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Sfratti. Pubblicati i dati relativi al 2025: quasi 20 mila esecuzioni, la morosità resta la causa principale. I dati smentiscono il governo: servono politiche sociali non la repressione

Dichiarazione Silvia Paoluzzi, Segretaria Nazionale Unione Inquilini.

I dati sugli sfratti relativi al 2025 , appena pubblicati dal Ministero dell’interno evidenziano una diminuzione complessiva delle sentenze e delle esecuzioni, con una tendenza sostanzialmente omogenea in gran parte del territorio nazionale. Le sentenze per morosità continuano a rappresentare la quota largamente prevalente del fenomeno: 26.632 provvedimenti, pari al 71,75% del totale. Le sentenze per finita locazione sono invece 8.415, pari al 22,66%.

Rimane tuttavia il dato drammatico delle quasi 20 mila esecuzioni effettuate con l’intervento della forza pubblica, che nella quasi totalità dei casi non sono accompagnate da alcuna soluzione abitativa alternativa per le famiglie coinvolte.

Un secondo dato di grande rilievo riguarda la distribuzione territoriale degli sfratti. Solo il 45% delle sentenze viene emesso nei capoluoghi di provincia. Questo conferma quanto l’Unione Inquilini sostiene da anni: la questione degli sfratti non riguarda soltanto le grandi città metropolitane, ma rappresenta una vera emergenza sociale nazionale, che attraversa province medie, piccoli comuni e aree interne.

La riduzione delle sentenze e delle esecuzioni, registrata in maniera abbastanza uniforme sul territorio, rende ancora più evidente l’infondatezza dell’impostazione contenuta nel disegno di legge del Governo che punta ad accelerare ulteriormente le procedure di rilascio degli immobili.

I dati dimostrano infatti che il problema non è la velocità degli sfratti, ma l’assenza di soluzioni abitative.

L’impianto ideologico del ddl governativo è fondato sull’idea che il funzionamento del sistema dipenda dalla rapidità dell’esecuzione. La realtà raccontata dai numeri è diversa: gli sfratti si potrebbero gestire anche in tempi brevi senza esasperare il conflitto sociale e senza ricorrere a misure inutilmente repressive se esistesse un adeguato patrimonio di edilizia residenziale pubblica, un’offerta reale di alloggi sociali e un sistema efficace di contributi per il sostegno all’affitto.

La morosità continua a essere la principale causa di perdita della casa, dimostrando che il nodo centrale resta l’impoverimento delle famiglie e il costo ormai insostenibile dell’abitare. Non è un caso che, parallelamente, crescano le situazioni di vulnerabilità abitativa, il numero delle persone senza dimora e le difficoltà dei nuclei colpiti da procedure di pignoramento. Fenomeni diversi che hanno però una radice comune: l’insufficienza dei redditi rispetto ai costi della casa.

Resta inoltre aperta la questione strutturale del caro affitti. Senza un intervento sul mercato della locazione sarà impossibile affrontare seriamente l’emergenza abitativa. La liberalizzazione introdotta dalla Legge 431/98 ha progressivamente consegnato il settore alle dinamiche del libero mercato e della rendita, determinando aumenti dei canoni incompatibili con salari e pensioni.

A fronte di questa situazione servono politiche pubbliche e non ulteriori misure repressive. Servono case popolari, recupero del patrimonio pubblico inutilizzato, contributi all’affitto e una profonda revisione delle norme che hanno favorito la deregolamentazione del mercato delle locazioni.

Infine, continuano a pesare le lacune del sistema statistico. In alcuni territori particolarmente significativi, come Milano e Venezia, i dati disponibili risultano ancora incompleti e rischiano di restituire un quadro parziale della reale dimensione del fenomeno.

La crisi abitativa che emerge dai dati 2025 conferma una verità semplice: gli sfratti non sono una questione di ordine pubblico. Sono il prodotto di una crisi sociale che riguarda l’intero Paese e che può essere affrontata soltanto attraverso politiche strutturali per il diritto all’abitare.

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