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Politica Italiana


 

La Stampa - 8.2.10

 

L'università ritorna un lusso per pochi - Andrea Rossi

TORINO - È stata una sbornia d'inizio millennio, drogata dall'esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l'Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l'alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti. La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando - dopo il boom a cavallo del 2000 - le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all'università. Oggi siamo sprofondati in basso: all'ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l'esame di maturità. «La riforma del 3+2 ha prodotto un'ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l'Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all'anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri - quelli con genitori laureati - crescono poco alla volta. I figli della classe media - genitori diplomati - tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d'Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l'Istituto per la valutazione del sistema dell'istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l'università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l'investimento». La crisi economica dell'ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l'80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea. L'austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d'iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo - è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell'accesso all'istruzione - «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei». Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent'anni l'ingresso forse è diventato più democratico, ma l'esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d'Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all'università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono. Forse è l'effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all'istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale - racconta Checchi - assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l'anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.

 

Il circolo vizioso tra caste e amicizie - Irene Tinagli

I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all'Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all'anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così. Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni. Rispetto all'anno accademico 2003-04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all'Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalla superiori, quest'anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia. Negli anni in cui tutti parlano dell'importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l'Università non funzioni più come ascensore sociale. Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato del lavoro funziona ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano i dati dell'ultima indagine Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il 54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero poche probabilità di trovare lavoro. Centri d'impiego, Internet e mezzi stampa coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia pare sia davvero un mito. La cosa drammatica è che questo sistema non solo non viene combattuto ma in alcuni casi viene persino legittimato e difeso. Come per la vicenda di alcune banche che pochi mesi fa hanno formalizzato un accordo con i sindacati per prepensionare i dipendenti ed assumerne i figli. Certo, i figli avrebbero dovuto avere certe caratteristiche, ma resta il fatto che, a parità di laurea in economia, essere figli di un bancario fa la differenza. Cosa dovrebbero quindi fare di fronte a questo scenario i figli degli operai, ma anche di molti impiegati, commesse o commercianti, che non possono contare su nessuna garanzia basata su famiglia e censo? La cosa più semplice: abbandonare velleità universitarie e far leva sul capitale relazionale che hanno a disposizione per fare, a loro volta, l'operaio, il commesso, il commerciante. È questo infatti che ci dicono gli ultimi dati di Almalaurea: tra gli iscritti all'Università aumenta la percentuale di chi è figlio di laureati e diminuisce la percentuale di chi invece ha genitori che si sono fermati alla scuola dell'obbligo. E questo non farà che alimentare un circolo vizioso che irrigidirà ulteriormente la nostra società e la nostra economia. Perché se i giovani provenienti dai ceti più poveri perdono anche l'università come occasione di confrontarsi con un mondo diverso dal loro, di mescolarsi con persone di varia estrazione, saranno davvero condannati a restare inchiodati ai blocchi di partenza, e non saranno in grado di offrire né a se stessi né ai propri figli orizzonti e prospettive migliori. Ed è molto triste pensare che nell'era in cui Paesi come l'India o la Cina stanno sperimentando l'abbattimento di vecchie caste e un nuovo senso di libertà e opportunità, in Italia i giovani stanno scivolando verso nuove gabbie e soffrendo frustrazioni e rinunce che nessun Paese sano e moderno dovrebbe tollerare.

 

Così i call center rischiano il crac - Fabio Pozzo

TORINO - Phonemedia, Omnia Network. Sono i campi di battaglia, le trincee che si sgretolano di un modello di lavoro, quello dei call center, che da simbolo dell'esasperazione dello sfruttamento, unico sbocco per disoccupati e «bamboccioni» in fuga forzata dalla famiglia, aveva anche saputo alzare la testa e cercare di diventare «lavoro vero». Sotto i colpi della crisi, dei cambi di proprietà, degli appalti al ribasso spinto, ora queste due aziende si sono dissolte, lasciando a terra oltre 10 mila persone. A Trino Vercellese, Novara, Ivrea. A Palermo, Catanzaro, Bari, Napoli, Milano, Cagliari. Stipendi non pagati da mesi, sedi chiuse per sfratto, dipendenti nell'assurda situazione di non potersi nemmeno licenziare, perché la mancata retribuzione non è ritenuta dall'impresa ipotesi di «giusta causa». Oppure, perché non possono mostrare a un giudice il cedolino dello stipendio. Sono in atto vertenze in tutt'Italia. Proteste, occupazioni, manifestazioni. Per Phonemedia i sindacati hanno presentato istanza d'insolvenza al tribunale di Novara, e richiesta di commissariamento. Per Omnia Network, a Milano, c'è un'istanza di fallimento avanzata da alcuni creditori. Le due aziende hanno richiesto, nelle ultime ore, la cassa integrazione. In deroga, a rotazione. Ma i sindacati non ci stanno. «Siamo arrivati a un punto di non ritorno per i call center», dice Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil. «O si punta a trasformarlo davvero in un'industria, oppure si precipita nell'abisso». Perché Phonemedia e Omnia Network sono soltanto i casi più macroscopici. Nell'ombra, navigano gli altri. «Cooperative non riconosciute, sottoscala dove si continua a sottopagare gli operatori, se va bene con contratti a progetto. Ma in alcuni casi non li pagano proprio. Anzi, addirittura li derubano: non versano i contributi all'Inps, non effettuano i versamenti per l'assistenza sanitaria, s'impossessano del quinto dello stipendio» dice Renato Rabellino, segretario di Slc-Cgil Piemonte. Una giungla. Che travolge tutto e tutti, anche quelle aziende - perché ci sono anche queste - virtuose. Che assumono con contratti regolari, che offrono servizi di alto livello. Che hanno per committenti multinazionali, grandi aziende, banche. Su cinquanta-sessanta marchi presenti sul mercato italiano, per un totale di almeno 50 mila addetti calcolano i sindacati, quelli virtuosi sono una quindicina. Tra questi, un leader da 180 milioni di fatturato, due o tre gruppi da 50 milioni, altrettanti sui 30 milioni, poi i più piccoli, destinati a uscire da un mercato sempre più difficile. «Abbiamo tre ordini di problemi da risolvere» dice ancora Miceli. «C'è quello dei riders, gli imprenditori che si sono gettati nel business in tempi più floridi, mettendo su call center per guadagnare in tempi brevi e a scopi speculativi. Non hanno puntato sulla qualità, e al momento della contrazione del mercato sono saltati. Non prima di aver rastrellato tutto il denaro possibile ed essersi lasciati dietro le spalle migliaia di posti di lavoro in dissoluzione». Poi, c'è la crisi del settore. «Cala la domanda, calano gli ordini, cala il valore delle commesse». Gli appalti sono tirati al ribasso, le grandi concessionarie spingono i fornitori a puntare sull'estero, a delocalizzare per abbassare i costi. «Su questo fronte è meno peggio che in altri comparti, perché l'italiano non è parlato ovunque, ed è ancora un valore aggiunto» spiega Miceli. «Sì, però anche i gruppi italiani, come ad esempio Telecom, dovrebbero rifiutarsi di veder finire i call center in Tunisia», denuncia Rabellino. Infine, la questione della stabilizzazione dei posti di lavoro. Nel 2006 la «circolare Damiano» ha stabilito anche per le Tlc, anche per i call center (inbound), il divieto dei contratti a progetto. Lo Stato ha introdotto incentivi, sgravi contributivi per le aziende che trasformavano queste posizioni in contratti a tempo indeterminato. Sgravi pieni al Sud. Si spiega così perché sono sorti come funghi call center nel Mezzogiorno. «Abbiamo stabilizzato 25 mila posizioni», dice Miceli. Ma adesso la festa è finita. «Gli incentivi sono in scadenza». Che succederà, se non saranno prorogati, a Catanzaro, Bari, Cagliari, Palermo? «Ci sono città che sono bombe sociali pronte a scoppiare. E non solo nel Sud. A Ivrea, ad esempio, che rischia di diventare una Sheffield» avverte Miceli. Ecco il punto di non ritorno. Il bivio. I sindacati hanno convinto il governo ad aprire un «tavolo dei call center». Il 12 febbraio, la prima riunione presso il ministero dello Sviluppo economico. Il 22 la seconda. «Chiediamo una proroga degli sgravi contribuitivi», dice Miceli. I riders finirebbero espulsi dal mercato, le aziende virtuose avrebbero interesse a farsi carico dei «cocci» lasciati da questi ultimi, altri lavoratori senza futuro potrebbero, per la prima volta, ambire ad un contratto serio. A un lavoro vero.

 

