenuto 24 milioni di euro per finanziare propri progetti di Ricerca. E non va dimenticato - aggiunge - che negli ultimi due anni, con enormi sacrifici da parte delle persone, e a fronte di importanti impegni di sviluppo da parte di GSK, sono stati concordati con il sindacato ben due progetti di riorganizzazione che hanno visto uscire più di duecento lavoratori anche dalle attività di Ricerca. É evidente che ci troviamo di fronte ad un enorme problema politico che, se non affrontato, rischia di essere devastante per il nostro paese». Per Crespi, della Cisl «è sconcertante, anche perché in Glaxo avevamo già passato due mobilità che avevano coinvolto 160 dipendenti ai quali l'azienda aveva assicurato che non ci sarebbero stati problemi fino al 2011». Subito dopo aver appreso la notizia, i lavoratori di Glaxo Smith Kline si sono riuniti in assemblea e hanno subito chiamato in causa il sindaco di Verona, Flavio Tosi e il presidente della provincia Giovanni Miozzi. Il sindacato ha chiesto subito anche al governo di intervenire. Dal governo arriva la risposta. «Il governo intende intervenire« sulla questione della chiusura del centro di ricerca della Glaxo di Verona «senza poter garantire nulla ma cercando soluzioni locali e non per non disperdere questo patrimonio creato negli anni». Lo ha detto il ministro della salute , Ferruccio Fazio, sottolineato che quella della Glaxo «è una vicenda che ci ha lasciati con l'amaro in bocca ma come ho già detto ai dirigenti dell'azienda c'è la mia attenzione personale e dell'intero governo oltre alla disponibilità del ministro Sacconi di intervenire qualora sia necessario sulla vertenza lavorativa per cercare soluzioni al problema». Il sindaco Flavio Tosi ha incontrato ieri a palazzo Barbieri il presidente e a. d. di Glaxo Italia, Luc Debruyne, e il vicepresidente Daniele Finocchiaro. «Per Verona la ricaduta è pesantissima - ha detto Tosi al termine dell'incontro - poiché la decisione presa dalla multinazionale mette a rischio 500 posti di lavoro presenti nella nostra città. I vertici di Glaxo, che incontreranno nei prossimi giorni i ministri del Lavoro e della Salute, ci hanno confermato la piena disponibilità ad impegnarsi in un possibile percorso finalizzato a salvaguardare in tutto o in gran parte l'attività di ricerca, con modalità diverse da quelle attuali». L'impegno del comune è quello di «creare un tavolo di confronto con tutte le parti interessate, per arrivare a costruire - ha detto Tosi - con la volontà di tutti, un percorso che possa rappresentare una soluzione positiva per Verona e per la salvaguardia delle professionalità presenti nell'azienda».

 

Un popolo dietro il lavoro - Costantino Cossu

CAGLIARI - Una grande manifestazione di popolo. Usiamolo questo termine un po' scivoloso - popolo - perché forse per raccontare ciò che è accaduto ieri mattina a Cagliari ha un senso politicamente non ambiguo. Certo, c'erano gli operai dell'Alcoa di Portovesme a sfilare per le vie di Cagliari, nella giornata di sciopero generale indetto dai sindacati confederali. Ma erano parte d'un serpente umano colorato e rumoroso in cui la rabbia di chi rischia di perdere il lavoro, o lo ha già perduto, si mescolava alla determinazione di tanti che con le fabbriche, direttamente, non hanno nulla a che fare. Erano in cinquantamila, quasi due chilometri di slogan e di striscioni. C'era Cagliari e la Sardegna a marciare insieme alle tute blu. Non accadeva da un sacco di tempo. Alla partenza, dietro le bandiere che aprivano il corteo erano in quindicimila. Poi, lungo il percorso, sono cresciuti velocemente, sempre di più, sino a diventare cinquantamila. Una partecipazione di popolo, appunto. A dimostrazione che la crisi economica, che in Sardegna sta lasciando segni profondi, mobilita intorno al lavoro energie che sino a ieri sembrava impossibile si potessero attivare. Gli operai Alcoa, con il consenso che sono riusciti a creare intorno a sé, sono diventati un po' il simbolo di tutto questo. «E' dura, molto dura - ha detto dal palco allestito in piazza Yenne Bruno Usai, della rsu della fabbrica di Portovesme - Prima la cassa integrazione, poi la chiusura annunciata. In un territorio che è diventato un deserto. Lavoro non ce n'è più. Licenziamento significa emigrazione». Ma Usai ha anche detto della determinazione con cui quelli della Alcoa vogliono proseguire a lottare perché la fabbrica non chiuda. Determinazione identica a quella degli altri operai scesi in piazza ieri: dalla Vinyls di Porto Torres, dalla Equipolymers di Ottana, dalla Rockwool di Iglesias, dalla Sardinia Gold Mining, dall'agroindustria della pianura del Campidano, dall'Intermare Sarda di Arbatax, dai call center di Cagliari. Ma anche tantissimi pensionati e precari e famiglie con bambini piccoli. E studenti, insegnanti, commercianti, artigiani. Tanta gente arrivata a Cagliari per conto proprio, fuori dall'organizzazione dei sindacati, in auto dalle altre città e dai paesi della Sardegna intera. Solo nella tarda mattinata la testa del corteo è arrivata in piazza Yenne. I rappresentanti delle segreterie nazionali di Cgil, Cisl e Uil che si sono alternati sul palco si sono presi applausi, ma anche fischi; e c'è stato, subito interrotto, un imprevisto intervento di un emigrato sardo a Milano, che ha accusato i sindacati di aver «venduto gli operai ai padroni». Segno, anche questo, che la tensione è davvero molto alta. «Gli impianti della Alcoa devono rimanere in marcia», ha ricordato nel suo lungo intervento Susanna Camusso, della segreteria nazionale della Cgil, toccando la vertenza più cocente fra le tante che aggravano il quadro industriale in crisi in Sardegna. «Governo e Regione - ha detto Camusso - guardino questa piazza, guardino la rabbia e le speranze dei lavoratori. L'Alcoa non deve andarsene da questo paese. E ai ministri diciamo che non ci bastano bellicose dichiarazioni in televisione, non si può fare a chi urla di più. Vorremo invece sapere che cosa state facendo davvero per risolvere i problemi». Lo sciopero di ieri ha messo in evidenza una situazione drammatica. In Sardegna l'industria da sola ha perso diecimila posti di lavoro negli ultimi dodici mesi. Anche agricoltura e pastorizia, con sessantamila piccole imprese e oltre dodicimila addetti dell'indotto e della trasformazione, è in stato di pre-agonia. Sono tre le principali emergenze: Alcoa (Portovesme), Vinyls (Porto Torres) e Equipolymers (Ottana). La minacciata chiusura dello stabilimento sardo nel Sulcis rischia di lasciare senza lavoro, comprese le ditte dell'indotto, altre duemila persone. A Porto Torres gli operai continuano l'occupazione dell'antica torre aragonese che domina i moli dove attraccano le navi. Il disimpegno dell'Eni blocca gli impianti Vinyls di tutto il comparto chimico sardo, dove sono impiegate, indotto compreso, alcune migliaia di persone. Lo scorso 28 gennaio i chimici del polo industriale del nord Sardegna hanno scioperato per un'intera giornata, e cinquecento persone tra lavoratori, studenti e cittadini hanno partecipato al corteo promosso dai sindacati a Porto Torres per chiedere il riavvio degli impianti Vinyls, fermi da mesi. A Ottana la trattativa condotta dal gruppo Clivati in tandem con la thailandese Indorama per rilevare la Equipolymers, fabbrica di polietilene destinata alla chiusura, fatica ad arrivare a una conclusione. Nell' area industriale del centro Sardegna, oltre ai centoventi dipendenti diretti di Equipolymers, in gioco ci sono altri mille e settecento posti di lavoro.

 

«Zero euri». Montezemolo ha ragione? - Francesco Paternò

L'io, ci ha detto Freud, gestisce i meccanismi di difesa. L'io di Montezemolo è una verità: «Da quando io sono alla Fiat non abbiamo ricevuto un euro dallo stato». Sullo stare in azienda si può discutere (1977, relazioni esterne), ma l'affermazione non è una barzelletta come dice il leghista Calderoli. Montezemolo è diventato presidente del gruppo industriale nel 2004 e da allora si ricordano soltanto incentivi governativi alla rottamazione. Che premiano Fiat per la sua quota di mercato del 30 per cento, i costruttori stranieri per il restante 70. Montezemolo ha poi ancora ragione se si considera la cassa integrazione non come aiuto di stato. Lo strumento è un sostegno alle imprese in difficoltà, ma viene dato appunto non alla sola Fiat, e ci mancherebbe in questi tempi bui per l'intero mondo del lavoro. Ma tra i meccanismi di difesa gestito dall'io freudiano c'è anche la rimozione. E nella rimozione di Montezemolo c'è un pezzo di storia d'Italia. Marchionne ha spiegato l'altro giorno in una intervista alla Stampa come è andata per esempio nel 1969 per Termini Imerese, la fabbrica siciliana che adesso vuole chiudere perché improduttiva. Termini è nata, oltre che per investimenti Fiat, con «contributi a fondo perduto per 93 milioni e finanziamenti per 164 milioni, totalmente ripagati». E nei secoli, l'io montezemoliano si perde tra le commesse belliche di stato a Torino per la guerra di Libia del 1911 e l'affarone Alfa Romeo del più vicino 1986, strappato alla Ford con il benestare di Craxi al governo e Prodi all'Iri. Negli anni, poi, non sono mancate nemmeno le accuse alla Fiat di aiuti, diciamo, allo stato. Aiuti non dichiarati, s'intende. Nel 1992, Romiti e Mattioli, suo direttore finanziario recentemente scomparso, furono rinviati a giudizio anche per finanziamento illecito ai partiti. Erano sempre gli anni da bere di Craxi, quando il Psi improvvisamente cambiava opinione, da negativa a favorevole sulla costruzione della fabbrica Fiat a Melfi o sulla decisione di vendere l'Alfa non più agli americani di Dearborn. Maroni, compagno di partito di Calderoli, da ministro del welfare nel 2005 aveva fatto i suoi conti, addebitandoli in un'intervista ad Agnelli: «Da quando l'Avvocato ha assunto direttamente la guida dell'azienda fino ad oggi, lo stato italiano ha trasferito alla Fiat, sotto varie voci, quasi un milione di miliardi di lire». E chiudeva: «Con questa cifra la Fiat poteva comprarsela la General Motors!». La Fiat non l'ha fatto e, visto come è finita a Detroit con la bancarotta dell'ex primo costruttore di automobili al mondo, si può dire che a Torino siano stati lungimiranti. Infatti adesso il Lingotto si è comprato la Chrysler, ma con gli aiuti di stato del governo americano. Tornando a casa, Montezemolo non se la può cavare così, dicendo zero euri. Anche se un pezzo di verità la sostiene il suo amministratore delegato: in Italia ci vuole una politica industriale, che questo governo in effetti non ha. Né la fanno gli incentivi, cui la Fiat si è detta pronta a rinunciare dopo aver minacciato disastri se non li avessi avuti. Ora sa che, seppur mai ci saranno, serviranno a poco e nulla: per un mercato drogato, l'ipotesi temporale allo studio di soli sei mesi e per importi di rottamazione dimezzati, sono droga tagliata male. Per questo e per altri motivi lo scontro tra Fiat e governo è destinato ad andare avanti. Il problema è che magari alla fine loro pareggiano, ma i lavoratori stanno ora perdendo.

