Proposta di documento politico
- La guerra “regola del mondo”
Il Congresso si svolge in una fase storica attraversata da crisi profonde e intrecciate, segnate dal ritorno della guerra come strumento ordinario di regolazione dei rapporti internazionali, dell’economia e delle società. Mentre, secondo la dottrina classica, “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, oggi non è più così: la guerra sostituisce la politica e la logica della forza, nella sua specifica declinazione di potenza militare e capacità distruttiva, è posta come regola del mondo senza più mediazioni o ipocrisie per mantenere un dominio imperiale da parte del governo USA.
Nessuno schermo e nessuna mediazione: il diritto internazionale e gli organismi sovranazionali diventano inutili orpelli di un mondo che non servono più. Addirittura i vecchi sistemi di alleanze internazionali vanno in frantumi. L’impero unipolare si impone con la ferocia della forza: non gli interessa più piacere o convincere; basta vincere e chi non si allinea viene eliminato o rischia di esserlo in qualsiasi momento.
La politica di sterminio di Israele nei confronti del popolo palestinese è la cartina di tornasole di questa nuova stagione del terrore.
I conflitti armati in corso stanno ridefinendo gli equilibri geopolitici globali e producono effetti diretti e concreti sulle condizioni materiali di vita di milioni di persone. Le guerre non sono eventi lontani, ma incidono quotidianamente sulle nostre società attraverso l’aumento dei costi dell’energia, dell’inflazione e delle materie prime, oltre che attraverso una crescente instabilità economica e sociale.
L’economia di guerra è diventata l’orizzonte politico dominante a livello nazionale ed europeo. I governi e le istituzioni dell’Unione Europea stanno orientando le proprie scelte verso un massiccio incremento della spesa militare, mentre vengono progressivamente ridotte o svuotate le politiche di welfare, di protezione sociale e di intervento pubblico sull’abitare.
Questa torsione bellicista sottrae risorse fondamentali ai diritti sociali e alimenta un clima politico fondato sull’emergenza permanente, sulla paura e sulla compressione delle libertà democratiche. Per molti aspetti la guerra si trasforma in guerra civile dentro la società, con una deriva orwelliana, con l’obiettivo di trasformare il dissenso in “nemico interno”, quindi non solo da osteggiare o reprimere ma da eliminare.
La democrazia, come forma della partecipazione e dei conflitti sociali, come strumento attraverso cui i cittadini incidono nelle scelte politiche, viene progressivamente svuotata o trasformata in un sistema plebiscitario in cui il potere diventa sovrano e le forme della partecipazione, i corpi intermedi e i movimenti vengono cancellati o sostituiti da corporazioni plaudenti.
In questo quadro si colloca l’azione del Governo di destra in Italia, che interpreta e rafforza questa deriva attraverso politiche autoritarie, repressione del conflitto sociale e criminalizzazione delle lotte. Il DDL Sicurezza e le norme che colpiscono movimenti, occupazioni e pratiche di solidarietà si inseriscono in un contesto più ampio in cui la guerra esterna viene utilizzata per giustificare l’ordine interno, restringendo gli spazi di democrazia e di partecipazione.
Le guerre producono inoltre nuovi flussi migratori forzati, che vengono strumentalizzati politicamente per alimentare razzismo, divisione sociale e competizione tra poveri. L’assenza di politiche abitative pubbliche adeguate rende questa situazione ancora più esplosiva, mentre il Governo risponde con misure securitarie anziché con interventi strutturali in grado di garantire diritti e dignità.
Il diritto all’abitare dentro l’economia di guerra
Il diritto all’abitare è uno dei primi terreni su cui si scaricano gli effetti dell’economia di guerra. L’aumento dei costi energetici, la crescita dell’inflazione e l’erosione del potere d’acquisto dei salari rendono sempre più difficile far fronte ai costi dell’abitare, dagli affitti ai mutui. Le famiglie popolari, le persone sole, i giovani, i pensionati e i lavoratori precari pagano il prezzo più alto di scelte politiche che privilegiano la spesa militare e il sostegno alle industrie belliche rispetto agli investimenti sociali.
La sofferenza abitativa come questione strutturale
La crisi abitativa ha assunto ormai un carattere strutturale. L’aumento del costo della vita, aggravato dalle dinamiche belliche globali, la stagnazione dei salari e la precarietà lavorativa rendono sempre più difficile sostenere i costi dell’abitare. Intere fasce di popolazione vengono progressivamente espulse dalle città o costrette a vivere in condizioni di insicurezza abitativa permanente.
Le politiche pubbliche hanno da tempo abbandonato il terreno dell’edilizia residenziale pubblica e della regolazione del mercato, lasciando campo libero alla rendita e alla speculazione. In questo contesto il diritto alla casa viene trasformato in una merce e l’abitare in un privilegio.
Il compito del sindacato non può limitarsi alla denuncia, ma deve tradursi in organizzazione, conflitto e costruzione di vertenze collettive capaci di rimettere al centro l’interesse generale.
Il Piano Casa del Governo Meloni: dismissione del pubblico e primato della rendita speculativa
Il cosiddetto Piano Casa del Governo Meloni si inserisce pienamente in questo quadro di economia di guerra e smantellamento dello Stato sociale. Dietro la retorica della valorizzazione del patrimonio pubblico si nasconde una scelta politica chiara: sottrarre patrimonio abitativo pubblico, spesso lasciato deliberatamente senza manutenzione, per consegnarlo alla rendita e alla speculazione privata.
Un patrimonio che avrebbe bisogno di investimenti pubblici per essere recuperato e rilanciato viene invece trasformato in merce e ceduto ai privati attraverso operazioni di dismissione e partenariati che rispondono esclusivamente a logiche di profitto.
Questa scelta rappresenta una redistribuzione al contrario, che trasferisce ricchezza collettiva verso pochi soggetti privati mentre milioni di persone vivono una condizione di sofferenza abitativa permanente. È una politica che non risponde ai bisogni reali, ma alle compatibilità di bilancio e agli interessi della rendita immobiliare.
Ancora più grave è il fatto che questo modello non sia prerogativa esclusiva del Governo di destra. Anche molte amministrazioni locali guidate dal centrosinistra hanno adottato le stesse politiche, accettando la dismissione del patrimonio pubblico e rinunciando a un ruolo pubblico forte sull’abitare. Questa continuità dimostra che il problema è strutturale e riguarda un modello di gestione dell’abitare che ha abbandonato l’idea del diritto universale.
Il mito del social housing e l’urgenza ignorata
In questo contesto il social housing viene proposto come soluzione moderna e sostenibile, ma nella realtà si rivela uno strumento insufficiente e fuorviante.
Nel cosiddetto Piano Casa del Governo Meloni l’intervento di social housing proposto, o meglio di “affordable housing”, si presenta come sostitutivo dell’ERP. L’idea del “social housing all’italiana”, infatti, consiste nel prendere parti del patrimonio ERP, a partire dalle decine di migliaia di alloggi oggi non assegnati perché bisognosi di manutenzione, consegnarli ai privati che li “risanano” e li rimettono nel circuito dell’affitto (e poi della vendita) a prezzi ben superiori a quelli dell’ERP e sostanzialmente incompatibili con la grandissima maggioranza delle famiglie presenti nelle graduatorie.