E spunta la Base "di lotta e di governo" - Jacopo Iacoboni

Chissà che l'ultimo trait d'union tra il dipietrismo (versione Grillo) e il mondo del Pd non s'incarni nell'immagine-icona di Renzo Piano. Undici di sera di sabato, teatro La Cigale, Parigi. Il grande architetto - non certo un esaltato giustizialista - sta uscendo sorridente dallo spettacolo che Beppe Grillo porta in giro in Europa in questo periodo, «Incredible Italy». «L'Italia è un virus», ha appena finito di gridare il comico sul palco, «guardate che dopo Mussolini e la mafia possiamo anche esportare il berlusconismo, vedo che anche Sarkozy ora piazza suo figlio...»; e la sala praticamente è caduta giù, tantissimi italiani, ma anche molti parigini. La stessa scena s'era vista pochi giorni prima a Londra, dove nel dopo spettacolo un fan grillista ragionava così: «Di Pietro è l'unico che può dare un po' di cuore all'opposizione». Insomma, il matrimonio di convenienza col Pd non avrebbe smosciato Tonino, semmai (forse) rinvigorito Bersani. Poi nel weekend è arrivata quella che Il Fatto ha titolato sarcastico «La svolta di Salerno», Tonino che s'acconcia a più miti consigli per fare fronte comune con Bersani. E le cose si sono un po' complicate. Una svolta realista di Di Pietro, la fine dei sogni di opposizione dura e pura? Grillo a Parigi ha ostentato di sentirsi sulla stessa barca dell'ex pm, «ho anche messo sul mio blog, a scanso di ricatti, una mia vecchia foto dell'89 con Dell'Utri, Berlusconi e Provenzano, sapete com'è, mi avevano detto che erano un bibliofilo, un promettente imprenditore e un siciliano riservato...». E sul blog difende il capo dell'Italia dei Valori, «chi me l'ha fatto fare? A quest'ultima domanda posso rispondere: me l'hanno ordinato la Cia e Antonio Di Pietro, che già allora agiva nell'ombra». Tra i post, nessuno critica Di Pietro. Anche i più ostili al Pd. All'uscita dallo spettacolo parigino, mischiato tra la folla, sorrideva anche Marco Travaglio, che sul blog «voglioscendere» poche ore prima aveva postato una riflessione in difesa dell'ex pm, citando Giorgio Bocca. «La guerra infinita a Di Pietro, iniziata nell'estate '92 col "poker d'assi" di Craxi, proseguita con decine di inchieste-farsa, distillata ancora un anno fa con le bufale intorno al figlio Cristiano che aveva addirittura raccomandato un elettricista di Termoli, e ora giunta alla comica finale con la cena delle beffe, non è dovuta ai suoi errori. Che pure sono evidenti e numerosi», ma ai suoi meriti, al suo ruolo di «unica opposizione anti-inciucio». Certo meglio sarebbe stato non «imbarcare tutti», dentro l'Idv. Ma insomma, anche il Tonino della svolta resta molto meglio della media di ciò che passa il convento politico italiano. Eppure qualche scricchiolio nel mondo dipietrista s'avverte. Sempre sul blog «voglioscendere» un lungo post (l'ha scritto Peter Gomez) bastona l'idea dell'Idv di sostenere il sindaco democratico De Luca per la Regione Campania: «Il voto per acclamazione da parte dell'Idv è un errore politico che costerà molto caro al movimento di Antonio Di Pietro. Se De Luca corre per la poltrona di governatore con due processi in corso, qual è la differenza tra lui, Berlusconi o Fitto?». E nella leggendaria Base - ricetto o paradiso, a seconda dei punti di vista, di ogni antiberlusconismo duro e puro - c'è chi è d'accordo con lui. Sui social network di chiarelettere, per esempio. Nella redazione del Fatto. Tra i seguaci di De Magistris (che irride, «volevano fare il processo a De Luca, ma è stato un processo breve»). O nella rivista MicroMega, che però ha visto ignorato un appello a De Magistris affinché si candidasse lui, in Campania. Di Pietro resta convinto che è finita la stagione dell'opposizione «solo di pancia o di piazza», e mena vanto della nuova posizione, «come dice il mio amico Bersani, di opposizione si muore. È il momento dell'alternativa». Solo che la Base ci sta, sì, ma a una condizione: la «pancia» e la «piazza» continua a volerle. Il 27 febbraio, conferma uno degli organizzatori della manifestazione del popolo viola, il romano Emanuele Toscano, «abbiamo indetto una manifestazione nazionale in cui chiamiamo a raccolta tutta la società civile a Roma contro il legittimo impedimento». Dopo quella del 5 dicembre un'altra mega-giornata all'insegna dell'antiberlusconismo, a celebrare l'arcano paradosso di una Base di lotta e di governo.

 

Carta dell'embrione - Giacomo Galeazzi

«Nel corso degli ultimi anni si è molto riflettuto sull'inizio della vita umana e sulla reale identità dell'embrione. Riteniamo fondamentale pertanto ribadire con forza in questa Carta l'importanza della vita umana ed il suo valore imprescindibile fin dal concepimento». Si apre così il documento firmato dai ginecologi e dagli ostetrici degli atenei romani, che ha ricevuto il plauso del cardinale vicario Agostino Vallini durante la celebrazione nella chiesa di Santa Maria in Traspontina della Giornata per la Vita.  Il cardinale ha ringraziato i medici per la loro dichiarazione e per il loro impegno a favore della vita, prima di unirsi con altre migliaia di persone in piazza San Pietro alla recita dell'Angelus guidata dal Pontefice. Nel documento, i docenti universitari sottolineano: «È importante riflettere anche sul ruolo di garanzia che la donna può interpretare durante la propria maternità. Diventa pertanto importante assicurare alla donna le opportune tutele, in tutte le fasi della vita, valorizzando le peculiari caratteristiche della femminilità anche nel mondo professionale». Nel documento, reso noto al termine del convegno promosso dalle facoltà di Medicina e Chirurgia delle università romane, in collaborazione con l'Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato, si chiede che «le forze politiche s'impegnino maggiormente nel sostegno delle famiglie, dei nuclei numerosi o di quelli in condizioni di disagio economico, ponendo particolare attenzione verso le madri dei gruppi etnici immigrati, che talvolta hanno maggiore difficoltà nel far rispettare i propri diritti» e che «altresì sostengano la vita nascente e la maternità». Infine, la proposta di «strategie globali volte a promuovere nelle giovani generazioni l'educazione a una sessualità responsabile e rispettosa della dignità umana».

 

"Un boato terrificante, ci sono corpi ovunque" - Glauco Maggi

NEW YORK - L'epicentro è stato il Connecticut, ma le onde del terrore si sono avvertite a Long Island, nello Stato di New York, e per un raggio di decine di chilometri attorno alla centrale elettrica scoppiata a Middletown. È una domenica gelida e limpida, e anche l'America del Nord-Est attende i fuochi d'artificio del Super Bowl. L'esplosione arriva improvvisa, nella tarda mattinata, e fa gridare al terremoto milioni di persone. È un attimo, ed il tam tam di Internet, di Twitter e di Facebook, sparge frammenti di notizie e tante testimonianze che rimbalzano dalle case colpite dalle onde dello scoppio ai siti dei giornali e delle televisioni locali. «Ci sono cadaveri ovunque», è stata la prima, drammatica testimonianza di una persona accorsa sul luogo della tragedia. Per ore, dopo l'evento, il numero ufficiale resto peraltro fermo a due morti e a un centinaio di feriti. «Lo scoppio è stato impressionante, ci sono sicuramente delle vittime, ma è impossibile fare un bilancio per ora», dice il vice capo dei pompieri Al Santostefano, che riferisce di almeno una cinquantina di operai presenti nel cantiere. Per la gente del circondario, invece, i lavoratori erano non meno di un centinaio. «È possibile che ci sia della gente intrappolata nelle macerie, c'erano un sacco di tralicci d'acciaio per quello che ho potuto vedere, racconta un pompiere, che rassicura: si sono subito messe al lavoro varie pattuglie di soccorso, impegnate a «cercare se ci sono dei sopravvissuti». Un residente di East Hampton, a Long Island (New York), la Portofino dei newyorchesi che si trova di fronte al Connecticut, ha raccontato di aver sentito un boato terribile verso le 11 del mattino, seguito da un contraccolpo che gli ha fatto pensare che la sua stessa casa fosse stata colpita da una macchina. Il rimbombo ha persino interrotto la messa in una chiesa di East Hampton, e i fedeli hanno creduto che il botto fosse la conseguenza di un vicino terremoto. Anche a North Brandon e a Durban, località ancora più lontane, altri testimoni hanno avvertito la scossa. «L'intera casa mia ha tremato, prima che fosse avvertita l'esplosione micidiale», ha raccontato al quotidiano locale «The Hurtford Courant» un cittadino di Branford. Un altro testimone, che ha osservato il disastro da Portland, dall'altra parte del fiume, ha riferito che l'edificio più imponente della centrale sembra essere stato raso al suolo. Bernadette Nyland, in Connecticut, era nel cortile di casa sua con il cane quando ha sentito lo scoppio: «Stavano testando l'accensione dei motori stamattina e qualcosa è andato storto. C'è stata un'esplosione e le fiamme si sono sprigionate molto alte». Via Twitter, minuti dopo il primo boato, si sono susseguiti migliaia di commenti e spezzoni di notizie e testimonianze. «In un primo momento ho pensato al terremoto o a una raffica di vento, la casa ha subito uno scossone», ha scritto un testimone su Twitter. E Darren Kramer, di News Channel, ha raccontato di trovarsi a North Guilford quando ha avvertito l'esplosione: «Il suono è stato enorme. Una durata di vari secondi, ed ho pensato a qualcosa che avesse sfondato la barriera del suono». La frenesia degli scambi elettronici comporta anche inevitabili equivoci. «Ho sentito rapporti di polizia secondo cui ci sarebbero 75 morti», ha scritto un navigatore allarmato ma esagerato. «La tua comunità è nelle nostre preghiere», ha aggiunto un altro su Twitter, rivolto agli abitanti della zona devastata. «Abbiano ricevuto una chiamata da alcuni familiari che ci hanno dato la notizia, ma noi abitiamo a Middletown, New Jersey», ha spiegato. Le testimonianze dirette sono sicuramente servite a disegnare il raggio davvero esteso delle ripercussioni dello scoppio. A decine hanno voluto aggiungere la propria località alla lunga lista di quelle affette dall'onda del terremoto artificiale: da Southbury a Wallingford, da North Haven a North Branford a Cheshire. Una nuova percezione condivisa di una tragedia nell'era di Twitter.

