La dichiarazione di Silvia Paoluzzi segretaria nazionale Unione Inquilini.
«Il primo piano europeo per gli alloggi a prezzi accessibili, presentato oggi dalla Commissione europea, manca il bersaglio principale: la lotta alla precarietà abitativa. È un piano che parla il linguaggio degli investimenti e dell’offerta, ma non quello dei diritti».
«Da anni denunciamo che l’aumento dei prezzi delle case e degli affitti non è una calamità naturale, ma il risultato di politiche che hanno consegnato l’abitare al mercato e alla rendita. L’Europa oggi riconosce l’emergenza, ma non ha il coraggio di intervenire sulle sue cause strutturali».
Il piano europeo insiste su una ricetta già fallimentare: aumentare l’offerta attraverso investimenti, riforme e partenariati con il settore finanziario, senza mettere in discussione il ruolo della speculazione immobiliare.
«Si parla di case a canone calmierato – continua Paoluzzi – ma sappiamo bene che questa formula, senza un forte intervento pubblico diretto, non funziona: i canoni restano fuori dalla portata di milioni di persone e le risorse pubbliche finiscono per sostenere profitti privati».
Particolarmente critica è la scelta di puntare sulla semplificazione delle norme e sulla revisione degli aiuti di Stato, che rischiano di tradursi in un ulteriore trasferimento di fondi pubblici verso operatori immobiliari e finanziari, senza garanzie reali di accessibilità e stabilità abitativa.
«Non basta costruire di più – sottolinea Paoluzzi – se non si governa il mercato degli affitti, se non si introduce un vero controllo dei canoni, se non si tutela chi vive in affitto dalla precarietà contrattuale, dagli sfratti e dalla povertà abitativa».
L’Unione Inquilini giudica insufficiente anche l’approccio agli affitti brevi: «Servono regole chiare e vincolanti, non iniziative timide, perché la trasformazione delle città in piattaforme turistiche è una delle principali cause dell’espulsione dei residenti».
«L’Europa parla di coesione sociale e competitività – conclude Paoluzzi – ma senza il diritto alla casa queste parole restano vuote. Un vero piano europeo dovrebbe puntare su un massiccio investimento in edilizia residenziale pubblica, su affitti realmente sociali, su politiche di contrasto alla rendita e sulla casa come bene comune, non come asset finanziario. Dovrebbe inoltre mettere al centro il recupero e la riqualificazione del patrimonio abitativo sfitto, oggi enorme in tutta Europa, invece di continuare a privilegiare nuove costruzioni. Intervenire sullo sfitto significa dare risposte più rapide all’emergenza abitativa, ridurre il consumo di suolo e coniugare il diritto alla casa con la sostenibilità ambientale. Continuare a parlare quasi esclusivamente di nuove edificazioni, senza una strategia pubblica di recupero dell’esistente, è miope sia sul piano sociale che su quello ecologico.
Questo piano, così com’è, non dà risposte a chi oggi non riesce a pagare l’affitto o rischia di perdere la propria casa. L’Europa, ancora una volta, dimostra di non avere il coraggio di stare dalla parte degli inquilini».