In Italia oltre 600 mila famiglie sono collocate nelle graduatorie ERP senza ricevere risposta. A queste si aggiungono oltre un milione di famiglie in affitto sotto la soglia di povertà assoluta, circa 100 mila famiglie sotto sfratto esecutivo e decine di migliaia a rischio pignoramento per insolvenza sui mutui.
In questo quadro è evidente che l’unico strumento strutturale per affrontare la crisi abitativa è l’aumento di alcune centinaia di migliaia di abitazioni pubbliche in affitto permanente a canone sociale, cioè rapportato al reddito, attraverso il recupero del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato.
Affidare al social housing il compito di risolvere la crisi abitativa significa invece accettare una riduzione strutturale del ruolo pubblico e normalizzare l’idea che il mercato possa sostituire l’intervento dello Stato.
Gentrificazione, militarizzazione del territorio e rigenerazione urbana privatizzata
L’esplosione degli affitti brevi, spesso senza limiti e senza controlli, ha acuito la spinta all’espulsione della residenza popolare e sta trasformando le città in spazi sempre più subordinati agli interessi della speculazione immobiliare.
I centri storici diventano vetrine e parchi divertimento sempre più deprivati dei propri caratteri popolari e culturali; le periferie vengono abbandonate; i quartieri popolari sono privati di servizi e socialità e spesso militarizzati con operazioni di sicurezza che criminalizzano la povertà.
Nel frattempo asset finanziari e fondi immobiliari si impadroniscono di porzioni sempre più ampie delle città grazie all’arretramento del ruolo pubblico. Alla vecchia urbanistica contrattata si aggiunge la cosiddetta rigenerazione urbana contrattata: un meccanismo in cui il pubblico concede agevolazioni e contributi mentre il privato realizza e gestisce direttamente gli interventi con una patina di retorica sociale.
Nascono così fondi apparentemente etici, dai nomi altisonanti di filosofi e matematici dell’antichità, utilizzati per realizzare interventi di studentati privati in cui la cosiddetta “parte sociale” consiste in stanze da 600 euro al mese.
È il meccanismo del finto social housing o “affordable housing”.
- Coalizioni sociali, conflitto
In questi anni, l’Unione Inquilini ha dimostrato una rinnovata capacità di costruire coalizioni sociali ampie e conflittuali. La Rete No DDL Sicurezza, nata anche grazie alla denuncia e all’iniziativa del nostro sindacato (che per prima ha sollevato pubblicamente l’allarme sui progetti di legge della maggioranza e del governo) ha rappresentato un passaggio fondamentale nel contrasto alla criminalizzazione delle lotte per la casa e del dissenso sociale. La partecipazione attiva alla Rete dei Numeri Pari, a Stop Rearm Europe, al Social Forum per l’Abitare e al percorso de La Via Maestra, ha rafforzato una visione e una azione che legano il diritto all’abitare alla difesa della democrazia, alla pace e alla giustizia sociale.
Opporsi alla guerra e all’economia di guerra significa anche rivendicare un uso diverso delle risorse pubbliche, fondato sui diritti e non sulle armi. In questo senso il sindacato deve continuare a collocarsi dentro un fronte largo che unisce movimenti per la pace, sindacati (da quelli di base fino a quelli confederali schierati contro la guerra e le politiche del governo), associazioni, movimenti e realtà sociali
L’intraprendenza sviluppata a livello europeo, testimoniata dagli inviti ricevuti dai Verdi europei e dalla Sinistra Europea per contribuire ai lavori sul diritto all’abitare, rappresenta un riconoscimento importante del percorso politico costruito. Questo protagonismo consente di collocare le vertenze locali in un quadro più ampio e di denunciare le politiche di austerità, la finanziarizzazione dell’abitare e la deriva bellicista dell’Unione Europea.
Tuttavia, questo livello di interlocuzione può avere senso solo se resta saldamente ancorato al lavoro quotidiano nei territori. Senza una base organizzata e conflittuale, il riconoscimento politico rischia di non tradursi in forza reale.
La costruzione delle reti, a partire da quelle per il diritto all’abitare, è legata alla costruzione di vertenze reali sulle condizioni materiali di vita nei quartieri popolari, nei caseggiati delle case popolari, contro gli sfratti, gli sgomberi, le operazioni speculative, gli studentati privati.
Laddove riusciamo a far vivere questa costruzione dal basso, siamo in grado di sviluppare azioni reali, costruire relazioni non solo con altri sindacati e associazioni, ma con comitati locali, movimenti che si costruiscono sulle vertenze, realtà di base della Chiesa.
Il passaggio decisivo, per noi, deve essere connettere la sfera europea e nazionale alle lotte sociali territoriali, alle vertenze concrete sulle contraddizioni reali che il “nostro popolo” vive sulla propria pelle.
Detto in altri termini, costruzione di relazioni e reti se non si connette con la costruzione di un sindacato inquilini di massa, radicato nei quartieri popolari, nei caseggiati ERP, nelle vertenze territoriali, rischia di rendere sterile il nostro sforzo perché non gli fornisce la spinta propulsiva che solo dalle lotte e dal radicamento popolare può ricevere.
Un bilancio politico dell’ultimo Congresso
L’ultimo Congresso ha segnato una discontinuità significativa. L’elezione di una giovane donna alla guida del sindacato non è stata soltanto una scelta simbolica, ma una decisione politica che ha prodotto effetti concreti. In questi anni il sindacato ha ritrovato slancio, visibilità e capacità di iniziativa, divenendo ancora di più un soggetto riconoscibile nel dibattito pubblico, nei movimenti sociali e nelle reti di conflitto.
La direzione nazionale ha saputo rilanciare il tema del diritto all’abitare come questione centrale, costruendo alleanze, attraversando coalizioni e aprendo spazi di conflitto e di proposta. Questo rilancio ha rafforzato il profilo politico del sindacato e la sua capacità di incidere anche oltre i confini nazionali.
Accanto a questo bilancio positivo, emerge però una criticità che non può essere rimossa. L’organizzazione, in molte realtà territoriali, fatica a tenere il passo con l’iniziativa politica. Il ricambio generazionale procede lentamente, le sedi locali soffrono una carenza di nuove energie e spesso il lavoro sindacale si concentra sulla gestione dell’esistente più che sulla costruzione di nuove soggettività. Questa distanza tra forza politica e fragilità organizzativa rappresenta oggi il principale limite alla nostra capacità di incidere in modo duraturo.
Radicalità e radicamento: due facce della stessa medaglia
Vogliamo costruire una Unione Inquilini più radicale nei contenuti e negli obiettivi di lotta e più radicata nei territori. Se le due cose viaggiano separate, siamo sconfitti. Una radicalità senza radicamento rischierebbe la deriva del velleitarismo di una organizzazione parolaia che abbaia alla luna ma incapace a tradurre le sue piattaforme in lotte concrete. Ma il radicamento, cioè l’assunzione di una dimensione di massa, non è possibile senza la radicalità dei contenuti di lotta in quanto la condizione popolare e la situazione della guerra permanente (guerra come distruzione di massa, guerra economica contro i poveri, guerra culturale e civile dentro la società) richiede il rilancio di una radicalità di fondo del messaggio di trasformazione che si propone.