 

La Palin: americani l'anti-Obama sono io - Maurizio Molinari

New York - Messo alle strette da un'opinione pubblica sempre più disamorata, Barack Obama invade il campo e riparla alla nazione con un maxi-spot sul Super Bowl a costo zero: un'intervista con la Cbs in onda nello show che precede la finalissima di football americano tra le squadre di New Orleans e Indianapolis, l'appuntamento sportivo dell'anno. Il faccia a faccia con l'anchor Katie Couric, destinato ai cento milioni di spettatori, è una mossa strategica che serve al presidente per riprendere in mano l'agenda e rilanciare la sua leadership dopo le critiche dei repubblicani e dei suoi stessi compagni di partito, nervosi per le elezioni di midterm. Il canto di «God Bless America», i brindisi al 99° anniversario della nascita di Ronald Reagan e i cartelli «Run Sarah, Run» (Corri Sarah, corri): così i 1100 delegati del movimento conservatore «Tea Party» hanno ricevuto l'ex governatrice dell'Alaska riservandole un'accoglienza da rock star alla quale lei ha risposto annunciando che «l'America è pronta per un'altra rivoluzione». La grande sala dell'hotel di Nashville, in Tennessee, che ospita la convention del «Tea Party» - nato in opposizione alle politiche fiscali di Barack Obama - le ha risposto con la prima di una serie di standing ovation in crescendo. E Sarah Palin ha picchiato duro contro il presidente, attaccandolo su ogni fronte: sull'economia perché «aumenta il deficit indebitando le future generazioni», sulla politica estera in quanto «gira il mondo per chiedere scusa a tutti a nome dell'America», sul terrorismo per essere «un debole» come dimostrato dal kamikaze nigeriano riuscito a salire a bordo del volo Amsterdam-Detroit e sul «troppo facile cambiamento promesso» perché «non è avvenuto nulla di tutto questo». Con indosso un tailleur scuro, gonna sopra il ginocchio e tacchi alti, Palin ha risfoderato la grinta del debutto sulla scena nazionale alla convention repubblicana di St Paul con la differenza che in questa occasione era sola sul palco, senza essere il numero due di nessuno. Così è andata avanti senza freni, rimproverando a Obama di «leggere sul teleprompter anziché occuparsi della gente» e osservando che «per vincere la guerra al terrorismo ciò che ci serve è un comandante in capo, non un docente di legge». I colpi bassi contro il presidente si sono accompagnati all'appello alla base dei militanti dei «Tea Parties» - provenienti da decine di Stati - per organizzarsi in vista delle primarie repubblicane, aiutando a vincere i propri candidati nella sfida di novembre con i democratici per il rinnovo di Camera e Senato a Washington. «Scott Brown è un successo del Tea Party» ha detto Palin, rendendo omaggio all'elezione del senatore repubblicano nel liberal Massachusetts. «Se abbiamo vinto in Massachusetts possiamo farcela ovunque» ha aggiunto scatenando le grida di vittoria del parterre, dove alcuni fan hanno alzato cartelli con la scritta «Sarah Power», ritmando in coro «Usa! Usa». Terminato il discorso di circa 40 minuti Palin si è accomodata in un salottino creato sul palco, rispondendo alle domande di Judson Phillips, coordinatore della convention, sedendosi in maniera da mettere in risalto il profilo delle gambe. Quando le è stato chiesto se ipotizza una sua candidatura nel 2012 non si è tirata indietro, auspicando una collaborazione stretta fra «Tea Party» e repubblicani basata sui comuni valori di «responsabilità personale» e «rispetto dei principi del libero mercato». In questa maniera ha voluto escludere l'ipotesi di dar vita ad un terzo partito politico, lasciando intendere di puntare sul «Tea Party» - il cui nome evoca la rivolta di Boston da cui ebbe inizio la rivoluzione americana - per rinvigorire i conservatori: «Vivrò e morirò per il popolo americano, in questo movimento vedo il futuro della politica in America». Poco dopo, con Fox tv, si è spinta fino a dire che «sarebbe assurdo non considerare una candidatura nel 2012» anche perché in questo momento i sondaggi la indicano come il volto repubblicano più popolare. Per sedersi nella «ballrom» 600 fan hanno pagato 549 dollari e altri 500 ne hanno versati 349 solo per ascoltarla. La raccolta è servita per finanziare il «Tea Party» e per pagarle un assegno da 100 mila dollari che ha sollevato polemiche. Ma la risposta di Phillips è stata: «Per avere un personaggio del suo calibro non basta una stretta di mano».

 

l'Unità - 8.2.10

 

Beni culturali Spa, arriva il golden boy Bertolaso - Bianca Di Giovanni

A Guido Bertolaso non bastano gli appalti, le emergenze, i Grandi Eventi. Non basta più quella sorta di «Stato parallelo» - con tanto di bilancio parallelo, inaccessibile ai controlli - che è la Protezione Civile Spa, in via di approvazione in Parlamento (in settimana il voto in Senato). Basta elmetti, tendopoli o scenari effimeri per i «grandi show»: al golden boy serve il passo felpato del potere politico. Silvio Berlusconi lo ha già promesso: diventerà ministro. Il tam-tam del Palazzo insiste verso un'unica direzione: i Beni Culturali. Insieme a lui dovrebbe entrare ai piani alti del Collegio Romano come capo dell'ufficio legislativo anche Marcello Fiore, il rutelliano di lungo corso, nominato solo un anno fa commissario straordinario (e plenipotenziario) di Pompei, ma già di casa alla Protezione Civile dal 2000 (dove è entrato nei ruoli dirigenziali senza concorso, ma per nomina diretta di Bertolaso), con il solo intermezzo del ministero delle Comunicazioni con Paolo Gentiloni. Lo scranno da ministro per il «Re sole» delle emergenze però, rischia di provocare una vera emergenza politica, riaprendo la frattura con Giancarlo Galan. Quella poltrona infatti rappresenterebbe la giusta contropartita per il governatore uscente del Veneto, che in cambio rinuncerebbe all'ipotesi di una sua discesa in campo in solitaria alle prossime regionali, in concorrenza con il candidato leghista Luca Zaia. Se le voci su Bertolaso saranno confermate, la partita del Veneto si farebbe molto più complicata. Trovare la poltrona giusta per fermare Galan diventerebbe un'impresa ardua. La Lega non intende affatto rinunciare al ministero lasciato libero da Zaia. Pensare a una poltrona nuova di zecca sarebbe una forzatura pesante, visto che c'è un limite fissato per legge ai posti in consiglio dei ministri. Quanto a Sandro Bondi, il suo destino sembra già segnato: sarà il coordinatore nazionale del Pdl. La svolta verso la politica «full time» di Bertolaso non gli impedirà certo di ridisegnare gli equilibri interni alla sua «creatura»: la Protezione Civile. Molto è già stato fatto. Con l'approvazione della Spa, l'attuale Dipartimento è destinato a una sorta di liquidazione camuffata. Le voci dell'arrivo di Franco Gabrielli, prefetto de L'Aquila, alla guida della struttura, sembrano preludere proprio al suo azzeramento: accadde lo stesso all'Agenzia di Protezione civile, «liquidata» per decreto nel 2001, quando a capo sedeva il prefetto Anna Maria D'Ascenzo. Che il Dipartimento si svuoti lo prevede lo stesso decreto in via di conversione: per ogni grande evento, emergenza o altra operazione affidata alla nuova Spa, questa potrà utilizzare uomini e mezzi del Dipartimento. Semplice: il Dipartimento si «trasferisce» nella Spa. La società gestirà autonomamente appalti, lavori, grandi eventi: senza controlli, senza gare, senza filtri. Una cuccagna. Non sarà Bertolaso a guidare questa poderosa macchina del potere: lui ne sarà solo l'eminenza grigia. Le indiscrezioni parlano di Gian Michele Calvi, il coordinatore del progetto «case» a L'Aquila, come presidente o amministratore delegato. Nel drappello di testa si troverà sicuramente una poltrona per Titti Postiglione, l'attuale responsabile della sala operativa. Dovrebbe invece lasciare le stanze della Presidenza del consiglio Angelo Borrelli, attuale responsabile risorse umane: dovrebbe seguire il suo «capo» al ministero dei Beni Culturali, come responsabile finanziario. D'altronde, squadra che vince non si cambia. Se in una decina d'anni il Dipartimento è riuscito a spendere una cifra vicina ai 10 miliardi, stando a stime recenti, grazie ad ordinanze che derogano a tutti i controlli, si potrà andare avanti così anche dalla postazione dei Beni Culturali.

 

