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Politica Italiana


 

Repubblica - 21.3.11

 

"Lassù la guerra non è un gioco, se me lo ordinano elimino il nemico"

Carlo Bonini

ROMA - Tra la pace e la guerra, tra le coste italiane e quelle libiche, a una velocità di "mach 2", il doppio di quella del suono, ci sono 20 minuti di volo. Tra il cielo di Gioia del Colle e uno "scramble" con un mig nel canale di Sicilia, meno della metà. Il tenente colonnello Salvatore T. è un pilota italiano in guerra. E' nato a Pozzuoli. Ha 39 anni, una moglie, due bambine piccole e il suo caccia "Typhoon". Comanda il 12esimo gruppo di volo del 36esimo stormo. Gli "Strali". "Le mie figlie pensano che di mestiere io faccia il maghetto che se ne sta su per aria. La guerra è una parola che non conoscono e che è giusto che in questo momento non conoscano". Epperò la guerra è cominciata. E la riguarda. "Con i miei compagni, in queste ore, ne parliamo spesso. Anzi, a essere sinceri, è un mese che ne parliamo. Da quando la crisi libica è cominciata. Siamo stati addestrati per questo. Io posso dire che se e quando dovrò spingere il bottone di lancio dei miei missili sidewinder, io quel bottone lo spingerò. Sarà la prima volta che tirerò non contro droni di addestramento, ma contro un altro essere umano. Ma la mia testa, la nostra testa di piloti di caccia, è educata a fare i conti con tutto questo. Vede, vorrei essere chiaro. Qui non c'entra la retorica. Non siamo delle macchine, ma degli uomini consapevoli di quello che fanno per il loro Paese. Tenendo presente una cosa. Là su per aria, prendiamo decisioni e riceviamo ordini nello spazio di pochi secondi, mentre viaggiamo tra i 700 e gli 800 chilometri orari". Sparando su un bersaglio che non vedete. "Nella guerra aerea moderna, il nemico è un pixel luminoso su uno schermo. Un incrocio di coordinate numeriche, fissate dal lock di un missile armato. I radar dei nostri caccia vedono qualunque cosa si muova ben oltre i 50 chilometri dalla punta della nostra prua. E quando sei nel cockpit hai tempo soltanto per concentrarti su quelle operazioni che in addestramento non smetti mai di ripetere per essere pronto quando dovesse arrivare il momento. Lo ripeto: non c'è troppo tempo per pensare ad altro". Magari prima di decollare, il tempo di pensare a quello che si sta per andare a fare c'è. "No. Non c'è. Quando suona la sirena di allarme, abbiamo il tempo di infilare i pantaloni "anti G" e il giubbetto sulla tuta di volo, di afferrare il casco e fare di corsa i 20 metri che separano la nostra palazzina dallo shelter in cui saliamo sul caccia. Poi accendi i motori, ti premi la maschera dell'ossigeno sul volto e quando arrivi in testata pista per il decollo, solo allora, la torre prima, e il centro di comando e controllo, poi, ti autorizzano per una rotta, una quota e un bersaglio. E' quando sei in aria che sai cosa sei chiamato a fare". E lì su in aria, come dice lei, nella testa davvero non c'è spazio per altro? "Dopo tanti anni su un caccia, un pilota non avverte più neanche il rumore dell'aeroplano. Io mi sorprendo a non sentire più neppure il mio respiro nella maschera ad ossigeno, che pure mi arriva amplificato nelle cuffie del casco. Lì dentro esiste solo quello che mi dice il mio aereo e quello che ascolto sulle frequenze radio dal mio comando e dai miei compagni". Che hanno un nome o una sigla? "Una sigla. Noi siamo gli "strali". Il nostro logo è una saetta. Io, il comandante, sono "Strale 1". Gli altri ragazzi sono il numero che hanno scelto quando sono arrivati all'unità. Che poi è l'unica scaramanzia che abbiamo. Il numero che ci siamo scelti. Quello che pensiamo ci porti fortuna. Detto da un napoletano, potrà sembrarle strano, ma niente corni o zampe di coniglio nelle tasche". Torniamo a quel pulsante che potrebbe essere chiamato a spingere. Dove comincia e dove finisce la sua libertà di decidere? "Esistono delle regole di ingaggio che cambiano in ragione del contesto della missione di volo. Non posso entrare nel dettaglio, ma diciamo che prima di spingere quel bottone devo essere autorizzato dalla mia catena di comando e controllo che, a sua volta, deve essere autorizzata dall'autorità politica". E i pochi secondi e minuti di tempo per decidere, allora? "Ho pochi secondi quando vengo ingaggiato a fuoco o quando vengo illuminato come bersaglio da un aereo nemico. In questo caso, funziona come nella legittima difesa dei poliziotti e dei carabinieri. Decido io, perché, appunto, tempo non ce n'è". In questi giorni, come passa l'attesa a bordo pista? "Abbiamo turni di 24 ore. Abbiamo una bella palazzina. Dei bei letti dove riposarci vestiti, un televisore dove guardare i notiziari e le partite. Dei computer. E anche una playstation". Con cui giocare alla guerra? Salvatore ride: "Non amo la playstation. E la guerra non è un gioco".

 

Il pianto via radio del generale ribelle: "Soldati, abbandonate Gheddafi"

Bernardo Valli

BENGASI - A volte ho l'impressione che pianga. La sua voce si frantuma in singhiozzi. Eppure il generale Abdul Fatah Yunis è un duro. Era un fedele di Gheddafi, è stato il suo ministro degli Interni, ma ancora prima del 17 febbraio si è schierato con gli insorti nella clandestinità. E adesso è il comandante dello sbrindellato esercito della Libia libera e cerca di recuperare il suo vecchio compagno d'armi. Il generale Mohammed al Ayat, infatti, è rimasto con il raìs. Lo supplica, gli lancia interminabili appelli attraverso la radio degli insorti. Gli ricorda gli amici comuni, il tempo passato insieme, gli stretti rapporti tra le loro famiglie. Si commuove. Quasi singhiozza in preda a un'emozione, forse autentica. Vieni con noi Mohammed; con Gheddafi non hai un avvenire; il suo potere è agonizzante. Yunis insiste: i tempi stringono, hai ancora poche ore per decidere, devi abbracciare la rivoluzione. Presto sarà troppo tardi. La voce del generale Yunis rimbalza in tutte le città della Cirenaica e in quelle della Tripolitania ancora in mano al raìs. Qui a Bengasi la diffondono gli altoparlanti appesi ai lampioni. Non penso proprio che dove Gheddafi comanda ancora sia diffusa con tanto fervore. Gli insorti tentano di spogliare Gheddafi del suo esercito, di isolarlo nel bunker di Tripoli, e invitano i soldati a disertare. Se uno dei loro generali più noti, Mohammed al Ayat, si lasciasse convincere dal vecchio amico Yunis, sarebbe un bel colpo. Alcuni reparti leali al raìs infiltratisi nella periferia occidentale di Bengasi, poche ore prima dell'inizio dell'operazione Odissea, quando i Mirage e i Rafale francesi non sorvolavano ancora Bengasi, hanno gettato le armi. Nel palazzo del tribunale, sede del Consiglio nazionale che funziona da comitato di liberazione e da governo provvisorio, mi raccontano di aver trovato quindici soldati con le mani legate e freddati con un colpo alla nuca. Erano disertori. Giustiziati, mi assicurano, dai compagni. Avevano rifiutato di combattere. Ma i responsabili dell'insurrezione non si fanno molte illusioni. Il grosso delle truppe, sbarcate in prossimità del porto, o arrivate dalla strada costiera o da quella interna del deserto, si è ritirato e adesso si trova a quaranta chilometri a ovest da Bengasi. Si sarebbe messo al riparo per sfuggire alle incursioni aeree inglesi e francesi, il cui obiettivo è quello di distruggere la logistica dell'esercito di Gheddafi, e di frantumarlo per renderlo inoffensivo. Ma quei reparti, costretti a ritirarsi, e senz'altro intimoriti dagli attacchi aerei anche se non diretti contro di loro, ripartiranno presto all'attacco. Nella sede in cui alberga il Consiglio nazionale non prevale l'ottimismo. Vi regna un'agitazione nevrotica. Gli avvenimenti la giustificano. L'accoglienza è comunque generosa. Tutti sono ansiosi di raccontare. Tra computer e kalashnikov, tra tute mimetiche e blue jeans, sorrisi e comandi gridati, riesco a cogliere a stento qualche frammento di quei racconti che mi si riversano addosso. No, la guerra non è finita con l'intervento degli aerei occidentali, approvato dagli arabi. Gheddafi ripartirà gagliardo con la repressione appena le incursioni cesseranno. Ci vuole altro per stanarlo. La decisione del Consiglio di sicurezza è provvidenziale. È una vitale boccata d'aria, ma altre dure prove aspettano la Libia libera. Mi accorgo che è scomparsa la bandiera francese, grande come un lenzuolo, fino a venerdì appesa sulla facciata dell'edificio. La gratitudine si è già esaurita? Mi assicurano che non è così. Se non c'è più è colpa del vento del Mediterraneo che l'ha strappata. Un'altra versione è che alle insegne della Francia si devono aggiungere quelle della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Insomma, l'omaggio deve assumere nuove proporzioni, visto che i missili destinati a Gheddafi sono di tante nazionalità. C'è stata una caccia all'uomo negli ultimi due giorni a Bengasi. Quando le truppe di Gheddafi, venerdì, si sono avvicinate alla periferia, in vari quartieri è emersa quella che un miliziano chiama la "quinta colonna". I partigiani del raìs erano rintanati tra la popolazione. Erano abitanti della città, o uomini arrivati da fuori. In vari quartieri, anche nel centro, sono usciti allo scoperto armi alla mano, per dare l'impressione che i soldati sbarcati in prossimità del porto, o arrivati sulla strada della costa, o dal deserto, stessero per occupare la città. Ma la "quinta colonna" non sapeva che gli insorti erano riusciti a frenare l'offensiva e che poi avevano disperso gli attaccanti, facendo almeno un centinaio di prigionieri e altrettanti morti. Le talpe di Gheddafi, annidate nel cuore di Bengasi, hanno cercato di ritornare nei loro nascondigli, ma molti sono stati riconosciuti, catturati e uccisi. E la caccia è continuata sanguinosa per ore. Fra i soldati di Gheddafi che hanno cercato di infiltrarsi a Bengasi non mancavano gli stranieri. Si calcola che nell'insieme della Libia siano almeno diecimila, tra i quali alcune centinaia provenienti dal Ciad. Ma non mancano gli etiopi, i sudanesi e i nigeriani. Sono mercenari africani impegnati in una guerra che non è la loro. Non hanno via di scampo. Disertare è difficile. Alcuni sono dispersi nella remota periferia di Bengasi e le sporadiche sparatorie di cui si sentono spesso i rumori rivelano la caccia in corso a quegli uomini braccati, libici o stranieri che siano. Gli africani sono i residui della politica panafricana promossa da Gheddafi, negli anni Settanta deluso dal rifiuto degli arabi di considerarlo il loro leader. Sono anche il frutto della sua interessata generosità nei confronti dei dittatori subsahariani, che in ricambio hanno fornito dei mercenari. I quali sono per i libici dei fantasmi, e come tali suscitano terrore. Il paese è così un arsenale di uomini armati che gli aerei anglofrancesi, benedetti dall'Onu, riusciranno difficilmente a disperdere.

