domenica, Giugno 16, 2024
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Salvini e il piano “salva casa”… ma solo a chi ce l’ha (in proprietà)

Chissà se fra qualche anno la Treccani, nella nuova edizione del celebre vocabolario, aggiornerà il significato della parola “pace”.

Negli anni precedenti, i governi di centro sinistra e di centro destra, che si sono alternati alla guida del Paese, avevano già avviato questa revisione semantica, attraverso il rovesciamento del significato della parola “riforme”.

Per “riforme” si intendevano iniziative volte a migliorare la condizione di vita e/o di lavoro delle persone. Poi, dentro l’ideologia del pensero unico neoliberista, hanno assunto via via il significato opposto: perdita di diritti e di tutele.Chi si opponeva o quantomeno cercava di resistere veniva bollato con un appellativo che suonava come una condanna: “conservatore”, anche qui, rovesciando il significato storico del termine, cioè quello della difesa dei privilegi dei ricchi e potenti.

Ora, senza neanche cogliere il senso del grottesco, mentre si sta lasciando precipitare il mondo intero nel baratro della guerra totale (quella vera), i guerrafondai al governo si appropriano del termine “pace”, decostruendolo completamente.

I provvedimenti del governo sono per la “pace fiscale”, cioè per non disturbare chi fino ad ora ha evaso le tasse, facendo dell’Italia il bengodi degli evasori.

Ora, siamo arrivati alla “pace edilizia”, un decreto annunciato con enfasi da Salvini anche come una “rivoluzione liberale”, o anche come “piano salva casa”. Salva casa, beninteso, a chi la casa già ce l’ha e ha qualcosa da farsi perdonare, cioè da condonare.

Sarà forse anche un “mini condono” ma sempre di condono si tratta. E, tra le “piccole” irregolarità da condonare ci sono anche i cambi di destinazione d’uso e lo spostamento di tramezzi. Diciamola con il loro nome: si dà una ulteriore e violenta accelerazione alla “turistificazione” delle città, alla sottrazione degli immobili all’affitto regolare e, quindi, alla lievitazione ulteriore dei canoni di locazione.

Senza parlare, poi, della “piccola modifica” con la quale si passa al “silenzio assenso”, per cui, dopo 45 giorni, se il comune non dà una risposta, la sanatoria è cosa fatta.

Una bella “rivoluzione liberale” ma che non vale per i poveri. Facciamo solo un piccolo esempio, rimanendo sempre nell’ambito del settore casa, ma stavolta dalla parte dei poveri.

Un inquilino con redditi bassi o con morosità incolpevole (certificata), riceveva il relativo “bonus” in media con 2 o 3 anni di ritardo (in alcuni casi, ancora di più). Questo a causa di una procedura assurdamente macchinosa: stanziamento nazionale, decreto di divisione dei fondi tra le regioni, ulteriore suddivisione tra le città, bando comunale, domanda dell’inquilino, verifica preventiva degli uffici, graduatoria, tempi per ricorsi, graduatoria definitiva, tempo per gli uffici per l’erogazione. Fondi, che, in questo cammino da “cocomeri in salita” molte volte arrivavano a “babbo morto”, quando cioè l’inquilino era già stato sfrattato.

In questo caso, la “rivoluzione liberale” del governo Meloni non c’è stata. Anzi, siamo ingenerosi. Sono intervenuti a monte: hanno proprio eliminati gli stanziamenti. Come quando vai alla stazione e scopri che il treno non è più in ritardo: è stato cancellato e te ne torni a casa. Anzi, qui, te ne vai sul marciapiede perché lo sfratto arriva come una sentenza già definita.

Così, il “grande piano casa visionario” di Salvini ha cominciato ad assumere la sua fisionomia reale: la solita fuffa dell’intervento a favore dei “rentiers” e la solita pantomima dell’apprezzamento della Confedilizia. Là batte il cuore della “destra sociale” al governo.

Il milione di famiglie in affitto in povertà assoluta, le 650 mila famiglie in vana attesa di una casa popolare, pure se ne hanno diritto, come certificato dalle graduatorie, le 200 mila famiglie su cui pende un provvedimento di richiesta di intervento dell’ufficiale giudiziario per lo sfratto esecutivo, le decine di migliaia di famiglie con la prima casa pignorata o in attesa di esserlo, non sono una priorità.

Sono poveri, che si possono turlupinare con l’idiozia che la casa te la rubano gli “stranieri” o chi occupa per necessità un immobile vuoto. I voti, in quell’ambito, si prendono con il veleno ideologico della “guerra tra poveri”.

Le misure concrete si prendono a favore dei padroni, sempre gli stessi: quelli che pretendono, da bravi liberali, affitti di mercato, ma che dimenticano di esserlo quando si tratta di essere “assistiti” dallo Stato con la cedolare secca, che gli permette di pagare, per rendite sicure, imposte inferiori ai lavoratori e ai pensionati a cui affittano le loro case.

D’altra parte, perché scandalizzarci, siamo o non siamo il Paese dove, i lavoratori “risultano” più ricchi dei loro datori di lavoro?

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