Manager d'oro, esperti all'angolo: l'agonia della cultura - Luca Del Fra

«Se non lo visiti lo portiamo via»: recitava così la pubblicità presentata in pompa magna al Ministero dei Beni Culturali lo scorso dicembre, corredata da inquietanti immagini del Colosseo, del Cenacolo e del David di Michelangelo. Una campagna voluta dal supermanager Mario Resca, chiamato dal ministro Sandro Bondi alla valorizzazione del patrimonio culturale, e sembra molto ben pagata ma a quanto pare risultata respingente. Di sicuro il messaggio conteneva inconsapevolmente una verità: lo smantellamento del Ministero dei Beni Culturali negli ultimi due anni, da quando Bondi regge le sorti di questo dicastero, ha subito una devastante accelerazione. Saltano i compiti istituzionali come la tutela e la programmazione, il personale è scarso e mal pagato, demotivato di fronte all'arrivo di agguerriti manipoli di manager privati o commissari straordinari super pagati - alla faccia delle difficoltà economiche -, con la Protezione Civile che praticamente ha «agguantato» tutte le vere iniziative dei prossimi anni nei Beni Culturali - Pinacoteca di Brera, aree archeologiche di Roma e Ostia, di Napoli e Pompei, oltre alla ricostruzione del centro storico de L'Aquila -, attraverso commissariamenti che permettono appalti assai più disinvolti che nella normalità. Nel frattempo Giuseppe Proietti lascia la carica di segretario generale - il ruolo più alto "non politico" del ministero - e al suo posto arriva Roberto Cecchi: un archeologo è sostituito da un architetto e si assiste alla progressiva sparizione degli storici dell'arte dagli alti ranghi ministeriali. Incapace di reagire ai feroci tagli economici operati da Giulio Tremonti, poco competente in materia, incline a intendere il suo ruolo in maniera censoria, decidendo lui cosa sia da finanziare e addirittura cosa sia bello e cosa no, vittima spesso di falsi luoghi comuni, Bondi si sta dimostrando un ministro non all'altezza neanche di confrontarsi con le categorie - agli incontri con i sindacati viene portato via sotto braccio dal suo capo gabinetto Salvo Nastasi con la scusa che non ha tempo. E non è tutto. «Bondi ha applicato meccanicamente il decreto Brunetta che manda in pensione i dipendenti dello Stato con 40 anni di contributi». Questa la denuncia Gianfranco Cerasoli, segretario della Uil per i Beni Culturali, che aggiunge: «Nei prossimi 4 mesi andranno via 6 direttori regionali e 16 soprintendenti o direttori di musei e archivi. L'idea di fare un ricambio generazionale nei livelli alti del ministero può anche essere condivisibile, ma non si fanno assunzioni: così tra qualche settimana ci troveremo con dirigenti che avranno 3 soprintendenze, altri con due regioni da seguire, oppure con una direzione centrale e una regionale». Insomma il caos. La norma di Brunetta non era cogente e ogni ministro poteva applicarla in maniera più o meno rigida. Applicandola in maniera meccanica Bondi ha inferto un colpo mortale a un ministero già da tempo sotto organico: «Solo nella vigilanza dei musei mancano 6000 persone - insiste Cerasoli -, ma il fatto più preoccupante che porterà alla paralisi riguarda il settore tecnico-scientifico. Dal 1° gennaio la tutela del paesaggio è passata sotto il controllo dei Beni Culturali, ci sono soltanto 500 architetti già oberati di lavoro per affrontare le richieste di autorizzazioni paesaggistiche: ne occorrerebbe almeno il triplo. Senza considerare poi altri settori sotto organico e perciò in crisi: i tecnici e i restauratori». Uno dei nodi scottanti è proprio la tutela del paesaggio: che in base al nuovo codice dei Beni Culturali spettasse alla direzione al paesaggio del Ministero dei Beni Culturali era stata salutata come una vittoria, e dopo molti rinvii da quest'anno la cosa è operativa. «Forse una vittoria di Pirro - osserva amaramente Maria Pia Guermandi di Italia Nostra -: le regioni che prima si opponevano hanno mollato la presa perché sanno che la situazione si è ammorbidita. Il Ministero ha abbassato la guardia perché mancano le risorse soprattutto umane e culturali. Oltre a un personale scarsissimo è mancato il salto di qualità: un'occasione unica per passare dal funzionario borbonico, il burocrate che nuota nelle carte, al tecnico che entra nel merito. I piani regionali sono lettera morta, e i governatori si guardano bene dall'avviarli, poiché sanno che poi tutto dovrebbe svolgersi in quella cornice, anche i piani regolatori. Preferiscono il regime transitorio, con le soprintendenze regionali non in condizione di controllare realmente la situazione, con la direzione al paesaggio del Ministero degradata sotto le Belle Arti e senza più autonomia».S'alza in crescendo la musica delle betoniere del cemento armato nella grande partitura varata dal governo e intitolata "Piano casa". In questi ultimi 18 mesi spesso si è sentito parlare di commissariamento a proposito di molte aree d'interesse culturale: in realtà a essere "commissariato" è lo stesso ministro Bondi, considerando che perfino nelle attività culturali la presidenza del consiglio gli ha scippato la legge sul cinema. Tuttavia la politica perseguita dal governo di concedere superpoteri ai super commissari della protezione civile non sta avendo risultati positivi: l'ultimo caso è Brera, dove oggi si trovano l'Accademia di belle arti e la Pinacoteca. Entro il 2015 si dovrà trovare una nuova dimora per la scuola e trasformare l'intera sede in spazio espositivo per la Pinacoteca, e i lavori di ristrutturazione sono stati affidati al commissario straordinario Mario Resca. Già l'anno scorso la sua nomina a direttore generale per la valorizzazione del patrimonio culturale aveva destato molte perplessità: Resca è manager di notevole esperienza nel settore privato, tra cui McDonald's, ma per sua ammissione di pochissima esperienza nella cultura, come non bastasse siede attualmente nel Cda Mondadori - da cui dipende Electa che fornisce servizi al Ministero e anche alla Pinacoteca di Brera -, dunque secondo molti in palese conflitto d'interessi. La Uil conti alla mano sostiene che Resca per il solo commissariamento di Brera percepirà un compenso di circa 2,5 milioni di euro: una cifra spropositata per i nostri beni culturali e che nessun dirigente del Ministero, anche al massimo della sua anzianità e con molteplici funzioni, ha mai percepito. Inoltre Resca finora ha presentato un piano di grande vaghezza, asserendo che in 90 giorni sarebbero partiti i lavori seguendo il progetto dell'architetto Bellini. Al di là della disinvoltura che occorrerà per concedere appalti in così breve tempo, quello di Bellini è uno schema di progetto, che andrebbe sviluppato con cura, magari in accordo con i tecnici della Pinacoteca per capire a fondo le esigenze dello spazio. Come molti commissari di questo governo, Resca sembra più motivato ad aprire cantieri per milioni di euro, senza porsi troppi problemi sulla congruenza dei lavori.

 

Che riposino in pace - Giorgio Todde

Lord Carnarvon morì un anno dopo l'apertura della sepoltura del più celebrato dei faraoni. Il faraone, dice la leggenda, si offese per la violazione della sua pace. A Tuvixeddu, la necropoli che si è miracolosamente conservata anche se asfissiata da una mappa urbana che l'assedia, era il cimitero della Cagliari fenicio punica e poi romana. Nei millenni si adattò alla storia. Divenne perfino insediamento rupestre e le tombe furono abitate sino a qualche decennio fa. Ha sofferto perché più di mezzo secolo fu una cava e i lavori la alterarono anche se hanno prodotto un paesaggio di grandissimo fascino. Ha resistito ad ogni offesa ma stava per cedere, sfinita, ad un'impresa che vorrebbe edificare sul colle ed all'amministrazione comunale che l'avrebbe dovuta difendere perché quel sito è irripetibile, ci rappresenta ed è di tutti. Invece è lievitato un intrico giuridico, nel quale, per la prima volta nella storia sonnolenta della città, il cui ago magnetico è rivolto al mattone, nasce uno spirito critico, dopo anni e anni di intelletti un po' bambini, autorizzati a sognare e ricordare, sì, ma a lasciar stare il presente perché quello è riservato ai grandi. L'intrico è impossibile da raccontare in poche righe ma interessa il vecchio mondo: basti citare il Times, la Suddeutsche Zeitung, la Conferenza Europea delle Regioni. Questo fa comodo, ma mai quanto l'interesse della procura: dalle indagini nasce un atto complesso, preciso, basato su una lucida analisi dei fatti. L'idea di un complotto anti-impresa si sfalda e l'ipotesi si ribalta. La Procura descrive uno scenario di una comunità che si regge su rapporti nebulosi e confusi, le parti non chiare, il pubblico interesse sacrificato, sottomesso a quello di pochi. Il Consiglio di Stato ci crede. Chissà che i defunti di punici e romani, i quali non possono ricorrere al Tar, non abbiano trovato finalmente un modo per difendere la propria quiete.

 

Repubblica - 8.2.10

 

"Sì allo scudo per i parlamentari ma con un quorum del 65%" - Liana Milella

ROMA - Fu lui, negli anni Novanta, a mettere su carta la necessità di abolire l'autorizzazione a procedere. E Nicola Mancino, oggi vice presidente del Csm, con Repubblica ammette che "il desiderio di tornare indietro non è mai passato". Dice sì all'immunità, ma con paletti ben precisi e rigidi. Che "la proposta arrivi non dal governo ma dal Parlamento", che "si preveda una maggioranza qualificata, oscillante tra il 60 e il 65 per cento, per respingere le richieste di autorizzazione dei magistrati", che agli stessi "si dia la possibilità di portare avanti le indagini". E comunque, dopo il legittimo impedimento, sarebbe allo stato naturale "fare solo il lodo". Non la colpisce tutta questa "voglia di immunità"? "Non è di certo una questione che cade improvvisamente sul tavolo del confronto politico. E non me ne meraviglio. Ritengo però che la memoria storica non deve essere mai archiviata quando si discute di modifiche legislative o addirittura di norme costituzionali". Non sarà che, dal '93 a oggi, la "voglia" c'è sempre stata? "È rimasta, pur sotto l'incalzare di Tangentopoli e all'indomani della modifica della norma costituzionale. Si arrivò finalmente all'approvazione del nuovo articolo 68 perché le richieste di autorizzazione a procedere venivano puntualmente disattese dal ramo del Parlamento interessato a valutarle. Ormai era costante una sorta di impunità, il travolgimento dello spirito dell'originario 68 che escludeva le autorizzazioni solo quando l'indagine appariva palesemente infondata e prevaleva la sensazione di un fumus persecutionis anche ragionato. La prassi parlamentare, negando senza fare differenze le autorizzazioni, bloccava invece sin dall'inizio l'accertamento delle responsabilità penali, per cui nessun magistrato poteva indagare sull'eletto". È stato lei, prima di diventare ministro dell'Interno, a presentare la modifica del '68. Fu avversata? "La modifica era diventata inevitabile sotto l'incalzare di Tangentopoli. Certo, la tutela della funzione parlamentare fu introdotta nella carta costituzionale, ma con un spirito diverso. Lì c'era la saggezza del costituente. L'abuso era divenuto ricorrente quando un'istanza approdava in assemblea. Si andava in aula e si diceva no alle richieste dei magistrati, spesso anche con convergenze tra maggioranza e opposizione. Nel '93 la mia proposta fu ripresa dal compianto senatore Elia e fu approvata. Anche a malincuore, ma lo fu". In questi 17 anni non le pare che sia sempre stato vivo il desiderio di tornare indietro? "Di volta in volta, come pezza d'appoggio, si è accennato alle garanzie costituzionali presenti in altri paesi occidentali. Del resto, il nuovo 68 ha consentito comunque di svolgere indagini a carico dei parlamentari con il limite di tutelare il singolo deputato o senatore, di non sottoporlo a perquisizione personale o domiciliare, di non arrestarlo senza prima un via libera della Camera di appartenenza". È possibile fare immunità e lodo, come Alfano annuncia che il governo vuol fare? "Per me è preferibile che siano i parlamentari a presentare modifiche di norme costituzionali, piuttosto che irrigidirle come attività di governo e quindi di maggioranza, perché ciò condizionerebbe, sin dalla partenza, il libero dibattito parlamentare". Lei è favorevole o contrario a ripristinare l'immunità? "Se c'è la previsione di un quorum elevato, magari tra il 60 e il 65 per cento, per negare l'autorizzazione una volta che le indagini sono completate, io potrei anche convenire con la necessità di un ritocco all'attuale 68. Ma c'è sempre un limite: non torniamo all'impunità acritica". Ma è possibile farli tutti e due? "Tecnicamente si può fare, ma sono le forze politiche a stabilire se è possibile farlo simultaneamente, oppure in tempi separati, o ancora se farne soltanto una". Dopo la legge sul legittimo impedimento quale strada vedrebbe di più? "Il lodo coperto costituzionalmente". Ma non c'è il rischio che la Consulta comunque lo bocci? "Per il lodo bisogna fare comunque i conti con le pronunce della Corte, secondo cui una nuova norma della Costituzione deve rispettare il fondamentale principio d'uguaglianza stabilito dall'articolo 3. Ne consegue che la Consulta potrebbe sempre intervenire su una legge, pur di rango costituzionale, se essa appare in contrasto con un principio fondamentale della Carta medesima". Le due protezioni garantirebbero maggiore uguaglianza? "Alfano ha presentato un lodo, e dopo la pronuncia della Consulta, può proporre una legge con la copertura costituzionale, necessità imprescindibile che io ho sostenuto sin dall'inizio. Non mi meraviglierei che sia lo stesso ministro a presentare una proposta di lodo, mentre per l'immunità starei più attento perché si tratta di tutela, di privilegi, di limiti che è preferibile partano da un'iniziativa parlamentare". L'immunità votata dalla sola maggioranza è una forzatura? "Norme a tutela della funzione dovrebbero essere condivise anche dall'opposizione. Adesso io non dico che sia, o non sia giusto, perché spetta al Parlamento verificare se ci sono le condizioni per rivedere il 68. Ma, per evitare gli abusi che ci sono stati in passato nel negare l'autorizzazione anche solo ad avviare un'indagine, si potrebbe lasciare libertà di iniziativa da parte dei magistrati durante tutta la fase istruttoria e rimettere nelle mani del Parlamento la valutazione dell'eventuale fumus persecutionis. A indagine completata, il Parlamento sarà posto nella condizione di valutare se emerge il fumus, oppure se vi sono gravi indizi di colpevolezza a carico del parlamentare". Fini apre all'immunità, ma sostiene che dovrà essere qualcosa di molto diverso da quella passata, e Giulia Bongiorno pone delle condizioni tra cui quella di escludere i reati commessi prima di assumere la carica e anche di stabilire per quali si ha diritto a questo privilegio. Sono vie percorribili? "Concordo con Fini. Ma, se si decide di introdurre una norma a tutela della funzione, non vedo come si possa fare la differenza tra reati commessi prima di essere eletti e reati commessi nell'esercizio della funzione parlamentare. Quando sento dire che si vuole rinunciare all'immunità, non si tiene conto che questa è a tutela della funzione, e quindi non dipende dalla volontà del singolo".