 

Il Belpaese si scopre diplomatico - Ilvo Diamanti

La guerra è arrivata. A due passi da noi. Perché la Libia è proprio lì, appena al di là delle nostre coste. Lo sapevamo da tempo che il Nord Africa è in ebollizione. La Tunisia, l'Egitto, oltre all'Algeria. E poi la Libia. Ma fino a ieri avevamo immaginato - voluto immaginare - che si trattasse di "fatti loro". Movimenti, rivolte perfino rivoluzioni che esplodevano al loro interno. Ci sentivamo coinvolti anzitutto e soprattutto per le conseguenze sui flussi migratori. La prima - l'unica - preoccupazione espressa dal governo attraverso i suoi principali esponenti, all'inizio. Per gran parte degli italiani, però, si trattava - si è sempre trattato - di avvenimenti lontani, che interessano mondi lontani. Nel tempo e per cultura. Dunque: lontani e basta. Non importa che siano a un passo da noi. Noi li abbiamo sempre considerati "al di là del muro". Del nuovo muro che ci separa dai paesi più poveri. Di cui l'Africa costituisce il territorio più prossimo. La comunicazione globale, paradossalmente, ha reso questi avvenimenti e questi luoghi più irreali. E più lontani. Perché le nuove tecnologie "hanno rotto il diaframma tra il tempo e lo spazio" (come ha osservato Innocenzo Cipolletta nel suggestivo, e quasi profetico, Banchieri, politici e militari, Laterza editore). Così le distanze e le differenze sfumano. Lo tsunami in Giappone, la rivoluzione che scuote la Tunisia e l'Egitto. Le ribellioni in Algeria e in Bahrain. E la rivolta in Libia. Tutto scorre sotto i nostri occhi, senza soluzione di continuità. È lo spettacolo della realtà. Che diviene per questo irreale, come un reality. Così abbiamo tardato a capire. A renderci conto che in Libia stava scoppiando una guerra. Che ci avrebbe coinvolti. Inevitabilmente. La Libia. Un tempo "colonia d'oltremare". La quarta sponda. A noi appare la regione di un universo parallelo e irreale. Come il suo sultano, Gheddafi. Quello che è venuto in Italia, anche di recente, con al seguito una carovana di cammelli e centinaia di vergini da convertire. Quello che si è accampato nel centro di Roma, allestendo una tendopoli reale. Non può essere veramente reale. Anche se noi, ormai, non ci stupiamo più di nulla. Il "nostro" sovrano, d'altronde, ci ha abituati a uno stile di governo disinibito. Abolendo i confini tra comunicazione e realtà. Tra spettacolo e politica. E sui media la nostra politica estera - come, in parte, quella interna - è personalizzata e insegue Berlusconi, le sue relazioni private, i suoi affari. La guerra. Fino all'ultimo, abbiamo preferito non crederci davvero. Ci siamo finiti in mezzo in modo quasi inconsapevole e involontario. Come spesso è avvenuto in passato. L'Italia: una portaerei, una base strategica, in posizione strategica. Fino alla caduta del Muro: avamposto lungo il confine orientale. Oggi: piattaforma nel cuore del Mediterraneo, zona critica del nuovo dis-ordine globale. Gli italiani non vogliono la guerra. Come la popolazione di tutti i paesi, d'altronde. Ma gli italiani in modo ancora più determinato. Senza rivisitare i luoghi comuni della nostra storia, a partire da Machiavelli, basta fare riferimento ai tempi recenti. L'atteggiamento nei confronti dell'intervento in Afghanistan, prima, e in Iraq, dopo. La schiacciante maggioranza dei cittadini contrari, senza se e senza ma. Pacifisti, per convinzione (anche per il peso della tradizione cattolica). Ma anche per sensibilità e timore. Personale e familiare. (I sondaggi hanno sempre sottolineato l'avversione significativa da parte delle donne e delle madri.) I nostri governi, anche per questo, hanno mostrato grande riluttanza nei confronti degli interventi armati. Senza, peraltro, evitare di parteciparvi. Costretti da ragioni geopolitiche e dai legami internazionali. Così, hanno seguito gli alleati nelle loro imprese, agendo "a supporto", in nome dell'impegno "umanitario" e a sostegno della pace. Tuttavia, è difficile affiancare eserciti in guerra in nome della pace. È difficile trattare in modo umanitario chi ti combatte, chi ti considera un esercito di occupazione. Così ci siamo trovati in guerra senza dirlo, senza deciderlo. Circa 8 mila militari impegnati nel mondo. Quasi metà in Afghanistan. E abbiamo celebrato e pianto, come eroi di pace, i nostri militari morti in zone di guerra. Con lo stesso atteggiamento ci siamo accostati al conflitto esploso in Libia. Contro il tiranno che abbiamo accolto come alleato e amico - non solo Berlusconi, anche i governi che l'hanno preceduto. Ma nessuno, prima, gli aveva baciato la mano con la stessa cordialità "guascona" del Cavaliere. Oggi siamo l'avamposto strategico da cui partiranno gli attacchi al regime del Raìs. Decisi e guidati da Francia, Gran Bretagna e Usa, dopo la risoluzione 1973 dell'Onu. L'Italia si è adeguata. Fornisce le basi, è pronta a inviare i suoi aerei. Mentre gli italiani continuano a esprimere il loro dissenso verso l'intervento bellico. Anche in questa occasione. Come evidenzia un sondaggio svolto una settimana fa da Lapolis dell'Università di Urbino, nell'ambito di una ricerca sull'immagine della politica estera italiana, curata da Fabio Turato. Otto italiani su dieci (il 77,9%, per la precisione) ritengono che, per risolvere la crisi libica, converrebbe insistere con l'azione diplomatica. Ed evitare la via militare. Anche se l'Italia poco ha fatto in questo senso. Non ha imposto una soluzione diplomatica e, come altre volte  -  più di altre volte  -  si trova coinvolta in una guerra. Quasi per caso. In contrasto con la volontà di gran parte degli italiani. Una posizione che solo la Lega (insieme ai giornali di destra) ha sostenuto fino in fondo. D'altronde - come è solito ripetere il sociologo Paolo Segatti - la Lega è un partito radicalmente "italiano". Senza una specifica caratterizzazione geografica. Riproduce il "senso comune" nazionale, segnato dalla sfiducia nelle istituzioni, nelle regole pubbliche. Dalla tentazione di costruire piccole patrie, marcare i confini ed erigere muri. Vecchi e nuovi. Per difendersi dal mondo. Oggi: dal Maghreb e, soprattutto, dalla Libia. Ma il "localismo" nell'era della globalizzazione non allontanerà la Libia. Non ci allontanerà dalla guerra.

 

Tre domande sulla Libia - Enrico Franceschini

1) Quanto durerà l'Operazione Odissea, nome dell'intervento approvato dall'Onu per creare una no fly zone sulla Libia e proteggere i civili e gli insorti dalla repressione di Gheddafi? Michael Clarke, capo del Royal United Services Institute, una think tank di studi militari, è fiducioso che entro un mese sarà tutto finito: "Gheddafi probabilmente non ha più di 10 mila soldati a sua disposizione, ed è un numero che include molti mercenari. Inoltre sono forze dislocate lungo varie località della costa. Possono essere facilmente sconfitte dalle azioni della coalizione". Altri analisti sono meno ottimisti. Una volta eliminati, in questi primi giorni, i bersagli più facili (le difese missilistiche del colonnello e i suoi centri di comando), gli attacchi aerei e navali faranno più fatica a individuare le forze di terra di Gheddafi che si muovono all'interno delle città, con l'intento di farsi scudo della popolazione civile. Gheddafi userà ogni "danno collaterale" per creare opposizione all'intervento straniero, non solo in Libia ma nell'intero mondo arabo. E più a lungo l'operazione si protrae, più difficile sarà per la coalizione restare determinata e unita. 2) Che cosa definirà il "successo" dell'Operazione Odissea? E' una domanda a cui le stesse forze della coalizione non sembrano avere ancora una risposta precisa. L'obiettivo ideale sarebbe l'abbattimento di Gheddafi, la sua sconfitta, una sua fuga all'estero o qualcosa di simile. Ma non è detto che gli insorti libici riescano a sconfiggerlo completamente, nemmeno con il sostegno dell'aviazione straniera. La speranza dell'Occidente è che l'azione militare convinca i generali ancora fedeli a Gheddafi ad abbandonarlo e a organizzare una sorta di colpo di stato per costringerlo a cedere il potere. La stampa britannica riporta che agenti dell'MI6, lo spionaggio inglese, stanno contattando i generali di Gheddafi per avvertirli che o lo scaricano subito o rischiano di essere uccisi dai raid o dagli insorti. Ma se Gheddafi si ritirasse in un'enclave della Libia a lui fedele si potrebbe arrivare a una partizione del paese e a un conflitto prolungato, costringendo la coalizione a mantenere in vigore la no fly zone per lungo tempo (come del resto avvenne per anni in Iraq prima della guerra). 3) Quali conseguenze avrà il conflitto libico per la "primavera araba"? E' un altro interrogativo che preoccupa l'Occidente e il Medio Oriente. La rivoluzione araba è partita come una pacifica resistenza di popolo, trascinata da internet e facebook, culminata in scontri di piazza con la polizia e ben presto appoggiata dall'esercito. Sia in Tunisia che in Egitto, la rivolta si è rapidamente conclusa seguendo questo scenario. Come scrive la columnist Roula Khalaf sul Financial Times, il pericolo è che ora la "primavera araba" si trasformi in un conflitto vecchio stampo, una combinazione di guerra civile e intervento straniero, sulla falsariga di quanto avvenuto in Iraq. E' giusto ricordare che l'intervento straniero è stato richiesto dagli insorti libici che stavano per essere annientati dalle forze fedeli a Gheddafi, sostenute da mezzi militari decisamente più forti: aerei e carri armati contro mitra e bazooka. Ora la situazione si è rovesciata, sono gli insorti, grazie all'appoggio straniero, ad avere la meglio dal punto di vista militare. Ma l'andamento del conflitto libico può avere un impatto sul resto del Medio Oriente, dove le richieste di democrazia contro regimi tirannici non si sono affatto concluse. Alcuni regimi, come Siria, Yemen e Bahrain, sembrano intenzionati a imitare il comportamento di Gheddafi, con una durissima repressione per stroncare sul nascere ogni protesta. A loro volta altri insorti potrebbero imitare i rivoltosi libici, chiedendo la protezione e l'intervento di forze straniere: dopo aver detto di sì alla Libia, l'Occidente sarà in difficoltà a dire di no ad altri. Tuttavia il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha già fatto capire che la stabilità del Golfo Persico, ossia del suo principale alleato nella regione, l'Arabia Saudita (e del Bahrain che ne è di fatto un protettorato), è una priorità della sicurezza americana, dunque da quelle parti non ci sono da aspettarsi per il momento "odissee" occidentali a sostegno di insorti. In conclusione, il 1989 del Medio Oriente rimane un puzzle carico di incertezze. Ma comunque preferibile, per le opportunità che crea e e l'anelito di libertà e riforme che lo pervade, alla situazione antecedente.

 

Yemen. Carri armati schierati nella capitale. Generali passano con l'opposizione

SANA'A - Sempre più alta la tensione in Yemen: nella capitale Sana'a si vedono circolare molti carri armati, dispiegati soprattutto attorno al palazzo presidenziale, dopo l'annuncio della defezione di diversi vertici militari,  passati con l'opposizione. Anche il governatore di Aden, seconda città per importanza dello Yemen, si è schierato con i ribelli. Dall'Onu, intanto, arriva un appello da parte del segretario generale perché cessino immediatamente le violenze e si avvii il dialogo. Vertici militari e diplomatici passano coi ribelli. Secondo Al Jazeera sono almeno tre i generali di alto rango unitisi al movimento di protesta contro il presidente Ali Abdallah Saleh, il cui regime si sta indebolendo sempre di più. Il generale Ali Mohsen Al Ahmar, capo carismatico dell'esercito e fratellastro del presidente Saleh, ha annunciato oggi alla stampa la sua defezione: "Sosteniamo e proteggiamo i giovani che protestano a piazza dell'università a Sana'a", ha dichiarato il generale, comandante della prima divisione blindata dell'esercito yemenita, il primo ufficiale di tale grado a passare con l'opposizione dopo che nel gennaio scorso è cominciato il movimento di protesta contro il regime. Dopo il suo annuncio, altri due generali di alto grado si sono subito uniti a lui. A decine, fra ufficiali di diverso grado e soldati di truppa, hanno annunciato in piazza pubblicamente la loro defezione. L'elenco, anche in campo diplomatico, aumenta di ora in ora: in segno di protesta contro la repressione nel sangue delle manifestazioni degli oppositori anti-governativi, si è dimesso questa mattina l'ambasciatore yemenita a Damasco. Prima di lui avevano lasciato gli ambasciatori yemeniti presso le Nazioni Unite, il Kuwait e il Libano. Aumentano le vittime. Durissima nei giorni scorsi la repressione del movimento di piazza: le ultime cifre riferiscono di 20 vittime in seguito a scontri tra i militari e i manifestanti sciiti ieri nella regione di Al-Jawf, vicino alla frontiera con l'Arabia Saudita. Venerdì gli spari sulla folla 2 riunita su piazza dell'università hanno provocato 52 morti e più di cento feriti. La gravità del bilancio ha spinto il presidente a licenziare il governo e ha indotto le Nazioni Unite a una dura condanna, per bocca di Ban Ki Moon: il segretario generale dell'Onu si è rivolto alle leadership di Yemen e Bahrein - teatro di scontri altrettanto gravi  3- perché mettano fine alle violenze per domare le rivolte di piazza e per avviare il dialogo "inclusivo". E' necessario colloquiare con tutte le parti, ha detto Ban Ki Moon, rinnovando il suo sdegno per l'uso di proiettili contro i dimostranti nello Yemen. Migliaia in piazza a Deraa, in Siria. Le proteste non risparmiano neppuure la Siria, dove oggi migliaia di persone manifestano a Deraa, nel sud del paese. I manifestanti protestano per l'uccisione di cinque civili nelle dimostrazioni sedate con la forza dalla polizia e dall'esercito. Le forze armate stanno convergendo intorno alla città e si temono nuovi disordini e scontri.

