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Al via la campagna elettorale- con quali contenuti mediatici?


Primo: che dal 2008 il mondo e anche l’Italia sono stati investiti dalla più grave crisi di questo dopoguerra.

Secondo: che la limitata ripresa può essere interrotta da qualsiasi consistente intervento redistributivo e che inoltre ogni serio impegno sociale è senza alcun fondamento contabile.

Terzo:  che tutto è già scritto, che le elezioni sono inutili, che nessun vincerà e  che un Gentiloni o un suo sosia proseguirà.

 Chi lo dice, chi lo scrive? Opinionisti, corsivisti, direttori dei giornali e telegiornali, con un’unica tambureggiante impronta vocale.

 

Vero o falso? 

 

Prima rettifica: la crisi non ha riguardato l’economia reale e nemmeno tutti i continenti; è stata ed è la crisi dell’egemonia atlantica e non può risolversi con la sua restaurazione perché il mondo è cambiato per sempre. Se non si assume tale fondamento il resto è un mix di palliativi, assestamenti e arretramenti e … altre guerre - a meno che non si produca una improbabile revisione nelle funzioni della Banca Mondiale, del WTO e ad un rilancio dell’ONU.

Seconda rettifica: la contabilità degli Stati è distorta da fattori di classe interni e internazionali; nello specifico, se non è possibile redistribuire moltissimo senza “aggredire” la finanza nei suoi santuari fiscali, esistono margini consistenti nella distribuzione delle risorse pubbliche e private esistenti. Si tratta di inversioni di sistema a partire dalle ripubblicizzazioni delle “utilities” strategiche (acqua, gas, energia, trasporti pubblici), dal reintegro dei fondamenti sociali relativi all’istruzione, alla sanità, alla casa e da alcune non secondarie riforme delle leggi bancarie.

Terza rettifica: le elezioni hanno un senso se sono seriamente orientate, come nel secondo dopoguerra, da opzioni generali, quando vinse il Patto Atlantico perché era dotato di un piano mondiale solo in parte coercitivo, e come parzialmente avvenne nei decenni successivi con l’internazionale dei movimenti di liberazione collegata alle giovani generazioni non solo occidentali.

Purtroppo oltre agli episodici richiami a Corbyn, Sanders, Malenchon, Iglesias, non si dispiega ancora la sostanziale connessione dei patti sovranazionali con le possibili rettifiche interne. E’ un grave ritardo che non verrà colmato se non in minima parte, e con scarsa percezione popolare, in questa tornata elettorale.

 Allora per che cosa votare?

Perché nessuno stravinca e si indebolisca invece lo schema dominante; affinché non si chiuda una transizione che ha bisogno per dilatarsi con ben altri sistemi di relazioni.

 

A risentirci tra qualche settimane in un altro “interessato” editoriale.

 

V. Simoni – 9 gennaio 2018.




Data notizia09.01.2018

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