 

Umbria, vince la candidata di Bersani. Ma è bassa l'affluenza ai gazebo

Antonello Caporale

NARNI - Un seggio allestito in un bar è la trovata magica. Per di più fa così freddo che chiunque passi nella piazza principale di Narni si vede costretto, per restare in piedi, al pit stop. Invece niente. L'Umbria rossa non capisce ma alla fine si adegua: candidata alla carica di governatore sarà Catiuscia Marini che vince le primarie di partito col 55 per cento dei voti ed ha la meglio su Gianpiero Bocci. In 54 mila vanno a votare: 25 mila in meno di quelli che a ottobre decisero di partecipare alla conta tra Bersani e Franceschini. Le primarie inventate in quattro giorni dal Pd sanno di regolamento di conti interni, odorano di muffa d'apparato, invogliano alla diserzione, al boicottaggio. "Così ci siamo fatti del male", dice Stefano Bigaroni, il sindaco veltroniano di Narni che guida la rivolta degli esclusi. Ha dell'incredibile la vicenda umbra. Un capitombolo all'ingiù, una repentina guerra di retrovia tra ex democristiani ed ex comunisti divisi dalle gelosie più che dai programmi. Due candidati sbucati all'improvviso, in limine mortis. Due candidati inventati pur di sbarrare la corsa a coloro che dall'inizio avevano voglia di farla: la presidente uscente, e donna forte del partito, Maria Rita Lorenzetti, e Mauro Agostini, senatore veltroniano. Il Pd ha detto no alla sua Rita per il troppo carico di mandati (sarebbe stato il terzo). Sguarnita la prima fila si è cercato nella seconda: la giovane Catiuscia Marini, per l'area bersaniana, è entrata in pista la settimana scorsa. A quel punto gli ex dc, che dalla Margherita hanno tutti trovato collocazione nell'area Franceschini, hanno preferito uno di loro, il deputato Gianpiero Bocci, ad Agostini, mite sì ma pur sempre ex diessino. Pugnalato alla schiena cinque minuti prima di depositare la candidatura. E' esplosa una guerra senza senso ma cruenta. Ed è parso possibile vedere il fungo bianco spuntare e crescere a dismisura sotto l'albero rosso. Un incubo o un sogno, a seconda dei punti di vista. Bocci stava sognando davvero. All'ora di pranzo in un ristorante di Perugia: "La battaglia è aperta, e diciamo che sulla schedina farebbe bene a mettere una tripla". Ha mobilitato tutte le risorse: gli amici, gli amici degli amici e anche, a dire dei detrattori, i nemici del Pd. A Spoleto, per esempio, sarebbe stato visto votare il coordinatore di un circolo di Forza Italia. Per chi? Ma è chiaro! E telefonate hanno raggiunto i dirigenti delle Asl, e quelli comunali e ancora altri. Un presidente di seggio ha abbandonato lo scrutinio per protesta. A Todi, dove vive Catiuscia Marini, i primi segnali sono stati da paura: "Stanno succedento cose spaventose. Sembra di essere in Campania". Allarmato era parso anche Pierluigi Bersani che due giorni fa era accorso a Orvieto per cercare di dare un senso a questa storia: "I conti li facciamo dopo". Dopo sì. Bisognava aspettare che queste benedette primarie finisssero. La situazione è stata piuttosto confusa fino alla fine. A Terni e Narni, dove i veltroniani sono forti, il vento era cattivo e gelido. La bassa Umbria mugugnava. A Perugia le cose andavano così e così: a parte l'entusiasmo, pari a zero, in alcuni seggi si registravano punte accettabili. In altri deserti inimmaginabili. Votava invece e bene l'alta Umbria, ma a nord est, nella Valnerina dov'è il loro covo, gli ex democristiani sembravano più pimpanti, più smagati, più a loro agio intravedendo addirittura un'Opa sul gigante diessino. Davide trotterellava fiducioso contro Golia, più impacciato e stanco. I numeri sono numeri però e certo l'egemonia diessina alla fine è stata larga e riconoscibile. Centinaia di sindaci contro le decine, una falange incomparabile. La questione era stata: questa falange sta combattendo? "Qui a Todi, che è la mia città posso assicurarle che tutto è a posto". Di Todi la Marini è stata sindaco: "Ma io non possiedo elenchi telefonici, non ho centralini all'opera. Ho girato dove ho potuto, chiamo chi conosco". Sulla Marini si è giocata l'onore anche la presidente uscente che infatti da Foligno, dove abita, ha consigliato e indirizzato, convocato e diramato. Con la conta, la grande paura è passata: Catiuscia di misura ha vinto. I rossi restano al loro posto. Per adesso.

 

