Contattaci Rss

Editoriale di fine anno: "Vorrebbero abituarci alla retrocessione"


Vorrebbero abituarci alla retrocessione!

Retrocessione: questa formula senza alcuna inventiva non descrive una staticità di sistema. E’ competitività nell’export, tutto turismo, flessibilità nel lavoro, ma anche saccheggio e meno tasse per i ricchi.

E i poveri come trattarli? Pelosamente, umili, indagati, riconoscenti per quel poco elargito, che è meglio di niente, no?

Sul resto è retrocessione nel welfare – o non c’è un’altra parola meglio di questo inglese?! Liste d’attesa strabilianti (puoi morire nel frattempo), superticket, paghi quasi tutto, epperò versi!

Ma anche dell’altro se ne parla: ah i giovani, ah il meridione, ah i terremotati!

Sì, lo schema non è originale, roba già letta nella miglior scienza economica con una complicanza, ma anche questa anticipata in altre fasi moderniste. L’innovazione, la velocità, l’interconnessione, la sostituzione con le macchine, la riduzione del lavoro vivo, l’ipersfruttamento della natura – come appropriazione di un ceto opulento e tracotante, che vuole tutto e pagare quasi nulla.

E’ fatalità abituarsi a vivere nel cono d’ombra proiettato dai padroni della vita e della morte?

Non sto drammatizzando: perché comunque i servi vanno alimentati, compianti quanto basta, ma soprattutto devono essere convinti della loro organica subalternità.

Sarà possibile? Lo si tenta contro il resto dell’umanità.

Eppure i signori ringhiano, non sopportano le avvisaglie ribelli. Pensate allo sciopero per Amazon!

O alla ribellione dei medici ospedalieri, o al rigetto dei tassisti, ma anche al ricorso di Emiliano sull’Ilva. Digrignano e fanno squadra, nei talk show, nei commenti editoriali, con plotoni di pennivendoli immediatamente solidali con il moderno.

Sì, essi temono l’insubordinazione di massa, l’esorcizzano, la descrivono come fuori dalla storia dell’evoluzione umana; ma non sicuri della propria potenza.


Tutto questo lo sto scrivendo il giorno dopo lo scioglimento delle Camere con  il narcodiscorso del Presidente semprevivo. Volevo prenderlo di petto, contestare la sua rassicurante narrazione (sì, è stata come Il Racconto di Natale attorno al ciocco crepitante). Volevo dire qualcosa sulla legge elettorale – la semi-truffa con il semi-mattarellum. Ma anche sul Renzi, il suo disvalore elettorale, che non sanno come trattarlo, lui che vuole ancora primeggiare. Ma incombeva la prima parte di questo editoriale in progress. E mi sospinge ancora: basta una sequenza di rivolte? Non bastano ma senza le grandi rivolte non si esce dall’angolo; sono forma e sostanza, scuotono, contagiano, aprono dei varchi. Ma quali? Che siano inter-classisti o solo di una parte oppressa? Oggi, come gli stessi termini trasmutano di senso! Il moderatismo era sinonimo di indifferenza, oggi è sobrietà universalista; la coalizione dei diversi era opportunismo, ora sarebbe patto strategico.

Certo, non mi riferisco solo all’Italia … e nemmeno solo agli occidentali e neanche solo ai rossi con le tante gradazioni.

Al nostro voto mancano poco più di due mesi; non so come ci si arriva, con  quali aggiustamenti linguistici, che non sono poca cosa! Può vincere chi è semplice ma non banale, chi è capace di intercettare un senso comune sottotraccia, che è tenace anche nelle condizioni di maggiore oppressione. E’ il senso comune che circola negli stessi paesi africani, dove non c’è più il buon selvaggio, non il miserabile che non sa quel che succede nel mondo, ma è la stessa conoscenza di quel che resiste e riproduce buon lavoro nella mia strada, nell’amico del ristorante autentico che frequento la domenica, a prezzi molto moderati, sta nelle conversazioni con i volontari nel tardo pomeriggio all’Unione Inquilini e rileggendo tutto questo a mia moglie.

Ecco, è l’unità che può sprigionarsi andando oltre alla propria condizione, per vivere tra diversamente eguali.


 


V. Simoni -  29 dicembre 2017.




Data notizia29.12.2017

Notizie correlate
Tessera 2018

5 x mille
Appuntamenti
Viva il 900.
La nostra bandiera della pace.