 

Termini, fumata nera. E scatta lo sciopero

ROMA - Nulla di fatto ieri al tavolo tecnico sul futuro dello stabilimento di Termini Imerese. Fiat sul piatto mette poco o niente. Berlusconi ha parlato in serata, dicendo «faremo di tutto per salvaguardare l'occupazione», ma nessuna ipotesi alternativa decolla e nello stabilimento siciliano esplode la rabbia. Il nuovo tavolo sullo stabilimento siciliano è stato riconvocato per il 5 marzo. Ma ieri, a Termini Imerese, dove una ventina di sindaci del territorio presidiavano i cancelli dello stabilimento, uno sciopero spontaneo è esploso mentre le prime notizie arrivavano dal tavolo romano. «La Fiat abbandona la Sicilia lasciando solo macerie e disperazione mentre il governo si dimostra incapace di tutelare lo stabilimento industriale e i posti di lavoro», commenta il segretario della Fiom siciliana Roberto Mastrosimone al termine dell'incontro: «L'azienda conferma lo stop della produzione a fine 2011, non prevede altri investimenti sul territorio, ipotizza il prepensionamento per metà della forza lavoro senza considerare i dipendenti dell'indotto, è disponibile soltanto a cedere le strutture senza impianti». Oggi lavoratori, sindacati e sindaci del comprensorio di Termini Imerese decideranno ulteriori mobilitazioni. Nell'incontro di ieri, convocato presso il ministero dello sviluppo economico, il governo ha fatto sapere di avere individuato in Invitalia (l'ex Sviluppo Italia) l'advisor dell'operazione. Ma delle «sette proposte» per Termini nessuna ha preso effettivamente corpo, nessuna risulta credibile. Il presidente della regione Sicilia Raffaele Lombardo, ieri presente all'incontro, si oppone a qualunque ipotesi alternativa alla produzione di automobili: il patrimonio di Termini Imerese «non può essere disperso», dice Lombardo, annunciando che lunedì la giunta approverà una proposta da presentare poi al governo. Enzo Masini, coordinatore del settore auto per la Fiom, definisce l'incontro «interlocutorio» ma sottolinea che «la presenza della Fiom a questo tavolo è unicamente finalizzata a verificare la possibilità di un nuovo soggetto industriale attivo nella produzione di autovetture. In assenza di questa soluzione Fiat non può cessare la produzione, pena l'apertura di un durissimo conflitto sociale». «Occorre impedire qualsiasi tentativo di separare la vicenda di Termini Imerese dalla valutazione relativa all'intero piano industriale della Fiat - aggiunge Masini - perchè è proprio il piano industriale di Marchionne a non essere proprio accettabile». Questo in effetti ha voluto dire lo sciopero nazionale di tutto il gruppo. Fiat intende spostare progressivamente il proprio baricentro verso gli Usa e i lavoratori non ci stanno all'ipotesi di «essere spennati» uno dopo l'altro. Ieri sotto la sede del ministero hanno manifestato anche una ventina dei precari di Pomigliano a cui l'azienda non ha rinnovato il contratto. Al tavolo l'argomento è stato affrontato ma Fiat non è andata oltre un generico impegno per la costituzione di un «bacino di precari» a cui eventualmente attingere in futuro. Di qui al 5 marzo il governo verificherà le ipotesi sul campo per lo stabilimento siciliano. Ieri il colosso svedese Ikea si è sfilata, dichiarandosi «non interessata» all'area di Termini Imerese. Resta alla finestra Gianmario Rossignolo, l'imprenditore che ha appena rilevato Pininfarina. Mentre scalda i motori Simone Cimino, l'imprenditore siciliano, che i sindacati non sembrano considerare molto affidabile ma che ieri ha siglato con l'indiana Reva un memorandum finalizzato alla produzione di auto e motocicli elettrici per la Sicilia, nello stabilimento di Termini. Fiat sul piatto ha messo veramente poco: si è data disponibile alla cessione dei terreni (che peraltro ha avuto gratis a suo tempo) ma non della tecnologia (cioè degli impianti); ha detto che il 50 percento dei dipendenti dello stabilimento potrebbe esserci la mobilità legata al pensionamento, nulla aggiungendo per gli altri. Ma a tenere banco ieri è stato un nuovo botta e risposta tra azienda e governo. Luca di Montezemolo dice che da quando il nuovo management ha assunto la guida del Lingotto (Montezemolo presidente e Marchionne amministratore delegato) «Fiat non ha avuto un euro dallo Stato» e chiede di non fare confusione: «Gli incentivi sono un sostegno ai consumi e non soldi che vengono dalle aziende». «Barzellette» secondo il leghista Roberto Calderoli, mentre anche Scajola, ministro delle attività produttive, interviene dicendo che «Fiat è cresciuta grazie anche agli aiuti dei governi».

 

Polesine no nuke. La centrale contestata e il nucleare - Orsola Casagrande

ADRIA (ROVIGO) - Fa freddo a Adria, la neve imbianca i tetti. La cattedrale si staglia contro un cielo blu. La gente cammina frettolosa. In un bar del centro si chiacchiera e si discute di come contrastare le scellerate decisioni di giunte e amministrazioni e governi che hanno reso la zona del Polesine una delle aree a più alta concentrazione di impianti inquinanti e impattanti del nord est. A Polesine Camerini (comune di Porto Tolle) sorge una delle centrali elettriche più grandi d'Europa. Di proprietà dell'Enel è divisa in quattro gruppi da 660 Mw l'uno, ha una potenza nominale totale di 2640 Mw, e può produrre circa l'8% del fabbisogno nazionale di energia elettrica. Costruita tra il 1980 e il 1984 era meta di gite scolastiche da tutta la regione e non solo. Sulla centrale sono state aperte numerose inchieste: l'ultima riguarda le malattie respiratorie dei bambini legate all'inquinamento prodotto dalla centrale. L'ha aperta il sostituto procuratore Manuela Fasolato e riguarda i comuni compresi nel raggio di 25 km dalla centrale. Si tratta di un'indagine relativa agli anni 2000-2006. Tra gli indagati i vertici presenti e passati dell'Enel. Il 9 febbraio il magistrato ha disposto un accertamento tecnico non ripetibile convocando i vertici dell'Enel. Porto Tolle dunque. Ma anche Rovigo, dove nel dicembre scorso è stato inaugurato in pompa magna il rigassificatore offshore. Il terminal, situato al largo della costa veneta, è destinato a immettere nella rete energetica nazionale fino a 8 miliardi di metri cubi di gas l'anno, circa un decimo di quanto serve all'Italia. Dieci anni di gestazione per realizzare "il mostro", come lo definiscono gli abitanti del Polesine. All'inaugurazione, al teatro la Fenice di Venezia, hanno partecipato, oltre a Berlusconi, anche l'emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani. Il terminal Adriatic Nlg è il primo al mondo off-shore (in mare aperto) adagiato su un fondale marino. La società che controlla il terminal è partecipata da Edison (10%), Exxon Mobile (45%) e Qatar Terminal Limited (45%). Il gruppo si è assicurato il diritto di utilizzo dell'80% della capacità di rigassificazione (pari a 6,4 miliardi di metri cubi l'anno) per venticinque anni. Per costruire il terminal, enorme struttura in cemento armata alta 47 metri, larga 88 e lunga 180, ci sono voluti cinque anni. Dunque, centrale elettrica e rigassificatore. Non è abbastanza. E infatti pare che uno dei siti delle nuove centrali nucleari volute dal governo sia stato individuato proprio in questa zona. Precisamente nei pressi del comune di Rosolina, famosa stazione balneare con un giro turistico di 2 milioni di presenze l'anno. E infatti Rosolina, situato tra l'Adriatico, l'Adige e il Po, è anche l'unico comune della zona che si ribella. «Questo è un distretto energetico - dice Danilo Stoppa, di sinistra e libertà, ambientalista - ha 247 mila abitanti, per la maggior parte anziani. Negli anni '90 e fino ai primi anni 2000 - aggiunge - c'è stato un grande movimento ambientalista di protesta e proposta. Ma poi le amministrazioni di vario colore hanno abbandonato i cittadini appoggiando le peggiori politiche». Questo in una zona ricca «con un patrimonio - aggiunge XX Flamini, portavoce dei comitati contro il rigassificatore - da valorizzare. Siamo sul Delta del Po. Ma invece che scegliere la strada della valorizzazione del territorio, si è preferito metterlo a disposizione degli speculatori nel mercato energetico internazionale». Il Polesine è un territorio a vocazione agricola. «Importanti in questa zona - dice Elia Barchetta, ex studente della pantera, un passato in Legambiente, Wwf, social forum - sono l'agricoltura, la pesca, il turismo. Ma è evidente che tutte vengono compromesse dalle scelte fatte fin qui. Si cerca di puntare sul riconoscimento dei marchi Gp, abbiamo il riso del Polesine per esempio, ma è una battaglia difficile. E la Lega che parla tanto di difesa dei prodotti tipici - aggiunge Barchetta - in realtà segue le politiche del governo». La sinistra, concordano sconsolati tutti, «è stata complice di queste scelte che stanno portando alla distruzione un territorio prezioso». Basta attraversare l'immaginario confine e passare dal parco del Po, lato Veneto, al parco del Po, lato Emilia Romagna. Le scelte si fanno dolorosa evidenza. «C'è chi ci crede e investe, l'Emilia Romagna, e chi no», sintetizza Elia Barchetta, aggiungendo che «il tradimento più grande è stato quello della sinistra». La centrale elettrica di Porto Tolle è ferma da tre anni. Rimangono 300 dipendenti sostenuti dagli ammortizzatori sociali. La centrale andava dismessa e non da ieri. Doveva essere infatti riconvertita dopo dieci anni dalla sua messa in funzione. In realtà grazie alle deroghe è andata avanti fino al 2007. Ora si parla di possibile riconversione. Scartato l'orimulsion, si fa sempre più insistente l'ipotesi di riconvertire a carbone. Per gli ambientalisti un anatema, evidentemente. «Nel 1987 - dice Danilo Stoppa - in questa zona c'era un'incidenza tumorale del 35% contro una media nazionale del 28%. Un dato - aggiunge - che significa molto perché qui non ci sono né tangenziali trafficate, né metropoli». Ci sono però altri progetti per la zona. Come quello della West Energy che vuole costruire nel comune di Loreo, nel sito delle ex acciaierie San Marco, un centrale termoelettrica da 800 mw. Il decreto di compatibilità ambientale è stato dato dal ministero dell'ambiente e da quello per i beni culturali, il 7 maggio scorso. Il progetto dell'azienda bresciana (impianto a ciclo combinato alimentato a gas naturale) non piace ai comuni vicini a Loreo e ai cittadini e ambientalisti. «Va anche ricordato - dice Luigi Flamini - che in questa zona c'erano undici zuccherifici importanti, perché qui c'era una produzione di bietola importante. L'ultimo stabilimento chiuso - ricorda ancora Flamini - è quello di Porto Viro dove qualcuno vorrebbe costruire un termovalorizzatore».

 