La crisi mette in discussione la funzione e il ruolo di tutto il sindacato
Appare evidente come la crisi del modello sociale e la precipitazione dentro il baratro della guerra immanente e permanente, metta in discussione il ruolo dei “corpi intermedi” nel senso che gli impone una dislocazione: dentro o fuori le compatibilità del “sistema di guerra”.
In questo senso, appare stantia e sempre più distante dalla realtà, l’idea, che spesso anche dentro di noi alligna, per cui i sindacati di base hanno la ragione ma non la forza mentre quelle confederali hanno la forza ma non la ragione.
Nella realtà, se i sindacati di base faticano a costruire una forza vera di impatto, quelli confederali la stanno perdendo rapidamente. La dislocazione dentro o fuori il sistema di guerra porta chi rimane dentro a trasformarsi in corporazione consociativa e subalterna e chi si pone fuori al rischio della marginalizzazione.
Il punto è come far crescere la necessità di un movimento sindacale di massa (non un sindacato unico) che si ponga in contrasto con il sistema della guerra (guerra come distruzione, guerra economica contro i lavoratori e i poveri, guerra culturale e civile e svolta autoritaria dentro la società).
La nostra rimane la scelta del sindacato di base conflittuale, con la Confederazione Unitaria di Base. Ci rendiamo conto, però, che questo posizionamento non basta e che occorra lavorare ancora di più per la costruzione di un soggetto plurale e unitario del sindacalismo di base e conflittuale e che questo sia ancora insufficiente in quanto oggi la dislocazione, come detto, è dentro o fuori il sistema di guerra globale. Dobbiamo essere interessati a costruire ponti, relazioni, momenti unitari anche con quelle realtà del sindacalismo confederale che, anche con contraddizioni, si pongono fuori dal “sistema della guerra”, a partire dalla CGIL e da parti o settori di essa.
La vicenda delle manifestazioni contro il genocidio del popolo palestinese non deve essere un fiore casuale nel deserto. Il nostro compito, almeno, è lavorare affinché non lo sia.
Una nuova generazione in lotta
Contro il genocidio dei palestinesi è scesa in campo una nuova generazione. Non possiamo derubricare quanto accaduto a un evento straordinario da far rientrare nell’ordinarietà. Quella generazione scesa in campo ha camminato assieme alle forme classiche dell’organizzazione dei lavoratori, dei sindacati di base e anche della CGIL, quando essa è arrivata. Ha espresso radicalità, rabbia e partecipazione. Un evento che non possiamo derubricare anche perché consideriamo la vicenda del genocidio del popolo palestinese come una cartina di tornasole dell’ordine della nuova guerra totale. Non è un caso che in questa vicenda si sveli senza foglie di fico, l’intreccio tra genocidio, dominio geopolitico, rapina delle materie prime e speculazione finanziaria e immobiliarista planetarie.
Il punto di difficoltà è il seguente: se quell’energia non trova una sponda sulle grandi questioni sociali, a partire dal lavoro e dal diritto all’abitare, faremmo l’errore madornale di separare il tema della guerra da quello della povertà e delle disuguaglianze che invece sono due parti della stessa medaglia.
Radicamento territoriale e capacità di mobilitazione
Non siamo riusciti, in questo mandato congressuale, a realizzare la grande manifestazione nazionale per il diritto all’abitare.
Certo, uno dei problemi è anche quello della carenza strutturale dell’organizzazione e del nostro debole radicamento territoriale. Noi, da soli, non siamo in grado di realizzarla. Ma dobbiamo andare più a fondo del problema: questa difficoltà non nasce da una mancanza di ragioni o di consenso sociale e ci sono anni di arretramento organizzativo, frammentazione territoriale e perdita di presenza stabile nei quartieri e nelle periferie. Non solo nostra o principalmente nostra.
C’è ancora una incapacità del movimento complessivo (movimento sindacale, movimenti popolari, associazioni e comitati) di legare lotta per la pace, lotte alle disuguaglianze, difesa e sviluppo della democrazia partecipativa. C’è ancora l’incapacità di legarli assieme in una piattaforma complessiva e credibile, anche a causa delle contraddizioni esistenti in settori non marginali della cosiddetta sinistra politica e sindacale di questo Paese.
Il nostro ruolo è dentro questa contesa e le reti che costruiamo non debbono essere vissute come relazioni diplomatiche o luoghi di intergruppi ma come una sfida politica e culturale.
Senza un radicamento reale, le vertenze restano isolate e il conflitto non riesce a generalizzarsi. Rafforzare il sindacato significa quindi ricostruire la capacità di organizzazione nei territori, rimettere in connessione le vertenze locali e creare le condizioni materiali e politiche per arrivare, nel prossimo periodo, a una grande manifestazione nazionale sul diritto all’abitare. Una manifestazione che non sia un appuntamento simbolico, ma il punto di arrivo di un percorso di organizzazione diffusa e di conflitto reale.
Radicamento nei territori per rilanciare il sindacato
Il nuovo percorso che questo Congresso è chiamato a definire deve partire da una scelta chiara: rilanciare una fase di radicamento territoriale. Stare nei quartieri, nelle case popolari e nei luoghi della sofferenza abitativa è oggi una necessità politica. Solo attraverso un radicamento quotidiano sarà possibile trasformare il bisogno individuale in conflitto collettivo.
Il sindacato deve essere sempre di più una presenza riconoscibile, capace di coniugare mutualismo e conflitto, servizio e organizzazione. Gli sportelli devono essere luoghi politici di partecipazione e formazione, in cui costruire nuove responsabilità e favorire un reale ricambio generazionale, affidando protagonismo diretto a chi vive sulla propria pelle la crisi abitativa. Per costruire un sindacato che riesca ad essere presente e radicato in ogni territorio, riteniamo utile promuovere momenti di confronto e condivisione di esperienze, iniziative, di lotte e di tessitura di alleanze, che si siano rivelate efficaci e che, pur nella diversità, possano essere replicate. Un patrimonio di saperi e buone pratiche, frutto dell’impegno vivo e quotidiano di tante e tanti, da mettere in comune anche per affiancare e sostenere la crescita e il radicamento delle realtà più piccole e meno strutturate e che possa arricchirsi attraverso percorsi di formazione e autoformazione
- Per una piattaforma politica sindacale per il diritto all’abitare
Questo Congresso è chiamato a compiere una scelta di campo netta. In un mondo attraversato da guerre, economia di guerra, autoritarismo e crisi abitativa strutturale, il nostro sindacato afferma che il diritto all’abitare è inseparabile dalla lotta per la pace, dalla difesa dei diritti sociali e dalla giustizia redistributiva.