 

Fukushima, allarme per i reattori 2 e 3. Sospesa distribuzione latte e verdura

TOKYO - La situazione della centrale nucleare di Fukushima, colpita dal terremoto e dallo tsunami dell'11 marzo, resta instabile. Gli ingegneri hanno riallacciato i cavi dell'elettricità nei reattori 1, 5 e 6 e ritengono di poter riavviare i sistemi di raffreddamento al più presto. Ma rimane l'allarme per il reattore 2, da cui continua a uscire fumo grigiastro e per il 3 dove, a causa di un aumento della pressione e, anche, fuoriuscita di fumo, il personale è stato evacuato. Non sono stati comunque registrati, né comunicati, aumenti di radioattività. Nello stesso tempo però l'Organizzazione mondiale della sanità ha definito "grave" la contaminazione radioattiva di cibo in Giappone. Il rapporto. I tecnici sono riusciti ad allacciare i cavi dell'elettricità a tutti e sei i reattori della struttura. Un fatto importante, perché il ritorno dell'alimentazione è il presupposto fondamentale per qualsiasi tipo di "stabilizzazione". E oggi si è appreso che Tepco, in un rapporto del 28 febbraio all'Agenzia per la sicurezza nucleare, aveva spiegato di aver omesso alcune verifiche alla centrale nucleare di Fukushima. Nel dettaglio, secondo quanto si legge sul sito della prima utility del Giappone, ammontano a 33 i pezzi oggetto d'ispezione dei 6 reattori non controllati, tra cui un motore e un generatore di energia del reattore n.1. Lo scambio d'informazioni tra la Tepco e l'Agenzia sulla sicurezza nucleare è finita nel mirino a causa della tempistica (a meno di due settimane dal sisma) e delle indicazioni non impeccabili su come correggere i problemi. L'opinione. Il direttore generale dell'Aiea, il giapponese Yukiya Amano, di ritorno da una missione in Giappone, ha detto che, "senza dubbio", il suo Paese supererà la crisi verificatasi con gli incidenti alla centrale di Fukushima. In dichiarazioni ai giornalisti all'Aiea a Vienna, Amano si è altresì detto convinto che il nucleare continuerà a essere una fonte energetica valida per molti Paesi. Le conseguenze. Le valutazioni sono ancora discordanti. L'Organizzazione mondiale della sanità la contaminazione dei cibi è "più grave di quanto si ritenesse in un primo momento". "E' evidentemente una situazione grave", ha detto Peter Cordingley, portavoce dell'ufficio regionale dell'Oms. "E' molto più grave di quanto chiunque potesse pensare nei primi giorni, quando si valutava che potesse essere limitata a un'area di 20-30 chilometri dalla centrale. I casi di verdure, acqua e latte contaminati hanno già sollevato le preoccupazioni dei paesi limitrofi, nonostante le rassicurazioni del governo giapponese". Il governo ha proibito la vendita di latte dalla prefettura di Fukushima e di spinaci da un'area vicina. Mentre a quattro prefetture giapponesi è stato ordinato di sospendere la distribuzione di latte e di due tipi di vegetali. Il bilancio.  E' salito a 21.911 il numero dei morti accertati e dei dispersi. Lo ha reso noto oggi la polizia nazionale. I morti accertati in 12 prefetture sono 8.649, dei quali ne sono stati identificati 4.080. Intanto è stata cancellata a causa del maltempo la prevista visita in elicottero del primo ministro Naoto Kan alla prefettura di Miyagi, una delle più colpite dalla catastrofe. Economia. La catastrofe giapponese dell'11 marzo scorso potrebbero costare all'economia giapponese 235 miliardi di dollari (circa 165 miliardi di euro), pari al 4% del Pil. E' l'ultimo rapporto sull'economia dell'Asia orientale e del Pacifico della Banca mondiale che sottolinea tuttavia come la ricostruzione potrebbe agevolare una rapida ripresa. La stima più bassa della Banca suggerisce un costo di 122 miliardi di dollari (86 miliardi di euro), pari al 2,5% del Pil. Secondo Vikram Nehru, responsabile della Banca mondiale per l'Asia, la catastrofe del Giappone potrebbe avere un forte impatto anche sul resto del continente, "ma è troppo presto" ha osservato, "per stimare i costi relativi all'intera area". "Nel futuro immediato, l'impatto maggiore si avrà sul commercio e la finanza", ha aggiunto Nehru. Nel 1995 il terremoto di Kobe aveva portato a un rallentamento del commercio giapponese per qualche trimestre, ma un anno dopo l'importazione era tornato alla normalità e le esportazioni avevano raggiunto l'85% del dato precedente al sisma.

 

Libia. La Lega chiede il dibattito. Le opposizioni: "Irresponsabili"

ROMA - La Lega chiede un dibattito parlamentare sulla partecipazione italiana alla coalizione di volonterosi che sta imponendo a Gheddafi la risoluzione dell'Onu. Il governo, per bocca del ministro Frattini, parla di "grande accordo nazionale e internazionale", evitando di entrare in polemica con gli alleati del Carroccio. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nega che l'Italia sia entrata in guerra e si appella allo statuto delle Nazioni Unite che consente l'intervento "anche militare" se ci sono violazioni dei diritti umani e della sicurezza delle popolazioni. Il leader del Pd, Bersani e con lui tutte le forze dell'opposizione chiedono "coerenza e responsabilità" al governo, pur appoggiando l'intervento armato. I pacifisti si dividono tra chi chiede un assoluto cessate il fuoco e la fine di qualsiasi ostilità e chi, pur aderendo a questa linea, ritiene indispensabile garantire la libertà e la vita degli oppositori al regime di Gheddafi. Il Papa, dal canto suo, si appella "a quanti hanno resposabilità politiche e militari perché abbiano a cuore, innanzitutto, l'incolumità dei cittadini". Tace, invece, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, lasciando le dichiarazioni sui problemi aperti nella maggioranza ai suoi ministri. Napolitano. "Non siamo entrati in guerra, siamo impegnati in un'azione autorizzata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite", ha detto il presidente della Repubblica. "Inutile ripetere cose che tutti dovrebbero sapere - ha proseguito il capo dello Stato - la carta delle Nazioni Unite prevede un capitolo, il settimo, il quale nell'interesse della pace ritiene che siano da autorizzare anche azioni volte con le forze armate a reprimere la violazione della pace". Benedetto XVI. Parole molto accorate sulla crisi libica sono state pronunciate questa mattina da Benedetto XVI che, pur non entrando nelle valutazioni che hanno portato all'attacco aereo di ieri, si è rivolto "a quanti hanno responsabilità politiche e militari, perché abbiano a cuore, anzitutto, l'incolumità e la sicurezza dei cittadini e garantiscano l'accesso ai soccorsi umanitari". "Alla popolazione - ha detto parlando dopo l'Angelus - desidero assicurare la mia commossa vicinanza, mentre chiedo a Dio che un orizzonte di pace e di concordia sorga al più presto sulla Libia e sull'intera regione nord africana". Bersani. "La diplomazia berlusconiana fatta di personalismi ha sbilanciato largamente la nostra politica estera. Anche altri hanno avuto rapporti con Gheddafi, ma nessuno lo ha fatto come l'Italia, mettendosi in una situazione di subalternità", ha sottolineato il segretario del Pd. Secondo Bersani adesso "sarebbe meglio che i vari ministri stessero zitti e il governo parlasse con voce univoca, nelle commissioni parlamentari competenti, per definire meglio il nostro profilo in questa vicenda". Buttiglione. "Noi appoggeremo il governo in questa fase come abbiamo sempre fatto nei casi di politica estera, di interventi umanitari e di interesse nazionale. Ma c'è da dire che un governo non può non avere la maggioranza in politica estera: se al voto mancheranno come si annuncia la Lega Nord e Iniziativa Responsabile, sarà legittimo prendere atto dell'assenza della maggioranza anche in questo campo e chiedere le dimissioni del Governo", ha spiegato il presidente dell'Udc, bollando come "paradossale" la posizione del Carroccio sull'intervento in Libia. "E' propaganda paradossale quella della Lega - dice Buttiglione - che parla di milioni di profughi a causa dei bombardamenti in corso in Libia. E' chiaro che l'unico modo per prevenire ondate di profughi - conclude - è quella di operare per ripristinare al più presto in Libia pace, democrazia, libertà e sviluppo, obiettivi che devono essere ben chiari a chi opera i raid internazionali". La Lega. "La posizione della Lega è quella indicata da Roberto Calderoli in Consiglio dei ministri. Sulla vicenda libica chiediamo che si svolga una discussione in Parlamento". E' quanto si limita a sottolineare Stefano Stefani, presidente della commissione Esteri della Camera. Fli. Italo Bocchino, vicepresidente del Fli, ha rimproverato al governo di essere sceso in campo tardi. "L'Italia doveva fare di più, doveva guidare la coalizione, non tentennare come hanno fatto La Russa e Frattini".  Adesso, ha aggiunto, "rischiamo di essere l'albergo a ore della coalizione internazionale". Rutelli. "L'improvvisazione e la confusione in seno al governo e alla maggioranza proiettano guai per il nostro paese. Va ritrovata una coesione nazionale di fronte ai rischi che si possono aprire anche per il nostro paese". dice il segretario di Alleanza per l'Italia. D'Alema. "La comunità internazionale è intervenuta per proteggere la popolazione civile, non per sconfiggere Gheddafi", ha detto il presidente del Copasir. D'Alema ha sottolineato la necessità che "accanto all'azione militare si lavori per un cessate il fuoco, per una transizione pacifica" anche perchè "se si rompe il consenso" ha detto riferendosi agli scricchiolii in seno alla Lega araba, "tutto diventa più difficile". Massimo D'Alema ha stigmatizzato "l'inadeguatezza" e le "divisioni" del governo nell'affrontare la crisi libica. "Credo che in un momento così delicato la confusione e le polemiche non aiutino e non vorrei unirmi", ha detto, "ma è del tutto evidente che il governo è inadeguato, è diviso". Gasparri. "D'Alema abbassi le penne - dice il presidente dei senatori del Pdl - Lo ricordiamo da ministro degli Esteri passeggiare in Libano con esponenti del peggiore fondamentalismo islamico. Non ha lezioni da dare. Il governo italiano ha ben difeso in questi anni l'interesse nazionale e, anche in questo frangente molto difficile, è protagonista sulla scena internazionale. D'Alema fu giudicato lui inadeguato quando la sua storia personale gli impedì di diventare ministro degli Esteri della Ue per volere delle sinistre europee, nonostante il generoso sostegno di Berlusconi". La Russa. Il responsabile della Difesa, dal canto suo, nega tensioni con il Carroccio: "La Lega - spiega - non ha frapposto ostacoli all'attività di governo e Parlamento". Anche il ministro degli Esteri, Franco Frattini rassicura: "Spiegheremo agli amici del Carroccio che le loro preoccupazioni troveranno una risposta", afferma convenendo sulla "ipotesi del ministro Calderoli di un blocco navale che serva anche da deterrente ai flussi migratori".

 

Ruby, tra una settimana il voto in Aula per chiedere il tribunale dei ministri

Liana Milella

ROMA - Non si ferma la macchina per difendere il premier dai suoi processi. Avanza sempre, puntuale e inesorabile. Per i vecchi (Mills e Mediaset), come per il nuovo dibattimento (Rubygate). Per il quale il Pdl è pronto a spingere la maggioranza verso una nuova prova di forza a Montecitorio. Dove si punterà a votare l'invio alla Consulta del conflitto di attribuzioni già la prossima settimana in aula. Giusto in tempo per la prima udienza, che i giudici hanno confermato per il 6 aprile, senza concedere agli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo lo slittamento che avevano chiesto per leggere i nuovi atti depositati. Il blitz dei berlusconiani, seguirà la spinta imposta nella giunta per le autorizzazioni, dove tra domani e mercoledì la maggioranza già si aspetta di chiudere il dibattito, dopo la frettolosa audizione di un gruppo di costituzionalisti. Seguirà a ruota la giunta per il regolamento, presieduta da Gianfranco Fini, in cui sarà affrontato lo scoglio dell'invio in aula di una richiesta di conflitto sulla quale potrebbe anche non esserci parere unanime nell'ufficio di presidenza. La questione è complicata e appassiona i cultori dei regolamenti della Camera. Ma la sostanza politica, all'osso, è questa: la maggioranza ritiene che questo conflitto, scritto per Berlusconi, su una questione delicata (la concussione che gli contestano i pm di Milano è reato ministeriale e va affrontata dal tribunale dei ministri), non possa che prendere la via dell'aula. Fini è orientato a mandarcelo per evitare uno scontro, questo sì, epocale. Il conflitto ci andrà, la maggioranza lo approverà, ma lo scontro sarà durissimo. Perché le opposizioni, gli stessi finiani (se n'è fatto portavoce in giunta Lo Presti), il Pd (con Samperi e Ferranti), l'Udc con Mantini, ritengono che non spetti alla Camera decidere sulla ministerialità del reato. Portano come pezza d'appoggio forte la recentissima sentenza della Cassazione sul caso Mastella, che però il capogruppo Pdl Maurizio Paniz usa in modo opposto. Su questo si litigherà ancora, in commissione e in aula, ma alla maggioranza preme bruciare i tempi. Per il conflitto come per la prescrizione breve. Per un caso le due questioni marciano assieme. Perché giunta e commissione Giustizia, dove da domani parte il voto sugli emendamenti con la nuova norma "salva Silvio", si svolgeranno l'una a ridosso dell'altra. Pure con qualche difficoltà, visto che più d'un componente della giunta fa parte anche della commissione, come il pdl Costa, poi Mantini, Ferranti e Samperi. Ma anche il processo breve va chiuso, perché va in aula il 28 per la discussione generale e subito dopo per il voto. Così Berlusconi potrà chiudere il caso Mills. A Montecitorio si preannunciano ore calde sulla giustizia. In ballo c'è un nuovo scudo per il premier, mentre su quello vecchio, il legittimo impedimento tuttora in vigore anche se ridimensionato dalla Consulta, Antonio Di Pietro promuove nelle piazze il suo referendum che, assieme a quelli sull'acqua e sul nucleare. Il portavoce dell'Idv Leoluca Orlando polemizza con il furista Italo Bocchino perché non sponsorizza l'iniziativa. Lo rimprovera per "l'attestato di fiducia ad Alfano" che, dice Bocchino, lo fa "vivere più sereno" rispetto a un Di Pietro Guardasigilli, qualora il pm finisse sotto l'esecutivo. Favorevole alla separazione delle carriere, contrario alla sottomissione dei pm, Bocchino è polemico con l'Anm e col segretario Cascini: "Come si fa a dire che il Parlamento non è legittimato a fare la riforma? Così si alza solo lo scontro". Il Pdl vuole un sì della Camera prima dell'avvio del processo.