L'elenco ufficiale non c'è, ma si pensa agli incentivi ai comuni

ADRIA - È stato nel dicembre dell'anno scorso che si è cominciato a parlare dell'esistenza di una lista di cinque comuni. Si tratta dei luoghi individuati dal governo come siti per le future centrali nucleari. Montalto di Castro, Caorso, Trino Vercellese, Termoli e Rosolina. Quest'ultimo è un comune in provincia di Rovigo, nel Polesine. Rosolina è un importante centro turistico-balneare, sul mare Adriatico, nel cuore del parco del Delta del Po. Nei prossimi mesi l'agenzia per la sicurezza nucleare dovrà individuare e dichiarare ufficialmente quali saranno i siti delle future centrali. «Penso sia evidente - dice Danilo Stoppa, ambientalista - che non sapremo nulla dei siti prima delle elezioni regionali. Comunque già si sta parlando degli incentivi previsti per i comuni che accetteranno di ospitare una centrale sul proprio territorio». Il sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai, ha rispedito al mittente l'offerta, dicendo che «non esiste posto al mondo dove mettere una centrale nucleare». Il candidato al posto di governatore del Veneto, il ministro leghista Luca Zaia, sembrerebbe aver accolto positivamente il decreto governativo. «Per la durata dei lavori di costruzione della centrale - dice Stoppa - sono previsti 300 euro per ogni mw prodotto, cifra che sarà sostituita con 0,40 mwh da corrispondere a imprese e cittadini. I benefici sono distribuiti per il 10% alle province in cui è ubicato l'impianto, per il 55% ai comuni e per il 35% ai consumi limitrofi fino a una distanza massima di 20 km dalla centrale». In Polesine si sono levate voci di protesta. Lo scorso dicembre Sinistra ecologia e libertà ha proposto la creazione di un forum, il più ampio possibile, contro il nucleare. «La posta in gioco - dice Stoppa - è altissima e nessuno che abbia a cuore la difesa e valorizzazione di un'area di alta sensibilità ambientale può permettersi di procedere da solo o in ordine sparso». E domenica a Rovigo è previsto un incontro dei vari comitati. Lo scopo per gli ambientalisti è chiaro: non si tratta solo di informare i cittadini ma anche di ceare movimento. Nel Polesine c'è un problema di emorragia demografica: a Porto Tolle, per esempio, si è passati dai circa 21 mila abitanti degli anni '50 agli attuali diecimila. Negli anni '50 questa zona viveva di agricoltura e pesca soprattutto. La causa principale di questa migrazione è da ricercarsi nel progressivo calo di offerta lavorativa. L'apertura della centrale elettrica di Polesine Camerini ha invertito la tendenza, ma i posti di lavoro sono presto diminuiti, per la scarsa convinzione nel ricercare forme di riconversione della centrale innovative e alternative. Per esempio gli ambientalisti avevano proposto di utilizzare la centrale dismessa come centro di ricerca anche sull'energia. Un'idea che nei fatti non è stata nemmeno presa in considerazione. Si sono invece continuati a privilegiare progetti che prevedevano quelle che gli ambientalisti chiamano "speculazioni". Ultimamente si è appreso che al vaglio della regione Veneto c'è anche un progetto di una società americana che vorrebbe realizzare nell'Aia (arena industriale attrezzata) un impianto di ossigenazione a emissioni zero con tecnologie di ultima generazione. Del consorzio Aia fanno parte i comuni di Adria, Loreo, Papozze, Rosolina e Ariano nel Po. Il progetto americano si scontrerebbe con alcuni vincoli imposti dalla legge del parco del Delta del Po. Il terreno su cui gli Usa hanno messo gli occhi infatti rientrerebbe nell'area protetta del parco. La regione Veneto da parte sua avrebbe già espresso parere favorevole al progetto, anche se l'ultima parola spetterà al consorzio Aia, che al momento non sembra in grado di decidere.

 

Sembra Rosarno. È Zingonia - Andrea Palladino

CISERANO (Bergamo) - Sono 1231 i chilometri che dividono Rosarno dalla provincia di Bergamo. Una linea che una volta era percorsa dai migranti del meridione d'Italia, accolti oltre il Po dai cartelli «non si affitta ai terroni». Per loro, per i volti mediterranei di Rocco e i suoi fratelli, per quelle lingue aspirate che odoravano di mare e di terre abbandonate, c'era chi costruiva case e interi quartieri dedicati, pensati solo per accogliere i migranti. Lontani dai centri delle città, in quella periferia fatta di palazzoni allineati. Serviva la mano d'opera per la lingua di terra tra Bergamo, Brescia e Milano. Ne serviva tanta, subito e a basso costo. È nata così Zingonia, enorme speculazione un po' surreale alle porte di Bergamo. Le fabbriche, le villette per i dirigenti e, a pochi metri dalla strada statale che fa da confine con il borgo antico di Ciserano, sei torri per loro, i meridionali. In cinquantanni tutto è cambiato, per non cambiare nulla. Tra gli anziani della bassa bergamasca anche le polacche che fanno le badanti vengono chiamate ancora oggi terrune. L'africano che lavora in fabbrica è solo un niger, e nei bar con la bandiera della Lega non si fa vedere. Nella bassa regno dei duri fedeli di Maroni, di Borghezio e di Bossi, c'è oggi la crisi. Dall'aeroplano diretto a Orio al Serio si possono contare le poche automobili stazionate davanti ai capannoni industriali, facendo una statistica molto empirica ma visivamente efficace. Parcheggi deserti, pochissimi camion, capannoni chiusi. Passa la crisi vera, quella industriale, quella cattiva, quel vento che lascia le persone a casa. Quel male che ha portato un operaio a suicidarsi, a darsi fuoco davanti ad uno dei tanti piazzali vuoti, grigi e inutili. E così anche Zingonia deve cambiare. I niger e «le facce da cammello» - come il neopresidente leghista della provincia di Bergamo amava chiamare i magrebini - devono andare via. Il quartiere simbolo dell'industrializzazione costruito da Renzo Zingone nel 1964 - prima vera speculazione edilizia del nord Italia - è ormai da buttare giù. Come a Rosarno è da ripulire, estirpare, cacciandola dalle mappe. L'arma dell'acqua. I sei palazzi di Zingonia sono oggi abitati da 150 famiglie, tutte o quasi composte da migranti stranieri. Prevalgono i senegalesi, i pachistani e i magrebini. Non sono case popolari, gestite da enti o dal comune. Chi è entrato nei palazzi di Zingonia paga un affitto o, molto spesso, ha comprato gli appartamenti dai precedenti inquilini italiani. Cacciare via tutti, come vuole la Lega, è dunque un problema. Il 3 dicembre scorso la mattina un gruppo di tecnici della Bas - azienda di gestione dell'acqua controllata da A2A - taglia i tubi dell'acqua, facendo scoppiare una rivolta di alcune ore. La società si era presentata con un conto salatissimo di quasi 400 mila euro di bollette non pagate. Ma non tutto è in realtà così chiaro. Facendo due conti, in uno dei sei palazzi risulta un consumo idrico per l'ultimo anno di quasi novecento euro a famiglia. È evidente quindi che i conti non tornano. A fine dicembre le famiglie di Zingonia hanno raccolto tredicimila euro, consegnati al sindaco di Ciserano, che a sua volta li ha versati all'azienda controllata da A2A. Un primo acconto che ha permesso la riapertura dei rubinetti. Ai signorotti bergamaschi dell'acqua però non è bastato: i quattrocento mila euro di arretrati li vogliono tutti. Divide et impera. «Abbiamo un accordo», ha annunciato a fine anno Enea Biagini, il sindaco ex Ppi - oggi Pd - di Ciserano. Un patto firmato da lui, da A2A e da rappresentanti dei condomini scelti sul campo, senza una regolare assemblea di condominio. Anzi, il condominio da anni non c'è più, dopo che l'ultimo amministratore si è dimesso. L'accordo prevede che ogni famiglia delle torri di Zingonia versi 125 euro, tutti i mesi. In un anno sono 1500 euro, per l'acqua di A2A. La raccolta dei soldi è affidata dall'improvvisato capo condominio, che ogni mese deve girare tra gli otto piani del palazzo chiedendo alle famiglie senza lavoro o in cassa integrazione quei soldi. Basta che qualcuno non paghi e a fine mese l'acqua viene tagliata di nuovo, all'intero palazzo. Così è successo all'inizio di questa settimana ad un condominio. E così probabilmente tra qualche giorno accadrà per un'altra torre di Zingonia. Dopo la protesta dura del 3 dicembre il taglio dell'acqua anche qui avviene con la copertura di forze armate. A differenza di Aprilia - dove le ronde di Acqualatina sono accompagnate dai vigilantes privati - l'ordine pubblico è garantito dagli alpini, dai carabinieri e dalla polizia locale. E se tagliano l'acqua diventa più facile dare la colpa a quelle famiglie che non sono riuscite a mettere i 125 euro mensili, dividendo così la comunità degli stranieri. Via tutti. L'esodo è così iniziato. Chi può, chi trova un'altra casa, chi non ha un mutuo da pagare ha già lasciato Zingonia. Perché rimanere, d'altra parte: quelle torri dovranno essere abbattute, per far spazio all'economia speculativa che del lavoro se ne frega. I caterpillar e l'esplosivo per buttare giù i palazzi creati per i migranti del sud Italia nel 1964 sono già pronti, nascosti dietro i presidi fascisti della Lega. Sul sito esecuzionigiudiziarie.it ci sono oggi undici appartamenti di Zingonia all'asta. Famiglie di stranieri che non sono riuscite a pagare il mutuo e che hanno perso la casa. Il valore è precipitato sotto i 50 mila euro. In alcuni casi un appartamento è offerto all'asta a 18 mila euro, con una valutazione della perizia di 48 mila euro. E anche qui, come per il calcolo delle bollette dell'acqua del 2009, c'è qualcosa che non torna. Tutte le perizie, tranne una, mettono nero su bianco che nei palazzi di Zingonia non ci sono debiti di condominio o di acqua. «L'amministratore non si trova», spiegano i periti e, dunque, nessuno sa quali siano i reali debiti. E dato che il contatore è sempre stato condominiale, è impossibile oggi per le famiglie di Zingonia stabilire con certezza se i conti presentati da A2A sono corretti. Analizzando poi le storie giudiziarie degli undici appartamenti che andranno all'asta si scopre anche il mercato clandestino degli affitti in nero. E qui gli italiani entrano in scena. C'è il caso ad esempio di un appartamento di proprietà di un italiano, dove gli ufficiali giudiziari hanno trovato una famiglia di stranieri. «Abbiamo un contratto d'affitto», hanno risposto, mostrando un accordo mai registrato. «A chi pagate?», ha chiesto il perito del Tribunale: «A un tale Massimo, che raccoglie i soldi tutti i mesi, perché il padrone di casa non lo abbiamo mai visto», è stata la risposta. Inutile parlare con Massimo, ovviamente, perché dove sia finito il padrone non lo ha voluto dire neanche ai periti del Tribunale. Gli appartamenti vuoti sono stati poi murati dal Comune di Ciserano, per evitare che altre famiglie potessero entrare. Fino ad oggi sono stati chiusi 22 appartamenti e di questi almeno tre erano di proprietà di italiani, ma utilizzati da famiglie di stranieri, spesso irregolari. Oggi con la scure del taglio dell'acqua - dopo che già da cinque anni è stato tagliato il riscaldamento - buona parte delle famiglie vorrebbe andarsene. Il problema rimane per chi è in regola con il pagamento dei mutui - e non sono pochi - per chi in quell'appartamento ha visto la possibilità di un riscatto, di una vita normale, di un futuro per i figli. Tanti sono qui da anni, riescono a mantenere un lavoro, magari precario, magari al nero. Mandano i figli nelle scuola, dove - nonostante Gelmini e la Lega - fanno amicizia, studiano, hanno insegnanti che conoscono. È contro queste famiglie che l'arma del debito dell'acqua è oggi usata: rimanere con i rubinetti a secco ed essere costretti a usare le fontanelle dei cortili, in pieno inverno e con gli ascensori rotti è la "exit strategy". Perché su Zingonia si prepara un futuro milionario. Le mani su Zingonia. In nome della sicurezza da queste parti si fa di tutto. Ed è una sicurezza asimmetrica, dove al sicuro si devono mettere solo i capitali. Le famiglie, la casa ed il lavoro si possono buttar via. «Zingonia è un ghetto». «Zingonia è il regno dello spaccio». «A Zingonia è meglio non entrare». Da un anno il martellamento mediatico è intenso. E così quando è stato presentato il nuovo contratto di quartiere per la zona tutti erano felici. I sei palazzi venivano buttati giù, la zona veniva destinata allo sviluppo del commercio e i privati poteva no investire. Nella versione presentata pubblicamente del progetto c'era anche la realizzazione delle nuove case per le famiglie che abitano le sei torri, i condomini Athena e Anna: accanto alla speculazione c'era un minimo di criterio di vero sviluppo sociale. «Io ho preso possesso l'8 giugno - racconta il sindaco di Ciserano Biagini - e il 10 la regione mi ha chiesto tutti i progetti preliminari, pena il respingimento del contratto di quartiere». Impossibile ovviamente riuscire a mandare la documentazione. E così il progetto della nuova Zingonia con un volto più umano è caduto, cassato dalla Regione Lombardia. Arrivano le elezioni provinciali, la Lega che sulla cacciata degli stranieri di Zingonia aveva fatto la sua principale battaglia, si aggiudica il posto di presidente. A ottobre parte la nuova proposta dalla Regione: il progetto va rimodulato - spiegano in una riunione a porte chiuse - vi diamo 5 milioni di euro per espropriare tutto e le terre le assegniamo con «bandi ad hoc». Sparisce tutto lo studio sociale ed economico, rimane solo la speculazione. Passa un mese ed ecco che la A2A inizia a tagliare l'acqua e a chiedere cifre impossibili alle famiglie. Una fortuita coincidenza, ovviamente. Zingonia probabilmente morirà. Le 150 famiglie verranno espulse, mandate via come è accaduto a Rosarno. Ma per la Lega potrebbe essere una battaglia solo apparentemente vinta. «Vedi, gli italiani non conoscono il mondo neanche su internet - racconta un ragazzo marocchino davanti ai palazzi di Zingonia - e questo paese senza di noi morirà». In un lento e tragico suicidio.