Il Congresso impegna il sindacato a contrastare l’economia di guerra e le politiche belliciste, rivendicando un uso sociale delle risorse pubbliche fondato sui diritti, sul welfare e sull’abitare pubblico.
Il Congresso ribadisce l’opposizione al Piano Casa del Governo Meloni e a tutte le politiche di dismissione del patrimonio abitativo pubblico, denunciando la continuità di queste scelte anche nelle amministrazioni locali guidate dal centrosinistra e rifiutando il modello del social housing come risposta centrale alla crisi abitativa.
Il Congresso assume come priorità la difesa, la manutenzione e l’ampliamento dell’edilizia residenziale pubblica: 500 mila case a canone sociale e l’affitto permanente, con il riuso e il recupero del patrimonio immobiliare vuoto e in disuso, a partire da quello pubblico;
Il Congresso chiede una riforma del sistema dell’ERP: no alle norme xenofobe che legano l’assegnazione alla durata della residenza; rilanciare l’autogestione delle case popolari, anche per l’autogestione e le forme di partecipazione degli assegnatari alle decisioni degli enti gestori; l’efficientamento energetico; la riduzione delle spese condominiali e per il riscaldamento; le forme dell’autorecupero e delle cooperative di autocostruzione a proprietà indivisa;
Il Congresso rilancia l’obiettivo della eliminazione del libero mercato degli affitti, a partire dall’abrogazione della cedolare secca sul libero mercato;
Il Congresso chiede una forte iniziativa contro gli sfratti senza soluzioni abitative alternative adeguate, la piena attuazione della Legge sulla morosità incolpevole attuata su tutto il territorio nazionale;
Il Congresso indica nella regolamentazione e limitazione degli affitti brevi uno degli obiettivi per frenare l’espulsione della residenza popolare dai contri storici e dalle città;
Il Congresso impegna il sindacato a rafforzare il radicamento territoriale, la formazione politica e il ricambio generazionale come condizioni essenziali per la ricostruzione della forza organizzativa.
Il Congresso indica come obiettivo politico del prossimo periodo la costruzione delle condizioni organizzative e sociali per una grande manifestazione nazionale sul diritto all’abitare, come momento di sintesi delle vertenze territoriali e di rilancio del conflitto sociale.
Il Congresso conferma la partecipazione attiva alle coalizioni sociali, ai percorsi per la pace e alle reti europee, rafforzando al contempo l’autonomia, la radicalità e il radicamento del sindacato.
Proposte di modifica allo Statuto
Modifica dell’articolo 6 e 15 dello Statuto Nazionale vigente (in neretto le modifiche proposte)
Art. 6
PATRIMONIO E SEDI
Il patrimonio dell’Associazione è costituito:
- da beni mobili ed immobili che sono e/o diverranno di proprietà dell’associazione;
- dal contributo delle sedi;
- dalle quote associative delle sedi senza autonomia finanziaria;
- da eventuali contributi da parte di enti pubblici e privati, persone fisiche e giuridiche e associazioni senza personalità giuridica;
- da eventuali erogazioni, donazioni e lasciti;
- da eventuali fondi di riserva costituiti da eccedenza di bilancio;
- da proventi derivati dall’attività di stampa e propaganda.
L’esercizio finanziario annuale corrisponde all’anno solare, ed il bilancio dell’Associazione, di cassa e patrimoniale, approvato dalla Segreteria Nazionale entro il 30 maggio di ogni anno, viene inviato per conoscenza a tutte le sedi
Il patrimonio delle sedi è costituito
- da beni mobili ed immobili che sono e/o diverranno di proprietà della sede;
- da proventi delle tessere e dalle deleghe sindacali;
- dalle quote associative;
- da eventuali contributi da parte di enti pubblici e privati, persone fisiche e giuridiche e associazioni senza personalità giuridica;
- da eventuali erogazioni, donazioni e lasciti;
- da eventuali fondi di riserva costituiti da eccedenza di bilancio;
- da proventi derivati dall’attività di stampa e propaganda.
L’esercizio finanziario annuale corrisponde all’anno solare, ed il bilancio della sede, con l’indicazione del numero delle tessere e di deleghe, approvato dal Direttivo entro il 30 marzo di ogni anno, vengono inviati per conoscenza al Tesoriere Nazionale.
Ogni sede ha autonomia contabile, finanziaria e fiscale ed a tal fine si deve dotare di Codice fiscale.
A tal fine, l’assemblea degli iscritti della sede approva un atto costitutivo, facendo esplicitamente proprio lo Statuto Nazionale dell’Unione Inquilini, trasmettendolo preventivamente al Presidente Nazionale, che è il legale rappresentante dell’Associazione.
Il legale rappresentante pro tempore dell’Associazione a livello territoriale è autorizzato ad aprire un conto corrente bancario a nome e per conto della Sede territoriale e può delegare il tesoriere ad operare sul medesimo
Le sedi con meno di 50 iscritti, possono optare per l’esonero dall’autonomia contabile, finanziaria e fiscale, utilizzando il codice fiscale dell’Associazione, ed a tal fine, si obbligano a inviare al tesoriere ogni documento contabile fiscale, ed il bilancio annuale semplificato.
Le Sedi possono essere adibite in uso esclusivo per l’Associazione o in condivisione su basi contrattuali o intese stipulate per iscritto con altre Associazioni aventi finalità non in contrasto con quelle dello Statuto dell’Unione Inquilini.
In ogni caso la titolarità dei rapporti contrattuali appartiene al legale rappresentante della Associazione o al Segretario della sede con contabilità autonoma, che agisce a nome della medesima e che non può trasmetterne l’uso ad altri soggetti.
Il direttivo di sede con autonomia contabile e/o la Direzione Nazionale possono autorizzare l’eventuale assunzione di dipendenti e/o consulenti, previo parere obbligatorio del/la Tesoriere/a del rispettivo ambito di competenza, per l’esclusivo riguardo alla sostenibilità economica.
“Art. 15
LA DIREZIONE NAZIONALE, IL SEGRETARIO NAZIONALE, IL PRESIDENTE
La Direzione Nazionale ha sede a Roma ed è composta da non più di 19 membri eletti ai sensi dell’art.11.
Il Segretario Nazionale ha funzione di coordinatore e di rappresentanza politica con relativo potere di firma che può essere delegata da questi ad altro membro della Direzione Nazionale.
Il Presidente Nazionale ha la rappresentanza legale dell’Associazione. È componente di diritto della Direzione Nazionale.
Il Presidente Nazionale, o il Segretario Nazionale in caso di delega o impedimento del Presidente, sulla base del regolamento approvato dalla Direzione Nazionale, conferiscono la delega per l’apertura di una nuova sede con voto di maggioranza della Direzione Nazionale.
Il Presidente Nazionale, o il Segretario Nazionale in caso di delega o impedimento del Presidente, sulla base del regolamento approvato dalla Direzione Nazionale, sono incaricati di chiudere la sede che ha cessato l’attività, con voto di maggioranza della Direzione Nazionale.
La Direzione Nazionale predispone il regolamento per le modalità dell’apertura e chiusura delle sedi.