 

La Stampa - 21.3.11

 

"Non vi lasceremo il nostro petrolio siete voi occidentali i terroristi"

Giordano Stabile

IL CAIRO - Gheddafi si prepara a una guerra «lunga». Una minaccia. E un modo di sopravvivere. Chiuso nel suo bunker, che ieri è stato bersaglio di uno dei raid della coalizione. Scatenando la guerriglia urbana nelle sue città. E "l'inferno" in tutto il Mediterraneo. Guadagnando tempo con finti cessate il fuoco. Il convoglio di blindati incenerito sabato dai Rafale francesi a una cinquantina di chilometri a Sud di Bengasi è stata una lezione sufficiente. Il Colonnello ha rinunciato all'assalto finale a Bengasi, perché spostare le sue colonne su strade scoperte è un suicidio, una battaglia persa in partenza, al pari di quella delle divisioni corazzate di Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo. Come alcuni analisti temevano, il Colonnello ha concentrato gli attacchi nelle zone urbane, dove i tank si muovono tra case, ospedali e civili e non possono essere colpiti dal cielo facilmente. A Est le milizie e le truppe lealiste si sono riparate ad Ajdabiya, 150 chilometri da Bengasi. A Ovest hanno dato l'assalto a Misurata, l'ultima enclave degli insorti in Tripolitania, a 200 chilometri dalla capitale. La periferia era già caduta nelle mani dei gheddaffiani la scorsa settimana. Ieri i carri e i cecchini si sono spostati verso il centro e hanno sigillato il porto, per tagliare ogni via agli aiuti. «Stanno colpendo anche l'ospedale - è la testimonianza drammatica di un medico, Mohammed Kablan -. Non c'è più un posto sicuro. Gli aerei devono intervenire qui, subito». Secondo un altro testimone, Abdelfatah, gli elicotteri di Gheddafi hanno mitragliato strade e automobili: «Ci sono cecchini sui tetti, sono appoggiati dai carri armati». È la guerra totale, «l'inferno» promesso dal Colonnello. Che è tornato a parlare dalla tv di Stato. Solo un intervento telefonico però, forse dalla sua residenza-caserma-bunker di Bab al Aziziya, nel Sud della capitale. «Tutta la nostra gente è armata, un milione di persone. Vi distruggeremo - ha minacciato -. Farete la fine di Hitler e Mussolini. L'Italia ci ha tradito», come la Francia, la Gran Bretagna e gli Usa. «Vi sconfiggeremo - ha promesso -, non potete nascondervi dietro i vostri missili e dietro le vostre navi». Per Gheddafi l'attacco subito dalla Libia non ha giustificazioni, se non quelle, nascoste, dell'economia: «Non lasceremo che l'Occidente si appropri del petrolio libico». Poi ha definito «una crociata» i raid: «Questi sono metodi terroristi, se si combatte si combatte sul terreno e non da migliaia di chilometri di distanza». Poche ore più tardi, come il poliziotto buono dopo quello cattivo, ha parlato il figlio Saif al Islam: «Le potenze occidentali capiranno di aver appoggiato le persone sbagliate, terroristi che sono nemici degli americani, dei libici, di tutto il mondo». Saif ha però smentito il padre sugli attacchi «anche a civili». E ha strizzato l'occhio ai «fratelli arabi»: «È stata una sorpresa vedere che il presidente Obama, che pensavamo fosse un amico del mondo arabo, sta bombardando la Libia». È chiaro che il regime si prepara a resistere il più a lungo possibile, trincerato nella Tripolitania che adesso controlla quasi completamente, mentre l'opinione pubblica musulmana potrebbe scivolare dalla sua parte. Il parziale ripensamento della Lega araba, con il segretario generale Amr Moussa, proiettato verso la presidenza egiziana, che ha criticato i bombardamenti perché vanno «oltre» l'obiettivo di imporre una No fly zone, aiuta. Gheddafi è già sopravvissuto ai raid americani venticinque anni fa. Ieri gli aerei della coalizione hanno colpito la base di Al Watyah, 170 chilometri da Tripoli, uno dei nodi della difesa aerea libica, messa in piedi dai sovietici negli Anni Ottanta. E hanno puntato anche sul bunker di Bab al Aziziya, dove è entrata in azione, per la prima volta, la contraerea. Nella capitale continuano le manifestazioni a favore del Colonnello, e i funerali «dei martiri» uccisi dai raid di sabato. Ma Bengasi è fuori portata delle truppe gheddaffiane. Mentre gli insorti per ora non hanno una forza organizzata in grado di marciare su Tripoli, neanche con il supporto dell'armata del cielo occidentale. La Libia appare sempre più divisa tra Ovest ed Est. Per quanto tempo? Le due anime del Paese sono separate dal 395 dopo Cristo, quando la Cirenaica fu inclusa nell'Impero romano d'Oriente e la Tripolitania in quello d'Occidente. E il confine passava proprio dove oggi si fronteggiano insorti e uomini di Gheddafi.

 

I ribelli: "Gheddafi usa scudi umani". Ucciso il sesto figlio del Rais

Le forze pro-Gheddafi starebbero portando a Misurata civili da città vicine per usarli come scudi umani. Lo ha detto un portavoce degli insorti. Questa notte la coalizione internazionale ha colpito e distrutto un edificio del bunker di Muammar Gheddafi a Tripoli. Secondo quanto riferito da un responsabile dell'alleanza, il compound ospitava un centro di "comando e controllo" delle forze libiche. Sulla missione degli italiani è intervenuto stamane il ministro degli Esteri Franco Frattini, secondo il quale per le operazioni in Libia «è giunto il momento di passare sotto l'ombrello della Nato», e fa bene il presidente della Repubblica a dire che «non dobbiamo lasciarci intimidire dal colonnello Muammar Gheddafi». Frattini ha parlato della situazione in Libia stamane a Bruxelles. Per Frattini in Libia non ci deve essere una «guerra» e l'Italia intende verificare «la coerenza» dell'azione della coalizione internazionale con il pieno rispetto della risoluzione 1973 dell'Onu. Frattini ha osservato che le minacce di Gheddafi alla comunità occidentale, Italia inclusa, «non sono venute fuori solo ieri» e dal colonnello siamo stati abituati a «minacce di ogni tipo». Ma al tempo stesso, ha rilevato Frattini, da Gheddafi «abbiamo anche sentito la dichiarazione solenne di un "cessate il fuoco" e, anche in questo caso, non aveva detto la verità». Fonti non confermate parlano intanto della morte di uno dei figli di Gheddafi. Sarebbe morto in seguito alle ferite riportate dopo un raid aereo su Tripoli uno dei figli del leader libico Muammar Gheddafi, Khamis. Lo riferisce oggi il sito dell'opposizione al Manara, che trasmette anche su Facebook. Secondo le fonti citate dal sito, Khamis è morto ieri dopo che nei giorni scorsi era stato gravemente ferito durante un bombardamento sferrato da un aereo libico guidato da un pilota passato a fianco dei ribelli contro la caserma-bunker di Bab al Aziziya, dove sarebbe rifugiato Gheddafi e i suoi fedelissimi. Quanto alla missione deagli aerei militari italiani sul bunker del colonnello, è stata portata a compimento nel giorno della prima operazione diretta di aerei italiani sul territorio libico. Sei Tornado sono decollati a partire dalle 20 dalla base di Trapani Birgi per sopprimere le difese aeree del colonnello. «Nell'operazione di ieri sera abbiamo solo pattugliato nei cieli della Libia e non abbiamo ritenuto di lanciare missili antiradar» ha detto il maggiore Nicola Scolari, uno dei piloti dei sei Tornado che ieri sera sono decollati dalla base militare di Trapani Birgi per raggiungere la zona di Bengasi. «È stata una missione di pattugliamento in cui eravamo pronti a reagire per sopprimere radar -ha aggiunto- ma ieri non abbiamo verificato presenza di radar nemici e così non abbiamo ritenuto di lanciare missili». Le forze alleate hanno invece colpito una parte del bunker di Gheddafi. L'edificio in questione è situato a una cinquantina di metri della tenda dove il colonnello riceveva normalmente i suoi ospiti. È stato completamente distrutto da un missile, ha indicato un portavoce del regime, Moussa Ibrahim, ai giornalisti stranieri che sono stati trasportati in autobus sul posto per verificare di persona. Mentre nella notte sono tornate in azione anche le forze britanniche. "Posso confermare che le forze armate britanniche hanno partecipato a un'altra incursione coordinata contro i sistemi libici di difesa antiaerea", ha dichiarato il generale John Lorimer, in un comunicato del ministero della difesa. "Per la seconda volta, il Regno Unito ha lanciato dal Mediterraneo missili (da crociera) Tomahawk da un sommergibile di classe Trafalgar nel quadro di un piano coordinato della coalizione per applicare la risoluzione" del Consiglio di sicurezza dell'Onu che autorizza il ricorso alla forza contro il regime del colonnello Muammar Gheddafi, ha spiegato il generale. L'eliminazione fisica del rais, comunque, non è un obiettivo della coalizione. "Bisogna rispettare il mandato della risoluzione del Consiglio di Sciurezza dell'Onu", ha spiegato il capo del Pentagono, Robert Gates, secondo il quale il comando delle operazioni potrebbe passare presto in mano a francesi e britannici. Il segretario alla Difesa è atteso in Russia, dove proverà ad ammorbidire la posizione di Mosca, che ha espresso rammarico per raid aerei della coalizione "non selettivi". A sole 24 ore dall'avvio dell'operazione Odissey Dawn (Alba dell'Odiseea), tra l'altro, gli alleati devono fare i conti anche con l'opposizione ai raid aerei espressa da Lega Araba e Cina.

 

La campagna d'Africa di Barack Obama - Lucia Annunziata

Non bisogna farsi ingannare dalle immagini che dallo schermo ci raccontano in questo momento l'intervento in Libia. A differenza di quel che appare, questa è una guerra tutta americana e ha come obiettivo non il Medio Oriente ma l'Africa. Il riferimento per capirla non è il Kosovo né l'Iraq, ma la crisi del Canale di Suez del 1956. Quella data ha un valore fortemente simbolico nella politica estera degli Stati Uniti. Usciti dalla Seconda Guerra Mondiale alla ricerca, come tutte le grandi potenze di allora, di un radicamento nel mondo del petrolio, fino alla crisi egiziana gli Usa rimangono in una posizione marginale in Medio Oriente. La nazionalizzazione del Canale di Suez vede infatti scendere in campo accanto ad Israele (che si muove formalmente ma non sostanzialmente in maniera indipendente) le due potenze che per più di un secolo avevano condiviso la gestione mediorientale, cioè Francia e Inghilterra. Gli Usa giocano una mano in quella crisi - la cui causa scatenante è proprio il rifiuto americano di concedere un megaprestito a Nasser per la costruzione della diga di Assuan - tentando di calmare Israele, e mettendo in allerta la Sesta Flotta nel Meditterraneo, ma ne rimangono fuori. Il senso di questa «terzietà» Americana venne colto da una battuta che è stata ripetuta poi molte volte in altri teatri di guerra confusi: all'Ammiraglio Burke che ordinava al suo vice «Cat» Brown «Situazione tesa. Preparatevi a ostilità imminenti», Brown rispose: «Pronti a imminenti ostilità. Ma da parte di chi?». Com'è noto, il tentativo di sottrarre al controllo egiziano il Canale fu un fallimento, grazie soprattutto alle minacce della Russia, e formalmente il conflitto terminò con la prima missione Onu di peace keeping, cioè con la formazione e l'impiego di truppe delle Nazioni Unite in funzione di cuscinetto. In sostanza però la crisi segnava la fine dell'influenza delle ex potenze imperiali e la nascita di un nuovo equilibrio in Medio Oriente in cui la Russia avrebbe avuto un ruolo indiretto sempre maggiore, e gli Stati Uniti avrebbero avuto campo libero. Come si vede, si possono contare molti punti di contatto fra quella vicenda e quella di oggi. Ma la somiglianza maggiore è nella cesura fra due periodi di influenza. L'attacco europeo contro Gheddafi oggi somiglia molto al colpo di coda finale di Inghilterra e Francia allora nel tentativo di recuperare una svanita autorevolezza. L'attacco che l'Europa muove oggi a un alleato di trentanni è comunque la certificazione di uno schema politico andato a male. Su questo fallimento gli Stati Uniti si sono mossi per entrare in quello che finora era rimasto l'ultimo spazio riservato alla influenza quasi esclusiva dell'Europa, il Mediterraneo. La genesi di questo intervento, cioè il modo in cui è stato immaginato e poi messo in atto, è indicativa. Nonostante si usi molto - e con buona ragione - il Kosovo come punto di riferimento per indicare la «filosofia» che ha spinto Obama a muoversi sulla Libia, l'«intervento umanitario» è oggi solo una parte delle valutazioni che hanno mosso Washington. Non c'è dubbio che, come confermano le cronache, un ruolo decisivo nella decisione è stato giocato da un gruppo di diplomatici quali la Rice, la stessa Clinton (e forse oggi ci sarebbe anche Richard Holbrook se non fosse mancato poche settimane fa) formatisi all'ombra di un paio di crisi andate male negli Anni Novanta, una seconda generazione di Clintoniani nella cui memoria brucia ancora soprattutto il Ruanda, la pulizia etnica cui la comunità occidentale assistette senza sollevare un dito. Ma l'intervento umanitario non avrebbe potuto essere invocato se non si fossero determinate nuove condizioni: e queste nuove condizioni sono quelle fornite dalla entrata in scena in chiave democratica delle masse arabe. In altre parole, per poter difendere un popolo dal massacro era necessario che ci fosse un popolo oltre che un dittatore, e le rivoluzioni del gelsomino hanno offerto insieme al materializzarsi del popolo anche lo scardinarsi del vecchio schema del quietismo dittatoriale in cui gli Usa e noi ci siamo rifugiati per decenni come assicurazione contro il radicalismo islamico. Dicono ancora le cronache (sapientemente manovrate dalla amministrazione) che va ricordato l'attivismo con cui Hillary ha seguito il Nord Africa nella settimana immediatamente precedente alla scelta dell'Onu: un viaggio al Cairo dove, in risposta al rifiuto dell'attuale governo di farle incontrare i giovani attivisti della rivolta, il Segretario ha deciso di fare una «passeggiata» in piazza Tahrir, e a Tunisi da dove ha lanciato il primo ammonimento alla Libia. L'America insomma ha deciso di intervenire in sprezzo a un vecchio schema politico e cavalcandone uno nuovo, cogliendo una opportunità che la vecchia Europa, proprio a causa della sua ex influenza, ha lasciata marcire quell'attimo di troppo. I francesi, così pronti oggi con i loro aerei, sono gli stessi che a gennaio hanno perso la Tunisia ancora prima di accorgersene, non richiamando a casa un ministro in vacanza a spese di Ben Ali proprio mentre la rivolta spazzava il Paese. Hillary ed Obama hanno così pavimentato la strada verso una zona dove gli Usa da decenni non erano riusciti ad entrare: nel Mediterraneo, e nel Nord Africa in particolare. E dietro la frontiera del Nord Africa si stende l'Africa intera, come ben sappiamo proprio dal ruolo che negli ultimi anni ha avuto Gheddafi, e come sapevano ancor prima dei generali italiani, inglesi e tedeschi, i generali dell'Antica Roma. Lo sbarco sulle coste libiche è a tutti gli effetti l'apertura della porta sull'Africa. Quell'Africa diventata negli ultimi anni per gli Usa meta di conquista in una feroce competizione con l'altra grande potenza in espansione nel continente nero, la Cina. Una pervasiva presenza, quella cinese, che si è per altro materializzata davanti ai nostri occhi proprio quando all'inizio delle tensioni contro Gheddafi la Cina ha evacuato decine di migliaia di suoi concittadini al lavoro in Libia. Anche questo è in fondo un obiettivo della seconda generazione di clintoniani: la prima campagna d'Africa Americana fu iniziata e fu persa proprio dal primo Clinton, Bill, con la sua sfortunata operazione «Restore Hope» in Somalia. Chissà se ora un secondo Clinton, Hillary, non voglia vedere vendicato anche quel fallimento.