 

Ballottaggio ad alta tensione - Astrit Dakli

Da ieri sera - a meno di 48 ore dall'apertura dei seggi per il turno finale delle presidenziali - reparti armati delle forze speciali ucraine presidiano la sede della Commissione elettorale centrale a Kiev, nonché tutte le sedi periferiche e i centri «tecnici» dove sono alloggiati i server attraverso cui passano le informazioni sugli scrutini in corso. La misura è stata decisa d'urgenza dal Consiglio per la sicurezza nazionale e resa immediatamente esecutiva dal presidente Viktor Yushenko, mentre in tutto il paese la tensione sta salendo in modo pericoloso, tra accuse di brogli, occupazioni di istituzioni pubbliche e minacce di scontri di piazza. Yushenko, frustrato nelle sue ambizioni di essere rieletto (al primo turno ha avuto solo il 5% dei voti) e indicato da tutti come il massimo responsabile della spaventosa crisi che attanaglia il paese, sta in queste ore svolgendo un ruolo molto attivo e sembra deciso a fare il possibile per evitare una vittoria della sua ex alleata, la premier Yulija Timoshenko. Il colpo più importante lo ha compiuto giovedì, dopo che l'avversario della Timoshenko - il leader dell'opposizione Viktor Yanukovich - era riuscito a far votare dalla Rada (parlamento) una modifica della legge elettorale. E non una modifica di poco conto: con le nuove regole non sarà più necessario che nelle commissioni che sorvegliano lo scrutinio nei seggi siano presenti i rappresentanti di tutti i candidati in lista. In pratica, questo significa che si potrà verificare il caso di seggi in cui gli scrutinatori siano «sorvegliati» dai rappresentanti di uno solo dei candidati - inutile spiegare quali possibilità di broglio si aprano. La nuova legge, approvata mercoledì sera con 233 voti (la maggioranza è 226) è stata immediatamente firmata da Yushenko - che con questo atto ha dato corpo ai sospetti di chi vede un accordo sottobanco tra lui e il suo ex arcirivale Yanukovich - nonostante le proteste della premier, che a ragione teme di non riuscire a controllare tutti i seggi, soprattutto nelle regioni orientali del paese (mentre il partito di Yanukovich ha una presenza più capillare sul territorio). Yushenko, oltre a tutto, ieri ha anche licenziato il governatore della regione di Dnipropetrovsk - la regione natale della premier, dove raccoglie parecchi voti - accogliendo le lamentele sollevate contro di lui dal Partito delle Regioni di Yanukovich. La Timoshenko ha detto che se la nuova legge entrerà in vigore prima del voto di domenica (non è detto che ciò accada, perché prima occorre la pubblicazione sulla «gazzetta ufficiale», e la premier potrebbe riuscire a ritardarla artificialmente) i suoi sostenitori scenderanno in piazza a Kiev e bloccheranno completamente il processo elettorale, «ormai falso e vuoto». La tensione dunque sta tornando ai massimi livelli. Secondo molti, gli allarmi e le minacce di ricorso alla piazza da parte di Timoshenko sono soprattutto la dimostrazione che la premier sente nell'aria la sconfitta. Al di là e al di sopra della tradizionale divisione politica dell'Ucraina secondo una linea geografica (l'ovest agricolo e commerciale agli «arancione» e ai loro eredi filo-americani, l'est industriale e minerario agli «azzurri» filo-russi di Yanukovich) gli eventi delle ultime ore mostrano che Yanukovich sta raccogliendo su sè le scommesse dei leader dei partiti minori, battuti nel primo turno elettorale (incluso il presidente uscente) e dunque presumibilmente anche i voti dei loro sostenitori. Finora invece il Partito delle Regioni, pur avendo la maggioranza relativa alla Rada, non era mai riuscito a stringere accordi durevoli con gli altri partiti e consolidare su questi accordi una maggioranza di governo. Al contrario il BYuT, il partito personale della premier (che è il secondo per numero di deputati) aveva una tradizione di alleanze con tutti i leader politici ucraini, basate su scambi di favori e poltrone: ma molti ritengono che in questa decisiva circostanza i suoi giochi non siano riusciti, e che per questo Timoshenko tema di essere effettivamente battuta nonostante la svolta filo-russa compiuta nel 2009 per riguadagnare consensi nell'est. Come che sia, a questo punto le carte si stanno mischiando pericolosamente e l'unica cosa certa è che le recriminazioni, le proteste e le contestazioni - dopo il voto e qualunque sia il suo esito - saranno terribili e paralizzeranno la scena politico-istituzionale ucraina per parecchio tempo.

 

La Stampa - 6.2.10

 

Dieci soluzioni sul tavolo per Termini

ROMA - Quale sarà l'alternativa a Fiat non è ancora deciso. Quel che è certo è che da ieri, dopo il vertice al ministero dello Sviluppo, sindacati e Regione Sicilia hanno preso atto della decisione del Lingotto di fermare la linea di produzione di Termini Imerese entro la fine del 2011. Il ministro Claudio Scajola ha dato mandato all'amministratore delegato di Invitalia Domenico Arcuri di valutare tutte le soluzioni. Le manifestazioni di interesse, riferiscono dal ministero, sarebbero salite a dieci. Quante di queste realistiche, resta da vedere. Al momento il progetto più dettagliato è del numero uno di Cape Natixis, Simone Cimino, che ha annunciato la firma di una lettera di intenti con la indiana Reva. La proposta prevede la costituzione di tre società per lo sviluppo di auto elettriche e sistemi ad energia solare. Il piano, sulla carta, promette molto: 1400 assunzioni più un indotto per altre duemila persone. Regione e governo dovrebbero fare la parte del leone: su 930 milioni di investimento, la quota dei privati si fermerebbe a 170. Non si tratta comunque dell'unica possibilità. Arcuri ha fra le mani altre ipotesi: da Gian Marco Rossignolo alla Keplero del finanziere torinese Domenico Reviglio. I sindacati, ma ancor di più la Regione, spingono perché lo stabilimento siciliano continui a produrre auto. «Non possiamo disperdere il patrimonio di Termini, abbiamo ribadito la volontà di investire 350 milioni», dice il governatore Raffaele Lombardo. Più o meno le parole della segretaria regionale Cgil Mariella Maggio: «Se non dovessero esserci altre strade, il governo valuti altre offerte, purché credibili». Spiega una fonte governativa che preferisce non essere citata: «Una cosa ora è chiara a tutti: il destino di Termini e le scelte industriali della Fiat vanno disgiunti. E' un grosso passo avanti». Conferma degli incentivi o meno, la Fiat ha ribadito al tavolo la sua indisponibilità ad essere protagonista di una riconversione. Fatti salvi i macchinari, si è però detta disponibile a cedere l'area. I lavoratori di Termini, che hanno seguito la riunione passo passo, hanno avuto la conferma dei loro timori quando da Roma è trapelata l'indiscrezione - smentita dal Lingotto - secondo la quale ci sarebbero le condizioni per accompagnare alla pensione circa la metà dei dipendenti con quattro anni di mobilità. Numeri che hanno fatto salire la rabbia e spinto molti di loro a uno sciopero spontaneo. Per il governo di qui al 5 marzo, giorno in cui si riunirà di nuovo il tavolo, si tratta di un rebus di difficile soluzione. Termini Imerese altro non è che un tassello di un contesto industriale complicato su altri fronti: Alcoa, Glaxo, Eutelia. Il caso di Termini preoccupa molto il premier, per almeno due ragioni. Una simbolica, perché si tratta di una delle poche aree industriali del Sud. Inoltre senza l'aiuto dello Stato, un'alternativa alla Fiat è quasi impossibile. Nel frattempo Berlusconi dovrà decidere se confermare comunque al settore auto, e dunque anche al Lingotto, gli incentivi scaduti a fine 2009. Ieri, dopo una telefonata con il presidente della Fiat Luca Montezemolo, il premier ne ha parlato a lungo a Palazzo Grazioli con Scajola. Non c'era invece Tremonti, volato in Canada per il vertice G7. L'ultima parola arriverà probabilmente dopo il vertice di martedì fra i ministri dell'Industria europei a San Sebastian, nei Paesi Baschi. In Europa si va ormai in ordine sparso: la Germania non ha confermato gli aiuti, la Francia sì. Una delle questioni sul tavolo è la durata dei possibili incentivi: concederli solo per sei mesi, come il governo aveva inizialmente ipotizzato, potrebbe essere insufficiente. C'è da decidere inoltre se, come chiede la Lega, allargare il bonus ad altri settori. Nel caso in cui il governo decidesse per il no all'auto, una delle ipotesi è mettere a disposizione quelle risorse per la riconversione di Termini.

 

Incubo Madrid. Dal miracolo alla recessione - Francesco Manacorda

MILANO - Zapatero grida al complotto per l'attacco sui mercati; l'opinione pubblica grida allo scandalo per i compensi dei banchieri; la Banca di Spagna non grida ma si limita a certificare: per il settimo trimestre consecutivo Madrid è in recessione. Un record negativo che stacca la Spagna dal resto d'Europa. Il giorno dopo il grande attacco dei mercati la Borsa madrilena tira un mezzo sospiro di sollievo per le perdite tutto sommato limitate - ha perso l'1,35%, meglio di piazza Affari - ma il Paese non può nascondersi di essere a uno snodo cruciale. Con le riforme del mercato del lavoro e delle pensioni sempre meno derogabili, il governo di José Luis Zapatero ha una strada stretta da percorrere per arrivare a un riequilibrio dei conti pubblici - l'impegno è di portare il rapporto deficit/Pil dall'11,4% attuale all'ortodosso 3% nel 2013 - senza giocarsi il consenso sociale. La proposta di alzare l'età pensionabile da 65 a 67 anni ha suscitato le ire dei sindacati, ma degli stessi sindacati il governo ha bisogno per varare la riforma del mercato del lavoro. Anche perché quella riforma - è il mantra che circola - è uno dei pochi mezzi per ridurre il tasso di disoccupazione, un altro poco invidiabile primato di Madrid che quest'anno dovrebbe sfiorare il 20% doppiando praticamente il dato europeo. Il rieletto - nel 2008 - Zapatero ci si gioca la faccia e non solo. Un sondaggio del giornale «Publico» mostra che il leader del Partido Popular, Mariano Rajoy, ormai lo supera nei consensi degli elettori. Assieme alle riforme, però, si pone con urgenza il problema di come uscire dalla recessione. Il Pil spagnolo, dice ieri il bollettino della Banca centrale, è sceso anche nell'ultimo trimestre del 2009, calando dello 0,1%. In un anno la caduta è del 3,6%, ma soprattutto sono quasi due anni - manca solo un trimestre per completarli - che l'economia va verso il basso senza vedere il fondo. E non è che il 2010 si annunci molto migliore. Il governo stima una riduzione del Pil pari allo 0,3%, ma già il Fondo monetario internazionale scommette su una frenata di entità doppia, lo 0,6%, mentre la zona euro nel suo complesso potrebbe arrivare a una crescita dell'1%. Da Washington, Zapatero lancia messaggi tranquillizzanti: «La Spagna ha un sistema finanziario solido», spiega. Per il premier - lo ha detto a Davos - è decisamente inaccettabile che Usa e Gran Bretagna, con le loro istituzioni finanziarie, si scatenino contro la Spagna, ossia uno dei pochi Paesi che è uscito dalla crisi finanziaria senza praticamente sussidiare il suo sistema creditizio. E anche sui dati della Banca centrale, il premier spagnolo puntualizza che la decrescita sta calando, che la luce in fondo al tunnel si vede già. I mercati, però, corrono già ai ripari: anche ieri il costo dei Credit Default Swap, in pratica i certificati di assicurazione anti-fallimento, sul debito pubblico spagnolo hanno aumentato il loro prezzo a 170 punti, dai 120 della scorsa settimana. Adesso assicurare 10 milioni di euro di debito pubblico spagnolo costa 170 mila euro l'anno. E lo stesso avviene con i rendimenti, primo indicatore di rischi: i titoli di debito pubblico spagnolo a dieci anni hanno toccato ieri un massimo di 102 punti base, rispetto al Bund tedesco di equivalente durata. Il compito di difendere il modello spagnolo è affidata anche a un altro campione nazionale come Cesar Alierta, il presidente della Telefonica assai noto anche in Italia per la sua partecipazione in Telecom: «Tutti gli speculatori al ribasso si sono concentrati sulla Spagna, vendendo a breve senza ragioni fondamentali». E' una mezza verità, quella di Alierta, perché se non c'è dubbio che la speculazione ribassista internazionale martella adesso più sulla penisola iberica mentre sta dando un attimo di respiro alla Grecia, sul fatto che lo faccia senza «ragioni fondamentali» è lecito avere qualche dubbio. Proprio la decrescita economica, ad esempio, rende decisamente difficile l'ambizioso piano di rientro del deficit pubblico. Nei piani di «consolidamento fiscale» presentati la settimana scorsa ci sono ipotesi tutte da dimostrare, ad esempio quella che nel 2012 la crescita del Pil arrivi a un vigoroso 3%. Se lo spagnolo medio sa che deve stringere la cinghia dopo i fantastici anni del boom, così non è per tutti. Siti web dei giornali traboccanti di messaggi indignati, ieri, per la notizia che Francisco González, presidente del colosso bancario Bbva ha appena maturato, con il compimento dei 65 anni, una pensione di non disprezzabile entità: 79,7 milioni di euro. Si tratta di un assegno per la maggior parte maturato negli esercizi passati - precisa pudica la banca - e non verrà pagato finché González non lascerà il suo ruolo esecutivo. Ma sono consolazioni che nella Spagna della crescita all'incontrario accontentano pochi.