Spagna, Zapatero sotto tiro: bruciati 4 mila posti al giorno - Guido Rampoldi

MADRID - In principio fu la Spagna di Aznar, l'Impero che risorge, la Reconquista (dell'America Latina), la Conquista (dell'Iraq), il Sorpasso in corso (sull'Italia), un'economia al galoppo e una classe dirigente così consapevole del proprio slancio che pareva quasi mettersi in posa, come i Grandi di Spagna, e i nani di corte, nei quadri del Velazquez. Caduto Aznar subentrò la Spagna di Zapatero, civica, solidale e non più imperiale, anzi fucina di imprecisate "Alleanze tra Civiltà", ma sempre due spanne più alta dell'Italia, superata nel prodotto pro-capite del 2008. Però oggi l'esito di due epoche da primato pare la esse di PIGS, acronimo un po' razzista inventato dagli analisti anglosassoni per raggruppare quelle economie troppo indebitate che starebbero insozzando l'euro con i loro maialeschi deficit (PIGS, in inglese "porcelli", sta per le iniziali di Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Ed è questo che oggi risulta intollerabile agli spagnoli. Non tanto lo scoprirsi fragili dove prima si credevano granitici. Quanto il tornare indietro di vent'anni, di nuovo intruppati in quell'Europa minore che pensavano di aver lasciato per sempre, insieme alle sue povertà e ai suoi affanni. La retrocessione è così inattesa, così traumatica, così inaccettabile, che la settimana scorsa, quando Bruxelles ha osato appaiare Spagna e Grecia, il presidente del Banco Santander, Botin, si è fatto interprete del risentimento nazionale ed è sbottato: ohè, stiamo scherzando?, noi siamo "il Real Madrid", i greci l'Alcoyano, una squadretta di serie B. Non solo nessuno gli ha fatto notare che tanta autostima forse è concausa dei guai spagnoli, ma la classe politica ha fatto proprio quel paragone grossolano; e l'ex ministro dell'Economia Josè Luis Leal è tornato in argomento per sostenere che il metro di paragone dev'essere la Gran Bretagna, anche lei malmessa ma in serie A, non certo la Grecia. Altra stampa stizzita invece si domanda perché gli economisti abbiano sfilato l'Italia dai PIGS, in effetti chiamati PIIGS ancora sei mesi fa, quando la nostra 'I' appariva nel gruppo. E non riesce ad accettare che il deficit italiano, per quanto straripante dai limiti di Maastricht, sia in percentuale la metà dello spagnolo. In pochi giorni siamo diventati un enigma fastidioso. Da anni la Spagna leggeva nel nostro declino la misura del suo successo. Fosse di destra o di sinistra, considerava Berlusconi l'autobiografia di una nazione. Ora fatica a capire come quel Paese bizzarro, l'Italia, possa permettersi il contro - sorpasso. Dov'è il trucco, com'è possibile? Converrà attendere la fine della corsa, però gli analisti che sfiorano in anticipo la questione convengono che l'Italia ha un tessuto industriale più solido e più diversificato. Inoltre i sistemi caotici sopportano meglio le situazioni di stress. In tempi normali la Spagna è avvantaggiata da un governo con poteri effettivi e uno Stato solerte esecutore. Ma in tempi di crisi quel sistema verticale può risultare rigido, perfino dannoso se il governo sbaglia. E non v'è dubbio che nell'affrontare la crisi Zapatero abbia sbagliato, e sbagliato parecchio. A giudicare dall'ira dei giornali e dal rabbioso sconforto di molti suoi compagni di partito, nulla gli sarà perdonato. A meno che non gli riescano miracoli, sarà il capro espiatorio di una crisi vissuta dalla classe dirigente spagnola come un'umiliazione nazionale, una sconfitta storica, un oltraggio collettivo. I media della destra lo azzannano con una voluttà tetra. La sua popolarità è in declino. Nei sondaggi il Partido popular ora sopravanza di 6 punti il suo partito socialista, dove per la prima volta ci si chiede ad alta voce se non convenga affidarsi ad un nuovo leader per tentare di vincere le elezioni del 2012. Eppure è anche responsabilità della destra se l'economia spagnola è congegnata, dai tempi dai Aznar, nella forma che le è stata fatale. Il suo punto di forza: il turismo di massa, nel quale è seconda al mondo. Ma in un periodo di crisi mondiale il turismo di grandi numeri si assottiglia. Tanto più se proviene in parte rilevante dalla Gran Bretagna, e perciò è stato impoverito dalla debolezza della sterlina. L'altro pilastro: l'edilizia. Società di costruzioni tra le prime dieci nel mondo. E lo sciame di piccole imprese che ha trasformato la costa in una linea ininterrotta seconde case per spagnoli e stranieri. Però un settore già maturo nel 2007, quando lo tramortisce definitivamente la crisi finanziaria mondiale. Qui Zapatero commette il primo errore: applica una teoria giusta in modo pessimo. Cerca di uscire dalla crisi con una soluzione keynesiana. Finanzia miriadi di opere pubbliche, e così permette alle imprese di costruzioni di tirare avanti. Ma è mera sopravvivenza. Tutto quel costruire aiuole, abbellire strade e inventare parchi, che oggi fa di Madrid una delle città più curate al mondo, non produce ricchezza né in prospettiva lavoro. Zapatero usa un secondo strumento keynesiano. In modo tardivo ma generoso, finanzia le banche affinché quelle a loro volta finanzino le imprese. Ma i banchieri devono ripianare le voragini prodotte da crediti inevasi e si affezionano al denaro su cui sono seduti. Lo ricevono praticamente gratis. Può rendere molto se investito con astuzia; pochissimo, se prestato agli imprenditori. Questi ultimi si sentiranno ripetere: ci dispiace, non date garanzie sufficienti. Le elezioni del 2008 provocano un ulteriore danno economico alla Spagna. Il Psoe perde la maggioranza assoluta ed il governo è costretto a negoziare di volta in volta l'appoggio dei partitini regionali, i quali pretendono in contropartita copiosi investimenti pubblici. A rilevanti successi politici, come la coalizione anti-terrorista tra socialisti e nazionalismo basco moderato, corrispondono rilevanti esborsi. Fin qui, errori ma anche sfortuna. Poi, l'imperdonabile. Zapatero nasconde la crisi. Per il governo resta a lungo parola impronunciabile. Si deve dire: "Decelerazione". E il segretario del Partido popular, che nella campagna elettorale del 2008 chiama le cose con il loro nome, viene accusato dai socialisti di disfattismo anti-patriottico. Nell'autunno scorso, quando non è più possibile negare che il Paese è in piena recessione, Zapatero annuncia che l'economia spagnola è nella stessa condizione delle economie dell'Europa maggiore, e con quelle sta per tornare in attivo. L'uscita dalla crisi è "imminente", ripete in dicembre. Pochi giorni dopo la verità lo travolge con l'uragano dei dati certificati dalla Banca centrale. La recessione più profonda da mezzo secolo (-3,6% su base annua nel 2009), e la più tenace del G20, dove la Spagna è l'unico Paese che non sia ancora tornato a crescere. La maggior caduta dei prezzi al consumo dal 1952. Cinquecentomila case invendute. E soprattutto, la maggior distruzione di posti di lavoro che ricordino le statistiche nazionali (in dicembre ne sparivano quattromila al giorno, - 6.7% su base annua). Quel 19% di disoccupati, 40% tra i giovani, comportano un peso ormai intollerabile per le finanze pubbliche, e contribuiscono in parte rilevantissima ad un deficit che ha raggiunto l'11,7% del Pil. Nessun guru della finanza internazionale pronostica sventura; ma due tra i più ascoltati, Paul Krugman e Nouriel Roubini, ritengono che la Spagna, non la Grecia, oggi sia l'economia più pericolante dell'Eurozona. Perché Zapatero ha taciuto? Nel processo al premier che comincia a spaccare il Psoe ("tornato a dividersi", ammette l'unico quotidiano zapaterista, Publico), si confrontano due tesi. La difesa vuole che Zapatero abbia cercato di evitare alla Spagna la terapia "di destra" - tagliare, tagliare, tagliare - che Bruxelles infligge automaticamente alle economie con la polmonite. Invece l'accusa lo vede prigioniero dei suoi limiti. E' un seduttore di folle terrorizzato dall'impopolarità. Ha garbo e un'eleganza naturale; gli manca la consistenza dello statista, cui mai come ora sarebbe chiaro che governare vuol dire scontentare. L'ha paralizzato la paura di uno sciopero generale. Sarebbe suonato come una mozione di sfiducia presentata da un largo settore del suo elettorato (nel 2008 votò Psoe il 59% degli spagnoli che si dichiarano di estrema sinistra). Ma più devastante è stata la mozione di sfiducia che in questi giorni gli hanno presentato i mercati finanziari. Ora deve convincere gli uni che non si arrenderà alle frustate delle Borse, gli altri che non cederà alle proteste dei sindacati. Acrobazia complicata, come dimostra la condotta erratica del governo nelle ultime giornate, con misure annunciate a Bruxelles e smentite a Madrid poche ore dopo. Una teoria cospirativa echeggiata da le Monde attribuisce alle Borse una sorta di intelligenza politica. Sospinte da ispiratori occulti, starebbero caricando Spagna e Grecia come mandrie di bufali per travolgere l'ultima ridotta della socialdemocrazia europea. Geometrie così lineari non corrispondono alla realtà. Però è chiaro che i percorsi che conducono fuori dalla crisi stanno determinando nuove forme di organizzazione sociale e produttiva. Se stiamo alle dichiarazioni dei due premier, Grecia e Spagna ritengono che i loro guai non abbiano compromesso la possibilità di un'uscita "a sinistra". Madrid ha già fatto qualche passo in quella direzione. Tra le ipotesi proposte a sindacati e industriali la settimana scorsa figura una sorta di scambio tra contratti a tempo, da penalizzare, e contratti part-time, da incentivare. Ma quando si tratterà di discutere la spesa pubblica, l'immaginazione avrà meno spazio. Ogni 18 spagnoli che lavorano, 8 sono pensionati, cioè gravano sulle casse dello Stato: come se ne esce? La settimana scorsa il governo ha proposto rimedi per limitare l'esodo verso la pensione (e per innalzare l'età di ingresso a 67 anni). Ma i sindacati hanno mostrato i muscoli. Uno studio recente della London School of Economics spiega l'insuccesso delle riforme greche con il fatto che, di destra o di sinistra, erano mal congegnate. Scontavano i limiti culturali dei ministri e dei loro consiglieri tecnici. Se questo è vero, sono i risultati, non la corrispondenza con questa o quella politica, che dovrebbero guidare l'Europa nella ricerca delle soluzioni alla crisi. In questo caso potremmo scoprire che la tendenza generale a flessibilizzare il lavoro non sempre è utile. L'informazione greca, per esempio, è ultra-flessibile. Giornalisti assunti con contratti trimestrali. Basso costo del lavoro. Risultato: la Grecia è quasi priva di quell'asset nazionale che è un'informazione di qualità. E i suoi editori usano redazioni docili, in quanto ricattabili, come strumenti vili, per difendere i propri interessi o colpire gli interessi altrui. Se questo è il futuro, buona fortuna.

 

"L'Iran nucleare minaccia del secolo". L'allarme dell'ammiraglio Di Paola

Vincenzo Nigro

MONACO DI BAVIERA  -  L'ammiraglio Giampaolo Di Paola è il presidente del Comitato militare della Nato, la "tavola rotonda" che riunisce tutti i capi di stato maggiore dell'Alleanza. A Monaco, alla "Wehrkunde", ha partecipato a tutti i dibattiti, ha seguito tutti i discorsi dei maggiori leader ed esperti mondiali. "Si, in effetti ovunque e da tutti io ho colto un senso di profonda preoccupazione per la questione del programma nucleare iraniano. E' stato il tema principale delle discussioni, assieme all'Afghanistan. Ma sull'Afghanistan c'è una fiducia maggiore, le cose miglioreranno: sull'Iran è buio pesto". Ammiraglio come giudica le dichiarazioni di stamattina del presidente Ahmadinejad? Cosa dovrebbe fare anche la Nato sul nucleare iraniano? "La Nato non è coinvolta in questo dossier, e io stesso non ho nessun titolo per commentare nulla di quanto venga detto da esponenti politici iraniani. Ma tutti i governi della Nato, anzi molti di più di quelli che fanno parte dell'Alleanza, sono coinvolti nelle discussioni, nei ragionamenti su questo tema". Ma una reazione, per quanto diplomatica, lei l'avrà avuta? "Le dico quella che è stata la reazione della quasi totalità dei ministri e dei capi militari che venerdì sera hanno ascoltato il discorso del ministro degli Esteri Mottaki (quello in cui diceva di essere ottimista sulla possibilità di un accordo, salvo essere smentito dagli americani e dalla stessa Aiea, ndr). Bene, qualcuno è arrivato a dire "è venuto a prenderci in giro", altri hanno detto "non hanno capito la gravità del momento, stanno continuando a perdere tempo per prendere tempo, ma le cose stanno cambiando". Quel discorso è stata ancora una volta un'occasione persa per conoscere chiaramente le ragioni serie del governo iraniano, capire qual è la sua volontà di discutere di un progetto, quello nucleare, che è sanzionato dalle Nazioni Unite". Da esperto militare: ma perché l'Iran con la bomba nucleare per voi è così pericoloso? Altri paesi hanno la bomba nucleare. "La valutazione dei nostri governi e dei nostri leader politici è che in quella regione del mondo un'entità estremista con l'aggiunta della capacità nucleare militare sarebbe il mix peggiore, una condizione pericolosissima. Da esperto militare le rispondo quello che lei sa già: con l'Iran nucleare partirebbe immediatamente una corsa alla nuclearizzazione della regione. Ieri il senatore Kerry ha citato Egitto, Arabia saudita, Kuwait; ci sono altri paesi che correrebbero verso l'atomica, accelererebbero il riarmo convenzionale. Naturalmente l'Iran nucleare significa la morte definitiva del Trattato di Non Proliferazione, la fine di ogni sacrosanto tentativo di denuclearizzare il mondo, un dibattito rilanciato dall'amministrazione Obama". Ma lei non crede che tutto questo possa essere controllato, gestito senza questo catastrofismo? "Vuole che glielo dica senza catastrofismo? Per quello che innescherebbe, questa è forse la minaccia del secolo. Per l'umanità, non per qualche paesetto della regione!". Quando si parla di sanzioni, all'Onu c'è un problema, la Cina. Qui a Monaco l'ha ripetuto il ministro degli Esteri cinese: non è il momento di nuove sanzioni. "Ormai non è più solo un auspicio che la Cina giochi un ruolo positivo sulle questioni di sicurezza del mondo, che questo grande paese condivida l'analisi sulla pericolosità di questo dossier per tutti i membri della comunità internazionale. La Nato non ha nessun ruolo nel dossier iraniano, ma la Cina ha avviato con noi un dialogo a livello politico assai importante. Anche a livello operativo, per la missione anti-pirateria nel Corno d'Africa, la Cina ha creato contatti con la Nato, la Ue, la Joint Task Force americana. Vedremo". La Russia, invece, sul dossier Iran in queste ore sta mostrando un allarme crescente. "La Russia conosce bene quel dossier, e sa metterlo in relazione a tutti gli altri suoi interessi, perché anche questo è un suo interesse diretto e decisivo". Ultima domanda sull'Afghanistan: qui a Monaco c'è stata la benedizione definitiva della nuova strategia del "surge" deciso da Obama. "Si, a Monaco dopo la riunione dei ministri Nato di Istanbul e dopo la Conferenza di Londra c'è stata una sorta di discussione finale. Il 2010 sarà l'anno decisivo per il successo o mano degli sforzi della comunità internazionale in quel paese. C'è la strategia giusta. Ci sono risorse militari ma soprattutto civili. C'è un nuovo governo afgano, che si è impegnato ad affrontare le questioni che conosciamo. C'è un approccio ragionale vero, condiviso come un'esigenza e non accettato come uno slogan. Io non mi sbilancerei se non ci credessi: c'è una luce in fondo al tunnel".