 

Il segretario Onu Ban ki Moon aggredito da filo-Gheddafi

IL CAIRO - Il segretario generale dell'Onu Ban ki Moon è stato aggredito in piazza Tahrir al Cairo da manifestanti filo Gheddafi. Secondo quanto riferito da un giornalista della France presse, circa 50 sostenitori di Gheddafi hanno circondato Ban ki Moon, costringendolo a ripararsi nella sede della Lega araba. E' illeso. Il segretario generale del Palazzo di vetro ha incontrato al Cairo il segretario generale della Lega Araba, Amr Mussa. Per Ban ki Moon, che ha rilasciato una dichiarazione ai media prima dell'aggressione, «Il forte impegno della Lega Araba» per proteggere i civili in Libia «ha reso possibile l'adozione della risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu». «Col forte impegno della Lega Araba - ha affermato Ban Ki-Moon - la comunità internazionale è stata in grado di prendere misure decisive per proteggere i civili che il colonnello Gheddafi sta uccidendo ed attaccando, una situazione considerata totalmente inaccettabile e condannata da tutto il mondo». Il segretario generale dell'Onu ha rinnovato il suo appello per un immediato cessate il fuoco in Libia e l'impegno delle Nazioni Unite a mettere fine alle ostilità e a portare gli aiuti umanitari alla popolazione.

 

Lampedusa insorge: "No alle tendopoli" - Niccolò Zancan

LAMPEDUSA - Poi verrà un giorno in cui di tutto questo ci dovremo vergognare. Vergognarci di aver lasciato solo Hamid dopo 38 ore in mezzo al mare, con soltanto una felpa addosso. Tremava come sull'orlo di morire, due infermieri l'abbracciavano ma non bastava. Allora uno dei due - grosso e con i capelli bianchi - si è sdraiato sopra di lui e sul cemento della banchina del porto, non avendo altro per scaldarlo. Erano le 11 di ieri mattina, altri 320 immigrati stavano sbarcando. Li contavano in fila per tre, ordinati. E qualcuno sorrideva e faceva il segno di vittoria, se ne aveva la forza, perché ancora non aveva capito cosa lo stesse aspettando. Tutto già successo, già raccontato, enorme e senza risposte. Basterebbero gli aggettivi dei compassati documentaristi della Bbc, che da una settima stanno seguendo ogni ombra di Lampedusa, per spiegare come ci vede il resto del mondo. «Pazzesco». «Assurdo». «Disumano». «Ma perché non viene nessuno?». Come se davvero i collegamenti con l'Italia fossero interrotti. Succede che alle 8 di sera vengono avvistati altri otto barconi. Si annuncia l'ennesima notte al freddo a distribuire tozzi di pane e cartoni di latte, le ultime scarpe da ginnastica made in China. Ormai si accucciano anche sotto i rimorchi dei camion, ovunque. C'è mare, vento, freddo, tutti i ragazzi arrivano fradici. I tunisini sono più di 4000 mila. L'isola sta esplodendo. E mentre succede tutto questo, va in scena la manifestazione dei lampedusani contro lo sbarco della tendopoli. Anche loro lasciati soli. Dalle 9 di mattina bloccano la strada di accesso al porto. La stessa di Hamid. La bloccano perché non vogliono che dal traghetto Siremar scenda il tir con sopra le prime 37 tende che dovrebbero comporre il campo di emergenza, nella zona della vecchia base militare. Hanno il terrore che quelle tende restino qui per sempre. Paura di giocarsi la stagione turistica. In prima fila, davanti ai carabinieri in tenuta antisommossa, ci sono Pina, Patrizia, Angela e Maria Luisa. Sedute di traverso occupano tutta la strada. Non passa nessuno. Dietro di loro, il paese si dà il cambio. Così la scena è paradossale: in porto continuano ad arrivare vecchie carcasse di pescatori africani, ma non parte l'unica nave italiana che collega Lampedusa all'Europa. Il sindaco Bernardino De Rubeis cerca di condurre la trattativa. La protesta arriva al Governo. Telefona il ministro di Grazia e Giustizia, Angelino Alfano. Il sindacotorna indietro con delle rassicurazioni: «Mi hanno assicurato che si terrà un Consiglio dei Ministri straordinario, forse già domani. Lampedusa sarà una zona franca, avremo sconti sulle tasse, il territorio riceverà ristoro, faranno una campagna televisiva per promuovere il turismo. Metteranno anche una nave in mezzo al mare per la prima accoglienza. E da domani incominciano le partenze: 300 al giorno. Ma quelle 37 tende devono sbarcare». Lo aggrediscono, quasi lo insultano: «Non ci fidiamo, basta promesse! Noi non ci muoviamo da qui». Poi va in scena quello che viene definito il ricatto del pesce. «Se non accettiamo le tende, il traghetto non porta il nostro pescato al mercato». Ma anche il rischio economico non fa cambiare opinione ai lampedusani. Così alle 9 di sera la situazione è la stessa delle 9 di mattina. Sbarchi e tensione. Va detto che gli agenti stanno facendo il massimo per tenere la situazione sotto controllo, come gli operatori della Croce Rossa e di Medici Senza Frontiere. Ma è una tragedia molto più grande di loro. In tutta questa solitudine si perdono migliaia di storie. Come quella di Wissem Alayat, arrivato da Parigi in cerca di suo fratello: «L'ho sentito lunedì notte al telefono, era in mare. Felice, mi ha detto di salutare papà. Che ci saremmo visti presto. Ma l'attimo dopo ho sentito delle grida, panico a bordo. Il telefono staccato». Wissem Alayat è qui perché ha saputo che i pescatori di Lampedusa giovedì mattina hanno raccolto due cadaveri in mare. Vorrebbe vederli, ma finora non c'è riuscito. Gli hanno detto che le bare sono sigillate. Si è dovuto accontentare della descrizione dei corpi stilata dal medico legale. Uno dei due è di età compatibile, ma indossava calze per vene varicose. Wissem Alayat non ha ancora capito se sia ciò che resta di suo fratello Jaouher. Intanto da due giorni sta riprendendo con una piccola telecamera tutto quel che vede. Ha dormito nel centro di accoglienza come un profugo, ammassato con più di duemila persone. «Io devo mostrare l'Italia ai tunisini - spiega -, devo andare a fargli vedere come vengono accolti qui. Loro partono convinti di trovare il paradiso, ma finiscono peggio dei cani».

 

Il primo robot entra in azione a Fukushima, rileva le radiazioni - Federico Guerrini

E alla fine, in soccorso degli umani arrivarono loro, i robot. Sembrava impossibile che proprio in Giappone, nella patria degli automi impiegati un po' in tutti i campi, dal lavoro all'intrattenimento, non si fosse pensato di utilizzarli anche per alleviare le fatiche e i rischi per la salute dei tecnici e degli operai che stanno cercando di contenere i danni alle centrali nucleari. Il quotidiano nipponico Asahi Shimbun riferisce che un Minirobo - un robottino dotato di quattro videocamere, sensori di temperatura e umidità, un segnalatore di radiazioni e un braccio meccanico per raccogliere materiale e rimuovere eventuali ostacoli - è stato inviato alla centrale di Fukushima dal Nuclear Safety Technology Center (Nustec), l'ente governativo che si occupa della ricerca e della prevenzione dei rischi relativi al nucleare. Il Minirobo, alto circa 1 metro e mezzo e pesante circa 600 chili, viene costruito in varie versioni; quello inviato a Fukushima è del tipo "rosso", che serve a rilevare il livello di radiazioni di un dato ambiente. Nei prossimi giorni dovrebbe giungere sul luogo dell'incidente anche la versione "gialla", utilizzata per monitorare i gas infiammabili e prelevare campioni di polvere da analizzare. Si attendono comunque conferme ufficiali dell'impiego dei Minirobo, dopo che nei giorni scorsi si è assistito a un balletto di dichiarazioni e smentite da parte, rispettivamente, di un funzionario del Ministero della scienza, che sosteneva che degli automi fossero già operativi, e di un portavoce del Nustec, che lo aveva subito contraddetto. C'è attesa anche per quanto riguarda la messa in opera di altri tipi di robot, come quelli "a serpente", macchine snodabili in grado di infilarsi fra le macerie e di inviare immagini in tempo reale ai soccorritori su quanto captano i loro occhi robotici, e quelli "sommozzatori", usati per controllare lo stato delle infrastrutture finite sott'acqua. Quattro team composti da ricercatori universitari degli atenei di Chiba, Kyoto, Tohoku e Nagaoka, si sono subito messi a disposizione delle autorità, assieme alle loro ultime invenzioni meccaniche per aiutare le operazioni di ricostruzione e due di essi sono già all'opera nella prefettura di Chiba (a est di Tokyo) e in quella di Aomori. La lentezza nell'impiego di automi per le azioni di soccorso ha comunque suscitato la perplessità di molti commentatori; e a buon diritto, considerato anche che, dopo un incidente all'impianto di preparazione di combustibile nucleare di Tokaimura, nel 1999, ne erano stati progettati diversi modelli. "Ma non ne è stato proseguito lo sviluppo - ha spiegato il professor Satoshi Tadokoro dell'Istituto Internazionale per i Sistemi di Soccorso, ai colleghi della Texas A&M University - perché le compagnie che costruivano gli impianti asserivano di non aver mai avuto incidenti e che le loro centrali erano sicure". È un problema comune non solo al Giappone: si corre ai ripari subito dopo un'emergenza, sull'onda dell'emotività, salvo poi tornare alle vecchie abitudini una volta che le luci dei riflettori si sono spente. Anche se una catastrofe di queste proporzioni era davvero difficile anche solo da concepire.