Il presidente Nazionale ha la facoltà di aprire un conto corrente bancario e delegare il Tesoriere ad operare sul medesimo.
La Direzione Nazionale è organismo rappresentativo dell’associazione ed è investito dei più ampi poteri esecutivi per l’attuazione delle decisioni del Coordinamento Nazionale e per il raggiungimento degli obiettivi dell’associazione tenuto conto degli indirizzi stabiliti dal Congresso Nazionale.
Si riunisce su iniziativa del Segretario, o su richiesta di almeno un terzo dei suoi componenti.
Direzione sostituire nomina al suo interno un ufficio esecutivo con il compito di dare concreta e tempestiva operatività all’azione sindacale nell’ambito degli indirizzi e delle decisioni assunte negli organismi dirigenti. In caso di dimissioni, di decesso o di sfiducia da parte della maggioranza assoluta dei componenti della Direzione Nazionale, del Segretario Nazionale, del Presidente Nazionale o del Tesoriere Nazionale, la direzione Nazionale nomina un Coordinatore pro tempore. Il Coordinamento Nazionale, entro 30 giorni, nomina, con maggioranza dei voti, rapportati agli iscritti dell’anno precedente, tra i componenti della Direzione Nazionale, il Segretario Nazionale, il Presidente Nazionale o Il Tesoriere Nazionale, dimessosi, deceduto o sfiduciato, fino alla convocazione del Congresso che, in caso di elezione del Segretario o del Presidente, dovrà tenersi entro 12 mesi dalla nomina del Coordinatore pro tempore, ovvero, alla scadenza naturale del Congresso, se precedente.
Il Segretario Nazionale, il Presidente Nazionale ed i membri della Direzione Nazionale restano in carica da un Congresso Nazionale all’altro e si devono presentare dimissionari.”
REGOLAMENTO PER IL CONGRESSO
(in neretto le modifiche approvate nel coordinamento nazionale)
- Il regolamento riguarda tutta la fase congressuale: dalle assemblee di base fino al congresso nazionale.
- Il regolamento si fonda sui contenuti dell’attuale Statuto, nel senso che esplicita quanto è già previsto, in linea generale, nello Statuto o, almeno, introduce procedure che, non solo non sono in contrasto con la Statuto, ma che interpretano e traducono in proposte concrete principi che già sono in esso.
- In questo senso, il regolamento traduce in proposte due linee di ispirazione dello Statuto che costituiscono l’asse fondamentale del profilo politico e culturale dell’Unione Inquilini: la democrazia diretta e il ruolo fondamentale delle assemblee di base che si svolgono nelle sedi; il pluralismo interno, il rispetto e la garanzia per le posizioni politiche che legittimamente si confrontano.
- Traduzione in termini di proposte di quanto previsto all’articolo 11. “Partecipano al congresso i delegati nominati con criteri democratici e partecipativi dalle sedi comunali e/o provinciali in regola con la contribuzione al centro nazionale, con un numero di delegati spettanti in proporzione al numero degli iscritti dell’anno precedente al Congresso Nazionale…Tutte le sedi costituite entro l’anno precedente hanno diritto ad avere almeno 1 delegato al Congresso.”
- Ai fini della certificazione del numero degli iscritti della sede, si stabilisce che il numero delle deleghe venga certificato dall’attestazione dell’Ente territoriale che gestisce l’ERP nel territorio di competenza della sede o la lista delle deleghe, mentre il numero delle tessere dalle matrici riconsegnate al Nazionale. Entro un mese della convocazione del congresso le sedi che hanno più di 51 iscritti sono invitate a spedire al Centro nazionale i tagliandini delle tessere 2025 e la certificazione e l’elenco delle deleghe (salvo giustificato motivo).
Interpretazione dell’espressione “Criteri democratici e partecipativi”.
- Ogni sede, per nominare i delegati al congresso nazionale, convoca almeno 5 giorni prima dell’inizio del Congresso Nazionale una assemblea generale degli iscritti (assemblea di base). Questa deve essere indetta almeno due settimane prima del suo svolgimento, dandone informazione a tutti i componenti del direttivo, degli attivisti e, nei limiti del possibile, degli iscritti e cercando diffondere al meglio possibile i documenti posti alla base della discussione.
- Dell’indizione dell’assemblea di base va data comunicazione alla Commissione Nazionale per il Congresso (di cui ai punti seguenti).
- Nell’assemblea di base, si procede alla nomina dei delegati al congresso con voto degli iscritti. Il numero dei delegati/e spettanti a ciascuna sede è di un delegato/a ogni 100 iscritti o frazione superiore a 50 nell’anno 2025. In caso di esistenza di più documenti nazionali, i delegati eletti vengono assegnati in proporzione ai voti ricevuti dai diversi documenti.
- E’ opportuno, non obbligatorio, che nelle assemblee di base relative al congresso nazionale, si proceda anche alla rielezione degli organismi dirigenti della sede: direttivo/segreteria e, successivamente, segretario/a. Anche in questo caso, nell’eventualità di presentazione di più documenti alternativi sulle politiche territoriali, gli organismi dirigenti (direttivo/segreteria) vengono eletti in proporzione ai voti ricevuti.
- Interpretazione dell’espressione “in regola con la contribuzione al centro nazionale, con un numero di delegati spettanti, in proporzione al numero degli iscritti dell’anno precedente al Congresso Nazionale…Tutte le sedi, costituite entro l’anno precedente, hanno diritto a 1 delegato al Congresso.”
- Le sedi, se non esonerate, per inviare al congresso nazionale un numero di delegati proporzionale al numero degli iscritti dell’anno precedente al congresso, dovranno aver presentato il bilancio relativo al 2025 e versato la quota dovuta al centro nazionale, sempre per l’anno per l’anno 2025. Tali adempimenti vanno eseguiti nel più breve tempo possibile e, in ogni caso, entro lo svolgimento del Congresso e prima della relazione della Commissione Verifica Poteri.
- Le sedi, in arretrato per gli anni precedenti (2024/2025), fermo restando il diritto al numero dei delegati spettanti sulla base del tesseramento 2025, partecipano al congresso nazionale, senza poter usufruire della quota di contributo del centro nazionale, ovvero della sola quota di contributo, sottraendo quanto dovuto al rimborso spettante.
- In ogni caso, tutte le sedi risultanti costituite l’anno precedente al Congresso Nazionale hanno diritto a 1 delegato al Congresso, a prescindere da ogni altra considerazione.
- Ulteriori poteri conferiti alle assemblee di base:
- Le sedi, nelle assemblee di base, possono avanzare proposte per i criteri di formazione dei gruppi dirigenti nazionali, nonché, anche nominativi, per la figura del Segretario/a Nazionale, Presidente Nazionale, Segreteria Nazionale, Collegio di Garanzia.
- Le eventuali proposte avanzate, con i votati riportati, vengono riportate nel verbale dell’assemblea e trasmesse alla Commissione Nazionale per il Congresso.