 

In Ucraina ha vinto Yanukovich. Finisce la rivoluzione arancione

Nicola Lombardozzi

KIEV - Yiulia la Tigre non ci sta. Cinque exit poll su cinque hanno assegnato ieri al suo rivale, il filo russo Viktor Yanukovich, la presidenza della Repubblica ucraina, ma la Tymoshenko rifiuta di ammettere la sconfitta: "Aspetteremo fino all'ultima scheda, siamo in vantaggio noi". "Troppo presto e troppi brogli - fa poi spiegare al suo portavoce, mandato in sala stampa a gelare la festa dei rivali - siamo sicuri che i cittadini ucraini non accetteranno criminalità e banditismo al potere". E' un invito chiaro ad una rivolta di popolo che ripercorra le gesta della rivoluzione arancione di cinque anni fa ma Yanukovich covava da troppo tempo la rivincita e si è organizzato a dovere. Ieri mattina, mentre cominciavano le operazioni di voto, decine e decine di pullman carichi di baldi giovanotti dall'aria aggressiva giungevano dall'est filo russo del paese e convergevano strategicamente nelle due tendopoli sorte improvvisamente di fronte al Parlamento e al Consiglio dei ministri di Kiev. Tute sportive e giacche mimetiche, sguardi duri e risposte infastidite. Oggi sfileranno in città, dicono, "per festeggiare la vittoria delle persone oneste". In realtà per mettere in guardia chiunque che una seconda rivoluzione arancione non avrebbe l'esito festoso e non violento del 2005. Cosa faranno "quelli di Yiulia"? La domanda domina una notte di tensione, la prima di una campagna elettorale finora praticamente ignorata dalla gente e snobbata perfino dai media. Il nervosismo è arrivato anche al quartier generale di Yanukovich dove il rifiuto della Tymoshenko ha fatto sospendere il primo giro di vodka avviato subito dopo gli exit poll. Per gli istituti di sondaggio più accreditati il leader del Partito delle regioni avrebbe conquistato il 49,8 per cento dei voti contro il 45,2 della ex paladina della rivoluzione arancione. Altri danno addirittura un vantaggio superiore ai cinque punti. Per questo a tarda notte Yanukovich ha deciso di andare avanti sa solo, proclamarsi vincitore e annunciare al più presto le riforme economiche, la sola cosa che la gente, devastata dalla crisi si aspetta al più presto possibile. Anche su questo gli exit poll parlano chiaro. Alle elezioni è previsto, oltre al voto per uno dei due candidati, anche di barrare la casella "nessuno dei due". E per la prima volta nella storia del Paese la voce "contro tutti", come la chiamano qui, avrebbe ottenuto addirittura il 10 per cento. Ma i tempi rischiano comunque di essere lunghi. Se non dovesse tentare un'azione di piazza il gruppo Tymoshenko punterebbe comunque sulle vie legali. Nella vecchia fabbrica adibita a ufficio elettorale hanno lavorato tutta la notte per preparare ricorsi e proteste che rischiano di paralizzare la situazione in una lunga querelle alla Corte suprema. Sicuramente contesteranno il conteggio dei voti nel Donbass, la regione mineraria da sempre fedele a Yanukovich e l'esito del voto in almeno mille sezioni. E intanto lasciano filtrare voci non confermate di scontri e violenze. Addirittura l'assassino di un giovane attivista del partito che sarebbe stato pestato a morte nei pressi di un seggio nella lontana Ivano-Frankivsk. La polizia smentisce, il partito non insiste ma prepara dossier e denunce pubbliche. La notte finisce nel dubbio con la polizia che presidia la Maidan, la piazza che vide i giorni di gloria della rivoluzione arancione, e con l'idolo caduto di allora, il presidente uscente Yushenko che tenta la frase storica: "Comunque vada sarà da vergognarci ma è la democrazia".

 

Corsera - 8.2.10

 

Alfano: "Berlusconi non si sottrarrà alla giustizia"

MILANO - «Berlusconi non si sottrarrà alla giustizia» né «sottrarrà tempo al governo». Ad assicurarlo è il ministro della Giustizia Angelino Alfano. «Berlusconi vorrebbe andare in tribunale sempre - ha detto il Guardasigilli ospite di Lucia Annunziata in tv alla trasmissione In mezz'ora - ma il tribunale è un luogo dove si studiano i processi e dove ci si difende dalle accuse studiando le carte. Lui avrebbe studiato i faldoni e sottratto tempo al governo». «Ecco dunque il perché di un provvedimento che interrompe i processi del premier. Ma Berlusconi -ha assicurato Alfano - non si sottrarrà ai processi: quando avrà finito di governare si farà processare dai tribunali italiani». Non solo. Sempre in tema di giustizia e riforme, il ministro ha voluto sottolineare che la legge sul legittimo impedimento, recentemente approvata dalla Camera, «non è una legge ad personam» in favore del presidente del Consiglio, «né pone Silvio Berlusconi al riparo dalla giustizia» «Il bivio - ha aggiunto il Guardasigilli - è tra il dovere del presidente del Consiglio di governare e il diritto di difendersi dai processi: basti pensare che Berlusconi avrebbe presto dovuto affrontare 23 udienze in 65 giorni. Ma non è al riparo della giustizia, perché sarà giudicato quando avrà finito di governare». Il governo, ha spiegato il titolare della Giustizia, sta lavorando sia all'immunità che al Lodo Alfano bis. «Stiamo studiando l'approdo migliore. Non siamo dell'idea di improvvisare una soluzione» ha detto il ministro, aggiungendo che il'esecutivo è alal ricerca di una soluzione condivisa. «L'espressione immunità - ha voluto poi sottolineare Alfano - è diventata un sinonimo di illegalità. Questa equazione va smontata». Quanto al processo breve, esso, secondo il Guardasigilli, non è su un binario morto come sostenuto dal presidente della Camera Gianfranco Fini. «Il processo breve non ha nessuna urgenza di essere approvato, però - ha spiegato Alfano in tv- abbiamo intenzione di mantenere saldo il principio che i cittadini debbano sapere il momento in cui si è condannati o dichiarati innocenti». Dal Guardasigilli anche un monito ai giudici: «Devono avere un atteggiamento parco e sobrio», non devono mostrare «una tendenza politica altrimenti fanno danno alla giurisdizione alla quale fanno parte». «I magistrati devono apparire terzi», ha aggiunto il ministro, «ci sono invece magistrati che dichiarano da ogni dove». In tv il Guardasigilli ha anche affrontato la questione della sentenza beffa della Cassazione che favorisce i boss, confermando che il ministero della Giustizia sta mettendo a punto un decreto che sarà approvato mercoledì mattina dal Consiglio dei ministri per mantenere ai tribunali la competenza per il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso, comunque aggravato. Un intervento a tutto campo quello del ministro, ospite della Annunziata in tv. Alfano ha anche risposto ad alcune domande della giornalista sui pentiti e sulle polemiche relative al Ddl Valentino, che mira a modificare la legislazione sull'uso dei collaboratori di giustizia, confermando il suo "no" alla proposta del senatore del Pdl. I pentiti sono «utili» ma essendo anche dei criminali sono da «maneggiare con cura» è la tesi del Guardasigilli. «Bisogna ricordare che i pentiti hanno solitamente dei curricula criminali straordinari, ma bisogna riconoscere che hanno aiutato la giustizia italiana a ricostruire l'organizzazione di Cosa Nostra e a risolvere tantissimi casi che altrimenti non si sarebbero risolti», ha aggiunto. «Quindi - ha chiarito - posto che sono utili e che sono dei criminali, bisogna maneggiarli con cura: la mia opinione è che bisogna applicare bene le leggi che ci sono, ma sono contrario a un intervento sulla legislazione in materia di pentiti oggi perchè rappresenterebbe un segnale di allentamento della tensione nel contrasto della criminalità organizzata, tensione che invece noi stiamo tenendo alta». Infine, un affondo del Guardasigilli sul leader Idv Antonio Di Pietro. «Ha candidato De Luca. Per me De Luca è un presunto innocente, ma Di Pietro è un conclamato incoerente» ha detto Alfano. «Il Pd e l'Idv sono uniti ancora di più, ma è il Pd che vira verso Di Pietro», ha detto il Guardasigilli criticando l'ex pm: «Vuole fare la morale agli altri senza averne una propria».