 

Tokyo, la normalità nonostante tutto - Roberto Giovannini

TOKYO - Quando un po' di gente (magari tanta) va via da una megalopoli di 36 milioni di abitanti, questa città non si svuota, no. Non è un deserto. Non è in agonia. Provare per credere: domenica pomeriggio, ore 17 appena suonate, al celeberrimo incrocio diagonale di Shibuya, davanti alla stazione omonima, a pochi passi dalla statua del fedelissimo cane Hachiko. Quando scatta il verde per i pedoni, è come se si muovesse tutta insieme una sconfinata marea umana, una folla allegra di passanti. Centinaia e centinaia di ragazzi con i capelli lisci, ragazze con calze a mezza coscia e scarpe improponibili, impiegati, donne, turisti. Chi parla al telefono, chi chiacchiera, chi confronta i reciproci look, chi fuma nelle limitatissime aree dove si può. A fiumane si infilano nei negozi rigurgitanti gente, a guardare provare comprare ogni sorta di abito, accessorio, gadget. Dentro il palazzo dello «Shibuya 109» - il tempio di tutte le mode più pazze e bizzarre immaginabili rivolte alle teenager (vere o presunte) - non si riesce quasi a camminare. No, questa non è una città in agonia, come sensazionalisticamente descrive (sbagliando) chi conosce poco una città complessa come Tokyo, che forse non ha l'eguale nel mondo. Una città dove tanti si fidano delle rassicurazioni delle autorità. Dove tanti, con evidente «tigna», vogliono dimostrare al resto del mondo di non aver paura. Dove si continua a fare tutto come sempre: il venditore di yakitori resta all'angolo della strada a vendere i suoi spiedini di carne nelle viette del quartiere di Asakusa; il ferroviere dello Shinkansen fa l'inchino prima di controllare i biglietti di un vagone; la commessa del grande negozio di moda di Ginza saluta i nuovi arrivati con il suo eterno «sumimasen». E poi la verità è che la stragrande maggioranza dei tokyoti non può andarsene. È costretta a rimanere in città. Anche i più preoccupati mettono in mezzo i genitori o i parenti anziani per spiegare che devono restare. E dunque anche in una giornata come quella di ieri, con le nuove notizie sull'evidente e progressivo aumento della contaminazione dell'acqua, alla fine gli abitanti della metropoli possono solamente continuare la loro vita quotidiana il più tranquillamente possibile. Come se fosse una giornata di metà marzo come tante,in bilico fra inverno e primavera. I campioni continuano a mostrare una progressione che non rassicura: l'acqua di rubinetto in città è passata dai 1,5 becquerels per chilo di iodio-131 (la soglia di tollerabilità stabilita per legge e considerata «accettabile» è di 300 becquerels) a 3. Sono comparse anche tracce di cesio; quel che è peggio è che i dati sono particolarmente negativi nelle prefetture a Nord di Tokyo, Ibaraki, Gunma e Tochigi. I valori sono sempre molto inferiori a quelli pericolosi, va detto. Ma intanto la schifezza radioattiva sputata dalla centrale c'è. Se non altro, ieri (giorno al centro di tre giorni di ponte) non ci sono stati tagli di corrente o restrizioni ai trasporti, visto che industrie e aziende sono per lo più chiuse per festa. Certo, contro il cesio e lo iodio nell'acqua a poco servono le onnipresenti mascherine di garza che portano (quasi) tutti quando escono. Un'abitudine che nasce dal desiderio (tipicamente garbato e giapponese) di chi ha pure un banale raffreddore di non passare ad altri i suoi germi. E anche dalla paura di ammalarsi, paura che le passate epidemie di Sars e di influenza aviaria hanno generalizzato. Anche chi beve acqua imbottigliata dovrà lavarsi, c'è poco da fare. Ieri, in uno scenario un pochino paradossale per noi europei, sempre nel quartiere di Shibuya si è tenuta una manifestazione antinucleare, anche se in realtà nell'agenda dei promotori (sindacati di sinistra e gruppi studenteschi) c'erano la lotta contro la guerra e il capitalismo. Assenti, per scelta, i gruppi antinucleari ed ecologisti più organizzati, come il Cnic e il Wwf, che sostengono si tratti di iniziative nefaste per la causa, che comunque aumenta consensi. Circa un migliaio di persone, tanti stendardi con scritte, fischietti, tamburi. Paradossale per noialtri, perché il corteo formatosi vicino allo Stadio Olimpico nel parco di Yoyogi prima ha aspettato il semaforo verde e il via libera dei vigili per uscire dal parco. Poi, i manifestanti con grandissimo ordine e compostezza - sempre scandendo slogan contro l'energia nucleare e il governo Kan e per chiedere aiuti per i terremotati - si sono limitati a occupare la corsia preferenziale per i mezzi pubblici, vigilata da un numero inverosimile di agenti, molti in borghese. Per cui, da una parte le macchine continuavano a passare. Dall'altra, sui marciapiedi del distretto di Shibuya e di Harajuku, i ragazzi abbigliati di tutto punto gettavano uno sguardo un po' distratto, scattando foto con i loro smartphone.

 

La fecondazione assistita diventa peccato - Giacomo Galeazzi

CITTA' DEL VATICANO - La fecondazione assistita è peccato». Rientra negli «atteggiamenti peccaminosi nei riguardi dei diritti individuali e sociali». Accanto ai tradizionali vizi capitali si affacciano nuove forme di peccato e non sempre i preti sono preparati ad affrontarle. Manipolare la vita in qualunque forma contrasta con l'amministrazione di un sacramento, la confessione, che negli ultimi tempi non gode di grande popolarità tra i fedeli, ma che la Chiesa vuole invece rilanciare. Delle nuove forme di peccato e della maniera giusta per affrontarle si occupa da oggi il corso sul foro interno organizzato per 750 sacerdoti dalla Penitenzieria apostolica, il dicastero vaticano dei «problemi di coscienza». «Oggi - afferma il vescovo reggente della Penitenzieria Apostolica, Gianfranco Girotti - ci sono nuove forme di peccato che prima neanche si immaginavano. Le nuove frontiere della bioetica, innanzitutto, ci mettono di fronte ad alterazioni moralmente illecite e che riguardano un campo molto esteso». Il caso più frequente è rappresentato dal «ricorso ad alcune tecniche di fecondazione artificiale, quale la Fivet, cioè la fecondazione in vitro, non moralmente accettabili». Il vescovo Girotti, infatti, chiarisce che il concepimento «deve avvenire in modo naturale tra i due coniugi», mentre la fecondazione assistita può comportare di per sé un altro «fatto non lecito» e cioè «il congelamento degli embrioni» che «sono persone». Davanti alle sfide bioetiche il Vaticano punta sull'aggiornamento per confessori e detta nuove linee-guida per i sacerdoti alle prese con i nuovi peccati sociali, ossia violazioni bioetiche come il ricorso alle tecniche di fecondazione assistita e il controllo delle nascite, esperimenti di dubbia moralità come la ricerca sulle cellule staminali e gli studi sul Dna, l'abuso di droghe, inquinare l'ambiente, contribuire all'acuirsi della disparità fra ricchi e poveri, l'eccessiva ricchezza. Tutto il campo delle manipolazioni genetiche, che sempre più si affacciano all'orizzonte, anche a causa dei processi di globalizzazione, «rappresenta un terreno insidioso», sottolinea il Reggente del supremo tribunale della Chiesa per il foro interno (cioè il dicastero dei peccati). E aggiunge: «Oggi si offende Dio non solo rubando o bestemmiando, ma anche con azioni di inquinamento sociale, rovinando l'ambiente, compiendo esperimenti scientifici moralmente discutibili». C'è poi anche la sfera dell'etica pubblica dove pure entrano in gioco nuove forme di peccato come la frode fiscale, l'evasione, la corruzione. «È impressionante oggi il fenomeno della indifferenza che esiste nei confronti della confessione - osserva il vescovo Girotti -. Attualmente nella Chiesa la posizione di questo sacramento non è delle migliori né sul piano della pratica né su quello della comprensione, mentre, tra i fedeli, si va affievolendo la coscienza del peccato». Per questo, evidenzia il ministro vaticano dei peccati, «la Santa Sede, specialmente attraverso la Penitenzieria, si fa carico dell'impegno di approfondire e valorizzare il sacramento della misericordia e della penitenza» istruendo in particolare i «giovani sacerdoti». Inoltre, la Santa Sede «vuole dare lo strumento perché prendano piena consapevolezza del grande impegno che loro hanno». Si allunga, dunque, la lista dei peccati mortali condannati dalla Chiesa cattolica. Ai tradizionali richiami contemplati nei dieci comandamenti, si aggiungono le nuove forme del peccato sociale. Urge rilanciare il sacramento della confessione in crisi da anni: ormai il 60% dei credenti non si confessa più, secondo una ricerca condotta dall'Università Cattolica del Sacro Cuore, sottolineano alla Penitenzieria Apostolica. In confessionale i sacerdoti sono chiamati ad affiancare al tradizionale perdono cristiano, l'attenzione alle nuove forme di peccato che si sono affacciate all'orizzonte dell'umanità quasi come corollario dell'inarrestabile processo di globalizzazione, in quanto «si offende Dio, non solo rubando, bestemmiando o desiderando la donna d'altri, ma anche rovinando l'ambiente, facendo esperimenti scientifici moralmente discutibili, dando vita a manipolazioni genetiche per alterare il Dna o compromettere l'embrione. Compie peccato chi si droga e spaccia e chi evade le tasse e chi, avendo responsabilità socio-politiche, provoca ingiustizie, povertà o eccessivi accumuli di ricchezze destinati a pochi.

 

Corsera - 21.3.11

 

Caccia a Gheddafi, ma senza ammetterlo - Guido Olimpio

WASHINGTON (USA) - Muammar Gheddafi è un bersaglio che cammina? Gli americani, con il segretario alla Difesa Robert Gates e i vertici militari, lo hanno escluso: non stiamo dando la caccia al raìs. Il ministro della Difesa britannico Liam Fox, invece, ha lasciato aperto questo scenario. Intanto sulla caserma-bunker, un insieme di edifici e rifugi sotterranei, sono arrivati nella notte nuovi missili da crociera. Una palazzina è stata distrutta. Una fonte statunitense ha precisato alla Cnn: il raid aveva come obiettivo una struttura di comando e controllo ospitata all'interno del complesso di Bab Al Aziziya. Nel dubbio, Gheddafi ha preso le sue precauzioni. C'è abituato. Nel'86 si è salvato dal raid lanciato da Ronald Reagan grazie alla fortuna e ad una soffiata (si dice degli italiani). Oggi è più complicato perché non si tratta di un'azione isolata ma di un lunga campagna. Le armi sono più letali. E così non si è fatto vedere in giro. Sabato e domenica ha persino evitato di apparire in tv e si è affidato a messaggi audio. Un po' come Bin Laden. I funzionari del regime non hanno perso tempo a portare i giornalisti sul posto dopo l'attacco perché potessero vedere quello che accaduto. I calcinacci, le devastazioni, i rottami del missile sono prove di quello che sta facendo la coalizione. Con il pretesto della no fly zone - afferma Tripoli - cercano di eliminare il nostro leader. E forniscono elementi a quanti sulla scena diplomatica - la Lega araba, i russi, i cinesi - denunciano un uso sproporzionato della forza. Critiche che danno a Gheddafi qualche speranza. Se resisto - è la sua scommessa -, prima o poi la coalizione dovrà fermarsi. La risoluzione Onu sulla Libia non prevede l'eliminazione del leader, anche se è un dittatore sanguinario. La storia della regione è intrisa di violenza, c'è la possibilità che un capo sia ucciso in un attentato o da una congiura di palazzo. Difficile prevedere le reazioni se Gheddafi fosse liquidato da un missile alleato. Tanti farebbero festa, pochi piangerebbero ma vi sarebbe qualcuno pronto a sfruttare il «martire Muammar». Al tempo stesso, nel caso che la crisi dovesse finire in uno stallo, potrebbe esserci la tentazione di farla finita decapitando un regime incarnato da un solo uomo.

 

Crisi libica, sale il livello di allerta. Vigilanza speciale per le moschee

Rinaldo Frignani

ROMA - Gli aeroporti, le ambasciate, i monumenti frequentati da migliaia di turisti, i luoghi di culto. Moschee comprese. Potenziali obiettivi di azioni terroristiche, di ritorsioni contro le rappresentanze dei Paesi della coalizione internazionale anti-Gheddafi. Il Viminale ha innalzato il livello di allerta interna. Roma si è adeguata, con un'ordinanza del questore Francesco Tagliente, che è già operativa. E così proprio domenica pomeriggio gli agenti delle Volanti hanno fermato alcune persone ritenute sospette attorno alle recinzioni dell'aeroporto di Fiumicino. Scattavano fotografie agli aerei in decollo e in atterraggio, e sono state segnalate dagli automobilisti. Un falso allarme, come si è rivelato al termine dei controlli, che tuttavia conferma il rafforzamento della vigilanza in luoghi considerati a rischio. Come nelle ambasciate di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Canada, Belgio e Danimarca, dove la sorveglianza è stata aumentata, e anche fuori dalle moschee, prima fra tutte quella più grande sotto Monte Antenne, inserite con i varchi di frontiera nella circolare inviata dal Capo della polizia, prefetto Antonio Manganelli, al questore e al prefetto Giuseppe Pecoraro. L'«intelligence», insieme con gli apparati di polizia e carabinieri, controlla soprattutto gli ambienti considerati vicini ai movimenti estremisti islamici già presenti sul territorio nazionale. «Cellule» dormienti almeno fino a oggi, che potrebbero essere attivate per compiere azioni nella capitale italiana e della cristianità. Per questo motivo anche attorno al Vaticano e alle principali basiliche è stato potenziato il dispositivo di controllo, specialmente in vista della Pasqua e della beatificazione di Papa Wojtyla fra poco più di un mese. La situazione preoccupa anche il sindaco Gianni Alemanno, che domenica pomeriggio ha fatto telefonicamente il punto con il questore Tagliente, per essere messo al corrente del livello di prevenzione cittadina. «Non esistono specifici motivi di allarme per gli obiettivi sensibili di Roma - spiega Alemanno - ma è comunque necessario innalzare il livello di sicurezza in città, sede di ambasciate e istituzioni. Roma Capitale - aggiunge il sindaco - resta in stretto contatto con Prefettura e Questura per monitorare l'evolversi della situazione». Sulla questione dell'accoglienza ai profughi nordafricani interviene invece la presidente della Regione Renata Polverini. «In questo momento il Lazio è già impegnato su fronti diversi, come i preparativi per la beatificazione di Papa Wojtyla e l'accoglienza dei pellegrini - sottolinea - martedì ci sarà l'incontro fra le Regioni per parlare dei flussi di profughi libici. Quello che sta accadendo - conclude la Polverini - è un evento che speravamo non avesse dimensioni così importanti».