- Tutte le proposte votate nelle assemblee di base: sul documento o documenti politici, sulle modifiche statutarie, sulle proposte relative ai gruppi dirigenti nazionali da eleggere al Congresso Nazionale, vengono trasmesse alla Commissione Nazionale Congresso la quale, ad inizio congresso, le trasmette rispettivamente alla commissione politica, alla commissione statuto e alla commissione elettorale del Congresso Nazionale.
- La Commissione Nazionale per il Congresso predispone un modello di verbale da inviare alle sedi affinché possa essere utilizzato nelle assemblee di base, in modo da rendere più agevole e univoca la lettura dei dati da esse provenienti.
- Al coordinamento nazionale, la Segreteria uscente propone un documento politico e, entro 30 giorni, possono essere presentati documenti nazionali alternativi alla Commissione Nazionale per il Congresso, qualora annunciati in quella medesima sede. In questo caso, i documenti vengono messi ai voti in ogni assemblea di base e i delegati al Congresso Nazionale vengono eletti in proporzione ai voti conseguiti in ogni assemblea di base. Nel coordinamento nazionale e nelle assemblee di base possono essere presentati emendamenti sostitutivi, integrativi o soppressivi di singoli punti del/dei documento/i congressuale o di parti di essi.
Gli emendamenti respinti in segreteria nazionale e quelli presentati nel coordinamento nazionale, vengono trasmessi alle sedi per opportuna informazione.
- Nella medesima riunione del Coordinamento Nazionale viene eletta, su proposta della segreteria nazionale, la Commissione Nazionale per il Congresso.
- Il Congresso Nazionale, al suo insediamento, elegge la Presidenza che provvede, nella medesima sessione, a proporre il calendario dei lavori e i nominativi per la nomina di una commissione politica, di una commissione per le modifiche statutarie e di una commissione elettorale. I componenti delle 3 commissioni, in numero non superiore a 9, verranno eletti prima della fine della prima giornata. La Presidenza, sempre nella medesima sessione, propone una commissione verifica poteri, composta in numero non superiore a 5 componenti.
- La Commissione Politica del Congresso Nazionale ha il compito di raccogliere tutti i contributi provenienti dalle assemblee di base, nonché dei voti ottenuti dagli emendamenti e dal documento o dai documenti politici nazionali o territoriali; di esprimere il parere sugli ordini del giorno proposti dai delegati e dalle delegate al Congresso Nazionale, di presentare al Congresso una mozione finale, cercando di realizzare la massima convergenza unitaria possibile.
- La Commissione Elettorale del Congresso Nazionale ha il compito di raccogliere le eventuali indicazioni provenienti dalle assemblee di base e di avanzare una proposta al Congresso Nazionale sia sulle modalità di elezione che sul numero complessivo degli organismi dirigenti (segreteria, collegio di garanzia), sia nominativa riguardo al Segretario/a, Presidente, segreteria e collegio di garanzia, cercando di realizzare la massima unità possibile.
- La Commissione Statuto del Congresso Nazionale esprime il parere sulle proposte di modifica statutarie già presentate unitariamente dalla segreteria nazionale uscente, quelle approvate nelle assemblee di base, nonché quelle formulate dai delegati/e, da presentare entro il termine della conclusione della seduta del primo giorno del congresso.
- La Commissione Verifica Poteri acquisisce i verbali delle sedi e i relativi bilanci e verifica il versamento della quota 2025 e il numero di delegati spettanti a ciascuna sede; verifica la regolarità della composizione dell’assemblea congressuale; sovraintende alle votazioni
- Anche le Assemblee di Base, qualora ne ravvisassero l’utilità, possono ricorrere alla costituzione di Commissioni che aiutino il corretto e proficuo svolgimento dell’assemblea e favoriscano, al massimo possibile, convergenze unitarie;
- La commissione elettorale, prima della fine della sessione precedente a quella in cui è previsto il voto, svolge una relazione al Congresso, dando conto delle proposte avanzate nelle assemblee di base in merito agli organismi dirigenti nazionali, nonché delle valutazioni della commissione e indica e sottopone al voto esclusivamente il numero dei componenti della Segreteria Nazionale e le modalità di votazione del giorno successivo.
- La presidenza indicherà il termine per la presentazione degli ordini del giorno.
DOCUMENTI ALLEGATI
L’Internazionalismo dell’Unione Inquilini
Contributo al documento congressuale 2026
L’internazionalismo è uno dei pilastri costituenti e portanti dell’Unione Inquilini: ci ha consentito di disporre puntualmente di informazioni, strumenti di analisi, relazioni e strumenti di iniziativa solidale, indispensabili per capire ed agire con cognizione di causa ed efficacia, dal livello locale a quello nazionale, europeo ed internazionale, per contribuire a fornire risposte adeguate utili alla difesa delle classi popolari colpite dalla crisi abitativa strutturalmente fondata sulle politiche neoliberali, nonché alla resistenza e alla riaggregazione dei soggetti sociali e politici impegnati su questo fronte.
L’Unione Inquilini non ha un settore “internazionale” staccato dal resto, ma è impegnata ad innervare questo “internazionalismo” in tutto il sindacato e nei rapporti con le altre organizzazioni. Questo impegno, in collegamento con l’Alleanza Internazionale degli Abitanti che ha contribuito a fondare oltre 20 anni fa e di cui mantiene il coordinamento, è capace di analisi, scambi di buone pratiche, alleanze, mobilitazione solidale transnazionale.
Perciò l’Unione Inquilini è riconosciuta come uno dei principali attori nella difesa del diritto alla casa a livello internazionale, in particolare nel contesto europeo e mediterraneo, con un ruolo di leadership riconosciuto sia da altre organizzazioni e reti internazionali che dalle istituzioni internazionali dei diritti umani.
Capire per far fronte a Guerre ed Intelligenza Artificiale, motori del rilancio dell’estrazione della rendita
Il nostro internazionalismo ci consente di capire come la finanziarizzazione del settore immobiliare, stia sfondando sempre più i confini nazionali, alimentando ed essendo alimentata dalle politiche di guerra ed imperialistiche. E’ strettissima la relazione (spesso sono gli stessi soggetti) tra chi finanzia i “domicidi” a Gaza, cioè la distruzione delle case, e chi propone di ricostruire per rilanciare il ciclo di estrazione della rendita. Una finanziarizzazione che, con la crescente pervasività delle piattaforme immobiliari, utilizza l’Intelligenza Artificiale per creare “cartelli”, paravento di proprietari sempre più irresponsabili, che con algoritmi anti-concorrenziali, sfuggono alla normativa e al fisco, gonfiano artificialmente i prezzi e amplificano le discriminazioni.
Capire è il primo passo per fare fronte. Purtroppo, finora, in Italia non lo fa nessuno.
L’Unione Inquilini lo sta facendo.
