L’intervento di Emanuela Isopo:
“Questa intervista racconta una realtà che continuiamo a denunciare: chi subisce uno sfratto viene troppo spesso lasciato senza risposte, senza alternative, senza una reale presa in carico. E quando dietro uno sfratto ci sono dei bambini, l’emergenza abitativa smette definitivamente di essere soltanto una questione di quattro mura. Significa mettere a rischio il percorso scolastico, la stabilità educativa, le relazioni, la salute e persino la continuità terapeutica dei minori. Nel caso raccontato nell’intervista, al nucleo familiare non sarebbe stata offerta neppure una casa famiglia. Nessuna soluzione capace di garantire quella continuità indispensabile a una famiglia già sottoposta al trauma dello sfratto. E tutto questo accade mentre a Roma si continua a discutere del patrimonio abitativo pubblico e dell’acquisto degli oltre mille alloggi ex Enasarco. Alloggi che vengono destinati attraverso categorie, requisiti e percorsi diversi, mentre resta fuori proprio chi rappresenta una delle forme più evidenti e drammatiche di precarietà abitativa: GLI SFRATTATI.
Perché una cosa va detta con chiarezza. La vera precarietà abitativa è anche quella di chi una casa non ce l’ha più. Non possiamo continuare a “spacchettare” le persone in categorie amministrative, come se esistessero emergenze più degne di altre. Dietro ogni pratica di sfratto ci sono persone. Ci sono famiglie. Ci sono bambini. E i bambini non possono pagare con la perdita della scuola, delle cure o della propria stabilità l’assenza di una politica abitativa capace di intervenire prima che una famiglia finisca per strada. Gli alloggi pubblici acquistati con risorse pubbliche devono servire anche a questo: impedire che uno sfratto diventi homeless, separazione familiare, interruzione delle cure e marginalità sociale.
Agli sfrattati non servono altre promesse. SERVONO RISPOSTE. SERVONO ALLOGGI. SERVE UNA PRESA IN CARICO VERA.
Perché il diritto all’abitare non può iniziare soltanto dopo che una famiglia ha perso tutto.”