 

Adesso serve una Ue a due velocità - Mario Deaglio

Basta con l'Europa delle quote latte, dei cavilli, delle burocrazie, che va avanti con una costituzione che non c'è e con un governo che non c'è; che ha saputo fare una moneta ma non sa fare una politica economica; che pone ai propri vertici burocrati anziché politici di primo piano. Un'Europa che sembra spesso mettere ipocritamente alla pari colossi come Francia e Germania con Paesi come l'Estonia, i cui abitanti starebbero tutti in un quartiere di Parigi. Se lo scossone assestato dalle difficoltà greche, spagnole e portoghesi alle Borse europee determinerà una svolta che ci allontana dalla falsa normalità di questi anni sarà almeno servito a qualcosa. Ben pochi avrebbero pensato, anche solo un mese fa, che il Vecchio Continente si sarebbe gradatamente spostato verso l'occhio del ciclone economico-finanziario che ci assilla da quasi tre anni e che l'euro si sarebbe rivelato debole e il dollaro incredibilmente forte. Gli europei, che sono certamente vecchi e che troppo spesso per questo si ritengono saggi, guardavano alla crisi americana dall'alto in basso; oggi si trovano platealmente snobbati dal giovane presidente degli Stati Uniti che, sull'onda del rialzo del dollaro, annulla il normale vertice con l'Unione Europea perché con l'Europa non c'è proprio nulla da discutere, perché l'Europa è un interlocutore fantasma. Ci si aspettava che dovesse arrivare l'«ora della verità» per il dollaro e per gli Stati Uniti, e invece è arrivata l'ora della verità per la giovane moneta europea, fino a pochissimi giorni fa sicura della sua forza e ora minata dalla crepa spagnola e dalla crepa irlandese. La crisi delle finanze pubbliche spagnole ha infatti posto in luce una serie di gravi debolezze strutturali della costruzione economica europea. Non esiste alcuna previsione per la possibile uscita - o espulsione - di un Paese dall'area dell'euro; parallelamente non è ben chiaro se, e a quale titolo, altri Paesi o la stessa Banca Centrale possano dare un aiuto finanziario sostanzioso a un Paese in difficoltà. L'Eurostat, cui compete il controllo e l'armonizzazione delle statistiche e dei conti pubblici europei, aveva già denunciato i trucchi contabili di Atene nel 2004, ma non se ne fece nulla. Molte azioni comuni europee aggiungono complicazioni burocratiche, più che portare a vantaggi per produttori e consumatori. Per queste debolezze strutturali, prima ancora che per la forza della speculazione, l'euro si è indebolito in maniera consistente nelle ultime settimane, dando maggior forza alle paure di nuove correnti inflazionistiche che, potrebbero derivare dall'aumento dei prezzi delle materie prime, espressi in dollari oggi più cari. In queste condizioni, qualche forma di «Europa a due velocità» sembra inevitabile. Il vertice franco-tedesco svoltosi due giorni fa a Parigi, che sembrava un incontro quasi di routine, potrebbe essere l'inizio di una rifondazione europea secondo questa linea: non soltanto i due Paesi rappresentano assieme un po' meno di un terzo della popolazione dell'Unione e un po' più di un terzo della sua produzione, ma l'Europa, nata dalla paura di una ripresa del loro conflitto storico, potrà essere rilanciata soltanto da una ripresa della loro stretta collaborazione, che data da oltre mezzo secolo e attorno alla quale l'Unione Europea è stata costruita pezzo dopo pezzo. E' necessario che qualcuno mostri la strada di una vera armonizzazione delle politiche economiche, di un coordinamento delle politiche industriali, anche se non tutti gli altri Paesi potranno o vorranno seguire subito. Un'«Europa a due velocità» potrebbe diventare inevitabile almeno in economia, ed è sembrato di cogliere qualche segnale in tal senso dal vertice parigino. E il «commissariamento» della Grecia deciso a Bruxelles potrebbe essere il primo passo di una nuova politica economica più costrittiva nei confronti dei governi nazionali che non seguano le regole concordate. E l'Italia? Se si sommano popolazione e prodotto lordo italiano a quelli franco-tedeschi si ottiene all'incirca la metà del totale europeo. In questo senso l'Italia potrebbe dare un appoggio importante, limitato però dal peso gravoso del suo debito, a una rifondazione della politica economica europea. Va dato atto ai ministri dell'economia che si sono succeduti nell'ultimo decennio di aver complessivamente gestito in maniera soddisfacente un debito che poteva destabilizzare l'economia e di aver resistito a forti pressioni bipartisan per ogni genere di aumenti di spesa che l'Italia non si poteva permettere. Un'Italia che ha tratto grande beneficio in questi anni tempestosi dall'«ombrello» dell'euro non può che collaborare a turare i buchi che si sono improvvisamente aperti in quest'ombrello, anche perché deve essere conscia della possibilità di divenire essa stessa bersaglio di attacchi speculativi. Se la prima, traballante linea greco-spagnola dovesse scricchiolare ancora, occorrerebbe vigilare strettamente perché il debito pubblico italiano mantenga la sua attuale reputazione; e senza una buona reputazione, il rifinanziamento del debito in scadenza diventerebbe molto più costoso. Per questo, i dati sorprendentemente buoni dei conti pubblici di gennaio sono una manna piovuta dal cielo. Né gli europei né gli italiani possono però vivere di sola manna: invece di schiacciarci sul giorno per giorno, dobbiamo ricominciare con ragionamenti e politiche di lungo periodo. Le sole che possano permetterci di cercare di progettare il nostro futuro anziché subirlo.

 

Wall Street e la paura dell'oro - Francesco Guerrera

La nuova stella nel firmamento culinario newyorchese si chiama «Maialino» - una versione super-lusso di una trattoria «tipica» romana che ha aperto da poco a Gramercy Park Hotel. Fino a questa settimana, i banchieri d'affari Usa erano molto più interessati alla disponibilità dei tavoli al «Little Pig» che alla salute economica dei porcellini dei mercati finanziari - Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna - i quattro Paesi che sono stati soprannominati «Pigs» da operatori di mercato burloni. Ma dopo il crollo delle Borse di giovedì, i padri-padroni di Wall Street hanno smesso di fare la fila per gli spaghetti cacio e pepe di Maialino e sono stati costretti a concentrarsi sui deficit straripanti, economie comatose e governi deboli dei «Pigs». Non c'è voluto molto per infrangere i sogni di isolazionismo dei finanzieri americani - l'illusione che i mercati d'Oltreoceano avrebbero potuto evitare l'enorme crisi fiscale del Vecchio Continente. Anzi, c'è voluto abbastanza poco: un governo portoghese che ha avuto problemi a vendere delle obbligazioni, delle brutte notizie sulla situazione economica spagnola e le solite paure sulla stabilità della Grecia, et voilà, un rogna europea si è trasformata in un malessere transatlantico e globale (anche i mercati asiatici hanno sofferto giovedì e venerdì). «Come ai vecchi tempi», è stato l'ironico commento di uno dei banchieri protagonisti della crisi del 2007-2008 mentre guardava i mercati cadere a piombo e all'unisono su televisori pieni di luci rosse e operatori con le mani nei capelli. In 48 ore, i «Pigs» sono diventati l'incubo di Wall Street: il Dow Jones Industrial, il barometro della borsa di New York, non aveva perso così tanti punti da aprile, il prezzo del petrolio è crollato del 5 per cento e pure l'oro - il bene-rifugio più amato dagli investitori - è colato a picco. La situazione è migliorata un pochino venerdì ma quasi tutti i mercati hanno continuato a vedere rosso. Questa proprio non ci voleva - né per l'economia americana, né per i mercati internazionali e tantomeno per le fortune elettorali di Obama e dei suoi democratici. Un mio amico banchiere che è un fanatico del jogging, ha paragonato le vicissitudini dell'economia americana a una corsetta a Central Park. «Stai correndo, pensando ai fatti tuoi, e appena prendi un po' di velocità, un greco (o portoghese, o spagnolo) salta fuori dai cespugli e ti sgambetta». Lo sgambetto europeo, in questo caso, potrebbe costare caro ai consumatori e lavoratori statunitensi. L'economia americana è riuscita ad evitare una replica della Grande Depressione degli Anni 30, grazie soprattutto alla decisione del governo Obama di spendere più di 700 miliardi di dollari per rivitalizzare settori ed industrie che erano stati distrutti dalla recessione. Nonostante ciò, un americano su dieci è senza lavoro, il mercato edilizio rimane moribondo e i consumatori - la tradizionale locomotiva economica - non hanno né i soldi, né la voglia di spendere. L'unica speranza per evitare un'inattività economica prolungata, tipo-Giappone, sta in un ritorno di fiamma della base industriale e manifatturiera attraverso le esportazioni. Non è un caso che Obama abbia promesso di recente di raddoppiare il volume dell'export americano nei prossimi cinque anni. Il problema è che il crollo dei mercati, le paure «europee» degli investitori internazionali e la prospettiva di una lunga recessione nell'Unione Europea, stanno trasformando il dollaro nella super-moneta del dopo-crisi. La divisa americana sta passando di record in record nei confronti del povero euro, rendendo i beni e i servizi made in Usa più cari e meno appetibili per le aziende e i consumatori dell'Ue, il più importante «trading partner» per gli Stati Uniti. E non finisce qui. Le convulsioni dei mercati azionari e di materie prime sono molto preoccupanti per la stabilità del sistema finanziario americano e mondiale. Per me, il comportamento dell'oro è veramente molto strano. La teoria - e fino a questa settimana anche la prassi - è sempre stata che l'oro tendere a salire di prezzo in tempi bui perché gli investitori cercano la sicurezza di un bene che non dipende dai mercati azionari e dai tassi di interesse. Questa volta, invece, l'oro ha perso più del 4 per cento del suo valore in pochi giorni. Il sospetto - e la paura - degli operatori è che il repentino cambiamento di direzione dei mercati abbia messo in seria difficoltà un grande «hedge fund», o ancora peggio, una banca centrale, costringendoli a vendere le loro riserve d'oro a prezzi stracciati. Fino a ora non ci sono prove, ma l'esplosione di un hedge fund - o anche solamente il pericolo di un'esplosione - potrebbe avere effetti devastanti sul resto dei mercati. Ma anche se la caduta dell'oro è una correzione «tecnica» (la scusa degli operatori quando non hanno spiegazioni plausibili) le vicissitudini degli ultimi due giorni hanno dimostrato che sarà complicatissimo per governi e banche centrali tenere a galla i salvagente che hanno aiutato i mercati durante la crisi. Negli ultimi mesi, il dibattito in America è stato sul «quando» la Federal Reserve e il Tesoro avrebbero dovuto smettere di pompare denaro nel sistema finanziario e lasciare i mercati e le banche liberi di interagire come prima della crisi. Gli avvenimenti degli ultimi giorni hanno cambiato le carte in tavola. La domanda non è più «quando» ma «se» il governo debba tagliare il cordone ombelicale coi mercati, almeno per i prossimi mesi - una decisione difficile che potrebbe a sua volta ritardare o diluire la ripresa economica. In tempi come questi, sono solito consultare la più ottimista fonte che ho - un banchiere anziano che ne ha passate di tutti i colori ed è uno che vede quasi sempre il bicchiere mezzo pieno. L'ho chiamato giovedì sera e invece del solito tipo chiacchierone e contento, l'ho trovato taciturno e pensieroso. «Non mi piace. Non mi piace proprio», mi ha detto, «stai in guardia che la crisi non è finita».