Campagna Sfratti Zero: difesa dei diritti umani, degli attivisti, del multilateralismo ONU
La Campagna Sfratti Zero, con la punta di lancia della mobilitazione sempre più estesa delle Giornate Mondiali Sfratti Zero ha questo significato: attivare tutti i mezzi necessari, dai picchetti fino all’ONU (ricorsi al Comitato, interventi e visita del Relatore sul diritto alla casa, dossier a UPR 48, Ginevra) per radicare la mobilitazione sul rispetto dei diritti umani ratificati dal nostro Paese, in conflitto radicale con la loro violazione strutturale. In questo modo si coniuga l’obiettivo concreto della sicurezza abitativa con la difesa della legittimità/legalità dell’azione degli attivisti attaccati dal Pacchetto Sicurezza e degli strumenti del multilateralismo ONU attaccato, in particolare, dagli USA ed Israele.
Il fronte Europeo: politiche per la casa e la pace, non per le guerre
L’impegno sul fronte europeo ci ha consentito di articolare l’iniziativa in collaborazione con reti e movimenti per la casa dei diversi Paesi (FEANTSA, IUT, PAH, EAC, …), e con le forze politiche di sinistra e progressiste (The Left, Partito della Sinistra europea, Verdi, AVS) sostenendo una piattaforma che rivendica un Piano Casa europeo (divieto degli sfratti senza il passaggio ad “abitazione alternativa adeguata”, sviluppo dell’edilizia residenziale pubblica sostenibile e di qualità, contro le privatizzazioni, calmierazione e regolazione delle locazioni cominciando da quelle di breve durata). Risultato: la Risoluzione del Parlamento Europeo del 2021, che, su queste basi avrebbe dovuto guidare il Piano Europeo.
La politica di Rearm EU, ha invece come conseguenza il taglio del welfare, in particolare abitativo, per pagarne i costi, delegando alla BEI politiche fondate sulla redditività degli investimenti, non sul diritto alla casa.
L’Unione Inquilini, sottolineando lo strettissimo legame tra mobilitazione contro la guerra e quella per la casa, è impegnata a rilanciare la mobilitazione assieme alle altre reti e organizzazioni sociali e politiche, ai diversi livelli per ottenere un vero Piano casa europeo.
Per un Internazionalismo di Lotta: Dal Quartiere all’Europa e al Mondo
Il Congresso dell’Unione Inquilini riafferma l’internazionalismo come una necessità politica imprescindibile. La precarietà abitativa è un fenomeno globale guidato da dinamiche finanziarie transnazionali: per questo, la connessione tra le lotte locali e la dimensione globale rappresenta l’unica risposta efficace.
In quest’ottica il Congresso riafferma il ruolo di Unione Inquilini e valuta positivamente la collaborazione con l’Alleanza Internazionale degli Abitanti (IAI) come tessitore di alleanze e coalizioni che con percorsi partecipativi contribuiscono con proposte e iniziative per l’affermazione del diritto all’abitare. Perciò rilancia e consolida la collaborazione con IAI e il suo sostegno in una sfida operativa volta a superare le attuali criticità attraverso il coinvolgimento diretto di ogni sede territoriale e del coordinamento nazionale.
L’Unione Inquilini si impegna perciò a:
- Sistematizzare l’Informazione: Strutturare un flusso informativo capillare e costante affinché ogni sede sia messa in condizione di conoscere e condividere le dinamiche internazionali, affinché la consapevolezza globale diventi patrimonio comune di ogni militante.
- Qualificare la Formazione e l’Analisi: Potenziare gli strumenti di analisi e di intervento sulla questione abitativa a livello europeo e globale. È prioritario fornire alle sedi le competenze tecniche per l’utilizzo di strumenti giuridici internazionali, come i ricorsi al Comitato ONU per i Diritti Economici, Sociali e Culturali, per trasformare la violazione del diritto alla casa in una vertenza di rilievo sovranazionale.
- Promuovere lo Scambio di Pratiche: Favorire il mutuo apprendimento attraverso la condivisione di esperienze di lotta, progetti europei e modelli di gestione dell’abitare. Imparare e contribuire alle vittorie e alle resistenze di altri paesi è fondamentale per innovare le nostre strategie sul territorio.
- Rafforzare l’impegno e le alleanze sociali e politiche a livello Europeo e dell’area del Mediterraneo per un Piano Europeo per la casa fondato sul Pilastro sociale europeo n. 19 (diritto alla casa) e l’accoglienza dei migranti.
- Agire la Solidarietà Transnazionale: Rafforzare l’organizzazione e l’impatto delle Giornate Mondiali Sfratti Zero e garantire una partecipazione attiva alle campagne di solidarietà internazionale. Portiamo il nostro sostegno concreto alle resistenze collettive contro gli sgomberi, come nel caso emblematico della comunità di Prosfygika ad Atene, riconoscendo in quelle barricate la medesima lotta che conduciamo nelle nostre città.
Il rafforzamento di questo fronte internazionalista è la premessa indispensabile per contribuire alle re-esistenze per la pace e il multilateralismo, arginare l’offensiva contro il diritto all’abitare e la criminalizzazione degli attivisti, conquistare vittorie concrete per le classi popolari, in particolare inquilinə e abitanti.
RELAZIONE SEGRETERIA NAZIONALE
L’Unione Inquilini è rimasta in rete con movimenti e associazioni sia studentesche che non per cercare di sistematizzare e rendere effettivamente intersezionale la lotta sulla casa.
La prima e più rilevante esperienza nasce dal lavoro che si può fare nelle sedi. La giornata sfratti zero di quest’anno ha dimostrato come partire dalla questione abitativa studentesca colga nel segno.
E infatti in tante città di Italia sta dilagando la piaga degli student hotel che sono in realtà strutture ricettizie vere e proprie e che contaminano il mercato abitativo, drogando gli affitti e rendendo inaccessibili le città universitarie per student* a basso reddito.
La partecipazione sia nelle piazze che con i comunicati è stata ampia anche in relazione al movimento transfemminista e all’intersecarsi dei diritti delle donne e delle soggettività discriminate per ottenere indipendenza economica strettamente connessa alla dignità e indipendenza abitativa: le case possono diventare una prigione.
Ugualmente l’unione inquilini si è mossa in tutte le reti che si sono create a livello locale e nazionale per cercare di tenere insieme la questione sociale, intesa come subalternità della maggior parte di persone a un sistema economico che schiaccia e stritola in favore della ricchezza di pochi.
Per queste ragioni unione inquilini è stata all’interno del movimento stop rearm europe e anche in questo contesto si incontrano nei nodi locali come nazionali i movimenti e le associazioni studentesche con cui anche su questo fronte si costruiscono ponti trasversali.
Altro bacino importante per relazionarsi alle realtà studentesche e di movimento, oltre che sindacali e maggiormente strutturali, è stato partecipare al Social Forum abitare con cui anche è stata condivisa l’esperienza dell’assemblea Europea indetta da The Left.
Questa esperienza presenta a mio avviso diverse perplessità nel senso che il focus rischia di essere spostato su grandi principi generali ma con grosso timore di scelte radicali e di interventi davvero rivolti alle 650 mila persone in attesa di casa popolare. In buona sostanza il rischio di spostare l’attenzione su modelli di social housing con diretto coinvolgimento di soggetti che in qualche modo possono direttamente o indirettamente trarne un qualche profitto io l’ho avvertito. E il profitto rimane il principale nemico per la questione abitativa.