 

Un lusso anche i contratti di serie B. Nessuno pensa al Welfare dei figli

Pietro Ichino

Caro Direttore, il ministro Renato Brunetta ha molta ragione quando avverte che il diritto del lavoro, e in particolare l'articolo 18 dello Statuto del 1970, oggi si applica soltanto ai padri e non ai figli. Gli italiani, però, hanno diritto di sapere che cosa il ministro propone seriamente - e non soltanto con una battuta in un talk show - per superare il regime di apartheid che penalizza la nuova generazione di lavoratori. È vero: da anni, ormai, a un ventenne o trentenne che cerca lavoro in Italia le aziende offrono di tutto, tranne che un rapporto di lavoro regolare. E anche un rapporto di lavoro di serie B - «a progetto», o comunque a termine - è già considerato, in molte situazioni, un privilegio difficilmente ottenibile, rispetto alla «normalità», costituita dal lavoro di serie C: stage semigratuiti in azienda tutto lavoro e niente formazione, assunzione con partita Iva per mansioni d'ufficio, di cantiere, di negozio, di call center, di magazzino, che erano tradizionalmente considerate come lavoro dipendente. Case editrici in cui da anni non si assume più un redattore o un correttore di bozze con un contratto normale di lavoro dipendente; case di cura private che formalmente non hanno alle proprie dipendenze neanche un solo medico, un solo infermiere, un solo barelliere: tutti a partita Iva, oppure soci di cooperative di lavoro a cui il servizio viene appaltato. Stessa musica nel settore pubblico, dove ormai domina sempre più diffusamente l'«esternalizzazione» delle funzioni mediante cooperative e altri appaltatori, che utilizzano ogni forma di lavoro atipico. Accade pure che dopo un periodo più o meno lungo di anticamera anche un ventenne o trentenne finisca coll'ottenere l'agognato posto di lavoro stabile regolare; ma il punto è che il datore di lavoro ha di fatto la possibilità di scegliere che il lavoratore, anche se sostanzialmente dipendente, resti escluso dalla protezione regolare per decenni. In altre parole: il diritto del lavoro sta perdendo la sua natura di standard minimo di trattamento universale, per assumere la natura di un ordinamento eminentemente derogabile: chi vuole lo applica e chi non vuole no. Naturalmente, poi, quando viene la bufera, a pagare per primi sono sempre i non protetti: i 500 mila lavoratori italiani che hanno perso il posto nei mesi passati di recessione sono ovviamente quasi tutti di serie B e C. Dunque: il ministro fa bene ad aprire gli occhi su questa realtà, a riconoscere che il nostro mercato del lavoro e il nostro sistema di protezione sociale non sono affatto «i migliori del mondo», come egli stesso ci ha detto solo pochi mesi or sono. Ma deve anche dire quale è la sua diagnosi del fenomeno e quale la terapia che propone. Una cosa è certa: il problema non è soltanto di controlli e di repressione delle frodi. Controllo e repressione servono quando la violazione o elusione delle regole è un fenomeno marginale; quando invece - come oggi accade per il nostro diritto del lavoro - violazione ed elusione diventano un fatto normale su larga scala, è l'ordinamento stesso che deve essere rifondato. La disciplina italiana del rapporto di lavoro regolare è vecchia ormai di oltre quarant'anni. È stata scritta quando non esistevano né i computer, né Internet, ma neppure i fax e le fotocopiatrici; quando era normale che un giovane entrasse in un'azienda con la prospettiva di restarci per trenta o quarant'anni svolgendo la stessa mansione, più o meno con gli stessi strumenti e le stesse tecniche. Oggi il tempo di vita di una tecnica produttiva (ma anche di un prodotto o di un materiale) non si misura più in decenni, ma in anni o addirittura in mesi; le imprese nascono e muoiono con un ritmo incomparabilmente più rapido rispetto ad allora. Così stando le cose, la sicurezza economica e professionale dei lavoratori non può più essere affidata al modello del «posto fisso». Ed è in larga misura inevitabile che le imprese facciano di tutto per eludere, nelle nuove assunzioni, una disciplina della stabilità del lavoro, come quella dettata dall'articolo 18 dello Statuto del 1970, che condiziona lo scioglimento del rapporto di lavoro per motivi economici od organizzativi a un controllo giudiziale che può richiedere due, quattro o sei anni; e al Sud anche otto o dieci. La soluzione, allora, non è togliere l'articolo 18 ai padri, ma riscrivere il diritto del lavoro per i figli, per le nuove generazioni; in modo che esso torni capace di applicarsi davvero a tutti i rapporti che si costituiranno da qui in avanti. E garantire davvero a tutti non l'impossibile «posto fisso», ma quella protezione contro le discriminazioni e quella rete di sicurezza nel mercato, da cui oggi la nuova generazione dei lavoratori italiani è per la maggior parte esclusa.

 

Il senso di colpa del capitalismo - Piero Ostellino

All'Etica universalistica della Chiesa in difesa dei più deboli - questo il significato profondo dell'appello del Papa al senso di responsabilità di politici e imprenditori di fronte alla crescente disoccupazione - una parte del mondo dell'impresa ha risposto con il moralismo degli uomini di buone intenzioni che, per dirla con Benedetto Croce, «sono nient'altro che ipocriti». È ipocrita il Capitale che denuncia carenza di etica nell'economia di mercato, si autodefinisce «sociale» e demonizza il capitalismo anglosassone «orientato al profitto ». Persegue però questo profitto con analogo accanimento al riparo dalla concorrenza, grazie alla non contendibilità delle imprese - che ne alimenta e protegge le inefficienze - e al corporativismo delle professioni che, associato al conservatorismo dei sindacati, ostacola l'ingresso ai giovani e penalizza il merito. Sopravvive, inoltre, come rendita - concessioni e licenze di Stato - e con i sussidi governativi alla vendita di prodotti poco competitivi sul mercato e fa pagare a correntisti e imprese servizi bancari fra i più cari d'Europa. L'eticizzazione della politica e dell'economia, da parte della Chiesa, è nell'ordine delle cose di un sistema teocratico; è, da parte di uomini politici e partiti, la teoria e la prassi dei Paesi totalitari. Ma nel mondo dell'impresa è una contraddizione in termini. La rivoluzione marginalista ha introdotto, nell'apprezzamento di un bene, i concetti «qualitativi» (soggettivi) di utilità e di scarsità, rispetto a quello «quantitativo » (oggettivo) di valore- lavoro dell'economia classica. Ma, con il concetto di «utile», ha anche teorizzato il ruolo della scelta e dell'interesse nell'economia, distinguendo la volontà «pratica», che coincide col fine individuale, da quella «morale» che trascende in un fine universale. «Il fatto economico - scrive Croce - è l'attività pratica dell'uomo, in quanto si consideri per sé, indipendentemente da ogni determinazione morale o immorale». Ma, attenzione: non indipendentemente dalle regole né dalla naturale socievolezza degli uomini (la «simpatia» di cui parla Adam Smith). Nel 1765, un pensatore liberale finlandese, Anders Chydenius, già ne aveva parlato, scrivendo che la nazione «è costituita da una moltitudine di persone che si sono unite per assicurarsi la propria prosperità e quella dei propri discendenti sotto la protezione del governo (...). I nostri bisogni sono vari e non c'è mai stato nessuno in grado di procurarsi anche i beni di prima necessità senza l'aiuto di altre persone, e non esiste quasi nessuna nazione che non abbia bisogno delle altre» (La ricchezza della nazione, liberilibri). In definitiva, la responsabilità «sociale» dell'imprenditore sta tutta qui: nel fare il proprio mestiere all'interno di una cornice normativa che ne massimizzi - disciplinandone la libertà di intrapresa - le capacità. Che, nell'era della globalizzazione, si traducono in innovazione e competitività.

 

I figli dei funzionari europei e la settimana bianca (pagata) sulle Alpi

Francesco Tortora

LONDRA - Un fondo nero da oltre 230.000 euro per pagare le vacanze ai figli dei ricchi funzionari europei. Secondo il Times di Londra la prossima settimana i pargoli di almeno 80 euroburocrati passeranno una splendida settimana bianca sulle Alpi in gran parte pagata dai contribuenti del Vecchio Continente. Sarà solo la prima sessione di una vacanza annuale che comprende anche 4 campi estivi in famosi luoghi turisti continentali. La cifra stanziata è notevole: 234.000 euro. La notizia dell'ennesimo privilegio accordato ai principali funzionari che lavorano nell'Unione Europea ha scatenato l'indignazione e le proteste di alcuni europarlamentari e naturalmente della più "euroscettica" stampa britannica che ancora una volta si scaglia contro "la mangiatoia europea". Il quotidiano britannico rileva che è stato davvero difficile riuscire a scovare i dettagli di queste vacanze da favola offerte ai figli dei funzionari. Infatti queste elargizioni sarebbero elencate nella relazione economica annuale del Parlamento Europeo e inseriti sotto la generica voce "Servizi sociali - Interventi sociali". La scoperta è avvenuta dopo che alcuni parlamentari europei hanno deciso di conoscere in dettaglio come il Parlamento Europeo spende il suo ricco budget annuale (1,5 miliardi di euro). Spulciando ogni voce di spesa i politici hanno scoperto che già l'anno scorso sono stati organizzati simili campi estivi in Francia, in Germania, a Malta e a Brighton, in Inghilterra. I figli di 97 funzionari (che in media guadagnano 78 mila euro all'anno) inoltre, sempre nel 2009, hanno potuto beneficiare di un contributo di 53.000 euro per la loro settimana bianca. Daniël van der Stoep, europarlamentare olandese, è stato nominato a capo di un team che ha il compito di vigilare su tutte le voci di spesa del budget europeo. Il politico dei Paesi Bassi precisa al Times che intende scavare fino in fondo per scoprire se esistono ulteriori benefici offerti ai funzionari comunitari. Inoltre dichiara: «Sono alla mia prima legislatura al parlamentare europeo e ogni giorno mi stupisco delle nuove tecniche ideate dai funzionari per spendere soldi». I membri del Parlamento assicurano di voler invertire la rotta e porre un freno agli sperperi. Per quest'anno il team di esperti vigilerà attentamente su questi fondi e in futuro si tenterà di elargire contributi economici solo ai figli dei dipendenti delle istituzioni comunitarie che guadagnano salari bassi.

 




Data notizia08.02.2010

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