 

Lettera dall'inferno - Flavia Amabile

Questa lettera mi è arrivata l'altro giorno. Una settimana prima avevo parlato con la nonna della bambina di sedici mesi che - almeno nominalmente - scrive la lettera. Mi ha chiesto aiuto per la figlia, vittima di un ex-marito che la perseguita senza che le forze dell'ordine riescano a fare alcunché. Mi ha promesso di raccontare a poco a poco la storia. E questa lettera è il primo messaggio arrivato.

Caro papà, anche se non so ancora scrivere perché ho sedici mesi so ascoltare e vedere tutto ciò che succede. Papà, perché quando eri ancora nella pancia della mamma non hai mai pagato le ecografie per sapere se stavo bene o ma? Perché quando sono nata non hai mai portato neanche una bottiglia d'acqua alla mamma che stava male per il cesareo? Perché non hai comprato il tiralatte per farmi bere il latte di mamma che mi piaceva tanto? Perché non hai voluto comprare la bilancetta per sapere se crescevo? Tu lo sai che quando nasce un bambino ha bisogno di tante cose, d ciucci, di biberon, di lenzuolini, di pannolini e della stufa per stare caldi? Lo sai che la mamma mi coccolava sempre di giorno e che la notte piangeva perché volevo ancora le coccole? Alla mamma facevano male i punti della pancia e mi teneva sempre in braccio perché io ero piccola e tu le dicevi che non volevi aiutarla perché era donna, e le donne quello devono fare: lavorare, cucinare, pulire sempre senza chiedere l'aiuto al papà. Quando avevo quattro mesi sei andato via e sei andato anche dall'avvocato che è andato al Tribunale dei Minori. li hai detto che la vita era diventata impossibile insieme alla mamma e te ne sei andato via di casa. La mamma sta sempre qui a casa con me. Perché adesso perseguiti la mamma e dici le bugie e le dici che mi vuoi portare via e la fai stare male? La mamma con me gioca sempre, anche quando è stanca, anche quando ha l'influenza mi fa divertire tanto tanto, mi fa il bagnetto con le paperelle, mi porta ai giardinetti con il borsone dei giochi e mi compra i libri e le scarpette belle. La mamma non compra mai un vestito nuovo per sé, perché le amiche le regalano quello che non mettono più. Perché non vuoi che vada all'asilo e dici che si deve trovare un asilo dove non si paga? Però tu vai alle terme con la tua moto e telefoni alla mamma e le dici che ti diverti. Il nonno deve tagliare la legna tutti i i giorni per il caminetto e portare le bombole del gas che pesano con la carriola. Il nonno va tutti i giorni a fare la spesa e io tutti i giorni mangio al calduccio; lo sai che sono mangiona? Lo sai papà che mamma mi ha comprato il passeggino nuovo al mercatino dell'usato e anche il sediolino della macchina per portarmi al centro commerciale? Tu mi hai portata nella tua macchina quando ancora 'era l'ovetto di quando avevo tre mesi. Caro papà, lo sai che la mamma è molto dimagrita e mangia poco perché le fa male lo stomaco e le viene da vomitare? La mamma è triste, ma non perché tu te ne sei andato, ma perché dice che è ingiusto che tu continui a trattarla male al telefono, e che viene a gridare fuori della porta, e la mamma si vergogna con i vicini e ha paura per me. Noi vogliamo giocare ma quando tu vieni la mamma non ride e non balla con me. Papà la tua mamma ha detto che io non dovevo nascere e che non vuole aiutarci perché deve pensare alla sua vecchiaia. Papà non mandi neanche gli assegni familiari, solo pochi soldi che non bastano mai. La mamma è preoccupata perché dice che voleva comprarmi tante cose belle, la casetta igloo dove nascondermi, i blocca fornelli che io tocco, le mensole r i pelouches, la tenda per la porta dove tira vento e non si può chiudere bene. Quando diventerò grande aiuterò la mamma a trovare qualcuno che ci voglia bene. Intanto i nonni materni mi comprano tutto anche i mandarini, i fagiolini, gli spinaci, le polpette anche se tu hai la macelleria. Perché tu dici sempre alla mamma che sei un bravo papà e lei si arrabbia?

Lettera firmata

 

Shenker: "Pace con Damasco per poi colpire l'Iran" - Maurizio Molinari

Israele persegue un solido negoziato con la Siria e Berlusconi è il leader europeo di cui si fida di più». Parola di David Schenker, fino al 2006 titolare del dossier siriano al Pentagono e analista al centro studi Washington Institute. Cosa pensa delle indiscrezioni sulla volontà di Netanyahu di affidare a Berlusconi o allo spagnolo Miguel Moratinos il ruolo di mediatore con Damasco? «Dimostrano che Netanyahu è intenzionato ad accelerare i tempi del negoziato con Damasco e che si fida molto di Berlusconi. Moratinos lo ha aggiunto perché è gradito a Bashar Assad». Incominciamo dal negoziato. Perché Netanyahu accelera? «Per il motivo che sta diventando verosimile un attacco militare contro l'Iran. Che sia Israele o l'America a lanciarlo poco importa. Potrebbe avvenire e il rischio maggiore è che inneschi una guerra regionale, con gli Hezbollah che attaccano Israele dal Libano e la Siria che entra in guerra con loro. Per scongiurarlo Netanyahu vuole accelerare l'accordo con la Siria». Washington che posizione ha? «L'amministrazione Obama sta tentando di staccare Damasco da Teheran. Ha profuso molti sforzi ma non è un'opera facile perché i due Paesi hanno un'alleanza trentennale assai solida, basti pensare che nel 2007-2008 la Siria ha acquistato un avanzato sistema antimissile russo grazie al fatto che è stata Teheran a pagare il conto: 750 milioni di dollari. Ci sono due modi per allontanare Damasco da Teheran: spingerla a rompere i legami con gli Hezbollah, Hamas e i pasdaran oppure un accordo di pace con Israele. Obama prova la prima carta, Netanyahu la seconda». Perché Netanyahu punta sul premier italiano? «È il leader europeo che più condivide la visione strategica di Israele. La sua recente visita a Gerusalemme lo ha confermato». Quali i punti di forza o debolezza di una mediazione italiana? «Berlusconi è credibile per Netanyahu ed è al tempo stesso un importante partner commerciale di Assad. La Siria da tre anni è afflitta dalla siccità e soffre per una crisi economica pesante. Berlusconi è nella posizione migliore per aiutare Damasco a risollevarsi». Lei è un veterano del negoziato israelo-siriano. Può ripartire? «Bashar Assad ha negoziato con Ehud Olmert, quando era premier d'Israele, sulla base della bozza d'accordo discussa da Netanyahu col padre Hafez Assad nel 1998-1999. Ma la situazione è molto diversa dal 1998». Quali le differenze? «Israele non si accontenta più di uno scambio sul Golan basato sul principio della pace in cambio di territori. Netanyahu vuole che Assad cambi strategia, cessi di aiutare i terroristi, abbandoni Teheran e diventi un partner a tutto campo. Per ottenere questo risultato non serve la mediazione di una nazione come la Turchia, che guarda all'Iran. Molto meglio l'Italia». Quali potrebbero essere le mosse di Bashar Assad? «Assad ci ha dimostrato in passato che negozia con Israele solo quando gli serve per ottenere dell'altro. E al momento ha tre problemi che gli causano seri grattacapi: la crisi economica, il tribunale internazionale sull'omicidio a Beirut dell'ex premier libanese Hariri e l'indagine dell'Agenzia atomica dell'Onu sul reattore nucleare distrutto dagli israeliani nel settembre 2007».

 

Repubblica - 6.2.10

 