 

In questa guerra gli italiani rischiano di più - Angelo Panebianco

Abbiamo fatto la cosa giusta, l'unica possibile, aderendo alla «coalizione di volenterosi» impegnati, dietro mandato Onu, a bloccare l'azione di Gheddafi contro i ribelli di Bengasi. E sicuramente faremo bene a partecipare con tutti i nostri mezzi a questa azione internazionale. Non potevamo di certo tirarci indietro. Impedire a Gheddafi di fare un bagno di sangue in Cirenaica è sacrosanto. Ciò premesso, qualche chiarimento in più lo dobbiamo a noi stessi, al Paese. Perché le guerre, come osservava giustamente Alberto Negri sul Sole 24 Ore di ieri, si sa come cominciano e non si sa come finiscono. E se anche l'opinione pubblica, forse, non lo ha ancora pienamente realizzato, siamo in guerra. In una guerra, per giunta, di cui non sono chiare le finalità e gli sbocchi possibili. Poiché è noto che i soli bombardamenti sono di rado risolutivi per vincere una guerra, e manca al momento qualsiasi copertura legale internazionale per una azione di terra contro le forze di Gheddafi, sembra evidente che l'impegno occidentale in corso ha un obiettivo di minima e uno di massima: quello di minima è impedire a Gheddafi di sopraffare l'intera Cirenaica. Una azione occidentale «di successo» potrebbe allora sancire la definitiva divisione della Libia in due tronconi. Non possiamo non chiederci se a noi italiani converrebbe un simile esito. L'obiettivo di massima, a quanto si capisce, è infliggere così tanti danni alle forze militari di Gheddafi da spingere le tribù che lo sostengono a «scaricarlo», consentendo così la riunificazione del Paese. Sarebbe un risultato eccellente (un vero, pieno successo della coalizione occidentale) ma è difficile negare che se quello è l'obiettivo, allora si tratta di una scommessa ad altissimo rischio. Cosa faranno in realtà i gruppi che sostengono Gheddafi nessuno oggi può saperlo. Si tenga poi conto del difficilissimo contesto internazionale: la Russia, dopo essersi astenuta sulla risoluzione 1973, ha ora assunto una posizione duramente ostile all'intervento occidentale. Anche la Cina è ostile ma più cauta. La Lega araba, il cui assenso aveva consentito agli Stati Uniti di rompere infine gli indugi e di passare all'azione, ora critica i bombardamenti ritenendoli al di là degli obiettivi della costituzione di una no-fly zone. Il che riflette il fatto che il mondo arabo è spaccato, diviso fra i nemici di Gheddafi e quelli che, come la Siria, l'Algeria e il Sudan, lo appoggiano. Il modo in cui il mondo occidentale si è mosso fin dall'inizio in questa vicenda solleva molte perplessità. Obama ha rivelato, con le sue oscillazioni nelle settimane che hanno preceduto l'intervento, una irresolutezza strategica imbarazzante: il leader del mondo occidentale non dovrebbe permetterselo. L'Europa ha fatto come al solito nei momenti di crisi: è andata in pezzi. La Germania non è il Lussemburgo e il fatto che si sia tirata fuori chiarisce definitivamente che l'Europa non dispone di una leadership all'altezza della gravità delle sfide. Anzi, non dispone di una leadership, punto. La Francia ha fatto il suo gioco: la Grandeur ha sempre un certo fascino per i francesi e Sarkozy aveva bisogno di riprendersi un po' della popolarità perduta. Ieri in Francia si sono tenute delle importanti elezioni cantonali (quando si dice le coincidenze), un test cruciale in attesa delle prossime presidenziali. Fare la guerra per spingere i concittadini a stringersi around the flag (intorno alla bandiera) è uno stratagemma classico della più classica realpolitik. La causa è nobile (salvare uomini dallo sterminio) e inoltre, il che non guasta, in Libia c'è la prospettiva di un grosso «bottino»: chi farà i migliori affari con gli insorti a guerra conclusa? Per la Francia, come per la Gran Bretagna, i rischi di guerra sono più che compensati dai possibili guadagni. L'Italia, invece, è in tutt'altra situazione. Noi siamo quelli che rischiano di più. Non solo economicamente ma anche fisicamente. Siamo il Paese più vicino e il più esposto alle ritorsioni. Per carità di patria sorvoliamo sulle contorsioni fatte in questi giorni dal nostro governo (e speriamo anche che rientri il dissenso, che non conviene a nessuno, della Lega). Limitiamoci a riconoscere che noi avevamo, e abbiamo, obiettivamente, fra gli occidentali, la posizione in assoluto più difficile. Il calcolo costi/benefici è diverso per l'Italia e per la Francia. Il che obbliga anche chi, come chi scrive, è favorevole alla nostra presenza nel conflitto, a guardare comunque con rispetto alle perplessità, tutt'altro che campate in aria, di alcuni esponenti politici (come quelle espresse dal sottosegretario all'Interno Alfredo Mantovano sul Corriere di ieri). Noi italiani non siamo abituati a pensare alla politica internazionale in termini realistici. Non è passato in fondo troppo tempo da quando più di metà degli italiani stava sempre con gli americani a prescindere e i restanti italiani con i sovietici, sempre a prescindere. Siamo impreparati a un gioco in cui dobbiamo bilanciare solidarietà con gli alleati, perseguimento, quando è possibile, di «buone cause» e attenzione ai nostri interessi. Lo fanno gli altri, dobbiamo farlo anche noi. È una caratteristica di tutte le coalizioni di guerra: gli alleati hanno una causa comune ma anche interessi non coincidenti. Mentre a francesi e inglesi importa ridimensionare la nostra presenza in Libia noi abbiamo l'interesse opposto. Dovremmo, in primo luogo, impegnarci fin da subito, a guerra ancora in corso, in un piano di ricostruzione della Libia. Su questo terreno, grazie ai nostri storici rapporti con quel Paese, abbiamo un possibile vantaggio rispetto agli alleati e dovremmo sfruttarlo al massimo. Abbiamo bisogno di riprendere l'iniziativa e siamo certamente in grado di farlo più nell'ambito economico-civile che in quello strettamente militare (ove il nostro apporto non potrà essere determinante). Dovremmo, in secondo luogo, dimostrare al nostro Paese che la classe dirigente, di governo e di opposizione, è all'altezza della sfida che abbiamo di fronte. L'importanza della vicenda libica è tale che si rende necessario un dibattito parlamentare in cui maggioranza e opposizione spieghino agli italiani i tanti risvolti (sul piano militare, sul piano economico, su quello delle minacce terroristiche, su quello relativo agli sbarchi dei profughi) che ha per noi la guerra libica e mostrino, per una volta, la più ampia concordia di intenti possibile di fronte a una così grave crisi. Abbiamo appena festeggiato i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia. Dimostriamo che non era solo retorica, che non siamo sempre divisi, come per lo più diamo l'impressione di essere, in tante «patrie» (non solo la Padania ma anche la destra, la sinistra, eccetera) che hanno in comune solo il livore reciproco, che siamo capaci, in un gravissimo frangente, di convergere intorno ai nostri più vitali interessi nazionali. Se non ora, quando?

 

Maroni promette: «Mi recherò in Tunisia per fermare le partenze»

MILANO- Sono arrivati oggi a lampedusa i primi immigrati provenienti dalla Libia. Lo ha detto il ministro dell'interno Roberto Maroni al termine del Consiglio dei ministri. Maroni ha detto che dal 1 gennaio sono arrivati 14.918 immigrati, quasi tutti clandestini, e non si possono considerare richiedenti asilo. Poi ha promesso: «Mi recherò in tunisia per fermare partenze». Il ministro ha sottolineato che con le partenze in massa dalle coste nordafricane si rischia «un'emergenza», e ringraziando per la «pazienza» i cittadini di Lampedusa ha detto che il governo esaminerà misure compensative - economiche e strutturali - per l'isola siciliana. Maroni ha aggiunto che la nave San Marco della Marina militare andrà subito a Lampedusa per evacuare un «numero significativo» di clandestini. Il ministro ha aggiunto che «per la prima volta 200 libici sono sbarcati in Italia, non a Lampedusa, ma a Catania». Poi il ministro ha dato notizia che, in seguito alla crisi libica, è stato anche deciso di intensificare l'attività informativa e investigativa per proteggere gli obiettivi sensibili, è stato convocato permanentemente il Comitato strategico di analisi antiterrorismo ed è stato intensificato il monitoraggio di soggetti che in passato hanno evidenziato contatti con il fondamentalismo islamico.

 

Yara, la Lega attacca l'inchiesta. Il procuratore: loro fanno così - Claudio Del Frate

BERGAMO - Le indagini sull'omicidio di Yara Gambirasio adesso diventano un caso politico. Dopo la sortita solitaria del sottosegretario Daniela Santanchè, che aveva criticato la gestione dell'inchiesta da parte della procura di Bergamo, stavolta è un intero partito di governo, la Lega Nord, a muovere le sue pedine per attaccare il sostanziale nulla di fatto in cui si dibattono gli inquirenti a ormai quasi 4 mesi dalla sparizione della ragazzina. Ieri la Padania, organo ufficiale del Carroccio, ha dedicato un'intera pagina per stigmatizzare i troppi «non lo so» espressi dal procuratore aggiunto Massimo Meroni nel suo recente incontro con la stampa in cui è stato fatto il punto sul caso Gambirasio. «Davanti a una folla di giornalisti - attacca il quotidiano di via Bellerio - per 23 volte il procuratore aggiunto Meroni ha risposto alle domande con "non lo so", "è possibile, ma anche il suo contrario", "non ne sono a conoscenza". Si è toccato il grottesco e i giornalisti si sono dimostrati più preparati». Il bombardamento di domande da parte dei mass media in quella circostanza era stato a 360 gradi; aveva riguardato quesiti cruciali per la soluzione del caso, come ad esempio le cause del decesso di Yara o il movente dell'assassinio, ma anche la consistenza di fantasiose ipotesi investigative affacciatesi da novembre a oggi, come la pista satanica o il significato di alcuni segni trovati sul cadavere della vittima. L'articolo della Padania riprende anche lunghi brani di una lettera spedita una settimana fa al quotidiano L'Eco di Bergamo e nella quale due appartenenti alle forze dell'ordine - che non si erano firmati - elencavano gli errori a loro giudizio compiuti in questi mesi: dualismo tra polizia e carabinieri, testimoni sentiti più volte da entrambi i corpi di polizia sulle stesse circostanze, imperizia nella conduzione delle indagini. Sempre il quotidiano leghista, poi, lamenta il mancato impiego di mezzi tecnologici più avanzati nella fase delle ricerche, come ad esempio rilievi fotografici del terreno mediante elicotteri. A ciò si aggiungano alcune oggettive battute d'arresto a cui l'inchiesta è andata incontro: le infruttuose e insistite ricerche nel cantiere di Mapello o il precipitoso arresto del marocchino Mohamed Fikri (persona rivelatasi estranea ai fatti). Alcuni di questi rilievi erano già stati mossi durante la conferenza stampa ma in quella circostanza il procuratore Meroni aveva difeso l'operato di carabinieri e polizia oltre che della titolare dell'inchiesta, la pm Letizia Ruggeri. Interpellato ieri, Meroni non ha voluto entrare nel merito delle critiche leghiste: «Non le ho lette e non intendo sparare sulla Croce Rossa», è stata la sua replica a botta calda, a cui ha fatto seguito una sottolineatura politica: «Mi stupirei se in questo momento la Lega elogiasse la magistratura; meglio evidenziare le cose che non funzionano».  Curiosamente il giallo di Brembate è il secondo caso di cronaca nera che nel giro di pochi giorni entra nel mirino delle critiche del Carroccio. La scorsa settimana Radio Padania per più giorni aveva dedicato la sua fascia di trasmissione mattutina alla critica delle indagini sulla strage di Erba che avevano portato alla condanna all'ergastolo di Olindo Romano e Rosa Bazzi. L'emittente leghista, anche in quella circostanza, aveva avanzato forti dubbi sulla validità del lavoro della procura (in quel caso quella di Como) e aveva ipotizzato che si tratti di un clamoroso errore giudiziario.