Oltre a questo devo segnalare che mi si sono presentate diverse occasioni di relazione e conoscenza di realtà diverse, dal momento che ho personalmente contribuito alla redazione di un articolo sulla rivista jacobin dove ho chiesto di essere indicata come componente delle segreteria nazionale dell’unione inquilini. In questa veste sono stata chiamata a parlare in diversi dibattiti (firenze, arezzo, spezia,oltre a Pisa ed è in programma Lucca) e in queste occasioni mi sono interfacciata di volta in volta con soggetti diversi (Dai movimenti della piana fiorentina con Sandro Targetti, alla gkn, alla Salis, al segretario del Sunia di Spezia) e in tutti i casi il lavoro dell’unione inquilini è chiaro, riconosciuto e presente.
Credo che l’aspetto più importante per il futuro sia continuare a lavorare per la credibilità politica che l’unione inquilini ha nella sua storia e nel suo operato, continuando ad allargare la cerchia di persone che a noi possono avvicinarsi. Perché questo possa essere fatto è decisivo capire come attrarre persone giovani, motivate alla lotta abitativa ma con la strutturazione di percorsi di formazione politica che non disperdano quanto le precedenti generazioni hanno messo a frutto nel tenere insieme le battaglie di unione inquilini. Perché questo possa essere compreso serve tempo e anche momenti formativi, organizzati anche in modalità online magari, così da fare rete tra le sedi, il tutto senza dimenticare mai che prima di tutto le persone che si rivolgono a noi chiedono aiuto e questo noi a loro dobbiamo loro fornire, sistematizzando in una grande battaglia collettiva lo stato di cose che ci troviamo davanti.
Giulia Contini
Segreteria Nazionale
Resp. Studenti e affitti brevi
Contributo: per l’applicazione della Legge 124 del 2013
La crisi economica del 2009 provocò a Livorno migliaia di sfratti per morosità incolpevole, per fronteggiare questa emergenza l’Unione Inquilini riorganizzo I picchetti antisfratto (gli sfratti per finita locazione erano già salvaguardati dall’art. 17 della L.R.T. 96/96 che assegnava una quota rilevante di case popolari.
I nostri picchetti organizzati per far rispettare la tutela prevista dalla Costituzione in difesa delle famiglie socialmente e economicamente deboli, furono finalizzati ad ottenere dalla Giunta Regionale Toscana una normativa per la tutela della morosità incolpevole che finalmente fu emanata nel 2012 (l’assessore alla Casa era Salvatore Allocca) la L.R.T. n° 75 presentata da Monica Sgherri. In seguito la campagna nazionale dell’Unione Inquilini PERDI IL LAVORO, PERDI LA CASA conquistò nel 2013 dal Governo Letta la legge nazionale n°124. Possiamo sostenere che fu figlia legittima della legge regionale toscana
Abbiamo impiegato, ancora, alcuni mesi con continue mobilitazioni dentro e sotto le case degli sfrattati e in molte sedi istituzionali: (Consiglio Comunale e Prefettura) finalmente nel maggio del 2013 è stata costituita la Commissione Territoriale per il contrasto del disagio abitativo composta dalle parti sociali sindacati e proprietà immobiliare e dall’Amministrazione Comunale, che iniziò a verificare l’incolpevolezza, per attuare il differimento dell’esecuzione fino al passaggio da casa a casa, (terzo canale previsto dalla Legge 124/13) risarcendo il proprietario con un indennizzo pari al canone concordato.
In alternativa, con finanziamenti nazionali, la Commissione in cambio di nuovo contratto a canone concordato, risarciva il proprietario per i canoni non riscossi (primo canale), oppure offriva finanzianti all’inquilino per un nuovo contratto a canone concordato o sostenibile in un’altra abitazione (secondo canale).
Dalla costituzione della Commissione Territoriale per il contrasto del disagio abitativo abbiamo spostato l’asse della lotta portandola nelle istituzioni per una puntuale applicazione della legge, perché tutti i soggetti istituzionali fossero impegnati seriamente a garantirne la fattibilità del passaggio da casa a casa, in tempi ragionevoli, predisponendo, oltre alla riserva di Erp fino al 40%, (prevista dalla Legge regionale n°2 del 2019) anche altra edilizia pubblica per ospitalità temporanea in attesa di assegnazione definitiva e per ottenere una sufficiente armonizzazione dell’esecuzione e dell’uso della forza pubblica, in base ai tempi e ai modi previsti per il passaggio da casa a casa, gli accordi con la Diocesi hanno permesso di ottenere alloggi provvisori in attesa dell’assegnazione.
Abbiamo lavorato praticando un confronto continuo con gli assessori alla casa succedutisi nel Comune di Livorno e con gli altri sindacati casa, questo impegno ci ha portato a redigere un protocollo di intesa con la Prefettura molto avanzato che regola le soluzioni del disagio abitati.
Nel 2021 il protocollo (dopo l’esame e apprezzato dal Ministero dell’Interno) è stato finalmente firmato, e diventa codice operativo per il Comune di Livorno e Prefettura.
Abbiamo sintetizzato la gestazione della normativa sulla morosità incolpevole perché la crisi economica del 2009 – 2010 che ha colpito in modo grave la nostra città ci ha costretto a occuparcene dall’inizio, dunque la Legge 124/13 può diventare lo strumento principale per garantire il passaggio da casa a casa, e il nostro protocollo un modello operativo adottabile ovunque (con le ovvie modifiche legate alle diverse leggi regionale).
Ad esempio laddove le commissioni morosità incolpevole non sono previste dalla normativa dalle regioni, si può chiedere dei tavoli di crisi, chiedendo che siano ammessi anche i sindacati e che a questi tavoli sia affidato il compito di verificare la presenza dei titoli previsti dalle legge per accedere ai benefici della morosità incolpevole e programmare il passaggio da casa a casa.
Altrettanto fondamentale ci pare la progettazione di uno o più piani di rigenerazione urbana per il rilancio strutturale e non episodico di nuova ERP.
Purtroppo il Governo Meloni ha azzerato i fondi della morosità incolpevole e per il sostegno all’affitto, oltre al reddito di cittadinanza, le possibilità di riottenere queste risorse passa attraverso una nuova fase politica alternativa alle destre. Noi siamo impegnati a denunciare l’aumentata situazione di povertà che queste scelte hanno provocato.
Dal 2015 al 2020 sono arrivate molte risorse economiche per la morosità incolpevole, per esempio sono arrivate in Toscana 11.259,309 euro.
Occorre fare inchiesta per conoscere come queste risorse sono state spese e come usate dai Sindaci e rivendicando la composizione della Commissione Territoriale per il contrasto del disagio abitativo.
Naturalmente nella piattaforma casa con la coalizione delle forze politiche presenti in parlamento, deve contenere la proposta di rifinanziare: la morosità incolpevole, contributo all’affitto, il reddito di cittadinanza, e il ripristino delle migliaia di case popolari.
Infine abolire la cedolare secca ai contratti liberi
Paolo Gangem