La sfida di Papandreu nella Grecia dei corrotti - Guido Rampoldi

ATENE - In città la crisi ancora non si vede, impalpabile come un'inquietudine. Ma fuori, dove comincia la campagna, le banche e le concessionarie continuano a comprare lotti per ammassare le automobili sequestrate a debitori insolventi. Ogni mese più vasta, quella distesa di lamiere scintillanti è il camposanto delle illusioni greche. Sette anni di boom, poi la crisi della finanza internazionale, la recessione, l'improvvisa scoperta che il Paese è molto più indebitato di quanto indicassero i conti truccati dell'istituto centrale di statistica. E adesso, la pena: entro tre anni la Grecia dovrà abbattere il deficit dal 13 al 3%. Sarebbe un'impresa ciclopica perfino per un governo che avesse alle spalle una società disciplinata e uno Stato efficiente, insomma tutt'altra nazione. Se Atene non riuscisse? Da due settimane questo dubbio provoca violenti attacchi depressivi ai mercati finanziari e tetri entusiasmi nelle destre euroscettiche. In greco antico, così come in cinese mandarino, "crisi" ha un significato doppio. Indica sofferenza, disorientamento; ma anche opportunità, potenzialità evolutiva. Anche questa crisi ha due facce. Su un lato, gli oracoli pronosticano sventura. Dalle agenzie di rating ai giornali della City e di Wall Street è tutto un declassare, uno scuotere la testa per questa Grecia retrocessa in serie B (BBB+ è il recente rating che le ha assegnato Fitch) e adesso capomandria degli altri tre "maiali", PIGS, l'acronimo sprezzante col quale gli analisti anglosassoni indicano quelle economie in affanno dell'area Euro che due giorni fa hanno gettato nel panico le Borse: oltre la Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda. Eppure questo precipizio comporta almeno un vantaggio per i greci: finalmente sono costretti a guardarsi allo specchio e tentare di correggersi. Ha dato l'esempio il primo ministro, il socialista Papandreu. Avrebbe potuto addossare ogni colpa al governo precedente, una destra bruciata dagli scandali e sconfitta nelle elezioni di ottobre. Invece ha chiamato le cose con il loro nome. La crisi greca, ha detto il premier, è un prodotto innanzitutto della "corruzione" che appesta l'amministrazione pubblica ad ogni livello. Come se attendesse di sentire da anni quelle parole, tutta la Grecia ha annuito. E il consenso è stato così unanime che adesso il politologo Thedore Coloumbis vede la possibilità di riformare tanto uno Stato elefantiaco e inefficiente quanto la cultura che lo ha prodotto - la cultura del favore, della clientela, della bustarella, dell'eterno ricorso alle "conoscenze" per ottenere un impiego, una cattedra, un'esenzione. Ma l'ottimismo di Coloumbis è tenue, circospetto. Se quella cultura è così diffusa, se pervade, come ora si ammette, la mentalità greca, può una società autoriformarsi? Forse. Se ne va del suo futuro ("Cambiare o affondare", avverte Papandreu). E se il governo può forzarla adducendo una ineludibile pressione esterna, in questo caso la pressione dell'Unione europea. Però quando si tratterà di decidere concretamente come ripartire i costi di una manovra economica ineludibile, neppure quell'additare vincoli esterni e prospettive di naufragio convincerà ceti e categorie a smontare le barricate che stanno preparando. Con il conforto del suo amico Joseph Stiglitz, Nobel per l'economia, Papandreu vorrebbe sottrarsi ad un'applicazione rigida della ricetta tradizionale suggerita dalla Banca centrale europea, "più tasse, meno salario". Però deve muovere in quella direzione. "Se riuscisse a tassare appena un quinto dell'economia sommersa, grossomodo il 25% dell'economia reale, sarebbe già a buon punto", mi dice l'economista George Pagoulatos. Ma per quanto il governo stia cercando di restituire efficienza a ispettorati fiscali distratti o corruttibili, neppure l'ottimista Pagoulatos si attende di vedere salpare per le Bahamas la bianca flotta di panfili attraccata al Pireo, tanto vistosa quanto invisibile al fisco (su una popolazione di undici milioni, solo cinquemila contribuenti ammettono un reddito superiore ai centomila euro). Le inquietudini che dovrebbero scompigliare la quiete dei porticcioli turistici agitano semmai le amministrazione pubbliche. Spesso disorganizzate e inette, quasi tutte pletoriche, impiegano un quinto della forza-lavoro greca. Rappresentano il grande serbatoio elettorale del partito socialista, e anche per questo non sono insorte quando sono trapelate le intenzioni del governo: sostituire soltanto un quinto dei dipendenti che vanno in pensione, limare i sussidi che oggi contano per un 20-30% dei salari nel pubblico impiego. Ma quando Papandreu passerà dai proclami ai fatti, quando comincerà a toccare davvero pensioni e stipendi per restituire competitività all'economia, le reazioni saranno meno flemmatiche. E in Grecia le proteste sociali di solito non si esauriscono in una giornata di sciopero. Lo dimostrano gli agricoltori: lasciati i campi ai kapò albanesi e ai braccianti afgani, da tre settimane bloccano con i loro trattori la prima autostrada greca. Terranno il Paese spezzato in due, promettono, fin quando non avranno i sussidi che esigono. Dunque non è detto che Papandreu riuscirà a salvare la Grecia da se stessa. In quel caso chi pagherà il conto delle cicale? Gli altri, pensano non pochi greci. Gli stranieri. Noi? Gli unici stranieri che finora hanno messo mano al portafogli sono i cinesi. Considerano la Grecia un buon punto d'ingresso in Europa. Da ottobre la loro Cosco Pacific gestisce le due banchine- containers del Pireo, di cui avrà per 35 anni il controllo totale (sarà dunque Cosco a decidere chi può attraccare e chi no). I cinesi sono entrati con il sorriso, hanno ridotto il personale con liquidazioni principesche, e celebrato la fraternità sino-ellenica con una grande festa portuale in occasione del capodanno ortodosso. Cortesi, amichevoli. Vigili. In gennaio avrebbero studiato l'opportunità di acquistare titoli del Tesoro greco per 25 miliardi di dollari (lo ha scritto il Financial Times, Atene ha smentito). Secondo siti ben informati come maritimenet. eu, l'accordo è sfumato quando Pechino ha chiesto una quota azionaria nella prima banca greca. A Papandreu non sarebbe andata giù l'idea di condividere con il partito comunista cinese uno dei principali strumenti della politica finanziaria ellenica. Esatte o no, queste voci confermano che la crisi greca ormai è una questione di grande rilevanza internazionale. Se da qui al 2012 Papandreu non riuscisse a ridurre il deficit al 3% del Pil, gli altri quindici membri dell'Euro-zona sarebbero chiamati a decidere se scaricare Atene oppure pagare, sia pure nella forma di un prestito, i debiti che i greci non hanno voluto onorare. Alternativa che si porrebbe anche ai 27 dell'Unione, poiché l'articolo 122 del Trattato europeo impegna i Paesi-membri ad assicurare assistenza finanziaria a chi di loro fosse "in gravi difficoltà causate da (...) eventi eccezionali". Se stiamo alle dichiarazioni ufficiali, gli europei lasceranno affondare la Grecia nei suoi peccati. Faranno spallucce. Non alzeranno un dito per salvarla. I tedeschi lo hanno ripetuto per giorni, e con parole inequivoche (il ministro delle Finanze Shäuble: i greci hanno vissuto "ben al di là dei loro mezzi, e adesso non possiamo essere noi a pagare"). Ma quanto più ricorrono questi moniti rudi, queste asprezze verbali, tanto più la Grecia furba ammicca e si dà di gomito. E forse ha ragione. L'Europa non può mollare Atene. La sua insolvenza danneggerebbe non poco le grandi banche occidentali, soprattutto tedesche, che detengono circa il 40% del debito estero greco. E l'espulsione della Grecia dal club dell'Euro metterebbe in serie difficoltà un progetto sul quale l'investimento politico è stato enorme. Dunque alla fine l'Europa interverrà. Prenderà sotto tutela il governo socialista e Papandreu sarà travolto dal fiasco: però i suoi custodi europei eviteranno alla Grecia la bancarotta.  Ma se tutto questo oggi è molto verosimile, domani potrebbe non esserlo più. Nel corral degli sventurati PIGS la Grecia è una creatura relativamente piccina, appena il 4% del Pil europeo. Salvarla è possibile. Ma se si ammalasse gravemente anche la Spagna, che ha un deficit alto e in questi giorni sconta anch'essa la sfiducia dei mercati, chi baderebbe alle difficoltà della Grecia? Chi le farebbe scudo se partisse un'operazione in grande stile per dissanguarla? Papandreu ne ha intravisto le prove generali in gennaio, quando i mercati hanno portato gli interessi pagati dai buoni del Tesoro greco al livello dei Bot ucraini. E' in corso, ha detto il premier, "un attacco all'Euro-zona" mosso da "interessi politici e finanziari che individuano alcuni Paesi come anelli deboli". Il dito pareva puntato contro destre euroscettiche e liberisti angloamericani. I cow-boys che all'occorrenza potrebbero spingere contro l'euro e l'Europa politica quelle mandrie imbizzarrite che sono i mercati finanziari. Ammesso e non concesso che questa cospirazione sia nell'orizzonte delle possibilità, sta ai greci sventarla. Il governo avrebbe allo studio, quale misura straordinaria, un buono del Tesoro "Pro-Patria". Ma ancora più patriottica sarebbe una riforma che trasformasse lo Stato, da erogatore di posti e di favori, a erogatore di servizi efficienti. Ristrutturare lo Stato mentre si tagliano i conti pubblici è come allenare un obeso a correre i 100 metri. Difficile attendersi un buon risultato. Eppure questa è la sfida greca. Converrà studiarne l'evoluzione. Per quanto grandi siano le differenza che le dividono, Grecia e Italia hanno qualcosa in comune: nella classifica 2008 della corruzione nell'Europa maggiore stilata da Transparency, condividono la vetta (la Grecia è prima, l'Italia seconda). Trasparency misura la percezione della corruzione, non la corruzione. Ma la percezione dei greci non dev'essere sbagliata se adesso governo e opposizione la convalidano. E' esatta anche la percezione italiana? Certamente è sommario e ingiusto ritenere "estremamente corrotti" i dipendenti pubblici. Ma se il 32% degli italiani (il 30% dei greci) pensa così, evidentemente il problema è serio. Se il 69% degli italiani giudica inefficace la politica del governo contro la corruzione, val la pena di chiedersi se governo non sia inadeguato. E se una percentuale cospicua di italiani ritiene i giornalisti corrotti ("estremamente corrotti" per il 16%) non sarà il caso di cominciare a farsi qualche domanda?

 

"Processo breve sul binario morto, ora pensiamo alle riforme" - Francesco Bei

ROMA - Il ricordo più bello che conserverò di questo viaggio negli Stati Uniti è forse quello dell'incontro con John Kerry. Si è operato all'anca e il vecchio Ted Kennedy, prima di morire, gli ha prestato il bastone con il pomo d'argento che appartenne al patriarca Joseph Kennedy. Era lo stesso bastone che poi passò a JFK e quindi a Ted: mostrandomelo, Kerry si è commosso". Sull'aereo di Stato che lo riporta a Roma  -  dopo due giorni di visita ufficiale negli Usa  -  Gianfranco Fini torna a immergersi nella politica di casa. Con Berlusconi il rapporto attraversa una fase di tregua, tanto che i due hanno avuto modo di parlarsi a lungo per telefono mentre il premier era in Israele e il presidente della Camera negli States (dove incontrava la triade "democrat" Biden, Pelosi, Kerry). Proprio quando a Montecitorio infuriava lo scontro sul legittimo impedimento. Da lì dunque parte il ragionamento. Per Fini quella legge è un "prezzo giusto" da pagare per evitare uno scontro cieco tra istituzioni. "È un provvedimento necessario per staccare la spina dalle fibrillazioni e provare ad andare avanti. Adesso ci sarà ancora un mese e mezzo di campagna elettorale in cui i toni resteranno accesi, ma dopo il voto di marzo si aprirà una finestra di opportunità eccezionale: da qui al 2013 non ci saranno più elezioni e può davvero partire qualcosa di positivo". E il processo breve? Per Fini sembra finito su un binario morto: "Giulia Bongiorno, la presidente della commissione giustizia, ha previsto audizioni fino a fine giugno. Poi arriverà l'estate... mi sembra chiara l'indicazione di marcia". Allora cosa fare? "Il legittimo impedimento è una legge-ponte, bisogna vedere questo "ponte" verso quale sponda porterà. Potrebbe essere l'immunità, ma personalmente non credo sia più possibile tornare a uno scudo come quello che c'era prima del '93. Vedremo, anche l'immunità ci sono molti modi di graduarla". Quello che a Fini preme è che non venga sciupata l'occasione di ripartire con il piede giusto: "Si può davvero tornare allo spirito che c'era all'inizio della legislatura. Almeno sulle questioni su cui siamo tutti d'accordo, penso al Senato federale e alla riduzione del numero dei parlamentari, sarebbe incomprensibile se non si andasse avanti". Ora tuttavia incombe la campagna elettorale e Fini, da "co-leader" del Pdl, tiene molto alla candidatura di Renata Polverini nel Lazio. "Renata deve recuperare un gap di notorietà, mentre Emma (Bonino, Fini le chiama entrambe per nome di battesimo. Ndr) è conosciuta da tutti. Ma la nostra coalizione è più avanti e penso che, alla fine, Renata recupererà il distacco. In ogni caso mi sembra che entrambe siano partite bene, c'è molto fair play. È la prima volta che in Italia si scontrano due donne in un'elezione così importante e, se riusciranno a non trasformarla in un'ordalia come facciamo noi maschi, sarà un esempio per tutto il sistema politico. Chiunque vinca, nulla sarà più come prima". Quanto all'apertura della Polverini sulle coppie di fatto, che ha causato molte polemiche nel Pdl, Fini sostiene che "Renata quelle cose le ha sempre pensate. Le hanno fatto una domanda e ha risposto, che doveva fare? E comunque anche l'elettorato cattolico, su questi temi "sensibili", è molto più avanti di quanto non si creda, lo dimostrano tutti i sondaggi". Al Nord invece il problema è la Lega e il rapporto con il Pdl. "Un loro successo in Lombardia e Veneto è scontato, semmai si tratta di vedere se Roberto Cota riuscirà a far breccia nella borghesia di Torino, che è ancora legata ai valori e alla tradizione risorgimentale. Perché le elezioni in Piemonte si vincono a Torino. Comunque io Bossi lo conosco bene, in questa legislatura ha un solo interesse strategico: portare a casa i decreti attuativi del federalismo fiscale. Sono cose complesse, che hanno bisogno del massimo di stabilità politica. Sono certo che, anche nel caso stravinca, non abbia interesse a "scuotere l'albero". Gli serve che la legislatura prosegua tranquilla". Anche per questo, rivela Fini, la Lega spingeva per assegnare la presidenza della "bicameralina" sul federalismo fiscale a un esponente del Pd: "Era una bella idea. Eravamo già d'accordo sul nome, Schifani e io avremmo indicato Linda Lanzillotta. Ma lei è passata all'Api di Rutelli e l'operazione è saltata". La presidenza è poi stata data a Enrico La Loggia del Pdl e il Pd ha annunciato le dimissioni in massa dalla commissione. Ecco, il Partito democratico. Fini ne osserva con una certa preoccupazione le lacerazioni interne, teme che possa venir meno uno dei pilastri su cui si regge il bipolarismo. "Ho visto molte difficoltà e scontri interni per le primarie. C'è la Puglia, l'Umbria... me ne rammarico, perché se il progetto del Pd va in crisi è chiaro che ripercussioni potrebbero esserci su tutto il sistema. Compreso il Pdl". Se si parla di una possibile crisi del bipolarismo, il discorso finisce inevitabilmente su Pier Ferdinando Casini, che su quella scommessa ha investito tutto il suo capitale politico. "Per lui - ragiona Fini - la scelta più difficile è stata andare da solo alle Politiche, mentre alle Regionali ha fatto valere un principio semplice: niente alleanze al Nord con la Lega, niente alleanze al Sud dove c'è la sinistra estrema. Al prezzo della perdita di un assessorato in Lombardia e uno in Puglia, ha reso chiara la sua scelta agli elettori". Il bipolarismo si difende anche con una legge elettorale diversa, che magari restituisca agli elettori il potere di scegliere la rappresentanza parlamentare. Fini al momento è prudente: "Certo, ce ne sarebbe bisogno. Ma la riforma elettorale è una tipica materia da fine legislatura anche perché, una volta che è stata approvata, le Camere vengono sciolte". L'airbus dell'aeronautica militare sta quasi per atterrare. Fini si aggiusta con orgoglio i gemelli con l'aquila presidenziale, regalo del vice di Obama, Joe Biden. E, prima di eclissarsi nella zona Vip dell'aereo, torna ancora una volta su John Kerry: "A lui piace molto il kitesurf e mi ha chiesto delle immersioni subacquee. Gli ho raccontato di quanto sono andato con il ministro Fazio e mio fratello a Lampedusa. Io mi sono fermato a sessanta metri, ma quei due matti sono scesi fino a ottanta".