 

Idv, Tranfaglia sbatte la porta e se ne va. Scambio di accuse con Di Pietro

MILANO - «Nicola Tranfaglia? Ha tentato di ricattarmi». Così Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori intervenuto a «24 Mattino» su Radio 24 ha spiegato il perché della fuoriuscita dello storico dal partito. Tranfaglia, 72 anni, professore emerito di Storia dell'Europa, responsabile Cultura dell'Idv, ha lasciato il movimento denunciando criteri di gestione «che non hanno nulla a che fare con il merito e la competenza». Dopo Elio Veltri e Giulietto Chiesa un'altra figura di rilievo si scaglia contro la gestione «personale» del partito. «Senza nessuna spiegazione ha sospeso fino a tempo indeterminato il mio esiguo rimborso spese mensile, per improvvise difficoltà economiche», ha detto Tranfaglia in una nota. Si tratta del rimborso della Scuola nazionale di formazione fondata da Tranfaglia all'interno dell'Idv: «Di Pietro mi ha risposto che la cultura non era una priorità e che in quanto a strategia lui non aveva niente da imparare essendo l'unico insieme a Bossi, l'unico che stima in parlamento, ad aver fondato un partito. Potete immaginare quello che ho pensato». Secca la risposta di Di Pietro: «Ho in questo telefono un sms del buon Nicola Tranfaglia, a cui voglio bene e a cui rinnovo stima e affetto. Fino all'altro ieri mi diceva "senti, rinnovami il contratto" perché lui aveva un regolare contratto "perché altrimenti se non me lo rinnovi faccio un articolo in cui dico male di te". Quando si scade al tentativo di ricatto, non si scende a compromessi. Pensa un po' a 60 anni, dopo tutto quello che ho fatto, se mi faccio ricattare da Tranfaglia».

 

l'Unità - 21.3.11

 

Pdl, sul web insorge la 'base': «No alla guerra»

Interventisti a sinistra, 'pacifisti' a destra. Le parti si rovesciano. La politica cambia velocemente e così l'intervento militare in Libia riceve l'ok dalla base dei 'progressisti' del Pd e suscita dubbi tra i 'conservatori' del Pdl. Il web rivela gli umori della base dei due principali partiti italiani, sovvertendo schemi basati su tradizioni ed eredità politiche. Il governo annuncia la propria adesione alla 'coalizione dei volenterosi', e i giovani del Pdl su 'Spazio Azzurri', il blog che raccoglie gli sfoghi telematici dei berlusconiani, esprimono il loro netto dissenso. «No all'intervento in Libia! Non per vigliaccheria ma almeno per coerenza», scrive Angela. «I diritti umani non sono forse calpestati anche in Arabia, Yemen, Siria, Nigeria, Costa d'Avorio.....? Interveniamo pure lì?», fa eco un utente che si firma 'basta ipocrisie'... Non voci isolate ma un flusso web di proteste. «Cos'è sta smania di intervenire in Libia? Saranno affaracci loro interni? Anche in Yemen e Arabia sparano sul popolo, interveniamo pure là?», scrive 'mm'. 'Trio Lescano' si chiede «Che vi ha fatto Gheddafi? Ci ha dato gas e petrolio, combatte terrorismo e i clandestini. Che volete?». 'Jan' si avventura in una analisi politica e spiega che «i francesi vogliono sostituire i loro interessi ai nostri in Libia - scrive - In parole povere ai francesi i contratti petroliferi e all'Italia i clandestini». Proprio il tema dei clandestini sembra stare a cuore ai cibernauti del Pdl che 'minacciano' di «non votare più il partito» e non nascondono di essere «d'accordo con Bossi». Controcorrente c'è il solo 'Doge': «Italia come Quinto Fabio Massimo, il temporeggiatore - si legge nel suo post - Dovremmo essere in primissima linea a garantire sicurezza nel Mediterraneo, casa nostra». Il post che per tradizione politica non ti aspetti sul sito del Pdl è quello di «L'Italia aborrisce»: «L'Italia aborrisce la guerra (anche se l'articolo 11 della Costituzione scrive un più appropriato "ripudia la guerra"). Questo è scritto nella nostra Costituzione - si legge - Che cosa state facendo? Ve lo siete dimenticato? Niente guerra preventiva. Il fuoco amico uccide». La stessa tesi che alcuni simpatizzanti del Pd rivendicano sulla pagina Facebook del Partito Democratico. «Il Pd apprezza il risultato del vertice di Parigi sulla Libia», scrive l'organo ufficiale sul web dei democratici. In trenta esprimono parere favorevole all'articolo (l'icona di una mano con il pollice verso l'alto) e molti sono anche i commenti a favore dell'intervento militare. La maggior parte condivide la posizione ufficiale del Pd ma non manca il dibattito neanche nel centrosinistra. «Abbiamo sopportato tutto, dal Kosovo a Mirafiori, dal sostegno al governo Lombardo in Sicilia ad altro... adesso è troppo», scrive Salvo. «Voi 'pacifinti' non fareste nulla, sempre a favore dei prepotenti e dei regimi mai con le democrazie», gli contesta Luca mentre Marco spiega che «se non intervenivano ora in 4 giorni prendevano Bengasi e Tobruk e facevano un massacro». «Porteremo lo stesso aiuto che abbiamo portato in Iraq e in Afghanistan, ma non in Ruanda o in Palestina», controbatte ironicamente Luca. «State dicendo che era giusto lasciare Gheddafi in pace a massacrare gli insorti?», è l'interrogativo di Deborah in un dibattito che sembra destinato durare a lungo in questi giorni...

 

In coscienza e nel dubbio - Concita De Gregorio

È davvero vergognoso e indicativo della miseria autoreferenziale in cui certi soloni sono precipitati, il dibattito che si sta sviluppando in queste ore a proposito del "pacifismo a corrente alternata" della sinistra italiana: sostengono, i commentatori durissimi e purissimi, che non ci sia tanto da discutere, che si debba dire sì o no, mostrarsi coerenti e in questo caso rallegrarsi con se stessi oppure autodenunciare la propria incoerenza e di conseguenza vergognarsi. Vorrei opporre a questo tribunale in servizio permanente effettivo alcuni dati di fatto ed invitarli ad esercitare insieme a noi la pratica del dubbio, sempre auspicabile e benefica nel cammino verso la comprensione delle cose. Riprendo, nel farlo, dal punto in cui ci siamo lasciati: l'editoriale di due giorni fa, scritto alla vigilia della decisione (francese) di attaccare Gheddafi, decisione a cui il governo italiano si è prontamente accodato fornendo basi e aerei di supporto. "Siamo passati dal baciamano all'elmetto", scrivevo. Dal baciamano ai Tornado. L'amico Gheddafi in una frazione di secondo è diventato nemico. Un voltafaccia, dicevo, di cui "l'amico Muammar potrebbe risentirsi in forma personale: la categoria del tradimento, ai suoi occhi, potrebbe comprendere l'Italia intera". Quarantott'ore dopo lo ha detto in forma esplicita: italiani traditori. Dice italiani ma pensa solo a uno: al suo caro amico. Il punto mi pare ancora questo, non si scappa da qui: è tragico e grottesco vedere La Russa in divisa da guerra, su mandato del premier, sciorinare i nomi degli aerei che sta facendo decollare all'attacco del nemico. Quello stesso nemico al quale fino all'altro ieri abbiamo venduto le armi, a cui abbiamo baciato l'anello, che abbiamo fatto accampare con le sue tende nei giardini di Roma fornendogli ragazze e cavalli per il suo circo, con quale abbiamo fatto affari pubblici e privati in materia di gas e di tv, i cui soldi abbiamo chiesto per le nostre imprese, tante. Di cui abbiamo sopportato i ricatti e le minacce, con il quale abbiamo firmato un trattato vergognoso, in materia di immigrazione. Che Gheddafi fosse un dittatore sanguinario non è notizia di giovedì scorso. La sinistra tutta e questo giornale in specie, molto spesso in assoluta solitudine, ha denunciato il pericolo e la vergogna di quella "amicizia", ha chiarito la natura degli affari dei due soci, ha mostrato le foto dei centri di detenzione libici - autentici lager - ha pubblicato documenti inoppugnabili circa la violazione di diritti umani in Libia e ha chiesto che si mettesse un freno al delirio del Raìs. La politica poteva farlo con molti mezzi. Economici, diplomatici. Un ventaglio che va dall'embargo alla cessazione dei traffici più o meno trasparenti, delle compravendite e del business fino ad un'azione di pressione, di sostegno umanitario e di ponte culturale con i dissidenti al regime, oggi rivoluzionari. Non l'ha fatto: questo governo è stato l'ultimo a prendere le distanze da Gheddafi e il primo a sostenere Sarkozy. Di subalternità in subalternità, eterno vassallo, al servizio ieri del dittatore libico ieri sera, dell'assertivo francese stamani. Una prova di governo indecente. Una politica estera disastrosa. Solo affari, solo soldi. Ciò detto, il dittatore folle sappiamo che è folle - noi da molto tempo, diciamo pure dal principio - che è nemico di ogni libertà (di opinione, di stampa, di voto, di religione), che minaccia di fare strage di civili e lo farà, lo sta facendo. I ribelli sono sotto le sue bombe e implorano aiuto, chiamano il mondo, ci invocano di non lasciarli soli a morire: la vendetta del Raìs, se dovesse piegare la rivolta, sarà (sarebbe) feroce. Ci è chiarissimo che le ragioni autentiche dell'intervento militare in Libia non sono di natura umanitaria: le ricchezze energetiche, gli assetti di potere dei blocchi mondiali, persino l'ansia da prestazione del presidente francese. Tutto chiaro. E l'articolo 11 della nostra Costituzione, e il diritto all'autodeterminazione. Ma il rispetto della sovranità nazionale della Libia e il ripudio della guerra come si sposa, nelle coscienze durissime e purissime, con l'invocazione di aiuto rivolta proprio a noi da quella gente su cui Gheddafi reclama il diritto di disporre facendone se crede, visto che è roba sua, carne da macello? Non si doveva arrivare alla guerra: giusto. Bisognava combattere Gheddafi prima e con altre armi: sacrosanto. Lo chiediamo da anni. Questo governo invece lo ha trattato da statista e ha occultato i suoi crimini. Oggi lo combatte, ed è un voltafaccia disgustoso. Spara contro le armi che gli ha venduto. E noi, la sinistra, ora che le vittime della dittatura hanno aperto i cancelli dei lager che abbiamo denunciato e sono in piazza sotto le bombe a dirci aiutateci - ora che la guerra al Raìs è cominciata, insomma, e certo non l'abbiamo scatenata noi - cosa dovremmo fare, davanti a quel popolo? Parlargli di principi mentre il despota li massacra, rimboccarci le coperte e andare a letto? Lasciar fare ai francesi e agli inglesi, che ci pensino loro? Odio la guerra, e la ripudio. Odio essere rappresentata da un capo del governo che non conosce il principio di responsabilità, la diretta conseguenza delle sue stesse azioni, e che cambia alleanza in favore del vento. Vorrei che l'Italia fosse un paese dignitoso, vorrei che sapessimo tutti assumere decisioni difficili: dubitando e poi decidendo, limitando al massimo i danni. Vorrei stare dalla parte di chi ha bisogno con gli strumenti che servono, con senso della misura e del limite, senza offendere e senza ipocrisia, sporcandoci le mani come sempre accade quando si tratta di metterle nel sangue e nel fango dei feriti. Che le mani pulite sono una colpa se qualcuno sta morendo qui accanto. Certo coi Tornado è difficile. Sono giorni orribili ma bisogna starci dentro. Non so dire come, lo impareremo. Certo nessuno, nemmeno chi si sente in salvo nel suo tribunale dispensatore di sentenze, potrà restarne fuori. [...] segue a pag.5

 

(auto)Disastro Berlusconi - Silvia Ballestra

Che non si debba "sconfiggere Berlusconi per via giudiziaria" lo sentiamo dire da anni, da destra, e da (qualche) sinistra. Siccome inizia in questi giorni la stagione dei processi al premier, propongo di sospendere il giudizio e di occuparci, invece, delle grandi realizzazioni di quest'uomo. E per valutare serenamente la sua opera senza timore di essere accusati di faziosità, usiamo pure la sua propaganda. Sul sito del Pdl, chi abbia voglia, troverà un interessante opuscolo. Titolo: due anni di governo, trentadue paginette che sono un perfetto manuale dell'autogol. Vi si legge che il governo ha salvato la cultura. Oppure che ha fatto molto per la famiglia (e c'è il sottosegretario con delega alla famiglia che minaccia di levare il disturbo). Oppure c'è il terremoto in Abruzzo ("una casa per tutti a tempo di record", sic). E poi le chicche imperdibili: i peana trionfalistici per "Il ritorno al nulceare" ("energia pulita che non inquina", c'è scritto), per non dire della gloriosa politica estera, con tanto di foto ufficiale di Berlusconi e Gheddafi, lo stesso che adesso andiamo a bombardare. Non è la foto del baciamano, questo no, ma uno scatto più solenne, una faccenda tra statisti. Basta, troppo facile cogliere fior da fiore. L'opuscoletto ha 32 pagine e sembra, a vederlo ora, con i ministri che dicono no al nucleare e con gli aerei che bombardano l'amico Gheddafi, il catalogo di un fallimento politico di dimensioni colossali, spiattellato, descritto e documentato come nemmeno il più acerrimo oppositore avrebbe saputo fare. Il grande comunicatore, forse, comunica un po' troppo: chi ci spiega meglio di tutti il disastro Berlusconi? Berlusconi, ovvio, ghe pensi mi.

 




Data notizia21.03.2011

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