 

Caso Boffo, nuovi dossier in Vaticano. Il Papa "informato sulla realtà"

Orazio La Rocca

CITTA' DEL VATICANO - Lettere anonime, falsi documenti, "voci" incontrollate su presunte guerre tra vescovi, cardinali, alti esponenti della gerarchia ecclesiale; ma anche notizie riservatissime a "luci rosse" su feeling clandestini per i quali da qualche tempo alcuni autorevoli sospettati occupano importanti incarichi Oltretevere. E' ricco, complicato, e per alcuni aspetti piuttosto sconvolgente il dossier sul caso Boffo-Feltri da qualche giorno al vaglio di Benedetto XVI. E' stato il portavoce papale, padre Federico Lombardi, a confermarlo ieri indirettamente specificando che "è ovvio che il Papa sa quel che succede ed è informato della realtà". Una frase significativa in risposta alle domande dei giornalisti della Sala stampa vaticana su quanto anticipato da Repubblica su una nota esplicativa della Segreteria di Stato relativa agli ultimi sviluppi del caso Boffo. Una vicenda culminata in modo traumatico - il 28 agosto scorso - con le dimissioni di Dino Boffo, direttore di Avvenire, il giornale della Cei (Conferenza episcopale italiana) per la pubblicazione su Il Giornale, il quotidiano di casa Berlusconi diretto da Vittorio Feltri di un falso documento relativo ad una condanna di Boffo per presunte molestie omosessuali. Ma a inquietare il Papa sono le notizie che stanno circolando sui giornali, che sostengono che il falso dossier sarebbe stato fornito a Feltri da esponenti del Vaticano. Qualcuno parla persino di oculati "manovratori" pontifici, gettando ombre sul direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Maria Vian e persino sul cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone nell'ambito di una supposta guerra tra quest'ultimo e i cardinali Bagnasco e Ruini. Accuse, veleni e sospetti a cui finora le autorità pontificie non hanno dato nessuna risposta. Nemmeno una smentita dal Vaticano e dalla Cei. Un atteggiamento che dentro le mura vaticane molti incominciano a non capire. "Se queste voci sono false perché questo silenzio? Perché non smentirle ufficialmente?", si chiedono oltretevere alti prelati e semplici monsignori. Ma da ieri, grazie all'intervento del portavoce papale, qualcosa si è mossa: Benedetto XVI "sa tutto", "segue quel che succede" ed "è informato della realtà". Un modo diplomatico per far capire che, in fondo, Ratzinger avrebbe avocato a sé qualsiasi decisione futura sul caso, magari senza il supporto della stessa Segreteria di Stato. Novità, dunque, in vista? E qualche testa potrebbe saltare anche a causa di infedeltà coniugali? "Il Papa è coraggioso perché guarda anche i problemi che ci sono dentro la Chiesa che è fatta di uomini e di donne che hanno il peccato originale come tutti gli altri", commenta il vescovo di Ivrea Arrigo Miglio, responsabile Cei per i problemi sociali e del lavoro.

 

Corsera - 6.2.10

 

L'Italia dei finti assunti e del lavoro nero - Gian Antonio Stella

Ricordate l'antico adagio? La madre degli stolti è sempre incinta. Va rivisto: è sempre incinta anche quella dei falsi braccianti agricoli. Anche perché, oltre al resto, frega gli assegni di maternità. Con i 98.376 smascherati nel 2009, dice l'Inps, i «furbetti del poderino» (finto) salgono negli ultimi 7 anni a 569.841. Pari alla popolazione di Genova. Con differenze tra regione e regione abissali: un imbroglione ogni 4.890.841 abitanti in Lombardia, uno ogni 151 in Calabria. Trentaduemila volte di più. Sia chiaro: gli ispettori dell'Istituto nazionale di previdenza sociale presieduto da Antonio Mastrapasqua non hanno dovuto occuparsi solo della truffa sui braccianti. Anzi, su un miliardo e 253 milioni di euro accertati di contributi evasi, quelli che riguardano l'agricoltura sono solo 295. E fanno impressione anche gli altri numeri. Secondo i quali non solo il 79% delle aziende visitate avevano dei dipendenti non in regola (con punte del 90% in Sardegna, dell'88% nelle Marche e nel Molise ma anche dell' 84% in Emilia-Romagna) ma le stesse regioni meno disinvolte col sommerso fanno segnare cifre da capogiro. C'era un'impresa su sei in nero tra quelle controllate in Piemonte, una su 9 in Lombardia e Veneto, una su 6 in Emilia... Per non dire dei lavoratori in nero trovati in giro per le fabbriche, i laboratori e soprattutto i cantieri edili: oltre 2 mila in Liguria, oltre 5 mila in Emilia e in Lombardia, oltre 3 mila in Veneto, oltre 6 mila in Piemonte. E stiamo parlando solo di quelli scoperti, probabilmente pochi rispetto al totale. Prova provata di come abbia ragione il professor Marzio Barbagli, il massimo studioso della criminalità in Italia, quando spiega che non sono i «vescovoni», i buonisti o le anime belle della Caritas ad attirare gli immigrati in Italia. Sono anche, se non soprattutto, tutti quelli italiani che offrono una quantità di lavoro nero impensabile negli Stati più seri: «La nostra è un'economia che ha caratteristiche strutturali che favoriscono l'immigrazione irregolare. Si basa sul lavoro nero e non esistono controlli. Le norme ci sono, ma nessuno le fa rispettare». Soluzione? «Moltiplicare per mille i controlli. Rendere più severe le pene per gli imprenditori che sfruttano i lavoratori». Ma chi dovrebbe fare, questi controlli? Non c'è dipendente pubblico che frutti quanto gli ispettori dell'Inps: fatti i conti, nel 2009 hanno recuperato tra evasioni accertate e sanzioni alle casse statali (almeno sulla carta: si sa come poi vanno le cose...) un miliardo e 502 milioni di euro. Vale a dire 1 milione e 88 mila euro a testa. Al punto che lo Stato dovrebbe volerne sempre di più, di più, di più. Invece, come denuncia Antonio Mastrapasqua, l'esodo verso la pensione e il blocco delle assunzioni anche per i concorsi già fatti nel lontano 2006 fa sì che gli ispettori sono scesi nel 2009 da 1.588 al 1.380. E quest'anno se ne andranno almeno altri 200. Col risultato che dal 2011, a tentare di arginare il «nero» di un Paese con oltre quattro milioni di imprese, un'economia sommersa valutata tra il 17% ed il 25% del Pil e una gran massa di furbi, ci saranno poco più di un migliaio di «Poirot » previdenziali. Auguri. Auguri soprattutto sul fronte dei falsi braccianti agricoli. Che sono concentrati per il 99,1 % in 5 regioni: Campania (35.556 furbetti scovati nel 2009), Puglia (25.896), Sicilia (20.790), Calabria (13.262) e Basilicata (2004) per un totale di 97.508 imbroglioni su un totale nazionale di 98.376. Una sproporzione assurda. Basti dire che è stato scovato un truffatore ogni 294 abitanti in Basilicata, uno ogni 242 in Sicilia, uno ogni 163 in Campania, uno ogni 157 in Puglia, uno ogni 151 in Calabria. Contro una media nazionale di uno ogni 611 che in realtà, tolte quelle 5 regioni, precipita a un falso bracciante agricolo ogni 49.133 abitanti. E parliamo del solo 2009: in totale, come dicevamo, negli ultimi 7 anni i falsi assunti da false imprese che coltivano false tenute risultanti su false carte catastali sono stati 569.841. Un'illegalità di massa inaccettabile. Tanto più che, come dimostrano le inchieste, in larga parte dei casi non si tratta di un fenomeno di sopravvivenza dovuto a disperati che non sanno come tirare avanti ma di un sistema gestito dalla criminalità. Un sistema scientifico. Che muove una quantità enorme di soldi. Basti ricordare che i soli accertamenti da 2003 a oggi (e chissà quante truffe sono sfuggite al setaccio...) hanno consentito all'Inps risparmi per 1 miliardo e 331 milioni di euro. Si è visto di tutto, in questi anni. Di tutto. Valga ad esempio una relazione interna sull'area salernitana nella quale Ferdinando Rossi, un dirigente della polizia poi promosso a Bologna, scrive di avere «scoperto la presenza a Battipaglia di una sorta di ufficio di collocamento parallelo», in cui venivano gestite le false assunzioni per una molteplicità di aziende, condotto senza alcuna precauzione alla luce del sole e tra l'altro distante poche decine dimetri da quello legale. Una sfida o forse piuttosto la sicurezza di impunità in un settore, in cui le truffe all'Inps da tempo sembrano essere diventate la regola. Dalle indagini è emerso che privati cittadini, ma anche rappresentanti di patronati e di sindacati portavano quotidianamente in quell'ufficio di collocamento illegale la documentazione necessaria per far figurare centinaia di soggetti assunti in una delle tante aziende agricole esistenti solo sulla carta oppure presso realtà produttive reali, che si prestavano a effettuare false assunzioni. Un «imprenditore» che risultava avere una grande azienda agricola e assumeva a tutto spiano si rivelò essere un barbone «che dormiva nella stazione di Battipaglia e che, avvicinato dagli organizzatori della truffa, si era prestato a dare il nome a una azienda con circa 500 falsi assunti, in cambio di una vecchia auto dove dormire». C'è poco da sorridere. Lo spiega un'altra relazione interna, firmata dalla Responsabile del Centro per l'impiego di Battipaglia, Antonietta Barone. Dove si legge che «la malavita, che gestisce il circuito illecito, ha imposto un vero e proprio tariffario che i braccianti fittizi devono rispettare per risultare falsamente assunti». Che sempre più spesso «gli extracomunitari irregolari siano stati utilizzati in nero per coltivare i suoli sui quali risultava poi fittiziamente assunta manodopera italiana». Che «non sono mancate neppure le aziende costituite ad hoc per assumere fittiziamente gli stranieri, che in realtà sono risultate una sorta di scatole vuote, costituite solo sulla carta per poter presentare le istanze per le assunzioni in occasione degli ingressi annuali». Fino al capolavoro: molti neocomunitarie arrivate come badanti, «fittiziamente assunte in agricoltura», diventano beneficiarie «delle indebite prestazioni previdenziali di disoccupazione, maternità e malattia» continuando «a lavorare in nero presso le famiglie come colf o badanti»... Una truffa. Ma chi sono i veri truffatori: loro o i loro datori di lavoro italiani?

 




Data notizia06.02.2010

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